Il partito che si disse trasparente, e un bel giorno svanì

 

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…Dunque la paura del cambiamento, qualunque sorpresa, qualunque incognita possa riservarci il futuro, è per la sinistra un indugio mortale. Ogni pigrizia conservatrice, dentro la sinistra e dentro le sue parole, parla prima di tutto di quella paura. Compresa la paura di sbilanciarsi, di dire cose azzardate, di sembrare stravaganti o ingenui o imprecisi. La paura dell’errore intellettuale. Ma per dire qualcosa di sinistra sarà obbligatorio, di qui in poi, ricominciare a rischiare. Chi si ferma è perduto. E chi tace acconsente.

Michele Serra

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Se poi si calcolano i soli voti validi, centrosinistra e centrodestra rappresentano meno di 20 milioni di “aventi diritto”, cioè poco più del 40% degli italiani. Le coalizioni guidate da Pd e Pdl hanno perso in cinque anni qualcosa come 12 milioni di elettori, per effetto dell’emorragia che ha colpito soprattutto i due principali partiti: il Pd, che ne ha smarriti quasi 3 milioni e mezzo, con una flessione del proprio “capitale elettorale” vicina al 30%, e soprattutto il Pdl, la cui euforia si spiega solo con il precedente terrore della scomparsa, e che in queste elezioni ha perso quasi 6 milioni e mezzo di voti.
Marco Revelli sulla vocazione minoritaria dei partiti di maggioranza relativa

„Una lettera drammatica. Il frutto di un lungo travaglio: la conclusione di un percorso politico diventato negli ultimi anni sempre più accidentato”. Così Sardinia Post racconta le dimissioni di Valentina Sanna, presidente dell’assemblea regionale (il ‘parlamentino’ del Pd sardo), che ha annunciato al segretario Silvio Lai la decisione di lasciare il Partito democratico da dirigente e anche da militante.“ “Lascio questo Pd”, scrive Sanna al segretario regionale “perché, pur con il rispetto verso le tante persone che ho cercato di rappresentare con dignità e onestà e verso le quali resta immutata la vicinanza, la stima e la disponibilità a un lavoro comune, non mi riconosco affatto in chi lo governa realmente a livello nazionale e regionale“.

http://www.today.it/rassegna/valentina-sanna-dimissioni-pd.html

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La strategia elettorale del PD trentino:

– blocca le candidature di Borgonovo Re e Zeni alle primarie interne del PD perché sono “divisive” (= non coalizionali, ossia non sufficientemente centriste) e perché il loro appeal è urbano mentre bisogna prendere voti anche nelle valli;

– seleziona un candidato coalizionale, Olivi, che rappresenta la continuità e può prendere voti anche nelle valli;

– presentati alle primarie di coalizione del centrosinistra e scopri che Olivi perde nelle valli, e nelle città non riesce a recuperare perché l’affluenza è imbarazzante: 705 voti a Pergine, 3807 a Trento, 1261 a Rovereto, 557 ad Arco, 265 a Riva del Garda: questa è la misura della Waterloo del Pd trentino, incapace di mobilitare perfino il suo zoccolo duro;

prenditela con il sindaco di Rovereto, che era in ferie programmate da prima che si stabilisse la data delle primarie, anche se a Trento, dove il sindaco ha fatto campagna elettorale per Olivi, l’astensione è stata in proporzione anche maggiore;

– prenditela con quei candidati che volevano discontinuità: «Ora saranno contenti i girotondini delle primarie interne! non capitatemi a tiro perché potrei far male!»;

– lamentati di doverti presentare alle elezioni provinciali con un leader in cui ti riconosci, anche se era “coalizionale”: “Rossi entra nel cortile. In pochissimi tra i democratici gli stringono la mano, «ci mancherebbe altro», sono le parole smozzicate tra delusione e rabbia”;

ripudia le primarie perché è colpa loro se i cittadini non approvano i candidati prescelti (anzi, è colpa degli elettori se non vogliono scegliere la continuità);

Alcuni esponenti del PD trentino contrari alla continuità credono che il partito possa essere riformato. Io sono molto più pessimista. Quel che avverto è la assoluta convinzione che quella imboccata sia la strada giusta, o comunque l’unica percorribile, e che se non viene premiata dall’elettorato è perché i cittadini non possiedono abbastanza informazioni per capirlo. Se sapessero quello che sanno i dirigenti del PD, apprezzerebbero certe scelte scomode ma realistiche.
Posso dirlo con cognizione di causa, avendo seguito il dibattito interno: il PD trentino è un partito molto più cinico ed elitario di quel che si potrebbe credere e di quel che vorrebbe credere. Per questo non può essere realmente democratico. Ogni sconfitta elettorale lo allontana dall’elettorato, lo spinge a rinchiudersi sempre più nella sua fortezza di “progressismo realista”, dietro il paravento del “non ci sono alternative” e del “destra e sinistra sono concetti superati”. E’ stato infettato dal cinismo e dall’hybris e non è più chiaro se potrà mai ammettere che, in fondo, non rispetta gli elettori che hanno smesso di votarlo e in parte li disprezza, o comunque attende solo che capiscano i loro errori e ritornino sui loro passi.
E’ un circolo vizioso che lo sta spingendo a fondo e che, lungi dal contrastare le tendenze paternalistiche della Provincia Autonoma di Trento, incentiva una modalità di intendere le relazioni tra governanti e cittadini che favorisce i leviatani tecnocratici (e misantropici), che sanno meglio delle persone comuni cosa sia meglio per loro.

tze-tze-blog-grillobest practice da tenere a mente anche a livello partitico

“Il Partito democratico si fonda precisamente su due equivoci culturali, quelli che lo rendono ab origine una forza politica del tutto inservibile per qualsivoglia riforma (e tutt’al più utile per alcune controriforme): la pretesa di essere al tempo stesso liberisti e socialdemocratici, da un lato; e quella di essere laici e filoconfessionali, dall’altro. Questo determina l’impasse, poi l’immobilità, via via fino al rigor mortis.

[…]

Il governo del non-fare, che in questo momento occupa la plancia del Titanic facendo finta di pilotare, ha in organico una ministra la cui designazione può significare una cosa sola: ius soli. Ma lo ius soli non potrà mai essere finché si ha la necessità di abbozzare con gli alleati di governo e di normalizzare certi avversari impresentabili. Di stare cioè tutti insieme appassionatamente sul transatlantico.

Così come non si potrà mai avere una legge decente sulla fecondazione eterologa, né i matrimoni gay ormai approvati in tutto il mondo occidentale, né l’attuazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza (attualmente disattesa grazie alla presenza dell’80 per cento di obiettori di coscienza negli ospedali italiani), né la riduzione dei finanziamenti alle scuole private paritarie confessionali in favore del rifinanziamento della scuola pubblica… se si deve tenere buona la propria componente confessionalista cattolica.

I sedicenti democratici non possono scegliere tra gli operai e Marchionne, tra lo stato laico e la chiesa, tra la libertà e la discriminazione, perché hanno deciso che tutto si può tenere assieme, che il conflitto può essere negato, e di questa negazione hanno fatto la propria ragione sociale. Ma è una ragione sociale fallata, che infatti ha prodotto una débâcle clamorosa. Un partito che era nato con tre obiettivi: sconfiggere Berlusconi, diventare maggioritario, fare le riforme, è riuscito a mancarli tutti. Date le premesse, le cose non sarebbero potute andare diversamente.

http://www.internazionale.it/opinioni/wu-ming/2013/07/15/il-partito-del-non-senso/

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Un profetico Piergiorgio Cattani: “cronologia di un disastro” (maggio 2013)

In questo modo, con tutta probabilità, il Partito Democratico non avrà il candidato presidente. Ma questo è un particolare completamente insignificante, perché ormai il giudizio politico è irrevocabile: il PD è sempre gregario, in quanto strutturalmente incapace di assumere autentiche responsabilità di governo e meno che mai di imprimere alcuna svolta. Anzi, non ci pensa nemmeno: per la nomenclatura sono gli organigrammi (dettaglio secondario per i cittadini) ad essere il faro di ogni pensiero, di ogni azione.

Gli elettori hanno dimostrato, vedi i recentissimi risultati elettorali, nel resto dell’Italia come a Pergine, di essere sia apertissimi al nuovo, sia in parte significativa ancora attaccati al partito, cosa che però non è detto si ripeta in ottobre. Il fallimento cronico della sinistra è infatti ora conclamato e non si intravedono possibilità di cambiamento in tempi brevi“.

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13898

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Un profetico Piergiorgio Cattani (giugno 2013)

Gli autonomisti hanno già vinto. Aumenteranno di certo i loro voti, magari avranno il candidato presidente. La loro però è una vittoria politica e culturale di lungo periodo“.

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Mario Raffaelli sulle primarie del centrosinistra in Trentino e su Ugo Rossi, che le ha vinte

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Ecco la riprova di un Pd che, soprattutto nelle città, dove il voto è meno “tifoso”, paga la sua non-credibilità nazionale, di partito ormai sempre più moderato e meno socialista nei valori. Peccato, altra occasione sprecata!

Vladimiro Forlese, commento a un articolo del Trentino

Hanno votato più di 23.000 persone, con un boom del voto di valle e un calo netto del voto nelle città. Se questo è il dato definitivo delle primarie del centrosinistra autonomista in Trentino qualche riflessione di fondo s’impone, sulle primarie e su tutto il resto.

Michele Nardelli (che è tendenzialmente contrario alle primarie – io invece la penso come Mario Raffaelli)

Scrive Raffaelli, sull’Adige di ieri (13 luglio):

“Ha ragione Luciano Azzolini quando enfatizza l’inadeguatezza di ciò che è finora emerso dalle primarie del centro-sinistra in confronto all’entità della sfida che il Trentino ha oggi di fronte. Del resto, è noto che, di per sé, le primarie sono solo uno strumento la cui utilità dipende dal tipo di uso fatto. Vi possono essere, infatti, primarie puramente simboliche (come quelle che servirono a incoronare Prodi e Veltroni), oppure realmente competitive (come quelle fra Bersani e Renzi), o sostanzialmente fittizie come quelle che ci apprestiamo a svolgere in Trentino.

Nel nostro caso, infatti, per essere realmente utili, le primarie avrebbero dovuto svolgersi fra candidati portatori di visioni programmatiche diverse (ovviamente nell’ambito dei valori comuni) e con tempi e procedure tali da consentire realmente sia un’articolata partecipazione di candidati, interni ed esterni agli attuali partiti, che un vero coinvolgimento dei cittadini. Solo così, infatti, si sarebbe potuto realmente selezionare un programma costruito insieme alla gente e, allo stesso tempo, definire un nuovo gruppo dirigente. Così come sono state confezionate, invece, le primarie rischiano di tradursi in una semplice competizione fra i tre assessori e le loro rispettive tifoserie.

Questo risultato è il frutto della stucchevole telenovela cui abbiamo assistito negli ultimi due mesi (gli innumerevoli quanto inconcludenti vertici di coalizione), una telenovela che ha certamente visto Lorenzo Dellai fra i più importanti sceneggiatori ma, allo stesso tempo, anche una sostanziale incapacità di iniziativa da parte del Pd. È questa, del resto, la metafora di questi ultimi quindici anni e sbaglia, a mio avviso, Azzolini quando imputa al solo «Governatore» la responsabilità, nel bene e nel male, di tutto quanto è successo in Trentino. Non v’è dubbio, infatti, che Dellai è stato il dominus quasi assoluto delle vicende politiche locali per un lungo periodo, ma va pure detto che ciò è gli è stato possibile anche grazie alla subalternità di chi aveva la possibilità e il dovere di essere competitivo, fungendo da contraltare. Sono i partiti, infatti, che dovevano contrastare la propensione di Dellai a concentrare il potere nelle sue mani. Come ha fatto, ad esempio, nell’ultima legislatura, ritagliando le deleghe degli assessori in maniera tale che nessuno fosse totalmente autonomo e su tutti potesse avere l’ultima parola. Approccio, questo, che, unito alla selezione di una dirigenza «fedele» (magari richiamata, a questo fine, dalla pensione) e alla costruzione delle «Agenzie esterne» ha creato la situazione denunciata da Azzolini.

Il tema, infatti, non è affatto nuovo. Proprio su questo giornale, ancora dieci anni fa, scrivevo che «il problema non è uccidere il Principe ma costituzionalizzarlo», intendendo con ciò la necessità di bilanciare con dei contrappesi un potere che, così come si configura oggi, è certamente eccessivo. E proprio per questo, nel documento «Trentino33», abbiamo risollevato il problema, fornendo anche qualche indicazione su come affrontarlo. Bisogna quindi interrogarsi su quali sono state le ragioni che hanno prodotto questa prolungata subalternità del centro-sinistra a Dellai, chiedersi come sia stato possibile che partiti pur dotati di un consistente peso elettorale abbiano consentito le tante scorrerie che il «Governatore» ha potuto impunemente compiere al loro interno.

Senza di che, paradossalmente, a Lorenzo Dellai resteranno i meriti delle cose buone fatte e, agli altri, il demerito di aver consentito la costruzione di un potere totalizzante con i conseguenti aspetti negativi che ne sono derivati. La radice vera di tutto ciò, com’è evidente, sta nella crisi della «forma partito», come attualmente concepita, e nell’incapacità dei partiti attuali di elaborare ed esprimere, in maniera incisiva, una vera cultura politica.

Se il problema non sarà affrontato da questo versante le speranze che Azzolini ripone sui possibili successori di Dellai resteranno ampiamente frustrate. Come ha dimostrato il confronto durante le primarie, tranne qualche spunto di Ugo Rossi (per questo immediatamente represso) e le coraggiose prese di posizione di un outsider come Alexander Schuster, tutto è avvenuto all’insegna di una piatta continuità, sia per quanto riguarda i contenuti sia per quanto concerne la concezione circa il modo di governare. Con il conseguente rischio di avere un nuovo Presidente che, senza nemmeno avere le qualità di Dellai, erediterà gli stessi poteri formali e la stessa struttura di potere (coesa e impenetrabile) messa in piedi in questi anni. Con l’inevitabile tentazione di comportarsi, quindi, allo stesso modo.

Per questo, dopo aver utilizzato al meglio, pur nei limiti dati, il nostro voto alle primarie, sarà necessario riprendere un’azione politica e civile perché i temi accantonati tornino a far parte integrante del dibattito preelettorale. Adesso, e non dopo le elezioni, il candidato Governatore e i partiti che lo sosterranno devono dirci cosa pensano della riforma istituzionale (e dei ritocchi necessari perché, nella legge statutaria, siano riequilibrati i poteri del Presidente, della Giunta e del Consiglio).

Adesso, e non dopo le elezioni, devono dirci cosa intendono fare delle tante Agenzie «esternalizzate» e delle misure per assicurare una gestione efficace e trasparente. Adesso, e non dopo le elezioni, devono garantirci che la nuova negoziazione con lo Stato, necessaria nonostante «l’accordo di Milano», sarà preceduta da un ampio dibattito pubblico e non si svolgerà, come già successo, all’insaputa perfino del Consiglio (visto che si tratta di affrontare il drammatico problema delle risorse calanti a partire dal 2017). Adesso, e non dopo le elezioni, devono dirci cosa intendono per «revisione delle Comunità di valle» e come intendono affrontare i principali (ed innumerevoli) nodi che dovranno essere sciolti nei prossimi anni. Adesso, e non dopo le elezioni, devono spiegarci quale nuovo modello per lo sviluppo del Trentino hanno in mente, con quali alleanze sovra-provinciali, sovra-regionali e sovra-nazionali.

Augurandoci che, nel corso di questa discussione, possa realmente emergere (o essere costituito unendo forze già esistenti e altre disponibili) un soggetto politico ed elettorale capace di assumere fino in fondo i temi della sfida, non facile e non tradizionale, che il Trentino sarà chiamato ad affrontare nei prossimi anni. E sapendo, però, che senza ricostruire i «luoghi della politica», le sedi cioè dove i cittadini possono in via permanente, e non solo alle elezioni, partecipare alla determinazione delle scelte, nessuna sfida potrà essere vinta.

Mario Raffaelli
Già deputato e sottosegretario agli Esteri,
è presidente di Amref Italia

http://www.ladige.it/articoli/2013/07/13/potere-principe-l-ignavia-pd

Donata Borgonovo Re e Luca Zeni ritirano la loro candidatura: perché?

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Un, dos, tres, cuatro:
¡Tierra, Cielo!
Cinco, seis:
¡Paraíso, Infierno!
Siete, ocho, nueve, diez:
Hay que saber mover los pies.

*****

Entriamo nel parlamento per munirci, nell’arsenale della democrazia, delle sue stesse armi. Se la democrazia è così stupida da darci biglietti gratuiti e stipendi per farlo, sono affari suoi. Non veniamo da amici e nemmeno da neutrali. Veniamo come nemici. Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile.
Joseph P. Goebbels

Come si previene questo tipo di evento catastrofico?
Con 68 persone che decidono quale sarà il candidato che dovranno (dovrebbero) votare gli elettori del partito (top down), oppure lasciando che gli elettori ascoltino le ragioni degli uni e degli altri – ragioni nuove, “inaudite”, perché nessuno dei candidati si era mai proposto prima per guidare la Provincia di Trento – e si sentano PARTE IN CAUSA nella campagna elettorale, partecipanti, protagonisti già nella fase che precede il voto (bottom up, come raccomanda Fabrizio Barca)?

Il PD locale (del Trentino) ha deciso di andare controcorrente, invece di venire incontro alla crescente coscientizzazione ed indignazione dei cittadini. Se riuscirà ad evitare una sonora sconfitta sarà solo per la pochezza degli avversari, ossia per mancanza di alternative, che si tradurrà in un alto tasso di astensione. Ma ha comunque dato un pessimo esempio a livello nazionale e l’elettorato locale, invece di votare per una brutta copia dei centristi, finirà per votare per dei centristi veri.

Non solo, se anche Olivi vincesse le primarie di coalizione (che saranno disertate in massa da un elettorato indifferente), la debolezza della legittimazione popolare sarà un’enorme zavorra nelle attività della futura giunta, che si troverà ad affrontare questioni enormemente complicate senza godere di un solido appoggio da parte della società, come invece accade con le primarie di partito per le elezioni presidenziali statunitensi.

Il PD trentino sta mandando l’inesperto Olivi al massacro e un po’ mi dispiace per lui.  Ma, se ha fortuna, vincerà Schelfi, cioè Dellai, e quindi non si brucerà.

*****

Le considerazioni di Luca Zeni e Donata Borgonovo Re

“Siamo arrivati al termine di un percorso durato quattro mesi e, dopo tante discussioni, è stato deciso che le primarie per la Presidenza della Provincia – quelle vere, dove i cittadini scelgono tra diverse proposte in quale direzione far andare il Trentino del futuro – non ci saranno. Forse perché considerate troppo rischiose, dato che il loro esito non è né prevedibile né controllabile. Potrebbe vincere una proposta diversa da quella precostituita, come insegnano le esperienze di Milano con Pisapia a Milano, di Firenze con Renzi, o di Genova con Doria.

Noi però crediamo in un partito Democratico di fatto, oltre che di nome: un partito aperto, inclusivo, nel quale le persone possano riconoscersi ed appassionarsi al di là della loro provenienza sociale e della loro specifica competenza. Crediamo in un partito di centrosinistra che sia davvero al servizio del Trentino (e del Paese), che costruisca in modo partecipato e trasparente il bene comune, che non si chiuda nel rappresentare gli interessi di qualche categoria soltanto ma che scelga di rappresentare democraticamente tutta la società, fornendo una visione complessiva nella quale possano riconoscersi attivamente donne e uomini, giovani e anziani, deboli e forti, lavoratori e imprenditori, tutti egualmente portatori di dignità, di idee e di proposte significative.

Per questo primarie aperte – capaci di coinvolgere, di aprire una discussione sul futuro, sulle politiche di sviluppo sostenibile, sulla formazione e sulla istruzione, sull’innovazione, sul turismo, sul ruolo delle strutture pubbliche, sulle politiche di accompagnamento sociale, sull’autonomia che crea autonomie – sarebbero state non solo importanti, ma essenziali: sia per dare forza e respiro alla proposta politica offerta dal Pd, sia per coinvolgere effettivamente i cittadini nella scelta del futuro che vorrebbero per il loro, per il nostro Trentino.

Alla fine il candidato del Partito Democratico sarà scelto dall’assemblea provinciale, un organismo di 68 persone, certamente rappresentativo ma che non può sostituirsi alla ben più ampia platea dei 72.000 elettori del PD o degli oltre 500.000 trentini. La scelta non sarà dunque affidata ai cittadini, come previsto dalle regole fondamentali che hanno ispirato la nascita del Partito Democratico e che ne guidano il funzionamento, e questo rappresenta per noi un limite del quale prendiamo atto e che ci costringe ad assumere una decisione chiara. Abbiamo deciso di rimanere coerenti con quelle regole e quello spirito, e quindi oggi annunciamo di non presentare la nostra candidatura: riteniamo di non poter partecipare ad un confronto che si esaurisce all’interno di un organo di partito e che non consente in alcun modo di superare la separazione e la distanza che nel tempo si è creata tra gli apparati dei partiti ed i cittadini. Una distanza che le primarie aperte avrebbero accorciato, se non colmato.

Il nostro impegno è comunque quello di continuare a lavorare perché anche dentro il PD del Trentino diventi maggioranza – come già lo è tra i cittadini – la posizione di chi desidera costruire un Trentino capace di guardare in avanti, partendo dai tanti punti di forza che ci sono ma senza nascondersi né le criticità, né le difficoltà. In un mondo che cambia è dovere di una politica responsabile avere il coraggio di innovarsi e di proporre sempre nuove soluzioni, perché limitarsi a guardare all’indietro, rivendicando le cose buone fatte, non è sufficiente. Quindi pur ritenendo un errore grave quello fatto dalla dirigenza del PD, non potremo che rimetterci alle decisioni che prenderà il partito in ordine al percorso di avvicinamento alle prossime elezioni provinciali, ed a possibili primarie chiuse di coalizione, con la forte speranza che ancora una volta gli elettori sapranno essere capaci di procedere con tenacia e fiducia nel difficile cammino di costruzione della democrazia, dimostrando di avere uno sguardo più aperto e coraggioso.

In conclusione, vogliamo ringraziare con tutto il cuore le tantissime persone che hanno lavorato e stanno lavorando insieme a noi e quelle che in questi giorni ci hanno manifestato il loro sostegno. Comprendiamo la delusione per la scelta di chiusura che è stata fatta, ma siamo certi che sta a noi trasformare questo momento difficile in una utile tappa nel nostro comune cammino per la costruzione di una politica più aperta e semplicemente inclusiva e per la edificazione di un Trentino sempre migliore, nel quale sia per tutti una gioia ed un impegno vivere”.

http://donataborgonovore.com/

Donata Borgonovo Re e lo tsunami a cinque stelle


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DBR è su Facebook

Dato che Beppe Grillo vuole fare politica, fondi un partito, metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni: vediamo quanti voti prende

Piero Fassino, luglio 2009

Faccia le primarie, le vinca e ne riparliamo.

Balabiótt sulla candidatura di Borgonovo Re, marzo 2013

È assai probabile che, ai ballottaggi delle elezioni amministrative moltissimi voti del PDL, della Lega, di Fare per fermare il declino e, forse, di Rivoluzione Civile, confluiranno sul M5S, nella speranza di poter mettere in discussione lo status quo in Trentino. Il M5S è già il primo partito a Pergine, Riva ed Arco.

Il PD trentino, come il PD nazionale prima delle politiche, sembra pensare di avere la vittoria in tasca, se non si farà male da solo. Non credo che le cose stiano così.

Non lo crede neanche Alexander Schuster (Trentino, 13 marzo 2013): “La classe politica rimane nettamente declinata al maschile e assai navigata. Forse pensa di poter appagare il desiderio di rinnovamento con baldi delfini cresciuti all’ombra dei maggiorenti di sempre…Spira aria nuova sulle vette dolomitiche, ma il comandante tiene fermo il timone e prosegue come se nulla fosse. Possiamo anche destarci ogni cinque anni e andare al voto, magari facendo una croce di protesta. Ma qui c’è da tornare ad essere cittadini, ogni giorno, divenendo parte della vita politica, riportando dentro i partiti partecipazione, idee e metodo democratico, andando al di là degli slogan elettorali. Solo così il patrimonio del passato diventerà il patrimonio del futuro, al riparo da impetuosi tsunami”.

Borgonovo Re in campo (l’Adige, 1 marzo 2013)

Donata Borgonovo Re conferma di essere pronta a candidarsi per le prossime provinciali, esclude di farlo per la segreteria del Pd, rivendica la necessità per i partiti tradizionali di prendere gli aspetti positivi del Movimento 5 Stelle che considera un possibile interlocutore. Fondamentale per la docente universitaria «aprirsi alla società e discutere con loro e dentro il Pd sul programma con il massimo rispetto».

Donata Borgonovo Re, passate le elezioni nazionali ci si proietta verso quelle locali: lei si candiderà per la presidenza alla Provincia?

Facciamo un passo alla volta: naturalmente confermo che il mio nome resta dentro la discussione per le prossime provinciali, ma adesso stiamo cercando di aprire un dialogo dentro e fuori il Pd con una forte attenzione alla coalizione, elemento che è uscito confermato dalle elezioni nazionali.

I tre partiti Patt, Pd e Upt sono dunque secondo lei i tre da cui prendere le mosse?

Lo scenario da cui partiamo è quello di un’alleanza e della condivisione di una esperienza politico- amministrativa. Certo, dopo occorrerà capire quali e quante sono le candidature dentro e quali sono i percorsi migliori che permettono di tenere aperto il dialogo tra i partiti.

Secondo lei come dovrebbe avvenire la scelta delle candidature?

A mio parere le primarie sono uno strumento ineludibile, perché consentono una discussione aperta e sono un passaggio importante sia per dare una maggiore solidità ai candidati sia perché consentono una partecipazione diretta dei cittadini. Ma le primarie non sono il punto di partenza in questo coinvolgimento, bensì un punto di arrivo.

Cosa intende?

Credo che come partiti dobbiamo usare strumenti di democrazia e coinvolgimento, pensando all’esperienza di Grillo da cui distillo alcuni elementi positivi, come la dimostrazione che c’è un desiderio dei cittadini di partecipare direttamente alla vita politica.

E poi?

Il programma, non si può costruire tutto a tavolino, in una dimensione percepita come chiusa o poco trasparente della nomenclatura Ora i cittadini pretendono di essere ascoltati, altrimenti si rischia che abbandonino i partiti tradizionali. Le elezioni nazionali suonano, in questo senso, come un campanello d’allarme: ci spingono non a gestire il successo, ma ad andare sul territorio a discutere apertamente e con rispetto così come dentro il partito sul futuro. Abbiamo bisogno di ragionare su quanto dobbiamo fare: non va riprodotto un modello che ha funzionato fino a oggi. Dobbiamo andare tra i cittadini e ricreare fiducia.

La coalizione è però uscita rafforzata dal voto delle nazionali.

Posta la solidità della coalizione, in cui comunque l’Upt in questo momento è in parte rosicchiata da Progetto trentino, dobbiamo costruire un nuovo passaggio. La coalizione ha un valore perché vuole realizzare un progetto per il Trentino. Sul programma sarà messa alla prova.

Il Movimento 5 Stelle sarà sicuramente presente alle provinciali. Come lo considera?

Ho contatti con il M5S e anche con Sel. Il Movimento lo considero un possibile interlocutore: occorrerà capire se sono più i punti di contatto che quelli di distanza e quali sono i termini di una collaborazione. Per adesso è presto per dire qualcosa, ma anche per arroccarsi. Ci confronteremo sui programmi, loro sono un pezzo significativo della società.

Che cosa pensa invece di Progetto Trentino?

Rispetto tantissimo le persone che ragionano su come partecipare a una comunità, non so esattamente chi siano, nel senso che ne leggo sui giornali, e da quanto ho appreso sono un nucleo consistente. Se lavorano per il bene comune, va bene. Però sommessamente dico che sarebbe meglio che ci fosse il nuovo che avanza assieme a esperienze positive del passato. Ma se il nuovo che avanza ha un nome e una figura che ha governato e costruito il sistema contro cui oggi si scaglia, qualche dubbio mi viene.

Il programma su cosa si baserà?

Dobbiamo trovare assieme e con rispetto reciproco le parole d’ordine sulla base di un disegno che dobbiamo fare insieme. Un piccolo slogan che abbiamo coniato è: l’autonomia per diventare più autonomi, come persone, come realtà associative, come imprese. Abbiamo, cioè, bisogno di riscoprire le capacità che ogni persona, gruppo, realtà ha in sé, senza aver sogno di essere alimentati da questo organismo materno, la Provincia, che tiene i suoi figli in una fase di adolescenza. L’ente pubblico deve essere solido nel sostenere i più deboli.

http://www.ladige.it/articoli/2013/03/01/borgonovo-re-campo

Renzismo contro grillismo – “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto sia rottamato”

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INTERVISTA A MASSIMO CACCIARI (filosofo)

Sarebbe stato meglio avere Renzi?

Aspetti. Prima di dire certe cose, legga i risultati locali.

A quali si riferisce, in particolare?

(Qui il tono della voce si alza) Al nord è una catastrofe sia per Pdl che per la Lega! Eppure il centrosinistra non ha fatto un cazzo. Non è cresciuto.

Hanno sottovalutato l’avversario?

Di più, peggio! (il tono cresce ancora, notevolmente) Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini.

Quindi?
Le faccio un esempio: è impossibile spiegargli che c’è una questione settentrionale. Eppure continuano a sbatterci la faccia. La loro vita si sviluppa solo tra Botteghe Oscure, il Nazareno e Montecitorio. Del resto non sanno nulla. Gli basta quel triangolo.

Colpa di Bersani?

No. Ma di quel gruppo dirigente che continua a circondarlo. Gente completamente fallita.

A chi si riferisce, in particolare?

Tutti quelli che stanno da sempre lì e che non abbiamo ancora cacciato. Sì, abbiamo sbagliato a non appoggiare Matteo Renzi. È stato un grande errore.
Ora i democratici cosa devono fare?

(Qui cala i toni, diventa quasi più riflessivo) L’unica strategia è mantenere i nervi saldi. E cerchiamo di dialogare in Parlamento con gli eletti nelle liste di Grillo. Se ci riusciamo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/26/elezioni-cacciari-commenta-risultati-sono-teste-di-cazzo-era-meglio-renzi/513648/

Dovrei ripetere che il nostro compito era recuperare gli elettori delusi del centrodestra? Che non bisognava sottovalutare Berlusconi? Oppure che dovevamo fare nostri alcuni temi di Beppe Grillo? Inutile, ora. Inutile dopo aver voluto le primarie salvo poi chiuderle al secondo turno per paura che venissero a votare elettori esterni al centrosinistra: che sono esattamente quelli di cui avevamo bisogno alle elezioni vere e che, naturalmente, non ci hanno votato. Dico solo che ci stiamo mettendo nelle mani di Grillo, gli abbiamo regalato un rigore e ora vediamo come lo calcerà.

Matteo Renzi

http://www.youreporternews.it/2013/elezioni-bersani-grillo-renzi-non-ci-sta-ora-noi-nelle-mani-del-m5s/

Con Renzi candidato non si sarebbe candidato Berlusconi, neanche Monti. Molte persone che normalmente non votano a sinistra avrebbero considerato di farlo, sarebbe stato uno scenario diversoil Congresso va fatto non a ottobre ma subito, bisogna pensare a mettere al centro un’idea di un partito con occhi e un cuore nuovo, bisogna essere radicali, visionari, creativi.

Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd, ospite di “24 Mattino” su Radio 24.

E adesso tutti rimpiangono Matteo Renzi. Adesso che Pier Luigi Bersani che ha praticamente buttato alle ortiche una vittoria certa, adesso che la formula “usato sicuro” non ha vinto, la sinistra recita il mea culpa. Da sempre incapace di guardare al futuro, la sinistra guarda al passato: e ripensa con nostalgia a Matteo Renzi. Il rottamatore che non è riuscito a rottamare e che ha perso le primarie adesso viene osannato e celebrato come la grande occasione perduta. Si preme il tasto rewind, si torna al 25 novembre, quando il partito democratico ha avuto la possibilità di scegliere il proprio candidato premier e ci si chiede (dandosi una risposta affermativa) cosa sarebbe successo se il popolo della sinistra avesse avuto il coraggio di cambiare, se si fosse sbarazzato del vecchio per dare credito al giovane, agguerrito, carismatico sindaco di Firenze. Certamente Silvio Berlusconi (lo ha più volte detto lui stesso) non sarebbe sceso in campo dando inizio alla più agguerrita campagna elettorale di sempre e realizzando il grande miracolo di questo voto. Certamente Mario Monti non sarebbe salito in  politica indirizzandosi verso una più tranquilla ascesa al Quirinale.

[…].  E’ evidente che la sinistra può ripartire solo da lui. 

http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1191954/Il-Pd-piange-e-rimpiange-Renzi–Matteo-gode–e-lui-il-vero-vincitore.html

Il primo cittadino di Firenze con la sua impostazione sta facendo virare il Pd da un approdo socialdemocratico, come quello al quale sta lavorando il segretario Pier Luigi Bersani, verso le origini liberal e “americane” del Pd liquido immaginato da Walter Veltroni. In questo modo recide ogni rapporto politico con le ali estreme, sia dipietriste che comuniste, e si candida ad accogliere l´elettorato liberale in libera uscita sia del Pdl che della Lega. Renzi potrebbe anche prosciugare in parte le preferenze potenziali finora accumulate dai movimenti politici in fieri come la montezemoliana Italia Futura e il gianniniano Fermare il Declino.

Il renzismo avrà effetti benefici nel centrodestra: il Pdl sarà costretto a innestare un deciso rinnovamento nella dirigenza e nelle idee per evitare di essere rottamato dal rottamatore in caso il primo cittadino di Firenze diventi davvero il candidato premier del Pd. Resta da vedere l´effetto Renzi sui centristi dell´Udc.

Ma il renzismo, con la sua carica di nuovismo giovanilistico e ottimistico sembra l’unica carta del sistema politico per far confluire le spinte di rinnovamento e anti casta in un percorso istituzionale. Scongiurando, o meglio cercando di scongiurare, nefaste derive grillesche.

http://michelearnese.it/2012/renz-3/

I principali media invocano il ritorno di Matteo Renzi. Non si danno pace che sia stato messo in secondo piano.

Non sorprende, perché Renzi è il cucciolo degli interessi industriali che controllano i media:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/?s=Matteo+Renzi

Fino a due mesi fa Monti puntava al 30% (!!!) e voleva al suo fianco RENZI:

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/monti_a_caccia_di_teste_grandi_manovre_con_renzi/notizie/240237.shtml

Renzi è il montismo senza Monti. Un montismo giovanilista, scanzonato e rottamatore – “tutto va rottamato affinché tutto resti come prima” (Il Renzipardo). Montezemolo, Monti, Renzi, Marchionne

http://www.glialtrionline.it/2012/11/13/montismo-o-barbarie-parla-romano-guru-di-montezemolo/

Monti è stato brutalmente sconfitto dal voto e Bersani ha perso perché ha continuato a ventilare ipotesi di collaborazione con Monti.

Tanto odiato è Monti, che l’immagine di Napolitano (che l’ha voluto) – esaltata da tutto l’establishment politico e mediatico – ha subito un tracollo principalmente a causa sua:

http://www.secoloditalia.it/2013/01/crolla-la-popolarita-di-napolitano-colpa-del-sostegno-a-monti/

Ma i media (sp. del gruppo l’Espresso-la Repubblica) ci assicurano che l’ultramontiano Renzi avrebbe vinto. Il principio di realtà è un ricordo del passato. La propaganda una spiacevole costante del presente:

FALSO MITO – Il coro delle vedove renziane è partito dalle prime proiezioni del Senato di ieri, dopo esser stato abbastanza silente nella lunga fase svoltasi tra la fine delle primarie e lo svolgimento della campagna elettorale. Con Renzi si vinceva, il Pd avrebbe sfondato – il 40% era l’obiettivo dichiarato del sindaco, che non si è mai accorto che nella storia italiana la Dc raccolse un simile consenso solo in due occasioni, lontane ormai qualche decennio. La brillantezza e la novità rappresentata dal sindaco di Firenze, insieme alla sua capacità di parlare con un elettorato meno tradizionale rispetto a quello a cui si è rivolto Bersani, avrebbero però secondo il coro delle vedove renziane riscritto la storia. Una simile valutazione però si basa su considerazioni fondamentale errate, visto che la stessa forza del sindaco di Firenze sarebbe servita relativamente a poco nel quadro emerso dal voto di ieri. Di Renzi si è sempre detto che aveva un’unica capacità di attrarre i voti di centrodestra, ma a patto che esiste una significativa differenza tra apprezzamento personale, reale, e intenzione di voto, mai testata, il problema del centrosinistra non è stato certo il famoso “elettorato settentrionale”.

RENZI UMILIATO – E’ difficile fare considerazioni assertive senza la controprova dei dati, ma per capire perché la tesi del Renzi più forte di Bersani sia quantomeno molto fragile basti considerare dove ha sfondato Grillo, e dove il sindaco di Firenze è andato peggio alle primarie. Renzi è stato letteralmente annichilito da Bersani al Sud, mentre nelle grandi città italiane è stato sconfitto anche con percentuali umilianti. A Roma il sindaco rottamatore è arrivato terzo al primo turno, e Bersani ha vinto con il 70% nella città simbolo del tonfo del PD. Nella capitale infatti la flessione rispetto al 2008 è stata assai marcata, pari a 13 punti percentuali, con un crollo di 250 mila voti, ed il MoVimento 5 Stella ha praticamente appaiato i democratici nelle preferenze dei romani. Una simile contrazione si registra nelle maggiori città italiane, con la parziale eccezione di Milano, dove il Pd cala, ma meno che nel resto d’Italia. Pare difficile affermare, sulla base dei dati, che il Pd sarebbe potuto andare meglio con un candidato che aveva palesato simili debolezze nelle zone dove poi i democratici hanno sofferto maggiormente”.

http://www.giornalettismo.com/archives/798033/risultati-elezioni-2013-perche-con-renzi-il-pd-sarebbe-andato-peggio/

I “pochi” che hanno votato alle primarie sono socialmente pericolosi? (Nique la Police)

 

Alla provocazione ragionata di Nique la Police segue una replica del lettore Sergej. Il dibattito è aperto.

[…].

In un paese, l’Italia che, come scriveva Debord è a “scarsa tradizione democratica”.  Il trasferimento di potere, nelle primarie del centrosinistra, dagli elettori agli eletti si configura quindi come un trasferimento di potere non democratico. Operato con le forme spettacolari della democrazia. Gli italiani sono avvertiti: il modo con il quale si governa un partito è lo stesso con il quale, quando si va al potere, si governa un paese.

[…]

La letteratura americana sulle primarie, che si dispone su quattro decenni di case studies, ci insegna che si tratta più di fenomeni di radicalizzazione di una parte del proprio elettorato che di vera e propria costruzione di un consenso largo. Quello avviene, semmai, successivamente in fase elettorale. In questo senso i dati definitivi sull’affluenza alle primarie sono impietosi. Nonostante la più grossa campagna di mobilitazione al voto su più piattaforme (dalle piazze, ai social network, ai giornali, alla tv pay e generalista) anche queste primarie confermano un dato oggettivo di declino dell’affluenza per questo tipo di elezioni. Su dati ufficiali, queste primarie di coalizione hanno raggiunto lo stesso numero di partecipanti di quelle, con il solo Pd, del 2009 (3.100.000). E’ evidente che nello stesso Pd, pur al centro di tutte le dinamiche spettacolari, c’è stato un calo di affluenza. E le primarie del 2009 rappresentavano il punto più basso di affluenza, in questo genere di elezione, raggiunto da quel partito.  Rispetto alle ultime primarie di coalizione, quelle del 2005, il calo è spettacolare. Una perdita di più di un quarto dei votanti, circa un milione e duecentomila voti di meno, quando nel 2005 il dispositivo di propaganda per questo genere di elezioni non era sofisticato come oggi. Una perdita ma con anche anche una infiltrazione di elettorato di centrodestra, come da numerose testimonianze, come mai era accaduto nelle precedenti primarie. Eppure non è mancato l’effetto Orwell con i media che, durante la giornata elettorale, hanno parlato continuamente di boom votanti, riprendendo le indicazioni degli spin-doctor dei candidati, cercando di creare un’ onda che trascina verso il voto. Le file, frutto di una organizzazione approssimativa sul terreno (a logistica sofisticata corrisponde qui organizzazione deficitaria sul territorio) hanno fatto quindi parte della scenografia non della realtà. Vedremo quale effetto farà la scenografia sull’elettorato al momento delle elezioni politiche. Del resto siamo di fronte ad uno spettacolo politico che, come negli Usa, gonfia i palinsesti e attrae audience e quindi pubblicità. Le primarie si mostrano così, sul piano della mobilitazione reale, un istituto già usurato,  nell’intenzione originaria di raccogliere consensi allargati, nel momento in cui sembra raggiungere il suo acme spettacolare. Eppure, questione da non trascurare, i follower di ogni genere sono stati valorizzati in maniera maggiore rispetto al passato.

I numeri che ci danno una partecipazione sostanzialmente in calo radicalizzano così l’esperienza di chi ha partecipato creando la distanza con gli altri. Che può essere o non essere colmata nel momento elettorale. Nel 2006, dopo le primarie boom del 2005, ad esempio il centrosinistra sostanzialmente riuscì a far eleggere un governo debole che durò poche decine di mesi. Dal punto di vista dei numeri siamo quindi di fronte a modalità di mobilitazione politica minore nella società degli user generated contents. Magari di una minoranza non democratica, strategica per vincere le elezioni in una società politicamente frammentata ma neanche da scambiare per una maggioranza. Dal punto di vista dei risultati arrivano al ballotaggio due candidati di destra. Entrambi assolutamente compatibili con procedure e dettati politici Ue, Bce, Ecofin che hanno portato l’Italia in una contrazione economica permanente che rischia di produrre disastri sociali impensabili per questo paese.  Che dalle primarie esca un pd più bersaniano o renziano, onestamente, è solo un problema di organigramma interno a quel (si fa per dire) partito.

Sugli altri candidati che hanno avuto funzione decorativa merita spendere due parole su Nichi Vendola. Che due anni fa era un possibile,  candidato vincente alle primarie del centrosinistra. Ed oggi è rimbalzato, dopo una serie di errori e travisamenti, alla condizione del Bertinotti di 15 anni fa. Quello costretto a stare in una coalizione, erodendo il proprio elettorato, maledicendo e votando leggi come la Treu sugli interinali. E a differenza del Bertinotti del ‘97, Vendola oggi è senza un partito strutturato, con la capacità di mobilitazione ormai completamente subordinata alla copertura del suo personaggio nei talk show. Come si capisce non solo dalla dismissione degli user generated contents delle fabbriche di Nichi, fondamentali per l’ascesa del personaggio, ma anche dalla spiegazione che Vendola dà del suo flop elettorale. Ovvero quella di non essere stato coperto a sufficienza dai grandi media. Nel complesso siamo di fronte al cupio  dissolvi del popolo di sinistra. Con questa espressione, a partire dagli anni ’80, si è sempre indicato l’elettorato di sinistra in grado di fare massa ben oltre l’adesione militante ai partiti progressisti. Questo genere di tipologia di popolazione, comunque numericamente in regressione, è invece oggi servito, come materia grezza per un processo di costruzione autoritaria del consenso, in forma democratica, grazie a nuovi dispositivi spettacolari, stranianti e cognitivamente regressivi.

Viste le politiche che ha in previsione il Pd una volta al potere, e che sono quasi sconosciute ai suoi follower, non  scherziamo affatto quindi quando diciamo che, chi vota le primarie, consapevole o no, è socialmente pericoloso.  Perchè trasferisce potere, secondo un complesso dispositivo non democratico, ai candidati di un partito che non ha prospettive di futuro. Bersani  ha parlato di primarie come di una festa. Bene, chi vuol fare politica deve uscire dall’autoreferenzialità e, politicamente parlando, si deve organizzare per fare la festa a questa gente. Disgregando una subcultura di centrosinistra che è uno dei fattori chiave del grave declino, dell’impoverimento materiale e cognitivo di questo paese.

Nique la police
Fonte: http://www.senzasoste.it
Link: http://www.senzasoste.it/nazionale/primarie-sempre-meno-votanti-nonostante-l-iniezione-fatale-di-realta-aumentata
26.11.201

REPLICA
“5 candidati, ballottaggi. Se non è democrazia questa … votano pure quelli degli altri partiti. Ovviamente il fatto di utilizzare metodi democratici non garantisce nulla sulla qualità del progetto politico visto che anche il nazismo arrivò al potere per via democratica. Non me la sento quindi di criticare queste primarie se non per il fatto di essere addirittura pletoriche. Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Se no poi ti ritrovi le primarie con opzione call del centrodestra … E il problema dell’appiattimento sull’agenda dello sceriffo di Nottingham è un problema globale che travalica i confini italiani e come tale va visto. Diciamo allora che abbiamo partiti al gusto di sinistra e partiti al gusto di destra buoni per soddisfare i palati meno esigenti ma che difficilmente potranno avere ingredienti differenti dall’agenda di cui sopra”.

Bersani o Renzi? Ma anche no!

I DISPERATI – Senza Soste

“Il grandissimo Elias Canetti [uno che cita Canetti per parlare di Renzi e Bersani è già indiscutibilmente un grande, NdR] parlava della disperazione come dell’unica forma disinteressata di esistenza. Insomma, un sentimento così profondo da superare, in importanza, l’interesse e il potere. Si trattava di un modo di esistenzializzare la disperazione. Come se fosse esclusivamente legata alla viva percezione della mortalità e al deperimento, alla caducità del senso del proprio agire. Nell’Italia della politica istituzionale la disperazione è invece legata al mantenimento, ad ogni costo, di ciò che si pensa essere interesse e potere. Persino a prescindere dal fatto che, una volta portato a compimento un piano, interesse e potere ci siano davvero. La disperazione rappresenta così i tratti complessivi di una antropologia del declino della ragione strumentale della politica mainstream, sedimentatasi nell’Italia dell’ultimo trentennio, quella dove le forme di soggettivazione si riproducono solo in tattiche di potere senza visione e senza uscita. Infatti, come non definire un disperato Mario Monti che parla di uscita dalla crisi entro pochi mesi?

Le revisioni delle stime del Fmi sull’Italia, che si presume conosca, proiettano al ribasso sia la recessione del 2012 che quella del 2013. Non solo: almeno due fattori globali, il rallentamento della “crescita” cinese (ai tassi più bassi dall’inizio degli anni ’90) e il fiscal cliff americano (la fine delle agevolazioni fiscali alla “crescita”, pari al 4% del Pil, entro il 2012) fanno capire che, a differenza di altri periodi anche recenti, la stagnazione non è solo italiana ma riguarda le locomotive economiche globali. Inoltre lo stato delle banche europee, se si segue la recente inchiesta del Wall Street Journal, è persino peggiore di quelle americane. I titoli tossici, spazzatura, inesigibili, speculativi affollano disordinatamente i portafogli delle banche del continente, se si sta all’inchiesta del WSJ, maggiormente rispetto a quelli delle consorelle americane. Dove siano le condizioni strutturali della ripresa, specie quando la governance continentale delle banche resterà ufficialmente in pieno caos per tutto il 2013 (come da compromesso recente nel vertice eurozona), lo sa solo Monti.

Ma in fondo lo sappiamo anche noi: le ragioni della ripresa stanno nella propaganda della disperazione. Di quel genere di disperazione di chi sa che ha un ruolo solo reiterando all’estremo l’unica politica che conosce. Mario Monti è l’Heinrich Brüning dei nostri tempi: similmente al cancelliere del Reich dal ’30 al ’32 attua una politica di tagli di bilancio e di deflazione salariale a prescindere dalla dinamica centrifuga che queste politiche provocano nel cuore della società. Brüning, a capo di un governo di centristi appoggiato dalla sinistra “responsabile”, sfuggì a stento da Hitler, il prodotto sociale maturo di quella stagione di austerità e rigore da lui promossa. Vedremo cosa accadrà a Mario Monti. [qualcuno potrebbe insinuare che Monti sia stato messo al potere proprio per generare quel tipo di clima – Monti è troppo intelligente per fare tutto questo in buona fede, NdR].

Comportamento simile lo troviamo in altri due disperati della politica italiana: Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. Il primo ha sostenuto, nelle scorse settimane, con la copertura della discrezione di Repubblica e Unità, uno dei più robusti e silenziosi, almeno a livello di opinione pubblica, tentativi di salvataggio di banche tossiche della storia d’Italia. Stiamo parlando di una iniezione di liquidità superiore ai tagli delle pensioni della recente riforma Fornero a favore di uno dei feudi piddini: il Monte dei Paschi.  Allo stesso tempo, a differenza della Gran Bretagna (che è IL paese liberista) la decisiva immissione di liquidità non ha comportato che la banca passasse sotto controllo pubblico. Insomma, la società italiana ha compiuto uno sforzo immenso per pagare le avventure di MPS, e di riflesso del Pd, nel mondo della speculazione finanziaria.  Di fatto ha dovuto pagare anche il disastro MPS dell’acquisizione di Antonveneta (costata 9 miliardi), ma il controllo del Monte, a differenza di quanto accaduto in Gran Bretagna per casi analoghi, resta privato. Nonostante questo Moody’s ha declassato nei giorni scorsi i titoli MPS a spazzatura. Un’operazione da serio, serissimo dibattito politico. Lusi, Penati e lo scandalo Enac, di un altro collaboratore stretto di Bersani, rispetto a quanto è costato alla società italiana  MPS, e a fondo perduto, a confronto sono questioni da ricettazione di un camion trafugato pieno di salumi.

Non fosse che i titoli dei giornali di area centrosinistra sono tutti sulle regole delle primarie. E nel frattempo, con la defiscalizzazione dei crediti inesigibili delle banche (crediti inesigibili dove, già indirettamente, ci sono molte avventure di borsa) la società italiana paga un’altra cifra pari alla riforma Fornero. Già, e in questo scenario che ti tira fuori Bersani? La polemica con Renzi per le cene elettorali organizzate da un finanziere. Perché qui siamo su un altro piano di realtà: il campo di forza della creazione di consenso. E in quel campo di forza tornano utili, per vincere alle primarie, i servizi di Repubblica, ad uso dell’elettorato di centrosinistra quindi sterilizzati dalla realtà, su Occupy come il malcontento nei confronti dell’austerità genere Ballarò o Piazzapulita. Ecco quindi che, per estrarre il consenso necessario, Bersani il timoniere politico del crack MPS, già nella sala di comando ai tempi dell’operazione BNL-Unipol (quella della telefonata Fassino-Consorte “abbiamo una banca”), fautore della rapacità delle multiutility sui territori attacca Renzi perchè fa le cene promozionali con i finanzieri proprietari di società off-shore. Quando si dice la disperazione di Bersani: per vincere le primarie usando il tema delle banche bisogna tentare di tenere separato il campo della polemica da quello della realtà. Ridurre la questione a comportamenti che fanno effetto sugli spettatori di un televoto, dove si votano i personaggi meglio riusciti, e far evaporare il resto. Quello che paghiamo noi, tutti i giorni.

Su Renzi, il cui programma politico esporrebbe il paese ad una fine simile a quella dell’Argentina sotto Domingo Cavallo, bisogna dire che i tratti antropologici della disperazione del potere italiano sono di una particolare profondità che si agita  giusto sotto la superficie del non detto. La disperazione di Renzi, e di chi lo segue, che traspare da interviste sempre meno lucide, è quella di un potere anni ’90, blairiano che non ha mai avuto cittadinanza in Italia e che percepisce nervosamente di non avere futuro, qualsiasi sia l’esito delle primarie, viste le ristrutturazioni politiche ed economiche che abbiamo di fronte.

E qui, sotto le affermazioni renziane di disprezzo del fascismo e di desiderio di una vera democrazia, vediamo agitarsi dei tratti di disperazione che appartengono alle stagioni originarie delle squadracce fiorentine che riunivano futuristi e reduci della prima guerra mondiale. Basta guardare il pubblico di Renzi in sala e sentire le loro interviste, a volte ben fatte: l’adrenalina sale quando si parla di “decisione”, concetto sulla cui appartenenza a destra ci sono pochi dubbi in antropologia politica specie se, come qui, declinato con la consapevolezza di mandare a mare pezzi interi di società dopo un processo decisionale. L’eccitazione raggiunge l’acme nel modo con cui, Renzi dal palco e i fan nelle interviste, si coniuga il concetto di “merito”: come cavallo di Troia per farne passare uno nuovo di gerarchia.

Molto simile a quello espresso nella propaganda aziendale più autoritaria. Possiamo dirlo senza problemi: nel tentativo ansioso di riproporre schemi blairiani, applicabili fuori tempo massimo, alla società italiana il renzismo rielabora, nella forma della democrazia delle primarie, i trattici archetipici presenti nel fascismo della squadraccia della “Disperata” di Firenze: disprezzo per il lento sedimentarsi della vita sociale, selezione gerarchica degli appartenenti, mistica futuristica verso il nuovo. Allora quella tipologia comportamentale si nutriva del pensiero, comunque originale, di Marinetti. Oggi la sua sottile riedizione passa attraverso un pensiero importato e rimasticato, espresso da uno slang spaghetti marketing della politica pure cognitivamente povero. Renzi della squadraccia fiorentina ha rielaborato la disperazione politica ma non la sinistra originalità: il brand più importante di un raduno alla Leopolda era di Apple, gli slogan sono vintage fine anni ’90, l’organizzazione potrebbe indifferentemente essere applicata per una raccolta fondi fatta di titoli tossici o per il casting di un reality. L’immaginario della camicia, reiterato da Renzi con un bianco troppo acceso, rivela poi inavvertitamente l’antico eco della Disperata. In questo senso, il nero, il bruno e questo genere di bianco sono politicamente colori più vicini di quanto si osi pubblicamente dire. E questo in un paese che sembra più vicino all’Italia de Il Conformista di Bertolucci, una nazione apparentemente inerte in mano ad una propaganda ossessiva e a musica banale, che a qualsiasi altro periodo precedente.

[…].

Non guardiamo i dettagli, come lo spessore anonimo dei personaggi in scena o la formale fedeltà alla democrazia, piuttosto cerchiamo di capire quanto, e come, questo passato oscuro riesce a tornare sulla scena. In questo senso i briefing per la stampa dopo i vertici a Bruxelles, le conferenze della politica indoor fatti ad uso delle telecamere, i rapidi commenti a cascata su twitter su questi eventi, i blog dei giornalisti tipo “non ci sono alternative al rigore” che si richiamano a vicenda, la stampa intrisa di scandali da furto nella canonica rappresentano qualcosa di diverso dall’esercizio democratico della sfera dell’opinione pubblica. Perché c’è un modo disperato, un tratto antropologico dell’esercizio di questa democrazia che rischia di portarci direttamente frutti, materiali e sociali, prodotti da altri regimi”.

per Senza Soste, nique la police

21 ottobre 2012
http://senzasoste.it/internazionale/i-disperati

Dal caimano al caymanino

Davide Serra io lo conosco bene: una persona di grandissima qualità non solo professionale ma anche personale.
Corrado Passera, ministro dello sviluppo economico di un governo tecnico, imparziale, neutrale e, se proprio proprio, dalla parte dei cittadini comuni (e che bello sviluppo economico nell’Italia di Monti!)

Dal Corriere della Sera: “…Resta però il fatto che la holding proprietaria del gruppo di Serra, la Algebris Investments (Cayman) Ltd, sia stata costituita a suo tempo nelle Cayman Islands, riconosciuto e intoccabile paradiso fiscale. Luogo che non spicca per trasparenza… … Dalla holding delle Cayman sono stati versati nel 2011 alla società londinese di Serra (dati di bilancio) 6,94 milioni di sterline di commissioni. Nel 2010 erano 9,68 milioni. …”

Commento di Gaetano, lettore di Repubblica: “Va a pranzare ad Arcore, non si sa chi partecipa, di che parlano: e che c’è di male, sono andato a pranzo mica a cena. Non espone alcun simbolo del PD sul camper e nei comizi: e che c’è di male, sanno tutti che il PD è il mio partito. Cambiano lo statuto per lui: coerentemente, dice che le regole non si cambiano! Riunione a porta chiusa con banchieri-finanzieri-manager e frequentatori di paradisi fiscali: e che c’è di male, pecunia non olet! E risponde con stupide battute alla giornalista. Renzi può fare tutto: offendere persone e PD, riunioni segrete con tutti. Gli altri no: subito fa la vittima, invoca la trasparenza per gli altri. Dice che se perde resta a dare una mano a Bersani, se vince manda a casa tutti, compreso Bersani. Un fuoriclasse, non c’è che dire!”

«Oltre alla faccia di Renzi sui camper ci saranno simboli evocativi: sarà una campagna comunicativa rivoluzionaria» assicurano dal suo entourage. La decisione di rinunciare al simbolo del Pd, a meno di un improvviso cambio di rotta per evitare ulteriori attacchi da parte dei compagni di partito, muove da un presupposto: «Le primarie sono di tutto il centrosinistra, non solo del Pd — riflettono i consiglieri per la comunicazione — e quindi non vediamo perché Matteo debba esibire un simbolo che potrebbe allontanare una parte dei suoi potenziali elettori».

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/31-agosto-2012/idea-renzi-niente-pd-camper-2111634610748.shtml

Entra Renzi, esce Berlusconi – il cambio della guardia e la minaccia autoritaria

Aperitivo su Renzi e i poteri forti

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/15/matteo-renzi-giovane-rampante-plastico-pericoloso/

Renzi il neoliberista

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/17/sto-con-marchionne-si-al-nucleare-si-al-tav-io-i-referendum-per-lacqua-non-li-voto-matteo-renzi/

Renzi beniamino della destra

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/26/la-destra-chiede-ai-suoi-di-votare-renzi-alle-primarie-del-pd/

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MATTEO RENZI E I POTERI FORTI INTERNAZIONALI

“Il sindaco non parte da zero, come dimostra anche la genesi dell’incontro americano, nato dai contatti fra Giuliano da Empoli, l’architetto del programma elettorale renziano, e Matt Browne, già direttore del Policy Network — think tank fondato da Tony Blair, Gerhard Schroeder, Goran Persson e Giuliano Amato — che oggi è nel Center for American Progress, il pensatoio fondato da John Podesta. Ma il sindaco fra i suoi rapporti politici in America, oltre ai Dem tipo Kerry Kennedy, può contare anche su relazioni trasversali, grazie anche alla vicinanza di Marco Carrai, che cura la raccolta fondi di Renzi, a Michael Ledeen, animatore del think tank repubblicano American Enterprise Institute”.

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/6-settembre-2012/quella-rete-americana-asse-clinton-blair-2111718004332.shtml

Chi è Michael Ledeen?

Il miglior programma in assoluto di educazione alla democrazia si chiama “Esercito degli Stati Uniti”.

Michael Ledeen, American Enterprise Institute for Public Policy Research (AEI)

La stabilità è una missione indegna per l’America, ed anche un concetto fuorviante. Non vogliamo la stabilità in Iran, Iraq, Siria, Libano, e perfino nell’Arabia Saudita, vogliamo che le cose cambino. Il vero problema non è se, ma come destabilizzare.

Michael Ledeen, Wall Street Journal, 4 settembre 2002

La potenza formidabile di una società libera dedicata ad una sola missione è qualcosa che [i nostri nemici] non riescono a immaginare … La nostra vittoria inaspettatamente rapida in Afghanistan è il preludio di una guerra molto più vasta, che con tutta probabilità trasformerà il Medio Oriente per una generazione almeno, e ridefinirà la politica di molti paesi più vecchi in tutto il mondo.

Michael Ledeen, «The War against the Terror Masters» New York: St. Martin’s Press, 2002.

Daniele Capezzone, il segretario radicale, è andato a Washington, il 9 marzo scorso, all’American Enterprise Institute, a parlare di “globalizzazione della democrazia”, invitato da Michael Ledeen, definito da Radio Radicale “uno dei maggiori esponenti del pensiero neocon. Peccato che Ledeen è un nome che ricorre nelle memorie di Francesco Pazienza e negli atti della Commissione P2, oltre che nella relazione di minoranza della stessa, quella stesa da Massimo Teodori, ai tempi radicale anch’egli un uomo dei servizi segreti, che l’ammiraglio Fulvio Martini, capo dell’intelligence tricolore, bollò come “persona sgradita” in Italia.

[…].

E’ l’onorevole Giovine a realizzare la migliore sintesi sul personaggio: “Pensiamo al ruolo di Michael Ledeen, che entrava e usciva dal Viminale in quei giorni [quelli del sequestro Moro, ndr]. Michael Ledeen non è uno qualsiasi, ma è forse il più esperto, non teorico ma pratico, della disinformazione americana. Michael Ledeen peraltro è anche un intellettuale apprezzato: è lui per esempio l’autore dell’intervista a De Felice sul fascismo. All’epoca del caso Moro era uno dei più abili giocatori di poker a Roma. E’ l’uomo che ha congegnato il cosiddetto “Billygate”, cioè che ha incastrato il fratello del presidente Carter con una operazione in Libia di altissima scuola fra i cosiddetti “dirty tricks”. […] Pazienza è un ragazzo di bottega rispetto a Michael Ledeen, e io ho citato solo una delle sue imprese. E poi chi troviamo all’altro capo del telefono quando Craxi parla col presidente Reagan la notte di Sigonella? Michael Ledeen, che traduce per Reagan. Ho citato solo due episodi: Ledeen è un uomo di punta di tutto l’ambiente che grava intorno al generale Alexander Haig, personaggio cruciale dell’ambiente nixoniano, uomo poi caduto sull’affare Iran-Contras, il cui ruolo è centrale. […] Ledeen, ripeto, ha contatti con il giro di Alexander Haig, che è un giro particolare, di una massoneria particolare e di Servizi di un certo tipo, come del resto è noto alle cronache. Michael Ledeen è uomo che il ministro Cossiga fa entrare direttamente nella vicenda Moro: non mi interessano i rabdomanti e la corte dei miracoli, ma che, all’interno di questi vi sono anche gli uomini forti. Michael Ledeen è un uomo forte in questo tipo di azione. E’ mai stato chiesto il suo ruolo? E’ mai stato chiesto a Cossiga perché si è rivolto a Michael Ledeen? Perché lo ha mandato, con quale scopo? Scusatemi questa valutazione politica, ma altri come lui possono essere stati coinvolti da Cossiga, di cui neanche sappiamo i nomi” [Atti della commissione stragi, 38/1998].

Ledeen appare anche nelle motivazioni della sentenza su Ustica. Vale la pena di riportare il passo in questione, è un ulteriore bel ritratto: “Veniva anche trasmesso un carteggio concernente Mike Ledeen, relativo alla richiesta di pagamento di onorario per 30.000 dollari da lui avanzata al nostro Governo. L’onorario richiesto risaliva ad un incarico ricevuto nel 1978 dall’allora Ministro dell’Interno prima che questi lasciasse il dicastero, pertanto prima o durante il sequestro dell’onorevole Aldo Moro. L’incarico era relativo ad uno studio sul “terrorismo”. Sul punto non possono non richiamarsi le affermazioni del prefetto D’Amato rese alla Commissione P2, in cui riferendosi a Ledeen precisa che “era stato addirittura collaboratore dei Servizi italiani, perché aveva tenuto, insieme a due ex elementi della CIA, dei corsi dopo il caso Moro” (v. audizione Federico Umberto D’Amato, Commissione P2, 29.10.82

http://www.carmillaonline.com/archives/2004/05/000789print.html

Tutta la documentazione disponibile relativa alle operazioni dei servizi segreti italiani, americani ed israeliani che hanno coinvolto Ledeen  – 11 settembre 2001, fantomatiche armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, Iran-Contra, Stategia della Tensione, attentato a Giovanni Paolo II e molto altro – la potete trovare qui:

http://www.historycommons.org/entity.jsp?entity=michael_ledeen

“Una presentazione di Ledeen che cerca di diversificare a tutti i costi il fascismo dal nazismo facendo perdere di vista i temi del volume”

http://www.sissco.it/index.php?id=1293&tx_wfqbe_pi1[idrecensione]=2500

Qual è la natura della contiguità tra Matteo Renzi e Michael Ledeen, ultraconservatore, ultrasionista, islamofobo da sempre in favore della destabilizzazione del Medio Oriente?

Perché un politico che aspira a guidare il maggior partito di “sinistra” in Italia ed un eventuale governo dovrebbe essere associato ad un neocon guerrafondaio con il suo passato a dir poco ambiguo tra terrorismo e servizi segreti?

MATTEO RENZI E I POTERI FORTI NOSTRANI

Anche se Renzi negli anni si è sempre più laicizzato, è sempre Carrai a tessere relazioni con il mondo cattolico, in modo trasversale alle congregazioni delle fede e quindi mantenendo buoni rapporti sia con Comunione e Liberazione che con l´Opus Dei.

Il manager toscano vanta conoscenze importanti non solo tra le élite italiane. È sempre lui ad aver messo in contatto Renzi con l’ex primo ministro britannico laburista Tony Blair e con Michael Ledeen, animatore del think tank repubblicano American Enterprise Institute.

[…]

Il giornalista del Corriere Fiorentino David Allegranti, nel suo libro “Matteo Renzi. Il rottamatore del Pd” (Editore Vallecchi 2011), lo ha definito il “Gianni Letta” del primo cittadino di Firenze. E quindi forse, come per Berlusconi, se non ci fosse Carrai, non ci sarebbe Renzi. Anche se quasi nessuno lo sa.

http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=31213&id_sezione=

“…in questa fase pre-elettorale e pre-discesa in campo sono soprattutto gli ultimi due – De Siervo e Da Empoli – ad avere avuto un ruolo importante nella formazione della squadra, del programma e dell’organizzazione della campagna del sindaco di Firenze.

Luigi De Siervo, 43 anni, fiorentino, figlio dell’ex presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo, ex consulente a Firenze dello studio dell’avvocato David Mills [“Consulente della Fininvest per la finanza estera inglese, è stato condannato in primo e secondo grado per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi nei processi Arces (tangenti alla Guardia di Finanza) e Al Iberian – fonte: wikipedia].

De Siervo, tra le altre cose…è stato scelto ancora una volta dal sindaco per allestire i contenuti e gli elementi scenici del suo primo e itinerante Big Bang nazionale

Accanto a De Siervo, poi, sul lato dei contenuti, la persona da tenere bene a mente si chiama Giuliano Da Empoli. Da Empoli – 39 anni, scrittore, saggista e figlio di Antonio Da Empoli, ex consigliere economico di Bettino Craxi – nel 2009 è stato scelto da Renzi come assessore alla Cultura del Comune di Firenze e dopo due anni e mezzo di esperienza in giunta su richiesta del sindaco ha cambiato più o meno mestiere e si è messo alla guida di quel piccolo think tank che dallo scorso ottobre elabora e rielabora a getto continuo i contenuti del programma del sindaco.

I contributors di Renzi (ce ne sono di curiosi e interessanti, non solo Pietro Ichino e Alessandro Baricco, ma, per dire, anche Oscar Farinetti, inventore di Eataly, e David Serra, numero uno del Hedge Fund italiano più famoso d’Europa, Algebris)…Luigi Zingales (economista neoliberista firmatario insieme con Oscar Giannino anche del documento “Fermare il declino”)

Di Roberto Reggi, ex sindaco di Piacenza ed ex coordinatore dei lettiani del nord e centro Italia, invece si sa che è il responsabile della macchina organizzativa di Renzi mentre si sa meno che è proprio lui la persona che più degli altri in questa fase è stata incaricata di lanciare messaggi positivi ai montiani di tutto il mondo (lunedì mattina, per dire, intervistato a “Omnibus”, Reggi ha ripetuto che in un governo Renzi ci potrebbe stare perfettamente un Mario Monti ministro dell’Economia).

 …il costituzionalista Francesco Clementi, classe 1975, professore di Diritto pubblico comparato alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Perugia… il giurista che materialmente ha scritto una parte importante del programma del Rottamatore: quella legata alla riforma istituzionale di cui Renzi si farà promotore durante la campagna elettorale. Una riforma che punta a rafforzare l’esecutivo proponendo, in nome della “trasparenza e della responsabilità”, un sistema di governo neoparlamentare sul modello del sindaco d’Italia, sul modello delle democrazie anglosassoni e in particolare sul “modello Léon Blum”. Blum, forse qualcuno lo ricorderà, fu lo storico presidente del Consiglio che negli anni Trenta diede il “la” alla riforma della Terza Repubblica francese e che nel 1936 mise nero su bianco nel pamphlet “La Réforme gouvernementale” (tradotto in Italia proprio da Clementi) le linee guida di quella che sarebbe diventata la futura rivoluzione presidenziale francese. “Il presidente del Consiglio – scrive Blum in questo pamphlet di cui il sindaco di Firenze ha letto alcuni estratti – deve essere come un monarca, un monarca a cui furono tracciate in precedenza le linee della sua azione: un monarca temporaneo e permanentemente revocabile, che possiede nonostante ciò, durante il tempo nel quale la fiducia del Parlamento gli dà vita, la totalità del potere esecutivo, unendo e incarnando in sé tutte le forze vive della nazione”.

Cosimo Pacciani, dirigente della Royal Bank of Scotland (la banca dei Rothschild , NdR);

http://www.ilfoglio.it/soloqui/14879

Il non-programma politico di Matteo Renzi

Renzi stesso non lo ha definito un programma, introducendo le 26 pagine che dovrebbero rappresentare il suo manifesto politico, ma che di politico hanno ben poco. A leggere questo documento non si scorge affatto quella novità e quella freschezza, che Renzi sembrava promettere con il suo giovane viso. A leggerlo bene, questo documento porta una serie di formule liberiste che di nuovo hanno ben poco, accanto a qualche slogan e molta ideologia.

[…]

La sua continuità programmatica e politica con il governo Monti poi è impressionante: maggiore integrazione europea (ergo maggiore cessione di sovranità nazionale); dismissione del patrimonio pubblico; riduzione del 20-25% degli investimenti e dei trasferimenti alle imprese; obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche per erogare mutui agli studenti; accelerazione sulle liberalizzazioni; priorità alle manutenzioni e alle piccole e medie opere; attrazione degli investimenti stranieri (Renzi lo sa che sono comunque un debito?); politiche del lavoro incentrate sulla flexsecurity (la precarizzazione del lavoro vista da sinistra); nessun ritocco alla riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero; incentivi alle fonti rinnovabili elettriche; riduzione del numero delle forze di polizia. Infine Renzi si dice completamente a favore del Fiscal Compact, dell’integrazione della vigilanza bancaria europea presso la BCE e dell’aumento di fondi al neo-costituito ESM.

[Su Fiscal Compact e ESM: https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/09/francia-una-nazione-con-la-spina-dorsale/]

http://www.movisol.org/12news193.htm 

Cene, viaggi, fiori, pasticcini La Corte dei Conti indaga su Renzi. Sotto esame i rimborsi del periodo 2005-2009, quando il sindaco di Firenze guidava la Provincia. Gli esborsi riguardano anche 70mila euro per attività di rappresentanza negli Stati Uniti e spese al ristorante per 17mila euro… Nel lungo elenco di ricevute e spese che gli inquirenti stanno verificando ci sono anche le fatture di fioristi, servizi catering, biglietti aerei e società vicine all’attuale sindaco. A cominciare dalla Florence Multimedia che riceve complessivamente 4,5 milioni di euro dall’ente.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/21/renzi-e-spese-allegre-mentre-era-presidente-della-provincia/359496/

La destra chiede ai suoi di votare Renzi alle primarie del PD

Il giovane Silvio

Il “giovane” Matteo

Renzi mi piace. Non vado in casa d’altri a votare alle primarie ma è un gigante nel panorama politico di oggi, una persona giusta per questi tempi. Mi ricorda un po’ Berlusconi, per esempio nell’essere anticonformistaAlle politiche, se non ci fosse Berlusconi, Renzi lo voterei assolutamente – insiste Dell’Utri – Molti del Pdl se non ci fosse Silvio lo voterebbero. Meglio di La Russa e Gasparri? Siamo su un altro pianeta.
Marcello Dell’Utri

Votereste per il candidato prediletto di Giuliano Ferrara? Per il nuovo Berlusconi? Per il politico che consentirà di realizzare il grande inciucio che andrà sotto il nome di Grande Coalizione?
“Nel caso di una grande coalizione il Pd riuscirebbe a restare unito? Se se si dovesse spaccare, chi se non Renzi potrebbe guidare la parte decisa a far parte comunque della coalizione governativa?
http://orsodipietra.wordpress.com/2012/09/17/renzi-non-esclude-la-scissione-del-pd/

Quest’uomo, un prodotto di largo consumo, creato ad hoc per fondere berlusconismo e blairismo e dirottare definitivamente il PD verso la destra, deve perdere. La destra sta già chiedendo al suo elettorato di prendere la tessera del PD e votarlo. E’ evidente che le primarie sono, a questo punto, un suicidio.

Una buona parte dell’elettorato di sinistra è così irrecuperabilmente tonta che manco si accorgerà di essere stata dirottata a destrauna buona parte della destra moderata anti-liberista voterà PD anche alle elezioni, in caso di vittoria di Renzi, senza capire che è il rappresentante della destra radicale neoliberista per il dopo-Monti

Giuliano Ferrara (sul Giornale) spiega perché Renzi può vincere le primarie solo se la destra va in massa a votare per lui, regalando così definitivamente lo scatolone del PD alla destra neoliberista:

Perché Matteo Renzi piace alla pancia della destra, all’elettorato di Berlusconi o a una sua parte ragguardevole? Perché tutti si aspettano, molto al di là del ragionevole, che i berluscones si apprestino a fare la fila in tanti al botteghino delle primarie del Pd, e questo per premiare con la scelta trasversale, il panachage, la star della rottamazione?

[…]

La risposta alla domanda sulla trasversalità di Renzi, che egli stesso da furbone ha evocato alla sua prima uscita ufficiale dicendo che si augura di stanare e sedurre gli elettori della parte avversa, è semplice. Grillo con tutti quei settatori parrucconi della Casaleggio & associati, può essere lo sberleffo, la canagliata elettorale di un momento, un vaffanculo comico e senza particolari conseguenze; Renzi è un carisma politico in erba e insieme l’abbozzo di un programma di governo fondato su un’affinità del profondo con la storia italiana degli ultimi vent’anni. Il candidato non è percepito solo come l’anti-Bersani, quel tizio di sinistra che nel dicembre del 2010 (in piena crisi) si è fatto ricevere ad Arcore dal premier Arcinemico e non se ne è mai pentito, è il brusco rinnovatore che tende a cancellare il confine ideologico otto-novecentesco tra sinistra e destra per introdurre la discriminante della nuova generazione, è quello che sfotte, destabilizza, ridicolizza e delegittima un establishment d’apparato onusto di vecchia gloria ma incapace (secondo lui) di intercettare le novità e il portato di libertà e autonomia che queste novità tecnologiche e di mercato contengono, incapace di alternativa e visione.

C’è molto di berlusconiano in lui, sospetta il militante fazioso e un po’ tonto perduto nello stupidario ideologico «de sinistra». Guardate, dice, le sue manifestazioni, le scenografie, questo gusto people, l’americanata perfino ingenua che veniva rimproverata anche al Cav. delle origini; guardate alla cosiddetta narrazione personale, la politica come sceneggiatura o soap, come cinematica, come fun. Sì, è vero, gli risponde il trasversalista di destra, ma questo non vuol dire necessariamente che il compagno Renzi sia un venduto, forse invece le esigenze rivoluzionarie o rottamatrici impersonate da Berlusconi tanti anni fa e per tanti anni riproposte con il suo stilnovo non erano un’esplosione di cattiveria e di avidità personale ma un fenomeno sociale e politico da comprendere, a parte la personalità e la singolarità irripetibile di ogni leadership carismatica. Renzi non è solo uno scout che si è fatto venire in testa certe idee. Figlio di un democristiano, fiorentino di spirito, ha preparato la corsa facendo una grandissima gavetta e strappando ogni cosa, a cominciare dalla guida della sua città, con scaltra energia, ha anche fegato perché non è da tutti prendere posizione per Marchionne nel paese dei laudatori della lotta di classe e dei nostalgici del socialismo pianificatore o dei moderati e confindustriali concertatori ad ogni costo; e non è da tutti fare lega con Pietro Ichino, riformatore intelligente e per questo inviso agli sbandieratori del lavoro che non c’è e non ci sarà mai finché in fabbrica comandano loro.

Quando dicono che alla sua età, poco sotto la quarantina, non si può partecipare a un Consiglio europeo e parlare con Angela Merkel, viene da sorridere. Certo è che deve irrobustire il suo staff, completare il quadro delle competenze. E magari deve perdere, mettere la pietra di inciampo e dello scandalo là dove deve stare, e aspettare un turno. Chissà. Quel che è sicuro è che Renzi, senza dover piacere specialmente, è nella sua eruttività la dimostrazione geologica del fatto che questi vent’anni dalla fine del muro di berlino non sono passati inutilmente”.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/837821.html

David Cameron

Negli ultimi venti anni alle elezioni nazionali non ho mai votato a sinistra, non per un pregiudizio ideologico o antropologico e nemmeno perché sentissi di appartenere a un qualche altro “popolo”, ma semplicemente perché, nella pochezza dell’offerta politica che via via mi si presentava davanti, da liberale ho sempre ritenuto che l’altra parte fosse meno peggio. Di fronte alla deriva integralista e confessionale del Pdl, alla sua ormai conclamata incapacità di divenire un vero e proprio partito con dinamiche democratiche al suo interno (per assumere la fisionomia di un’aggregazione tra bande), e al definitivo tradimento della promessa liberale e dopo il fallimento dell’esperienza finiana, che per un breve periodo mi aveva fatto sperare che qualcosa di più somigliante a una destra liberale potesse emergere anche in Italia, per la prima volta nella mia vita mi sono detta che ormai nemmeno il criterio del “meno peggio” avrebbe potuto di nuovo indurmi a votare.

Oggi, osservando da cittadina delusa e sconsolata il panorama politico, scorgo una sola esperienza che mette insieme il tentativo di un rinnovamento radicale (perché l’Italia in questo momento ha bisogno di radicalità) con la diretta assunzione di responsabilità da parte di chi quel tentativo vuole incarnare, quella che ha preso forma attorno alla figura di Matteo Renzi. Guardo con interesse anche al fervere di iniziative (Fermare il declino, Zero+, Italia Futura) all’interno del centrodestra, anche se una certa diffidenza verso certe rigidità del modo di interpretare il pensiero liberale, in un momento in cui non si può non essere consapevoli che a pagare questa crisi e certamente anche gli sforzi per uscirne saranno gli individui più deboli, mi porta a confidare maggiormente nella via più blairiana alla riforma liberale sposata dal sindaco di Firenze. Ma al di là di questo, ad oggi nella nebulosa non pidiellina del centrodestra è evidente che manca una guida, manca qualcuno che assuma su di sé la responsabilità di un progetto, e senza un leader ritengo non si possa andare molto lontani.

Per questi motivi ho deciso che voterò alle primarie della sinistra dando la mia preferenza a Matteo Renzi. E lo farò anche se dovrò recarmi in qualche sezione di partito per iscrivermi in qualche albo, magari con la minaccia di avere la posta inondata da spam che mi informa di ogni minima iniziativa del Pd, di Sel o altro da qui ai prossimi decenni. Naturalmente, se alla fine Renzi risulterà vincitore, alle prossime elezioni voterò per il Pd; se i vincitori saranno Bersani o Vendola me ne guarderò bene. Perché da libera cittadina ho deciso che voglio dare la mia fiducia all’ipotetico Pd di Renzi, altri Pd al momento non m’interessano.

E’ scandaloso tutto ciò? In molti ritengono di sì. Dopo che Renzi ha fatto appello anche ai delusi del centrodestra, nel partito del segretario Bersani già si denuncia l’infiltrazione di elettori che non appartengono al “popolo” di centrosinistra e, dunque, il pericolo che il risultato sia alterato da chi non avrebbe alcun diritto a scegliere il candidato premier di quella parte. Eppure, quel diritto io ritengo di possederlo. Perché non credo che oggi in politica possano esistere case, popoli, perimetri.  Credo che debbano esistere donne e uomini che si assumono responsabilità e sottopongono la propria idea di società, la propria faccia e il proprio impegno  a cittadini che con la ragione, l’istinto e la passione li valutano, li scelgono o li rifiutano.

Tutto ciò mi appare ancora più vero nella fase attuale, grave, caotica, contrassegnata dalla fortissima diffidenza dei cittadini verso la politica (uomini e istituzioni). In questa fase, lo sforzo per creare qualcosa di nuovo e di efficace non può non passare per un rimescolamento delle carte, per nuove coalizioni (non di partiti, ma di segmenti della società) che facciano convergere, ad esempio, le forze più produttive, e non assistite, del paese con quanti anche  l’ottusità di una sinistra che non ha mai conosciuto una vera Bad Godesberg ha posto ai margini del sistema.

L’Italia è il mio paese e per il mio paese sono fermamente convinta che una sinistra davvero liberale, che pone accanto alla solidarietà il merito e lo sforzo individuale, che non demonizza la ricchezza e alla rigidità del posto di lavoro contrappone la flessibilità in un contesto di opportunità e un welfare a sostegno dei percorsi individuali, non di categorie privilegiate, sia una sinistra essenziale per fare uscire il nostro sistema politico dalla palude in cui oggi ristagna, una sinistra che può fare bene una volta al governo, una sinistra capace di sfidare seriamente la destra e per questo costringerla a sua volta a trasformarsi [UNA SINISTRA INDISTINGUIBILE DALLA DESTRA, NdR].

Perché, dunque, chi non ha mai votato a sinistra dovrebbe stare a guardare? Io non starò a guardare, voterò alle primarie del centrosinistra e sarò, se la sfida di Renzi andrà a buon fine, una sua convinta elettrice.

di Sofia Ventura

http://www.ilfoglio.it/soloqui/15059

NOTA BENE
Naturalmente chi ama Renzi griderà al complotto: vogliono screditarlo, gli remano contro!
Chi non vuole vedere che il suo programma politico non differisce sostanzialmente da quello del PDL si sigillerà gli occhi.

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