“Renzi uomo del Mossad”: si prepara il ribaltone?

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Monti, Marchionne, Montezemolo, Mussolini – feudalesimo e libertà

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http://www.giornalettismo.com/archives/679613/feudalesimo-e-liberta-il-partito-che-aspettavi/

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Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 27 dicembre 2012

I movimenti fascisti hanno sempre rappresentato un estremismo di centro.

Seymour Lipset, sociologo statunitense, “Political Man”, 1959

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale.

Benito Mussolini, cf. Sternhell, “Nascita dell’ideologia fascista”, 2008, p. 315.

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. […] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato da Renée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps.

Thomas L. Friedman, “A Manifesto for the Fast World”, New York Times, 28 marzo 1999

Io sono liberale nel senso economico del termine…Il termine americano “liberale” significa qualcuno che pensa che si dovrebbe permettere a tutti di svilupparsi a proprio piacimento e fare quel che gli pare.

Lee Kuan Yew, ex despota di Singapore

[Il liberismo] si fonda sull’idea che solo una ristretta cerchia di eletti meritino le opportunità offerte dall’individualismo e che la società esiste idealmente allo scopo di consentir loro di sviluppare al meglio le proprie potenzialità e di farsi valere impunemente, tipicamente ma non esclusivamente a spese degli altri.

George Kateb, “On liberty”, 2003, p. 289

Ci dobbiamo chiedere come mai i liberali siano stati in prima fila, assieme alla sinistra, nella lotta per l’abolizione della schiavitù, nella decolonizzazione e nella conquista dei diritti costituzionali (liberale era la classe dirigente dell’Italia unificata; liberale era una parte importante della classe dirigente dell’Italia post-fascista), mentre ora i cosiddetti liberali sono in realtà neoliberisti. Si è tanto parlato della cattura cognitiva della sinistra da parte della destra – con il PD che ha ripudiato la sua vocazione social-democratica per abbracciare la sua antitesi, il liberismo – ma non si è parlato abbastanza della morte della destra migliore, quella liberale appunto, pugnalata alle spalle dai neoliberisti, che poi ne hanno assunto machiavellicamente l’identità.

In linea generale, la differenza tra anarchismo di destra (libertarismo/liberismo/neoliberismo) e liberalismo consiste in questo: (a) il liberista privilegia la propria libertà a spese di quella altrui, mentre il liberale è attento alle libertà di tutti ed alla loro attuazione concreta; (b) il neoliberismo avversa l’intervento statale nell’economia e favorisce la difesa dei rapporti gerarchici nella natura e nella società, mentre il liberalismo approva l’intervento statale nell’economia al fine di consentire ad un crescente numero di cittadini di porre in essere i propri progetti di vita, nella prospettiva della loro emancipazione – per quel che è lecito attendersi – dall’assistenza delle istituzioni.

La loro visione del mondo non ha nulla ha che vedere con un genuino liberalismo. Infatti, storicamente, come ha sottolineato il filosofo politico Samuel Freeman (cf. Illiberal Libertarians. Why Libertarianism is not a liberal view, in Philosophy and Public Affairs, 30(2), pp. 105-151, 2002), il liberalismo è emerso in contrapposizione al libertarismo, che invece condivide molti attributi della “dottrina del potere politico privato alla base del feudalesimo”. Come il feudalesimo, il libertarismo si appoggia a “un reticolo di contratti privati” e si oppone all’idea liberale che “il potere politico è un potere pubblico, esercitato con imparzialità per il bene comune”.

Per questo il libertarismo tende al populismo ed all’autoritarismo: è la pretesa del forte di stabilire autonomamente le proprie regole (tirannia privata) e di convincere il maggior numero possibile di persone che queste regole vanno a vantaggio di tutti, ossia che il suo volere beneficerà, indirettamente, la collettività.

In pratica il liberismo è una difesa filosofica e politica dell’egoismo, mentre il liberalismo è una difesa filosofica e politica dell’autonomia all’interno di una comunità. Il liberismo è secessionista, il liberalismo è autonomista. Il liberismo è anti-universalista ed anti-comunitario, privilegiando l’interesse privato (privatismo, monopolismo), il liberalismo privilegia l’interesse generale (individualità democratica).

In sintesi, il neoliberismo è un’ideologia neo-feudale, è un feudalesimo aggiornato, adattato all’era del capitalismo globalistaNon della servitù della gleba si avvale, ma della servitù del debito “sovrano” (N.B. neolingua orwelliana).

Ogni diritto ha un costo ed ogni libertà richiede un vigoroso intervento statale che la sancisca e la protegga.

L’intervento statale contemplato dai neoliberisti è di tutt’altro genere. Tanto ostili al gigantismo statale, una volta al governo (es. Reagan, Pinochet, Thatcher, Cameron) sono quasi sempre riusciti a far crescere lo stato nei seguenti settori:

– difesa;

– forze dell’ordine;

– apparato tecno-burocratico.

Guarda caso proprio quei settori che servono ai pochi per difendere i propri immeritati privilegi dai molti.

Un articolo del Giornale – quotidiano allineato alla dottrina neoliberista – fa luce sulla questione:

“Si può dire che il liberalismo sia quell’ideologia che, avendo come radice la libertà stessa, si presta meno di qualsiasi altra ad essere codificata in un’unica formulazione? Considerazione, questa, pressoché banale, che però non sembra essere condivisa dal curatore e da alcuni collaboratori dell’ultimo numero della rivista Paradoxa, che porta come titolo “Liberali davvero!” Secondo costoro, in modo particolare, Gianfranco Pasquino, Salvatore Veca e Francesca Rigotti, una parte dell’esiguo mondo del liberalismo italiano sarebbe popolata da «sedicenti liberali» che avrebbero fornito in questi ultimi anni – sull’onda del berlusconismo – un’interpretazione molto distorta dell’idea liberale. Le colpe dei «sedicenti liberali» – ricorrono alla rinfusa i nomi di Piero Ostellino, Angelo Panebianco, Dino Cofrancesco, Giuliano Ferrara, Giuseppe Bedeschi, Marcello Pera e altri – sono quelle di aver avallato la credenza secondo cui il liberalismo va inteso come una concezione estremista della libertà tendente a relegare in un angolo lo Stato, tanto da sconfinare non solo nel liberismo, ma addirittura nellanarchismo (troppa grazia!). A tale inclinazione permissivista, che in sostanza decreterebbe la libertà come assenza di regole, farebbero da contrappeso taluni provvedimenti legislativi di grave limitazione della libertà individuale, ad esempio nel campo bioetico.

Ai «sedicenti liberali», il curatore e gli autori di Paradoxa contrappongono quello che ritengono il vero liberalismo, riconducibile al costituzionalismo, concepito come limitazione, separazione e bilanciamento dei poteri. All’interno di questa prospettiva, volta a collocare la libertà in un quadro normativo molto preciso (si può dire angusto?), viene assegnato al potere politico un ruolo primario, che non sembra però contemplare quei princìpi formulati dal padre del liberalismo, John Locke, per il quale, prima di tutto, vanno affermati i diritti individuali; diritti, a cominciare da quello di proprietà e di libero scambio, che lo Stato ha il dovere di difendere, non essendo, di per sé, produttore di diritto. Linterpretazione del liberalismo come costituzionalismo è sacrosanta. Unilaterale ci pare invece l’esclusione del liberismo dal liberalismo. Ad esempio, considerando la nota polemica fra Croce ed Einaudi, dove quest’ultimo aveva rivendicato la libertà economica quale condizione imprescindibile della libertà politica, dovremmo concludere per l’esclusione dello stesso Einaudi dal novero del liberalismo!”

È bene precisare che Einaudi era ostile al liberismo (anarchismo oligopolista), infatti, nel 1948, scriveva sul ” Corriere della Sera”: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’ uopo dare all’ uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica…La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica...Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’ esercizio effettivo, pratico, della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all’altro estremo della collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà

Il liberismo ( = mors tua vita mea, il forte schiaccia legittimamente il debole, dispotismo) è, non a caso, la dottrina preferita dagli oligopoli finanziari e dai CEO delle multinazionali.

Il liberalismo, come spiegava Norberto Bobbio, è contrario alla concentrazione dei poteri in mani pubbliche o private, essendo una dottrina politica che aspira a realizzare una piena “garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”.

Gianfranco Pasquino, rispondendo ai critici citati dal Giornale, scrive: “Non capisco perché Cofrancesco e altri ci accusino di anti-berlusconismo, un tema assolutamente marginale nei nostri capitoli. Giusto, invece, lo ribadisco, criticare coloro che non criticano le caratteristiche illiberali del berlusconismo: conflitto di interessi, interpretazione della sovranità popolare, uso strumentale della religione, insistita sfida alla separazione dei poteri, duopolio televisivo… Sappiamo che neppure la democrazia è una perfetta allocatrice di “beni”, ma ha meccanismi, come l’alternanza, e limiti al potere delle maggioranze, proprio come voluti dai liberali classici, che impediscono le degenerazioni possibili nei mercati sregolati. La mia non-condivisione non significa che Cofrancesco non abbia la facoltà di continuare a definirsi liberale e a sentirsi in buona compagnia con coloro che del liberalismo, politico, etico, culturale, fanno un disinvolto uso à la carte. Che è esattamente quello che abbiamo criticato ricevendo astiose repliche, non su quello che abbiamo scritto, ma sulle nostre persone. Quanto di più illiberale, meglio di quasi stalinista, si possa immaginare”.

http://www.novaspes.org/paradoxa/detArticolo.asp?id=470

Troppi fra loro credono che essere antisocialisti sia sufficiente per definirsi liberali. Anche i conservatori e i reazionari sono antisocialisti ma questo non serve loro per comprarsi il biglietto d’ingresso nel giardino del liberalismo politico e del costituzionalismo. Poiché i liberali sanno che «provando» si può anche sbagliare e che la storia impartisce dure repliche, concluderò suggerendo a Ostellino di «provarci» ancora a confutare il liberalismo dei liberali classici da Montesquieu a Kant, da Tocqueville a Mill, magari dopo avere letto anche soltanto gli articoli loro dedicati da Paradoxa”.

Gianfranco Pasquino, Corriere della Sera, 19 aprile 2012

Ora, siete liberi di scegliere di chi fidarvi.

Potete dare più peso al parere di alcuni tra i massimi politologi italiani del nostro tempo [Pasquino, Veca e Rigotti; ma anche Norberto Bobbio], oppure a quello della redazione del Giornale, di Ferrara, Ostellino, Panebianco, Marcello Pera e Silvio Berlusconi (ma anche di Mario Monti e Sergio Marchionne, che si sentono così in sintonia http://www.gadlerner.it/2012/12/21/monti-marchionne-insieme-sono-gia-un-programma-elettorale).

A voi la scelta.

“È liberale il liberismo?” [Con il Patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati]

La destra chiede ai suoi di votare Renzi alle primarie del PD

Il giovane Silvio

Il “giovane” Matteo

Renzi mi piace. Non vado in casa d’altri a votare alle primarie ma è un gigante nel panorama politico di oggi, una persona giusta per questi tempi. Mi ricorda un po’ Berlusconi, per esempio nell’essere anticonformistaAlle politiche, se non ci fosse Berlusconi, Renzi lo voterei assolutamente – insiste Dell’Utri – Molti del Pdl se non ci fosse Silvio lo voterebbero. Meglio di La Russa e Gasparri? Siamo su un altro pianeta.
Marcello Dell’Utri

Votereste per il candidato prediletto di Giuliano Ferrara? Per il nuovo Berlusconi? Per il politico che consentirà di realizzare il grande inciucio che andrà sotto il nome di Grande Coalizione?
“Nel caso di una grande coalizione il Pd riuscirebbe a restare unito? Se se si dovesse spaccare, chi se non Renzi potrebbe guidare la parte decisa a far parte comunque della coalizione governativa?
http://orsodipietra.wordpress.com/2012/09/17/renzi-non-esclude-la-scissione-del-pd/

Quest’uomo, un prodotto di largo consumo, creato ad hoc per fondere berlusconismo e blairismo e dirottare definitivamente il PD verso la destra, deve perdere. La destra sta già chiedendo al suo elettorato di prendere la tessera del PD e votarlo. E’ evidente che le primarie sono, a questo punto, un suicidio.

Una buona parte dell’elettorato di sinistra è così irrecuperabilmente tonta che manco si accorgerà di essere stata dirottata a destrauna buona parte della destra moderata anti-liberista voterà PD anche alle elezioni, in caso di vittoria di Renzi, senza capire che è il rappresentante della destra radicale neoliberista per il dopo-Monti

Giuliano Ferrara (sul Giornale) spiega perché Renzi può vincere le primarie solo se la destra va in massa a votare per lui, regalando così definitivamente lo scatolone del PD alla destra neoliberista:

Perché Matteo Renzi piace alla pancia della destra, all’elettorato di Berlusconi o a una sua parte ragguardevole? Perché tutti si aspettano, molto al di là del ragionevole, che i berluscones si apprestino a fare la fila in tanti al botteghino delle primarie del Pd, e questo per premiare con la scelta trasversale, il panachage, la star della rottamazione?

[…]

La risposta alla domanda sulla trasversalità di Renzi, che egli stesso da furbone ha evocato alla sua prima uscita ufficiale dicendo che si augura di stanare e sedurre gli elettori della parte avversa, è semplice. Grillo con tutti quei settatori parrucconi della Casaleggio & associati, può essere lo sberleffo, la canagliata elettorale di un momento, un vaffanculo comico e senza particolari conseguenze; Renzi è un carisma politico in erba e insieme l’abbozzo di un programma di governo fondato su un’affinità del profondo con la storia italiana degli ultimi vent’anni. Il candidato non è percepito solo come l’anti-Bersani, quel tizio di sinistra che nel dicembre del 2010 (in piena crisi) si è fatto ricevere ad Arcore dal premier Arcinemico e non se ne è mai pentito, è il brusco rinnovatore che tende a cancellare il confine ideologico otto-novecentesco tra sinistra e destra per introdurre la discriminante della nuova generazione, è quello che sfotte, destabilizza, ridicolizza e delegittima un establishment d’apparato onusto di vecchia gloria ma incapace (secondo lui) di intercettare le novità e il portato di libertà e autonomia che queste novità tecnologiche e di mercato contengono, incapace di alternativa e visione.

C’è molto di berlusconiano in lui, sospetta il militante fazioso e un po’ tonto perduto nello stupidario ideologico «de sinistra». Guardate, dice, le sue manifestazioni, le scenografie, questo gusto people, l’americanata perfino ingenua che veniva rimproverata anche al Cav. delle origini; guardate alla cosiddetta narrazione personale, la politica come sceneggiatura o soap, come cinematica, come fun. Sì, è vero, gli risponde il trasversalista di destra, ma questo non vuol dire necessariamente che il compagno Renzi sia un venduto, forse invece le esigenze rivoluzionarie o rottamatrici impersonate da Berlusconi tanti anni fa e per tanti anni riproposte con il suo stilnovo non erano un’esplosione di cattiveria e di avidità personale ma un fenomeno sociale e politico da comprendere, a parte la personalità e la singolarità irripetibile di ogni leadership carismatica. Renzi non è solo uno scout che si è fatto venire in testa certe idee. Figlio di un democristiano, fiorentino di spirito, ha preparato la corsa facendo una grandissima gavetta e strappando ogni cosa, a cominciare dalla guida della sua città, con scaltra energia, ha anche fegato perché non è da tutti prendere posizione per Marchionne nel paese dei laudatori della lotta di classe e dei nostalgici del socialismo pianificatore o dei moderati e confindustriali concertatori ad ogni costo; e non è da tutti fare lega con Pietro Ichino, riformatore intelligente e per questo inviso agli sbandieratori del lavoro che non c’è e non ci sarà mai finché in fabbrica comandano loro.

Quando dicono che alla sua età, poco sotto la quarantina, non si può partecipare a un Consiglio europeo e parlare con Angela Merkel, viene da sorridere. Certo è che deve irrobustire il suo staff, completare il quadro delle competenze. E magari deve perdere, mettere la pietra di inciampo e dello scandalo là dove deve stare, e aspettare un turno. Chissà. Quel che è sicuro è che Renzi, senza dover piacere specialmente, è nella sua eruttività la dimostrazione geologica del fatto che questi vent’anni dalla fine del muro di berlino non sono passati inutilmente”.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/837821.html

David Cameron

Negli ultimi venti anni alle elezioni nazionali non ho mai votato a sinistra, non per un pregiudizio ideologico o antropologico e nemmeno perché sentissi di appartenere a un qualche altro “popolo”, ma semplicemente perché, nella pochezza dell’offerta politica che via via mi si presentava davanti, da liberale ho sempre ritenuto che l’altra parte fosse meno peggio. Di fronte alla deriva integralista e confessionale del Pdl, alla sua ormai conclamata incapacità di divenire un vero e proprio partito con dinamiche democratiche al suo interno (per assumere la fisionomia di un’aggregazione tra bande), e al definitivo tradimento della promessa liberale e dopo il fallimento dell’esperienza finiana, che per un breve periodo mi aveva fatto sperare che qualcosa di più somigliante a una destra liberale potesse emergere anche in Italia, per la prima volta nella mia vita mi sono detta che ormai nemmeno il criterio del “meno peggio” avrebbe potuto di nuovo indurmi a votare.

Oggi, osservando da cittadina delusa e sconsolata il panorama politico, scorgo una sola esperienza che mette insieme il tentativo di un rinnovamento radicale (perché l’Italia in questo momento ha bisogno di radicalità) con la diretta assunzione di responsabilità da parte di chi quel tentativo vuole incarnare, quella che ha preso forma attorno alla figura di Matteo Renzi. Guardo con interesse anche al fervere di iniziative (Fermare il declino, Zero+, Italia Futura) all’interno del centrodestra, anche se una certa diffidenza verso certe rigidità del modo di interpretare il pensiero liberale, in un momento in cui non si può non essere consapevoli che a pagare questa crisi e certamente anche gli sforzi per uscirne saranno gli individui più deboli, mi porta a confidare maggiormente nella via più blairiana alla riforma liberale sposata dal sindaco di Firenze. Ma al di là di questo, ad oggi nella nebulosa non pidiellina del centrodestra è evidente che manca una guida, manca qualcuno che assuma su di sé la responsabilità di un progetto, e senza un leader ritengo non si possa andare molto lontani.

Per questi motivi ho deciso che voterò alle primarie della sinistra dando la mia preferenza a Matteo Renzi. E lo farò anche se dovrò recarmi in qualche sezione di partito per iscrivermi in qualche albo, magari con la minaccia di avere la posta inondata da spam che mi informa di ogni minima iniziativa del Pd, di Sel o altro da qui ai prossimi decenni. Naturalmente, se alla fine Renzi risulterà vincitore, alle prossime elezioni voterò per il Pd; se i vincitori saranno Bersani o Vendola me ne guarderò bene. Perché da libera cittadina ho deciso che voglio dare la mia fiducia all’ipotetico Pd di Renzi, altri Pd al momento non m’interessano.

E’ scandaloso tutto ciò? In molti ritengono di sì. Dopo che Renzi ha fatto appello anche ai delusi del centrodestra, nel partito del segretario Bersani già si denuncia l’infiltrazione di elettori che non appartengono al “popolo” di centrosinistra e, dunque, il pericolo che il risultato sia alterato da chi non avrebbe alcun diritto a scegliere il candidato premier di quella parte. Eppure, quel diritto io ritengo di possederlo. Perché non credo che oggi in politica possano esistere case, popoli, perimetri.  Credo che debbano esistere donne e uomini che si assumono responsabilità e sottopongono la propria idea di società, la propria faccia e il proprio impegno  a cittadini che con la ragione, l’istinto e la passione li valutano, li scelgono o li rifiutano.

Tutto ciò mi appare ancora più vero nella fase attuale, grave, caotica, contrassegnata dalla fortissima diffidenza dei cittadini verso la politica (uomini e istituzioni). In questa fase, lo sforzo per creare qualcosa di nuovo e di efficace non può non passare per un rimescolamento delle carte, per nuove coalizioni (non di partiti, ma di segmenti della società) che facciano convergere, ad esempio, le forze più produttive, e non assistite, del paese con quanti anche  l’ottusità di una sinistra che non ha mai conosciuto una vera Bad Godesberg ha posto ai margini del sistema.

L’Italia è il mio paese e per il mio paese sono fermamente convinta che una sinistra davvero liberale, che pone accanto alla solidarietà il merito e lo sforzo individuale, che non demonizza la ricchezza e alla rigidità del posto di lavoro contrappone la flessibilità in un contesto di opportunità e un welfare a sostegno dei percorsi individuali, non di categorie privilegiate, sia una sinistra essenziale per fare uscire il nostro sistema politico dalla palude in cui oggi ristagna, una sinistra che può fare bene una volta al governo, una sinistra capace di sfidare seriamente la destra e per questo costringerla a sua volta a trasformarsi [UNA SINISTRA INDISTINGUIBILE DALLA DESTRA, NdR].

Perché, dunque, chi non ha mai votato a sinistra dovrebbe stare a guardare? Io non starò a guardare, voterò alle primarie del centrosinistra e sarò, se la sfida di Renzi andrà a buon fine, una sua convinta elettrice.

di Sofia Ventura

http://www.ilfoglio.it/soloqui/15059

NOTA BENE
Naturalmente chi ama Renzi griderà al complotto: vogliono screditarlo, gli remano contro!
Chi non vuole vedere che il suo programma politico non differisce sostanzialmente da quello del PDL si sigillerà gli occhi.

Tutte le doti del grande giornalismo in una raffinata cornice

 

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