La “nuova” autonomia e un limitatore di velocità da disinserire al più presto

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[…]

La riforma dello statuto delle due province resta un grande test di maturità per le popolazioni locali, la cartina al tornasole del grado di consapevolezza raggiunto.

  • Ci limiteremo a un restyling?
  • Ripareremo e rinnoveremo un sistema che era adeguato alle esigenze del secolo scorso ma non più a quelle attuali?
  • In altre parole, ci accontenteremo di un sistema che si troverà in una situazione in cui la complessità e il tasso di cambiamento esterni tenderanno ad eccedere la sua capacità di adattamento interna (come occasionalmente succede già ora)?
  • L’intento è quello di preservare surrettiziamente una società gerarchica, del comando e controllo, della metodolatria, della percezione del futuro come un’estensione lineare del presente, dell’autonomia verso l’esterno che si accompagna all’ingerenza, interferenza e dipendenza verso l’interno, nei rapporti coi cittadini?
  • Oppure possiamo anche ragionare sull’opportunità di impiegare l’autonomia per operare una rivoluzione copernicana che faccia emergere cittadini co-creattivi (cooperativi, creativi, protagonisti/leader), in modo tale che il Forum dei 100 sia solo il primo, timido passo di un percorso di maturazione collettiva?

Il resto del testo lo trovate su Medium

T#E a Bolzano

Trentino, Alto Adige, le macroregioni, l’Eurasia

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[…]

L’Italia procederà verosimilmente nella medesima direzione.
Teniamo a mente due cose:
– ancora nel 2011–2012 la riforma regionale francese (legge del 16 gennaio 2015) sembrava remotissima;
la riforma francese è monca: alle maggiori competenze corrisponde un conferimento budgetario ridicolo (per tutte le regioni francesi è pari a quello della singola Catalogna — Les 13 nouvelles régions: des Lander à la française? RFI, 4 gennaio 2016);

Quale può essere il destino del Trentino, in questa prospettiva?
I quotidiani trentini hanno definito “gemellaggio” quello tra il Trentino e lo Sichuan. Ma lo Sichuan ha una popolazione equivalente a quella della Germania e un PIL che si colloca sopra quello della Lombardia e appena sotto quello del Baden-Württemberg.
Temo che i media dello Sichuan abbiano usato altri termini per designare l’accordo.
Più probabilmente nessuno se n’è accorto.

[…]

Nel medio-lungo termine, però, un Trentino che volesse conservare la sua vocazione di ponte tra culture e civiltà dovrebbe impegnarsi a prenderla sul serio — piuttosto che limitarsi a riempirsi la bocca di slogan e propaganda — e agire di conseguenza: una macroregione alpina che congiunga Baviera e pianura lombardo-veneta in un futuro in cui l’inglese si affermerà come lingua franca globale dopo aver assimilato centinaia di mandarinismi, arabismi e ispanismi (The future of language, Washington Post, 24 settembre 2015; Firefly–Serenity: why Chinese?).

Il resto lo potete leggere qui
https://medium.com/@stefano_fait/trentino-alto-adige-le-macroregioni-l-eurasia-644f7065ec45#.aq289jmnw

Proposta per un nuovo rapporto tra cittadini, istituzioni, ricerca scientifica

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Hariprasad Venugopal, Via Lattea dalla spiaggia di Himatangi, Nuova Zelanda


Servono reti di partecipazione deliberativa transnazionali che verifichino i fatti, facciano circolare idee e osservazioni critiche, diffondano le best practice che emergono in ogni angolo del pianeta

Onorevole Francesco Palermo, TRANSEUROPA. Reti di società civile, Rovereto, 21 novembre 2015

a) I cittadini commissionano degli studi specifici tramite una raccolta fondi.
b) I ricercatori presentano delle proposte per ricevere dei fondi da impiegare per approfondire certe questioni in un settore di propria competenza e queste proposte vengono progressivamente integrate da indicazioni da parte dell’opinione pubblica.
c) Ciascun progetto viene presentato al pubblico con un evento di lancio e con la condivisione in rete. Dopo il suo completamento si presentano i risultati ancora una volta con un evento pubblico e in rete.
d) Vengono selezionate delle sedi adibite a luoghi di dibattimento sul modello del débat public.
[…]

Continua su Medium
https://medium.com/@stefano_fait/proposta-per-un-nuovo-rapporto-tra-cittadini-istituzioni-ricerca-scientifica-a371fc62d9ed#.1w5dv6mwg

Apprendisti stregoni macroregionalisti

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In generale sono favorevole alle macroregioni ma…
Nel caso del #Triveneto mi sfugge la logica.
Prima a Roma si lamentano che le autonomie speciali sono troppo centrifughe…
Poi propongono di creare una macroregione con un PIL ben superiore a quello catalano o scozzese (e laziale), composta da una regione leghista in cui si indicono referendum separatisti, una regione ad autonomia speciale, una provincia ad autonomia speciale e una provincia prevalentemente di lingua tedesca sotto tutela austriaca.
mmmmh…cosa potrà mai andare storto?

Per non parlare delle dinamiche interne a un ipotetico Triveneto, che non sarebbero improntate alla concordia e univocità di intenti e metodiche.
Es.

Se l’A31 è la risposta, qual era la domanda?

La Valdastico Nord NON si farà

Come valuta la riforma costituzionale in discussione in questi giorni in parlamento?
Credo che, al di là di ogni possibile perplessità di tipo tecnico, sia prima di tutto anti storica. Nel momento in cui in tutto il mondo si sta procedendo nella direzione di concedere sempre più autonomia e spazio di manovra ai territori, questa riforma va esattamente dall’altra parte. E poi è una riforma che prende il via dagli scandali, ma non si è mai visto nel pensiero politico moderno che scandali come quelli che hanno coinvolto le regioni in Italia abbiano comportato una revisione costituzionale. Le riforme si fanno perché si devono fare, non perché c’è qualche cialtrone che ha rubato.
Perché in Italia non ha mai funzionato il regionalismo?
Perché i processi di decentramento che sono avvenuti nel corso degli anni sono stati innestati su un impianto, quello della Costituzione, che è fortemente centralista. Sono stati decentrati dei poteri ma non si è regionalizzato lo Stato. E, contemporaneamente, non si sono regionalizzati i partiti, che sono i veri detentori del potere politico e che sono rimasti sempre i partiti di Roma — e non per usare un vocabolario veteroleghista — difatti le sedi romane, dal Nazareno a Botteghe Oscure, sono sempre state l’epicentro del potere politico. Non sono mai state create delle classi politiche di autentica espressione regionale, perché la regione è sempre stata considerata la penultima tappa prima di arrivare a Roma, si partiva dal consiglio comunale, si passava da quello provinciale, poi da quello regionale e poi in Parlamento a Roma. Per questo fallisce il regionalismo in Italia, non per colpa di quattro mascalzoni, che fanno solo parte della varietà umana.

Stefano Bruno Galli, professore della facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano, esperto di federalismo e consigliere regionale della Lombardia per la lista Maroni Presidente

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/09/20/leuropa-degli-stati-e-nata-morta-il-futuro-e-delle-macroregioni/27472/

L’umanità deve superare la patologia centralista, se non vuole estinguersi

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Palermo: «A Roma per l’autonomia tira una brutta aria»

Si dice che la riforma del Senato indebolirà ulteriormente l’autonomia. E’ vero?

Senza dubbio. Con meno rappresentanti a Roma e con i poteri rimessi quasi tutti alla Camera il nostro peso specifico finirà per essere bassissimo. Quindi penso che se per questa legislatura le cose dovrebbero andare, tutto sommato, per il verso giusto perché in Parlamento ci siamo e riusciamo a farci sentire, facendo valere la nostra capacità di unirci e la nostra compattezza, dalla prossima legislatura le cose potrebbero andare molto peggio.

Qual è la soluzione?

Difficile a dirsi. Io l’unica strada, come ho detto, la individuo nella nostra capacità di spiegare a cosa serve la nostra autonomia. Ma per arrivarci ci vuole una politica più alta di quella che vediamo quotidianamente e forse oggi potrebbe già essere tardi. Non è una questione di persone, ma di idee. Da troppo tempo la politica è concentrata sul quotidiano: quando va bene si dedica ad amministrare l’esistente, quando va peggio pensa alle campagne elettorali. Invece dovremmo concentrarci sul futuro. Serve una visione politica dell’autonomia e per questo si deve aprire un dibattito che non coinvolga solo le élite ma tutta la comunità.
http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2015/09/28/news/palermo-a-roma-tira-una-brutta-aria-1.12166209

Mentre le masse reclamano sovranità, autodeterminazione, autonomia, decentramento, sussidiarietà ad ogni livello (inclusi il posto di lavoro, la sfera degli affetti, ecc.) la porzione della classe dirigente globale al momento dominante ha in mente ben altro: il centralismo (locale, regionale, nazionale, continentale, globale).
Es. sorveglianza totale + privatizzazioni/brevettabilità dei beni comuni + esplosione della popolazione carceraria + burocrazia fuori controllo + monopoli finanziari-militari, ecc.

Questa è una strategia suicida, nel medio e lungo periodo, per le stesse oligarchie (e per l’ecosfera), perché TUTTI i sistemi accentratori sono fragili, anti-resilienti, entropici.

La Natura NON accentra e la Natura è in circolazione da un pochino più di tempo di noi (qualche miliardata d’anni, miliardo più miliardo meno).
Forse un po’ più di umiltà e un po’ più di disponibilità ad apprendere da chi ha testato le varie opzioni da tempi immemorabili per concludere che il centralismo non funziona potrebbe non guastare, no?

I sistemi resilienti sono meglio attrezzati ad affrontare scenari imprevedibili:

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http://freddofili.it/2015/09/28/corrente-del-golfo-una-fase-di-forte-decadimento/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2015/09/27/il-famigerato-sesto-inverno-si-avvicina-inesorabile/

Qual è il retroterra ideologico del signore dell’Alto Adige, Michl Ebner?

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Su Arno Kompatscher in quanto persona non posso pronunciarmi, giacché come Landeshauptmann non l’ho ancora visto all’opera. Quello che posso dire, però, è che la sua candidatura è stata favorita dal quotidiano Dolomiten, e dunque della famiglia Ebner. E qui siamo proprio nuovamente davanti a uno di quei nodi del sistema che io critico nel mio libro: gruppi d’interesse, lobby, personaggi influenti legati ad altri personaggi influenti, soprattutto nel campo dell’economia. In questo modo vengono create vere e proprie bolle di consenso tutt’altro che trasparenti. In un certo senso, pensando a Kompatscher, il mio libro esercita allora un ammonimento: attento, stai molto attento a non farti stritolare.

Hubert Frasnelli

http://www.salto.bz/it/article/14102013/hubert-frasnelli-il-sistema-ce-ancora

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Ottone d’Asburgo Lorena e Michl Ebner

Ottone d’Asburgo Lorena (1912-2011) è uno degli eroi della destra sudtirolese, che include l’ala economica della SVP guidata, tra gli altri, da Michl Ebner. Ebner, fratello di Toni Ebner, direttore del Dolomiten, di gran lunga il maggior quotidiano di lingua tedesca dell’Alto Adige, è un ex senatore ed ex europarlamentare, amministratore delegato del più grande gruppo editoriale dell’alto Adige (Athesia), presidente della Camera di Commercio della provincia di Bolzano, vicepresidente della Banca di Trento e Bolzano, regionalista e nemico del melting pot (fusione di culture, tradizioni e destini), come spiega in un intervista per “Il Cristallo” (“Regioni e Unione Europea”, 2011), pur tuttavia fautore del plurilinguismo “per comunicare efficacemente con clienti e fornitori all’estero” (Alto Adige, 5 novembre 2012).

Ebner è stato amico, collega e collaboratore di Ottone d’Asburgo.

Il pensiero economico dell’ultimo arciduca ereditario d’Austria e d’Ungheria non era particolarmente raffinato, ma s’inseriva a pieno diritto nella tradizione della scuola austriaca, fondata da Carl Menger (1840-1921), rampollo della piccola nobiltà boema, fondatore della scuola austriaca di economia, consulente economico presso la casa d’Austria, nonché tutore, confidente ed amico intimo del principe ereditario Rudolf. Da Menger si dipana un filo rosso neoliberista (Younkins 2005) che, passando per Hayek (ammiratore di Pinochet), von Mises (ammiratore dei cancellieri austriaci integralisti cattolici e proto fascisti Ignaz Seipel ed Engelbert Dollfuss), Ayn Rand – arcinemica dello stato sociale e dei poveri, finché la salute cagionevole non la indusse ad avvalersene – e Milton Friedman (implacabile critico della democrazia, teorico dell’“economia dello shock”, anche nota come “capitalismo dei disastri”), arriva alla destra radicale statunitense dei Tea Party Patriots (il loro referente per l’Italia è Oscar Giannino) ed alle politiche di austerità della troika, criticate da ben 8 premi Nobel per l’economia e, paradossalmente, da una mezza dozzina degli stessi analisti del FMI e della Banca Mondiale.

Il lettore prenda nota: il Ludwig von Mises Institute ed il Cato Institute, due think tank neoliberisti, hanno dimostrato nella loro storia una marcata simpatia per le privatizzazioni, i secessionismi e i confederati (quelli che fortunatamente hanno perso la guerra civile). Giusto per inquadrare il retroterra ideologico degli aderenti a questa scuola di pensiero.

Dopo essere fuggito dall’Europa in quanto ebreo perseguitato, Von Mises sopravvisse fino al 1969 negli Stati Uniti solo grazie ai finanziamenti della Rockefeller Foundation e del mecenate Lawrence Fertig, che gli pagava il salario da docente all’Università di New York. Prima di poter insegnare a New York ricevette un incarico da Ottone d’Asburgo, anch’egli in esilio negli Stati Uniti, nel Comitato Nazionale Austriaco, che riuniva espatriati austriaci nostalgici dell’impero e che riuscì, grazie al suo lobbismo, a cancellare la complicità dell’Austria nel Terzo Reich, creando il mito della prima vittima di Hitler:

La cosa non riguarda solo ambienti dell’estrema destra o conservatori: qui è tutta la cultura politica austriaca, le forze politiche che hanno governato nel secondo dopoguerra a considerare l’Austria solo come una vittima del nazismo, assolutamente incolpevole. Non c’è motivo perché debba fare i conti con il proprio passato nazista perché l’Austria non è stata nazista. Ora questa è una falsificazione storica colossale, perché si sa benissimo che l’adesione degli austriaci al nazismo è stata più radicale, più convinta di quella dei tedeschi al Terzo Reich. Il libro di Hillberg lo dimostra molto chiaramente: fra i funzionari della macchina di sterminio la presenza austriaca è fortissima, Eichmann non è affatto un caso isolato. Così Hillberg documenta molto bene come il primo sistematico sterminio di ebrei avvenne in Serbia intorno al ’41, prima, cioè, che venisse lanciata la soluzione finale, e fu compiuto direttamente dagli austriaci della Wehrmacht. Questi sono dati che troppo facilmente vengono oscurati e dimenticati (Pier Paolo Poggio 2000).

 

Mises continuò a rivolgersi a Ottone chiamandolo “Sua Altezza Imperiale” anche negli anni Sessanta. Negli anni Quaranta, in un suo rapporto sulla possibilità di una restaurazione della monarchia in Austria dopo la sconfitta del nazismo, Mises concluse che sarebbe stata fattibile ed accettabile, se la popolazione l’avesse approvata con un referendum, perché solo un sovrano eletto avrebbe potuto garantirsi una base di consenso sufficientemente ampia da potergli permettere di regnare. Questa, e non una qualche irrefrenabile vocazione democratica, è la sconveniente origine della tanto acclamata fede referendaria-plebiscitaria di Ottone d’Asburgo (Hulsmann 2007).

Il Dolomiten del suo carissimo amico e strettissimo collaboratore all’europarlamento Michl Ebner (come gli altri media conservatori di entrambe le sponde dell’Atlantico), ha celebrato le gesta di un uomo che aveva come scopo precipuo nella sua vita quello di riprendersi ciò che riteneva gli spettasse di diritto: la sovranità sulla Mitteleuropa.

Non che abbia mai cercato di nasconderlo in alcun modo. Nel 1976, in uno dei suoi tanti saggi – “Idee Europa: Angebot der Freiheit” – scriveva: “L’idea imperiale risorgerà nella forma dell’unificazione europea” (Die reichische Idee wird in Gestalt der europäischen Einigung neu erstehen).

Carlo, figlio di Ottone, destinato a portare avanti la crociata del padre, ha assicurato  che “i principi dell’idea di Impero come ordine sovranazionale, assieme al principio di sussidiarietà come struttura a base cristiana della nostra società, possono costituire il piano regolatore per il futuro” (Cardini et al. 2008, p. 6).

Nel 1999 Ottone si recò in Alabama, al Ludwig von Mises Institute di Auburn, per omaggiare l’economista al quale è stato intitolato l’istituto (“The Mises I Knew”, 5-6 febbraio 1999), raccontando come l’aveva conosciuto, che impressione se n’era fatto e quale lascito teorico ne aveva ricavato.

Il militante mitteleuropeista esordiva ripetendo per l’ennesima volta la frottola che aveva raccontato per oltre 50 anni, ossia che l’Austria era stata conquistata dai nazisti contro la sua volontà e ne era la prima vittima; inoltre lui si era dovuto battere come un leone per ristabilire la verità storica contro quelli che chiamava i “fanatici politici di alcune nazioni confinanti con l’Austria” ed anche contro certi politici austriaci in esilio pronti a tradire (dal suo punto di vista) l’Austria. Secondo lui Von Mises – che nel 1922 celebrava la riuscita della Marcia su Roma – era un eroe che aveva affrontato la tempesta, senza seguire l’esempio dei traditori.

Lo definiva un faro nella notte, un aristocratico nel vero senso della parola, per i servigi che aveva reso al suo paese ed al mondo. Di quel tipo di aristocrazia che rappresenta un nuovo genere di nobiltà che stava emergendo già allora, indipendentemente dall’ordinamento dello stato in cui viveva. La paragona al sistema feudale giapponese, un’evidente, seppure implicita, allusione a “Un’utopia moderna” di H.G. Wells (“A Modern Utopia”, 1905), un romanzo che l’autore britannico aveva concepito anche come un programma politico di edificazione di uno stato mondiale diretto da un’élite di samurai – così li chiamava – una nobiltà volontaria di tecnocrati specialisti nella gestione dei problemi globali che ricevono speciali privilegi ed onori nell’adempimento dei propri compiti.

È molto probabile che il favore con cui guardava agli auspici di Wells gli fosse stato trasmesso da Richard Coudenhove-Kalergi, aristocratico per parte paterna e materna (la madre era giapponese, discendente di samurai, legata agli ambienti della potentissima setta Soka Gakkai), ideologo di un’Europa neo-aristocratica, vicino all’austrofascismo, fervente nietzscheano, ostile al suffragio universale, fondatore di Paneuropa, collega, amico e sostenitore di Ludwig von Mises.

Nel suo primo articolo, Platons Staat und die Gegenwart (1919), Coudenhove-Kalergi, esprimeva la sua ammirazione per il progetto platonico di una società guidata da un’oligarchia di esperti (una tecnocrazia).

In seguito divenne fautore di un progetto di riforma politica dall’alto che prevedeva: (a) il superamento dello stato-nazione, principale responsabile dell’abolizione dell’aristocrazia; (b) la concentrazione del potere nelle mani di intrecci di poteri privati; (c) la restaurazione di una società aristocratica capace di sposare la tradizione con la volontà di potenza di stampo nietzscheano (Gusejnova 2012).

Ottone/Otto, suo amico e discepolo, proseguirà questo stesso progetto, guarnendolo con una generosa spolverata di neoliberismo, acquistata all’ingrosso della Mont Pelerin Society.

Nel suo intervento, Ottone descriveva la Mont Pelerin Society, di cui fece parte, come un’organizzazione quasi decisiva per le sorti del mondo. È un centro studi della destra liberista neoconservatrice – quella, per intenderci, di Reagan, Pinochet, Thatcher, Bush padre e figlio, Sarah Palin, del laissez-faire darwinista sociale, nemica delle campagne per i diritti civili e contraria alle proteste contro le guerre. Estremamente ostile alle politiche economiche espansive di F.D. Roosevelt e di Charles De Gaulle.

Molti dei suoi membri partecipavano anche alle iniziative di Paneuropa, l’associazione presieduta da Ottone d’Asburgo, che caldeggiava il sorgere di un’Europa delle Regioni che smantellasse gli stati.

Non è per un accidente del caso che l’Istituto von Mises sia stato inaugurato nello stato più razzista e reazionario degli Stati Uniti, l’Alabama: come detto, i neoliberisti, salvo rare eccezioni, simpatizzano per i Confederati, ossia per i difensori della schiavitù, della supremazia bianca, del latifondismo, del patriarcato, di una società castale ed iper-competitiva, ma priva di qualunque rete di salvataggio e pezza di appoggio per chi non ce la fa (Mirowski/Plehwe 2009).

La partecipazione alle riunioni della Mont Pelerin Society, ricordava quel giorno del 1999 “mi fornì quelle conoscenze economiche di base che sono indispensabili per cominciare una carriera politica”.

Osservava come nella metropolitana di Vienna la vista di un nero fosse diventata una cosa normale, ma aggiungeva che ciò avrebbe creato enormi problemi, tensioni internazionali di incredibile gravità.

Per porre rimedio alla crescente confusione del mondo, concludeva il suo intervento auspicando più democrazia diretta, elezione diretta dei capi di stato, la frammentazione del mondo in piccole comunità, perché la libertà è meglio protetta in piccole entità. “Le grandi federazioni del futuro saranno grandi condomini con tanti piani e tanti appartamenti”, annunciava profetico, “solo così sarà possibile togliere di mezzo tremendi dittatori come Slobodan Milosevic e Saddam Hussein e ristabilire la pace nel mondo”.

Il pensiero politico ed economico di Ottone d’Asburgo armonizza perfettamente i due filoni della destra, che hanno l’obiettivo comune di prendersi una rivincita sulla Rivoluzione Francese, sul socialismo e sul costituzionalismo repubblicano (Luverà 1999; Caramani/Mény 2005; Salzborn, 2005).

Paneuropa, nel corso degli anni, si è così riproposta di realizzare l’unità del mondo cristiano europeo (1953); ha ammonito che “se la cristianità dovesse scomparire dal continente, l’Europa morirebbe a sua volta, perché non è la Croce ad aver bisogno dell’Europa, ma l’Europa ad aver bisogno della Croce” (1976); ha ribadito che la cristianità è l’anima d’Europa (1980); si è incaricata, dagli anni Novanta in poi, di portare avanti la ri-evangelizzazione del continente (Neuevangelisierung).

Ottone d’Asburgo, integralista cattolico, legato agli ambienti oligarchici ed etnonazionalistici più reazionari è stato commemorato per 13 giorni in Austria e per una settimana sul Dolomiten, come se fosse morto un imperatore ed un padre dell’Europa futura. L’Europa futura di Ottone d’Asburgo sembra però piuttosto una proiezione delle fantasie di chi vorrebbe riesumare un passato che non vuole passare, in cui le élite governano le masse senza incontrare resistenze, il cattolicesimo funge da collante e disinnesca le tensioni causate dalle disparità sociali e dall’autoritarismo, le gerarchie tra i popoli, le classi, le razze, le culture, i sessi sono stabilite una volta per tutte, inamovibili. È un mondo patriarcale, vetero-testamentario, sessista, omofobo, anti-democratico, xenofobo, al servizio dei grandi poteri privati, omologante in cui l’utile giustifica quasi ogni mezzo. Ma tutto questo viene mascherato da un ossequio di facciata al multilinguismo, ai diritti fondamentali (dei popoli, non dei singoli), all’unificazione europea, al consociativismo come baluardo contro la tirannia dei mercati, all’universalismo cattolico (che però esclude la pari dignità dei non-cattolici).

Nel 2000, al parlamento della Repubblica Ceca, il figlio di Ottone, Carlo (Karl von Habsburg), studioso del conservatorismo di Edmund Burke – uno dei massimi oppositori della rivoluzione francese e del carattere liberal-progressista di quella americana – ha pronunciato un peana per il suo mentore Russell Kirk, uno studioso che, negli Stati Uniti, incarna la quintessenza del pensiero conservatore. Reaganiano indomabile, è l’autore di “The Conservative Mind: From Burke to Santayana” (1953), in cui riassume i valori fondativi della mentalità contro-rivoluzionaria ed anti-illuminista. Per questi ideologi il mondo non è stato creato accidentalmente, ma con un fine preciso, provvidenziale. Lo stesso vale per la struttura della società. Il riformismo sociale è contrario alla volontà divina (o della natura) ed è destinato a fallire perché la nostra comprensione è limitata. Ogni cambiamento dovrebbe essere modulato in modo tale da limitarne gli effetti sociali. La società è governata da un’aristocrazia naturale composta dagli individui migliori e più potenti. L’unico diritto naturale è quello della proprietà privata. La democrazia minaccia la proprietà privata attribuendo poteri al volgo. Istinti e pregiudizi hanno una funzione importante e debbono guidare il comportamento umano: infatti una persona può anche essere stolta, ma la specie è saggia. Ne consegue che la tradizione non può e non deve essere sovvertita da un gruppo di riformisti.

Karl ha avuto come precettore Thomas Chaimowicz (Università di Salisburgo e Istituto Internazionale di Studi Europei “Antonio Rosmini” di Bolzano), un cosiddetto paleo-conservatore (persino Kirk definisce “arcaica” la sua visione del conservatorismo), amico personale e consigliere di Ottone d’Asburgo, al quale si rivolgeva chiamandolo, pure lui, “imperatore”.

Michl Ebner, al centro di un importante conflitto di interessi in Alto Adige, è un neoliberista fautore di un’Europa che superi la forma organizzativa degli stati-nazione e che si componga di regioni con un profilo etnolinguistico fortemente radicato (intervista al “Cristallo”, LIII 1, 2011).

La festa di compleanno per i suoi 60 anni e per i 40 anni di attività all’Athesia si è svolta nientemeno che nell’abbazia di Stams, in Austria, legata alla figura del suo fondatore, il conte Mainardo II, considerato il progenitore della nazione tirolese. Centinaia di invitati, due ore circa di liturgia solenne celebrata dall’abate stesso, alla presenza delle élite di Tirolo, Trentino, Slovenia, Croazia e di politici giunti direttamente da  Roma, Vienna e Bruxelles. Un’aristocratica pomposità auto-celebrativa che non si vedeva dai tempi dell’impero asburgico o, meglio ancora, da quello carolingio, in un luogo che fu impiegato dai nazisti per accogliere gli optanti sudtirolesi per il Reich.

C’è la speranza che queste ritualità non siano in alcun modo collegate ad un eventuale progetto di restaurazione di un ente sovranazionale, nato sulle ceneri dell’Unione Europea. Una sorta di impero multinazionale (multi-comunitario), federalista, regionalista e, soprattutto, cristiano, sul modello asburgico, ma anche carolingio, però declinato secondo le sensibilità contemporanee: la famosa terza via tra l’imperialismo mercantile ed il nazionalismo.

http://www.diploweb.com/La-fin-de-l-Etat-Nation-Surprise.html

È un’idea che circola da tempo negli ambienti politologici della cosiddetta Nuova Destra ed è stata elaborata, tra gli altri, da Alain de Benoist, Franco Cardini, Guy Héraud e Ottone d’Asburgo.

L’europarlamentare Biagio De Giovanni, nell’apprendere i contorni di questo progetto dei democristiani tedeschi, denunciò nel corso del dibattito svoltosi a Strasburgo il 28 settembre 1994 la forzatura che si stava programmando di mettere in atto:

L’Europa unita non può nascere dall’interno dell’egemonia di un direttorio politico o di un imperialismo federativo. Si tratta di una forzatura politico-culturale che va contro il Trattato di Maastricht, si tratta dell’affermazione di un’Europa carolingia che registra i rapporti di forza e li stabilizza così come sono, rafforzandoli anche per il futuro secondo una progressione geometrica”.

Un paio di anni dopo, in occasione di una conferenza tenuta a Praga nel gennaio del 1996 (l’intervento era intitolato “La NATO in Jugoslavia. Perché?” ed è facilmente reperibile in rete) Sean Gervasi, già consulente economico nell’amministrazione Kennedy – rassegnò le sue dimissioni in segno di protesta per la disastrosa tentata invasione di Cuba del 1961 – e docente alla London School of Economics ed all’Università di Parigi-Vincennes,  nonché  Consulente del Comitato delle Nazioni Unite sull’Apartheid, prefigurò precisamente il tipo di evoluzione del progetto europeo paventato da De Giovanni:

Il centro sarà la regione più sviluppata da tutti i punti di vista: sarà la più avanzata tecnologicamente e la più ricca; avrà i livelli salariali più alti e i redditi pro capite maggiori; si dedicherà esclusivamente alle attività economiche più profittevoli, quelle che la pongono in posizione di comando del sistema. La Germania si occuperà perciò di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attività insomma di programmazione e coordinamento dell’economia delle altre regioni. Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi più bassi. […]. La Germania dunque, coll’appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l’economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attività subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l’esportazione verso il nucleo e i mercati d’oltremare.…Gran parte dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica è dunque destinata a rimanere un’area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica”.

La crisi dell’eurozona ha reso molto più concreta questa prospettiva, che Lucio Caracciolo (Caracciolo 2010, p. 56) ha condannato senza appello:

Questa forse è la peggiore delle derive della tecnocrazia, che tendendo a esautorare la politica riporta in auge gli stereotipi culturali. Come se vi fossero Paesi geneticamente dediti a spendere e spandere, e altri Paesi costitutivamente dediti alla virtù. In ogni stereotipo, come in ogni leggenda, c’è una base di verità. Farne però la regola immutabile, il destino di un popolo, è la fine della politica. Nel caso dell’euro, concepire come hanno fatto e tendono di nuovo a fare i tedeschi, un Euronucleo di Paesi automaticamente virtuosi, è un modo di ragionare antipolitico. Una sorta di etnomonetarismo. Trascurando..che la stessa Germania, oltre naturalmente alla Francia, ha allegramente deviato dalle presunte virtù e dalle regole scritte in più di un’ occasione. E dimenticando che gli altri europei hanno pagato un prezzo molto alto per l’unificazione tedesca, contribuendo allo sforzo di Berlino volto a riempire il buco nero della Rdt con enormi trasferimenti finanziari, dai risultati peraltro discutibili. E purtroppo questo etnomonetarismo si sposa con analoghe tendenze interne agli Stati membri. Penso anzitutto al Belgio, ma anche all’Italia, alla propaganda leghista sull’inconciliabilità fra Nord e Sud.

Un piano di ingegneria istituzionale su scala continentale che non si discosta da quello già rifiutato da Luigi Einaudi circa un secolo fa perché “[una tale federazione] avrebbe corso il rischio di essere dominata dalla Germania e in tal modo si sarebbe riproposto lo schema di una Mitteleuropea sotto l’egemonia tedesca, che era il progetto di tanti intellettuali e politici degli Imperi Centrali” (cit. Cressati, 1990, p. 27).

Un “omaggio” ai separatisti sudtirolesi (Freiheitlichen, BBD, Süd-Tiroler Freiheit, ecc.)

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Visto che molti lettori potrebbero non essere ben informati sulla reale situazione, preciso che la vignetta è divertente ma ingannevole, in quanto il Tirolo austriaco, per molti versi, ha rapporti migliori con il Trentino che con l’Alto Adige-Sudtirolo. Il movimento pantirolese è davvero debole, per il momento (la scissione dell’eurozona lo rinvigorirebbe certamente)

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L’insana idea dello Stato Libero del Sudtirolo e le mafie transnazionali

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Nel Terzo Millennio, il solito, volgare refrain; il solito manicheismo

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Volendo preservare l’unità spirituale e culturale del Tirolo ed il suo patrimonio storico…

Proposta di Costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo, a cura dei Freiheitlichen

Tra sfide e rancori in India nasce un nuovo stato, il Telangana…la scelta del Congresso sta già ottenendo un effetto boomerang negli altri territori dove ci si batte per l’indipendenza. A Kokrajhar gli animi sono surriscaldati…per una protesta dei separatisti del Bodoland, Karbi e Anglong che vogliono divorziare dall’Assam. Incidenti anche nel Darjeeling per i sostenitori del Gorkhaland, mentre in Uttar Pradesh la ex premier Mayawati Kumari ha rilanciato la sua idea di dividere in quattro il più popoloso stato indiano.
Raimondo Bultrini, il Venerdì, 16 agosto 2013

L’offensiva filo-separatista della stampa angloamericana ha raggiunto il suo culmine nella seconda metà del 2012. Il 12 luglio 2012 Marcia Christoff Kurapovna, neoliberista sloveno-americana residente a Vienna, pubblica sul Wall Street Journal un peana in favore della dissoluzione di Grecia e Italia in piccole città-stato. Ambrose Evans-Pritchard, figlio di un antropologo invischiato nella strategia del divide et impera dell’imperialismo britannico, preconizza la jugoslavizzazione della Spagna (Telegraph 25 settembre 2012). Il New York Times pubblica un articolo di due indipendentisti catalani dal titolo “prigionieri della Spagna” (2 ottobre 2012). Il blog Charlemagne dell’Economist prevede rivolte tra i giovani catalani se i loro sogni indipendentisti non saranno soddisfatti (26 novembre 2012). Quello stesso giorno, sulle colonne del Wall Street Journal, Raymond Zhong esorta i catalani a creare un loro stato più snello, più generoso verso le imprese, più pragmatico, più parsimonioso (leggi: meno welfare, più precariato, licenziamento dipendenti pubblici e congelamento dei salari).

François Thual, expert en géopolitique , qui présenté son dernier ouvrage “Géostratégie du crime” (éd. Odile Jacob), co-écrit avec Jean-François Gayraud, commissaire divisionnaire en poste au Conseil supérieur de la formation et de la recherche stratégique: « Nous ne sommes plus dans la série noire d’après-guerre ; désormais, sous l’action de puissances criminelles, les États eux-mêmes se trouvent contestés dans leur existence et doivent parfois battre en retraite. C’est la survie de nos démocraties qui est en jeu » : pour Jean-François Gayraud et François Thual, les phénomènes criminels sont bien loin d’échapper aux effets de la mondialisation, on le voit.
Pourquoi la grande criminalité internationale a augmenté de façon exponentielle ; comment la lutte contre le terrorisme et le recul de l’État un peu partout l’ont favorisée ; quelles sont les luttes de territoires entre organisations ; comment des empires criminels se constituent, menaçant l’équilibre des États ; comment l’argent sale pèse sur l’économie mondiale ; pourquoi les élites sont fragilisées : deux spécialistes croisent criminologie et géopolitique pour nous révéler les vrais dangers de demain et peut-être déjà d’aujourd’hui !
Conseiller du président du Sénat pour les affaires stratégiques, François Thual est professeur au Collège interarmées de défense (ex-Ecole de guerre). Il est l’auteur de nombreux ouvrages sur la géopolitique dont certains ont connu un succès mondial.

La sovranità è onerosa, per questo si cerca di condividerla. La fascinazione quasi maniacale e consumistica per la sovranità particolaristica sovraccarica i contribuenti; frammenta l’umanità depotenziandola e intensificando screzi, frizioni, timori, risentimenti; moltiplica la già abnorme pletora di staterelli a sovranità limitata; condanna le entità politiche minori a una pressoché istantanea ed irrevocabile subordinazione clientelare nei confronti degli stati maggiori: rafforza chi è già forte e indebolisce chi è già debole (divide et impera). In primo luogo le oligarchie mafiose transnazionali – ufficiali e non ufficiali – come spiega François Thual.

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federalismo sì

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separatismo no

La cultura è il grimaldello usato per abbattere lo stato di diritto (da parte di certi interessi criminali) e ogni progetto federalista (da parte di certi interessi geostrategici), facendo leva su sentimenti originariamente innocenti e positivi, ma che vengono pervertiti, esasperati.

Non esiste una cultura padana, trentina, italiana, o una cultura americana, cinese, ebrea, indiana, bantù. Gli esseri umani non sono automi che eseguono un programma culturale (software) caricato nel loro cervello (hardware) alla nascita. Non esistono due italiani che usano la lingua italiana allo stesso modo e non esistono due sudtirolesi che saprebbero mettersi d’accorso su cosa si debba intendere per cultura sudtirolese e Heimat. Ogni cultura è una narrazione e ogni individuo è un narratore che la interpreta, la racconta a modo suo, declinandola secondo le sue sensibilità, aggiungendo qualcosa qui e lì, e togliendo qualcos’altro altrove. La cultura è un prodotto dell’immaginazione umana ed ogni mente, essendo diversa, contribuisce a renderla porosa, flessibile, incessantemente mutevole, eterogenea. Ogni persona narra la “sua” cultura ponendosi in relazione con altre persone che narrano la loro e solo Dio potrebbe cogliere la narrazione complessiva nella sua interezza, senza sacrificarne la complessità. La cultura non è un’essenza o un oggetto, le culture non si scontrano tra loro, non si confrontano, non conversano, non agiscono: non sono degli esseri viventi che operano per nostro conto.

La cultura è una relazione dinamica tra soggetti che non hanno come priorità la conservazione della medesima, ma il vivere pienamente, al meglio delle proprie possibilità. Per farlo, tutti noi usiamo la cultura come uno strumento e apprendiamo ad adoperare altri strumenti, perché lo troviamo utile e piacevole, e talvolta ci inganniamo e trasformiamo la narrazione in una tavola delle leggi, in un fine e non un mezzo.

Ci inchiniamo alla lettera delle presunte “leggi culturali” anche quando esse sono interpretate in modo tale da tradirne lo spirito. Chiunque rilevi un’eventuale discrepanza è accusato di tradimento. È una degenerazione patologica dell’idolatria, una dipendenza che ci vincola a degli idoli al posto dei significati che sono chiamati a rappresentare. Si chiama razzismo culturalista e non è diverso o migliore del razzismo su basi biologiche. È una patologia della coscienza che sclerotizza e mortifica (rende morto) ciò che è vivo, imbalsama ciò che è mutevole e variabile, reifica un parto della fantasia umana. Una patologia che dissemina superstizione, paura e violenza ed ostacola la naturale disposizione dei singoli a fiorire, maturare, emergere, trascendere le proprie circostanze, eccellere, ciascuno secondo le proprie inclinazioni.

Come la lettera delle leggi subisce un processo di decadimento (entropia), mentre il suo spirito resta immortale, perché si basa su ciò che è giusto, così le culture possono decadere, se si allontanano dal loro spirito, che è quello di riflettere la comune, universale esperienza umana.

Obama è psichicamente sano? (oppure è schizoide?)

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall’inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR] 

Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.

http://www.bloo.it/mondo/barack-obama-risponde-alle-critiche-non-sono-freddo-e-calcolatore.html?cp

Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.

Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.

Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre”è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).

Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.

Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).

Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.

Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.

Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.

Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.

Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.

Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.

Perché è diventato così?

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Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).

In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.

Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.

Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).

Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.

Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.

È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.

Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.

Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.

Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.

Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).

Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).

Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.

I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.

Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.

Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.

Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.

FONTI

David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.

http://www.huffingtonpost.com/david-bromwich/

Webster G. Tarpley, “Barack H. Obama: The Unauthorized Biography”, 2009

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I media e la popolazione americana inizialmente lo descrivevano come “cool”, ora lo definiscono “cold”.

“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.

I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.

Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.

In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.

Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).

Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.

Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.

Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.

Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.

Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.

L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.

Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.

Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0

L’indipendenza non è un diritto, è un capriccio (il nazionalismo scozzese e sudtirolese)

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L’indipendenza scozzese: panem et circenses

Le promesse dei nazionalisti scozzesi diventano ogni giorno più fantastiche. La cosa non deve sorprendere: i sondaggi li danno in ripiegamento.

Brian Wilson, Guardian, 7 febbraio 2013

“Si tende ad essere benevoli verso i nazionalismi altrui, quando li si guarda da una certa distanza. Diversa è la cosa se si vive in una realtà nazionalista.  Quando però si recuperano le proprie facoltà critiche, è chiaro che tutti i nazionalismi hanno una cosa in comune: dividono le persone per categorie identitarie e creano confini laddove non ne esistevano.

Questo è lo scenario che la Scozia deve ora affrontare. Non vi è alcun marcato aumento di richiesta di indipendenza, e ancor meno giustificazioni. Tranne che nella testa di qualche paranoico, non siamo perseguitati, derubati, discriminati o esclusi. Dal punto di vista sociale ed economico abbiamo le stesse ragioni di lamentarci di molte altre parti del Regno Unito.

Lo zoccolo duro dell’indipendentismo scozzese si attesta a circa il 20%, ma vi è anche una significativa domanda di poteri più decentrati. Se si sottopone all’attenzione degli scozzesi un elenco di problemi che li riguardano, questi danno le stesse risposte degli inglesi, con le modifiche costituzionali che arrancano molto dietro ai soliti apripista – posti di lavoro, la salute, l’istruzione e una dozzina di altre questioni.

La differenza è che la Scozia ora deve rispondere a una domanda che solo una minoranza vorrebbe fosse posta: “La Scozia dovrebbe diventare una nazione indipendente?” E questo perché, due anni fa, il 21% degli scozzesi ha votato per i nazionalisti, dando loro la maggioranza assoluta. Il SNP (partito nazionalista scozzese) ha in mano le leve del potere e ha il diritto di usarle. Di qui il referendum.

Questa settimana sono andati un po’ oltre. Pur non avendo ancora fissato una data per il referendum, hanno annunciato che l’”Independence Day” [giorno della proclamazione dell’a sovranità] si terrà nel marzo del 2016. Il circo è già organizzato, mentre altri dovranno preoccuparsi del pane. L’intenzione è quella di creare un’aria di inevitabilità alla marcia per l’indipendenza, e in questo sono assistiti dalla disposizione delle notevoli risorse del governo devoluto.

I sondaggi indicano che la campagna separatista è in stallo.

Quando le opzioni sono ridotte a due, il sostegno per l’indipendenza sale al 25-30%. Ma sarebbe sciocco supporre che rimarrà lì. Giocando sul lungo periodo, lo SNP conta sul fatto che entro la fine del 2014 la scelta sarà tra l’indipendenza e la probabilità di un altro governo conservatore, il che potrebbe alterare significativamente lo stato d’animo prevalente.

Quelli di noi che non vogliono frantumare la Gran Bretagna non sono del tipo che si commuove nel veder garrire la bandiera dell’unione. Noi crediamo che staremo meglio insieme che divisi, e che non c’è alcuna ragione credibile per dissolvere 300 anni di storia comune. Sappiamo che ogni cambiamento progressivo che ha beneficiato la gente comune in tutto il Regno Unito è stato conquistato e votato da persone a Newcastle e Liverpool tanto quanto a Glasgow e Edimburgo.

E sappiamo che se lo SNP ce la farà, non sarà solo la Scozia a pagarne il prezzo, a prescindere dagli ipotetici benefici che sono stati promessi. Saranno anche i nostri amici, familiari e compagni ad essere abbandonati alla loro sorte in un “resto del Regno Unito” politicamente sbilanciato, in un paesaggio molto più ostile [la Scozia è una regione “rossa”, NdT]. Non c’è nulla di lontanamente progressista, per nessuno di noi, in questo.

Questa settimana il governo scozzese ha allegramente promesso che, se la gente voterà per l’indipendenza della Scozia, il tutto si risolverà nel giro di 18 mesi [tra il 2014 ed il 2016, appunto, NdT]. Non possono dirci che valuta sarà impiegata o che tassi di interesse saranno fissati, però possono dirci quanto dureranno i negoziati.

La loro intera argomentazione economica si basa sulla richiesta della maggior parte dei ricavi delle risorse energetiche del Mare del Nord, ma presuppongono che un benevolo governo Tory [conservatori] sia disposto a sottoscrivere tranquillamente ogni aspetto della separazione dei beni che sarà loro proposta, al fine di agevolare il grande party al castello di Edimburgo. Basano la loro politica energetica sull’assunto che i consumatori inglesi sovvenzioneranno le energie rinnovabili scozzesi mentre la Scozia si appropria dei proventi del petrolio [NB cosa succederebbe se le isole Shetland votassero per l’indipendenza dalla Scozia e poi reclamassero una parte di quegli stessi proventi, in quanto ricavati dalle proprie acque territoriali? NdT]. Sono stati presi in castagna quando mentivano spudoratamente in merito all’automatica adesione all’UE che, è ormai chiaro, non sarebbe tale.

A sostegno della loro tesi che il processo richiederebbe solo 18 mesi, – e ricordate che questo è un documento ufficiale del governo, non una nota di partito – hanno fatto riferimento a quei 30 paesi che hanno ottenuto un divorzio all’acqua di rose dai vicini o dai loro signori coloniali: dal Mali al Montenegro, alle isole Kiribati nel mare del sud.

L’idea che esista un paragone pertinente con la dissoluzione di 300 anni di relazioni, istituzioni condivise ed interdipendenza economica nel Regno Unito può essere assurda, ma è indicativo dell’approccio nazionalista. Sanno che dovranno limitarsi ad ingannare la maggior parte delle persone per un singolo giorno, nell’autunno del 2014, e il futuro apparterrà a loro. Si tratta di un grande trofeo, e il fine sarà utilizzato senza pietà per giustificare i mezzi”.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/07/scottish-nationalists-bread-and-circuses

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Non esiste una nazione in cui gli elettori ottengono ciò che vogliono, anche solo occasionalmente. Anche se vincono i “nostri”, l’azione di governo dovrà comunque tener conto delle esigenze di tutti. L’infantilizzazione della società contemporanea ha però indotto molti a credere che se i propri desideri non vengono esauditi, allora è giusto che ciascuno se ne vada per la sua strada. Ci si divide in gruppi sempre più piccoli, alla ricerca di una crescente conformità di vedute che è tossica per la mente, per la coscienza, per la società e per la civiltà umana. I miti della cultura, della patria, della lingua, della fede, ecc. sono solo espressione di coscienze immature che antepongono al benessere collettivo il benessere della propria parrocchia e campanile, o l’interesse personale. L’egoismo è all’origine dell’attuale Depressione (la chiama Depressione anche Paul Krugman, Nobel per l’Economia, ne “Il ritorno dell’economia della depressione”, 2013), l’egoismo degli speculatori, delle caste, delle categorie, delle nazioni, delle classi, e così via.

Con la risoluzione 1832 (2011) concernente “la sovranità nazionale e lo stato di diritto nel diritto internazionale contemporaneo: necessità di un chiarimento”, il Consiglio d’Europa – che non è un’istituzione dell’Unione Europea, ma include la Corte Europea per i Diritti Umani ed è la fonte della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” – ha dato priorità all’integrità degli stati stabilendo che questa può cessare solo in caso di oppressione e violenze che impediscano una riconciliazione pacifica tra le parti. Il diritto all’ autodeterminazione non dà luogo a un diritto automatico alla secessione. Il rapporto che accompagna la risoluzione afferma quanto segue:

all’infuori del processo di decolonizzazione, l’opinione prevalente non vede nel diritto all’autodeterminazione un fatto costitutivo del diritto per ogni gruppo minoritario regionale di addivenire alla secessione da uno stato esistente. L’autodeterminazione delle minoranze dovrebbe essere piuttosto realizzata per mezzo della partecipazione al governo dello Stato nel suo complesso, e attraverso la devoluzione del potere con lo sviluppo dell’autonomia regionale, vale a dire l’auto-governo in questioni come l’istruzione, la cultura, ecc., ad esclusione dell’indipendenza”.

http://www.mfa.gov.cy/mfa/mfa2006.nsf/All/F1D37E25613644E1C22579210036662B/$file/Report%20on%20national%20sovereignty%20%20statehood%2012%207%202011.pdf?OpenElement

Il governo britannico non era tenuto a concedere la possibilità di votare per l’indipendenza, ma l’ha fatto. Difficile considerarlo un governo oppressivo e violento.

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http://www.raetia.com/it/shop/item/1567-contro-i-miti-etnici.html

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