Chi è veramente Nigel Falange…cioè Farage?

Nigel Farage

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale.

Benito Mussolini, cf. Sternhell, “Nascita dell’ideologia fascista”, 2008, p. 315.

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. […] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato da Renée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps.

Thomas L. Friedman, “A Manifesto for the Fast World”, New York Times, 28 marzo 1999

L’eurofobia induce a venerare i propri carnefici, come Nigel Farage, molto presente sul blog byoblu di Claudio Messora (consulente della comunicazione per i parlamentari grillini) ed intervistato dai quotidiani della destra berlusconiana:

http://www.ilfoglio.it/soloqui/17348

qui da David Parenzo (la Zanzara)

http://www.ilgiornale.it/news/leurodeputato-nigel-faragela-germania-merkelvi-sta.html

Farage: Mio nonno e mio padre erano entrambi agenti di cambio ed io ho trascorso 20 anni sul London Metal Exchange. Entrambi i miei figli lavorano nella City, e voglio lottare per difenderla

http://www.londonlovesbusiness.com/business-news/tobin-tax/nigel-farage-who-will-defend-the-city/949.article

La City di Londra: Stato nello Stato che apre le porte dei paradisi fiscali. La roccaforte finanziaria che Cameron ha difeso a costo di rompere con l’Europa ha la sua polizia e il suo sindaco, eletto anche dalle banche. Prima regola: tasse al minimo e saldi legami con Cayman, Jersey, Bermuda. Un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, bensì una realtà a parte. Per l’esattezza una corporazione a sé stante – la dizione esatta è City of London Corporation – che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e forze dell’ordine.

L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei (pochi, solo 8 mila) residenti e delle (molte, solo le banche sono oltre 500) compagnie attive nella City, con il piccolo dettaglio che chi ha più dipendenti e di conseguenza un giro d’affari maggiore ha più potere di voto. Tanto per fare un esempio, un’impresa con 3.500 membri di staff ha diritto a ben 79 voti. Chi comanda disegna a suo piacimento le norme e i regolamenti per la maggior parte destinati a limitare al massimo la pressione fiscale….Secondo John Christensen, del Tax Justice Network, la City è il più grande paradiso fiscale del pianeta, con diramazioni nelle Cayman Island, a Jersey, nelle Bermuda, a Singapore o a Hong Kong.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/city-londra-stato-nello-stato-apre-porte-paradisi-fiscali/177067/

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È quindi del tutto ridicolo descrivere quest’uomo come un difensore delle sovranità nazionali. È vero esattamente il contrario: è un globalista [l’internazionalismo è socialista, il globalismo è neoliberista] tra i più determinati, nemico degli stati-nazione come lo sono tutti i ricchi che tosano le masse ed eludono le tasse.

Nigel Farage è un europarlamentare inglese, leader dell’Ukip (United kingdom indipendence party) e capodelegazione del gruppo “Efd” (European freedom and democracy), di cui fanno parte anche la Lega nord e altri partiti dell’estrema destra xenofoba.

[…]. Accusa l’Europa di essere a tratti troppo debole, a tratti soffocante, se la prende con la mediocrità delle Istituzioni, provoca gli Europarlamentari più in vista, boccia senza appello ogni proposta legislativa.

[…] Nel Regno Unito ha ottenuto il 3.1% dei voti e 0 seggi in parlamento.

[…] Lo stipendio di 7000 euro mensili che percepisce ed al quale, per quel che mi risulta, non ha ancora rinunciato, gli viene pagato proprio dal budget dell’Unione – e cioè dai cittadini europei.

[…] Non si conoscono infatti proposte di legislazione, emendamenti, risoluzioni di una certa rilevanza che l’Ukip abbia presentato. A meno che non si considerino tali le “tirate” in difesa della City di Londra, dei banchieri, dei fondi di investimento della cui pressione lobbistica l’Ukip è il principale megafono. 

Una specie di Lega nord, insomma, che grida “Bruxelles ladrona” e all’ombra dell’Atomium ingrassa felice.

http://www.ilfuturista.it/alfonso-ricciardelli-eurocrats/il-paradosso-di-nigel-farage.html

Amico di Israele e contrario ai finanziamenti EU alla Palestina: la nostra battaglia contro il progetto europeo non è dissimile dalla battaglia per la sopravvivenza di Israele.

http://www.thejc.com/news/uk-news/ukip-leader-attacks-trendy%E2%80%99-israel-hate-eu-parliament

Beniamino di Rupert Murdoch, il Berlusconi del mondo angloamericano:

Rupert Murdoch, il magnate australiano che guida un impero nel mondo dei media (Sky, Times, Fox News, tanto per dire), ha voluto conoscere personalmente Farage invitandolo a cena a casa nel quartiere londinese di Belgravia.

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/nigel_farage_murdoch_grillo/notizie/257390.shtml

Uno dei siti di riferimento degli eurofobi è:

http://www.observatoiredeleurope.com/

ed è un parto del suddetto edf

http://www.efdgroup.eu/

l’edf è presieduto congiuntamente da Nigel Farage e dal nostro Francesco Speroni, Ambasciatore del Parlamento del Nord.

Speroni non ama l’Italia

http://archiviostorico.corriere.it/1998/gennaio/30/Bossi_contro_Stato_chiesto_rinvio_co_0_9801301550.shtml

e ha difeso Mario “le idee di Breivik sono condivisibili” Borghezio

“Le idee di Breivik sono a difesa della civiltà occidentale – ha affermato l’ex ministro delle Riforme del governo Berlusconi I -. Se le idee sono che stiamo andando verso l’Eurabia e cose del genere, che va difesa la civiltà cristiana occidentale, sì, sono d’accordo”.

http://www.giornalettismo.com/archives/135173/borghezio-speroni-la-vergogna-delleuropa-siamo-noi/

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Prima è toccato ai neri, poi agli altri colorati. Presto toccherà a molti bianchi (è il neoliberismo, bellezza!)

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico”.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. […] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale”.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato da Renée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981. Pinochet rimase al potere fino all’11 marzo 1990 e continuò a ricoprire l’incarico di comandante in capo delle Forze armate cilene fino al 1998. Hayek fu nominato presidente onorario del “Centro de Estudios Públicos”, think tank liberista fortemente voluto da Augusto Pinochet, dittatore cileno giunto al potere grazie al sostegno della CIA.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps“.

Thomas L. Friedman, A Manifesto for the Fast World“. New York Times. March 28, 1999.

“Penalizzazione, spoliticizzazione, razzializzazione. Sull’eccessiva incarcerazione degli immigrati nell’Unione Europea”

di Loïc Wacquant

Nel 1989, per la prima volta nella storia del Paese, la popolazione statunitense in stato di detenzione era di maggioranza nera. Come conseguenza dello sgretolamento del ghetto urbano e della “guerra alle droghe” lanciata dal governo federale come elemento della vasta politica della “legge-e-ordine” progettata per ripristinare i confini razziali nelle città e riaffermare il potere dello Stato di fronte alla rapida ristrutturazione economica e alla notevole limitazione del welfare, il tasso di incarcerazione degli Afro-Americani è raddoppiato in quasi 10 anni, passando dai 3.544 detenuti ogni 100.000 abitanti nel 1985, agli sconcertanti 6.926 per 100.000 abitanti nel 1995, quasi otto volte il numero dei loro compatrioti bianchi (919 per 100.000 abitanti) ed oltre venti volte i tassi registrati nei più grandi Paesi dell’Europa continentale. Se gli individui in carcere, affidati ai servizi sociali, o in libertà condizionata fossero tenuti in considerazione, risulterebbe che, tra la popolazione nera maschile dai 18 ai 35 anni, più di uno su tre (e il rapporto arriva a due su tre nel cuore delle grandi città della deindustrializzata “cinta della ruggine”) si trova sotto controllo del sistema penale giudiziario.

Se i neri sono diventati “i clienti” privilegiati del sistema carcerario statunitense, non è a causa di una certa tendenza particolare che questa Comunità avrebbe per la devianza ed il crimine; né è dovuto ad un aumento improvviso dei crimini che commettono. È perché si trovano nel punto di intersezione di un sistema di tre forze, che, insieme, determinano ed alimentano il regime, senza precedenti, dell’iperinflazione carceraria che l’America ha sperimentato nell’ultimo quarto di secolo, dopo lo scardinamento del sistema sociale fordista-keynesiano e l’attacco diretto alla struttura delle caste da parte del Movimento dei Diritti Civili e delle sue propaggini urbane:

I) il dualismo del mercato del lavoro e la diffusione dell’occupazione precaria, e della disoccupazione-sottoccupazione ai livello minimi;

II) lo smantellamento graduale dell’assistenza pubblica per i membri più deboli della società (reso necessario dalla diffusione del salario desocializzato) e il loro eventuale ricollocamento in programmi disciplinari ideati per indurli in lavori inferiori alla media del sistema economico; e

III) la crisi del ghetto come strumento di controllo e la relegazione della popolazione stigmatizzata, ritenuta inassimilabile al corpo della nazione e considerata numericamente eccessiva sia nei conteggi economici sia in quelli politici: la loro forza lavoro non è più necessaria, dato la loro mancanza di abilità ed è completamente rimpiazzata da quella di operai immigrati; le loro schede elettorali possono essere ignorate come conseguenza della commercializzazione dei voti di partito, del controllo repressivo e paralizzante degli interessi corporativi sulla presa di decisione politica e dello spostamento dell’epicentro elettorale del Paese dalla città al sobborgo.

[…].

Con la fine degli schemi, patrocinati dallo Stato, dell’importazione di forza lavoro straniera negli anni ‘70, “l’operaio ospite” immigrato dalla periferia coloniale si è trasformato in un immigrato tout court la cui presenza persistente è sempre più percepita immediatamente come minaccia professionale (delocalizza e decurta il numero dei lavoratori locali), come un peso per l’economia (è disoccupato e sfrutta i già scarsi servizi d’assistenza pubblica) e una minaccia sociale (essendo venuta a mancare l’“integrazione,” lui e la sua prole sono vettori della corrosiva alterità culturale, della devianza criminale e della violenza urbana). Con l’accelerazione dell’integrazione sovranazionale dopo il Trattato di Maastricht e gli accordi di Schengen, la presenza visibile degli stranieri non-bianchi è diventata doppiamente anomala da quando il reale tracciato dei confini esterni dell’Unione è andato affermandosi su un’opposizione definita fra “noi” europei e “loro” immigrati del Terzo Mondo che non sono più benvenuti – nonostante continuino ad essere disperatamente necessari. Come vedremo in questo scritto, la costruzione della “Fortezza Europa”, negli anni del lavoro flessibile e dell’insicurezza sociale generalizzata, ha effettivamente accelerato un movimento duplice di ostracizzazione che contrappone i non voluti Gastarbeiter agli Ausländer, con una rimozione all’esterno mediante espulsione e uno sradicamento interno tramite l’incarcerazione diffusa, direttamente rivolta a quanti rappresentano quell’“esterno” sociale e simbolico dell’emergente Europa postnazionale. Nel processo, il braccio penale dello Stato ha assunto un ruolo chiave nell’articolazione della costruzione discorsiva ed organizzativa dell’insicurezza interna ed esterna fino a che si è arrivati ad assimilare il clandestino nero con lo straniero criminale – due concetti diventati virtualmente sinonimi – come l’antitesi vivente del nuovo europeo in via di formazione.

Misurando la disproporzionalità etnonazionale

Durante il passato trentennio, quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno avvertito in modo significativo, a volte in maniera cauta, in altri casi esplosiva, l’aumento della popolazione carceraria, in coincidenza con l’inizio della disoccupazione di massa, dell’occasionalità dello stipendio e dell’ufficiale blocco della forza lavoro degli immigrati. Fra il 1983 e il 2001, questi aumenti sono passati da un terzo fino alla metà tra i vari Paesi più grandi, con il numero di detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) passato da 43.400 a 67.100 in Gran Bretagna, da 41.400 a 55.200 in Italia e da 39.100 – 54.000 in Francia. L’inflazione delle carceri è stata ancor più spettacolare nei Paesi più piccoli e vicini al Mediterraneo, con il Portogallo (6.100 – 13.500), la Grecia (3.700 – 8.300) e l’Irlanda (1.400 – 3.000), che evidenziano tassi raddoppiati, e la Spagna (14.700 – 46.900) ed i Paesi Bassi (4.000 – 15.300) con la triplicazione delle loro popolazioni carcerarie. Nonostante il ricorso periodico ad estesi atti di clemenza (per esempio, in Francia ogni anno dal 1991 per festeggiare la presa della Bastiglia) e le ondate dei provvedimenti di indulto che sono diventati ordinari (in Italia, in Spagna, nel Belgio e in Portogallo), le scorte di detenuti del continente si sono gonfiate inesorabilmente e le carceri dappertutto sono piene fino all’eccesso.

Ma, soprattutto, in Europa, gli stranieri e i cosiddetti immigrati “di seconda generazione” di estrazione non-Occidentale e persone di colore, che figurano fra le categorie più vulnerabili sia sul mercato del lavoro sia da punto di vista dell’assistenza sociale, a causa della loro basso ceto, per la scarsità delle credenziali e per le molteplici forme di discriminazione che perdurano, sono massicciamente sovrarappresentati negli strati più a margine della popolazione e questo ad un grado paragonabile, anzi in molti casi superiore, alla “disproportionalità razziale” che affligge i neri negli Stati Uniti.
http://loicwacquant.net/papers/on-penal-state/

“Meglio vedere quello che ci accadrà e resistere, piuttosto che ritirarci nelle fantasie condivise da una nazione di ciechi”.

 

Chris Hedges, corrispondente di guerra e premio Pulitzer, è autore di un magnifico studio della psicologia umana alle prese con la fascinazione per la violenza. La traduzione italiana è intitolata “Il fascino oscuro della guerra” e la consiglio a tutti.

Qui descrive la condizione umana al crepuscolo della nostra civiltà e il senso ultimo di questo e di altri blog.

Hedges coglie quella tragica verità che continuiamo ad ignorare a nostro rischio e pericolo: l’unica maniera per salvarci è uscire almeno occasionalmente dalla modalità egocentrica e, per farlo, dobbiamo fare attenzione a quel che ci circonda. Un bimbo ipnotizzato dalla caccia al piccione si farà arrotare da un’auto piuttosto che interrompere quel che sta facendo. Ma gli adulti sono radicalmente diversi? Avete notato come se siete in bici in una zona pedonale dove è permesso circolare in bicicletta la gente non si sposta? Avete notato quante persone non vi aiutano quando state spostando un oggetto pesante perché non è la loro mansione? Se non facciamo attenzione a quel che accade ed al nostro prossimo saremo eterne vittime delle menzogne, delle manipolazioni e dell’effetto cumulato di milioni di egotismi. È un compito ingrato perché la gran parte del tempo pensiamo ed agiamo meccanicamente. È a questo che servono gli amici: a farci notare quel che da soli non riusciamo a notare. Fungono da specchio e noi facciamo lo stesso con loro. Prendiamo coscienza di quel che non va in noi e così apriamo un pertugio per far uscire quel che di meglio c’è in noi. Ma senza attenzione tutto questo non è possibile e ci sarà sempre iniquità.

Scrivevo in un precedente post: “Seth L. Schein (1996) nota perspicacemente che l’Odissea è piena zeppa di personaggi che si dimenticano le cose, non pongono attenzione a quello che fanno, si formano una valutazione superficiale ed estremamente arbitraria della realtà e per questo falliscono e periscono. Il loro è un fallimento morale e pratico: vengono tutti puniti per aver preteso ciò che non spettava loro, per aver sottratto indebitamente i mezzi di sostentamento altrui senza dare nulla in cambio, per essersi comportati empiamente e parassitariamente”

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/22/amleto-e-lingiustizia-iniquita/

Ecco il pezzo di Hedges.

“Le culture che durano dedicano un spazio riservato a coloro che mettono in dubbio e sfidano i miti nazionali. Artisti, scrittori, poeti, attivisti, giornalisti, filosofi, ballerini, musicisti, attori, registi e ribelli devono essere tollerati se una cultura vuole evitare il disastro. I membri di questa classe artistico-culturale, che solitamente non sono benvenuti nelle stordenti aule accademiche dove trionfa la mediocrità, fungono da profeti. Sono allontanati o etichettati come sovversivi delle elite del potere, perché non condividono il narcisismo collettivo dell’autoesaltazione. Essi ci obbligano ad affrontare tesi mai prese in considerazione, quelle per cui andremmo verso la distruzione se non le affrontassimo.

Essi ci presentano le elite governanti come false e corrotte. Essi manifestano l’insensatezza di un sistema basato sull’ideologia della crescita senza fine, dello sfruttamento continuo e della costante espansione. Ci ammoniscono del veleno del carrierismo e della futilità di ricercare la felicità accumulando benessere.
Ci mettono faccia a faccia con noi stessi, dall’amara realtà della schiavitù e delle leggi Jim Crow (*) alla strage omicida dei nativi americani, alla repressione dei movimenti operai, alle atrocità commesse dalle guerre dell’impero, all’assalto all’ecosistema. Ci rendono insicuri dei nostri valori. Loro mettono in discussione i cliché che utilizziamo per descrivere la nazione – il paese dei liberi, il miglior paese della Terra, il faro della libertà – per mettere in luce i lati oscuri, i crimini e l’ignoranza. Essi ci offrono la possibilità di una vita piena di significato e la capacità di avviare un cambiamento.

Le società civili vedono quello che vogliono vedere. Da una miscela di fatti storici e fantastici, creano miti di identità nazionale. Ignorano i fatti spiacevoli che disturbano l’auto-esaltazione. Credono ingenuamente nella nozione del progresso lineare e nella certezza del potere nazionale. Ecco su cosa si basa il nazionalismo: sulle bugie. E se una cultura perde la capacità di pensiero ed espressione, se realmente mette a tacere le voci dissidenti, se si rinchiude in quello che Sigmund Freud chiamava “ricordi di copertura”, un miscuglio rassicurante di fatti e finzione, allora quella cultura muore. Si arrende il suo meccanismo interno di blocco delle auto-illusioni. Dichiara guerra alla bellezza e alla verità. Abolisce il sacro. Trasforma l’educazione in un corso di formazione professionale. Ci rende ciechi. E questo è ciò che è avvenuto. Ci siamo persi in alto mare durante la tempesta. Non sappiamo dove ci troviamo. Non sappiamo dove stiamo andando. E non sappiamo cosa ci capiterà.

Lo psicoanalista John Steiner chiama questo fenomeno “chiudere un occhio”. Fa notare che spesso abbiamo la possibilità di avere conoscenze adeguate, ma poiché è spiacevole e sconcertante decidiamo inconsciamente, e spesso consciamente, di ignorarle. Usa la storia di Edipo per sostenere la sua affermazione. Sostiene che Edipo, Giocasta, Creonte e il “cieco” Tiresia si rendevano conto della verità del parricidio di Edipo e del suo matrimonio con la madre, come era stato profetizzato, ma lo avevano ignorato di comune accordo. Anche noi, scrisse Steiner, chiudiamo un occhio sui pericoli che dobbiamo affrontare, nonostante le numerose prove che, se non riconfigureremo radicalmente il nostro rapporto con la Natura, la catastrofe sarà assicurata. Steiner descrive una verità psicologica profondamente sconcertante.

Io ho riscontrato questa stessa capacità collettiva di auto-illusione tra le élite cittadine di Sarajevo e poi a Pristina, durante le guerre in Bosnia e in Kosovo. Queste raffinate élite si rifiutavano categoricamente di credere che la guerra fosse un’eventualità possibile, sebbene gli atti di violenza fra bande armate avversarie avessero già iniziato a lacerare il tessuto sociale. Durante la notte si potevano sentire gli spari. Ma loro furono gli ultimi a “venirne a conoscenza”. E anche noi siamo auto-illusi allo stesso modo. La prova tangibile della decadenza nazionale – lo sgretolarsi delle infrastrutture, l’abbandono delle aziende e di altri posti di lavoro, le file di negozi distrutti, la chiusura di librerie, scuole, stazioni dei pompieri e uffici postali – che vediamo accadere sotto i nostri occhi, passano in realtà inosservati. Il rapido e terrificante deterioramento dell’ecosistema, provato dall’aumento delle temperature, dalle siccità, dalle alluvioni, dai raccolti distrutti, le perturbazioni anomale, lo scioglimento dei poli e l’aumento dei livello dei mari, vanno perfettamente d’accordo con il concetto di “chiudere un occhio” formulato da Steiner.

Edipo, alla fine dell’opera di Sofocle, si strappa gli occhi e con sua figlia Antigone come guida viaggia nel paese. Una volta re, diventa uno straniero in un paese sconosciuto. Muore, come dice Antigone, “in un paese straniero, ma un paese che aveva desiderato ardentemente.” William Shakespeare in “Re Lear” gioca sullo stesso tema della vista e della cecità. Chi ha gli occhi, in “Re Lear”, non è capace di vedere. Gloucester, cui sono stati cavati gli occhi, nella sua cecità si vede svelata una verità. “Io non ho strada, e perciò non ho bisogno degli occhi”, afferma Gloucester dopo essere stato accecato.
“Ho inciampato quando ho iniziato a vedere”. Quando Lear bandisce la sua unica figlia legittima, Cordelia, che lui accusa di non amarlo abbastanza, Lear urla: “Sparisci dalla mia vista!” A cui Kent replica: Guarda meglio, Lear, e lascia che io rimanga ancora il vero punto di mira dell’occhio tuo.

La storia di Lear, così come la storia di Edipo, riguarda l’acquisizione della visione interiore. Riguarda l’etica e l’intelletto accecati dell’empirismo e dalla vista. Riguarda la visione dell’immaginazione umana, come diceva Blake, quale manifestazione dell’Eternità. “L’Amore senza immaginazione è morte eterna.”

L’allievo Shakespeariano Harold Goddard scrisse: “L’immaginazione non è la capacità di creare illusioni; è la facoltà grazie alla quale ogni uomo apprende la realtà.” L’illusione si scopre essere realtà. “Fai che la fede soppianti la realtà”, dice Starbuck in “Moby-Dick”.

“E’ solo il nostro assurdo pregiudizio ‘scientifico’ che la realtà debba essere fisica e razionale che ci rende ciechi di fronte alla realtà”, ammoniva Goddard. Come scrisse Shakespeare, ci sono “cose invisibili alla vista dei mortali“. Ma queste cose non sono professionali, fattive o empiriche. Non possono essere ritrovate nei miti nazionali di gloria e potere. Non si possono ottenere con l’imposizione. Non giungono per apprendimento o ragionamento logico. Sono intangibili. Sono le realtà della bellezza, del dolore, dell’amore, della ricerca del significato, della lotta per fronteggiare la mortalità di noi stessi e l’abilità di affrontare la realtà. E le culture che disprezzano queste forze immaginative commettono suicidio. Non possono vedere.

Come potrà a questa rabbia opporsi la bellezza,” scrisse Shakespeare, “che non è più forte di un fiore?L’immaginazione umana, la capacità di avere visioni, di costruire una vita di significato piuttosto che di utilitarismi, è delicata come un fiore. E se viene soffocata, se uno Shakespeare o un Sofocle non vengono più ritenuti utili in un mondo empirico di affari, carrierismo e potere, se le università ritengono che un Milton Friedman o un Friedrich Hayek siano più importanti per i loro studenti, piuttosto che una Virginia Woolf o un Anton Cechov, allora diventiamo barbari. E così ci assicuriamo l’estinzione. Gli studenti cui viene negata la saggezza dei grandi oracoli della civiltà umana – visionari che ci esortano a non adorare noi stessi, a non inginocchiarci di fronte all’infima emozione della cupidigia – non possono ritenersi istruiti. Non possono pensare.

Per pensare, come aveva già capito Epicuro, dobbiamo “vivere appartati”. Dobbiamo costruire mura per tenere lontani le ipocrisie e il chiasso della folla. Dobbiamo ritirarci in una cultura a base letteraria, dove le idee non sono deformate dai rumori e dai cliché che abbattono il pensiero. Il pensiero è, come scrisse Hannah Arendt, “un dialogo silenzioso tra me e me stessa”. Ma il pensiero, scrisse, presuppone sempre la condizione umana della pluralità. Non ha alcuna funzione utilitaristica. Non ha un fine o uno scopo esterno a se stesso. Differisce dal ragionamento logico, che è incentrato su un scopo definito e identificabile. Il ragionamento logico, gli atti di cognizione, promuovono l’efficienza di un sistema, incluso il potere commerciale, che solitamente è moralmente neutro nel migliore dei casi, se non malvagio, come spesso accade. L’incapacità di pensare, scrisse la Arendt, “non è una debolezza di molti cui manca la capacità cerebrale di farlo, bensì un possibilità eventuale per chiunque – scienziati, studenti e non si escludono altri specialisti in attività intellettive.”

La nostra cultura commerciale ci ha effettivamente separato dall’immaginazione umana. I nostri strumenti elettronici si insinuano sempre più in profondità negli spazi che un tempo erano riservati alla solitudine, alla riflessione e al privato. Le nostre radio sono piene di baggianate e assurdità. L’istruzione e le comunicazioni disprezzano le discipline che ci permettono di vedere. Celebriamo mediocri capacità professionali e i ridicoli requisiti di test standardizzati. Abbiamo condotto in disgrazia chi pensa, inclusi molti insegnanti di materie umanistiche, cosicché non possano trovare occupazione, né sussistenza, né visibilità. Seguiamo il cieco nel precipizio. Facciamo guerra a noi stessi.

La vitale importanza del pensiero, scrisse la Arendt, appare solo “in tempi transitori, quando l’uomo non si affida alla stabilità del mondo e al suo ruolo in esso, e quando le domande riguardanti le condizioni generali della vita umana, che come tali ci seguono dall’apparizione dell’uomo sulla terra, acquistano inconsueta intensità emotiva.”. E’ proprio nei momenti di crisi che abbiamo bisogno dei nostri pensatori e dei nostri artisti, ci ricorda la Arendt, perché ci forniscono racconti sovversivi che ci permettono di tracciare un nuovo corso, uno che ci possa assicurare la sopravvivenza.

“Quando erediterò la vita eterna?” Fyodor Pavlovich Karamazov, citando la Bibbia, chiede a Padre Zossima ne “I fratelli Karamazov”. A cui Zossima risponde: “Prima di tutto, non mentire a te stesso“.

Ed è qui il dilemma che dobbiamo affrontare come civiltà. Ci dirigiamo collettivamente verso l’autodistruzione. Il capitalismo commerciale, se lasciato a briglia sciolta, ci ucciderà. Ciò nonostante, rifiutiamo di vedere cosa ci accadrà, perché non possiamo pensare né ascoltare ancora quelli che pensano, per capire cosa ci aspetta. Abbiamo creato meccanismi di intrattenimento che offuscano e mettono a tacere la verità nuda e cruda, dal cambiamento climatico al collasso della globalizzazione, alla schiavitù del potere commerciale, il che significa per noi autodistruzione. Se non possiamo fare nient’altro dobbiamo, come individui, alimentare il dialogo privato e la solitudine che sviluppano il pensiero. Meglio essere un emarginato, uno straniero nel proprio paese, piuttosto che emarginati da se stessi. Meglio vedere quello che ci accadrà e resistere, piuttosto che ritirarci nelle fantasie condivise da una nazione di ciechi.

Chris Hedges

Fonte: www.truthdig.com/

Link
09.07.2012

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10672

Il Corriere della Sera pubblica un inno alla jugoslavizzazione dell’Italia: perché?

Premesso che sono categoricamente ostile al patriottismo ed al nazionalismo per una lunga serie di ragioni che ho sviscerato qui

http://www.raetia.com/index.php?id=1518

e che sono decisamente favorevole agli autonomismi per un’altra serie di ragioni esposte qui:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/08/barbara-spinelli-si-sbaglia-di-grosso-riguardo-agli-stati-uniti-deuropa/

e più in genere nella categoria “autonomia” sullo stesso blog; ciò non mi impedisce di vedere il bluff del Corriere della Sera.

Mi riferisco a questa intervista a Marcia Christoff Kurapovna (studiosa indipendente sloveno-americana, residente a Vienna) in cui la suddetta evoca un futuro di staterelli italiani regionali, alla mercé dei grandi poteri globali/oligarchie finanziarie, sul modello dell’Alto Adige/Sudtirolo (!!!!) o della Padania (!!!!):

“…uso l’esempio del Sud Tirolo (l’Alto Adige, ndr). Quando ogni regione si auto-organizza, le cose riprendono a funzionare, come lì. Quando si dà uno stop alle interferenze e alle imposizioni di Roma, intesa come centro dello Stato, l’ innovazione e la crescita lievitano, scompare la paura dello Stato. E la competitività ne guadagna enormemente. Questo, credo, è quello che l’ Italia dovrebbe imparare dalla sua storia”.
“Cosa pensa della Lega Nord? «Confesso che inizialmente l’ho vista con simpatia. Quando è cresciuta mi pare che si sia invece persa, che non abbia più avuto spinta innovativa». Ma lei dunque immagina un’Italia delle regioni, dei comuni? «Come esito finale sì, delle regioni. Il primo passo necessario, probabilmente, sarebbe la separazione tra il Nord e il Sud. Per togliere paura ad ambedue le entità. Poi si dovrebbe andare verso regioni autonome, che si governano da sole. Dopo un po’ si potrebbe introdurre qualcosa che dia un feeling simbolico di identità italiana, ma niente di più. Come in alcuni Paesi è la monarchia».

http://archiviostorico.corriere.it/2012/luglio/14/Ispiratevi_alle_citta_del_Rinascimento_co_8_120714018.shtml

l’intervista è scadente e quindi potrebbe apparire come una boutade. Non lo è. All’origine di questa singolare scelta editoriale c’è quest’analisi della suddetta ricercatrice:

http://online.wsj.com/article/SB10001424052702303919504577522641691745740.html

La quale scrive per il Wall Street Journal, l’International Herald Tribune e l’Economist. Spazio che si è conquistata sul campo, avendo difeso paradisi fiscali come il Liechtenstein (cf. i paradisi fiscali sono il meccanismo che consente ai ricchi di fregarsene delle regole degli stati e della giustizia sociale):

http://courses.wcupa.edu/rbove/eco343/040compecon/Europe%20West/Austria/040421leichtens.txt

ed essendo una convinta neoliberista, ammiratrice di Ljubo Sirc, filosofo ed economista sloveno aderente alla Scuola Austriaca.

La Scuola Austriaca è quella di Ludwig von Mises e Friedrich vonHayek.

Scrive un ammiratore di Mises: “Molti lettori potrebbero essere sorpresi di apprendere che Mises e l’Istituto furono in grado di restare a galla negli anni immediatamente successivi al suo arrivo negli Stati Uniti unicamente grazie alle generose sovvenzioni della Fondazione Rockefeller. In effetti, per i primi anni di Mises negli Stati Uniti, prima della sua nomina a docente a tempo determinato in visita presso la Graduate School of Business Administration alla NewYork University (NYU) nel 1945, era quasi totalmente dipendente da borse di ricerca annuali della Rockefeller Foundation”.

http://www.independent.org/publications/tir/article.asp?a=692

Qui ho illustrato i legami tra i grandi poteri finanziari e i contemporanei paladini della scuola austriaca (es. Tea Party e Oscar Giannino – ma anche Ostellino, Giavazzi, ecc. del Corriere del Sera, o Alberto Bisin e Alessandro De Nicola della Repubblica-l’Espresso):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/25/il-criptofascismo-dei-liberalizzatori-e-dei-privatizzatori/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/10/tea-party-il-totalitarismo-anarchico-alla-conquista-degli-stati-uniti/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/08/oscar-giannino-e-la-svolta-neoliberista-di-repubblica/

Come se tutto questo non bastasse, la Kurapovna è anche certa che Draza Mihajlovic e i Cetnici (!!!)

http://pasudest.blogspot.it/2012/03/i-balcani-e-il-passato-che-non-passa.html

fossero i guardiani dei valori occidentali in Jugoslavia:

http://www.amazon.com/Shadows-Mountain-Resistance-Rivalries-Yugoslavia/dp/0470084561/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1263785138&sr=8-1

(e George W. Bush, guarda caso, lo ha insignito di un’onorificenza postuma)

La sua difesa d’ufficio è stata così efficace da guadagnarsi un posto di rilievo nel sito che glorifica le “imprese” di Mihajlovic:

http://www.generalmihailovich.com/2010/02/shadows-on-mountain-allies-resistance.html

Abbiamo dunque una nazionalista/revanscista serba che, per qualche ragione, afferma che la Serbia ha tutte le ragioni di esistere come stato nazionale (per la sua presunta ma inesistente omogeneità etnica?), mentre non si sogna di difendere la ragione di esistere della Jugoslavia e cerca di delegittimare il diritto di esistere della Grecia e dell’Italia, due nazioni che stanno subendo l’attacco dei neoliberisti che le governano (Monti è dichiaratamente ed orgogliosamente neoliberista), con le loro privatizzazioni forsennate del patrimonio pubblico / beni comuni, e che speculano contro di esse (cf. spread e agenzie di rating).

Questo fenomeno va letto nel quadro del progetto di un’Europa a due velocità (a geometria variabile – cf. Luigi Zingales, Angela Merkel) che consenta all’area economica tedesca di non rinunciare alle aree produttive dei paesi del Mediterraneo, senza però accollarsi il fardello di quelle “più arretrate” ( = meno inclini a vivere per lavorare).

Un progetto, questo, che piaceva molto agli economisti tedeschi degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso e che si è realizzato tra l’8 settembre 1943 ed il 29 agosto 1944 (liberazione di Parigi). Un progetto fortemente voluto dagli etnofederalisti nazistoidi bavaresi.

Dunque, attenzione! Questo progetto è l’antitesi del processo di unificazione europea voluto da Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman.

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