L’uscita della Grecia dall’eurozona può distruggere l’Unione Europea?

Marco Brunazzo scrive: “la stessa sopravvivenza dell’UE non può essere data per certa”.

Proprio così, e proprio per questo è semplicemente indecente che le massime autorità monetarie stiano spalancando la porta a questa eventualità.

Christine Lagarde ha ventilato l’ipotesi di una “uscita ordinata” della Grecia dall’eurozona.

Per Patrick Honohan (direttivo della BCE), l’uscita della Grecia dall’area euro non sarebbe un evento ”necessariamente disastroso” e, pur rappresentando un ”colpo alla fiducia” nell’Eurozona, sarebbe ”tecnicamente” gestibile.

Sono esternazioni gravemente irresponsabili.

“Alla fine ci ha pensato il presidente dell’Eurogruppo e primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, a fare un po’ di chiarezza rispetto alle voci, diffuse nei mercati e avallate dalle uscite infelici di qualche ministro Ue (in particolare l’austriaca Maria Fekter e il tedesco Wolfgang Schaeuble) e dell’ambiguità dello stesso presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, su una possibile uscita della Grecia dall’Eurozona. Il nostro fermo desiderio – ha detto ieri sera a Bruxelles durante la conferenza stampa conclusiva dell’Eurogruppo – è di mantenere la Grecia nell’Eurozona, e faremo di tutto perché sia così. Di uscita di Atene dall’euro non si è assolutamente parlato e nessuno, assolutamente nessuno, ha avanzato quest’idea”.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20120515_072558.shtml

Chi e perché sta mentendo sulla pelle di centinaia di milioni di cittadini europei ed investitori europei ed extraeuropei?

Se una maggioranza di Greci (70%) vuole restare nell’Unione Europea (pur rifiutando le disposizioni draconiane e letteralmente omicide degli eurarchi) è perché hanno capito che la loro uscita li condannerebbe ad un disastro ancora peggiore di quello attuale.

L’espulsione (ordinata o meno) dall’eurozona di uno stato membro non è prevista da nessun trattato ed in ogni caso comporta l’uscita della Grecia anche dall’Unione Europea. Diversamente nessuna sostituzione dell’euro con la dracma sarebbe giuridicamente contemplabile e senza frontiere nazionali il governo greco, già in difficoltà nel contenere la conseguente iperinflazione, non riuscirebbe a bloccare la fuga di euro:

“Solo ieri, ha detto il presidente Papoulias, i correntisti hanno ritirato dalle banche depositi per 700 milioni di euro”.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-15/caos-atene-allarmeeuro-221805.shtml?uuid=AbYUaDdF

Scrive l’economista Varoufakis, celebre nel resto d’Europa e negli Stati Uniti e finalmente molto citato anche sulla stampa italiana:

“Anche mettendo da parte le ramificazioni nazionali per la perdita dei sussidi all’agricoltura, fondi strutturali e forse interscambi commerciali (in seguito alla possibile introduzione di barriere commerciali tra la Grecia e l’UE), gli effetti sul resto della zona euro sarebbero catastrofici. La Spagna, già in un buco nero, vedrà il suo Pil ridursi di un valore superiore a quello dell’attuale tasso record di deflazione della Grecia, gli spread dei tassi di interesse tenderanno al 20% in Irlanda e in Italia e, in breve tempo, la Germania deciderà di darci un taglio e salverà se stessa assieme agli altri paesi con un surplus commerciale. Questa catena di eventi causerà una terribile recessione nei paesi in surplus raggruppati attorno alla Germania, la cui moneta si apprezzerebbe astronomicamente, mentre il resto d’Europa affonderebbe nella melma della stagflazione. Un habitat ideale per la Grecia? Assolutamente no!”

Varoufakis ribadisce in conclusione che la Grecia deve fare default, ma all’interno dell’eurozona:

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/16/weisbrot-and-krugman-are-wrong-greece-cannot-pull-off-an-argentina/#more-2171

Ne consegue che i cinque punti del programma di governo di SYRIZA, guidato da Alexis Tsipras, Solone redivivo contro le infamie di Dracone, sono ben congegnati e potrebbero salvare la Grecia, l’eurozona e l’Unione Europea:

  1. immediata cancellazione delle incombenti misure che impoveriranno ulteriormente i greci, come i tagli alle pensioni ed ai salari;
  2. cancellazione immediata delle misure tese a indebolire i diritti fondamentali dei lavoratori, come l’abolizione di CCN;
  3. abolizione dell’immunità parlamentare; riforma elettorale e generale ristrutturazione del sistema politico;
  4. indagine sulle banche greche, e pubblicazione immediata dei risultati dell’audit eseguito da BlackRock sul settore bancario greco;
  5. istituzione di un comitato internazionale di revisione dei conti, che indaghi sulle cause del deficit pubblico greco, in aggiunta ad una moratoria sulla riparazione del debito fino a che i risultati dell’indagine non siano resi pubblici.

L’opinione dell’economista greco Panos Evangelopoulos:

“Mi prendo qui la libertà di fare una previsione: queste misure di austerità faranno la stessa fine delle famigerate Leggi di Dracone nell’antica Atene. La loro durezza era simboleggiata dall’essere scritte col sangue e non con l’inchiostro. Riportarono l’ordine nell’antica Atene, ma furono in seguito emendate da Solone. Lo spirito delle Leggi di Solone era di portare armonia senza austerità e senza coercizione, e diedero avvio all’Età Aurea dell’antica Atene. Sembra proprio il destino della moderna Grecia quello di rivivere le asprezze di Dracone prima di poter sperare in una liberazione simile a quella che portò Solone”.

Le considerazioni di Barbara Spinelli (“La preghiera di Aiace”, la Repubblica, 16 maggio 2012):

“Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l’articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c’è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell’austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all’orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all’austerità e all’Unione, e Tsipras è dipinto come l’antieuropeista per eccellenza. La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall’Euro, né dall’Unione. Chiede un’altra Europa, esattamente come Hollande”.

Infine, ultimo punto ma non meno importante degli altri [cf. Marco Brunazzo/Michele Nardelli: “L’Unione europea, diceva uno dei padri fondatori, si farà attraverso le crisi e sarà il risultato di queste crisi”].

Richard Jeffrey, direttore della divisione investimenti del Cazenove Capital Management, ha confidato, in uno speciale della BBC, i suoi sospetti che le autorità europee avessero ben chiaro in mente che la configurazione dell’eurozona era afflitta da difetti strutturali fatali, perché erano talmente evidenti che non potevano essere ignorati. Tuttavia, a suo dire, avrebbero deciso di procedere nella convinzione che una di quelle crisi sistemiche che caratterizzano il capitalismo avrebbe permesso di realizzare una piena integrazione politica che, altrimenti, tenuto conto dello scetticismo dell’opinione pubblica europea, avrebbe dovuto attendere per molti altri decenni. Ha precisato meglio il suo punto di vista in un’intervista al Wall Street Journal: “Il punto è che, a rigor di logica, una moneta comune sarebbe l’ultima cosa da introdurre (dopo una politica fiscale comune, sistemi giuridici comuni, una comune regolamentazione dei mercati, ecc.), se l’idea è quella di costruire una federazione politica, poiché sarebbero proprio una moneta ed una politica monetaria comune ad evidenziare tutte le tensioni tra le economie. Ma i politici hanno rovesciato questo argomento e hanno visto nell’unione monetaria un primo passo forzato che, se avesse avuto successo, avrebbe portato ad un approccio più federale in altri settori, come la politica fiscale

A riprova della plausibilità di questa sua ricostruzione, Jeffrey ha citato il pensiero di Romano Prodi quando era presidente della Commissione Europea, in una lettera scritta al Financial Times, nel dicembre del 2001: “Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica. Attualmente è politicamente impossibile farlo. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati”.

http://blogs.wsj.com/source/2011/10/31/did-the-euros-architects-expect-it-to-fail/

Personalmente trovo che queste astuzie, se fossero vere, sarebbero in completa antitesi rispetto alla prassi democratica. Sarebbe il comportamento di persone senza scrupoli, così ossessionate dal fine da restare completamente indifferenti alla questione della moralità dei mezzi, dell’impatto umano dei suoi effetti (la terzo-mondializzazione dei paesi più deboli, ma anche l’aggravamento della crisi globale e quindi l’immiserimento di milioni di persone in tutto il mondo), per non parlare della volontà sovrana dei cittadini europei. Questo mio giudizio di condanna è anche quello dell’economista Paolo Savona (ex Banca d’Italia) che ha severamente criticato la tendenza a nascondere al pubblico il dibattito sulle scelte che è possibile fare, nella convinzione che i cittadini siano troppo ignoranti e superficiali per prendervi parte. Anche per Paolo Savona così si tradisce l’ethos democratico.

Non è così che si costruisce l’Europa.

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