Riformismo vs Populismo (Barbara Spinelli, la Repubblica)

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Dopo il 25 febbraio si peseranno i voti e Vendola deciderà il suo futuro. Da un lato c’è la possibilità di definirsi come sinistra di governo, nella speranza di non ripetere l’esperienza suicida dell’Ulivo. Dall’altro c’è il vortice del populismo. Vendola peserà, valuterà, ma forse sarà abbastanza abile da evitare un errore fatale.

Stefano Folli, Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2013

[Barbara Spinelli, quando si ricorda che l’europeismo, da solo, non risolverà la crisi, è magnifica]

“Se anche Keynes è un estremista”, la Repubblica, 6 febbraio 2013

“I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: “Non salvateci più!“, e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.

A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina “che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa“. Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che “l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone“.

Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda.

Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’.

È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89.

È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: “Ma stiamo scherzando?”, quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto?

In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale  –  la povertà, la disoccupazione di massa  –  non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.

È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un’idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un’idea d’avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste  –  con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono.

Non a caso viene dal più forte sindacato d’Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l’Europa, gestito dall’Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni ’30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani  –  welfare, cura del bene pubblico  –  accrescono l’irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all’assistenza. Paventato è l’azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L’economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal ‘700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. “Questo ucciderà quello”, così Victor Hugo narra l’avvento del libro stampato che uccise le cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell’unione uomo-donna a soccombere, chissà perché.

Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di “capitale umano” e parliamo di persone, forse l’azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati”.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 06 febbraio 2013

http://www.repubblica.it/politica/2013/02/06/news/spinelli_keynes-52040796/

Libera nos a malo – i buoni propositi del 2013

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La famosa flexsecurity di Pietro Ichino: flessibilità nella scelta del partito in cambio della sicurezza del posto in parlamento”.

(circola in rete)

C’è un unico, serio, responsabile, possibile buon proposito per il 2013: abbattere questo sistema.

Ci troviamo in una seconda depressione, causata dai soliti ignoti, persone che comandano senza esporsi pubblicamente:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/22/fa-sembrare-piccoli-tutti-i-maggiori-scandali-finanziari-nella-storia/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/27/complottismo-for-dummies-le-trame-finanziarie-spiegate-al-bruco-del-mio-basilico/

Sono veri e propri vampiri che pretendono pure di essere ringraziati per l’opera meritoria che fanno e riescono a farsi ringraziare, grazie al dominio che esercitano sui media:

http://en.wikipedia.org/wiki/Concentration_of_media_ownership

http://www.voltairenet.org/article160315.html

La crisi in atto continua ad accrescere le inutili privazioni alle quali è sottoposta ormai la vasta maggioranza degli abitanti di questo pianeta. I grandi flagelli dell’umanità come la miseria, l’ignoranza, le malattie evitabili, la disoccupazione, la mancanza di una fissa dimora, servizi igienico-sanitari compromessi o assenti, mobilità sociale scarsa o nulla e la marginalità si sono affacciate anche nel Primo Mondo e non solo in Grecia:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/18/breve-lista-dei-crimini-commessi-contro-il-popolo-greco-dai-premi-nobel-per-la-pace/

Negli Stati Uniti

http://www.internazionale.it/portfolio/poveri-americani/

e nell’Unione Europa

http://italian.irib.ir/notizie/economia/item/117518-

milioni di persone stanno tollerando livelli di abbrutimento che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Su 2 miliardi e 200 milioni di bambini che vivono su questo pianeta, 1 miliardo vive in povertà (ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite). Solo questo dato dovrebbe essere sufficiente a farci aprire gli occhi sulla bontà delle intenzioni e delle azioni del FMI, della Banca Mondiale, della Banca dei Regolamenti Internazionali e di tutte quelle organizzazioni globaliste ben poco trasparenti ed estremamente oligarchiche.

Secondo le stime ottimistiche della FAO, nel 2012 c’erano circa 925 milioni affamate o malnutrite. Sono stime ottimistiche perché nel 2008 si calcolava un numero analogo di affamati, nel 2009 erano aumentati di circa 100 milioni, per poi ridiscendere ai livelli del 2008 nel 2010. Con la statistica si può alterare la percezione della realtà. Comunque, stando a questi dati, quasi 200 milioni vivono in paesi “sviluppati”. Negli Stati Uniti, circa 50 milioni di persone si affidano ai buoni pasto per sopravvivere.

1 miliardo e 100 milioni di persone non ha accesso ad acqua pulita.

Circa un terzo dei bambini del mondo non abita in un alloggio adeguato, un quinto non ha accesso ad acqua potabile, un settimo non ha accesso a servizi sanitari decenti.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite stima che il dato combinato di disoccupazione e sotto-occupazione nei paesi “sviluppati” si avvicina al 30%. In Grecia e in Spagna, si è raggiunta la soglia del 50% tra i giovani.

A livello mondiale, quasi 29 milioni di lavoratori hanno gettato la spugna e rinunciato a cercare un lavoro nel 2011, e non sono più conteggiati come forza lavoro e sono scomparsi dalle statistiche sulla disoccupazione. Un fenomeno mai registrato dopo il 1991, l’anno in cui si sono cominciati ad elaborare questi dati. Per rimediare a questa catastrofe servirebbero 60 milioni di nuovi posti di lavoro (veri) all’anno per 10 anni.

Una missione impossibile dato che il rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione economica mondiale e le sue prospettive per il 2013, pubblicato il 18 dicembre 2012, indica un rallentamento significativo nei livelli già anemici di attività economica mondiale.

La forte decrescita (recessiva) dell’economia europea sta avendo un drammatico impatto in tutto il mondo, anche sulla Cina.

Recessione (depressione) che, come ormai tutti dovrebbero aver capito, è dovuta esclusivamente al fanatismo neoliberista delle politiche adottate nei paesi europei ed all’abolizione per legge (con riforma della costituzione) della possibilità di realizzare politiche economiche social-democratiche. In pratica la destra neoliberista ha estromesso dal campo economico la sinistra e la destra sociale e liberale, tacciandole di populismo (e, talvolta, ribattezzando come “liberali” delle politiche che sono neoliberiste e che in inglese sono chiamate “neocon” o “libertarian”, non certo “liberal”, aggettivo che negli Stati Uniti designa invece la sinistra moderata)

http://it.wikipedia.org/wiki/Liberismo#Liberismo_e_liberalismo

Quello di cui il mondo ha bisogno non è altra austerità neoliberista ma il contrario.

Occorre una riaffermazione della priorità di un’adeguata rete di sicurezza sociale, assieme a misure che trasferiscano i costi della depressione dalle spalle dei lavoratori a quelle dei banchieri parassiti che sono i principali responsabili di questo disastro. Serviranno banche centrali nazionalizzate, come lo erano un tempo, che servano le esigenze dello stato e della società e definanziarizzino l’economia globale, sviluppandola in una direzione più socialmente ed ecologicamente sostenibile.

FONTE: Webster G. Tarpley

http://www.presstv.ir/detail/2012/12/24/279917/great-depression-deepens-across-globe/

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E liberaci da Monti e dal montismo

di Lelio Demichelis, MicroMega, 20 dicembre 2012

[…].

Liberaci da Monti, dal montismo come nuova versione del pensiero unico e dai montisti. Liberaci dal ‘male’ economico e sociale che si è prodotto…quel ‘male’ ideologico che è stato deliberatamente prodotto dal neoliberismo, dai suoi ideologi e dai suoi sacerdoti e teologi (i professori, gli esperti, i tecnici).
Liberaci da quella nuova ‘banalità del male’ che è andata a colpire i deboli e non i patrimoni, il lavoro e non la finanza e la speculazione (rinviando persino la Tobin tax promessa), le pensioni e non i bonus dei manager; che ha tagliato ricerca istruzione e formazione (un paradosso nel paradosso, o un nichilismo nel nichilismo, essendo un governo di ‘professori’); che ha ridotto i diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’ambiente, alla cittadinanza (diritti costituzionali, che sarebbero quindi ‘indisponibili’), che ha impoverito la democrazia in nome dello ‘stato d’eccezione’, che teme i populismi che esso stesso ha creato e prodotto, senza però vedere la consequenzialità tra causa ed effetto.

Un ‘male’ (impoverimento, disuguaglianze, disoccupazione, rassegnazione), che viene imposto in modi molto ‘cattolici’ (ma certo non cristiani), come doverosa ‘testimonianza di fede’ neoliberista, una fede ideologica, il capitalismo come autentica religione secondo Walter Benjamin (una religione cultuale, “forse la più estrema che si sia mai data”; a durata permanente; capace di generare colpa; e con il suo dio ben celato), perché anche il capitalismo “serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini” di una religione.

Un ‘male’ da subire perché deriverebbe appunto da una colpa nostra e non della finanza, delle borse e dei banchieri: la colpa di avere vissuto ‘al di sopra dei nostri mezzi’. Dimenticando che questo ‘dover vivere al di sopra dei nostri mezzi’ è stata una scelta deliberata dettata dal sistema bancario e finanziario mediante l’induzione di indebitamento crescente e di massa (facendoci passare da lavoratori a consumatori e infine a debitori). Una ‘colpa’ che ora necessita di redenzione, di salvezza, ovvero di austerità, di impoverimento, di declassamento sociale.

[…].

Quel neoliberismo che dopo averci permesso (per i suoi profitti) di vivere al di sopra dei nostri mezzi, oggi ci impone (sempre per i propri profitti) di soffrire, di espiare – processo ben sintetizzato dal titolo di un pregevole articolo di Ida Dominijanni di un anno fa: ‘Dal godimento alla penitenza’). Ieri la bio-politica accattivante dell’edonismo, del consumismo, dell’egoismo e dell’egotismo; oggi la tanato-politica della morte civile e sociale e dell’impoverimento di massa.

Un ‘male’ che poteva e doveva essere evitato (altre ricette economiche erano possibili e doverose: Keynes e Beveridge, invece di Hayek e Friedman), ma spacciato per ‘bene’ necessario (espiare la colpa) e virtuoso (in realtà, è puro nichilismo; distruggere tutto: stato sociale, lavoro, redditi, scuola e istruzione, sicurezza sociale, per avere una nuova alba, una nuova luce – appunto – in fondo al tunnel).

[…].

Preferiamo rifarci a Kant…: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”. Mentre “se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”, tenendomi nel mio ‘girello per bambini’ e facendomi perdere la voglia e il desiderio di uscire dal girello e di provare a camminare, pensare, ragionare, decidere con le mie gambe e la mia testa. Da tutte le parti, diceva Kant, “odo gridare: non ragionate! L’ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari. L’intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, ma credete!”.

Ecco, oggi siamo in una situazione molto simile a quella di allora, è solo mutato il ‘soggetto’ che ci impone di non ragionare ma di ‘’credere’ (oggi, i mercati, le agenzie di rating, i bocconiani e i banchieri). Non ragionate! Ovvero non bisogna cercare di ‘capire’ se questa adottata in Italia (come in Grecia o in Spagna e altrove) sia stata davvero l’unica ricetta economica possibile.

Piuttosto – lo dice Monti, lo dicono i grandi mass-media, lo dicono Casini e Montezemolo (sic!) – dovete ‘credere’, dovete ‘crederci’, perché noi – noi Mario Monti, Mario Draghi, Manuel Barroso, Angela Merkel – noi ci siamo assunti l’onere di farvi muovere sul girello per bambini che abbiamo realizzato per voi; perché noi siamo coloro che sanno e ‘coloro che sono’ (noi siamo coloro che siamo perché siamo gli esperti, i professori, i tecnici), voi dovete solo credere in noi, dovete fare ‘esercitazioni militari’ accettando l’ordine di diventare disoccupati o precari; voi dovete pagare le tasse e impoverirvi, perché questo è utile non solo al pareggio di bilancio ma soprattutto alla nuova divisione internazionale del lavoro (non potendo più svalutare la lira per dare fiato a un’economia che non innova, oggi si devono ‘svalutare’ il lavoro e i redditi), perché il vostro benchmark (coloro che dovete imitare, diventando come loro) per i prossimi anni saranno i lavoratori-schiavi cinesi: quello è il vostro modello, quello il vostro futuro e a noi dovete credere, perché noi siamo classe dirigente, noi sappiamo cosa è bene e cosa è male per voi e per il paese, noi siamo i vostri ‘pastori’ e voi siete il nostro ‘gregge’.

E ogni gregge – in nome della coesione nazionale invocata dal Presidente Napolitano, della competizione invocata dagli industriali o del pareggio di bilancio invocato dai ragionieri al governo (e bisognerebbe chiedere scusa ai ragionieri) – deve sempre seguire il suo ‘pastore’, colui che è, colui che sa, colui che guida e che ha costruito per le ‘pecore del gregge’ opportuni girelli per bambini, per togliere la fatica di pensare (e noi, per ‘pigrizia’ e per ‘viltà’, come diceva ancora Kant, abbiamo rinunciato al nostro diritto/dovere di pensare e di uscire dal girello che ci fa restare infantili e dipendenti).

Allo stesso tempo facendo fare a voi – voi obbedienti e rassegnati, ‘complici’ i sindacati (alcuni) e una certa sinistra – ciò che noi èlite, noi banchieri (che abbiamo provocato la crisi), noi professori della più prestigiosa (sic!) università italiana, abbiamo deciso che voi dobbiate fare.

Dal disastro economico e soprattutto sociale prodotto da Monti e dal montismo bisogna uscire e in fretta, perché è un disastro che si poteva e si doveva evitare usando l’intelligenza e non l’ideologia, la logica e non l’ostinazione, la fantasia e non la routine del pensiero unico neoliberista, rileggendo soprattutto come era nata la crisi del 1929 e come se ne era usciti con Roosevelt.

Ma bisogna soprattutto smettere questa corsa affannosa e insulsa a Monti e al montismo. […] Il sapere aude! vale soprattutto per la società, per noi e per i nostri figli, cui stiamo negando il progresso in nome di un regresso nichilistico. Non continuità con Monti, dunque: ma una cesura radicale. Con Monti e il montismo (e il merkelismo, il barrosismo, il draghismo).

(20 dicembre 2012)

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