“Mare Calmo” di Nicol Ljubić (Keller editore) – recensione

LJUBIC_NICOL

https://twitter.com/stefanofait

“Mio padre è accusato di essere coinvolto nell’omicidio di quarantadue persone. Sarebbero state bruciate. Agli occhi della gente è un criminale di guerra. Ti sei innamorato della figlia di un criminale di guerra”.

Ecco una rivelazione che può mettere a  dura prova la vita di coppia.

Accade a Robert, storico tedesco di genitori croati, protagonista di “Mare Calmo”, di Nicol Ljubić, anch’egli tedesco di origini croate. Il romanzo, vincitore del premio Adalbert-Chamisso nel 2011, edito da Keller, ha già entusiasmato migliaia di lettori europei.

Robert si è innamorato di Ana Šimiç, una serba che ha vissuto l’esperienza del bombardamento di Belgrado ed è figlia di Zlatko Šimiç, anglista all’università di Sarajevo e probabilmente il massimo conoscitore jugoslavo di Shakespeare.

Quattordicenne al tempo della guerra civile jugoslava, il giovane protagonista non conosce il serbo-croato e sa poco della tragedia jugoslava, perché il padre ha voluto bruciarsi i ponti alle spalle e risparmiare al figlio il peso di un passato terribile.

Ana non vuole perderlo e per diversi mesi non gli rivela che suo padre è sotto processo all’Aia, accusato dall’unica superstite e testimone, una bambina di 11 anni, di aver ingannato un gruppo di bosniaci per poterli infilare in una trappola mortale.

La famiglia croata di Robert è per lo più convinta che la sua ragazza sia tedesca, “altrimenti – gli assicura il padre – non capirebbero”.

Romeo e Giulietta uniti e divisi dal non-detto e dall’ignorato, da uno stile prevalentemente asciutto nell’affrontare dilemmi profondi, mai banalmente, a tratti anche poeticamente.

ljutur5555-cs

  Perché Zlatko si paragona allo shakespeariano Tito Andronico, il vendicatore per antonomasia, dopo Ulisse? C’entra forse qualcosa la sorte di Lavinia, la più commovente  vittima di questa prima tragedia di Shakespeare, con la nefandezza di cui è imputato al Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia?

Robert vorrebbe capire. Ana vorrebbe al contrario dimenticare. Non insegue una verità forse inconoscibile ma piuttosto, per la verità senza troppa fortuna, la bonaca, il “mare calmo” (in serbo), l’atarassia, uno stoico distacco da emozioni lancinanti.

C’è sfiducia, c’è scontento, c’è risentimento.

Pur innamorati, i due si lasciano.

Temporaneamente?

Robert si reca allora ad assistere al processo di quell’uomo che, visto solo in foto, sperava potesse un giorno diventare suo suocero; e poi in Bosnia, a rivivere pagine di storia non sua, ma che hanno fatto irruzione nella sua vita, imprevedibilmente.

Per Toutatis, il cielo ci cade in testa! Che si fa? (alcune opzioni)

ghostpanel_webster_big


a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

 

 

E tu non provi nessun turbamento,

quando l’intero equilibrio del mondo

vacilla come una cosa malferma?

Cicerone, ne ho viste di tempeste,

coi venti scatenati, furibondi,

da sradicar le più nodose querce;

e l’oceano gonfiarsi incollerito,

e schiumare di rabbia verso il cielo

fino a lambir le minacciose nubi;

ma mai, fino a stanotte, fino ad ora,

mi son trovato in mezzo a una bufera

grondante fuoco e fiamme come questa.

O gli dèi sono in lotta tra di loro,

oppure il mondo, troppo presuntuoso

verso gli dèi, li esaspera a tal punto

da scatenar quaggiù la distruzione.

Shakespeare, Giulio Cesare

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti. Gli uomini verranno meno dalla paura e dall’attesa delle cose che si abbatteranno sul mondo, perché le potenze dei cieli saranno scrollate.
Luca 21, 25-26

La creazione tutta geme ed è come in doglie di parto in attesa del Figlio di Dio

Romani, VIII, 22

Per l’astrofisica Margherita Hack, “è rarissimo che frammenti di meteorite cadano sulla Terra provocando feriti. Quello che è successo in Russia”, ha osservato la Hack, “è un fenomeno davvero molto strano. In genere i meteoriti sono attratti dalla forza di gravità della Terra ma raramente riescono a superare indenni il contatto con l’atmosfera”, ha spiegato l’astrofisica toscana. “Per non bruciare significa che i frammenti erano molto grossi; in caso contrario avremmo visto soltanto una scia luminosa, quella che tutti chiamano stella cadente”, ha aggiunto.

http://www.repubblica.it/esteri/2013/02/15/news/russia_meteoriti_sciame_urali-52681067/

Meteoriti del peso di diverse tonnellate che causano danni a centinaia di edifici ed oltre un migliaio di feriti.

A giudicare dalla sua morfologia, l’area di Chelyabinsk non sembra essere nuova ad impatti anche più catastrofici:

761054CaptureGooglemapChelyabinsk

Anche la costa orientale degli Stati Uniti (le due Caroline) presenta segni di impatto:

Carolina bays Hoke and Scotland County NC

E’ già successo e succederà nuovamente.
Chi vola frequentemente è maggiormente a rischio:
http://blogs.discovermagazine.com/cosmicvariance/2009/06/04/did-a-meteor-bring-down-air-france-447/#.USPgJGeqLCF

http://www.nytimes.com/1996/09/19/opinion/l-in-twa-800-crash-don-t-discount-meteor-386081.html

Nello stesso giorno è accaduto anche a Cuba, in un evento separato:
http://www.meteoweb.eu/2013/02/piogge-di-meteoriti-lesperto-a-cuba-e-in-russia-due-fenomeni-diversi-e-non-collegati-tra-loro/186075/

E qui potete prendere atto del moltiplicarsi (di mese in mese!) degli avvistamenti di bolidi celesti (fireballs), solamente negli Stati Uniti:
2005 463
2006 517
2007 587
2008 726
2009 694
2010 951
2011 1628
2012 2219
2013 321 [fino al 15 febbraio]

4142-meteorites
http://www.amsmeteors.org/fireballs/fireball-report/

Senza dimenticare che, dal 2009, le informazioni satellitari americane sulle esplosioni nelle parti alte dell’atmosfera (non visibili da terra) sono classificate.
Uno si potrebbe anche domandare come mai. Lo hanno fatto scienziati ed astrofili e non hanno trovato alcuna ragione valida e molte ragioni per osteggiare questa decisione:

http://www.space.com/6829-military-hush-incoming-space-rocks-classified.html

**********
Contemporaneamente, la Terra è stata sfiorata (27mila km) dall’asteroide 2012 DA14: “Il passaggio è avvenuto…all’interno della fascia di satelliti in orbita geostazionaria, che si trova a 35.800 chilometri dalla Terra. A rendere speciale questo oggetto è il fatto che il suo avvicinamento è il più vicino approccio alla Terra mai previsto per un oggetto così grande. Resterà nel sistema Terra-Luna circa 33 ore e lo lascerà il 16 febbraio, alle 13 ora italiana. Sarà un arrivederci perché sono previsti altri avvicinamenti alla Terra, per esempio nel 2026“.
http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/spazioastro/2013/02/15/Segui-diretta-passaggio-asteroide-2012-DA14_8254696.html

11283_211443025665115_587935909_n

Magari per diversi mesi tutto tornerà tranquillo e la gente si concentrerà su altri problemi più immediati.

In seguito, però, gli impatti diventeranno frequenti e letali, come su Giove:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/20/giove-le-sta-prendendo-di-santa-ragione-glenn-orton-scienziato-nasa/

Tra qualche tempo vi tornerà in mente questo post, al quale non avevate dato troppo peso, e tornerete a leggerlo.

A quel punto sempre più gente comincerà a sospettare che la ragione ultima sia questa:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/02/nemesi-la-stella-della-morte-chiarimenti-ed-aggiornamenti/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/category/nemesinemesis/

e che sia anche la causa precipua del cambiamento climatico

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/31/fuochino-fuoco-ghiaccio-cause-e-conseguenze-di-una-glaciazione/

e di altri strani fenomeni geomagnetici, tettonici e “crostali”:

http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/voi-sonerete-le-vostre-trombe-del.html

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/30/sono-rimasto-a-bocca-aperta-thorne-lay-geoscienziato-uc-santa-cruz/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/16/apriti-terra-e-le-assicurazioni-non-vogliono-piu-pagare/

Che fare dunque?

Ci sono varie opzioni

1. Farsi prendere dal panico

2. Costruire un bunker

43_1248103158

3. Togliersi dei sassolini dalle scarpe

4. Diventare un perverso antisociale e tormentare a morte il prossimo con video letali

5. “Unisciti alla Fanteria dello Spazio e salva la Galassia dagli Aracnidi! Il servizio militare ti garantisce di diventare un Cittadino. Vuoi saperne di più?” – “L’unico insetto buono è un insetto morto!”

6. Trasferirsi a New York, la città più sicura del mondo

*********

E certo, ora che l’intelligenza umana è costantemente collegata in una rete perenne dove le informazioni generano una dimensione inaspettata, tornano legittime due letture diverse del caso: una laica, a tutti nota, e una mistica, intuita visivamente da Grünewald, nella quale una pellicola sta per avvolgere il cosmo ormai definitivamente interconnesso grazie all’evoluzione del pensiero umano che s’incontra con il permanere del divino per il completamento dei tempi.

Philippe Daverio, “Il Cristo cosmico di Grünewald”, Avvenire 7 dicembre 2011

In alternativa, visto che il mondo non finirà e quindi ci tocca la responsabilità di cambiarlo, avrei dei suggerimenti:

– diventare meno materialisti, acquisitivi, possessivi, egoisti, tracotanti, ipocriti, sleali, opachi: dobbiamo tutti morire, prima o poi, e la nostra morte non è la fine del mondo; perché non usare le nostre esistenze a beneficio del prossimo e della nostra comunità. Il quartiere fortificato, la modella e la ricchezza hanno forse aiutato Pistorius a vivere meglio?

– porre fine alle divisioni e gerarchie fra noi, fra i popoli, in seno all’umanità: tutti per uno, uno per tutti / uniti nella diversità (cf. coro polifonico). Facile essere autarchici e sprezzanti quando le cose vanno bene. Ma solo una Comunità può essere un’ancora di salvezza quando i tempi sono grami e denaro e potere nulla possono – questo significa anche aiutare i nostri FRATELLI tedeschi a capire che le loro classi dirigenti, facendo leva sui loro miti etnici, li hanno ingannati per ben 3 volte nel giro di un secolo, ingolfandoli in 3 guerre europee che hanno portato a 3 disastrose sconfitte (l’ultima è imminente); significa anche aiutare i nostri FRATELLI ebrei, traditi dai sionisti, che erano e sono spinti da avidità, superbia, vari miti etnici e amor proprio (quello narcisista e presuntuoso), non certo dall’amore della Terra Santa;

– smettere di restare a guardare, isolarsi, separarsi quanto più possibile dal resto del mondo, quasi fossimo in attesa che alieni, angeli, la divina provvidenza o un salvatore terreno risolvano miracolosamente e paternalisticamente i nostri problemi. Occorre darsi da fare, con buona volontà e retto intendimento. Gli idealismi senza pragmatismo conducono alla rovina: ogni visione deve essere radicata nella realtà (come i centauri, figli del cielo stellato ma anche della terra, guardiamo in alto ma con i piedi ben piantati al suolo). Nella terza parte del seguente post trovate un’ottima spiegazione di cosa sia la democrazia partecipata:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/12/donata-borgonovo-re-i-suoi-critici-la-democrazia-partecipata/

– comprendere che se anche l’origine e la destinazione sono le stesse per tutti – e in questo senso siamo tutti uguali – i modi e i tempi di maturazione sono differenti: uno scimpanzé non è un uomo in potenza; la democrazia non si esporta; per governare bene la cosa pubblica non basta essere “rappresentanti della società civile”; vox populi NON è vox Dei; persino una società anarchica ha bisogno di guida;

– capire che il mondo non è diviso in appezzamenti e le sue risorse non appartengono a qualcuno e non agli altri. La diversità umana non giustifica l’esistenza di un sistema economico che fa piovere sempre sul bagnato e prosciuga ciò che può cadere sull’asciutto. Questo significa che, con buona pace dei neoliberisti à la Giannino, serviranno istituzioni mondiali che garantiscano una redistribuzione equa ed efficiente dei Beni Comuni del pianeta, in funzione delle esigenze di ciascun paese e della sua popolazione [sì, sto parlando di SOCIALISMO…brrrrrrrrrrrr];

– concludere che, con una tale riorganizzazione sociale e rimodulazione del pensiero e delle interazioni umane, il disarmo progressivo concordato è l’unica via per evitare un ordine mondiale autoritario, che è certamente nei piani di una parte dell’élite mondiale (quella meno empatica e più materialista) e che va contrastato in ogni modo, inclusa la forza (in barba  a Gandhi, che raccomandava ad indiani ed ebrei di non opporre resistenza rispettivamente a giapponesi e nazisti, pur di non tradire il suo integralismo disumano):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/14/un-governo-mondiale-per-porre-fine-alle-guerre/

Possiamo essere liberi, eguali e fratelli solo contemporaneamente. Se manca la volontà di essere anche solo una di queste cose, non saremo neppure le altre due.

**********

SCENARIO STOICO (stile Spock) gli scienziati fanno il loro dovere (i politici li incoraggiano e li sovvenzionano, i media seguono con serietà le ricerche e i loro esiti) e scoprono che: vi è una ciclicità di certi eventi distruttivi (con varie ipotesi sulla sua natura), stiamo entrando in una fase distruttiva, NON è la fine del mondo, ci saranno devastazioni ma i politici stanno già coordinando gli sforzi per soccorrere e per ricostruire, bisogna aiutarsi a vicenda e cogliere l’opportunità per costruire un mondo migliore;

SCENARIO HOLLYWOOD: gli scienziati, inebetiti dal “senso comune” e dal disinteresse o addirittura dalla malafede dei politici e dei media, si limitano a constatare e “spiegare” gli eventi, ne minimizzano la portata, finché la frequenza ed intensità diventa stupefacente, la gente, impreparata, va nel panico, si convince che sia la fine del mondo, perde qualunque fiducia nelle istituzioni, anarchia/caos, ognun per sé finché non intervengono i pastori/salvatori di turno;

Quali celebrità seguono la paleodieta?


No, no, no, no! Vieni,
andiamo in prigione. Noi due da soli canteremo
come uccelli in gabbia; quando tu chiederai
la mia benedizione, io cadrò in ginocchio
e chiederò il tuo perdono; così vivremo
e pregheremo e canteremo e ci racconteremo
antiche storie, e rideremo delle farfalle
dorate, e ascolteremo poveri malviventi
parlare delle novità della corte; e anche noi
parleremo con loro – di chi perde e di chi vince,
di chi è dentro e di chi è fuori – e prenderemo su di noi
il mistero delle cose come se fossimo
le spie degli Dei; e tra i muri di una prigione
vedremo consumarsi partiti e sette
di potenti, che s’alzano e s’abbassano come
la marea sotto l’influsso della luna.

Shakespeare, Re Lear, Scena III

“Ridere delle farfalle dorate” = farsi beffe della vanagloria delle celebrità, dei potenti.
[mai sottovalutare Megan Fox ;o)]

Megan Fox,Elizabeth Hurley, Tom Jones, Novak Djokovic, Uma Thurman, Angelina Jolie (che ha prima provato il veganismo e ha rinunciato perché lo considera “troppo pericoloso e poco equilibrato per lei e per i suoi figli”), Matthew McConaughey, Eva La Rue (CSI) e (forse) Demi Moore.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/la-celebre-paleodieta-grande-richiesta.html

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/24/oetzi-il-paleouomo-che-non-faceva-la-paleodieta-e-si-vede/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/16/andateci-piano-col-glutine-ce-semper-bon/

“Meglio vedere quello che ci accadrà e resistere, piuttosto che ritirarci nelle fantasie condivise da una nazione di ciechi”.

 

Chris Hedges, corrispondente di guerra e premio Pulitzer, è autore di un magnifico studio della psicologia umana alle prese con la fascinazione per la violenza. La traduzione italiana è intitolata “Il fascino oscuro della guerra” e la consiglio a tutti.

Qui descrive la condizione umana al crepuscolo della nostra civiltà e il senso ultimo di questo e di altri blog.

Hedges coglie quella tragica verità che continuiamo ad ignorare a nostro rischio e pericolo: l’unica maniera per salvarci è uscire almeno occasionalmente dalla modalità egocentrica e, per farlo, dobbiamo fare attenzione a quel che ci circonda. Un bimbo ipnotizzato dalla caccia al piccione si farà arrotare da un’auto piuttosto che interrompere quel che sta facendo. Ma gli adulti sono radicalmente diversi? Avete notato come se siete in bici in una zona pedonale dove è permesso circolare in bicicletta la gente non si sposta? Avete notato quante persone non vi aiutano quando state spostando un oggetto pesante perché non è la loro mansione? Se non facciamo attenzione a quel che accade ed al nostro prossimo saremo eterne vittime delle menzogne, delle manipolazioni e dell’effetto cumulato di milioni di egotismi. È un compito ingrato perché la gran parte del tempo pensiamo ed agiamo meccanicamente. È a questo che servono gli amici: a farci notare quel che da soli non riusciamo a notare. Fungono da specchio e noi facciamo lo stesso con loro. Prendiamo coscienza di quel che non va in noi e così apriamo un pertugio per far uscire quel che di meglio c’è in noi. Ma senza attenzione tutto questo non è possibile e ci sarà sempre iniquità.

Scrivevo in un precedente post: “Seth L. Schein (1996) nota perspicacemente che l’Odissea è piena zeppa di personaggi che si dimenticano le cose, non pongono attenzione a quello che fanno, si formano una valutazione superficiale ed estremamente arbitraria della realtà e per questo falliscono e periscono. Il loro è un fallimento morale e pratico: vengono tutti puniti per aver preteso ciò che non spettava loro, per aver sottratto indebitamente i mezzi di sostentamento altrui senza dare nulla in cambio, per essersi comportati empiamente e parassitariamente”

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/22/amleto-e-lingiustizia-iniquita/

Ecco il pezzo di Hedges.

“Le culture che durano dedicano un spazio riservato a coloro che mettono in dubbio e sfidano i miti nazionali. Artisti, scrittori, poeti, attivisti, giornalisti, filosofi, ballerini, musicisti, attori, registi e ribelli devono essere tollerati se una cultura vuole evitare il disastro. I membri di questa classe artistico-culturale, che solitamente non sono benvenuti nelle stordenti aule accademiche dove trionfa la mediocrità, fungono da profeti. Sono allontanati o etichettati come sovversivi delle elite del potere, perché non condividono il narcisismo collettivo dell’autoesaltazione. Essi ci obbligano ad affrontare tesi mai prese in considerazione, quelle per cui andremmo verso la distruzione se non le affrontassimo.

Essi ci presentano le elite governanti come false e corrotte. Essi manifestano l’insensatezza di un sistema basato sull’ideologia della crescita senza fine, dello sfruttamento continuo e della costante espansione. Ci ammoniscono del veleno del carrierismo e della futilità di ricercare la felicità accumulando benessere.
Ci mettono faccia a faccia con noi stessi, dall’amara realtà della schiavitù e delle leggi Jim Crow (*) alla strage omicida dei nativi americani, alla repressione dei movimenti operai, alle atrocità commesse dalle guerre dell’impero, all’assalto all’ecosistema. Ci rendono insicuri dei nostri valori. Loro mettono in discussione i cliché che utilizziamo per descrivere la nazione – il paese dei liberi, il miglior paese della Terra, il faro della libertà – per mettere in luce i lati oscuri, i crimini e l’ignoranza. Essi ci offrono la possibilità di una vita piena di significato e la capacità di avviare un cambiamento.

Le società civili vedono quello che vogliono vedere. Da una miscela di fatti storici e fantastici, creano miti di identità nazionale. Ignorano i fatti spiacevoli che disturbano l’auto-esaltazione. Credono ingenuamente nella nozione del progresso lineare e nella certezza del potere nazionale. Ecco su cosa si basa il nazionalismo: sulle bugie. E se una cultura perde la capacità di pensiero ed espressione, se realmente mette a tacere le voci dissidenti, se si rinchiude in quello che Sigmund Freud chiamava “ricordi di copertura”, un miscuglio rassicurante di fatti e finzione, allora quella cultura muore. Si arrende il suo meccanismo interno di blocco delle auto-illusioni. Dichiara guerra alla bellezza e alla verità. Abolisce il sacro. Trasforma l’educazione in un corso di formazione professionale. Ci rende ciechi. E questo è ciò che è avvenuto. Ci siamo persi in alto mare durante la tempesta. Non sappiamo dove ci troviamo. Non sappiamo dove stiamo andando. E non sappiamo cosa ci capiterà.

Lo psicoanalista John Steiner chiama questo fenomeno “chiudere un occhio”. Fa notare che spesso abbiamo la possibilità di avere conoscenze adeguate, ma poiché è spiacevole e sconcertante decidiamo inconsciamente, e spesso consciamente, di ignorarle. Usa la storia di Edipo per sostenere la sua affermazione. Sostiene che Edipo, Giocasta, Creonte e il “cieco” Tiresia si rendevano conto della verità del parricidio di Edipo e del suo matrimonio con la madre, come era stato profetizzato, ma lo avevano ignorato di comune accordo. Anche noi, scrisse Steiner, chiudiamo un occhio sui pericoli che dobbiamo affrontare, nonostante le numerose prove che, se non riconfigureremo radicalmente il nostro rapporto con la Natura, la catastrofe sarà assicurata. Steiner descrive una verità psicologica profondamente sconcertante.

Io ho riscontrato questa stessa capacità collettiva di auto-illusione tra le élite cittadine di Sarajevo e poi a Pristina, durante le guerre in Bosnia e in Kosovo. Queste raffinate élite si rifiutavano categoricamente di credere che la guerra fosse un’eventualità possibile, sebbene gli atti di violenza fra bande armate avversarie avessero già iniziato a lacerare il tessuto sociale. Durante la notte si potevano sentire gli spari. Ma loro furono gli ultimi a “venirne a conoscenza”. E anche noi siamo auto-illusi allo stesso modo. La prova tangibile della decadenza nazionale – lo sgretolarsi delle infrastrutture, l’abbandono delle aziende e di altri posti di lavoro, le file di negozi distrutti, la chiusura di librerie, scuole, stazioni dei pompieri e uffici postali – che vediamo accadere sotto i nostri occhi, passano in realtà inosservati. Il rapido e terrificante deterioramento dell’ecosistema, provato dall’aumento delle temperature, dalle siccità, dalle alluvioni, dai raccolti distrutti, le perturbazioni anomale, lo scioglimento dei poli e l’aumento dei livello dei mari, vanno perfettamente d’accordo con il concetto di “chiudere un occhio” formulato da Steiner.

Edipo, alla fine dell’opera di Sofocle, si strappa gli occhi e con sua figlia Antigone come guida viaggia nel paese. Una volta re, diventa uno straniero in un paese sconosciuto. Muore, come dice Antigone, “in un paese straniero, ma un paese che aveva desiderato ardentemente.” William Shakespeare in “Re Lear” gioca sullo stesso tema della vista e della cecità. Chi ha gli occhi, in “Re Lear”, non è capace di vedere. Gloucester, cui sono stati cavati gli occhi, nella sua cecità si vede svelata una verità. “Io non ho strada, e perciò non ho bisogno degli occhi”, afferma Gloucester dopo essere stato accecato.
“Ho inciampato quando ho iniziato a vedere”. Quando Lear bandisce la sua unica figlia legittima, Cordelia, che lui accusa di non amarlo abbastanza, Lear urla: “Sparisci dalla mia vista!” A cui Kent replica: Guarda meglio, Lear, e lascia che io rimanga ancora il vero punto di mira dell’occhio tuo.

La storia di Lear, così come la storia di Edipo, riguarda l’acquisizione della visione interiore. Riguarda l’etica e l’intelletto accecati dell’empirismo e dalla vista. Riguarda la visione dell’immaginazione umana, come diceva Blake, quale manifestazione dell’Eternità. “L’Amore senza immaginazione è morte eterna.”

L’allievo Shakespeariano Harold Goddard scrisse: “L’immaginazione non è la capacità di creare illusioni; è la facoltà grazie alla quale ogni uomo apprende la realtà.” L’illusione si scopre essere realtà. “Fai che la fede soppianti la realtà”, dice Starbuck in “Moby-Dick”.

“E’ solo il nostro assurdo pregiudizio ‘scientifico’ che la realtà debba essere fisica e razionale che ci rende ciechi di fronte alla realtà”, ammoniva Goddard. Come scrisse Shakespeare, ci sono “cose invisibili alla vista dei mortali“. Ma queste cose non sono professionali, fattive o empiriche. Non possono essere ritrovate nei miti nazionali di gloria e potere. Non si possono ottenere con l’imposizione. Non giungono per apprendimento o ragionamento logico. Sono intangibili. Sono le realtà della bellezza, del dolore, dell’amore, della ricerca del significato, della lotta per fronteggiare la mortalità di noi stessi e l’abilità di affrontare la realtà. E le culture che disprezzano queste forze immaginative commettono suicidio. Non possono vedere.

Come potrà a questa rabbia opporsi la bellezza,” scrisse Shakespeare, “che non è più forte di un fiore?L’immaginazione umana, la capacità di avere visioni, di costruire una vita di significato piuttosto che di utilitarismi, è delicata come un fiore. E se viene soffocata, se uno Shakespeare o un Sofocle non vengono più ritenuti utili in un mondo empirico di affari, carrierismo e potere, se le università ritengono che un Milton Friedman o un Friedrich Hayek siano più importanti per i loro studenti, piuttosto che una Virginia Woolf o un Anton Cechov, allora diventiamo barbari. E così ci assicuriamo l’estinzione. Gli studenti cui viene negata la saggezza dei grandi oracoli della civiltà umana – visionari che ci esortano a non adorare noi stessi, a non inginocchiarci di fronte all’infima emozione della cupidigia – non possono ritenersi istruiti. Non possono pensare.

Per pensare, come aveva già capito Epicuro, dobbiamo “vivere appartati”. Dobbiamo costruire mura per tenere lontani le ipocrisie e il chiasso della folla. Dobbiamo ritirarci in una cultura a base letteraria, dove le idee non sono deformate dai rumori e dai cliché che abbattono il pensiero. Il pensiero è, come scrisse Hannah Arendt, “un dialogo silenzioso tra me e me stessa”. Ma il pensiero, scrisse, presuppone sempre la condizione umana della pluralità. Non ha alcuna funzione utilitaristica. Non ha un fine o uno scopo esterno a se stesso. Differisce dal ragionamento logico, che è incentrato su un scopo definito e identificabile. Il ragionamento logico, gli atti di cognizione, promuovono l’efficienza di un sistema, incluso il potere commerciale, che solitamente è moralmente neutro nel migliore dei casi, se non malvagio, come spesso accade. L’incapacità di pensare, scrisse la Arendt, “non è una debolezza di molti cui manca la capacità cerebrale di farlo, bensì un possibilità eventuale per chiunque – scienziati, studenti e non si escludono altri specialisti in attività intellettive.”

La nostra cultura commerciale ci ha effettivamente separato dall’immaginazione umana. I nostri strumenti elettronici si insinuano sempre più in profondità negli spazi che un tempo erano riservati alla solitudine, alla riflessione e al privato. Le nostre radio sono piene di baggianate e assurdità. L’istruzione e le comunicazioni disprezzano le discipline che ci permettono di vedere. Celebriamo mediocri capacità professionali e i ridicoli requisiti di test standardizzati. Abbiamo condotto in disgrazia chi pensa, inclusi molti insegnanti di materie umanistiche, cosicché non possano trovare occupazione, né sussistenza, né visibilità. Seguiamo il cieco nel precipizio. Facciamo guerra a noi stessi.

La vitale importanza del pensiero, scrisse la Arendt, appare solo “in tempi transitori, quando l’uomo non si affida alla stabilità del mondo e al suo ruolo in esso, e quando le domande riguardanti le condizioni generali della vita umana, che come tali ci seguono dall’apparizione dell’uomo sulla terra, acquistano inconsueta intensità emotiva.”. E’ proprio nei momenti di crisi che abbiamo bisogno dei nostri pensatori e dei nostri artisti, ci ricorda la Arendt, perché ci forniscono racconti sovversivi che ci permettono di tracciare un nuovo corso, uno che ci possa assicurare la sopravvivenza.

“Quando erediterò la vita eterna?” Fyodor Pavlovich Karamazov, citando la Bibbia, chiede a Padre Zossima ne “I fratelli Karamazov”. A cui Zossima risponde: “Prima di tutto, non mentire a te stesso“.

Ed è qui il dilemma che dobbiamo affrontare come civiltà. Ci dirigiamo collettivamente verso l’autodistruzione. Il capitalismo commerciale, se lasciato a briglia sciolta, ci ucciderà. Ciò nonostante, rifiutiamo di vedere cosa ci accadrà, perché non possiamo pensare né ascoltare ancora quelli che pensano, per capire cosa ci aspetta. Abbiamo creato meccanismi di intrattenimento che offuscano e mettono a tacere la verità nuda e cruda, dal cambiamento climatico al collasso della globalizzazione, alla schiavitù del potere commerciale, il che significa per noi autodistruzione. Se non possiamo fare nient’altro dobbiamo, come individui, alimentare il dialogo privato e la solitudine che sviluppano il pensiero. Meglio essere un emarginato, uno straniero nel proprio paese, piuttosto che emarginati da se stessi. Meglio vedere quello che ci accadrà e resistere, piuttosto che ritirarci nelle fantasie condivise da una nazione di ciechi.

Chris Hedges

Fonte: www.truthdig.com/

Link
09.07.2012

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10672

Amleto e l’ingiustizia (iniquità)

Sono i potenti che rivendicano la felicità come diritto, la praticano e l’esibiscono, quasi sempre oscenamente, come stile di vita. […]. Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere non felicità ma giustizia. Un minimo di giustizia è ciò che ha preso il posto della felicità.

Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011.

 

Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli

Matteo 5, 20-26.

Bandita la giustizia, che altro sono i regni se non grandi associazioni di delinquenti? Le bande di delinquenti non sono forse dei piccoli regni? Non sono forse un’associazione di uomini comandati da un capo, legati da un patto sociale, e che si dividono il bottino secondo una legge accettata da tutti? Se questa compagnia recluta nuovi malfattori, se occupa un paese, stabilisce proprie sedi, se si impadronisce di città e soggioga popoli, prende il nome di regno; titolo che le viene conferito non perché sia diminuita la sua cupidigia, ma perché a questa si aggiunge l’impunità. Così disse un pirata, fatto prigioniero, con arguzia e verità ad Alessandro Magno. Interrogato da questo sovrano con quale diritto infestasse il mare, egli con audace franchezza rispose: “Per lo stesso diritto con cui tu infesti tutta la terra. Perché non ho che una piccola nave, sono chiamato corsaro, e perché tu hai una grande flotta sei chiamato imperatore!

Agostino, “De Civitate Dei”, libro IV, cap. 4

Sebbene ci gloriamo di essere gli eredi della sapienza greca, l’universo psicologico greco antico sembra avere più aspetti in comune con quello irochese che con il nostro. Noi siamo ancora legati al monoteismo (un dio, un principio supremo), al nesso lineare causa-effetto, crediamo di dover essere monofrenici (un’unica personalità), epistemologicamente monocoli (una prospettiva, un modo di vedere le cose). Al nostro peggio, ci convinciamo che i modi di vivere e pensare alternativi sono sbagliati, dannosi e pericolosi.

L’universo greco, come appunto quello irochese, era la sfera dell’unità nella diversità: l’unità era tale solo grazie alle interconnessioni tra i molteplici. L’epica greca, come quella irochese e come pure l’opera shakespeariana, poneva in risalto l’importanza dell’attenzione alla realtà, alla sua eterogeneità, alle sue alchimie ed equilibri. L’hybris – la tracotanza, la dismisura – attirava nemesis, la giusta punizione.

Seth L. Schein (1996) nota perspicacemente che l’Odissea è piena zeppa di personaggi che si dimenticano le cose, non pongono attenzione a quello che fanno, si formano una valutazione superficiale ed estremamente arbitraria della realtà e per questo falliscono e periscono. Il loro è un fallimento morale e pratico: vengono tutti puniti per aver preteso ciò che non spettava loro, per aver sottratto indebitamente i mezzi di sostentamento altrui senza dare nulla in cambio, per essersi comportati empiamente e parassitariamente.

Agostino Lombardo è dell’opinione che Amleto non sia un eroe, non è il classico uomo d’azione, come Odisseo (Lombardo, 1986). È un intellettuale, un uomo di pensiero ma, alla bisogna, si fa soldato. Se esita ad agire, non è per viltà ma è perché possiede una coscienza. Come Ulisse, però, con il passare del tempo matura una “prodigiosa consapevolezza” (p. 45):

“Ad Amleto non sfugge nulla di quanto accade intorno a lui, e in sua funzione… se gli altri personaggi si muovono in una sfera limitata, parziale, e vedono, della vita, soltanto una sezione, la sfera di Amleto abbraccia tutta la vita. Se gli altri personaggi vedono soltanto una parte dei rapporti che li legano gli uni agli altri e tutti ad Amleto, Amleto li vede tutti, e ha dispiegata davanti a sé la loro trama, il loro intrecciarsi”.

Il fido Orazio completa il suo campo visivo, già stupefacente. Da dove scaturisce questo suo talento? Dal suo attaccamento al principio di realtà ed il suo rifiuto della finzione, dell’inganno e della corruzione: “sempre egli stabilirà, anche attraverso la finta pazzia, un rapporto totale con la realtà, quasi partecipasse, o tentasse di partecipare, della dura, concreta essenza delle cose” (Lombardo, ibidem, p. 51).

I suoi avversari, al contrario, proprio come gli avversari di Ulisse e come molti contemporanei, scambiano i loro desideri per la realtà, condannandosi alla rovina. Amleto, ha una marcia in più. Lo dimostra quando si fa beffe di Polonio, senza che questi si renda conto del suo patetico conformismo (atto terzo, scena seconda):

Amleto: Vedete voi quella nuvola che ha quasi la forma d’un cammello?

Polonio: Per la messa, e assomiglia a un cammello davvero.

Amleto: Mi pare che assomigli a una donnola.

Polonio: Ha il dorso come una donnola.

Amleto: O come una balena.

Polonio: Proprio come una balena.

Polonio non può vedere una cosa da più di una prospettiva, ma può essere indotto a concordare sul fatto di vedere qualunque cosa. Anche Rosencrantz e Guildenstern sono presi in contropiede perché si attendono che lui agisca meccanicamente e prevedibilmente come sono soliti fare loro, in quanto motivati da ambizioni banali. Chi confonde il proprio ruolo con la propria vera, totale identità, non può capire né se stesso né gli altri. Continuerà a leggere la realtà e i comportamenti altrui in funzione dei ruoli, non delle indoli, non degli spiriti, non della tempra. Quando questi uomini e donne inautentici incontrano qualcuno che non ha tradito il proprio sé interiore asservendolo ad una persona fissa (un’identità fissa), si difendono dall’auto-esame, dalla messa in discussione di se stessi che in genere è provocata dall’incontro stesso. La persona autentica diventa allora un capro espiatorio: proiettano il loro tradimento di se stessi su di lui.

Molti potenti, come Rosencrantz e Guildenstern e i membri della famiglia di Polonio, sono alienati dalla loro autentica identità, sono ciechi e non riconoscono la vera identità di Amleto. Per questo Amleto ha buon gioco, contro ogni pronostico. L’ironia della cosa è che proprio Polonio declama la verità centrale della tragedia, senza neppure capirla, senza saperla applicare a se stesso, tanto radicata è la sua abitudine a banalizzarla, pronunciandola a comando: “Questo sopra tutto: a te stesso sii fedele, e deve seguirne, come la notte al giorno, che tu non puoi allora esser falso per nessuno” (Atto primo, scena terza). Socrate lo diceva più poeticamente ancora: “sarebbe meglio che la mia lira fosse scordata e stonata, e che lo fosse il coro che io dirigessi, e che la maggior parte della gente non fosse d’accordo con me e mi contraddicesse, piuttosto che sia io, anche se sono uno solo, ad essere in disaccordo con me stesso e a contraddirmi”. Si parla di fedeltà alla propria coscienza, non al proprio ego, naturalmente. L’iniquità, l’ingiustizia assoluta del nostro tempo è la risultante del nostro costante ossequio alle brame egoistiche, la banalità del male di chi ha smesso di credere alla coscienza e considera se stesso ed il suo prossimo come una mera macchina organica; uno strumento, non un fine.

Amleto è spronato a vendicarsi dall’apparizione del fantasma del padre, che gli rivela il terribile complotto ordito ai suoi danni dal fratello Claudio e dalla moglie. Un figlio non può lasciare invendicato il padre. Per alcuni il Fantasma appartiene ad un ordine di esistenza e di moralità antiquato, che è stato sopravanzato dal lento ma inesorabile progredire dell’umanità. Ma è proprio vero? Peter Alexander (1955) si compiace del fatto che ci siano persone capaci di concepire pensieri così nobili, ma sottolinea che indulgere in questo tipo di fantasie a spese del nostro intelletto non porta solo ad un indebolimento del nostro senso estetico ma anche all’incapacità di comprendere l’Amleto e, in ultimo, Auschwitz. Per Alexander Amleto vuole giustizia, prima ancora che vendetta. Vuole che le cose siano sistemate, perché sono state sovvertite e non ci sono spazi per una vera riconciliazione, a causa dell’hybris di chi ha la spada dalla parte del manico ed è responsabile dello squilibrio. Nel vendicare il padre senza macchiarsi di hybris (ossia senza produrre altro scompenso), nel ristabilire l’ordine, Amleto otterrà la redenzione, che peraltro non era quel che aveva in mente, all’inizio. Amleto vince la disfida con Claudio, lo zio usurpatore ed assassino, perché si vendica senza ridurre la sua identità di ego al ruolo del vendicatore. In altre parole, resta se stesso, non sacrifica la sua identità al ruolo costrittivo di vendicatore, che soffocherebbe la sua libertà e la sua coscienza: si limita a ristabilire il giusto ordine delle cose, la coincidentia oppositorum, ossia l’indispensabile armonia dei contrari (Driscoll 1983).

Alla fine anche lui, come Ulisse, subisce una palingenesi, la rinascita in una realtà più profonda e più giusta. Diventa l’anti-Narciso, l’iniziato che ascende spiritualmente e trascende il mondo auto-centrato, egotistico delle apparenze; cioè a dire il cittadino ideale, secondo il celebre filosofo francese Pierre Hadot (1999, pp. 99-100):

“Le città ben governate non sono quelle costituite da uguali. È come se si biasimasse un’opera teatrale perché non tutti i personaggi sono degli eroi, ma vi si trovano un servo o un uomo rozzo e sboccato. Eliminate questi ruoli secondari! L’opera non sarà più bella perché ne ha bisogno per essere completa…Se i malvagi sono al potere è per la viltà dei loro soggetti: è giustizia, e il contrario sarebbe ingiustoL’esperienza del male rende la conoscenza del bene più chiara per gli esseri che hanno una capacità troppo debole per poter conoscer il male semplicemente, senza farne esperienza. Il male morale, invece, porta qualcosa di utile all’universo intero: fornisce un esempio della giustizia divina e rende, di per sé, molti altri servizi. Sortisce l’effetto di rendere gli uomini vigili; desta lo spirito e la coscienza di quanti vogliono opporsi al progredire della perversità. Fa capire quale bene sia la virtù, in confronti ai mali destinati ai cattivi”.

La pace per gli Irochesi e per i Fanes (Dolomiti)

Non riconoscendo l’altro come altro, per respingerlo nell’insignificanza o per dominarlo o assimilarlo, l’uomo ha inibito la propria crescita, ha sacralizzato la propria parzialità

Ernesto Balducci, “La terra del tramonto”

A questa brama d’integrità, che ci prende nel momento in cui ci imbattiamo in ciò che ci manca e ci mette di fronte alla nostra imperfezione, diamo il nome di eros, amore…due parti, due parzialità o incompletezze, che si cercano per combaciare e congiungersi in totalità e completezza.

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere”

L’idea della congiunzione degli opposti – la coincidentia oppositorum che accomuna tanto il pensiero di Jung quanto quello di Eliade alla tradizione orientale e al pensiero mistico – non solo anima una più vasta concezione dell’essere umano in quanto unità psico-soma e unità microcosmo-macrocosmo ma diventa anche uno dei motivi che ritornano con forza all’interno della cultura del Novecento, sia come forza di un archetipo che si impone autonomamente, sia come fascinazione di un’idea che permette di riscoprire e attivare l’archetipo operante in ogni individuo.

Aldo Carotenuto, “Jung e la cultura del XX secolo”

Tutte le culture mitologiche testimoniano un particolare interesse per il fenomeno dei gemelli, qualunque sia la forma sotto la quale vengono descritti: perfettamente simmetrici oppure uno scuro e l’altro luminoso, l’uno teso verso il cielo e l’altro verso la terra, l’uno bianco e l’altro nero. Nella mitologia celtica sono il giorno e la notte, il sole e la luna e rappresentano le tensioni interne dell’uomo, l’ambivalenza dell’universo mitico e le tensioni per adeguarvisi.  […] la paura per i gemelli è la paura…dell’immagine esteriore della propria ambivalenza, la paura della oggettivazione, delle analogie e delle differenze, della individuazione e della indifferenziazione collettiva. Dolasilla e Lujanta, le due gemelle dei Fanes, sono il sole e la luna. Il loro contrasto viene risolto con l’allontanamento di Lujanta, la gemella lunare, rapida dalle marmotte. Dolasilla, la gemella solare, assurgerà invece alla regalità e alla guida del popolo. […]. Tutto il poema è un connubio tra sacralità e violenza, come presupposto della rotazione universale. […]. Il tempo ciclico viene rappresentato, nel racconto, dalla ritualità: l’anno vecchio e l’anno nuovo, l’estate e l’inverno, la pioggia e la siccità, i re e le regine, il bene e il male, si scontrano in battaglie che simboleggiano il loro avvicendarsi.

Brunamaria Dal Lago, “Il regno dei Fanes: racconto epico delle Dolomiti”

Sappiamo che le armi, in un mondo civile, non possono servire ad altro che a difendersi e che la forza è legittima solo se viene impiegata in conformità con il diritto e come ultimo ricorso. Lo sappiamo e ce lo continuiamo a ripetere ma, ogni due, tre anni spunta fuori una nuova guerra aggressiva ma “giusta” in qualche angolo del mondo a cui partecipare. Sono pochissimi quelli che ritengono che la schiavitù sia meglio della libertà e la guerra meglio della pace, ma la guerra e l’asservimento continuano ad esistere. Il nostro mondo ha già visto e subito abbastanza spargimenti di sangue, violenza e morte, eppure continuiamo a razionalizzarli come necessari. Siamo afflitti da una naturale predilezione per il conflitto e, più in genere, da gravi problemi relazionali. La nostra società è un incessante conflitto di ego singoli e collettivi (patrie, nazioni, razze, fedi, classi, generi, ecc.). La guerra è solo la condizione più estrema di questa nevrosi sociale che ci rende più agevole minacciare qualcuno, piuttosto che articolare delle parole gentili. Molti tra quelli che hanno provato ad indicarci la via sono stati uccisi: Rabin, Arafat, Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy, Robert Kennedy, Aldo Moro, Benazir Bhutto, Dag Hammarskjöld, Olof Palme. I quattro evangelisti canonici e Platone riferiscono che anche Gesù e Socrate sono stati messi a morte.

 Gli operatori di pace devono fronteggiare ostacoli a dir poco monumentali, che non possono essere ridotti alla semplice constatazione che l’umanità è egoista, aggressiva, competitiva e violenta.

Penso sia vano cercare di pacificare il mondo. Solo una tirannia globale ci riuscirebbe, sopprimendo chimicamente le emozioni umane, ossia ciò che ci rende speciali e degni di esistere e che rende la vita stessa degna di essere vissuta. Sono invece convinto che sia decisamente molto più realistico provvedere a fare in modo che le guerre si diradino, eleggendo i politici migliori, facendo buona informazione e sorvegliando l’operato delle oligarchie. Possiamo anche realisticamente mantenere una pace stabile in un’area più limitata, come la nostra regione alpina. Sono convinto che l’autogoverno locale rende più agevole la transizione verso un mondo in cui sia possibile, per citare JFK, “ritrarsi dall’ombra della guerra e cercare la via della pace”. Una ricerca infinita.

La problematica del potere, prima ancora che quella della natura umana, deve essere collocata al centro dell’analisi della guerra. Che si tratti di democrazie o di società autoritarie, è il potere centrale che decide delle sorti di una nazione e solo una cittadinanza consapevole, informata ed attiva – ossia che eserciti la sua sovranità costituzionalmente sancita, limitando l’autorità dei governanti – è in grado di indirizzare il paese verso la pace, in luogo della guerra. Nelle piccole comunità nessuno accumula così tanto potere da essere nella posizione di decidere autonomamente ed arbitrariamente se scatenare una guerra. Serve un vasto consenso che viene immediatamente sondato tramite un’assemblea straordinaria. Un leader guerrafondaio può essere rimosso (o addirittura soppresso). Nelle nazioni più grandi, invece, un governo può entrare in guerra senza chiedere il parere del parlamento ed ignorando le manifestazioni di protesta di milioni di cittadini (es. guerra in Iraq). Diceva, saggiamente, Hermann Göring (un mostro, ma con un cervello fuori del comune):

 “È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Ma sono i capi che decidono la politica dei vari stati ed è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”.

Quel che ci manca è la conoscenza. Purtroppo siamo anche ignoranti e le persone ignoranti istituiscono sistemi sociali ignoranti perché è così che credono di dover operare. Le persone ignoranti eleggono politici inadatti al compito, si fidano ingenuamente delle autorità e non distinguono la propaganda dall’informazione legittima, convinte come sono che solo l’altra fazione mente e che loro stanno dalla parte del bene e della verità.

Il Grande Pacificatore era un disseminatore di conoscenza.

Un’epopea irochese narra di un Grande Pacificatore (Hiawatha) che arreca gaiwoh (equanimità, virtuosità), skenon (salute) e gashasdenshaa (forza, sovranità). Gaiwoh è la giustizia realizzata tra uomini e nazioni ma è anche l’aspirazione a vedere che la giustizia prevalga. È un desiderio più forte del piacere e del bisogno di avere ragione: è un tipo di amore. Skenon è chiarezza di intendimento e integrità fisica, due precondizioni per l’ottenimento della vera pace. Gashasdenshaa è l’autorità sostenuta dalla forza necessaria, una forza che dev’essere in armonia con le leggi universali. La società ideale è quella della casa comune in cui ciascuno ha il suo focolare, ma si convive sotto lo stesso tetto. Là il pensare rimpiazza l’uccidere.

Il Grande Pacificatore deve affrontare Atotarho, un capo malvagio ed antropofago, per convertirlo. Atotarho è come un ciclope – mangia gli ospiti che non sono stati invitati – ed assomiglia anche a Medusa: i suoi capelli sono un groviglio di serpenti e nessun uomo è in grado di guardarlo in faccia. Il suono della sua voce terrorizza l’intera regione. Ma senza di lui non si potrà assicurare la pace. Il Grande Pacificatore ce la fa con un trucco. Fa in modo che il suo volto si rifletta nell’acqua di un pentolone in cui il cattivo sta per preparare il suo pasto umano, cosicché Atotarho scambi il suo volto – saggio, forte e virtuoso – per il proprio e si renda conto della dissonanza tra un tale aspetto e la pratica del cannibalismo, ossia il culmine dell’egocentrismo, l’assimilazione integrale dell’altro da sé. Scioccato, Atotarho cade in depressione, ma il Grande Pacificatore lo aiuta: lo invita a seguirlo in ogni luogo in cui abbia commesso del male per predicare il nuovo verbo della pace come potere (Kayanerenhkowa). La chiave della conversione è la volontà di non imporre la verità o la spiritualità su chi non è pronto a riceverla. Atotarho diventa a sua volta un grande operatore di pace proprio in virtù della grandezza della sua forza interiore, che prima lo rendeva così malvagio e terrificante. Viene “sconfitto” e si converte quando in lui si risveglia la consapevolezza del potere dell’amore e della sapienza che è in lui. All’intensità della sua resistenza – non vuole sentire ragioni, non sono gli argomenti a persuaderlo – corrisponde l’intensità della sua bontà. In questa tradizione irochese il male degli uomini è bontà malindirizzata e malconcepita, malintesa, è amore che opera spinto da una paura sbagliata, uno sforzo equivocato nei mezzi e nelle finalità, uno spirito aggiogato ad un padrone disperato, energia umana sprecata, guastata e deviata dal suo corso migliore.

I popoli che gli Europei hanno considerato incivili intendevano la pace in modo molto diverso dal nostro, che corrisponde da vicino alla quiete che segue la vittoria di una fazione sull’altra. La loro pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compreso quello che chiamiamo “male”. Era una concezione inclusiva, non esclusiva: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta. Persino la guerra era inclusa nell’idea di pace, una guerra condotta in un certo modo e con certe motivazioni. L’assolutismo pacifista era completamente estraneo alla loro mentalità ed è un’invenzione della modernità occidentale. Vivere in pace significava accogliere la vita in tutti i suoi aspetti, le quattro direzioni cardinali, tutte le creature. Il contrario di questo significato della pace e della giustizia è quello che divide e separa le parti della realtà e le mantiene distinte, un moralismo che sminuisce l’interconnessione, l’interdipendenza della vita. Ci sono cose che vanno distrutte e persone che vanno uccise (es. Hitler/Stalin), ma non certo per plasmare il cosmo a nostro piacimento, bensì unicamente perché il cosmo si ricostituisca, per conto suo.

Gli antropologi hanno spesso notato che le comunità dei popoli “tradizionali” erano spesse bipartite in una metà bassa ed una alta, Terra e Cielo, estate e inverno, pace e guerra, femminile e maschile, legate da rapporti al tempo stesso di rivalità e di cooperazione ed accompagnate da una gestione duale dei poteri da parte di un capo civile e di uno religioso. Nell’ambito mitologico la bipartizione trova riscontro nel mito delle origini, che assegna a due eroi culturali, talora gemelli o comunque fratelli, il merito di aver fondato la comunità, mentre, nella concezione dell’universo, alla bipartizione del gruppo sociale corrisponde quella del resto dell’universo degli esseri e delle cose dell’universo, distinti ed aggregati per accoppiamento di opposti: Rosso e Bianco, Chiaro e Scuro, Giorno e Notte, Nord e Sud, Est ed Ovest, Cielo e Terra. Questo stesso aspetto è evidente anche in Cina, dove la polarizzazione yin-yang, che si manifesta già nelle realizzazioni artistiche di epoca shang, mostra la tensione verso una coincidentia oppositorum, una congiunzione che risulta evidente nell’iconografia che mostra gufi con occhi solari ed emblemi della luce adornati con simboli della notte e dell’oscurità, in modo da rappresentare la ciclicità del processo di alternanza tra le due manifestazioni cosmiche complementari.

In Grecia abbiamo Dioniso e Apollo, che varie raffigurazioni ritraggono come androgini. Lo spirito apollineo è razionale, formale, luminoso ed armonico, all’insegna misura e proporzione. Lo spirito dionisiaco è estatico, creativo, oscuro, all’insegna della passione sensuale. Eros e Thanatos, l’impulso creativo e l’impulso entropico/distruttivo (anche autodistruttivo). Empedocle insegnava che l’universo è in costante metamorfosi, si genera e decade, grazie a Amore e Discordia/Odio, che operano in tutto ciò che è animato e in tutto ciò che è inanimato. Eros unisce tutte le forme di vita e Thanatos le separa e le disperde. Composizione e decomposizione sono forze di eguale intensità, eterne e mescolate in ugual misura in tutte le cose, in un’interazione necessaria.

Gesù il Cristo è un maestro delle contraddizioni, delle antinomie. Esaminiamo alcune delle sue parabole. Buon Samaritano: il “degenerato” è un giusto, il “giusto” è un degenerato. Vignaioli: i primi saranno gli ultimi, gli ultimi saranno i primi. Figliol Prodigo: il ribelle è festeggiato, l’obbediente si ribella. L’esattore delle tasse e i farisei: il peccatore è salvato, il salvato è peccatore. Il seminatore: l’abbondanza di semi non garantisce una buona mietitura, pochi semi possono dare buoni frutti. Giudizio Finale: chi sembra celebrare il Cristo è invece servo dell’Anti-Cristo e chi è perseguitato è invece il vero credente. La pecora perduta: quella persa vale più delle 99 salvate.

Analogamente, il vangelo greco degli Egiziani, che è databile tra la fine del I secolo e la metà del secondo secolo a.C., descrive il modo in cui sarà possibile avere accesso al Regno di Dio: “quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”. La Seconda lettera di Clemente recita: “interrogato da qualcuno su quando verrà il Regno, il Signore stesso rispose: “quando i due saranno uno, il fuori come il dentro e il maschio con la femmina né maschio né femmina”.

Anche nei vangeli canonici la riconciliazione degli opposti è implicita nella risposta di Gesù agli apostoli che gli chiedono cosa si debba fare per assicurarsi un posto nel Regno dei Cieli: “Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. (Matteo 18, 2-4). Come pure negli effetti della gloria: “E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità” (Giovanni, 17:22-23). Paolo di Tarso esprime una posizione assolutamente conforme: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3, 28). Che riafferma in una diversa epistola (Colossesi, 3, 8-11): “Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”.

La contrapposizione tra creazione/entropia, ordine/caos, spirito/materia, coscienza/sonno, forza centrifuga/forza centripeta, libertà/controllo è necessaria e bilanciata. Ibn al-Arabi insegna che l’imperfezione deve esistere perché, se non ci fosse, la perfezione dell’esistenza sarebbe imperfetta; se non ci fosse mancanza, non ci sarebbe creazione. Non c’è luce senza oscurità, non c’è verità senza errore, non c’è bianco senza nero. Un’interdipendenza immortalata dalla mitologia mondiale che parla di due gemelli, uno buono ed uno malvagio– lo si trova tra i cristiani ebioniti, in Lattanzio (il “Cicerone cristiano”), nella Cabala, in Jacob Boehme, tra i nativi americani, nei simboli zodiacali dei pesci e dei gemelli: Baldur e Loki, Osiride e Set, Enki ed Enlil, Apollo e Dioniso e così via.

L’epica dei Fanes, riesumata dalla memoria storica ladina e pubblicata da Brunamaria Dal Lago Veneri, offre ulteriori spunti relativi al motivo della riconciliazione degli opposti. Il giornalista e scrittore Enrico Groppali, nella sua introduzione, sottolinea (p. 6) che “il poema si fonda sul principio-cardine della specularità, se non addirittura della gemellarità…Così la regina partorisce due gemelle: Lujanta, luminosa come la luna, che sprofonderà nel regno sotterraneo delle Marmotte, e Dolasilla, incarnazione araldica del sole, che sarà destinata alla lotta, alla sopraffazione, alla conquista…le forze del bene sono parafrasate in un guerriero che si chiama “Ey de Net” (occhio della notte) perché è in grado di scorgere, attraverso le tenebre, la luce della coscienza”.

La strega Tcicuta, una specie di Circe, avverte l’eroe Duranno (Dal Lago Veneri, 1989, p. 62): “La tua Dolasilla ha avuto già più volte i suoi ammonimenti, ma non pare farci caso. Lei, figlia delle marmotte, si è fatta aquila. Camminerà e inciamperà sulla via del potere, invece di scegliere la via dell’amore. E tu, da principe, ti farai servo. Anche questo era stato detto”. Il campo di papaveri intona allora un mesto canto: “Che guerriero sei tu mai? Diventerai quello che desideri. Solo un portatore di scudo e servirai la tua dea fino alla sua morte”. Duranno è un eroe che sa mettersi al servizio del prossimo, un vero altruista, qualcuno che si sente indebitato, non creditore nei confronti del mondo, qualcuno che sa che il miglior servizio per se stessi è quello di servire gli altri e che se tutti facessero così la violenza si sopirebbe e la pace regnerebbe. Si fa “donna” (umile portascudo), mentre la sua donna si fa “uomo”, glorioso eroe guerriero. Dolasilla sa bene che la sua parabola sarebbe coincisa con quella del Regno dei Fanes: alla sua maggior gloria sarebbe succeduta la rovina e la morte. Se ne duole (p. 78): “sono fra le donne la più sfortunata. Vivo da uomo, questo è il mio destino, vado in guerra da guerriera e porto morte invece di aiuto”. Il re traditore, intossicato dalla brama di possesso insoddisfatta, dalla sua hybris, si sfoga con guerre di conquista, ma scopre che il momento del suo trionfo coincide con quello della sua rovina. Lo aveva previsto la strega Tcicuta. Il Regno dei Fanes era spacciato, il suo imperialismo lo aveva condannato all’oblio. Il suo futuro non era più aperto, era già scritto: i possibili scenari alternativi si erano ridotti ad uno solo, la distruzione.

Tcicuta spiega a Duranno/Ey de Net: “non lasciarti ingannare nobile Duranno, il regno dei Fanes è condannato e tu niente potrai fare per salvarlo. Le parole sono state pronunciate. Il re desidera solo il potere e per lui è troppo tardi”. Infatti, dopo la vittoria, i suoi alleati, nemici dei Fanes, lo irridono: “Re senza trono, falso re, non possiedi più né terre, né corona. Tua figlia splendida eroina, hai mandato a morte con l’inganno”. La sua sorte è quella di essere impietrito, nell’angoscia, ma anche fisicamente: il suo corpo si tramuta in pietra: “Il falso rege, il re straniero, è condannato alla pietrificazione. Pietrificare significa punire per uno sguardo illecito. È la punizione dell’umana incontinenza e dei desideri di potere sul mondo della conoscenza. Il re è punito non solo per aver abbandonato i Fanes, ma soprattutto per aver desiderato l’Aurona”, spiega Dal Lago Veneri (pp. 94-95).

U’ulteriore manifestazione della tensione tra gli opposti è esemplificata dai nomi dei tre figli del re di Contrin, chiamati rispettivamente il Bello, il Grande e il Forte, anche se sono pigri, vigliacchi e libertini. Incapaci di difendere il regno, gli assalitori Trusani non ne lasciano pietra su pietra.

Un figlio adottivo del re di Contrin, Lidsanel, l’eletto che dovrà restaurare la grandezza dei Fanes, finisce per sgozzare l’altro figlio adottivo, petulante ed invidioso, e viene esiliato. Da principe si riduce alla condizione massimamente infima di brigante (p. 119): “La grandezza degli Arimanni s’è perduta: dal coraggio si è passati alla sfrontatezza. E gli Arimanni antichi sono occhi chiamati Latrones. Sulle vette oscure, nel buio le lingue di fiamma danzano ancora la danza della morte. Questi sono i gloriosi campi bagnati dal sangue della nostra gente. Tutto, tutto è ormai perduto”. L’ex principe viene ribattezzato Cafusc, Capo Fosco e si crede una sorta di Robin Hood: “Cafusc, Cafusc, così nero eppure bianco come l’onore appena nato. Cafusc disperde i nemici come il falco gli armenti, Cafusc uccide il re e dà da mangiare alle genti”. Ma diventa un incrocio tra Don Chisciotte, l’Orlando Furioso e un volgare vandalo. Preso da un insano furore, improvvisa duelli e tenzoni con gli alberi e gli animali del bosco: “Chi vi ha concesso, stolti, di sfidarmi nel mio stesso territorio”, grida furiosamente agli alberi. Poi insegue i cervi urlando: “voi barbari, nudi, rivestiti solo del vostro pelo, non sapete che sono un re difeso da mille guerrieri?”. Gli animali fuggono e Cafusc gli grida dietro: “che razza di principi siete se non conoscete che la fuga. Ognuno di voi mi dia un pegno – tu la mano, tu il piede”. Con queste terribili parole cavalca nei boschi, mutila animali e piante, istiga un suo immaginario seguito alla battaglia e alla vendetta: “Dietro di me, miei prodi, avanti nella battaglia, uccidiamo tutti”. Da salvatore designato dei Fanes a mostro psicopatico e dissennato.

Proprio la sua follia, però, lo riscatta. Salva un guerriero, Tarlui, dai suoi assalitori, convinti che sia davvero alla testa di un manipolo di seguaci. Il guerriero lo riconosce, si ricorda del suo destino e dice ai suoi pastori: “Abbiate fiducia in questo uomo. Anche se è stato bandito diverrà pastore, perché così è scritto” (p. 124). L’antica runa recitava: “Lidsanel Lidsanel da re ti sei fatto bandito e poi pastore di pecore cosa ancora riserverà il tuo destino?”.

Dal Lago Veneri descrive il guerriero Tarlui om Tyr: “signore delle battaglie, è nume tutelare della giusta vittoria. Non è il signore dello scontro sanguinario, della violenza esasperata, dell’efferatezza bellica, ma il protettore della guerra intesa come soluzione estrema della contesa fra due parti. Dio della guerra, dunque, ma anche dio del diritto” (p. 150). Tarlui, “amante più della falce che della spada”, è un guerriero di professione, ma diventa il fondatore di una comunità di pace e di giustizia. L’ennesima dimostrazione del fatto che “tutto il poema è un connubio tra sacralità e violenza, come presupposto della rotazione universale. […]. Il tempo ciclico viene rappresentato, nel racconto, dalla ritualità: l’anno vecchio e l’anno nuovo, l’estate e l’inverno, la pioggia e la siccità, i re e le regine, il bene e il male, si scontrano in battaglie che simboleggiano il loro avvicendarsi” (p. 154).

Esiste una diffusione planetaria e trans-temporale di riti e miti riguardanti la ricomposizione unitaria della coppia binaria, indice del riconoscimento universale dell’importanza del principio della coincidenza degli opposti. Apprendiamo che le parti sono in equilibrio, si incontrano e fondono agli estremi, due metà di un cerchio. Nel punto di congiunzione dei semicerchi si crea un perfetto equilibrio. Senza una metà non c’è l’altra, senza oscurità non c’è luce, in un grande ciclo naturale, che è pure pedagogico. Apprendiamo che l’equilibrio è naturale. Una parte della creazione procede verso lo squilibrio (che considera equilibrio) e l’altra verso l’equilibrio: assieme generano un equilibrio dinamico. Le forze opposte nella natura si incontrano ed il risultato può essere una polarizzazione in un senso o nell’altro, oppure si può raggiungere un equilibrio simmetrico, o un equilibrio parziale su un versante o sull’altro. Ogni potenziale si realizza nei punti di intersezione. Tutto è parte dell’equilibrio che compone ciò che chiamiamo Universo, o Creazione.

Non è che il bene e il male non esistono. Il Male è dolore e timore insensati, brutali, crudeli, futili perché irredimibili, lo spreco di vita, l’ingiustizia titanica, la rabbia sorda e violenta. Il punto è che sono interdipendenti. Ciò che è oggettivamente buono è la realtà nella sua interezza e ciò che è oggettivamente cattivo è la sua frammentazione. Ciò che alla mente ordinaria appare come opposizione, contrasto e contraddizione è un’unità trascendente, la riconciliazione dei contrari interconnessi, chiamata coincidentia oppositorum. Pace e giustizia discendono da tale comprensione. La vita è una relazione misteriosa ed intima tra forze opposte e la legge dovrebbe essere ciò che preserva questa relazione e, nel farlo, il dinamismo della vita. La Caduta è l’illusione che i contrari si escludono a vicenda.

Gli integralismi, i fanatismi diffondono l’idea che ci sia una parte della natura umana che deve essere distrutta, senza che sia possibile ricostituire l’unità fondamentale dell’essere. Questo male nasce proprio dalla scelta umana di escludere le forze del “male” dalla nostra vita e dalla nostra mente consapevole. Quando questo male viene isolato, cresce fino a distruggere un bene che, innaturalmente separato, è indifeso. Da qui scaturiscono il razzismo, il segregazionismo, la guerra sterminatrice, la pulizia etnica, il genocidio e tutto l’orrore di cui siamo capaci.

La pace non è dunque un qualcosa di passivo, non è assenza di conflitto, ma una forza che armonizza le azioni e gli impulsi della vita umana in tutte le loro molteplicità e contrasti. La forza che chiamiamo pace è, nell’universo e nell’individuo, una qualità della mente, un’energia cosciente. La pace fa da ponte tra due forze contrapposte. Il male è la forza che ostacola fatalmente l’azione della forza riconciliativa, la discesa della colomba, lo Spirito Santo, nella vita umana (Needleman, 2003). Satana deriva dall’ebraico satan che significa l’avversario. Il diavolo viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. Nella sua prima forma il demonio è uno strumento divino e serve delle sacre finalità. Per questo Gesù chiama Pietro “Satana” ma gli ordine di mettersi dietro di lui come discepolo – “va dietro a me, Satana”, in luogo di quella che è stata per lungo tempo l’errata traduzione “Lungi da me, satana!” (Matteo 16:23) –, quando Pietro dimostra di non aver capito il senso del suo messaggio. Che la Chiesa abbia scelto proprio “Satana” come suo fondatore è estremamente significativo.

Il gotha della letteratura, della filosofia e della religione mondiale – Blake, Jung, Goethe, Jacob Boehme, Meister Eckhart, Gesù, Paolo di Tarso, Socrate, Pitagora, Friedrich Schlegel, Shakespeare, Empedocle, taoismo, buddhismo, cabala, Honoré de Balzac, Ursula Le Guin, Victor Hugo, Heine, Emerson e molti altri – abbracciò questa cosmologia in cui il male è un tono discordante, una nota dissonante che arricchisce la sinfonia universale, in quanto il Grande Compositore sa come risolvere ogni dissonanza in una consonanza, ogni malevolenza e malefatta in armonia, per ispessire e conferire pregio alla trama dell’esistente. Nell’ambito terreno, personale, il senso di tutto questo è una filosofia dell’esistenza e della politica che non vuole costringere le persone a comportarsi in un dato modo, ma persuaderle gentilmente a migliorarsi con l’apprendimento, con la coltivazione delle facoltà intellettuali e spirituali per una partecipazione consapevole e critica alla vita propria e della comunità, smascherando menzogne e facendo evaporare illusioni. È la filosofia della libertà, non del rigore, e sta alla base della maieutica socratica, della predicazione di Gesù ma anche dell’idea di America (la maggior parte dei fondatori erano iniziati alla massoneria o, come è il caso di Jefferson, in stretti rapporti con massoni) e delle democrazie europee uscite dalla terribile esperienza del nazi-fascismo.

History Channel, gli alieni, l’archeologia misteriosa e l’attenzione dei media intorno ad un argomento scomodo

http://it.wikipedia.org/wiki/History_%28Italia%29

http://it.wikipedia.org/wiki/Yonaguni

http://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Anticitera

“History” (History Channel) intervista un gran numero di specialisti (più o meno “autorevoli”) che spiegano perché le tecnologie dei nostri antenati non potevano consentire loro di realizzare certe opere magnifiche. O violavano impunemente le leggi della fisica o disponevano di strumenti non documentati dalla ricerca archeologica. L’ipotesi è che qualcuno, da fuori, li abbia aiutati.

Magari sono vere entrambe le cose. Magari in alcuni casi non è così e non c’è nulla di misterioso, in altri invece resta qualche dubbio.
Ne approfitto per dire la mia, usando History Channel come mero spunto.

Chi mi segue da tempo sa che sono giunto alla conclusione che l’umanità non sia in cima alla catena alimentare ed alla piramide sociale di questo pianeta:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/24/alienologia-corso-avanzato-parte-prima-rudimenti-di-fisica-del-superspettro/#axzz1nNrT1Utx
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/24/alienologia-corso-avanzato-parte-seconda-la-storiografia/#axzz1nNrT1Utx

Se si rigetta questa possibilità è spesso a causa di un nostro tratto caratteristico: siamo una specie cronicamente antropocentrica e megalomane che crede di rappresentare il pinnacolo dell’evoluzione nell’universo visibile. Come possiamo credere seriamente di essere soli nell’universo e che nessuno sia mai giunto in questi paraggi? Mi sembra un po’ infantile e anche un po’ deprimente: mi auguro che ci sia di meglio là fuori (temo ci sia anche di peggio).

Ma è anche per paura di quelle che sarebbero le implicazioni: chi si sentirebbe tranquillo se sospettasse che non abbiamo il pieno controllo di noi stessi e che altri esseri viventi ci trattano come bestiame ed hanno organizzato la nostra civiltà in modo tale da impedirci di formarci un’idea chiara della realtà fisica, del nostro potenziale e degli ostacoli che sono stati scaltramente posti sul nostro cammino per mantenere le cose come stanno?

Mi rendo conto che non sia facile e per nulla piacevole.

Dunque neghiamo una possibile spiegazione della realtà perché qualcuno ci spinge a farlo e per dei meccanismi psicologici.

Una volta qualcuno mi ha chiesto: ma come fai a vivere questa cosa così serenamente, se ne sei davvero convinto?

Per diverse ragioni:

1. non credo che il corpo sia l’elemento centrale del nostro essere:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/11/la-paura-della-morte-non-ha-molto-senso/#axzz1nNrT1Utx

anche se a qualcuno fa comodo che continuiamo a crederlo:

http://www.informarexresistere.fr/2012/02/23/la-morte-ti-fa-bella-%E2%80%93-il-lusso-il-teschio-e-le-astuzie-del-potere/#axzz1nNrT1Utx

2. non credo che il nostro destino di esseri umani sia quello di essere bestiame. Qualcosa è successo in passato, qualcuno ha fatto delle scelte stolte e siamo caduti in questa condizione, ma nulla è perduto, ci sarà sempre la possibilità di un riscatto, se ci rendiamo conto della nostra reale situazione. Potremmo tornare ad essere quel che eravamo;

3. ho l’impressione che le mille trasformazioni del nostro tempo segnalino l’imminenza di una via di fuga di qualche genere. È possibile che l’iperattività dei potenti, a tratti confusa, a tratti disperata, sia dovuta al fatto che temono di perdere il controllo della MegaMacchina. Forse non sono solo loro a temerlo;

4. vedo che tante altre persone come me, che hanno fatto le medesime considerazioni, ma sono più lucide e sagge di me, vivono la cosa come una grande esperienza di vita e non sembrano particolarmente scosse, intimidite, intimorite o ansiose;

5. non ci sto a pensare tutto il tempo e comunque non ho la certezza assoluta che le cose stiano così;

6. Là fuori c’è un po’ di tutto, quindi ci saranno anche civiltà benevole o neutre, non solo lupi travestiti da agnelli:
http://www.informarexresistere.fr/2012/01/18/la-sindrome-del-feto-egoista-come-vivono-e-cosa-pensano-gli-angeli-caduti/#axzz1nNrT1Utx

7. Non ci posso fare nulla;

Ad ogni modo, perché History Channel dovrebbe mandare in onda un documentario così controverso?

Qualcuno dirà che History Channel è una produzione poco seria e cerca solo di fare audience. Il che è certamente vero.

Qualcun altro sostiene che c’è l’intento di preparare il terreno per quella che in inglese viene chiamata “disclosure”, la rivelazione di qualcosa che era stato occultato. Osservo che ultimamente anche Telegraph, Guardian, Le Monde, Corriere della Sera, NYT, ecc. riportano notizie sugli UFO.  Il Corriere, per qualche ragione, ospita persino un blog a tema:
http://misterobufo.corriere.it/

Sia come sia, ritengo sia saggio tenere la mente aperta e gli occhi aperti, poiché è fuori di dubbio che:

“There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy”

[“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia”]

William Shakespeare, Hamlet/Amleto

Cos’è il Grande Fratello? (La dittatura “morbida”)

 

 

a cura di Stefano Fait

 

 

 

Il re prende nota di tutte le loro intenzioni,

Con mezzi che nemmeno possono immaginare

William Shakespeare, “Enrico V”

Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?

Giovenale, “Satire”, VI, 347

Un uomo di vetro in una società trasparente: è questo il nostro futuro? Torna l’antico interrogativo: qual è il prezzo della libertà? E di quale misura di libertà godremo in un ambiente tecnologicamente ridisegnato in forme tali da ridurre diritti fondamentali delle persone? Noi, e usando il plurale parlo di tutti noi cittadini, siamo chiamati a sciogliere una contraddizione tra una trasparenza crescente e l’inconoscibilità o l’incontrollabilità di chi ci rende visibili, rimanendo egli stesso lontano o oscuro. Ma può la democrazia lasciar crescere al suo interno quello che, per dirla con Conrad, può diventare il ‘cuore di un’immensa tenebra’?

Stefano Rodotà, “Relazione annuale dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali”, Roma, 3 maggio 2000.

http://www.treccani.it/enciclopedia/stefano-rodota/

Pensate alle conseguenze di un altro massiccio attacco (terroristico) negli Stati Uniti – magari la detonazione di una bomba radiologica o sporca, oppure di una mini bomba atomica o un attacco chimico in una metropolitana. Uno qualunque di questi eventi provocherebbe morte, devastazione e panico su una scala tale che al confronto l’11 settembre apparirebbe come un timido preludio. Dopo un attacco del genere, una cappa di lutto, melanconia, rabbia e paura resterebbe sospesa sulle nostre vite per una generazione. Questo tipo di attacco è potenzialmente possibile. Le istruzioni per costruire queste armi finali si trovano su internet ed il materiale necessario per costruirle lo si può ottenere pagando il giusto prezzo. Le democrazie hanno bisogno del libero mercato per sopravvivere, ma un libero mercato in tutto e per tutto – uranio arricchito, ricino, antrace – comporterà la morte della democrazia. L’armageddon è diventato un affare privato e se non riusciamo a bloccare questi mercati, la fine del mondo sarà messa in vendita. L’11 settembre con tutto il suo orrore, rimane un attacco convenzionale. Abbiamo le migliori ragioni per avere paura del fuoco, la prossima volta. Una democrazia può consentire ai suoi governanti un errore fatale – che è quel che molti osservatori considerano sia stato l’11 settembre – ma gli Americani non perdoneranno un altro errore. Una serie di attacchi su vasta scala strapperebbe la trama della fiducia che ci lega a chi ci governa e distruggerebbe quella che abbiamo l’uno nell’altro. Una volta che le aree devastate fossero state isolate ed i corpi sepolti, potremmo trovarci, rapidamente, a vivere in uno stato di polizia in costante allerta, con frontiere sigillate, continue identificazioni e campi di detenzione permanente per dissidenti e stranieri. I nostri diritti costituzionali potrebbero sparire dalle nostre corti, la tortura potrebbe ricomparire nei nostri interrogatori. Il peggio è che il governo non dovrebbe imporre una tirannia su una popolazione intimidita. La domanderemmo per la nostra sicurezza.

Michael Ignatieff, New York Times Magazine, il 2 maggio 2004

http://www.treccani.it/enciclopedia/michael-ignatieff/

Il governo inglese sta mettendo a punto un nuovo programma anti terrorismo che prevede l’archiviazione di tutte le telefonate, messaggini sms, email e siti internet visitati dagli utenti. Lo scrive il Telegraph, precisando che operatori telefonici e service provider saranno obbligati a conservare i dati per un periodo di 12 mesi per metterli così a disposizione dei servizi di sicurezza. I contenuti delle chiamate e delle mail non saranno registrati, al contrario dei numeri delle chiamate e gli indirizzi mail dei mittenti e dei destinatari delle mail. Il ministero dell’Interno, secondo il quotidiano, avrebbe già intavolato i negoziati con le internet company negli ultimi due mesi. Il piano potrebbe essere annunciato ufficialmente a maggio”.

http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/13906_londra-il-governo-monitorachiamate-sms-e-email.htm

“Dopo il no di Repubblica Ceca, Bulgaria, Slovenia e Polonia, anche i governi di Germania e Olanda sono orientati a votare contro l’Acta, l’accordo che imporrebbe limitazioni alla libertà della Rete delegando inediti poteri di polizia e di oscuramento ai service provider. La contrarietà di Amsterdam e Berlino è emersa dopo le manifestazioni di protesta che hanno animato le piazze di molte capitali: segno tangibile dell’esistenza di una nuova opinione pubblica internazionale che vuole difendere il Web da ogni tentativo di controllo politico, magari travestito da “accordo commerciale”. Anche in Italia sono in corso proteste contro l’Acta (come quella di Firenze, il 25 febbraio) seppur poco riprese dalla grande stampa. E anche da noi sta crescendo l’attivismo trasversale pro-Internet, talvolta in grado di influenzare i decisori della politica: com’è di recente capitato, ad esempio, per l’infausto “emendamento Fava” approvato in commissione all’unanimità e poi ritirato nell’imbarazzo generale dei partiti, dopo che era esplosa la contestazione on line.

Anche per questo lascia un po’ perplessi il fatto che il governo italiano non abbia preso una posizione pubblica sull’Acta: sarà uno di quei Paesi che al Parlamento europeo, l’11 giugno prossimo, ne proporranno la ratifica oppure no? Non si sa”.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/libero-web-monti-balbetta/2175050/1111

“Irresponsabile, anacronistico, anti-europeo e liberticida: sono questi gli aggettivi che – assieme  a molti altri – possono essere utilizzati per definire l’emendamento alla legge comunitaria 2011, con il quale l’on. Fava (Lega Nord) minaccia di attuare, nel nostro Paese, l’infausto progetto – nome in codice Sopa – che il Congresso degli Stati Uniti d’America è stato costretto ad abbandonare dopo lo sciopero della Rete dichiarato, nei giorni scorsi, dai giganti del Web.

L’emendamento, approvato giovedì scorso dalla Commissione per le politiche comunitarie, stabilisce – tra l’altro – che chiunque possa chiedere a un fornitore di servizi di hosting di rimuovere qualsivoglia contenuto pubblicato online da un utente sulla base del semplice sospetto – non accertato da alcuna Autorità giudiziaria né amministrativa – che violi i propri diritti d’autore e che, qualora il provider non ottemperi alla richiesta, possa essere ritenuto responsabile.

Un’inaccettabile forma di privatizzazione della giustizia: la permanenza o meno di un contenuto nello spazio pubblico telematico non dipenderà più dalla decisione di un Giudice ma da una semplice segnalazione – autonoma ed arbitraria – di un singolo.

E’, probabilmente, la più concreta e attuale minaccia per la libertà di espressione sul web registrata negli ultimi anni nel nostro Paese.

[…]

Il ministro per le politiche europee Enzo Moavero Milanesi, infatti, nel prendere la parola in Commissione, giovedì scorso ha dato parere favorevole al testo del disegno di legge, limitandosi a rilevare che l’emendamento Fava, affrontando “un tema – quello del commercio elettronico – di particolare delicatezza, che incontra sensibilità diverse…, avrebbe meritato di essere affrontato in uno specifico provvedimento”.

Nessun veto, tuttavia, né una parola sulla circostanza che le disposizioni in questione siano oggetto di una richiesta inoltrata dallo stesso Governo italiano a Bruxelles.
Cos’altro aggiungere?

La sensazione è quella che – Governo dei professori o governo del Cavaliere – il Paese rimanga saldamente in mano ad un manipolo di dilettanti allo sbaraglio, prezzolati dai soliti noti delle solite lobby e, soprattutto, totalmente ignoranti e disinteressati a proposito di Internet, futuro e innovazione”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/sopa-italiano-la-legge-che-minaccia-il-web/185580/

Orwell, in 1984, immaginava l’esistenza di una Psicopolizia, capace di intercettare suoni, gesti, pensieri. L’incubo di ognuno era rappresentato dallo psicoreato, il delitto che consisteva nell’aver pensato male del governo del Grande Fratello. (125) Non siamo a questo punto, né mai, si spera, ci arriveremo. Ma è anche vero che molti sistemi di controllo ed intercettazione attualmente esistenti fanno temere per la libertà e la dignità dei cittadini che li subiscono loro malgrado. Molti di questi sistemi sono stati a lungo occultati alla conoscenza dell’opinione pubblica, altri sono stati invece adottati in quasi totale mancanza di rispetto verso le regole più elementari della democrazia. Oggi, con una guerra al terrorismo in atto dal famigerato 11 Settembre 2001, con gli attentati sempre più frequenti, in un clima di paura che aleggia su ogni scelta politica recente, alcuni potranno pensare che siano più che giustificate delle misure di massima sorveglianza. Ma non va dimenticato che alcuni degli apparati di controllo delle comunicazioni più potenti esistono da molto tempo prima dell’11 Settembre: Echelon, Enfopol, il Sistema Informativo Schengen, ed altri sistemi di intercettazione elettronica su scala mondiale, dimostrano che la sorveglianza a scopo di sicurezza ha una lunga storia alle sua spalle.

http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/control/surace/cap1.htm

“Non si può nutrire più alcun dubbio in merito all’esistenza di un sistema di intercettazione delle comunicazioni a livello mondiale, cui cooperano in proporzione gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda nel quadro del patto UKUSA. Che tale sistema o parti dello stesso abbiano avuto, almeno per un certo tempo, il nome in codice “ECHELON” può essere plausibile, alla luce degl’indizi a disposizione e delle numerose dichiarazioni concordanti provenienti da cerchie assai disparate, comprese fonti americane. Ciò che conta è che tale sistema serve non già all’intercettazione di comunicazioni militari, ma all’ascolto di comunicazioni private e commerciali. […]. Nella sessione del 30 marzo 2000 il Consiglio ha messo in chiaro che non intende accettare la creazione o l’esistenza d’un sistema d’intercettazione che non rispetti gli ordinamenti giuridici degli Stati membri e che violi i principi fondamentali del rispetto della dignità umana”.

Gerhard Schmid, Relazione sull’esistenza di un sistema d’intercettazione globale per le comunicazioni private ed economiche (sistema d’intercettazione ECHELON, 2001/2098 (INI), Parlamento Europeo, 11 luglio 2001

Le distopie della letteratura e del cinema, soprattutto quelle che tentano di immaginare un futuro prossimo per le nostre società, sono sempre state caratterizzate da un’atmosfera di oscura premonizione, che si palesa attraverso concetti ben scelti: spesso si tratta delle capacità di sorveglianza di un apparato tecnologico sofisticatissimo, o di un Grande Fratello che osserva chiunque, oppure della manipolazione di soggetti resi acquiescenti attraverso il controllo. Durante gli ultimi anni, però, la realtà in cui è immerso l’uomo contemporaneo occidentale ha subito mutamenti profondi, divenendo sempre più simile alle narrazioni distopiche di tipo orwelliano. E’ inutile negarlo: viviamo in una società sorvegliata, dove la dimensione privata si fa rarefatta e l’uso intrusivo delle nuove tecnologie, attuato da aziende private e governi, ci sta obbligando a condurre una “vita continuamente pubblica”.

[…].

La scena urbana descritta da Ridley Scott in Blade Runner non è più così immaginifica. Si tratta di un vero e proprio digital divide, un sistema di separazione tra coloro che sono in possesso delle informazioni e tutti gli altri. Non riguarda solo le diseguaglianze tra Nord e Sud del mondo, ma anche le interazione interne alle società capitaliste più sviluppate. Si tratta di un digital divide che concerne i differenti livelli di accesso alle informazioni ed ai servizi. […].

Dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001, ed i più recenti tragici avvenimenti del Luglio 2005, la sorveglianza generalizzata che trasforma le popolazioni in una massa di sospetti, mette a dura prova ogni discorso in difesa della privacy. La pretesa degli stati è, molto spesso, che si rinunci a diritti fondamentali come la riservatezza e le libertà di circolazione ed opinione, in cambio di una società più sicura. La guerra al terrorismo ha portato ad una crescita esponenziale dei sistemi di sorveglianza, legittimando prassi che ledono gravemente le libertà individuali, a volte in maniera assolutamente sproporzionata rispetto al fine ed ai risultati. Termini come Internet e globalizzazione perdono ogni significato, se quello che ci aspetta è una società in cui ognuno si sente autorizzato a sospettare del proprio vicino, alimentando la crescita di una società sorvegliata, in cui noi stessi siamo i controllori ed i controllati. Non ci si deve abbandonare agli allarmismi, ma nemmeno arrendersi ad una realtà che appare immodificabile. Soprattutto, non bisogna permettere che il diritto a mantenere l’anonimato, essenziale affinché ognuno si senta libero di esprimere il proprio pensiero senza timore di ripercussioni e conseguenze dannose, venga leso in nome di controllo globale e generalizzato, costruito sul pretesto di una società al riparo da attacchi esterni. E’ difficile, infatti, pensare a che tipo di democrazia ci troveremmo a difendere, se lasciassimo che i nostri più elementari diritti venissero elusi in cambio della vana speranza di sentirci più al sicuro.

http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/control/surace/conclus.htm

LA QUESTIONE DELLA VIDEOSORVEGLIANZA

La Guerra al Terrore e la Guerra al Crimine ci hanno trascinati, a strattoni, spinte, strappi e pungoli, verso un collage surreale di autoritarismo messianico e burocratismo invasivo in una società del rischio, satura di timori e paranoia, che ha finito per prendersi talmente sul serio da non essere più in grado di distinguere una minaccia fantomatica da una minaccia reale.

In troppi animi alberga il desiderio che il potere sia collocato nelle mani delle Autorità, in una polarizzazione che sospinge figure sinistre al potere e riduce ad una condizione ovina cittadini che in passato aveva dato miglior prova di sé. Un cittadino democratico non vorrebbe essere comandato o guidato ma, più semplicemente, avrebbe l’aspettativa legittima di essere rappresentato da un suo delegato. La storia insegna che più forti sono stati i leader, più roboanti sono stati i disastri: affidarsi anime e corpo all’Autorità equivale a giocare alla roulette russa.

Parallelamente a questi sviluppi è diventato invalso un uso piuttosto generoso ed arbitrario del pronome noi, che dovrebbe includere tutti, ma classicamente si riferisce ad una conventicola di eletti o ad un ipotetico popolo, coeso ed unitario, eccezion fatta per poche pecore nere. Un noi che, a giudicare dalle tendenze, finirà per criminalizzare certe categorie di cittadini e concittadini prima ancora che possano persino essere sfiorati dall’idea di commettere un reato. Sono criminali in potenza. Questo noi plebiscitario e tirannico è un conveniente pretesto che giustifica ogni decisione imposta alla collettività. Sarebbe opportuna una maggiore umiltà nell’impiego dei pronomi plurali, ma non è una virtù che è saggio attendersi da chi presume di poter condannare il prossimo sulla base di una presunta colpa collettiva (“voi musulmani”, “voi ebrei”, “voi zingari”, “voi comunisti”, ecc.), sebbene sia impossibile stabilire che cosa una persona farà in futuro con un ragionevole margine di certezza – persino i chiaroveggenti ammettono che il futuro non è predeterminato – e punire le persone preventivamente distrugge il rispetto per la legge, il che non è nell’interesse di nessuno.

Allora perché le CCTV (telecamere a circuito chiuso) sono endemiche nei quartieri popolari e non in quelli dei ricchi, dove pure si concentrano i furti? Perché bastano le telecamere private o perché i ricchi non vogliono essere sorvegliati? Non abbiamo diritto ad una vita che non sia perennemente sorvegliata anche in pubblico? Ad una telecamera non posso chiedere perché mi stia monitorando, ad un poliziotto sì. Nel caso delle CCTV l’osservatore non è visibile, essendo remoto e spesso dissimulato. Si chiama sorveglianza asimmetrica: una parte reclama per se stessa il diritto di esercitare il controllo sullo spazio pubblico senza essere presente, senza essere in una condizione “da pari a pari”.

È anche uno spreco di denaro pubblico. Nel Regno Unito si stima un costo di circa 3000 sterline all’anno per ogni telecamera. I risultati sono magri e si sottraggono preziosi fondi che potrebbero essere destinati all’effettivo miglioramento delle condizioni di vita (Welsh and Farrington, 2002; Gill and Spriggs, 2005; Groombridge, 2008). Le telecamere rendono alcune persone insicure ed insinuano in altre una sensazione di falsa sicurezza. Più grave è la possibilità, più che plausibile, che instillino nella gente il senso che l’autorità sia onnipresente, addestrandola a credere che sia giusto, opportuno ed inevitabile e che lo spazio pubblico non appartenga a loro ma al potere centrale. La presenza di CCTV mortifica inoltre la dignità che dovrebbe essere accordata ad ogni cittadino onesto (presunzione di innocenza), ricorda ai cittadini in ogni momento che il prossimo potrebbe non essere degno di fiducia ed infine espone la popolazione al rischio che in futuro possa essere impiegato da un regime malevolo (o falsamente benevolo) per accanirsi su certe categorie di cittadini classificati come dissidenti o eterodossi. Basta che ciò avvenga una volta sola. Una sola volta è già di troppo.

Non è difficile immaginare che le valutazioni negative delle forze di polizia sull’efficacia delle CCTV possano anche dipendere dalla prospettiva di diventare superflui, come certi operai sostituiti dalle macchine. Senza dubbio le telecamere costano infinitamente meno degli agenti, come i droni (aerei spia teleguidati) costano infinitamente meno dei piloti. Ma il cittadino, in una democrazia, può conversare con il poliziotto, che è un cittadino come lui, al suo servizio, non una macchina. Con una telecamera il rapporto diventa asimmetrico ed univoco.

In un recente esperimento (Williams/Ahmed, 2009) dei ricercatori hanno fermato per strada 120 passanti scelti a caso, mostrando loro l’immagine di un ambiente urbano che include uno skinhead, una donna ben vestita, o nessuna persona e la presenza o meno di una vistosa telecamera di sorveglianza. I risultati mostrano che l’immagine con skinhead e telecamera accresce la preoccupazione ed ansia dei passanti, che descrivono la situazione dell’ordine pubblico come più seria rispetto a quelli che vedevano le altre foto in cui la CCTV era assente, compresa quella con lo skinhead. La combinazione di telecamera e skinhead si è dimostrata una miscela esplosiva per le ansie represse, perché attiva tutti gli stereotipi latenti riguardanti quel tipo di persona (un balordo sfaccendato). È ragionevole pensare che se l’immagine avesse raffigurato un poliziotto e non una CCTV la reazione sarebbe stata ben diversa, perché la sua inattiva ma visibilmente partecipe presenza avrebbe neutralizzato il potenziale di minaccia rappresentato dallo skinhead (“se il poliziotto non lo ferma significa che non è un pericolo”).

Il problema è che un crescente numero di cittadini è incline a presumere che ci siano valide ragioni per ogni ulteriore dispiegamento di tecnologie e misure per la sicurezza. Così quanto maggiore è l’incremento di leggi, droni, chip sottocutanei, telecamere, ecc., tanto più drammatica sarà la percezione di vivere un’esistenza minacciata dal crimine e dal terrorismo. “Altrimenti, perché spenderebbero i soldi in quel modo? Sanno certamente quello che fanno”. Il modo migliore per spaventare la gente è continuare a rassicurarla, ripetere che tutto andrà bene, che sarà al sicuro e che si sta facendo tutto il possibile per proteggerla. Alla moltiplicazione delle rassicurazioni corrisponderà l’impressione che ci sia una minaccia terribile della quale non si è messi al corrente, per non gettarci nel panico.

Un’isteria che è una miscela di mancanza di prospettiva, mancanza di senso delle proporzioni, mancanza di coraggio, ignoranza (del business della videosorveglianza), stoltezza e ignobile interesse a mantenere alta la tensione nella popolazione.

Sarebbe sbagliato associare l’orientamento autoritario e di dominanza sociale unicamente all’elettorato di destra. È un fenomeno trasversale e si nutre di una fiducia assoluta nell’autorità, nel bisogno compulsivo di leggi ed ordini dall’alto e nella tendenza a categorizzare gli altri in gruppi ben definiti invece di vedere il prossimo per quello che è, un altro essere umano come noi. Un criminale sa come camuffarsi e muoversi per evitare lo sguardo di una videocamera mentre il cittadino che passeggia vede occhi elettronici che lo scrutano e non può sfuggire. Difficile che non lo assalga il sospetto di vivere in una società insicura.

Questi sono gli interrogativi che cittadini e amministrazione pubblica dovrebbero porsi: quanti casi sono stati risolti dalle telecamere e quanti da un normale lavoro di investigazione? Quanto costano le telecamere? Quali sono i risultati di una valutazione costi-benefici dell’installazione di telecamere per l’ordine pubblico? Quali sono i costi sociali di piazzare telecamere ovunque, allarmando la popolazione, che così si sente insicura e circondata da delinquenti? Si è mai visto un paese eliminare le telecamere in caso di diminuzione della criminalità (che è comunque costante)? Chi controlla i sorveglianti? Chi controlla la circolazione delle immagini registrate?

L’Italia non è certo un paese noto per la meticolosità con la quale si rispetta la privacy dei cittadini e per il rispetto delle norme di gestione dei dati personali.

Si sostiene che i criminali hanno tutto da temere, gli innocenti nulla. Ma naturalmente tutto questo dipende dalla solidità del sistema democratico e dalla stabilità della nozione di crimine e criminale. Una volta introdotto un certo sistema di monitoraggio è particolarmente arduo toglierlo. C’è e, dato l’investimento iniziale, continuerà ad esserci, anche se i termini del contratto con la società civile sono cambiati. Applicando la stessa logica, un giorno si arriverà ad accettare l’installazione di tracciatori-localizzatori su tutte le nostre automobili e l’inserimento di biochip sottocutanei per essere monitorati in ogni momento, per la nostra sicurezza, tanto “se non hai niente da nascondere non hai nulla da temere” e  “le libertà civili vanno bene, ma ci sono cose più importanti…”

Durante la Seconda Guerra Mondiale il sistema olandese di schedatura di ogni cittadino, percepito come benevolo ed utile dai cittadini, che mai avrebbero immaginato che la loro amministrazione pubblica l’avrebbe potuto impiegare ai loro danni, diventò un’arma micidiale nell’Olanda occupata dai Nazisti, quando solerti burocrati resero possibili rastrellamenti efficienti di oppositori ed ebrei.

Rimane infine l’analisi dell’efficacia, che è comunque accessoria rispetto alla centralità dei diritti fondamentali dei cittadini (compreso quello alla privacy e ad una vita non-sorvegliata). Finora non ci sono prove incontrovertibili che la videosorveglianza serva da deterrente. Il Ministero degli Interni inglese ha riscontrato che in metà dei casi gli esiti sono stati lievemente positivi (max. 4 per cento) e nell’altra metà dei casi sono stati insignificanti o addirittura negativi. Nel 2007 a Londra operavano 10 mila telecamere anti-crimine. La polizia non è riuscita a rilevare una significativa differenza nella cattura di fuorilegge tra aree più o meno video-sorvegliate. Anzi, in quattro aree su cinque tra quelle con una maggiore concentrazione di videocamere si è registrato un minor numero di casi risolti. Nel 2008 un rapporto della polizia inglese ha rivelato che solo il 3 per cento dei crimini sono stati risolti grazie alla videosorveglianza. Analogamente, secondo i dati della polizia metropolitana di Londra, nel 2008 le videocamere hanno fornito un aiuto decisivo solo in un caso su mille.

Io penso che sarebbe più saggio destinare quei soldi alle forze di polizia (poliziotti di quartiere), o ad una migliore illuminazione stradale, opzioni che hanno registrato risultati tangibili e non rappresentano una minaccia per i diritti civili.

Infine, per gli amanti del bello, vale la pena di citare in conclusione anche la questione dell’imbruttimento progressivo delle città, sempre più simili a prigioni a cielo aperto.

LA MARCHIATURA ELETTRONICA DEI CITTADINI

 Il Sistema Elettronico Epidermico (epidermal electronic system – EES) è un adesivo elettronico che si sistema sulla pelle come un tatuaggio provvisorio senza incollarlo, sfruttando la forza di van der Waals:

http://it.wikipedia.org/wiki/Forza_di_van_der_Waals

È stato presentato sulla rivista “Science” di agosto 2011:

http://subitotechs.com/2011/08/15/tatuaggi-elettronici-tracciare-segni-vitali-pazienti-16156/

Non si sente, non si vede (50 micron; 1 millimetro = 1000 micron) e quasi privo di peso: come se uno non lo indossasse. Flessibile e soffice come la pelle, può servire a monitorare cervello, cuore e tessuti muscolari, ma anche a comunicare ed interfacciarsi con le macchine e registra con il 90% di accuratezza i comandi vocali di chi parla, se posto sulla gola. Si alimenta autonomamente con l’energia solare o ricevendo impulsi elettromagnetici. Può contenere sensori, LED, transistor, radioricevitori, antenne senza fili (wireless), celle solari, conduttori elettrici:

http://www.breitbart.com/article.php?id=CNG.6e1e2ad90e2d94b12b6258b7e9c5b33d.611&show_article=1

Eccolo, collocato su un polso:

http://www.physorg.com/news/2011-08-smart-skin-electronics-temporary-tattoo.html.

Un lettore commenta: “Potrei mettere la mia carta di credito sul polso”.

Qualcuno ha naturalmente già evocato il Marchio della Bestia (Apocalisse 13: 16-17):

E faceva sì che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi, fosse posto un marchio sulla mano destra o sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere se non chi avesse il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome”.

In Messico migliaia di persone, terrorizzate dal caos causato dalla guerra tra narcotrafficanti e forze dell’ordine, hanno richiesto di farsi impiantare dei chip di localizzazione:

http://www.washingtonpost.com/world/americas/scared-mexicans-try-under-the-skin-tracking-devices/2011/08/14/gIQAtReNUJ_story.html?wprss=rss_world

Si inizia così, e poi…

COME SI SCIVOLA IN UNA TIRANNIA

In un futuro non troppo lontano alcune nazioni cominceranno a richiedere ai propri cittadini di farsi impiantare dei dispositivi di localizzazione miniaturizzati, come quelli già disponibili per gli animali domestici. Sebbene sia arduo crederlo, la popolazione ottempererà a tale richiesta, in parte entusiasticamente, in parte di malavoglia. Ma alla fine tutti si atterranno alle nuove disposizioni, anche perché chi non lo farà non potrà esistere in società.

Ecco le ragioni che saranno addotte dalle autorità. Ce ne sarà per tutti:

– lo Stato è prossimo alla bancarotta, anche gli altri stati non sono messi meglio. Serve un nuovo sistema monetario in cui tutte le transazioni siano controllate da un’istituzione finanziaria centrale. I contanti saranno aboliti. N.B. Già se ne discute:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/16/labolizione-dei-contanti/#axzz1nNrT1Utx

– ci saranno sforbiciate alle tassazioni di chi adempie. Chi disobbedisce pagherà più tasse;

– i servizi sanitari saranno garantiti solo a chi adempie: in questo modo si ridurranno i casi di malasanità;

– il crimine ed il terrorismo svaniranno, dato che le forze dell’ordine potranno rintracciare tutti in ogni momento;

– i soccorritori sapranno immediatamente dove intervenire, i bambini saranno ritrovati in men che non si dica;

– non si faranno più file negli aeroporti;

– i passaporti saranno aboliti;

– casse self-service in ogni negozio, nessuna fila perché ognuno pagherà con il suo impianto identificativo che fungerà anche da carta di credito (es. film “in time”);

– nessun rischio di frode: nessuno potrà clonare una carta di credito o sottrarre un documento di identificazione;

– i diritti civili saranno garantiti;

– saremo tutti una grande famiglia;

– i generi di prima necessità costeranno di meno, risparmi per tutti, debito pubblico sotto controllo;

– evasione fiscale eliminata, non ci saranno più furbi: ogni transazione sarà registrata;

– dite addio ai commercialisti: saranno inutili;

– l’impianto è semplice, rapido ed indolore. Non vi accorgerete neppure che c’è;

– la Chiesa non è contraria;

– non ci saranno più disservizi, tutto funzionerà meglio;

– chi è onesto non ha nulla da temere;

– se il sistema non funziona lo abbandoneremo e tutto tornerà come prima;

– è un vostro dovere di cittadini fare quanto è necessario per aiutare gli altri e la nazione: siamo tutti nella stessa barca.

Citazioni per un Mondo Nuovo (2)

a cura di Stefano Fait

“Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”
Proverbio cinese

“Si ritiene che la politica mondiale sia tremendamente complicata e quindi incomprensibile, ma si tratta solo di un poker per il potere, spesso incredibilmente semplice, grossolano, rpimitivo. L’unica cosa che conferisce ai politici un alone di superiorità è il fatto che essi mantengono segrete le loro mosse e poi ci mettono di fronte ai fatti compiuti. La nostra sorpresa e il nostro stupore ci inducono a pensare che dietro il tutto debbano esserci state manovre estremamente complicate, ma in realtà la cosa si distingue appena dai giochi di guerra dei bambini: si tratta solo di un gioco di banditi, di assassini di massa, di psicopatici. […]. Basta solo leggere le biografie degli uomini di Stato, dei condottieri, dei magnati dell’industria, per rimanere colpiti dalla banalità, dalal scarsità di variazioni nei motivi che li spingono ad agire”
Peter Weiss, Notizbücher 1971-1980, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981, p. 600.

“No, se parliamo di ragione abbiamo chiuso e si va a letto. La virilità e l’onore avrebbero cuore di lepre, se ingrassassero i loro pensieri con delle abboffate di ragione”
Shakespeare, Troilo e Cressida, II, 2, 46-50

“Il significato ultimo della guerra non risiede solamente nell’imporre il proprio interesse al nemico, e nemmeno nell’imporre un certo ordine più o meno gerarchico nelle relazioni internazionali, ma anche in quello di imporre un ordine sociale e politico determinato al proprio interno, nel proprio paese. La guerra, e ancora di più la guerra nella sua versione attuale, è una forma di violenza che tende a “mettere in ordine” la realtà contemporaneamente all’esterno e all’interno. Anche questo, del resto, è un effetto dello sfumarsi delle categorie di nemico, di soldato, di campo di battaglia. La guerra si impone anche come progetto di società all’interno del proprio paese molto più che in passato. Dunque la nostra civiltà, il nostro sistema politico e materiale sono sempre più impregnati di violenza e nemmeno ce ne rendiamo conto. Non riusciamo ancora a immaginarci fino in fondo la dimensione e l’estensione che sta assumendo la guerra e la violenza nel nostro pianeta…È all’opera, dunque, una colonizzazione del linguaggio che mira ad addomesticare, a normalizzare la mostruosità della guerra e a lasciare letteralmente senza parole chi si oppone alla logica delle armi”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Dobbiamo sottolineare, dunque, nella maniera più sistematica l’esistenza di un’intera classe di parole – globalizzazione, crescita, sviluppo, diritti umani, democrazia, interventi umanitari, guerra chirurgica, bombe intelligenti, effetti collaterali, conflitto etnico, lotta al terrorismo, sicurezza, difesa preventiva, operazione di polizia internazionale, peace-keeping, conflict resolution, institution- building, nation-building – con cui i paesi occidentali leggono il contesto internazionale, le proprie alterità e i loro rapporti con esse, che vanno considerate come dispositivi di adulterazione, manipolazione e irreggimentazione della realtà. Più che concetti per intendersi e accordarsi, sono armi o meglio “proiettili culturali” che vengono sparati in continuazione contro le alterità per indurle a piegarsi all’ordine prestabilito. Senza accorgercene noi stessi maneggiamo “proiettili ideologici”, partecipiamo a una tempesta di fuoco che sta devastando interi paesi e popolazioni senza che ne diveniamo minimamente consapevoli. […]. In qualsiasi modo, data la norma stabilita attraverso le nostre categorie concettuali, gli altri risultano ai nostri occhi esseri incompleti, mancanti o devianti, gente da guidare o correggere con severo paternalismo o addirittura da punire militarmente, nella misura in cui non si adeguano al nostro verbo culturale, economico, politico. Ci attribuiamo il compito di educarli ai diritti umani e alla tolleranza, di prepararli alla risoluzione dei conflitti, di prendere in mano la ricostruzione delle istituzioni o del paese stesso dall’industria alla rete telefonica, dal sistema giuridico a quello scolastico, decidendo ogni cosa per conto loro. È tutta un’operazione di colossale negazione e subordinazione dell’alterità, ma le nostre categorie, le nostre parole ci rendono ciechi e incapaci di riconoscerlo. Io credo che sia questo diniego del vissuto dell’altro che ci permette di proiettare tutto il male sugli altri e quindi di giustificare la nostra aggressività e la loro eliminazione.
Se solo potessimo per un attimo vedere, raggiungere una visione più chiara, ci renderemmo conto della mostruosità di questa operazione. Saremmo presi dallo sconforto, ma forse acquisiremmo più umiltà. Un’umiltà, un procedere scettico e autocritico, di cui abbiamo così profondamente bisogno. Per liberarsi di questa assuefazione a un ordine ingiusto e controproducente, è probabile che il primo e fondamentale passaggio sia quello di arrivare a sentirsi chiusi in una specie di trappola. Credo che dovremmo provare a pensare che l’attuale intera crisi internazionale (bellica ed ecologica) non sia altro che una patologia costruita su una “rete di adattamento nevrotico”, una “rete di assuefazioni” differenti ma tra loro intrecciate: un’assuefazione alla crescita tecnica ed economica, alla crescita del consumo e della produzione, alla corsa agli armamenti, al controllo strategico delle risorse, alla competizione e all’esclusione, al controllo politico, alla violenza terroristica, all’intervento militare, all’intervento umanitario, all’intervento per la ricostruzione. Dovremmo crescere nella nostra capacità di vedere questo intreccio di nevrosi come nodi di un’unica ideologia arrogante che dobbiamo drasticamente mettere in crisi: la fissazione produttiva e accumulativa che porta con sé il suo complemento oscuro del consumo distruttivo. E dobbiamo soprattutto riconoscere che anche noi – noi pacifisti, terzomondisti, umanitaristi, ecologisti – siamo profondamente implicati in questo adattamento nevrotico e che non ne usciremo semplicemente additando Bush e l’impero o l’Occidente in contrapposizione a chi incolpa Bin Laden e il fondamentalismo islamico. Con questo non si vuole affatto diminuire le responsabilità di nessuno, è evidente infatti che per una certa élite (poi neanche tanto piccola) la guerra è un progetto politico economico razionale, pianificato e pervicacemente perseguito e che è nostro compito opporci con tutte le nostre forze a questi piani. Ma il problema, come abbiamo cercato di dire, è che la guerra è profondamente intrecciata con la nostra normalità e che senza rendercene conto la maggioranza di noi partecipa più o meno inconsapevolmente e più o meno indirettamente a questa realtà”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“All’immagine di un male banale ma contagioso ed epidemico Rumiz affianca quella di un bene ingenuo e cieco, di un bene imbecille e infermo che ha il pericoloso difetto di non saper fiutare il pericolo. Egli sottolinea, da questo punto di vista, come sia molto rischioso continuare a parlare di integrazione, di convivenza in Europa solamente a livello retorico, “nella beata ignoranza dei meccanismi della disintegrazione” (ibidem, p. 9). Nel suo Maschere per un massacro Rumiz ha insistito molto su questo aspetto, sottolineando che tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte in gran parte alla luce del sole, e che nonostante questo la maggioranza delle persone fino all’ultimo non voleva credere che l’efferatezza potesse scatenarsi tra di loro. “La velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla sua lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale. Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall’odio – come fa comodo a troppi supporre – ma da una diffusa ignoranza dell’odio” (Rumiz, 1996, p. 7). Paradossalmente, racconta Rumiz, a Sarajevo è la “piccola criminalità” a fiutare prima l’arrivo della guerra e organizzare un minimo di difesa perché più consapevole delle possibilità e dei meccanismi del male e della violenza. […].l’insegnamento che ci viene dall’esperienza balcanica è che ciò che ci trasforma in carne da cannone è lo stesso imbonimento, la stessa inerte apatia, la stessa acquiescenza che ci porta a seguire tutti lo stesso programma televisivo, o a comprare lo stesso prodotto reclamizzato, o a votare in massa il primo pagliaccio che scende in campo promettendoci di risolvere tutti i nostri problemi se solo acconsentiamo ad affidargli un po’ più di potere”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Spiegare una guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso con il grado di infiammabilità del legno e non con il fiammifero gettato da qualcuno”.
Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”

“Un importante studio ci fa comprendere la perdita dell’istinto autoprotettivo…All’inizio degli anni Sessanta alcuni scienziati condussero degli esperimenti su animali per scoprire qualcosa sull'<istinto> di fuga degli esseri umani. In un esperimento collegarono metà pavimento di una grande gabbia in modo che il cane in essa rinchiuso ricevesse una scossa ogni volta che poggiava una zampa sulla parte destra della gabbia. Ben presto il cane imparò a stare sulla sinistra. Poi fu collegata la parte sinistra della gabbia, e sulla destra non si prendevano scosse. Rapidamente il cane si riorientò e imparò a restare a destra. Poi tutto il pavimento della gabbia venne collegato, sicché, ovunque si mettesse, il cane prima o poi riceveva una scossa. A tutta prima confuso, il cane fu poi in preda al panico. Alla fine rinunciò: se ne restò sdraiato a ricevere le scosse quando arrivavano. Ma l’esperimento non era ancora finito. Venne aperta la porta della gabbia. Gli scienziati si aspettavano che il cane si slanciasse fuori, ma non fu così: pur potendo tranquillamente uscire, il cane restava lì a prendersi qualche scossa. Gli scienziati ne dedussero che quando una creatura viene esposta alla violenza, cerca di adattarsi, sicché quando la violenza cessa o alla creatura è restituita la libertà, il sano istinto di fuggire è fortemente ridotto e la creatura resta dov’è. Questa normalizzazione della violenza.. è quel che gli scienziati chiamarono poi impotenza appresa”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

“I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi”.
Alessandro Manzoni

“Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”.
Lord Acton

“Il potere uccide, il potere assoluto uccide assolutamente”
R. J. Rummel

“Quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.
Italo Calvino, “Il Sentiero dei Nidi di Ragno”

« J’ai toujours condamné la terreur. Je dois condamner aussi un terrorisme qui s’exerce aveuglément, dans les rues d’Alger par exemple, et qui un jour peut frapper ma mère ou ma famille. Je crois à la justice, mais je défendrai ma mère avant la justice ».
Albert Camus (risposta ad un algerino che lo accusa di aver preso sempre le difese degli asiatici e mai degli algerini –  Casa dello Studente dell’Università di Stoccolma, dopo il conferimento del premio Nobel)

“Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri”.
Lettera di Giacomo – I secolo

“Si racconta che Solone abbia accolto amichevolmente Anacarsi, e che l’abbia ospitato a casa propria per qualche tempo, quando già aveva intrapreso la sua attività pubblica e andava compilando le sue leggi. Quando Anacarsi lo venne a sapere, derise l’impegno di Solone: egli credeva di trattenere le ingiustizie e le violenze dei suoi concittadini tramite degli scritti che non differivano in nulla dalle ragnatele; come le ragnatele, essi avrebbero trattenuto, fra chi vi incappava, i deboli e gli umili, mentre i potenti e i ricchi le avrebbero spezzate. Ma Solone – si racconta – gli rispose che gli uomini rispettano quei patti che a nessuno dei contraenti conviene trasgredire, e che egli rendeva le sue leggi adeguate ai concittadini, in modo da mostrare a tutti che agire rettamente era meglio che andare contro la legge. Tuttavia, i fatti si svolsero come Anacarsi aveva immaginato, più che come aveva sperato Solone”.
Plutarco, “Vita di Solone”, 5, 3-6

“Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? No, un’idea. Persistente, contagiosa. Una volta che si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, compresa, si avvinghia qui dentro, da qualche parte”
Inception.

“Vieni ora, e il mondo con il gaio aspetto inganniamo: un falso viso nasconda ciò che nel falso cuore sappiamo”.
Macbeth, atto I, scena VII
“Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso”.
Macbeth, atto I, scena V
“Più bella è l’apparenza e peggiore l’inganno”.
Pericle, il principe di Tiro, atto I, scena V
“E non c’è da maravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce”.
2 Corinzi 11:14

“Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.
Un consigliere di George W. Bush, forse Karl Rove, a Ron Suskind (2002)

“Aggiungerei il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia”.
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”.

“Fine della Neolingua non era soltanto quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l’Archeolingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso. Il suo lessico era costituito in modo tale da fornire espressione esatta e spesso assai sottile a ogni significato che un membro del Partito potesse desiderare propriamente di intendere. Ma escludeva, nel contempo, tutti gli altri possibili significati, così come la possibilità di arrivarvi per metodi indiretti. Ciò era stato ottenuto in parte mediante la soppressione di parole, ma soprattutto mediante la soppressione di parole indesiderabili e l’eliminazione di quei significati eterodossi che potevano essere restati e, per quanto era possibile, dei significati in qualunque modo secondari. […] La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole”.
George Orwell, “1984”

“Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile”.
Teoria e prassi del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein – da 1984 di George Orwell

“[…] i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. […] La ricettività della grande massa è molto limitata, la sua intelligenza mediocre, e grande la sua smemoratezza. Da ciò ne segue che una propaganda efficace deve limitarsi a pochissimi punti, ma questi deve poi ribatterli continuamente, i finché anche i più tapini siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi”.
Adolf Hitler, „Mein Kampf“

Un novizio chiese al priore: “Padre, posso fumare mentre prego?” E venne severamente redarguito.
Un secondo novizio chiese allo stesso priore: “Padre, posso pregare mentre fumo?” e fu lodato per la sua devozione.

“Il linguaggio oppressivo non si limita a rappresentare la violenza: è violenza. Non si limita a rappresentare i confini della conoscenza: confina la conoscenza. Che si tratti del linguaggio ottenebrante del potere o del linguaggio menzognero di stolidi mezzi di comunicazione; che sia il linguaggio meramente funzionale delle scienze; che si tratti del linguaggio malefico della legge priva di etica, o del linguaggio pensato per l’esclusione e l’alienazione delle minoranze, che occulta la sua violenza razzista sotto una facciata di cultura – il linguaggio dell’oppressione  deve essere respinto, modificato e smascherato. È il linguaggio che succhia il sangue, blandisce chi è vulnerabile, infila i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo, mentre si muove incessantemente fino all’ultima riga, fino all’ultimo angolo della mente svuotata. Il linguaggio sessista, il linguaggio razzista, il linguaggio fideistico – sono tutte forme del linguaggio del controllo e del potere, e non possono consentire, non consentono nuova conoscenza, né promuovono lo scambio reciproco di idee”.
Toni Morrison

– Quando io uso una parola, – disse Unto Dunto in tono d’alterigia, – essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
– Si tratta di sapere, – disse Alice, – se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
– Si tratta di sapere, – disse Unto Dunto, – chi ha da essere il padrone… Questo è tutto.
Lewis Carroll, “Attraverso lo specchio”

“Oh mio Dio! Alieni dallo spazio! Vi prego.. non mangiatemi! Ho moglie e figli, …. mangiate loro!”
Homer Simpson, “La paura fa novanta VII”

“Oh mio Dio! Mi sono lasciato tanto trascinare dalla ricerca di capri espiatori e dal divertimento della Legge 24 (che deporta gli immigrati illegali da Springfield) da non fermarmi mai a pensare che poteva toccare qualcuno a cui voglio bene. Lo sai, Apu? Sentirò davvero la tua mancanza”.
Homer Simpson, “Tanto Apu per niente”

“Persecutori dei buoni, odiatori della verità, amanti della menzogna, che non conoscono la ricompensa della giustizia, che non si attengono al bene né alla giusta causa, che sono vigilanti non per il bene ma per il male; dai quali è lontana la mansuetudine e la pazienza, che amano la vanità, che vanno a caccia della ricompensa, non hanno pietà del povero, non soffrono con chi soffre, non riconoscono il loro creatore, uccisori dei figli, che sopprimono con l’aborto una creatura di Dio, respingono il bisognoso, opprimono i miseri, avvocati dei ricchi, giudici ingiusti dei poveri, pieni di ogni peccato. Guardatevi, o figli, da tutte queste colpe”.
“Didaché, Dottrina degli Apostoli” V, 2, I secolo

“Meravigliarsi della mancanza di una coscienza colpevole negli altri, mentre si accetta la propria innocenza come un’evidenza, riflette perfettamente una certa mentalità moderna”.
Glenn Grey

“Non essendo loro stessi giunti alla maturità – dopotutto, lo scopo fondamentale di ogni tradizione spirituale è la trasformazione e il dominio del proprio spirito – impongono agli altri una trasformazione che non sono riusciti a compiere, imposizione che è all’origine di odio, di attaccamento e di molte altre passioni negative che sono tipiche dell’integralismo”.
Dalai Lama, “Oltre i dogmi”

“Perché mai chi propugnava una teoria liberatrice e umanistica come il socialismo ha finito per fare del patibolo, delle prigioni, delle deportazioni e dei massacri i suoi mezzi? Davvero la pressione delle minacce contingenti giustifica tutto?”
Valerio Evangelisti, recensione a Stalin di Losurdo

“Almeno due terzi delle miserie umane derivano dalla stupidità degli uomini, dalla loro malvagità e da quei grandi istigatori e giustificatori della malvagità e della stupidità: idealismo, dogmatismo e zelante proselitismo, frutti della religione o del pensiero politico”.
Aldous Huxley

“A weak mind is like a microscope, which magnifies trifling things but cannot receive great ones”.
Lord Chesterfield

“Discutere con gente siffatta, sarebbe gettare via le perle. Basta semplicemente mantenere con loro una posizione ferma, che non implica inutili sforzi. Discutere con loro è non solo inutile, ma anche dannoso al nostro scopo. Essi vi costringono a dire più di quanto voi non vorreste, vi fanno irritare, vi provocano a sostenere cose inutili e poco precise, ad esagerare il vostro pensiero, e poi, lasciando da parte il nucleo essenziale del vostro discorso, si attaccano solo a questo”.
Lev Tolstoj, lettera a M. A. Enghelgardt.

“In cuor mio sapevo che l’oppressore ha bisogno di essere liberato tanto quanto l’oppresso. Un uomo che toglie la libertà a un altro uomo è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza di pensiero”.
Nelson Mandela, “Lungo cammino verso la libertà: autobiografia”

“Comprese ad un tratto che tutto quel male di cui era stato testimone nelle case di pena e l’imperturbabilità di chi lo commetteva, proveniva dal fatto che gli uomini volevano compiere un’impresa impossibile: correggere il male, essendo essi stessi malvagi. Uomini corrotti pretendevano di correggere altri uomini corrotti e pretendevano di arrivare allo scopo per via meccanica. E come unico risultato, uomini bisognosi e avidi, che s’eran fatti una professione di questo preteso punire e correggere la gente, erano essi stessi corrotti fino all’estremo limite e non facevano che peggiorare le persone costrette a subire i loro maltrattamenti”.
Lev Tolstoj, “Resurrezione”

“[Satana] sa di aver forza solo se si fa passare per uno che sta dalla parte di Dio, per uno che sostiene la sua causa. Solo se si presenta come devoto a Dio il serpente può essere malvagio. […] Se il male si mostra nella propria totale separazione da Dio, allora è del tutto privo di forza, è uno spauracchio per bambini, non occorre temerlo, anzi il male non concentra lì la sua forza, e per lo più su questo punto attrae l’attenzione per distrarla da quell’altro punto in cui effettivamente vuole aprirsi la breccia ed irrompere”.
Dietrich Bonhoeffer

“La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente; ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano, che vive della Bibbia, è appunto la conferma della abissale malvagità del male”.
Dietrich Bonhoeffer

DON JUAN: «Rifletti per un momento e dimmi come spiegheresti la contraddizione esistente fra l’intelligenza dell’uomo che costruisce, organizza e la stupidità del suo sistema di credenze, oppure la stupidità del suo comportamento contraddittorio. Secondo gli sciamani, sono stati i predatori a instillarci questi sistemi di credenza, il concetto di bene e di male, le consuetudini sociali. Sono stati loro a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento. Ci hanno dato avidità, desiderio smodato e codardia. Ci hanno resi abitudinari, centrati nell’ego e inclini all’autocompiacimento».
CARLOS CASTANEDA: «Perché questo predatore ci avrebbe sottomessi nel modo che stai descrivendo, don Juan? Dev’esserci una spiegazione logica.»Don Juan: «Una spiegazione c’è ed è la più semplice che si possa immaginare. I predatori hanno preso il sopravvento perché siamo il loro cibo, la loro fonte di sostentamento. Ecco perché ci spremono senza pietà. Proprio come noi alleviamo i polli nelle stie…»
«sfruttiamo noi stessi senza ritegno i nostri animali: li mungiamo, li tosiamo, prendiamo loro le uova e poi li macelliamo o li rendiamo in diversi modi sottomessi e mansueti. Li leghiamo, li mettiamo in gabbia, tagliamo loro le ali, le corna, gli artigli ed i becchi, li ammaestriamo rendendoli dipendenti e gli togliamo poco a poco l’aggressività e l’istinto naturale per la libertà».
«La coscienza delle suole rispecchia la nostra immagine, la nostra superbia e il nostro ego, i quali alla fine non sono altro che la nostra vera gabbia.»
«La nostra mentalità da schiavi, che nella cultura giudeo-cristiana ci promette consolazione nell’aldilà, non porta alcuna vantaggio a noi stessi, bensì ad una forza estranea, che in cambio della nostra energia ci fornisce credenze, fedi e modi di vedere che limitano le nostre possibilità e ci fanno cadere nella dipendenza».
CARLOS CASTANEDA: «Ma come ci riescono, don Juan?» chiesi, sempre più irritato. «Ci sussurrano queste cose all’orecchio mentre dormiamo?»
DON JUAN: Sorrise. «Certamente no. Sarebbe idiota! Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per mantenerci obbidienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, dal punto di vista dello stratega. Orrenda, nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente! Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente, che è diventata la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene, garantendosi un certo livello di sicurezza che va a mitigare la loro paura».
Carlos: «Ma se gli sciamani dell’antico Messico e quelli attuali vedono i predatori, perché non fanno nulla?»
Don Juan: «Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci inaccessibili.Ma pensi forse di poter convincere i tuoi simili ad affrontare tali rigori? Si metterebbero a ridere e si farebbero beffe di te, e i più aggressivi ti picchierebbero a morte. Non perché non ti credano. Nel profondo di ogni essere umano c’è una consapevolezza ancestrale, viscerale, dell’esistenza dei predatori».
Carlos Castaneda, “Il Lato Attivo dell’Infinito”

“I nostri padri per noi erano come Dio, se loro se la svignavano questo cosa ti fa pensare di Dio? Stammi a sentire, devi considerare la possibilità che a Dio tu non piaccia, che non ti abbia mai voluto, che con ogni probabilità lui ti odi, non è la cosa peggiore della tua vita? Non abbiamo bisogno di lui! Al diavolo la dannazione e la redenzione, siamo i figli indesiderati di Dio? E così sia!” (Satanismo puro e semplice);
“Sentite balordi, non siete speciali, non siete un pezzo bello, unico e raro. Siete materia organica che si decompone come ogni altra cosa. Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo. Facciamo tutti parte dello stesso mucchio di letame” (nichilismo misantropico);
“L’automiglioramento è masturbazione, invece l’autodistruzione…” (narcisismo autodistruttivo);
“Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d’un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie” (moralismo amorale);
“Quelli a cui dai la caccia sono le persone da cui dipendi, noi cuciniamo i tuoi pasti, togliamo la tua immondizia, colleghiamo le tue telefonate, guidiamo le tue ambulanze, ti sorvegliamo mentre stai dormendo. Non fare lo stronzo con noi!” (inversione della realtà: non sono i miserabili ad esercitare il potere ma chi sta in cima alla piramide – l’inversione serve a gratificare fittiziamente chi sta alla base della piramide);
“Lo sa che mescolando parti uguali di benzina e succo d’arancia congelato si può fare il Napalm?” (incitamento alla violenza eversiva);
“Il primo sapone fu fatto con le ceneri di eroi, come le prime scimmie mandate nello spazio. Senza dolore, senza sacrificio, non avremo niente” (titanismo romantico, autolesionistico).
Fight Club

“Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno”.
1 Tessalonicesi 5:3

“Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, “affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo”. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime. Hanno oscurato il suo messaggio. L’hanno occidentalizzato, mentre per noi aveva un significato di liberazione universale. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi. Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura. Tutti quei nuovi “intellettuali” emersi dal loro sonno -risvegliati dalla sollevazione di miliardi di uomini coperti di stracci, atterriti dalla minaccia di questa moltitudine guidata dalla fame che pesa sulla loro digestione- iniziano a riscrivere i propri discorsi, e ancora una volta ansiosamente cercano concetti miracolosi e nuove forme di sviluppo per i nostri paesi. Basta leggere i numerosi atti di innumerevoli forum e seminari per rendersene conto. Non voglio certo ridicolizzare i pazienti sforzi di intellettuali onesti che, avendo gli occhi per vedere, scoprono le terribili conseguenze delle devastazioni che ci hanno imposto i cosiddetti “specialisti” dello sviluppo del Terzo mondo. Il mio timore è che i frutti di tanta energia siano confiscati dai Prospero di tutti i tipi che -con un giro della loro bacchetta magica- ci rimandano in un mondo di schiavitù in abiti moderni. […]. Naturalmente incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale. Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere ad una maggiore felicità. Abbiamo scelto di applicare nuove tecniche. Stiamo cercando forme organizzative più adatte alla nostra civiltà, respingendo duramente e definitivamente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire.[…]. Promettiamo solennemente che d’ora in avanti nulla in Burkina Faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabé. D’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. Non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità”.
Thomas Sankara, “Parlo in nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo”, New York, 4 ottobre 1984, XXXIX Assemblea Generale delle Nazioni Unite

“Siamo nel tempo della premeditazione e del delitto perfetto. I nostri criminali non sono più quei bimbi inermi che adducevano la scusa dell’amore. Sono adulti, al contrario, e il loro alibi è irrefutabile: è la filosofia, che può servire a tutto, fino a tramutare in giudici gli assassini…Ai tempi ingenui in cui il tiranno radeva al suolo qualche città a propria maggior gloria, in cui lo schiavo aggiogato al carro del vincitore sfilava per le città festanti, e il nemico veniva gettato alle belve davanti al popolo adunato, di fronte a delitti così candidi, la coscienza poteva essere salda, e chiaro il giudizio. Ma i campi di schiavi sotto il vessillo della libertà, i massacri giustificati dall’amore per l’uomo o dal sogno di una super-umanità, disarmano, in certo senso, il giudizio. Il giorno in cui il delitto si adorna delle spoglie dell’innocenza, quella cui viene intimato di fornire le proprie giustificazioni, per una strana inversione propria al nostro tempo, è l’innocenza stessa”.
Albert Camus, introduzione a “L’uomo in rivolta”

“Tutte le cattive azioni, a questo mondo, si è sempre trovato il modo di giustificarle con buone ragioni”
Hegel

“Il diritto o la morale non sostenuti dalla forza rischiano di essere impotenti, ma la forza senza diritto e senza morale conduce al crimine”.
Tzvetan Todorov, introduzione a “Humanitaire, diplomatie et droits de l’homme”, di Rony Brauman (2009)

“Un’adesione volontaria ad una certa visione delle cose perché era più tranquillizzante guardarle in quella prospettiva. Il non crederci, ovvero l’assumere la consapevolezza di essere pedine o spettatori passivi di una politica di potenza ingiusta e colpevole, significava assumersi un costo emotivo e cognitivo pesante. […] Provare a riconoscere che non si tratta di semplice manipolazione ma anche in parte di un’adesione volontaria a una “narrazione ufficiale” significa osservare le forme di rimozione della sofferenza dell’altro, della morte, del dolore presenti fra di noi, dei nostri concittadini e probabilmente – almeno in parte – anche in noi stessi”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Il buon pastore è sempre convinto di essere dalla parte della ragione, visto che vuole solo il meglio. Fare il cacasenno, lo considera addirittura un obbligo. Se incontra delle critiche, compie sì, a volte, qualche ritirata strategica, ma al proprio secondo fine rimane irremovibilmente attaccato, ben deciso a farlo valere, alla prossima occasione, su un altro punto. Non che il buon pastore sia assolutamente infallibile; infallibile è soltanto la totalità ideale che egli incarna sia pure in modo imperfetto e provvisorio. Da educatore nato, sa di poter raggiungere il suo scopo, il perfezionamento dell’uomo, solo parzialmente e che deve aver pazienza con i suoi allievi, quando si mostrano poco giudiziosi. È difficile esprimere un giudizio sul buon pastore. Ciò dipende dall’ambiguità del suo operare. Offre un servizio, un grado di assistenza esistenziale senza pari; ma esercita anche un “terrorismo morbido” che mi atterrisce”.
Hans Magnus Enzensberger, “Ah, Europa”.

“L’idea di un uso della forza non più collegato alla pura e semplice potenza nazionale, ma messo al servizio del bene comune dei popoli, comporta molti rischi in termini di vite umane, ma è un classico esempio giusto di globalizzazione dei diritti e dei valori assolutamente irrinunciabile, come recita la Costituzione. Se la vita umana diviene l’obiettivo essenziale delle imprese militari, allora esse sono imprescindibili per la pace nel mondo. Se poi ciascuna forza armata lega il proprio compito ad una missione umanitaria che non appartiene più, di fatto, al solo interesse sovrano dello Stato di cui è parte, allora abbiamo una funzione nazionale che si amplia fino a diventare un’istituzione etica globale”.
Joaquín Navarro-Valls (Opus Dei), “Gli eserciti globali”, La Repubblica, mercoledì 10 novembre 2010

“Stavo riflettendo su quella specie di filantropo che sembra repellente sul piano umano non malgrado la sua carità, ma per via di essa: a un certo livello si capisce che lui vede coloro che ricevono la sua carità non come persone, ma piuttosto come strumenti attraverso i quali può sviluppare la sua virtù”.
David Foster Wallace, “Infinite Jest”.

“Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare”
Machiavelli, “Il Principe”.

“Un’arte del condurre, del dirigere, dell’accompagnare, del guidare, del prendere per mano, del manipolare gli uomini, del seguirli passo passo. Un’arte che ha la funzione di farsi carico degli uomini per tutto il corso della loro vita e in ogni momento della loro esistenza”.
Michel Foucault, “Sicurezza, territorio, popolazione”

“Talitha Cumi”, X-Files, Episodio 3X24
L’uomo che fuma ce l’ha con Jeremiah Smith perché offre speranza agli uomini e la speranza gli impedisce di controllarli:
L’Uomo Che Fuma: “Noi gli diamo la felicità, loro ci conferiscono l’autorità”
J.S.: “l’autorità di toglierli la libertà dietro la maschera della democrazia”
UCF: “gli uomini non possono essere liberi, perché sono deboli, corrotti, inutili ed irrequieti. La gente crede nell’autorità, si sono stufati di aspettare miracoli e misteri. La scienza è la loro religione. Non esiste una spiegazione più grande di questa per loro. E non devono mai credere in qualcos’altro se vogliamo che il piano proceda…Noi plachiamo la loro coscienza. Chiunque sappia quietare la coscienza di un uomo può spogliarlo della sua libertà”.

“Lei quel cibo non lo aveva neppure guardato, anche se lui glielo indicava, con entrambe le mani, proprio per strapparla – così come aveva fatto con le altre – da ciò che da dentro la colmava, da ciò che aveva di personale, individuale, e condurla per la via più breve all’elemento comune, istintivo, che esiste in ognuno e che in ognuno deve essere il più forte. “Ecco che cosa ho da offrirti” aveva detto, dandole del tu, secondo l’uso del lager, e anche per sottolineare il suo potere, il potere di colui che possiede e dispone, anche se la vedeva per la prima volta”.
Aleksandar Tišma, “Kapò”

“Forse la gente pensa che io sia venuto a portare la pace nel mondo. Non sanno che sono venuto a portare il conflitto nel mondo: fuoco, ferro, guerra. Perché saranno in cinque in una casa: ce ne saranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e saranno soli”.
Vangelo di Tommaso, 16

Dio: “Ho bisogno di qualcuno che mi veneri. Avverto una certa mancanza di adorazione e il mio ego necessita di una spinta”
Spirito Santo: “Perché non generare una creatura che puoi istruire con i comandamenti in modo che ti lodi e veneri, oh Signore delle Vanità?”
Dio: “Buona idea. Ma che aspetto dovrebbe avere?”
SS: “Immagino una tua copia carbone”.
Dio: “incluso l’ombelico e l’ano?”
SS: “Certo, anche se non mi è mai stato chiaro perché tu abbia quelle cose”.
Dio: “Bada a come parli o ti spedisco all’inferno a soffrire eternamente, perché sono il Dio dell’Amore”.
SS: “Scusa”.
Dio: “Cosa stavo dicendo? Ah sì, fabbricare una creatura al servizio del mio Ego”.
SS: “Sì, oh spaventosamente irragionevole mio Signore”.
Dio: “Beh, vediamo, penso che lo farò fallibile, dandogli la possibilità di farmi girare le balle”.
SS: “Ma perché, ti piace che ti facciano incazzare?”
Dio: “Ovviamente no, lo detesto e sono pronto alle ire più funeste se anche uno solo di loro mi irrita”.
SS: “È davvero questo che vuoi?”
Dio: “In effetti sì. Uno zombie che mi veneri ma che sia anche fesso e nel contempo ribelle in modo da darmi la scusa per fare un gran casino e rendere il pianeta a tratti invivibile”.
SS. “E poi?”
Dio: “Poi dopo qualche migliaio di anni, pongo termine a tutto all’improvviso”.
SS. “Come?”
Dio: “Creo un uomo-Dio, che è segretamente me, ma al tempo stesso non è me, e che deve essere torturato e sacrificato per placare la mia ira per tutto questo, ma non morirà davvero perché è me. Poi lo rimando giù in un secondo momento, dopo altri duemila anni o giù di lì, a fermare l’ira, la vendicatività, la stupidità, la vanità e la violenza umana”.

“La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”.
Efesini 6, 10

“Tutto quanto esiste nell’universo, probabilmente, serve a un fine positivo, cioè agli scopi dell’universo. Ma alcune parti o sottosistemi di esso possono essere contrari alla vita. Dobbiamo affrontarli come tali, senza pensare al loro ruolo all’interno della struttura complessiva”.
Philip K. Dick

“…Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timori: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare…”
Bruce Chatwin, “Le vie dei Canti”

“Questo tipo siamo ora in grado di comprenderlo. È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei. È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. Aderendo all’antisemitismo, non adotta semplicemente un’opinione, ma si sceglie come persona. Sceglie la permanenza e l’impenetrabilità della pietra, l’irresponsabilità totale del guerriero che obbedisce ai suoi capi, ed egli non ha un capo. Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo”.
Jean-Paul Sartre, « Réflexions sur la question iuive »

‎”Non sappiamo più chi dobbiamo stimare e rispettare e chi no. In questo senso siamo diventati barbari l’uno verso l’altro. Difatti per natura tutti sono eguali, barbari o greci che siano. Ciò consegue da quanto per natura è necessario a tutti gli uomini. Respiriamo tutti attraverso la bocca e il naso e mangiamo tutti con le mani”.
Antifonte, “Della verità”, V secolo a.C.

“Due passeggeri in uno scompartimento ferroviario. Non sappiamo nulla della loro storia, non sappiamo da dove vengono, né dove vanno. Si sono sistemati comodamente, hanno preso possesso di tavolino, attaccapanni, portabagagli. Sui sedili liberi sono sparsi giornali, cappotti, borse. La porta si apre, e nello scompartimento entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non è accolto con favore. Si avverte una chiara riluttanza a stringersi, a sgombrare i posti liberi, a dividere lo spazio disponibile del portabagagli. Anche se non si conoscono affatto, fra i passeggeri originari nasce in questo frangente un singolare senso di solidarietà. Essi affrontano i nuovi arrivati come un gruppo compatto. È loro il territorio che è a disposizione. Considerano un intruso ogni nuovo arrivato. La loro autoconsapevolezza è quella dell’autoctono che rivendica per sé tutto lo spazio. Questa visione delle cose non ha una motivazione razionale ma sembra essere profondamente radicata. Questo innocente modello non è privo di lati assurdi. Lo scompartimento ferroviario è un soggiorno transitorio, un luogo che serve solo a cambiar luogo. E’ destinato alla fluttuazione. Il passeggero è di per sé la negazione del sedentario. Ha cambiato un territorio reale con uno virtuale. Ciononostante difende la sua precaria dimora con silenzioso accanimento.
Eppure quasi mai si arriva a uno scontro aperto. Ciò si deve al fatto che tutti i passeggeri sottostanno a un insieme di regole sul quale non possono influire. Il loro istinto territoriale viene frenato da un lato dal codice istituzionale delle ferrovie, dall’altro da norme di comportamento non scritte, come quelle della cortesia. Quindi ci si limita a qualche occhiata e a mormorare fra i denti formule di scusa. I nuovi passeggeri vengono tollerati. Ci si abitua a loro. Ma restano bollati, anche se in misura decrescente. […]. Ora altri due passeggeri aprono la porta dello scompartimento. A partire da questo momento cambia lo status di quelli entrati prima di loro. Solo un attimo prima erano loro gli intrusi, gli estranei; adesso invece si sono improvvisamente trasformati in autoctoni. Appartengono al clan dei sedentari, dei proprietari dello scompartimento e rivendicano per sé tutti i privilegi che questi credono spettino loro. Paradossale appare in questo contesto la difesa di un territorio «ereditario» appena occupato, e degna di nota la totale mancanza di empatia per i nuovi arrivati che si accingono a combattere contro le stesse resistenze e devono sottoporsi alla stessa difficile iniziazione a cui si sono dovuti sottoporre i loro predecessori; peculiare con quanta rapidità si riesca a dimenticare la propria origine che viene nascosta e negata”.
Hans Magnus Enzensberger, “La grande migrazione”

“Lo stato d’eccezione, la riduzione o la sospensione delle libertà fondamentali e delle relative istituzioni di garanzia, e dunque la fine o la pericolosa sospensione sine die delle procedure e delle garanzie dello stato democratico costituzionale, rappresenterebbero assai probabilmente la risposta legittimata come “inevitabile” da parte di tutte quelle forze che lavorano allo svuotamento della democrazia costituzionale…ed alla sua trasformazione in autocrazia (elettiva) come vertice di una piramide del potere alla cui base si trova una società conformista ed indifferente, che ha completamente metabolizzato la violenza strutturale, e per questo motivo forse peggiore di quella che secondo Toqueville realizzava le condizioni del “dispotismo mite”.
Ermanno Vitale, “Difendersi dal potere”

“Che la pace sia un valore è cosa che nessuno discute (anche i folli e i fanatici, a modo loro, vogliono la pace), ma non bisogna confonderla con la resa. Chi vuole la pace con Hitler, meriterebbe appunto di averla, e di godersela sino in fondo. Col male politico non si viene a patti, e pur di estirparlo è sensato pagare anche un alto prezzo di sofferenza. Il punto essenziale è che non si creda di lottare per il bene, se no si dà immediatamente ragione all’avversario: è appunto perché è buono che ci uccide. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l’incertezza. Per il tentativo. Per l’esperimento. Per l’avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all’avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c’è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all’imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità”.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall’11 settembre)”

“Anche se la riproduzione controllata degli umani potesse produrre una razza che assecondasse i desideri degli eugenisti, rischieremmo comunque di perdere molto di quel che è prezioso. È pressoché impossibile selezionare certe qualità senza che ciò comporti lo scartarne altre. Personalmente mi allarma la superba persuasione di chi promuove questo sogno. Tremo di fronte alla feroce determinazione con la quale interferiscono con la vita. Mi irrita la loro egoistica e rigida pretesa di rettitudine. Mi ritraggo dal loro giudizio dei loro simili. Chiunque emetta un giudizio è per forza di cose sicuro di essere nel giusto. A me pare che l’uomo possa ricavare agio e felicità dalla vita solo ricorrendo alla tolleranza, al buon cuore, alla compassione, virtù che non trovano posto nel credo degli eugenisti. L’intero programma implica una totale violazione di ciò che gli uomini sentono istintivamente essere un diritto intrinseco”.
Clarence Darrow, “The Eugenics Cult.” The American Mercury, vol VIII, June 1926, p. 137.

“So, the computer is coming up in the world, not only in the factories, but also it’s going to make your brains something different. Which is – you’ve heard of genetic engineering – oh god, don’t you hear all these things? They’re trying to, whether you like it or not, to change your whole behaviour. That is genetic engineering. They are trying to change your way of thinking. You understand what I’m saying? So, genetic engineering and the computer, when the two meet together – they’re going to presently, in a number of years – what are you? You understand what I’m asking, sir? What are you; as a human being what are you? Your brains are going to be altered. Your way of behaviour is going to be changed. Right? They may altogether remove fear, remove sorrow, remove all your gods. They’re going to, sir, don’t fool yourself. Because it all ends up either in war or in death. Right? So, this is what is happening in the world actually. Genetic engineering on the one side and computer on the other and when they meet, as they’re inevitably going to meet, what are you as a human being?”
Jiddu Krishnamurti, 1986

“Ma il destino ha voluto che il mantello si trasformasse in una gabbia di durissimo acciaio….da cui lo spirito è fuggito. In ogni caso il capitalismo vittorioso non ha più bisogno di questo sostegno, da quando poggia su una base meccanica…e la ricerca del profitto si è spogliata del suo senso etico-religioso, e oggi tende ad associarsi con passioni puramente agonali, competitive…Nessuno sa ancora chi in futuro abiterà in quella gabbia, e se alla fine di tale sviluppo immane ci saranno profezie nuovissime…o se invece avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza spasmodicamente autoattribuitesi. Poiché, invero, per gli “ultimi uomini” dello svolgimento di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: “Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore; delle nullità che si immaginano di essere ascesi a un grado di umanità mai prima raggiunto”.
Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”

“Se i nostri figli crescono addestrati dai robot, considereranno la tecnologia come il loro istruttore. Il passo successivo è rischioso: potranno pensare che la tecnologia è il loro signore e padrone”.
Mitchel Resnick, MIT, da “Instancabile e paziente quel maestro è un robot”, Federico Rampini, la repubblica.it Lunedì 12 luglio 2010

“Non solo tra gli uomini, come è ben noto, ma, per quanto se ne sa, anche tra gli dei, un impulso necessario e naturale spinge a dominare su colui che puoi sopraffare. Questa legge non l’abbiamo stabilita noi, né siamo stati noi i primi a valercene; l’abbiamo ricevuta che già c’era, e a nostra volta la consegneremo a chi verrà dopo, ed avrà valore eterno. E sappiamo bene che chiunque altro, ed anche voi, se vi trovaste a disporre di una forza pari alla nostra, vi comportereste così. Ecco perché, per quel che riguarda il divino, abbiamo motivo di ritenere che il suo favore non verrà meno neanche a noi”.
Ateniesi imperialisti e genocidari. Da: Tucidide, “Le guerre del Peloponneso”

“Eichmann era stato complice di un crimine contro la creazione stessa. Lui e i suoi colleghi avevano cercato di prendere il posto del creatore nel mondo e guidare la natura secondo le proprie regole: quella dello sterminio e della superiorità volte a creare un mondo entro la sfera della crudeltà e del male e del trionfo belligerante. La cultura umana si è in fondo – e spero lo sia ancora – racchiusa nell’idea di sottrarre l’uomo alle leggi animali e a un comportamento darwinista, secondo cui a dominare è il più forte. Per tutta la mia vita ho lottato in questo senso, mettendo all’apice dei valori da difendere i principi della responsabilità morale, della sensibilità e gli strumenti del discorso, il pensiero, la possibilità di agire. All’opposto c’è il nazismo, cioè l’universo di Eichmann, fautore di un ritorno ad un’umanità di natura, un’umanità monolitica, quasi divina, che tratta il diverso come un ratto appestatore”.
Avraham Burg, “Sconfiggere Hitler”

“L’analisi distrugge l’interezza. Ci sono cose, cose magiche, che devono restare intere. Se cominci a guardarne le singole parti, svaniscono”
R.J. Waller

“Nulla mi appare più vacuo e inconsistente delle raffinate corone di ragionamenti volte a mascherare un punto di partenza insostenibile. Ne ho sentiti tanti, di questi ragionamenti, in Germania; e ho facilmente imparato a ridurli alla loro essenza mistificatrice”.
Mario Spinella, “Memoria della Resistenza”

“Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza”
Benjamin Franklin, “Risposta al Governatore”, Assemblea della Pennsylvania, 11 novembre 1755; in: The Papers of Benjamin Franklin, ed. Leonard W. Labaree, 1963, vol. 6, p. 242.

“La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l’innocente. Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli sono addirittura sacerdoti  vescovi che hanno come primo compito quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli per adempiere il loro magistero. Ci può essere peccato più grave di questo?”
Carlo Maria Martini, Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione, La Repubblica, 13 maggio 2010

“Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo”
Johann Wolfgang Goethe.

“The man whose whole life is spent in performing a few simple operations, of which the effects are perhaps always the same, or very nearly the same, has no occasion to exert his understanding or to exercise his invention in finding out expedients for removing difficulties which never occur. He naturally loses, therefore, the habit of such exertion, and generally becomes as stupid and ignorant as it is possible for a human creature to become”
Adam Smith

“La parola greca hybris esprime meglio di qualunque altra la natura di questo atteggiamento. Per i greci indicava l’arroganza dell’eccesso, l’orgogliosa tracotanza, la sconfinata presunzione dell’uomo che cerca di acquistare gli attributi di Dio. Certamente gli Stati Uniti vivono sempre più in un regime di hybris e in pochi si rendono conto che con questo atteggiamento si stanno guadagnando un’ostilità crescente da parte del resto del mondo e in particolare da parte delle vittime della loro arroganza. […] raggiungeremo un senso del limite quando riusciremo a percepire questa ricerca dell’eccesso, della crescita illimitata, del dominio sulle alterità come un tentativo di rimozione della propria mortalità”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Io credo che ci sia anche una crudeltà che non è affatto follia, che è una lucida e razionale scelta del male, che è un peccato, pensato e pianificato, che è un mezzo voluto per mantenere e accrescere il potere proprio e quello del sistema”.
Marianella Garcia Villas

“Nel folklore innumerevoli sono gli apprendisti stregoni che scioccamente osano avventurarsi oltre le loro reali capacità, cercando di contravvenire alla Natura. Vengono puniti con mali e cataclismi. Esaminando questi leitmotiv vediamo che i predatori desiderano superiorità e potere sugli altri. Sono portatori di una sorta di ampollosità psicologica per cui l’entità desidera essere più in alto dell’Ineffabile, altrettanto grande e a questo pari, a quell’Ineffabile che tradizionalmente distribuisce e controlla le forze misteriose della Natura, compresi i sistemi della Vita e della Morte, le regole della natura umana e così via….Possiamo immaginare come speri, raccogliendo abbastanza anima (o anime), di poter fare una vampa di luci capace di annullare alfine la sua oscurità e porre rimedio alla sua solitudine…un essere formidabile nel suo aspetto irredento….anche se possiamo provarne pietà, le nostre prime azioni devono essere di riconoscerla, di proteggerci dalle sue devastazioni, e infine di privarla della sua energia sanguinaria”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”.
Primo Levi, 8 maggio 1974

“L’essenziale di una buona e sana aristocrazia è che essa…accolga con tranquilla coscienza il sacrificio di innumerevoli esseri umani che per amor suo devono essere spinti in basso e diminuiti fino a diventare uomini incompleti, schiavi, strumenti”.
Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, 176

“Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico”.
Martin Bormann, “Memorandum”, 1942

“La forza e la volontà di infiggere grandi sofferenze. Essere capace di soffrire è l’ultima cosa: anche le donne deboli e gli schiavi possono raggiungere l’eccellenza in questo campo. Ma non morire per il disagio interiore e l’insicurezza quando si infligge una grande sofferenza e si ascoltano le grida di dolore – questo è grande, questa è la vera grandezza”.
Nietzsche, la Gaia Scienza

“La maggior parte di voi sa cosa significa un mucchio di 100 cadaveri, di 500, di mille cadaveri. Aver sopportato tutto ciò e, eccezion fatta per umane debolezze, essere rimasti persone decenti, è ciò che ci ha reso duri. Questa è una pagina gloriosa della nostra società che non è mai stata scritta né mai lo sarà”.
Heinrich Himmler, Poznan, 4 ottobre 1943

Credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà.
Furio Jesi a Kerényi, 16 maggio 1965; Jesi & Kerényi, 1999

 

Citazioni per un Mondo Nuovo (1)


a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

“Chi sei? Donde sei? Della Terra sono figlio e del Cielo stellato”
Frammento orfico

“Da noi, niente va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”
Italo Calvino, “Il Sentiero dei Nidi di Ragno”

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buona fede, più idealista, c’ erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’ era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, perché di queste non ce ne sono. Non ce ne importa nulla che i bravi “ragazzi di Salò” non sapessero cosa difendevano, insieme con l’onore della patria. Capita, talvolta, nella storia di trovarsi dalla parte sbagliata”.
Alberto Asor Rosa

“Nessun rischio calcolato, all’insaputa delle vittime o delle cavie, giustifica l’esistenza di un potere che tutela dall’alto, che detiene e nasconde informazioni che riguardano la collettività. Un popolo adulto non può dare a nessun tutore una delega in bianco su questo. L’esercizio del potere di controllo dal basso è faticoso e poco gratificante, ma non è barattabile”
Marco Paolini

“Se la “rivoluzione dell’eguaglianza” era stato il connotato della modernità, la “rivoluzione della dignità” segna un tempo nuovo, è figlia del Novecento tragico, apre l’era della “costituzionalizzazione” della persona e dei nuovi rapporti che la legano all’innovazione scientifica e tecnologica.  “Per vivere  –  ci ha ricordato Primo Levi  –  occorre un’identità, ossia una dignità”. Solo da qui, dalla radice dell’umanità, può riprendere il cammino dei diritti. E proprio la forza unificante della dignità ci allontana da una costruzione dell’identità oppositiva, escludente, violenta, che ha giustamente spinto Francesco Remotti a scrivere contro quell'”ossessione identitaria” che non solo nel nostro paese sta avvelenando la convivenza civile. La dignità sociale, quella di cui ci parla l’articolo 3 della Costituzione, è invece costruzione di legami sociali, è anche la dignità dell’altro, dunque qualcosa che unifica e non divide, e che così produce rispetto e eguaglianza. Le manifestazioni di questi tempi, e quella di domenica con evidenza particolare, rivendicano il diritto a “un’esistenza libera e dignitosa”. Sono le parole che leggiamo nell’articolo 36 della Costituzione che descrivono una condizione umana e sottolineano il nesso che lega inscindibilmente libertà e dignità. Più avanti, quando l’articolo 41 esclude che l’iniziativa economica privata possa svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà e dignità umana, di nuovo questi due principi appaiono inscindibili, e si può comprendere, allora, quale lacerazione provocherebbe nel tessuto costituzionale la minacciata riforma di quell’articolo, un vero “sbrego”, come amava definire le sue idee di riforma costituzionale la franchezza cinica di Gianfranco Miglio. Intorno alla dignità, dunque, si delinea un nuovo rapporto tra principi, che vede la dignità dialogare con inedita efficacia con libertà e eguaglianza. Questa, peraltro, è la via segnata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Qui, dopo aver sottolineato nel Preambolo che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione”, la Carta si apre con una affermazione inequivocabile: “La dignità umana è inviolabile”.
Stefano Rodotà, “La bandiera della dignità”, Repubblica, 15 febbraio 2011

“Tre cose differenziano il vivere con l’anima di contro al vivere solamente con l’Io: la capacità di sentire e apprendere modi nuovi, la tenacia per percorrere una strada impervia, la pazienza di apprendere nel tempo l’amore profondo. L’Io, tuttavia, ha la tendenza naturale e la propensione a evitare l’apprendimento. La pazienza non è una sua dote”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

“Conoscere sé stessi è studiarsi mentre si agisce con l’altro”
Bruce Lee

“L’attenzione estrema è ciò che costituisce nell’uomo la facoltà creatrice e non vi è attenzione estrema se non religiosa. La quantità di genio creatore in un’epoca è rigorosamente proporzionale alla quantità di attenzione estrema, dunque di religione autentica, in quell’epoca”.
Simone Weil, “Dell’attenzione”

“Una vita senza esame è indegna di essere vissuta”
Socrate, Apologia.

“Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive. Ma se non vi conoscerete, allora dimorerete nella povertà, e sarete la povertà”
Vangelo di Tommaso, 3

“Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore”.
Matteo 6, 19-21

“E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”
Luca 12, 57

“La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi”.
David Foster Wallace, “Infinite Jest”

“Non è una misura di buona salute l’essere ben adattato ad una società profondamente malata”.
Jiddu Krishnamurti

“La società di oggi non accetta facilmente la mia esistenza…Se mi guardo attorno, non c’è un luogo dove mi senta accettato. Non c’è qualcuno con cui poter parlare della domanda filosofica più importante: ‘Perché viviamo?’. Le menti dei miei compagni di scuola sono troppo impegnate a preparare i test d’ingresso alle scuole superiori e non si possono permettere di parlare delle apprensioni del cuore. Nell’educazione contemporanea si pone l’accento sul come realizzare l’obiettivo di passare il test d’ingresso piuttosto che discutere di questioni relative alla dignità umana. Non si capisce quanto importante sia pensare e parlare dei problemi della vita”.
Studente giapponese

“Gli oppressori non sentono il loro avere di più come privilegio che disumanizza gli altri e loro stessi”.
Paulo Freire

“Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.
Alessandro Manzoni

“Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo”
W.S. Allen, “Come si diventa nazisti”

“Dall’inizio della rivoluzione industriale ha preso piede, e continua ad essere perpetrato, il sacrificio della coscienza di sé, degli altri e della realtà che ci circonda. Coscienza senza la quale nulla differenzierebbe la società umana da un’immensa colonia di laboriosi castori”.
Roberto Castaldi, Il fascino del potere, 1999, p. 79

“Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo”.
Matteo 22, 30

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.
Paolo, Lettera ai Galati 3, 28

«Nous ne voyons pas les choses comme elles sont, mais comme nous sommes ».
“Non vediamo le cose come sono, ma come siamo”.
Anais Nin

“È incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare, anzi: dubitarne. Chi crede che le cose umane siano inafferrabili, non dubita affatto, ma sospende necessariamente ogni giudizio…L’astensione dall’affermare di ogni cosa ch’essa sia vera o falsa, buona o cattiva, giusta o ingiusta, bella o brutta significa che tutto è indifferente a questo genere di giudizi. Come forma estrema di scetticismo, è incompatibile con il dubbio. Il dubbio, infatti, al contrario del radicale scetticismo, presuppone l’afferrabilità delle cose umane, ma, insieme, l’insicurezza del carattere necessariamente fallibile o mai completamente perfetto della onoscenza umana, cioè ancora la coscienza che la profondità delle cose, pur se sondabile, è però inesauribile. Onde, di ogni nostra conoscenza deve dirsi ch’essa è non fallace o impossibile, ma sempre, necessariamente, superficiale. […]. Così, l’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica, che è quella che vuole fissare le cose una volta per tutte e impedire o squalificare quella cruciale domanda: “sarà davvero vero?”. […] Essere per l’etica del dubbio non significa dunque affatto sottrarsi al richiamo del vero, del giusto, del buono e del bello, ma, propriamente, cercare di rispondere alla chiamata, in liberà e responsabilità verso sé e verso gli altri”.
Gustavo Zagrebelsky, “Contro l’etica della verità”

“Ciò che mi ha sempre colpito degli occidentali è il loro ardente desiderio di imparare. Ogni volta che presenzio a una conferenza sul buddismo, per esempio, tirate subito fuori carta e penna per prendere appunti, oppure il registratore portatile, mentre ho notato che tra i tibetani, i cinesi o gli indiani, anche se mi guardano con estrema devozione, nessuno tira fuori la penna; stanno lì, tranquilli, come se sapessero già tutto. La stessa cosa vale per i mongoli: credono che più si spingeranno in mezzo alla folla, più la benedizione sarà forte – apparentemente anche dei tibetani la pensano così! Ho sempre ammirato l’atteggiamento autenticamente scientifico nella ricerca, in cui l’imparzialità, l’apertura mentale e anche lo scetticismo hanno un ruolo importante”.
Dalai Lama, “Oltre i dogmi”.

“Le astrazioni monetarie, la prospettiva spaziale e il tempo meccanico formarono la cornice che racchiudeva la nuova vita. L’esperienza fu progressivamente ridotta proprio a quegli elementi che avevano in sèè la possibilità di essere divisi dall’insieme e misurati separatamente: computi convenzionali preseo il posto di organismi. […] uomini e donne, corporazioni e città, nella loro realtà concreta erano considerati dalle leggi e dai governi quasi fossero creature immaginarie; mentre artificiose finzioni pragmatiche quali il Diritto Divino, il Governo Assoluto, lo Stato, la Sovranità erano considerati realtà concrete”.
Lewis Mumford, “La cultura delle città”

“Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; 3 chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio”.
Lettera di Giacomo (I secolo)

“I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è”.
Gianangelo Bof, 35 anni, sindaco leghista di Tarzo in provincia di Treviso.

“Non possiamo identificarci con le nostre idee. Le idee hanno importanza, ma una importanza relativa. Chi non sa superare la dicotomia tra l’essere e il pensare, tra ciò che uno è e ciò che uno pensa, diventa schiavo del proprio pensiero e in ultimo termine perde il senso cristiano dell’esistenza”.
Raimon Panikkar

“A immagine del mare, la filosofia elude e polverizza il solido, il radicato, il pregiudizio, l’imperturbabile, il conformismo e la comodità. […] Moltiplicare i punti di vista ci libera dai pensieri imperialisti, unilaterali, dalle monomanie, da una coscienza esaltata o sentenziosa. è la scuola della modestia, della conoscenza giusta. Dilatandoci, ci semplifichiamo. Il mondo si alleggerisce quando non siamo trincerati in noi stessi. Non essere più inchiodati a se stessi permette paradossalmente di sentirsi vivere. Di affermarsi, di dimenticarsi!”
Cécile Guérard, “Piccola filosofia del mare”

“Men are not prisoners of their fate, but only prisoners of their own mind”.
F.D. Roosevelt.

“Questa è la stessa logica dei survivalisti, coi loro bunker e i loro allenamenti in vista del peggio, e le scatolette di fagioli impilate in cantina. Ibernarsi non significa davvero sopravvivere, perché poi arriva il disgelo e il mondo intorno può essere tutto diverso, e l’atmosfera talmente rarefatta da ucciderti in pochi secondi. Sopravvivere significa migliorarsi, accettare la mutazione. Per questo la lotta per l’identità non è – in ultima analisi – un modo per sopravvivere, ma soltanto un modo per invecchiare più in fretta e avvicinarsi più in fretta al decesso”.
Giovanni Cattabriga, Wu Ming 2.

“A giudicare dalle tendenze culturale ed ideali della nostra epoca, la disumanizzazione procede in due direzioni, verso il naturalismo e verso il tecnicismo. L’uomo è soggetto a forze cosmiche o alla civiltà tecnologica…si dissolve e svanisce nella vita cosmica, oppure nella tecnica onnipotente. Assume l’immagine della natura o della macchina. In entrambi i casi perde la sua e si disperde nei suoi costituenti. L’uomo come essere integrale, come creatura centrata in sé stessa, scompare; cessa di esistere come essere dotato di un centro spirituale, capace di mantenere una sua continuità ed unità intrinseca. Alle sue frazioni e componenti sono offerti non solo il diritto all’autonomia, ma anche la supremazia nella vita”
Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, “Il pensiero borghese”, 1934.

“Good and ill have not changed since yesteryear; nor are they one thing among Elves and Dwarves and another among Men”.
Aragorn, “Lord of the Rings”

“Bandita la giustizia, che altro sono i regni se non grandi associazioni di delinquenti? Le bande di delinquenti non sono forse dei piccoli regni? Non sono forse un’associazione di uomini comandati da un capo, legati da un patto sociale, e che si dividono il bottino secondo una legge accettata da tutti? Se questa compagnia recluta nuovi malfattori, se occupa un paese, stabilisce proprie sedi, se si impadronisce di città e soggioga popoli, prende il nome di regno; titolo che le viene conferito non perché sia diminuita la sua cupidigia, ma perché a questa si aggiunge l’impunità. Così disse un pirata, fatto prigioniero, con arguzia e verità ad Alessandro Magno. Interrogato da questo sovrano con quale diritto infestasse il mare, egli con audace franchezza rispose: “Per lo stesso diritto con cui tu infesti tutta la terra. Perché non ho che una piccola nave, sono chiamato corsaro, e perché tu hai una grande flotta sei chiamato imperatore!”
Agostino, De Civitate Dei, libro IV, cap. 4

“I popoli, più o meno, sono rappresentati dagli Stati che formano; e gli Stati dai governi che li guidano. In questa guerra, il singolo cittadino può verificare con sgomento ciò che già in tempo di pace aveva talora intravisto: e cioè che ho Stato ha interdetto al singolo la pratica dell’illecito, non perché voglia abolirla, ma solo perché intende averne il monopolio.
Dai suoi cittadini, lo Stato pretende il massimo di obbedienza e di spirito di sacrificio, ma “li tratta come dei minorenni”, esagerando nella segretezza ed esercitando nei confronti di ogni comunicazione ed espressione di pensiero una censura tale da rendere tale lo stato d’animo di coloro che ha così represso intellettualmente del tutto privo di difese nei confronti di qualsiasi situazione sfavorevole che possa determinarsi o di una qualunque confusa diceria. Recede da tutti gli accordi e il cittadino deve approvare tutto questo per patriottismo”.
Sigmund Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, Roma, Editori Riuniti, 1982, pp. 56-57

“Quando lo Stato si prepara ad assassinare, si fa chiamare patria”
Friedrich Dürrenmatt

“A sense of humor always withers in the presence of the messianic delusion, like justice and truth in front of patriotic passion”
H.L. Mencken

“Tutti i nazionalismi hanno il potere di non vedere alcuna rassomiglianza fra due serie simili di fatti. […] Il nazionalista non solo non disapprova le atrocità commesse dalla sua fazione, ma ha la notevole capacità di non sentirne nemmeno parlare. […]. Nel pensiero nazionalista esistono fatti che sono contemporaneamente veri e non veri, conosciuti e non conosciuti. Un fatto conosciuto può essere così insopportabile da essere abitualmente accantonato e non ammesso ad entrare nei processi logici o, altrimenti, può entrare in ogni valutazione senza esser accettato come fatto, perfino nella proprio mente. […]. Ogni nazionalista è perseguitato dalla convinzione che il passato può essere alterato […]. I fatti materiali sono soppressi, le date alterate, le citazioni estrapolate dal loro contesto e alterate in modo da cambiarne il significato. Eventi che si sente non avrebbero mai dovuto accadere non sono menzionati e sono infine negati […]. L’indifferenza alla verità obiettività è incoraggiata isolando una parte del mondo dall’altra, cosa che rende sempre più difficile scoprire cosa stia effettivamente accadendo […]. Per qualcuno che in un qualunque angolo della mente nutra lealtà nazionalistiche od odio, alcuni fatti – sebbene in un certo senso si sappia siano veri – sono inammissibili”.
George Orwell, Notes on Nationalism

“Non siamo riusciti a creare una tradizione intellettuale in cui le persone pensino con la propria testa. Operiamo solo collettivamente. Parliamo al plurale, come Serbi. È spaventoso, specialmente tra i giovani. Ci vorranno anni prima di potersi liberare di questo virus”.
Obrad Savic

“Seguire un sistema di valori così privo di vita provoca una grave perdita del collegamento con l’anima. …la nostra sfida…è di non amalgamarci in nessuna collettività, è di distinguerci d quelli che ci circondano, gettando eventualmente per loro dei ponti dietro di noi..E le collettività che saranno da noi favorite con rapporti saranno quelle che offrono il massimo sostegno alla nostra anima e alla nostra vita creativa”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

“Nel circo, gli esseri umani sono rappresentati come liberi dall’abbraccio della morte. Nel circo una persona cammina su un cavo a cinquanta piedi dal suolo…un’altra rimane sospesa in aria per il tallone, qualcuno sostiene dodici persone in una piramide umana, qualcun altro è un proiettile umano. L’artista circense è l’immagine della persona escatologica – emancipata dalla fragilità e dall’inibizione, briosa ed eccitante mentre trascende la morte, ormai né confinata né conforme ai dettami della paura di morire. Il circo perciò ridicolizza la morte e, così facendo, ci mostra che l’unico nemico in vita è la morte, un nemico che dobbiamo fronteggiare tutti, in ogni circostanza, in ogni momento…Il servizio che ci rende – più di quello che ci rendono le chiese, malauguratamente – è quello di illustrare esplicitamente, drammaticamente ed umanamente la morte in seno alla vita. Il circo è una parabola escatologica e una parodia sociale: segnala la possibilità di trascendere il potere della morte, rivelando il mondo così com’è mentre apre al strada al Regno”.
William Stringfellow, “A Simplicity of Faith”

“Conformismo, opportunismo, grettezza e debolezza: ecco dunque, della libertà, i nemici che l’insidiano “liberamente”, dall’interno del carattere degli esseri umani. Il conformista la sacrifica all’apparenza; l’opportunista, alla carriera; il gretto, all’egoismo; il debole, alla sicurezza. La libertà, oggi, più che dal controllo dei corpi e delle azioni, è insidiata da queste ragioni d’omologazione delle anime. Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotta per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l’amore per la diversità; l’opportunismo, con la legalità e l’uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà”.
Gustavo Zagrebelsky, Repubblica, 16 giugno 2011

“Il valore del viaggio è nella paura. E’ nel fatto che, a un certo momento, così lontani dal nostro paese e dalla nostra lingua (un giornale francese assume un valore inestimabile. E quelle ore serali trascorse al caffé cercando di stabilire un contatto con altri uomini), un vago timore ci coglie, e l’istintivo desiderio di ritrovare il rifugio delle vecchie abitudini. E’ l’apporto più evidente del viaggio. In quel momento siamo febbrili ma porosi. La minima emozione ci scuote sino al fondo dell’essere. L’incontro con una cascata di luce ci mette in presenza dell’eternità. Per questo non bisogna dire che si viaggia per piacere. Non esiste piacere nel viaggiare, ma piuttosto, mi sembra, un’ascesi”.
Albert Camus, “Alle Baleari, l’estate scorsa” –  Taccuini, 1935-1942

“Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?”.
Norberto Bobbio, “il futuro della democrazia”, Einaudi, Torino 1984

“Ecco i principi cardine della democrazia: la fede in qualcosa, la cura dell’individualità, lo spirito del dialogo, il senso dell’uguaglianza, l’apertura verso la diversità, la diffidenza verso le decisioni irrevocabili, l’atteggiamento sperimentale, la responsabilità di essere maggioranza e minoranza, l’atteggiamento altruistico, la cura delle parole”.
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”

“Conosco tutti gli argomenti utilizzati per giustificare le legislazioni dettate dall’emergenza. Cioè quando la difesa dei diritti, e quindi della libertà, per alcuni diventa un lusso superfluo. Io ero in Parlamento negli anni di piombo. E chi difendeva le garanzie era indicato come un fiancheggiatore dei terroristi. In quel momento, e per lungo periodo, in Italia cambiò la percezione della libertà. Di fatto si disse: il fermo di polizia, la perquisizione di abitazioni per blocchi di edifici si possono fare. E nella media la gente fu d’accordo. […]. In simili casi può cominciare un processo di mitridatizzazione: a piccole e progressive dosi, si abbassa la soglia di percezione della tua libertà”.
Stefano Rodotà, “Intervista su privacy e libertà”

“È la possibilità di ricattare moralmente e indicare alla riprovazione dei cittadini chi manifesta disaccordo (non violento) con il governo, ed equiparare eventuali violenze verbali con la violenza armata”.
Umberto Eco, “A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico”

“Un essere umano è dotato di libero arbitrio. Può usarlo per scegliere tra il bene ed il male. Se può solo fare il bene oppure il male, allora è un’arancia meccanica, nel senso che ha l’apparenza di un organismo di bell’aspetto, colorato e succoso, ma in effetti è solo un giocattolo a molla che può essere caricato da Dio o dal Diavolo o, visto che ormai sta progressivamente rimpiazzando entrambi, dallo stato onnipotente”.
Introduzione di Anthony Burgess all’edizione americana di “Arancia Meccanica” del 1986

“Per umiliare qualcuno si dev’essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. […] Dappertutto […] cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. […] Siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura […] Siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli”.
Etty Hillesum

“La libertà umana non è una pretesa, ma un dovere. Non è ciò che richiede l’uomo, ma ciò che gli è richiesto. L’uomo deve essere libero. Dio lo esige e se lo aspetta da lui”.
Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, “Cristianesimo e guerra di classe”, 1931

“In realtà, la libertà è aristocratica, non democratica. Dobbiamo riconoscere, sconfortati, che la libertà è cara solo a chi pensa creativamente. Non è necessaria per chi non dà valore al pensiero. Nelle cosiddette democrazie, che si fondano sul principio della sovranità popolare, una proporzione considerevole della cittadinanza non possiede ancora la consapevolezza di essere libera, di recare con sé la dignità della libertà”.
Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, “Regno dello Spirito e Regno di Cesare”, 1951

“Ama davvero la libertà solo chi la riafferma per il suo prossimo”.
Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, “Regno dello Spirito e Regno di Cesare”, 1951

“L’uomo veramente libero non vuole dominare, ma neppure essere dominato”
Khalil Gibran

“Cosa sarebbe l’essere umano senza immaginazione? Un automa, uno strumento. Lo sviluppo dell’immaginazione è accrescimento di vita, mentre la sua limitazione è una riduzione di vita, un impulso di morte”.
Stefano Fait, “Il Trentino”, 3 febbraio 2010

“L’idea della congiunzione degli opposti – la coincidentia oppositorum – che accomuna tanto il pensiero di Jung quanto quello di Eliade alla tradizione orientale e al pensiero mistico – non solo anima una più vasta concezione dell’essere umano in quanto unità psico-soma e unità microcosmo-macrocosmo ma diventa anche uno dei motivi che ritornano con forza all’interno della cultura del Novecento, sia come forza di un archetipo che si impone autonomamente, sia come fascinazione di un’idea che permette di riscoprire e attivare l’archetipo operante in ogni individuo”.
Aldo Carotenuto, “Jung e la cultura del XX secolo”

“È noto che gli uomini che agiscono in seguito a comandi sono capaci delle azioni più orribili. Quando l’autorità che li comandava viene abbattuta e li si costringe a guardare da vicino ciò che hanno fatto, essi non si riconoscono. «Io non ho fatto questo», dicono, e non è affatto vero che siano sempre consapevoli di mentire. Quando poi si portano dinanzi a loro dei testimoni, quando cominciano a vacillare, continuano a dire: «Io non sono così, io non posso averlo fatto». Cercano dentro di sé le tracce di quell’azione e non possono trovarle. È sorprendente: ne sono rimasti intatti. La loro vita successiva è davvero diversa, per nulla improntata dalla azione che commisero. Essi non si sentono colpevoli, non si pentono di nulla. Quell’azione non è entrata in loro. Sono uomini perfettamente capaci, in altre circostanze, di valutare il proprio comportamento. Ciò che fanno di loro iniziativa lascia in cui tracce che non dimenticano. Si vergognerebbero di uccidere una creatura sconosciuta e indifesa che non li ha provocati. Proverebbero disgusto a torturare qualcuno. Non sono migliori ma neppure peggiori degli altri fra cui vivono. Alcuni che quotidianamente li frequentano da vicino sarebbero pronti a giurare che li si accusa ingiustamente. Quando poi avanza la lunga fila dei testimoni, delle vittime, che sanno benissimo di cosa parlano, -quando l’uno dopo l’altro riconoscono il colpevole e gli richiamano alla memoria, in ogni particolare il suo comportamento, allora ogni dubbio diviene assurdo e ci si trova dinanzi a un enigma inesplicabile. Ma per noi non c’è in ogni caso nessun enigma, giacché conosciamo la natura del comando. Per ogni comando che il colpevole ha eseguito, è rimasta in lui una spina. La spina è però estranea così come lo era il comando stesso nell’istante in cui veniva impartito. Per quanto a lungo la spina resti confitta nell’uomo, continua ad essere un corpo estraneo: egli non l’assimila mai. È anche possibile –  come in precedenza abbiamo mostrato – che più spine si adunino insieme, costituendo un complesso mostruoso in chi le porta in sé; ma esse restano sempre nettamente isolate dall’organismo in cui stanno infisse. La spina è un intruso che non può mai acquistare diritto di cittadinanza; è indesiderata: ci si vuol sempre liberare di essa. Essa è ciò che si ha commesso: ha esattamente la forma del comando. La spina continua a vivere come istanza estranea in chi ricevette il comando, e gli toglie ogni senso di colpa. Il colpevole non accusa se stesso ma la spina, l’istanza estranea, il vero colpevole – per così dire –, che egli porta sempre con sé. Quanto più il comando fu estraneo, tanto meno ci si sente colpevoli per averlo eseguito, tanto più esso resta separato – come spina – dal suo esecutore. Il comando è dunque testimone perenne del fatto che non fu quella certa persona il colpevole dell’uno o dell’altro delitto, Chi eseguì il comando considera se stesso la vittima, e perciò generalmente non prova alcun sentimento per la vittima vera e propria. È dunque vero che uomini che abbiano agito in seguito a comandi si considerino perfettamente innocenti. Posti in grado di aprire gli occhi sulla loro condizione, essi possono restare stupefatti constatando in quale misura furono in balìa del comando. Ma anche questo giusto moto dell’animo è senza valore, poiché giunge troppo tardi, quando tutto è ormai finito da tempo. Ciò che è accaduto potrà accadere di nuovo, in essi non si costituisce alcuna difesa contro situazioni che siano identiche a quelle trascorse. Essi restano esposti senza difese al comando, solo molto oscuramente coscienti dei suoi pericoli. Nel caso più esplicito, che per fortuna è raro, essi riconoscono nel comando una fatalità e ripongono il loro orgoglio nel fatto d’esserne stati ciechi strumenti, quasi fosse una peculiarità della condizione umana arrendersi a tale cecità. Da qualunque parte lo si consideri, il comando nella sua forma compatta, compiuta, che oggi gli è propria dopo secoli di storia, è divenuto l’elemento singolo più pericoloso della vita collettiva degli uomini. Bisogna avere il coraggio di opporvisi e di spezzare la sua sovranità. Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di scalfire la pelle. Le sue spine devono diventare solo più lappole di cui ci si sbarazza con un gesto”.
Elias Canetti, “Masse e potere”

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Italo Calvino, “Le città invisibili”

“L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”.
Lettera ai Corinzi 13: 4-10

“Nella giustizia delle favole come nella psiche profonda, la gentilezza verso ciò che sembra di poco conto viene premiata con il bene, e il rifiuto di fare del bene a chi non è bello viene punito. Lo stesso accade nei grandi sentimenti come l’amore. Quando ci espandiamo per toccare il non-bello, siamo ricompensati. Se lo disprezziamo, siamo separati dalla vita vera e lasciati fuori al freddo. Per alcuni, è più facile pensare pensieri superiori e bellissimi e toccare le cose che positivamente ci trascendono, che toccare, aiutare ed assistere il non-così positivo. Come la storia illustra, è facile cacciare il non-bello e sentirsi falsamente nel giusto”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”.

“tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12; Lc 6,31)
“quel che non desideri per te, non farlo neppure ad altri uomini” (Confucio, Dialoghi)
“non fare ad altri ciò che non vuoi che essi facciano a te” (rabbi Hillel, Sabbat)
“Nessuno di voi è un credente, fintanto che non desidera per il proprio fratello quel che desidera per sé” (al-Nawawi, Hadith)
“L’uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza verso le cose mondane e trattare tutte le creature del mondo così come vorrebbe essere trattato” (gianismo, Sutrakritanga)
“una condizione, che non è gradita o piacevole per me, non lo deve essere nemmeno per lui; e una condizione che non è gradita o piacevole per me, come posso imporla ad un altro?” (buddismo, Sanyutta Nikaya)
“Non bisognerebbe comportarsi verso altri in un modo che non è gradito a se stessi: questa è l’essenza della morale” (induismo, Mahabharata).

“La carità non risolve la povertà, perché perpetua il rapporto di dipendenza. Nessuno è perfetto e nessuno ha perfettamente ragione. Condividere le esperienze personali è l’unico modo per cambiare le cose. L’interesse personale sarà sempre al centro delle umane azioni, ma può essere indirizzato verso la cooperazione e la condivisione. La radice dei conflitti non è l’egoismo o l’avidità, ma la nostra incapacità di porci nei panni del prossimo. L’altruismo trova applicazione pratica in una molteplicità di piccole cose che poi si espandono per diventare sempre più grandi”.
Lü K’un (1536-1618)

“Posso dirvi questo: il poco che io so non l’ho imparato all’università, ma in compagnia di uomini come voi. La fraternità è la verità sacra dell’uomo. L’uomo mutilato della sua fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile… Per non morire bisogna ricominciare col riscoprire la fraternità. Amici, io sono venuto per dirvi questo: è necessario, è urgente stare assieme, metterci insieme, creare in questo paese cellule viventi di uomini interi cioè fraterni, difenderci dal contagio della morte”.
Ignazio Silone, “Ed Egli si nascose”

Per prima cosa lasciate che vi suggerisca che se vogliamo avere pace sulla terra, il termine fedeltà per noi deve avere un significato ecumenico, non parrocchiale. La nostra fedeltà deve trascendere la razza, la tribù, la classe sociale, la nostra patria stessa: e questo significa che dobbiamo sviluppare una prospettiva mondiale. Nessun individuo può vivere solo; nessuna nazione può vivere sola; è provato che se qualcuno tenta l’isolamento, questo qualcuno perpetua la guerra. Ecco perché io ho ancora un sogno. Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli
Martin Luther King, “Discorso della Vigilia di Natale 1967 ad Atlanta”

“Ognuno di noi è irripetibile ed unico, non c’è nessun volto uguale ad un altro, e proprio per questa unicità e singolarità siamo tenuti tutti ad assumerci le nostre responsabilità nei confronti della storia”
Alex Zanotelli

“L’oggetto dell’obbligo, nel campo delle cose umane, è sempre l’essere umano in quanto tale. C’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano, senza che alcun’altra condizione abbia ad intervenire; e persino quando egli stesso non ne riconosce alcuno. Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di struttura sociale, né sui rapporti di forza, né sull’eredità del passato, né sul supposto orientamento della storia. Perché nessuna situazione di fatto può suscitare un obbligo. Quest’obbligo non si fonda su nessuna convenzione. Perché tutte le convenzioni sono modificabili secondo la volontà dei contraenti, mentre in esso nessun cambiamento nella volontà degli uomini può nulla modificare. Quest’obbligo è eterno. Esso risponde al destino eterno dell’essere umano. Soltanto l’essere umano ha un destino eterno. Le collettività umane non ne hanno. Quindi, rispetto a loro, non esistono obblighi diretti che siano eterni. E’ eterno solo il dovere verso l’essere umano come tale”.
Simone Weil, “Obbedire all’amore nella giustizia”

“Mi sono spesso domandato perché mai gli esseri umani abbiano dei diritti. E sono sempre giunto alla conclusione che i diritti umani, le libertà umane e l’ umana dignità hanno le loro radici profonde da qualche parte al di fuori del mondo percettibile. Questi valori sono tanto potenti perché in determinate circostanze, la gente li accetta senza esservi costretta ed è pronta a morire per essi. Questi valori hanno un senso solo nella prospettiva dell’infinito e dell’eterno”.
Vaclav Havel, “L’idolo infranto dello Stato sovrano”

“Il mondo non si muove sui piccoli viottoli, sui piccoli viottoli si muovono le persone che valorizzano se stesse, però passeggiano da sole”
Oscar Luigi Scalfaro

“Siamo così pochi. Qualche miliardo in tutto. Una manciata! Forse siamo qui per fare esperienza delle persone come una ragione per amare”.
Andrei Tarkovsky

“So we’ll live and pray and sing and tell old tales and laugh at gilded butterflies”
[King Lear, let’s away to prison – Il re Lear si converte finalmente alla saggezza, dopo una vita di vanità ed ossessione per lo status/prestigio. Si rende conto che ora non gli interessa più e che preferisce vivere nell’anonimato con l’unica figlia che lo ama sinceramente, Cordelia – tatuato sulla spalla di Megan Fox].

“Tutti gli uomini hanno il sentimento della pietà e della vergogna (per i propri difetti) e della repulsione (per i difetti altrui), della reverenza e del rispetto, del diritto e del torto. Il sentimento della pietà e della commiserazione è la benevolenza, il sentimento della vergogna e della repulsione è la giustizia, il sentimento della reverenza e del rispetto è il rito, il sentimento del diritto e del torto è la sapienza. La benevolenza, la giustizia, il rito, la sapienza non sono infusi in noi dall’esterno: noi li possediamo sicuramente, (solo che) non ci pensiamo. Perciò si dice: “cercali e li otterrai, trascurali e li perderai”. Gli uomini non sanno esprimere tutte le loro capacità, chi il doppio di altri, chi il quintuplo, chi innumerevoli volte”.
Meng-tzu (Mencio)

“Capite che la vostra coscienza è quella del resto dell’umanità. L’umanità, come voi, affronta ogni genere di difficoltà, dolore, travaglio, ansia, solitudine, depressione, afflizione, piacere – ogni essere umano le affronta, ad ogni latitudine. Perciò la nostra coscienza, il nostro essere, è l’intera umanità. Siamo così riluttanti ad accettare questo semplice fatto, perché siamo abituati all’individualismo – io, per primo”.
Jiddu Krishnamurti

Philip K. Dick ricorda di quando tormentava uno scarafaggio che si era andato a nascondere nel guscio di una lumaca. Quando lo costrinse ad uscire, la credulità fu soppiantata dalla comprensione che la vita era una sola e che tutto dipende dalla gentilezza: “Voleva vivere, proprio come me, e io lo stavo ferendo. Per un istante – fu come per Siddharta, come per quello sciacallo morto – fui quello scarafaggio. Nel momento immediatamente successivo ero diverso. Non fu mai più lo stesso”.

“Ero venuto qui per sparare ai fascisti, ma un uomo che si tiene su i pantaloni non è un fascista, è manifestamente una creatura come me, e uno non si sente di sparargli”.
George Orwell, vedendo un miliziano franchista che fugge con i pantaloni in mano

“Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo…come su un cinghiale! Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido” è un’altra. …Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo”.
Emilio Lussu, quand’era soldato nella Prima Guerra Mondiale

“Fra gli junghiani si chiama “partecipazione mistica”, un termine ripreso dall’antropologo Levy-Bruhl, usato per designare una relazione in cui “una persona non può vedersi come individualità separata dall’oggetto o dalla cosa che contempla”. Tra i freudiani si chiama “identificazione proiettiva”. Fra gli antropologi si chiama “magia simpatetica”. Con tutte queste definizioni s’intende la capacità della mente di allontanarsi per un poco da suo Io e di fondersi con un’altra realtà, cioè con un altro modo di comprendere”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”.

“Sappi per vero che lo spirito libero, quando permane in un autentico distacco, costringe Dio a venire al suo essere e, se potesse permanere senza forma e senza accidente alcuno, assumerebbe l’essere proprio di Dio”.
Meister Eckhart, “Del distacco”

“Perché i re non hanno pietà per i sudditi? Perché pensano che non saranno mai essere umani. Perché i ricchi sono così severi coi poveri? Perché non hanno paura di diventare poveri. Perché i nobili disprezzano così i contadini? Perché non saranno mai contadini”.
J.J. Rousseau, “Emilio”

La trance catalettica (esperienza mistica) dell’ateo Bertrand Russell, scatenata dalla visione empatica della sofferenza della moglie di Alfred North Whitehead: “Sembrava tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione  che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane”
Bertrand Russell, “The autobiography of Bertrand Russell”, vol. 1, London: Allen and UNwin, 1967.

“Il mondo intero non è niente se messo a confronto con la personalità umana…con il suo fato esclusivo”.
“L’uomo è personalità non di natura, ma di spirito. Di natura è solo individuo”.
“La dimensione personale dell’uomo è solo ciò che in lui non è in comune con gli altri, ma in ciò che non è condiviso con altri è compreso anche il potenziale dell’universo”.
“L’universo è parte della personalità, è la sua qualità”.
“Il segreto dell’esistenza della personalità risiede nella sua assoluta insostituibilità, il suo aver luogo una sola volta, la sua unicità, il suo essere senza paragoni”.
“Il valore dell’uomo è la sua personalità. Non c’è altro di valore nell’umanità al di fuori della personalità”.
“La personalità come centro esistenziale presuppone la capacità di sentire la sofferenza e la gioia. Nulla, nel mondo degli oggetti, la nazione, lo stato o la società, o istituzioni social o la chiesa, possiede questa capacità”.
“La personalità è comunitaria; presuppone la comunione con altri e la comunità con altri. La profonda contraddizione e difficoltà che affligge la vita umana è dovuta a questa comunitarietà”.
“La liberazione spirituale dell’uomo è la realizzazione della personalità nell’uomo. È il conseguimento dell’interezza ed al tempo stesso è incessante conflitto”.
Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, “Schiavitù e libertà”, 1939

“Egli è Dio dell’eterno. Tu, invece, con le tue opere compiaciute, sei legato al tempo e al luogo, al fine e all’intenzione, così come il frutto del matrimonio, che, legato al tempo, ha bisogno di nove mesi per maturare. Tu guardi col tuo proprio io al tuo modo di agire, e cerchi e vuoi qualcosa con esso: te stesso e la tua ricompensa. Tu pretendi di cercare Dio; in verità fai di Dio una candela, con la quale cerchi qualcos’altro e, quando lo hai trovato, getti via la candela. Tu abbassi Dio al ruolo di una vacca da latte, che l’uomo custodisce per il proprio profitto, per il latte e per il formaggio.”
Meister Eckhart

“Possedere tutte le cose come se ci fossero imprestate, non donate: senza alcuna proprietà –corpo o anima, sentimento o facoltà, beni esteriori, onori, case e terreni, amici o parenti.”
Meister Eckhart

“Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo, percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d’erba fino alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Romani Rolland ha chiamato il “sentimento oceanico…Un sentimento di coappartenenza essenziale tra me stesso e l’universo circostante”
Pierre Hadot

“Perché Gino Strada è triste? […]. Strada ha capito che la sua predicazione pacifista non approderà a nulla. E non perché lui sia un cattivo predicatore, non perché i suoi argomenti non siano persuasivi, non perché le persone di buona volontà non si riconoscano in lui. Ma lui deve aver capito che la brama di potere, la volontà di potenza, lo scontro con gli altri e infine la guerra sono un istinto della nostra specie. Non è un vizio, non un’indole perversa da rieducare: un istinto che convive con quello della generosità e con l’amore per gli altri. L’uomo è un groviglio di due amori: quello per gli altri e quello per se stesso. E se mai ci si chiede quale sia il più forte e il più irruente di questi due istinti amorosi, s’arriva presto a concludere che l’amore per sé è quello dominante. Lo si può contenere, si può fare in modo di arginarne la pericolosità, ma non si riuscirà mai a spegnerlo perché si dovrebbe trasformare l’uomo in un angelo, dotarlo cioè di un’altra natura che estingua la natura umana”.
Eugenio Scalfari, “L’amore per sé e quello per gli altri”, L’Espresso, 22 aprile 2011
Commento di un lettore: “A me sembra che dalla filosofia dei Vangeli, espressa in parabole, risulti chiaramente che non la violenza su sé stessi, controproducente e fonte di nevrosi, bensì solo la conoscenza di sé e dei propri meccanismi profondi, possa portare al superamento dell’egoismo e ad un giusto amore per sé stessi, imprescindibile da quello per gli altri”.

“Se le posizioni sociali sono squilibrate, al punto che da una parte sta la libertà illimitata di concedere o non concedere un beneficio e, dall’altra, la necessità riaccettarlo; se c’è libertà contro necessità; se l’uno può tutto, l’altro niente, si può parlare, in questi casi, di dono? Il dono che si fa con la mano del potere è davvero un dono? Sì, ma solo se rimane in superficie. In realtà si tratta dell’esercizio d’una supremazia che approfitta d’una condizione di bisogno per manifestarsi. Quel “dono”, al quale non si ha diritto ma che è frutto d’una concessione graziosa e, pertanto, può essere in ogni momento revocato, sta nell’essenza d’un rapporto servile. È violenza che si esercita tramite mezzi non maligni, ma benigni. Anche con i doni si può far del male. È sfruttamento di uno stato di necessità in cui altri versano; cioè è violenza di natura morale: una violenza da cui ci si aspetta un tornaconto la cui materia è il sentimento di obbligazione verso il donante. Non è vera gratitudine, perché la gratitudine dettata dalla necessità è finta, malata. Se poi il “dono” è reso pubblico, pubblicizzato, diventa violenza usata a fini pubblicitari”.
Gustavo Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”

“La generosità dell’amore consiste nel dono all’altro della sua libertà, nel riconoscimento del suo bisogno (che è costitutivo di ogni essere umano) di espandersi, di crescere, di trascendersi”
Aldo Carotenuto, “Attraversare la vita”

“Meglio astenersi dal governare il destino degli altri, dal momento che è già difficile ed incerto pilotare il proprio”
Primo Levi, “La chiave a stella”.

“È da se stessi, non dagli altri, che bisogna innanzitutto esigere l’onestà, lo zelo e l’intrepidezza; queste virtù, quando le possediamo cessano molto rapidamente di sembrare amabili se pretendiamo troppo dagli altri”
Li Zhi

“Sai bene che il dolore e la colpa non possono essere eliminati dal gesto di una mano fatata. Le cose che portiamo con noi ci rendono ciò che siamo. Perdendole, perdiamo la nostra identità. Non voglio che mi portino via il mio dolore, ne ho bisogno!”
James T. Kirk

Morpheus: Lo leggo nei tuoi occhi. Hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità. Tu credi nel destino, Neo?
Neo: No.
Morpheus: Perché no?
Neo: Perché non mi piace l’idea di non poter gestire la mia vita.
Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l’avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando.
Neo: Di Matrix.
Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta? Che cos’è? Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.
Neo: Quale verità?
Morpheus: Che tu sei uno schiavo, Neo. Come tutti gli altri, sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos’è.
* Matrix è un sistema, Neo. E quel sistema è nostro nemico. Ma quando ci sei dentro ti guardi intorno e cosa vedi? Uomini d’affari, insegnanti, avvocati, falegnami…. le proiezioni mentali della gente che vogliamo salvare. Ma finché non le avremo salvate, queste persone faranno parte di quel sistema, e questo le rende nostre nemiche. Devi capire che la maggior parte di loro non è pronta per essere scollegata. Tanti di loro sono così assuefatti, così disperatamente dipendenti dal sistema, che combatterebbero per difenderlo.
* Neo: Cosa cerchi di dirmi? Che posso schivare le pallottole?
Morpheus: No, Neo. Cerco solo di dirti che quando sarai pronto, non ne avrai bisogno.

“Tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?”
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011

“Da dove ha preso tanti occhi, con i quali vi spia, se non glieli offrite voi? Come può avere tante mani per colpirvi, se non le prende da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, da dove li ha presi, se non da voi? Come fa ad avere tanto potere su di voi, se non tramite voi stessi? Come oserebbe aggredirvi, se non avesse la vostra complicità? Cosa potrebbe farvi se non foste i ricettatori del ladrone che vi saccheggia, complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi?… Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo scacciate o lo scuotiate, ma solo che non lo sosteniate più, e lo vedrete, come un grande colosso al quale è stata tolta la base, piombare giù per il suo stesso peso e rompersi”.
Étienne de La Boétie, Discorso sulla Servitù Volontaria

“Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete di più chi può far perire sia l’anima che il corpo”.
Matteo 10, 28

“La differenza [fra sinistra e destra] è fra chi prova un senso di sofferenza di fronte alle disuguaglian¬ze e chi invece non lo prova e ritiene, in sostanza, che al contrario esse producano benessere e quindi debbano essere sostenute. In questa contrapposizione vedo il nu¬cleo fondamentale di ciò che è sinistra e di ciò che è de¬stra”.
Norberto Bobbio, “La sinistra nell’era del karaoke”

“La misura della vita non sta nella sopraffazione reciproca o nella prestanza bellica, ma nella misura, nella socialità, nella gentilezza e perfino nell’eleganza, che non è una colpa ma una disciplina. […]. Si tratta di scegliere come stare al mondo; con quali idee, quali speranze, quali gusti e quali disgusti”
Michele Serra, Il Venerdì, 1152, 16 aprile 2010

“Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
K. Marx- F. Engels, Opere scelte, Roma, 1969, pag. 962

“Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno”.
Atti degli apostoli 4, 34-35

“Lévinas mostra come il nazismo consista nella filosofia dell’asservimento al corpo, nell’accettarne l’incatenamento, nel cancellare ogni esigenza di evasione. L’appello all’eredità, al passato, al sangue, l’idea della società a base consanguinea, annientano la libertà, precludono ogni possibilità di presa di parola, di critica, di scarto, di rimorso, di pentimento. Le idee che legano l’Io lo legano in maniera indissolubile, egli vi aderisce perché scaturiscono dalla sua carne e dal suo sangue, dal suo passato, dalla sua razza. L’Io non ha più il potere di sfuggire a se stesso. E se le idee con cui si identifica completamente, assumendole come la verità stessa del proprio corpo, pretendono in quanto verità di essere universali, malgrado il loro razzismo, la loro diffusione diviene espansione, diventa violenza, guerra, sterminio. L’origine del nazionalsocialismo è da ricercarsi fondamentalmente nella dedizione all’essere, nell’adesione incondizionata all’essere, da cui solo il peso della responsabilità per altri può disancorarare l’io, schiodarlo. La “filosofia dell’hitlerismo” non è un’anomalia contingente, ma si iscrive come una stabile minaccia nella filosofia occidentale, affetta com’è da allergia all’alterità. Senza il superamento di tale allergia, il liberalismo e la democrazia non possono nulla, dato che essi si sono costituiti fondamentalmente per la difesa dei diritti dell’Io, piuttosto che di quelli dell’Altro; si sono attestati a difesa degli appartenenti, dei comunitari, e non dei non appartenenti, degli extracomunitari”.
Augusto Ponzio, introduzione a “Dall’altro all’io” di Lévinas, Roma, 2002, p. 28

“Diretta conseguenza dell’emigrazione di massa è stata la creazione di tipi completamente nuovi di esseri umani – individui che si radicano in idee piuttosto che in luoghi, tanto nelle memorie quanto nelle cose materiali; gente che è stata obbligata a definirsi – perché così vengono definiti da altri – sulla base della loro alterità; gente nel cui io più profondo avvengono strane fusioni, unioni senza precedenti fra ciò che sono stati e il luogo nel quale si vengono a trovare. L’emigrazione comprende la natura illusoria. Per vedere le cose così come sono, è necessario attraversare una frontiera”.
Salman Rushdie, “Patrie Immaginarie”.

“E di nuovo Trimbali avvertì il privilegio della sua cultura – e della sorte che gli permetteva di sapere molto di più, di potersi sentire, in ogni caso, ovunque, come un “io”. Altre volte, parlando con i soldati, lo aveva colpito il senso totale di sradicamento che, allontanati dalle famiglie, e dal paese, sembravano coinvolgerli; quasi una pianta che, strappata dalla terra, dall’humus, in cui era cresciuta, si inaridisce improvvisamente. Sempre lo avevano attratto questi frammenti di vita, questi ambiti così, ancora, chiusi, ristretti. Eppure c’era un’esistenza, in loro; e affetti; amori; passioni, a volte; più forti, all’occorrenza, delle sue, filtrate com’erano dalla cultura, dalla lontananza”.
Mario Spinella, “Lettera da Kupjansk”

Altre citazioni utili per la creazione di un Mondo Nuovo:
https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/13/citazioni-per-un-mondo-nuovo-2/

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: