Sinistra Oncologia e Libertà – ora si può avere una sinistra seria, in Italia, please?

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A cura di Stefano Fait

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Il mio giudizio? Un Don Abbondio in carne e ossa: prepotente coi deboli, untuoso coi forti. Questo ho visto e sentito io. Ma potrei sbagliarmi.


Riporto una serie di considerazioni scovate nei forum dei quotidiani e sui social network:

“Caro Luigi Abbate, ho visto il video in cui Girolamo Archinà ti ruba il microfono mentre fai la tua domanda a Emilio Riva sui morti di tumore a Taranto svariato tempo fa. L’avevo rimosso. Poi per fortuna Il Fatto Quotidiano e Repubblica hanno ripreso la telefonata in cui il governatore della tua regione e lo stesso Archinà ne parlavano con grasse risate, e allora quel video e quella vicenda mi è tornata a mente. Siccome ridevano anche di te, e del tuo lavoro, del nostro lavoro, mi sono sentito offeso per te e pure per me. Tu non eri a libro paga dei Riva come molti tuoi colleghi del posto, e allora ti sei potuto permettere quella domanda. Che poi è la domanda delle domande. Quella che ogni collega avrebbe dovuto ripetere fino allo spasmo, perché quella domanda, in quel posto, in quelle condizioni, è l’abc della nostra professione. Eppure nessuno ti ha ringraziato. Nessuno ti ha chiesto scusa. E anzi, il tuo governatore, un uomo di sinistra (così dice), ha telefonato non a te, ma a chi ti ha rubato il microfono. Allora mi sono doppiamente offeso, perché non solo credo nel giornalismo, ma pure nei valori della sinistra. Che prevedono questo: si fa i forti con i forti, contro i forti si lotta, per i deboli e a fianco ai deboli. Invece in quelle risate c’era tutto il contrario di quel valore. C’era il potere che si dà del tu, c’era la mancanza di sensibilità e la coscienza sporca di un’intera classe politica e imprenditoriale che non vuole domande e non vuole il coraggio di certe domande. C’era la mancanza di rispetto verso di te e verso i chiarimenti che chiedevi, che poi riguardano la vita delle persone. Forse veniamo da un altro mondo, o forse siamo semplicemente i pochi rimasti sani in questa terra dove tutto funziona alla rovescia. Dove un governatore di sinistra non solidarizza con te, ma di te si fa beffe dandoti del mezzo provocatore. Dove le domande al padrone vengono vietate, dove un cronista ci si mette poco a comprarlo, o a zittirlo. Basta un semplice atto di prepotenza, quella a cui siamo stati abituati ad assistere da troppi anni. Allora mentre tutti si arrovellano su Vendola sì o Vendola no, io compreso, mi sono reso conto che di te si è parlato poco o nulla. Sei un semplice giornalista, ma per chi prova a farlo davvero e con passione, dal basso o dall’alto poco importa, è il mestiere più bello e (credo io) più nobile del mondo. Lo hai dimostrato con un gesto piccolo. Una semplice scontata eppure potente domanda. Un’ottima lezione di giornalismo. Grazie. Continua così”.
Matteo Pucciarelli
http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/15/matteo-pucciarelli-lettera-a-luigi-abbate-il-giornalista-che-fa-ridere-i-potenti/

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“Il passaggio che ferisce come una lama ben affilata è quella in cui definisci la faccia del giornalista, che legittimante pone una domanda sui tumori al sig. Riva, come quella di un provocatore. Tu che “le battaglie per la difesa della vita e della salute le hai fatte” sai bene quale è la differenza tra un prepotente che difende il proprio padrone ed un provocatore. Quelle risate fanno male ai malati, è vero, non ridevi di noi, ma fanno male ugualmente e fanno male di più a me e a quelli come me che credono ancora nella politica, quelle risate ci pongono di fronte all’amara realtà che è più facile apprezzare lo scatto felino di chi sfugge dalla realtà che non di chi la affronta. Quelle risate fanno male a chi crede ancora che è normale che un presidente di regione parli con i rappresentanti della fabbrica più grande della propria terra per capire come unire il diritto alla salute con quello al lavoro, che ritiene normale che i due poteri si sentano e si incontrino, la politica è anche questo, ma che ritiene, senza ombra di dubbio, che non sia normale apparire servili ad esso. Sicuramente sai già che Taranto conta solo 9 medici al reparto di ematologia dell’ospedale “Giuseppe Moscati” e 2 al Santissima Annunziata, solo 10 medici nel reparto di oncologia al “Moscati” a fronte di 8916 con codice asl 048, attribuito a persone con patologie neoplastiche maligne, questa realtà non fa ridere. Noi non abbiamo scatti felini, fanno male le ossa e per questo sicuramente non facciamo ridere, ma non voglio neanche pietà, mi piacerebbe solo che mi accompagnassi quando tra un po’ mi aspireranno di nuovo il midollo, forse sentirti ridere allevierà il dolore perché anche un malato vuole sentir ridere, ma in modo diverso da quello ascoltato oggi”.
Vitanna Convertini

http://www.esseblog.it/vitanna-convertini/caro-nichi-noi-malati-gli-scatti-felini-non-sappiamo-piu-farli.html

“Tutti, a cominciare dal divertito Vendola, si sono dimenticati della violenza esercitata sul cronista. Logica da potenti spocchiosi. Resa ancora più grave dal fatto che non si parlava di avventure erotiche ma della salute e della vita di operai e di un’intera generazione di tarantini”.

“Sarà per deformazione professionale, sarà perché la prepotenza è odiosa sempre, anche quando la esercita un bambino di 5 anni… In quel video non c’era nulla da ridere. Niente. Un giornalista fa una domanda sui tumori a Taranto al padrone della fabbrica, un prepotente a libro paga del padrone della fabbrica gli ruba il microfono. Non c’è niente da ridere. Niente. E se ci ridi sopra con tanto gusto, allora poniti qualche domanda su chi sei diventato. Domandati perché invece di telefonare al giornalista che fa il suo lavoro e viene umiliato in questo modo hai fatto il numero del prepotente a libro paga del padrone“.

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“Il fatto che, come ripete con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo dai Riva (diversamente da Berlusconi e Bersani), non è un’attenuante, anzi un’aggravante. Non c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il rapporto di complicità “pappa e ciccia” che emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva: quell’Archinà che tutti sapevano essere un grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari, persino prelati. Un signore che non si faceva scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi giornalisti non asserviti. In quella telefonata gratuitamente volgare, fatta dal governatore per complimentarsi ridacchiando con il faccendiere della bravata contro il cronista importuno, non c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più deteriore del termine, nel più vieto luogo comune del politico scafato che deve tener conto dei poteri forti e delle esigenze occupazionali. C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola e il potente che a tavola ha sempre seduto e spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli indipendenti, addomesticati a suon di mazzette. Il darsi di gomito fra gli eterni marchesi del Grillo, “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Questo ovviamente in privato, mentre in pubblico proseguivano le “narrazioni” e le “fabbriche di Nichi”. La poesia sulla scena, la prosa dietro le quinte. La telefonata con Archinà è peggio di qualunque avviso di garanzia, persino di un’eventuale condanna. Perché offende centinaia di migliaia di elettori che ci avevano creduto, migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici che hanno pagato prezzi altissimi per combattere quel potere malavitoso. Perché cancella quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non ce l’ha più, una faccia”.

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano del 15/11/2013.

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“Vendola che querela Il Fatto perché lui rideva di un gesto ginnico e non dei morti… È iniziato il delirio dialettico del nostro”.

“A proposito dei video riportati oggi da Repubblica.it che infiammano la discussione sul web, mi permetto di osservare che quello che inquieta non è tanto il contenuto delle affermazioni di Nichi, durante la sua telefonata al dirigente dell’Ilva – che meriterebbero una attenta analisi che non si può fare in base a una conversazione telefonica, quanto il suo divertimento per una pura mascalzonata: quella di questo impresentabile Archinà che strappa il microfono di mano per compiacere il padrone che ha la spudoratezza di negare che a Taranto ci siano stati dei casi di tumore. La cosa è talmente assurda che quando me l’hanno raccontata ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto di Checco Zalone. Purtroppo non è così”.

“«Una montatura assurda, un’intercettazione montata a video con la musica superdrama»: così una mia amica – una brava – mi ha scritto su Facebook per chiedermi di «non cadere nella trappola» contro Nichi Vendola. Chissà, forse in parte ha ragione: in quello che dice al telefono Vendola non c’è nulla di penale – è ovvio – anzi a un certo punto il presidente della Puglia rivendica di aver fatto «tante battaglie in difesa della vita e della salute». Però, però. Però ci risiamo con quell’affettuosa complicità fra potenti, con quell’intimità tra il potere politico e la peggiore imprenditoria. Ed è questo che non si tollera più. È questo che non si tollera nel caso Cancellieri, è questo che non si può accettare nei toni di Vendola, nel suo declamato «quarto d’ora di risate» verso il giornalista che faceva il suo mestiere di cane da guardia. È questo che non si può più subire, per Vendola come per qualunque altro: la sensazione di un potere che ride, si «dà garanzie» e si scambia pacche sulle spalle mentre il Paese si arrabatta, soffre, si incazza, muore. Non credo che sia del tutto chiaro, ai miei ottimi amici di Sel, che questa per Vendola è la pietra tombale in termini di reputazione: come per Di Pietro è stata Report e per Violante il video del discorso alla Camera su Berlusconi. Peccato: qui scrive uno che all’ultimo giro ha votato proprio Sel. A proposito, se vuole un po’ di bene alla gente di sinistra che rappresenta, Vendola dovrebbe molto riflettere sul da farsi, nei prossimi giorni.

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/15/buonanotte-nichi/”

“Non mi sembra minimamente accettabile – semmai trovo sia vergognoso – per il Presidente della Regione puglia chiamare uno dei più importanti manager dell’Ilva, Archinà (ora in carcere, accusato tra le varie nefandezze di aver manipolato, a suon di mazzette, l’informazione, affinché non venissero fuori i fatti che dimostravano la connivenza della politica con le malefatte dell’Ilva) per ridere sguaiatamente e complimentarsi del fatto che quest’ultimo, con “scatto felino”, avesse strappato un microfono a un giornalista, da Vendola definito un “provocatore” per il solo fatto di aver posto una domanda mirata (essendo tra l’altro, non dimentichiamolo, il giornalista suddetto uno dei pochi reporter locali non controllati da Archinà, come la Procura ha avuto modo di illustrare) e quindi avallando con le sue penose risate il fatto che il manager avesse in questo modo impedito al cronista di proseguire le sue domande circa i danni che l’Ilva causava ad ambiente e salute. Vendola suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte né parte”. Vendola rassicura il manager Ilva che non si è affatto scordato di loro e che ha capito qual è la situazione premurandosi col manager di far sapere “a Riva che il presidente non si è defilato”, ma che “se ci mettesse la sua faccia si accenderebbero ancora più i fuochi”. Non solo, gli ricorda che gli operai FIOM, ovviamente stritolati tra l’esigenza di vivere in salute, ma anche di lavorare, sono i “loro migliori alleati” (strumentalizzando biecamente, per tranquillizzare la dirigenza Ilva, gente disperata che si trova tra il dover scegliere tra lavoro e salute). Tutto ciò avveniva mentre Taranto viveva i giorni di massima bufera per l’emergenza benzoapirene e relative conseguenze ambientali e tumorali. Non dimentichiamoci poi che questa telefonata deve essere inquadrata in quello che è il contesto attuale: oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati, lui per concussione, dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Per la procura di Taranto, che ha coordinato l’attività investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà ha fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perché ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell’Ilva. Cosa poi effettivamente avvenuta, stando alla ricostruzione della Procura: secondo quest’ultima, Assennato, su pressione di Vendola, ridimensionerà il suo approccio fino ad allora improntato al più assoluto rigore scientifico. Girolamo Archinà, invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono le ipotesi di reato da cui dovrà difendersi l’ex pr dell’Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto. Archinà, infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico. Nel corso dell’inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà. Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande”.

“Non mi serve un reato, mi basta un discredito, una macchia reputazionale, per interrompere la carriera politica di un indegno. A me quelle risate non sembrano rispettose dei tanti morti di tumore a causa dell’ILVA ( e tanto basta e avanza pure). Inoltre un pubblico controllore (è in tal veste che interviene Vendola, cioè in qualità di organo sovraordinato all’ARPA) non deve avere rapporti estranei ed informali ai doveri di ufficio con un soggetto privato suo controllato. A meno che il conflitto di interessi sia una trascurabile bazzecola. Secondo te c’è ancora la disciplina e l’onore richiesti ai sensi dell’art. 54 della Costituzione? Secondo me no”.

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“Grasse risate per il prezioso atto di prepotenza. La nuova sinistra, quella dei prepotenti”.

“Sembra di rivivere le telefonate di Pierfrancesco Gagliardi e suo cognato Francesco Piscicelli per gli appalti su disastro del terremoto dell’Aquila. A me sembra ancora più schifosa perché si percepisce una sorta di diplomazia indecifrabile che si sbraca con quella vergognosa risata”.

“Un quarto d’ora a ridere…non potevo riprendermi”. Vendola ha detto bene: non si riprenderà mai più.

“Niente che non si sapesse già, per chi voleva informarsi, ma questa telefonata avrà un effetto mediatico devastante. E comunque non si tratta della telefonata in se, ma dei rapporti che quella telefonata sottende. Spero che Vendola, dopo aver elargito lezioni di moralità a destra e a manca, ne tragga le dovute conseguenze”.

“Io penso che sentire Vendola dare del “provocatore” ad un giornalista che chiede conto ad un possibile nesso tra morti di tumore ed inquinamento mi fa schifo”.

“E’ il carattere “confidenziale” della conversazione il più grande macigno sulla credibilità di Vendola!!…fa capire che tutto era gestito dalle alte autorità per salvaguardare i Riva!”

“Vendola è finito. Non tanto per quella telefonata, ma per esser voluto apparire diverso da chi fa quelle telefonate”.

“Più delle risate sul cronista, della telefonata di Vendola colpisce la totale sudditanza ai Riva”.

“Una risata vi seppellirà”.

“Vendola che ride con l’infido Archinà e che si inginocchia ai Riva è la conferma di un sospetto (e di una delusione): Nichi è fiction”.

Voci autorevoli che non la pensano come Bersani sulla guerra nel Mali

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8 indizi (per una volta debitamente riportati dalla stampa internazionale) che fanno supporre che la questione sia un po’ più complicata di come la descrive Pierluigi Bersani:
1. La base di droni americana che sarà costruita nel Niger, vicino al confine con il Mali;
2. I numerosi testimoni che hanno segnalato la presenza di un canadese e di due francesi alla testa della banda di jihadisti che ha sconfinato in Algeria per prendere degli ostaggi (Tigantourine);
3. La presenza sul terreno di forze speciali americane per operazioni clandestine qualche mese prima dell’intervento francese;
4. Il fatto che nell’area tra Mali e Niger vi siano alcune tra le più importanti riserve mondiali di uranio (terzo posto nel mondo), oltre a petrolio e gas;
5. I recenti accordi commerciali e di sfruttamento delle risorse siglati da Mali, Niger e Cina;
6. Il fatto che gli jihadisti siano finanziati quasi certamente dal Qatar e probabilmente anche dall’Arabia Saudita, entrambi alleati della NATO;
7. L’opposizione algerina alle politiche NATO nel Nord-Africa (ma potrebbero anche cambiare casacca);
8. Il coinvolgimento dei presunti fondamentalisti islamici nel narcotraffico e nel traffico d’armi e il loro precedente servizio reso alla coalizione anti-Gheddafi (= il fattore religioso è secondario ma ai governi occidentali fa comodo continuare a sfruttare l’infinita Guerra al Terrore);

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Senza alcun dibattito parlamentare, il governo inglese ha già deciso che invierà un corpo di spedizione nel Mali.
Solo due settimane fa Cameron l’aveva escluso categoricamente.
Giusto perché sia chiaro che la guerra è appena agli inizi.
Dovremo partecipare anche noi? Ce lo chiederà l’Europa? Qualche caduto italiano per poterci sedere al tavolo delle trattative e delle spartizioni?

Anche tralasciando la parte in cui Al-Qaeda viene creata a tavolino dagli americani (cf. Brzezinski) per combattere i russi in Afghanistan, la parte in cui l’amministrazione Bush ignora sistematicamente ogni avvertimento dell’intelligence statunitense pre-11 settembre 2001 e la parte in cui Al-Qaeda viene incolpata di tutto, dal riscaldamento globale, alle fantasmatiche armi di distruzione di massa irachene, al tasso di obesità americano, la Guerra al Terrore rimane una criminale bestialità.

Serve solo ad ingigantire lo status dei terroristi: “l’America contro i terroristi yemeniti”, “Israele contro Gaza”, “la Francia contro i terroristi maliani”, “gli Stati Uniti e la Francia contro i terroristi somali”: i terroristi si spostano, riaffiorano carsicamente in un altro paese, godono di un’aura di invincibilità e di persecuzione da parte dei poteri forti che li rende “cool” e l’immagine dell’occidente finisce per deteriorarsi fino a rassomigliare a quella del patetico Wile E. Coyote alle prese con l’imprendibile ed invincibile “struzzo” Beep Beep.

In questo modo gli jihadisti sono consacrati agli occhi di migliaia di giovani musulmani che vedono i droni e i missili occidentali che causano eccidi di civili e che decidono a loro discrezione quali siano i tiranni da abbattere e quali invece quelli da sostenere anche contro la volontà dei loro sudditi.

In particolare, nel Mali, l’intervento francese in appoggio al Sud del Mali servirà solo a rinsaldare un’alleanza tra tuareg e jihadisti che era in crisi e che ora troverà nuovo vigore, con migliaia di combattenti che conoscono molto bene la regione e le tecniche di guerriglia.

Invece di isolare i terroristi dalla popolazione, quest’ultima si rassegnerà all’idea che sono l’unica autorità che possa tenere insieme il nord del Mali e proteggerli dalla pulizia etnica dei maliani del sud.

Contemporaneamente, il Sud del Mali diventerà uno stato fantoccio della Francia, tenuto in vita a forza per evitare l’anarchia, non diversamente dal Vietnam del Sud degli anni Sessanta e Settanta. L’unico risultato sarà quello classico (es. Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan): frammentazione e partizione dello stato, islamizzazione e terrorismo.

Poiché queste cose ormai non possono non saperle, ne consegue che lo fanno apposta: ordo ab chao.

L’obiettivo primario è la destabilizzazione dell’Algeria

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/23/fallimento-in-siria-ci-si-gioca-lalgeria/

e il controllo del Niger

http://www.lettera43.it/cronaca/africa-occidentale-forse-una-base-per-droni-usa_4367581683.htm
il Mali consente di prendere due piccioni con una fava.

Non tengono però conto del fatto che il boccone è troppo grosso persino per la NATO – evidentemente danno per persa la Siria, ma poi dovranno spiegare la cosa a milioni di persone che per mesi hanno ascoltato una singola versione dei fatti (“mancano pochi giorni alla caduta di Assad”, “la popolazione siriana non lo tollera più”, ecc.). Hanno commesso un enorme errore strategico.

LE VOCI DEL DISSENSO

“Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara”.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

“Il Mali, un paese amico, crolla. Gli jihadisti avanzano verso sud, e c’è una certa urgenza.

Ma non facciamoci prendere dal riflesso condizionato della guerra per la guerra. Quest’unanimità per l’andare in guerra, questa evidente precipitazione, argomenti già sentiti sulla “guerra al terrore”, mi preoccupano. Questa non è la Francia. Dovremmo aver tratto delle lezioni dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia. Queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario, hanno rinfocolato il separatismo, il fallimento degli Stati, la ferrea legge delle milizie armate.

Non hanno permesso di sconfiggere i terroristi che sciamano nella regione. Al contrario, ne hanno legittimate di ancora più radicali.

Nessuna di queste guerre ha assicurato la pace in una data regione. Al contrario, l’intervento occidentale ha consentito a tutti di scaricare le proprie responsabilità.
Peggio ancora, queste guerre sono un ingranaggio. Ciascuna crea le precondizioni per la prossima. Sono le battaglie di una singola guerra che si sta espandendo dall’Iraq verso la Libia e la Siria, dalla Libia verso il Mali inondando il Sahara con il traffico di armi di contrabbando. Tutto questo deve finire.

Nel Mali, non esiste una sola premessa per un successo finale. Combatteremo al buio, privi di un obiettivo bellico. Arrestare la progressione jihadista verso sud, riconquistare il nord, sradicare le basi AQIM: ciascuna di queste è una guerra a parte.

Noi ci dovremo battere da soli, senza un solido partenariato maliano. La rimozione del presidente a marzo e del primo ministro a dicembre, il collasso di un esercito del Mali segnato dalle divisioni, il generale fallimento dello Stato, a cosa ci appoggeremo?

Combatteremo nel vuoto per mancanza di un forte sostegno regionale. La Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale si muove al rallentatore e l’Algeria ha espresso la sua contrarietà.

Solo un processo politico è in grado di portare la pace nel Mali.

Ci vuole una dinamica nazionale per la ricostruzione dello stato del Mali. Puntiamo sull’unità nazionale, sulle pressioni sulla giunta militare, sul processo di garanzie democratiche e dello Stato di diritto attraverso politiche di cooperazione forti.

Occorre anche una dinamica regionale, coinvolgendo l’Algeria, che ha un ruolo centrale in quell’area, e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, per promuovere un piano di stabilizzazione del Sahel.

Serve infine una dinamica politica per negoziare, isolando gli islamisti ed accordandosi con i tuareg su una soluzione ragionevole.

Come è possibile che il virus neoconservatore abbia potuto conquistare tutte le menti? No, la guerra non è la Francia. È tempo di porre fine ad un decennio di sconfitte. Dieci anni fa, in questi giorni, eravamo riuniti alle Nazioni Unite per intensificare la lotta contro il terrorismo. Due mesi dopo è iniziato l’intervento in Iraq. Da allora in poi non ho mai smesso di impegnarmi per risolvere le crisi politiche e per uscire dal circolo vizioso della forza. Oggi il nostro paese può fare da battistrada per abbandonare questo stallo bellico, se si inventa un nuovo modello di impegno, fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni dei popoli e sul rispetto per la diversità. Questa è la responsabilità della Francia di fronte alla storia”.

Dominique de Villepin, ex primo ministro francese

http://www.lejdd.fr/International/Afrique/Actualite/Villepin-Non-la-guerre-ce-n-est-pas-la-France-585627

Autore del celebre ed “eroico” discorso contro la guerra in Iraq, che non gli è mai stato perdonato dai neocon

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/25/la-nostra-capacita-di-costruire-un-mondo-migliore-buon-natale/

“La questione della guerra è entrata prepotentemente dentro la campagna elettorale. Si è aperta un’interessante dialettica fra Sel e il Pd, quest’ultimo immediatamente pronto a sostenere Hollande e a rendersi disponibile per un’avventura italiana. In effetti che non si tratterà di una marcia trionfale se ne è accorto anche Il Sole 24 Ore che dedica al tema l’editoriale di oggi firmato da Vittorio Emanuele Parsi (docente alla Cattolica di Milano, se non ricordo male): “Le guerre inutili dell’Occidente“, un articolo e un titolo sorprendenti per il luogo dove sono collocati. Come giustamente scrive Parsi: “più diventavamo consapevoli della insufficiente efficacia dello strumento militare e più ci abbiamo fatto ricorso: in parte perchè le circostanze lo consentivano in virtù della nostra straordinaria superiorità logistica e tecnologica; in parte perchè non sapevamo che altro fare in assenza di un altrettanto rampante superiorità politica”. Eh già, proprio così: l’Europa come soggetto politico non esiste”.

Alfonso Gianni, 18 gennaio 2013

“Sono deluso dalle potenze occidentali. Adesso, ad esempio, c’è la Francia che si è impegnata in Mali. Vorrei chiedere: qual è lo scopo reale del coinvolgimento militare, adesso, della Francia? È ancora una ri-colonizzazione? … Quando vedo interventi di altri Paesi europei, quando si decide – ad esempio – che non si daranno più aiuti finanziari a questo Paese, non si concederà più questo o quell’intervento, io mi domando: è proprio per fare fronte a quella crisi, oppure per creare una situazione molto più difficile, di dipendenza sempre maggiore dall’Europa?”

Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, capitale del Ghana

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“L’intervento francese sa molto di un’ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi.  Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano”.

padre Alberto Rovelli, per vent’anni missionario dei Padri Bianchi in Mali

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“Quando si entra in un conflitto, si accendono dei fuochi che poi non si possono spegnere. E se la cura fosse peggiore del male? Il Burkina Faso e l’Algeria sono particolarmente restii all’idea di un intervento militare e sono due paesi estremamente importanti in quell’area. Senza un loro coinvolgimento le difficoltà si moltiplicheranno. Non sarà un intervento militare a risolvere la questione dell’unità del Mali, soprattutto quando si vede che il Mali è uno stato al collasso. Prendere il controllo del Nord senza che vi sia alcun fattore di disciplinamento equivale a fondare l’intera impresa sul vuoto”.

Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere – Francia, attuale direttore di ricerca presso la Fondazione Medici Senza Frontiere

http://www.journaldumali.com/article.php?aid=5513

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In Mali per ragioni umanitarie

“È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa – anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” – ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima”.

Lucio Caracciolo

http://temi.repubblica.it/limes/quel-che-resta-del-colonialismo/41614

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“Mali, la guerra per l’uranio. Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio, oltre a petrolio e gas”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37528.html

“I movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger. La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e ad avanzare verso Bamako.

Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigerini cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012″.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37532.html

“Per il momento, non vogliono testimoni nè giornalisti pullulando nella zona del conflitto. Non vi chiedete per caso perchè non avete ancora visto nessuna immagine di quello che sta succedendo sul terreno? Dove sono le vittime? I feriti? Gli edifici bombardati? Le truppe in combattimento?

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente si può pensare che si stia cercando di evitare che si producano nuovi sequestri o di garantire la nostra sicurezza. Ma il risultato è solo uno: si sta occultando la possibilità di informare, e pertanto, si sta attaccando la libertà di stampa, e la verità. Ricordo una frase che ho imparato all’università (credo che non sia stato al bar, ma non ne sono sicuro), e diceva che “nelle guerre la prima vittima è la verità”. E in questa, come in altre, si corre lo stesso rischio se non arrivano presto i giornalisti al fronte.

E se il problema è la nostra sicurezza, solo aggiungo che ognuno dei giornalisti presenti in Mali è cosciente dei pericoli che può o che vuole assumere, e ognuno arriverà fino a dove gli sembri ragionevole nel suo desiderio di informare nella maniera più veridica e adeguata. Quello che voglio dire è che siamo persone adulte. Quello che voglio dire è che non mi piace che mi si limiti nel mio dovere di informare. E che i miei rischi sono miei, e solo miei. Non so come voi la vedete”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37538.html

Come la destra ha spazzato via la sinistra nel giro di una generazione

Il magnifico capolavoro della destra è stato quello di far credere alla sinistra di essere ancora tale, pur avendo abbracciato una dottrina di destra (neoliberismo). Questo non sarebbe stato possibile senza il tradimento più o meno consapevole di vari “generali” della sinistra, come D’Alema, Veltroni, Enrico Letta, ecc..

Il trionfo è stato totale.

Oggi il maggior partito della sinistra è ormai perfettamente integrato nell’area moderata di centro-destra, con programmi di governo difficilmente distinguibili da quelli dei partiti di centro destra. Fino a qualche mese fa uno stupefacente 20% dei suoi potenziali elettori era convinto che Mario Monti fosse un uomo di sinistra.

Se Matteo Renzi vincesse le primarie ci sarebbe un leader di destra che guida un partito di sinistra (di nome, se non di fatto) al governo:
https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/17/sto-con-marchionne-si-al-nucleare-si-al-tav-io-i-referendum-per-lacqua-non-li-voto-matteo-renzi/
E’ già successo con Tony Blair, non è improbabile che succeda anche in Italia:
https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/15/matteo-renzi-giovane-rampante-plastico-pericoloso/

Onore al merito.

Ma com’è potuto accadere?

La destra ha applicato scrupolosamente le raccomandazioni di Sun Tze (Sun Tzu) contenute nel suo celebre “L’Arte della Guerra” e quella di Adolf Hitler contenute nel “Mein Kampf”.

Sun Tzu:

“Quando il nemico è unito, dividilo.

Il segreto per creare le divisioni interne sta nell’arte di suscitare i seguenti cinque contrasti: dissensi tra i cittadini nelle città e nei villaggi; dissensi con gli altri paesi; dissensi all’interno; dissensi che hanno per conseguenza la condanna a morte; e dissensi le cui conseguenze sono i premi e le ricompense. Queste cinque specie di dissensi non sono che rami di uno stesso tronco.

Crea discordanze nello Stato avversario, semina la discordia fra i capi eccitandone la gelosia e la diffidenza, provoca l’indisciplina, suscita motivi di scontento creando difficoltà all’arrivo dei viveri e delle provvigioni

Corrompi tutto quel che c’è di meglio nel nemico con offerte, con doni, con promesse. Distruggi la fiducia nei suoi ufficiali inducendo i migliori di essi ad azioni vergognose e vili, e non mancare di divulgarle.

In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore. Catturare intatto un esercito nemico è meglio che  sterminarlo. Meglio catturare una divisione intatta che distruggerla: meglio catturare un battaglione intatto che distruggerlo: meglio catturare una compagnia intatta che distruggerla. Questo è il principio fondamentale dell’Arte della Guerra.

Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assieparle, e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate.

Soltanto un sovrano illuminato e un abile generale, capaci di utilizzare per le operazioni segrete gli uomini più intelligenti, possono essere certi del successo. In guerra le operazioni segrete sono essenziali: prima di fare qualsiasi mossa ci si deve basare su di esse”.

Adolf Hitler:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/12/hitler-vi-spiego-io-perche-la-gente-continua-a-mettersi-reverentemente-a-90/

COMMENTO DI MAURO POGGI (che ringrazio molto!)
“Il problema da noi, ma forse anche altrove, è che si vive la politica secondo gli stessi schemi mentali con cui si segue il calcio: una volta identificati con la squadra (partito) i tifosi (elettori) ne saranno sostenitori a prescindere da ogni evidenza.
Che il PD in particolare (ma anche SEL) abbia tristemente concluso la lunga parabola verso la deriva neo-liberista, è fatto conclamato. Eppure tutte le volte che ne ho discusso con amici suoi elettori ho trovato resistenze invalicabili, blocchi emotivi che impediscono di fatto l’esercizio di una ragione critica tutto sommato nemmeno troppo raffinata, tanto è l’evidenza delle cose.
Eppure se Bersani – a proposito del governo prossimo venturo – a domanda risponde di non essere preoccupato dei mercati perché i mercati “hanno imparato a conoscerci”, qualche riflessione sarebbe d’obbligo…
Temo a questo punto che non sia nemmeno un problema di elaborazione del lutto, qui la maggior parte nemmeno si è resa conto che c’è stato un decesso e che la salma puzza. In queste condizioni è difficile pensare che ci sia una possibilità di inversione di tendenza, almeno nel breve termine”.

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