L’Ucraina dopo il colpo di stato

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

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A scontrarsi con la polizia provvedono formazioni paramilitari bene addestrate, afferenti agli ultranazionalisti di Svoboda, del Pravy Sektor o di Spilna Sprava, fautori della “Ucraina agli ucraini”, segnati dai miti razziali otto-novecenteschi distillati dai teorici locali dello Stato etnico, profondamente russofobi, polonofobi e antisemiti. Sotto la pelle della piazza s’infiltrano provocatori di regime (titushki) e agenti più o meno collegati ai servizi segreti russi od occidentali, come si conviene nelle aree di crisi particolarmente strategiche.

A questo punto solo un negoziato fra tutte le forze interne ed esterne che partecipano alla battaglia d’Ucraina può impedire una prolungata guerra civile, che cambierebbe comunque il volto della Russia e dell’Europa. È tempo che Washington e Mosca scendano in campo non per sostenere i loro campioni locali, ma per salvare gli ucraini da se stessi e dagli europei che pretendono di salvarli. Obama e Putin hanno dimostrato di sapersi intendere, quando le alternative al compromesso sono disastrose. Il tempo stringe, nella speranza che non sia già tardi.

Lucio Caracciolo, Repubblica, 20 febbraio 2014

Quando è affidabile la fazione filo-occidentale che sta prendendo il controllo di Kiev?

L’accordo prevedeva il disarmo della bande che avevano attaccato i poliziotti. Sono ancora armate. Le elezioni dovevano essere anticipate a dicembre, ma ora si terranno il 25 maggio. Il parlamento ha rimosso dalla presidenza Yanukovich – senza aver raggiunto il quorum per essere legittimati a farlo (328 voti contro i 338 richiesti) -, che aveva appena firmato l’accordo, rendendolo di fatto nullo. Non erano interessati alla riforma costituzionale, a un governo di coalizione o a qualunque compromesso: volevano il potere, ad ogni costo.

Timoshenko era in buoni rapporti con Putin. Anzi, era in carcere per malversazione per aver favorito i russi di Gazprom in un accordo sul costo del gas. Non è insensibile a chi la paga bene. Potrebbe forse riuscire a evitare una guerra civile?

Guerra-Civil-Espanola-Agosto-Septiembre-1936RussianUseEnE quali saranno questi costi?

– L’arrivo al potere degli ultranazionalisti, omofobi, antisemiti e russofobi di Svoboda, che in precedenza hanno presentato in Parlamento disegni di legge per l’abolizione dell’aborto, il divieto di adozione di bambini ucraini da parte di coppie straniere, l’introduzione dell’identificazione etnica sui passaporti e certificati di nascita. Tiagnibok ieri, in parlamento, ha chiesto di vietare l’uso del russo in Ucraina. E’ degno di nota che i media se la siano presa con Putin per una legge contro la “propaganda gay” ai minori ma non si dicano preoccupati per l’ascesa di una formazione che ha ben altri piani per gli omosessuali ucraini o per chiunque non la pensi come loro e sia diverso da loro (tra parentesi, com’è che il totalitarismo omofobo, misogino, razzista, militarista e schiavista dei sauditi e dei qatarini non è sulle prime pagine dei nostri giornali?)

– Le regioni meridionali e orientali si stanno preparando a resistere anche con le armi ad un’eventuale cambio di regime palesemente anti-russo: se la Timoshenko non si muoverà con cautela e astuzia, la prospettiva è quella della creazione di un’Ucraina filorussa, più ricca, che rifiuterà l’autorità (in primis quella di tassare) di un’Ucraina filo-occidentale più povera (gli 11 distretti più poveri dell’Ucraina sono nella macroregione nord-occidentale che ha scatenato la rivolta, mentre 7 distretti del sud-est filorusso producono quasi metà del PIL ucraino: la “Padania ucraina” tollererà di essere governata da golpisti occidentali?) , che cercherebbe di assicurarsi il controllo della capitale, Kiev. La nuova capitale orientale sarebbe Kharkov, capitale di tutta l’Ucraina fino al 1936. La nuova Ucraina replicherà alle accuse dei leader occidentali rammentando loro che l’Occidente si è fatto paladino della sacralità dell’autodeterminazione dei popoli;

– L’Occidente dovrà farsi carico, in qualche modo, della parte povera dell’Ucraina, pur non avendo soldi per pagare i propri debiti con le imprese, i servizi pubblici, le pensioni e tantomeno per salvare banche nuovamente sull’orlo del collasso. Ci pensa il Fondo Monetario Internazionale: è già stato richiesto un prestito, che arriverà col suo corollario di austerità, licenziamenti di massa, congelamento dei salari e delle pensioni, crescita delle bollette, svendita dei beni pubblici, ecc.;

– I russi, aggrediti 4 volte in 200 anni da potenze europee (1812, 1914, 1919 e 1941), non staranno a guardare, come non lo farebbero gli Stati Uniti se Russia o Cina cercassero di installare un governo amico in Messico o in Canada. Ma cosa faranno? Resteranno sulla difensiva. L’esplicita volontà di apertura di Siria, Ucraina, Iran e Venezuela nei confronti degli Stati Uniti non è un sintomo di debolezza, ma della consapevolezza che il tempo gioca a loro favore e contro l’Alleanza Atlantica

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2014/02/11/quando-i-banchieri-si-suicidano-e-vengono-suicidati/

L’enorme errore commesso dai decisori occidentali è stato quello di credere di poter vincere un’altra volta la Guerra Fredda (o la Guerra Civil Española). La differenza, rispetto agli anni Ottanta, è che le parti sono invertite. È l’economia euroamericana a trovarsi sul bordo del precipizio ed è l’opinione pubblica occidentale a disprezzare e odiare i propri governanti ed oligarchi che, consci di questo, hanno istituito un sistema di sorveglianza e prevenzione di rivolte degno della DDR.

Il mondo si sta già schierando con lo sfidante, contro l’imbolsito campione in carica, che tipicamente sopravvaluta le sue forze e sottovaluta l’avversario

http://www.tmnews.it/web/sezioni/nuovaeuropa/leader-dell-apec-cantano-happy-birthday-per-il-61enne-putin-PN_20131007_00091_NE.shtml

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Come nel 1989, ma a parti invertite, è sufficiente che uno dei due contendenti attenda il collasso dell’altro, per poi proclamarsi vincitore. La differenza è che mentre nel 1989 la cosa avvenne con un minimo spargimento di sangue, questa volta gli oligarchi non hanno alcuna intenzione di togliersi di mezzo. Il loro obiettivo è chiaramente quello di reinventarsi gattopardescamente e, se possibile, sfruttare la crisi per realizzare la Perfetta Controrivoluzione, la rivoluzione finale. Sono irriformabili.

La variabile X di cui non hanno tenuto conto è la Natura (e quindi anche la natura umana). Gaia si è dotata di anticorpi e il virus psicopatico ha gli anni contati.

http://www.futurables.com/category/editoriali/

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Alto Adige, Baviera, Catalogna, Veneto, Parco della Vittoria, Viale dei Giardini – il Vaso di Pandora dei separatismi

Le qualifiche necessarie per sedere al tavolo globale e attrarre soluzioni globali finiranno progressivamente per coincidere non più con i confini politici che separano artificiosamente i Paesi, ma con unità geografiche più focalizzate […], in pratica le aree dove si svolge il vero lavoro e dove fioriscono i veri mercati. Ho chiamato queste unità “Stati-regione”…eccellenti porti d’entrata per l’economia globale, poiché tendono a formarsi proprio in base ai criteri dettati da quell’economia…debbono essere abbastanza piccoli da consentire ai loro abitanti di condividere gli stessi interessi in quanto consumatori e, nello stesso tempo, sufficientemente estesi da giustificare non tanto economie di scala (ottenibili a partire da una base di qualunque entità, tramite esportazioni verso il resto del mondo) quanto economie di servizio – ossia, le infrastrutture rappresentate dalle comunicazioni, dai trasporti e dai servizi professionali indispensabili per partecipare all’economia globale.

Kenichi Ohmae, economista neoliberista [“lasciate fare ai mercati e tutto si sistemerà”], “La fine dello Stato-nazione”, 1996

Ma come si è mai potuto pensare che l’ideale di una vita riuscita fosse l’indipendenza totale, ossia l’assenza di ogni obbligo e di ogni attaccamento, non soltanto verso Dio ma anche verso gli uomini? La libertà illimitata, infatti, non può essere un ideale dell’esistenza umana – del resto, non ne è nemmeno il punto di partenza.

Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia, 2012, pp. 132-133

L’indipendenza è una via percorribile e seria per un paese europeo nel XXI secolo? E poi con che fine e con che programma? Uscire dalla Spagna per rientrare come paese indipendente nell’UE migliorerebbe la situazione economica del popolo catalano? Il rebus, come si diceva all’inizio, non è di facile soluzione. E la classe politica catalana, al pari di quella spagnola, sta dimostrando di non averla trovata e nemmeno pensata questa soluzione, se non con le solite risposte unilaterali, semplicistiche e di corte vedute, fautrici, come la storia ci ha dimostrato, solo di più grandi sciagure. In una crisi senza precedenti come quella attuale, la soluzione si deve trovare insieme, non con la secessione, ma con la solidarietà reciproca

Steven Forti, Catalogna: nuovo Stato d’Europa?

http://www.politicaresponsabile.it/pensiero/853/catalogna-nuovo-stato-deuropa.html

Fino a qualche mese fa i sondaggi gli promettevano al leader di Convergenza e Unione (CiU) e presidente in carica, Artur Mas, almeno 68 seggi su 135, invece è sceso a 50 (contro i 62 conquistati nel 2010). Il presidente della regione catalana conferma che il referendum si farà “nei tempi previsti”, ma è difficile pensare che CiU riuscirà a governare in modo stabile con le formazioni indipendentiste di sinistra ed ecologiste che si sono opposte nel biennio precedente alle politiche economiche dell’attuale leadership.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/15910

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Il congresso della Südtiroler Freiheit, il movimento politico di Eva Klotz, ha votato ieri all’unanimità la proposta di referendum per separare la minoranza sudtirolese dall’Italia. L’intenzione emersa dall’assemblea del partito che si è tenuta ad Appiano è quella di votare due mesi prima delle prossime elezioni provinciali, nell’autunno del 2013. Tre i quesiti: rimanere in Italia, ritornare in Austria o autodeterminarsi come stato libero del Sudtirolo. Il referendum, è stato spiegato, sarà aperto «a tutti i cittadini con diritto al voto in Alto Adige». Circa trecento le persone presenti al congresso, tra cui anche esponenti di minoranze europee. La Südtiroler Freiheit aderisce infatti ad una raccolta di firme a livello europeo per ottenere il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Intanto il portavoce della commissione del Parlamento austriaco per le questioni altoatesine, Hermann Gahr, ha respinto nel modo più assoluto l’istanza di uno Stato libero del Sudtirolo, come riportato dal giornale Tiroler Tageszeitung.

Via dall’Italia, sì al referendum, Alto Adige, 25 novembre 2012

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Convocato un consiglio straordinario il 28 novembre per votare sul referendum per l’indipendenza veneta. La mozione del consigliere di Unione Nordest, Mariangelo Foggiato verrà discussa e sta già raccogliendo consensi, anche tra “insospettabili”.

Oltre ai pareri favorevoli di Lega e Pdl, il consigliere vicentino, Stefano Fracasso, è l’unico del Pd ad aver sottoscritto la richiesta di convocazione. “E’ proprio nei momenti di crisi che lo sguardo va lanciato un po’ lontano” ha dichiarato a Il Gazzettino. Con lui il rappresentante di Rifondazione Comunista, Pietrangelo Pettenò: “Con le opportune modiche si può approvare, anche il referendum si può fare purché non sia demagogia: lasciare l’Italia è fuori discussione, insistere sull’autodeterminazione del popolo veneto è doveroso – ha dichiarato, aggiungendo una frecciata ai colleghi di Fracasso – Quelli del Pd sono i più statalisti. Devono occupare lo stato per governarlo anche a costo di restringere spazi di democrazia: il governo Monti è il governo di Napolitano e del Pd, mica di Berlusconi”.

Resta solo da vedere se l’iniziativa sarà dichiarata inammissibile per motivi di incostituzionalità. La parola al consiglio veneto.

http://www.vicenzatoday.it/politica/indipendenza-veneto-referendum-stefano-fracasso.html

Referendum sull’indipendenza veneta, Zaia: “Voterei sì”

Domani in Consiglio regionale si discute sul referendum per l’indipendenza veneta proposto da Unione Nord Est e sostenuto trasversalmente.

„Se il voto fosse legale, come auspico, sulla scheda io segnerei si”’ anticipa Luca Zaia, presidente della giunta regionale, a proposito della discussione, domani, in Consiglio regionale, sulla proposta di un referendum sull’autonomia veneta, proposto da Mariangelo Foggiato di Unione Nordest“

”Sono per l’indipendenza perché il Veneto – spiega Zaia – ha determinati valori da tutelare e da promuovere e si sente senza dubbio piu’ vicino alla Baviera che alla Calabria”. Oltre ai pareri favorevoli di Lega e Pdl, il consigliere vicentino, Stefano Fracasso, è l’unico del Pd ad aver sottoscritto la richiesta di convocazione, mentre è entusiasta il consigliere di Rifondazione comunista, Pietrangelo Pettenò.“

http://www.vicenzatoday.it/politica/indipendenza-veneto-referendum-luca-zaia.html

‘L’autodeterminazione è il passaggio fondamentale per arrivare alla richiesta legittima di referendum per l’indipendenza. Referendum che si deve tenere rispettando le regole. Oggi non ci sono”. Lo ha detto il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, intervenendo all’assemblea regionale dove si sta discutendo del possibile referendum per l’indipendenza del Veneto. Zaia ha proposto la costituzione di un tavolo di ”autorevoli giuristi” per definire ”in maniera chiara” il percorso referendario ”affinché’ sia inquadrabile giuridicamente”. Un tavolo, ha precisato Zaia, a costi zero. ”Dopodiché’ ognuno deciderà secondo la propria coscienza”.

http://www.asca.it/newsregioni-Veneto__Zaia__prima_autodeterminazione__poi_referendum_indipendenza-1223785-.html

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La Baviera può farcela da sola … Der Spiegel ironizza, la FAZ prende la cosa sul serio, per la Merkel è un’altra grana, che si aggiunge alle tante che affliggono la sua coalizione. La Baviera vuole andarsene, o, almeno, c’è qualcuno – sempre di più –  che in Baviera vuole andarsene dalla Repubblica Federale Tedesca. La Germania è uno stato federale e in questo sistema la Baviera gode di particolari autonomie: Freistaat Bayern, libero stato di Baviera. Ha una sua costituzione e una lunga tradizione di autonomismo.  Ha un suo partito – la CSU – che è nella coalizione di governo ed è il più importante in Baviera. Ma oggi ai Bavaresi non basta più. Dal basso fioriscono le iniziative in cui si chiede di farla finita coi “Prussiani” e con un governo federale che sta svendendo il benessere bavarese ai poteri finanziari eurocratici. Così, anche nella CSU, che non vuole perdere il suo ruolo di rappresentanza territoriale, crescono le voci che invocano maggiore incisività nei rapporti con Berlino. Anche perché, in Baviera, guadagna sempre più consensi la Bayernpartei, partito politico apertamente separatista. Questo spiega perché sta diventando un best seller il libro pubblicato nello scorso mese di agosto dal giornalista Wilfried Schnargl: Bayern kann es auch allein, «La Baviera può farcela da sola», in cui il tema dell’indipendenza e della secessione sono trattati con toni che suonano di sfida aperta al sistema federale e al socialismo di stato della Merkel. Scharnagl ha avuto ruoli importanti nella CSU, come amico e consigliere di Franz Josef Strauss e come caporedattore del Bayernkurier. Il suo libro inizia con un appello ai suoi compatrioti: «è tempo ormai che la Baviera si sollevi!».

http://giuseppereguzzoni.blogspot.it/2012/09/se-la-baviera-se-ne-va.html

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La mia previsione? Scozia, Baviera e Corsica resteranno dove sono. La Scozia è solo uno specchietto per le allodole: gli Scozzesi vogliono più autonomia, non l’indipendenza; per questo Cameron ha approvato il referendum separatista al posto di quello sulla devolution. Sa di avere la vittoria in tasca.

Inoltre Alex Salmond, il leader dei nazionalisti scozzesi, è un ex consulente della Royal Bank of Scotland (famiglia Rothschild) per il settore petrolifero.

Germania, Regno Unito e Francia resteranno integri. I PIGS, invece, potrebbero essere fatti a pezzettini, per poi essere “privatizzati”. Il Belgio si spezzerà in 3 tronconi, con la parte germanofona e quella francofona assorbite da Germania e Francia e le Fiandre federate ai Paesi Bassi.

Qualcuno ha fatto notare che i movimenti separatisti europei – inclusi quelli in Jugoslavia e Cecoslovacchia hanno fatto il “salto di qualità” dopo l’unificazione tedesca. Il Movimento Lega Nord è nato il 4 dicembre 1989, poche settimane dopo la caduta del Muro di Berlino (forse con capitali bavaresi, cf. Saverio Vertone, “Padania e altre padanie: L’oro dal Reno? Finanza tedesca e Lega Nord”, Limes, (4), 1997, pp. 221-224)

Per approfondire:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/lucio-caracciolo-leuropa-e-finita-considerazioni-di-immenso-buon-senso-sulleuropa-sullitalia-e-su-altro-ancora/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/17/il-corriere-della-sera-pubblica-un-inno-alla-jugoslavizzazione-dellitalia-perche/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/23/la-geopolitica-dei-miti-etnici-la-morte-delleurozona-e-lavvento-dellimpero/

Eletto Obama, ora i PIIGS potrebbero lasciare l’euro (i pro e i contro)

Dopo le presidenziali americane si aprono 2 questioni: il futuro dell’eurozona e le mosse di Israele.

In questo post presento le due posizioni, pro e contro l’uscita della Grecia e dell’Italia dall’eurozona.

Rilevo però che, invariabilmente, non si toccano dei problemi che per me sono centrali:
– i poteri finanziari angloamericani e le destre di Nord e MittelEuropa sono da sempre a favore delle uscite dei PIIGS e della creazione di un euronucleo germanico;
– non si discute mai della possibilità (mi pare estremamente realistica) che l’abbandono dell’euro dia la spinta finale al secessionismo catalano, padano e sudtirolese in una fase storica estremamente tesa, in cui è più facile la violenza è più probabile ed in cui sarebbe bene restare uniti per cambiare le cose e tornare a parlare di autodeterminazione solo una volta che ci saremo liberati della dittatura dei mercati finanziari e del finanz-capitalismo;
– non è chiaro come l’uscita dall’euro possa restituirci una sovranità che comunque resterebbe nelle mani delle banche d’affari (il sotto-citato Bortocal se ne occupa);
– perché la California non dovrebbe salvarsi dal default abbandonando gli Stati Uniti? Perché il Maryland ed il Connecticut dovrebbero continuare a pagare per l’Alabama ed il Mississippi?

PRO E CONTRO

“La Grecia è davvero in corsa verso il default? E’ possibile che debba lasciare la zona Euro dopo le elezioni USA? Ci sono almeno cinque questioni per le quali sia possibile supporre un Grexit nelle prossime settimane: alcune sono strettamente collegate alle elezioni, altre a semplici questioni di tempo. Ecco, dunque, cinque ragioni che potrebbero determinare l’uscita della Grecia dalla zona Euro”:

http://www.forexinfo.it/Grecia-in-default-5-ragioni-che

Che cosa succede se la Grecia esce dall’euro? Pro e contro per Atene e gli altri Paesi dell’Ue

di Vito Lops, Sole 24 Ore, maggio 2012

L’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea prevede che un Paese membro, anche senza motivazioni particolari, può liberamente uscire dall’Unione europea. E di conseguenza, secondo l’opinione prevalente, anche dall’euro. Ma lo stesso articolo, e neppure altri del Trattato, non fanno riferimento a quali sarebbero le modalità di uscita e di ritorno alla valuta nazionale. In questo clima di caos dei mercati finanziari e di incertezza normativa la Grecia sembra più fuori che dentro l’euro.

La voglia di uscire dall’Eurozona è emersa in modo lampante nelle elezioni del 6 maggio dove i partiti anti-euro hanno giocato un ruolo da protagonista. Lo stesso Alexis Tsipras, il leader del partito della Coalizione delle sinistre radicali (Syriza) che ha cercato invano di formare un nuovo governo, fa parte della schiera di coloro che ben vedrebbero la Grecia fuori dall’euro.

[FALSISSIMO: Tsipras è categoricamente contrario all’uscita dall’euro come il 70-80% dei Greci a seconda dei sondaggi. Il 25-30% degli elettori greci che votano per lui lo sanno bene e lo votano ugualmente, NdR].

Ma cosa succederebbe alla Grecia (e agli altri Paesi dell’Unione) se davvero Atene si sganciasse dai cordoni del trattato di Maastricht?

Lo abbiamo chiesto a esperti del settore per valutare gli impatti che un tale shock avrebbe sui mercati finanziari e sull’economia reale.

Come sarebbe Atene senza euro

«Come tutte le mete e le strade inesplorate, anche l’uscita della Grecia dall’Eurozona avrebbe conseguenze non prevedibili sulla base delle esperienze passate -spiega Andrea Ragaini, ad di Banca Cesare Ponti -. Se il mondo fosse a “compartimenti stagni”, l’uscita della Grecia dal gruppo dei 17 non comporterebbe problematiche rilevanti: il peso percentuale del Pil greco su quello europeo è inferiore al 3%, il flusso di scambi internazionali è irrilevante ed anche il contributo alla governance europea non è certo determinante. Il mondo di oggi non è però fatto a compartimenti e i mercati finanziari vivono di aspettative. Il rischio è quindi che si individui un altro “candidato” all’uscita su cui concentrare l’azione ribassista; Spagna e Italia potrebbero essere i primi ad essere coinvolti nel fuoco della speculazione. Non sono quindi a nostro avviso stimabili gli effetti a catena dell’uscita della Grecia dall’area euro. Possiamo tranquillamente dire però che a livello interno la Grecia vivrebbe anni di caos economico e finanziario e, probabilmente, anche di forti tensioni sociali. Pensiamo quindi che i contro supererebbero i pro».

Secondo Vincenzo Longo di Ig Markets, il «Paese si ritroverebbe a partire da zero, con un’economia interamente da ricostruire senza aiuti o fondi provenienti dall’esterno. Inoltre il Paese potrebbe trovarsi isolato nei traffici commerciali con il resto dell’area. Da non trascurare che sarebbe seriamente minacciata anche la credibilità del Paese e questo complicherebbe la capacità di Atene di attirare capitali dall’estero. D’altro canto la Grecia potrebbe giovare della possibilità di decidere in piena autonomia la propria politica monetaria, che in questa fase di crisi potrebbe essere improntata verso una svalutazione della valuta locale, la dracma, per far ripartire l’economia. In uno scenario simile ci aspettiamo che il recupero che il Paese potrebbe avere sarebbe molto più lento e doloroso rispetto al salvataggio previsto dalla Ue».

Un’uscita della Grecia dall’euro? «Nel breve periodo comporterebbe molte difficoltà: tassi di interesse e inflazione in forte rialzo con grosse difficoltà a rinegoziare i prestiti dall’estero – sottolinea Gabriele Vedani, managing director di Fxcm -. Una condizione che avrebbe una ricaduta sulla società civile, si pensi ai mutui delle famiglie. Nel lungo periodo però lo sganciamento dell’euro potrebbe anche ridare fiato alla Grecia che un è un forte esportatore. Tra gli altri vantaggi Atene avrebbe una maggiore libertà di manovra su spesa pubblica e tasse. Ma è difficile stabilire se i pro supererebbero gli altissimi costi di uscita».

Costi di uscita tecnicamente imprevedibili secondo Massimo De Palma, responsabile asset management di Swiss & Global Asset Management Sgr. «È inevitabile che uscendo dall’euro ci sarà un ulteriore haircut con forti conseguenze sui possessori del debito che oggi è sempre più domestico. E poi ci sarebbero grossi problemi tecnici legati alla reintroduzione della dracma».

Tommaso Federici, responsabile gestioni di Banca Ifigest, non ha dubbi: «Il pro sarebbe solo uno, una maggiore competitività derivante da una svalutazione, presumibilmente di oltre il 50% rispetto ad euro e dollaro, della nuova dracma ma che sarebbe di scarso impatto date la scarsa propensione all’esportazione e alla bassa industrializzazione del Paese. Per non parlare di eventuali dazi che i Paesi dell’Eurozona potrebbero mettere sulle merci greche. Ovviamente i 110 miliardi di euro del primo prestito non potrebbero essere restituiti. I contro sarebbero tantissimi, primo fra tutti il conseguente Bank Run o corsa a gli sportelli. Tra gli altri effetti negativi di maggiore portata ci sarebbe il dimezzamento del valore di tutte le attività presenti nel Paese, l’impossibilità di poter consumare e acquistare materie prime e merci non presenti e non prodotte nel Paese perché più care di almeno il 50%, l’impossibilità per un tempo considerevole di poter tornare sui mercati finanziari per poter finanziare investimenti pubblici e privati».

Secondo Leonardo Bloch, responsabile investimenti mobiliari di Prisma sgr, «mentre l’assemblaggio della moneta unica è stato un esercizio tecnicamente relativamente semplice, il suo smontaggio parziale o globale sarebbe un vero rompicapo. A titolo di esempio, si consideri la questione della valuta in cui rinominare le passività verso l’estero. Se infatti è assodato che lo Stato sia dotato del peso giuridico per rinominare tutto il proprio debito in valuta nazionale, è altresì incerto se emittenti e mutuatari privati possano aver facoltà di procedere a un’analoga conversione nei confronti dei creditori esteri. Ciò provocherebbe problematiche quasi irrisolvibili nell’asset/liability management degli operatori economici – specie in quelli del settore bancario/finanziario – o in alternativa esporrebbe i creditori internazionali a perdite su cambi di rilevante entità. L’eventuale uscita greca dall’euro avrebbe l’ingrato compito di definire le linee guida tecniche di tali processi. È indiscutibile che già da sé la defezione di un componente avrebbe come inevitabile conseguenza uno sfavorevole repricing del rischio di tutte le economie meno stabili dell’area euro».

Le conseguenze sugli altri Paesi dell’area euro

Un’uscita della Grecia accentuerebbe nel breve periodo, a parer degli esperti, l’incertezza sui mercati e sui titoli dei Paesi periferici. «Stiamo già notando – continua De Palma – un ritorno dell’avversione al rischio. Una Grecia senza euro può anche essere vista come un fattore positivo perché l’Eurozona si libererebbe del suo anello debole, ma allo stesso tempo si andrebbero a guardare gli altri anelli, Portogallo, Spagna e anche Italia, che potrebbero essere colpiti da un ulteriore allargamento degli spread».

«Il maggiore pericolo resta a mio avviso la percezione che potrebbe succedere lo stesso a Irlanda, Portogallo e, soprattutto, a Spagna e Italia, il cosiddetto rischio contagio – argomenta Laura Tardino, strategist di Bnp paribas investment partners -. Credo che rimarrà “solo” una percezione – con effetti quindi potenzialmente molto negativi sui mercati finanziari, allargamento degli spread e discesa dell’azionario, che già vediamo in questi giorni, e di riflesso anche sull’economia reale, erogazione dei prestiti a imprese e consumatori ai minimi, – ma concretamente non credo che la Germania lo permetterà essendo queste economie importanti nel contesto europeo. Significherebbe ammettere il fallimento del progetto europeista. Non è comunque difficile immaginare cosa potrebbe accadere, se anche questi Paesi dovessero uscire dall’euro: svalutazione e inflazione con un aumento significativo dei fallimenti aziendali e un impoverimento legato al minor potere di acquisto».

«L’euro ne uscirebbe rafforzato perché si libererebbe di uno dei Paesi più deboli e problematici che tanto è costato alla comunità europea, dall’altro lato aumenterebbe in maniera enorme la pressione sugli altri Paesi deboli, Spagna, Portogallo e Italia», concorda Vedana.

Il fattore Germania

Insomma, gli esperti concordano che un’uscita della Grecia dall’euro (sostenuta largamente dalle attuali forze politiche) innescherebbe un caos imprevedibile, tanto per la Grecia quanto per i Paesi meno virtuosi dell’area. «L’unica a beneficiare della condizione attuale – sottolinea De Palma – è la Germania che ai tassi attuali sta ristrutturando il debito gratuitamente e sta aumentando le esportazioni».

Il problema dell’euro e l’euro?

Quale soluzione allora al problema? «Un’economia in difficoltà non può convivere con una valuta forte. L’Argentina ne è stato un esempio.
Se l’euro non svaluta, finanche l’Italia e la stessa Francia saranno destinate a soccombere
. È solo questione di tempo. In tal senso va vista positivamente la vittoria in Francia del socialista Hollande, perché potrebbe spingere al cambiamento: Eurobond, Bce con doppio mandato fino all’azzeramento dei tassi e a un quantitative easing (Bce che stampa moneta, ndr) che finalmente svaluterebbero l’euro – spiega Nicolò Nunziata, strategist di Jc&Associati -. La Grecia, come il Portogallo e l’Irlanda dovrebbero uscire, semplicemente perché al di là del rigore non avranno mai più alle attuali condizioni la capacità di crescere. La stessa Irlanda si sta salvando solo per l’aliquota bassa alle aziende estere ma in prospettiva in un contesto di maggiore integrazione dovrà rinunciare. L’importante è che l’uscita avvenga sotto la tutela del Fondo monetario internazionale. Ci sarebbe una svalutazione della nuova moneta e probabilmente sarebbe necessaria una ristrutturazione del debito, già pienamente scontata. A quel punto, come è successo in Argentina, potrebbero ripartire.

Un’uscita di questi Paesi per gli altri Paesi – prosegue Nunziata – potrebbe addirittura essere positiva, soprattutto se accompagnata da quelle misure di cui sopra. L’unico rischio è la resistenza della Germania, ma sono convinto che sarà superata, altrimenti continuando così si andrà inevitabilmente alla dissoluzione dell’euro, o all’uscita della Germania che sarebbe per tutti l’ipotesi migliore. Perché oggi è come se il Real Madrid giocasse in serie B».

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-09/cosa-succede-grecia-esce-122324.shtml?uuid=AbgZdzZF

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Dai mutui ai Btp: cosa succede se salta l`euro. Con il ritorno alla lira aumenterebbero le rate e si deprezzerebbero i titoli di Stato. Più cari anche benzina e hi-tech. E gli stipendi…

::: ANTONIO CASTRO  e TOBIA DE STEFANO, Libero, 26 luglio 2012

Cosa succede ai nostri mutui?

«Mutui e rate», spiega Roberto  Anedda, vicepresidente di MutuiOnline.it, «dovrebbero essere ricalcolati in base al concambio con la nuova moneta e quindi almeno nell`immediato non ci sarebbero perdite. Il problema è che con il passare del tempo la nuova lira tenderebbe probabilmente a svalutarsi rispetto all`euro e quindi il valore delle rate aumenterebbe proporzionalmente. In caso di prestito immobiliare a tasso variabile, poi, bisogna aggiungere l`ulteriore rischio dell`incertezza per il fluttuare dei tassi».

A proposito di tassi: Euribor (per il variabile) ed Eurirs (per il fisso) resterebbero gli indici di riferimento per calcolare gli interessi?

«Questa è la vera incognita. Perché se dovessero cambiare sicuramente lo farebbero in peggio. Nel senso che sarebbero applicati degli indici con un valore fondi più alto, con il conseguente aumento degli interessi da pagare».

E per chi un mutuo lo deve ancora fare?

«Oltre al rischio tassi di cui prima, va aggiunta la possibilità che gli spread applicati dalle banche tendano al rialzo, visto che anche i nostri istituti di credito pagherebbero di più per il denaro che prendono in prestito».

Come cambia il valore della casa?

«Le conseguenze naturali di un ritorno alla lira», sottolinea Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, «sono un`iperinflazione e il blocco degli investimenti all`estero. Insomma, i prezzi delle case sono destinati ad aumentare. In questo scenario, infatti, vivremmo un primo anno di grandi movimenti. In pratica, chi ha liquidità da spendere dovrebbe preferire il mattone. Ma non solo. Perché l`Italia diventerebbe molto attrattiva anche per gli investitori stranieri, penso ai classici fondi sovrani».

In sostanza, chi stava bene starà meglio e chi se la passava male se la passerà ancora peggio?

«Beh, lo scenario, soprattutto dopo i primi mesi di grandi scambi, dovrebbe essere proprio questo. Nel senso che i tassi dovrebbero salire alle stelle e quindi fare un mutuo diventerà sempre più difficile, mentre chi ha soldi da spendere avrebbe la possibilità di farla da protagonista sul mercato».

Che valore avranno i Titoli di Stato?

«La memoria corre al 1992», evidenzia Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di banca Alberdni Syz, «quando la lira uscì dallo Sme e i tassi si avvicinarono al 20%. Anche nel nostro caso i rendimenti potrebbero raggiungere gli stessi picchi con un riflesso in negativo sui titoli in portafoglio. Su un Btp scadenza 2017, tanto per fare un esempio, il prezzo dovrebbe subire una svalutazione di 5 o 6 punti, e si tratta di una previsione ottimistica. Mentre sui Bot la perdita potrebbe limitarsi a tre o quattro punti».

E se decidessi di portare il titolo a scadenza?

«Si tratta di titoli a cedola fissa che ovviamente resterebbero ancorati agli interessi previsti al momento della stipula, ma il vero rischio è che con tassi così alti nel lungo periodo l`Italia non riesca a ripagare il proprio debito».

E sui conti correnti?

«Non dovrebbe succedere nulla, ma il rischio è che il potere d`acquisto diventi nettamente inferiore rispetto a quello dell`era euro».

Quanto costerà fare il pieno?

Non c`è solo l`approvvigionamento energetico a preoccupare. L`Italia è un Paese privo di importanti materie prime. La svalutazione della nuova moneta comporterebbe acquisti in valuta forte (dollaro Usa, principalmente). Con una nuova lira svalutata di almeno il 25% (è questo il range individuato da una buona parte degli economisti), acquistare un barile di petrolio costerebbe almeno il 25% in più. Però, spiega Claudio Borghi, docente di economia degli intermediari finanziari alla Cattolica di Milano, chi ipotizza un litro di benzina a 4, 5 euro è fuori strada. Depurato il costo della materia prima delle accise (circa il 60%), resta il costo del greggio. «La componente oil, cioè il nostro prezzo del litro di benzina, da 50 passa a 75 centesimi perché svalutiamo del 50 e quindi dobbiamo pagarla in dollari e invece di pagarla 50 centesimi la paghiamo 75». Borghi propone anche un rimedio per evitare
rialzi: un «calo di 25 centesimi delle accise e il prezzo alla pompa non cambia». Difficile però che l`Erario possa fare a meno di un gettito tanto importante. Nel 2012 la fattura energetica dovrebbe toccare il record di 66,5 miliardi di euro, in crescita di oltre 4 miliardi rispetto a quella del 2011 (62 miliardi di euro). La stima dell`Unione petrolifera spiega anche che oggi la fattura energetica italiana pesa per il 4,4% sul Pil, il doppio rispetto ai primi anni del 2000. Impatti si avranno anche sulla bolletta del gas e della luce, ovviamente.

Il made in italy tornerà a crescere?

L`uscita ordinata dell`Italia dall`area euro non farebbe altro che riportare invitale compiante svalutazioni competitive. In sostanza i nostri prodotti (agroalimentare, moda, macchinari, beni di lusso) avrebbero un costo inferiore per i Paesi di acquisto con valuta forte. La domanda crescerebbe sensibilmente ridando fiato alle commesse e agli ordinativi, quindi, convincendo gli imprenditori ad investire e a fare nuove assunzioni per soddisfare la nuova domanda. Il che si traduce nell`immediato in una ripresa dell`occupazione. Di contro beni di lusso (come una Ferrari) con una svalutazione consistente, diventerebbero appetibili per fasce di pubblico oggi impossibilitate all`acquisto.

Cellulari e tablet: quanto costeranno?

Se è vero che la svalutazione porterebbe indubbi benefici ai prodotti italiani (e quindi all`occupazione e quindi anche in termini di ricchezza prodotta), acquistare un cellulare, un tablet o un computer diventerebbe molto più impegnativo. Dall`introduzione dell`euro i pezzi dei prodotti tecnologici sono calati di circa il 40%. Un ritorno ad una moneta svalutata farebbe aumentare il costo hi-tech dei prodotti importati. Insomma un cellulare che oggi costa 400 euro potrebbe arrivare a costarne anche 700.

Che valore avranno stipendi e pensioni?

Il passaggio dalla lira all`euro ha infranto i sogni del ceto medio. Chi nel 2000 guadagnava la bellezza di quattro milioni poteva certo essere ben più soddisfatto di chi oggi vede la busta paga languire a 2.000 euro. Se mai si dovesse abbandonare la valuta europea per una nuova moneta nazionale per gli italiani poco cambierebbe. La crisi del consumi insegna che gli italiani negli ultimi anni hanno mutato profondamente i comportamenti negli acquisti. Il risparmio delle famiglie italiane – tradizionale fiore all`occhiello del Belpaese – è stato eroso e il calo della spesa alimentare dimostra che c`è maggiore attenzione (e minore disponibilità economica), oltre che il timore per una fase economica recessiva della quale non si vede la fine.

Nuova lira, acquisti in saldo?

L`adozione di una nuova valuta di riferimento potrebbe far ripartire i consumi interni anche perché le industrie nazionali (ma anche quelle estere), hanno bisogno del potenziale di spesa di 60 milioni di clienti italiani. Come dimostrano le continue offerte promozionali della grande distribuzione il calo ha costretto supermercati (ma anche i piccoli esercizi) a mettere in promozione i prodotti per invogliare un consumatore sempre più accorto. Come nei primi mesi del 2000 con il passaggio all`euro – si è assistito ad un calo dei consumi, è ipotizzabile che i consumatori troveranno prezzi più contenuti. Una precisa strategia di marketing per evitare l`effetto boomerang e un’ulteriore retromarcia dei consumi. Certo l’inflazione rialzerebbe la testa, riducendo il potere d’acquisto.

http://www.segugio.it/rassegna-stampa/articoli/2012-08/12-07-26.LIBERO.MOL.pdf

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Claudio Borghi [economista docente dell’Università Cattolica di Milano, giornalista e ex managing director di Deutsche Bank]

Atene fuori dall’euro? Per l’Italia danni minimi. Già paghiamo per loro, Il Giornale, 5 maggio 2012

La bomba dell’uscita dall’eu­ro è finalmente stata messa al centro del tavolo. Tic­chetta minacciosa ma adesso la stanno guardando tutti. Meglio tar­di che mai: metterla sotto il tappe­to sperando che si disinnescasse da sola non è servito e adesso si co­mincia­ a fare i conti di quante vitti­me potrà fare.

Le stime che circola­no sono però quasi tutte viziate da un errore di base: si riferiscono in­fatti a danni potenziali rispetto ad una situazione intatta e ideale. Pur­troppo (o per fortuna) non è così. I danni di un’esplosione sono diver­si se l’ordigno scoppia prima o do­po un terremoto. Nel secondo ca­so la distruzione è largamente infe­riore perché la maggior parte del disastro è già avvenuta, anzi, in cer­ti casi far esplodere un edificio peri­colante potrebbe persino essere utile in quanto ne viene facilitata poi la ricostruzione. Cerchiamo quindi di dare uno sguardo senza pregiudizi a questo ultimo atto del­la crisi greca per poter iniziare un dibattito che troppo a lungo è stato rimandato. 

1) Se la Grecia esce dall’euro noi ne subiremmo conseguenze In realtà le conseguenze le stiamo già subendo. Lo spread, le tasse, la di­so­ccupazione e la recessione han­no tutti una matrice comune e stan­no già da tempo incenerendo ric­chezza. I mercati finanziari e gli in­vestitori non stanno fermi ad aspet­tare che la bomba scoppi: da mesi hanno cominciato a vendere in massa i titoli dei paesi deboli origi­nando quindi il famoso spread. Ciò ha già ridotto il valore dei ri­sparmi e sta appesantendo il bilan­cio statale, costretto a pagare tassi passivi più alti. Di sponda le conse­guenze sono già arrivate al­la vita re­ale nella forma della stretta al credi­to e dei mutui a tassi molto elevati.

Quando e se la Grecia uscirà dal­l’euro sarà cosa già anticipata dai mercati, così come già presente nei prezzi attuali dei titoli italiani c’è la percentuale di rischio che an­che noi, prima o poi, ne seguiremo le tracce. L’effettivo ritorno alla dracma significherà semplice­mente un rischio maggiore di usci­ta di altri paesi percepito dai mer­cati, non di certo una sorpresa. Mi­nimale sarà invece l’impatto sulla bilancia commerciale italiana ma anch’esso non positivo, in quanto la Grecia è pur sempre una contro­parte commerciale. 

2) Quali sono le differenze fra Italia e Grecia La posizione del­l’economia italiana di fronte ad un rischio di uscita dalla moneta uni­ca (con conseguente svalutazio­ne) è molto migliore rispetto a quella ellenica. Atene importa tre volte più beni rispetto a quelli che esporta, con alimentari ed energia a guidare la lista delle importazio­ni. In caso di ritorno alla dracma i greci dovrebbero subire sia la fine degli aiuti finanziari della Ue che un aumento pesantissimo dei co­sti delle importazioni, non facil­mente sostituibili con prodotti do­mestici. Si capisce quindi il perché la Grecia è stata costretta a soppor­tare i diktat europei, visto il suo mi­nimo potere contrattuale. Molto differente è la situazione italiana: oltre ad avere un avanzo primario le nostre esportazioni verso l’este­ro compensano quasi esattamen­te le importazioni, principalmen­te costituite da energia e altri pro­dotti che, però, sarebbero in molti casi facilmente sostituibili con pro­duzioni interne. Una svalutazione rilancerebbe fortemente i consu­mi interni e l’export così come av­venuto dopo il ’92 quando uscim­mo dallo Sme e come è accaduto dopo le pur drammatiche svaluta­zioni di Argentina e, recentemen­te, Islanda. Il maggior costo del pe­trolio, invece, essendo in gran par­te fiscalizzato, potrebbe essere am­mortizzato con una corrisponden­te riduzione delle accise. Non di­mentichiamo che i problemi sono generalizzati, non solo nostri, e una svalutazione italiana (se gesti­ta prima che le cose peggiorino ul­teriormente) difficilmente sareb­be prevedibile oltre il 20%.

3) Quali sarebbero le grandezze

Gran parte dei circa 9.500 miliardi della ricchezza nazionale lorda è costituita da beni che il cui valore non dipende da cambi di moneta: come gli immobili, le partecipazio­ni o i titoli esteri. Vengono invece impattati i titoli di debito domesti­ci, soprattutto detenuti da soggetti esteri che otterrebbero un rimbor­so in una valuta di valore inferiore con conseguente default sulle ob­bligazioni. Anche in questo caso per la maggior parte la bomba è già scoppiata: il valore largamente in­feriore dei nostri Btp rispetto ai Bund tedeschi incorpora già ab­bondantemente questo rischio. Difficile aspettarsi molto di peggio rispetto a quanto già accaduto ed in ogni caso le conseguenze sareb­bero più per gli investitori esteri che per quelli domestici. Rimane l’incognita dei depositi che, se l’uscita dall’euro fosse gestita in modo ordinato, potrebbero an­che essere mantenuti in euro, al pa­ri di un normale conto in valuta, di­sattivando il rischio di fughe disor­dinate di capitali (peraltro già da tempo in atto per causa del fisco). Ci sono alternative? Certamen­te, ma adesso con l’eurobomba sul tavolo si dovrà forzatamente fare i conti con essa, confrontando i pro e i contro di ogni scelta. Le nostre carte sono meno disastrose di quel­lo che pensiamo e potremmo gio­carci bene la partita. Basta volerlo.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/atene-fuori-dall-europer-l-italia-danni-minimi-gi-paghiamo.html

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Paolo Becchi, Liberarsi dei vincoli della moneta si può, Libero, 22 giugno 2012

Nella discussione sulla «crisi» della moneta unica e sulle possibilità di uscita dall’euro, ci siamo finalmente liberati di un tabù economico. Dopo le prese di posizioni di molti autorevoli economisti, anche alcuni dei partiti che sostengono l’attuale governo sono stati costretti ad ammettere che un ritorno alle monete nazionali potrebbe presentare, dal punto di vista economico, una serie di vantaggi.

Ma lo spettro della «catastrofe economica», scacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto mentite spoglie, quelle della «catastrofe politica». Si ammette che uscire dall’euro potrebbe rappresentare una soluzione meno dolorosa dell’agonia provocata dall’attuale unione monetaria, ma, nel contempo, si alza la posta in gioco: ciò provocherebbe, infatti, «forti rischi» sia per la democrazia politica che la stessa integrità dello Stato nazionale.

Tale è la tesi sostenuta da Angelo Panebianco, in un recente intervento sulle pagine del Corriere della Sera («Moneta unica e democratica», 21 Giugno 2012): la fine della moneta unica annuncerebbe, ora, una «catastrofica dissoluzione di quasi tutto ciò che è stato costruito in sessanta anni di integrazione europea». Secondo Panebianco, la stabilità del sistema politico e democratico italiano sarebbe inseparabile dalla presenza di un «vincolo esterno». L’Italia avrebbe, in altri termini, trovato la propria stabilità non tanto nelle proprie tradizioni culturali e politiche, quanto da una sere di vincoli e costrizioni esterne («la Nato e, per essa, il rapporto con l’America, la Comunità europea in subordine») senza le quali la stessa unità nazionale sarebbe stata destinata a disgregarsi dall’interno. Senza la moneta unica, sembra doversi concludere, verrebbe meno non tanto la stabilità economica dei Paesi europei, quanto la stessa esistenza dell’Italia, dello Stato-nazione.

Ora che lo spauracchio della «crisi economica» è stato smentito, ecco dunque farsi avanti l’incubo politico, ed il suo scenario catastrofista: democrazia a rischio, vuoti improvvisi di stabilità, forse la guerra civile. Ma noi non possiamo permetterci, soprattutto oggi, questa assuefazione alla catastrofe, questo senso di paura di vedere lo Stato disgregarsi («Né disgregazione né assuefazione», era il titolo di uno splendido editoriale di Claudio Magris, scritto nell’annus horribilis della Repubblica 1993).

La realtà è, tuttavia, rovesciata. È, infatti proprio la moneta unica che costituisce, oggi, il «vincolo esterno» che impedisce all’Italia di poter rivendicare la stessa sovranità e stabilità interna. È la moneta unica che è in crisi perché non è stata uno strumento efficiente nel favorire quel processo di unificazione politica dell’Europa a cui era preordinata. L’integrazione politica degli Stati era stata pensata al fine di evitare altri milioni di morti in Europa, ma ha finito per produrre miseria e desolazione.

La presenza di costrizioni ed influenze esterne sul nostro Paese, inoltre, è proprio ciò che ha impedito all’Italia di divenir nazione, per restare un Paese irrisolto e debole, una patria «mancata» e contestata, uno Stato-ombra, una provincia, un’espressione geografica. Proprio quei «vincoli esterni» hanno reso possibile l’«anomalia» italiana, la sua «nazionalizzazione contrastata ed imperfetta » (Soldani-Turi). Panebianco sembra confondere la «stabilità» di una nazione con la sua dipendenza economica e politica. E se si può dire che questo Paese è rimasto «stabile» proprio perché gli è stato impedito di divenire una nazione, allora, proprio dal punto di vista politico, varrebbe la pena di domandarsi se non sia finalmente giunto il momento di liberarsi da questa stagnante «stabilità».

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10470

QUI UNA RACCOLTA DI ARTICOLI IN FAVORE DEL RITORNO ALLA LIRA

http://www.ritornoallalira.it/

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Giovanni De Mizio, L’Italia fuori dall’euro? Ecco cosa accadrebbe

Negli ultimi tempi, complice l’aggravarsi della crisi economica, si sta facendo strada l’ipotesi che per uscire dalla recessione possa essere utile l’uscita dell’Italia dall’euro e la conseguente svalutazione della nuova lira. Il motivo è lo stesso già attuato altre volte nel corso della vita della Repubblica, e cioè rendere più competitivi i prodotti italiani all’estero. In altre parole, dicono i favorevoli alla svalutazione, le imprese potrebbero vendere più facilmente i propri prodotti all’estero, produrrebbero di più, assumerebbero di più e tutti vivrebbero felici e contenti.

I motivi per cui questa teoria è una sciocchezza sono innumerevoli: basterebbe cominciare con il chiedersi “se l’Italia ha già svalutato più volte la lira in passato, come mai il Paese non cresce da vent’anni e ora è con l’acqua alla gola?”. La risposta risiede in un principio fondamentale dell’economia, cioè che ogni scelta di politica economica richiede un trade-off, ovvero richiede di rinunciare a qualcosa in cambio di un beneficio. Nel caso della svalutazione, il beneficio è una crescita più forte (o meno debole) nel breve periodo, in cambio, però, di una crescita più lenta (se non addirittura ferma o negativa) nel lungo periodo, a parità di altre condizioni.

L’arma della svalutazione aveva ancora un senso in passato quando i prezzi delle materie prime (come il petrolio) erano molto bassi, i salari erano ridotti ai minimi termini e l’unico modo per vendere i prodotti italiani era portarli all’estero: una facile scorciatoia per permettere l’accumulo di un capitale che dopo la guerra non esisteva più, favorendo gli investimenti e la crescita dei salari, così come ha fatto la Cina negli ultimi anni. Tuttavia, man mano che l’Italia è diventata un’economia moderna e integrata, la scorciatoia della svalutazione ha rappresentato la via più breve verso l’abisso.

Si può immaginare che l’Italia decida di uscire dall’euro: la nuova lira nascerebbe debolissima, nessuno la vorrebbe (neanche gli italiani, se potessero), i capitali sparirebbero dal Paese, e la svalutazione sarebbe poderosa, nell’ordine del 30-50%. Un ipotetico tentativo di sostenere la moneta brucerebbe velocemente le riserve (come sta avvenendo nella per nulla tranquilla Argentina).

Il lato positivo della medaglia della svalutazione, abbiamo detto, è che le merci italiane si venderebbero più facilmente all’estero. L’altra faccia della medaglia è che le merci estere diventerebbero più costose, sia per i consumatori che per le imprese. In primo luogo il petrolio (che con il gas naturale è il prodotto che più contribuisce alla parte negativa della bilancia commerciale) diventerebbe enormemente più caro di adesso e i prezzi di energia e carburante, già oggi altissimi, finirebbero alle stelle. Dato che tutte le imprese utilizzano energia, una parte dei più elevati guadagni dovuti alle esportazioni verrebbero bruciati dai costi che lievitano. Lo stesso vale per gli stipendi, destinati ad alzarsi con ulteriore aggravio per le imprese, a meno che non si voglia lasciare che perdano ulteriore valore reale, che poi è una delle ricette già oggi imposte da Bruxelles e Berlino a Irlanda, Grecia e Portogallo.

Le imprese che vogliono innovare e crescere, inoltre, si ritroverebbero in forte difficoltà: nel mondo globalizzato moderno moltissimi prodotti vengono costruiti utilizzando input prodotti nei punti più disparati del pianeta. Un iPhone americano, per esempio, viene assemblato in Cina con i processori coreani della Samsung, gli schermi della giapponese Sharp (in futuro) e molti altri pezzi come gli accelerometri, nati ad Agrate Brianza: Apple può permettersi di acquistare questi pezzi in virtù della forza del dollaro. Un’impresa italiana munita di liretta non potrebbe mai pensare di fare lo stesso, e un’azienda come la FIAT avrebbe una ragione in più per lasciare Torino destinazione Detroit.

Il risultato sarebbe che i prodotti italiani non standardizzati (come auto e dispositivi elettronici) finirebbero per essere prodotti con materiali più scadenti, un po’ come gli smartphone cinesi, e poi venduti sul mercato a prezzi stracciati, in un processo chiamato dumping, con un duplice corollario: le imprese concorrenti estere non dovranno fare altro che migliorare la qualità dei propri prodotti per buttare fuori le aziende italiane dalle fasce alta e media del mercato (le più redditizie), mentre il marchio Made in Italy, che dovrebbe essere sinonimo di qualità, ne risulterebbe decisamente indebolito.

La verità è che l’Italia già da tempo non riesce a competere su molti mercati ad alta innovazione: il Paese, per fare alcuni esempi, non produce computer, e i medicinali sono importati o al massimo prodotti su licenza in Italia (il problema vale più in generale per l’intero settore chimico, oggi pressoché di appannaggio estero). Una svalutazione non aiuterebbe a sviluppare settori di questo tipo, poiché diventerebbe enormemente più oneroso l’acquisto di know-how e tutto quanto necessario per competere in questi mercati.

Si potrebbe dunque prendere in considerazione l’ipotesi che l’Italia possa vendere all’estero prodotti standardizzati (come le derrate alimentari) oppure prodotti tipici (ad esempio i vini, i formaggi). Il problema è che anche in questi casi le aziende avrebbero bisogno di una moneta relativamente forte: anche questi settori necessiterebbero di input importati (non solo la già citata energia: i metodi di produzione di molti prodotti “tipici” sono stati profondamente cambiati dall’innovazione tecnologica nel corso degli ultimi decenni). Ma soprattutto, perché questi prodotti possano essere venduti, avranno bisogno di adeguata promozione in loco, che andrà pagata inevitabilmente in valuta locale. L’Italia esporta oggi gran parte del proprio prodotto destinato all’estero verso Paesi con moneta più forte dell’eventuale liretta (Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti) e i costi per la promozione lieviterebbero per via del cambio meno favorevole. E certo non si può pensare di vendere un prodotto che nessuno conosce: la pubblicità è l’anima del commercio ovunque.

A chi gioverebbe dunque la svalutazione? Non alle imprese che desiderano innovare e dunque contribuire attivamente alla crescita di lungo periodo, che poi è l’unico tipo di crescita economica che dovremmo avere a cuore. La svalutazione darebbe respiro alle imprese che non vogliono innovare, come le ostinatissime piccole imprese che vogliono rimanere tali, che vogliono produrre gli stessi prodotti, con gli stessi metodi di produzione, destinati a diventare obsoleti, poiché una lira debole proteggerebbe queste imprese dalla concorrenza delle più innovative, frizzanti, ricche imprese straniere. Per poco, però: con il tempo queste ultime riuscirebbero, con innovativi metodi di produzione, ad abbassare i costi e dunque i prezzi (come è normale in un mercato concorrenziale vero), e/o a migliorare la qualità dei propri beni, spazzando via le vetuste aziende italiane.

La svalutazione della moneta, dunque, darebbe al massimo solo un po’ di ossigeno alle imprese nel breve periodo, ma nel lungo periodo i problemi strutturali dell’economia italiana tornerebbero presto a galla, come è già stato in passato, come è oggi. L’Italia ha già svalutato in passato, ma a nulla è servito e a nulla servirà finché il Paese resterà incrostato nel gioco di potere fra politica, caste, poteri forti e sindacati vari. Questo è il problema fondamentale dell’Italia: non la sua moneta.

http://www.dirittodicritica.com/2012/06/28/italia-monti-euro-49284/

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BORTOCAL  (blogger) CONTRO L’USCITA DALL’EURO

Ma al di là delle sue argomentazioni, mi interessano di più le ulteriori riflessioni:

“…mica mi sfugge, e non credo sfugga neppure a chi mi legge, che questi studi sono fatti dal punto di vista di quegli investitori finanziari che detengono i crediti, di queste potenze che superano di gran lunga la potenza economica di un medio stato come l’Italia, di questi nuovi feudi antidemocratici cresciuti alle nostre spalle e a nostra insaputa, mentre noi eravamo beatamente occupati a spendere al di sopra delle nostre forze, indebitandoci con loro.

sono loro che controllano in realtà la finanza mondiale: ed è chiaro che, se la massa dei derivati è pari da tre a sette volte la ricchezza reale, cioè il valore, del pianeta terra, sono loro che dirigono le danze delle nostre vite.

è dunque perfettamente inutile agitarsi contro i governi che ne sono succubi, se non andiamo a cogliere dove stanno le radici del male e non troviamo un modo per liberarci di loro: finché esisterà una finanza con una potenza simile, qualunque governo che non sia rivoluzionario dovrà cercare di entrare a patti con loro, e dunque perseguirà una politica economica volta a salvarli.

Le radici del male: la massa enorme del potere finanziario, così enorme che non corrisponde neppure più a valori reali!

ecco il punto, ecco il punto: i fondi che i grandi speculatori internazionali ci prestano NON SONO REALI, non corrispondono a nessun valore reale.

siamo entrati nel mondo della finanza virtuale; siamo indebitati con persone che ci prestano a loro volta i loro futures, che ci fanno credito sulle loro speranze di guadagno.

questo enorme castello di carte si tiene in piedi come una specie di grande allucinazione collettiva: noi lasciamo alle grandi finanziarie di prestarci la moneta del domani, che ancora non esiste.

e se andassimo, tutti insieme, a vedere il bluff?

se cancellassimo dall’oggi al domani la moneta, ogni moneta?

se chiudessimo i grandi grattacieli della finanza, mandassimo a casa gli yuppies che ci lavorano, cancellassimo le liquidazioni miliardarie in euro e le pensioni da nababbi dei manager, garantendo a tutti soltanto una pensione minima garantita, se svuotassimo le banche?

se riscoprissimo il grande anno sabbatico degli ebrei antichi che ogni 50 anni cancellavano tutti i debiti e ricominciavano da capo?

e cancella a noi i nostri debiti, Singore, come noi li cancelliamo ai nostri debitori…             

http://bortocal.wordpress.com/2012/04/28/216-che-cosa-significa-uscire-dalleuro/

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E SE PER L’ITALIA FOSSE MEGLIO USCIRE DALL’EURO ?

DI JULES ROBERT

latribune.fr
Secondo le proiezioni della Bank of America & Merril Lynch, l’Italia e l’Irlanda avrebbero maggiori vantaggi se lasciassero la zona euro e adottassero una propria valuta. Al contrario, il paese che avrebbe più da perdere sarebbe la Grecia, e quello che potrebbe farlo nel modo più semplice, ma che non ne ha nessun interesse è la Germania.

L’Italia, il cui rating è stato appena degradato di due punti da Moody’s, non troverebbe la sua salvezza fuori della zona euro?

Il paese è, secondo l’agenzia di rating statunitense, esposto “al rischio di contagio” da Grecia e Spagna, e al rischio “di non essere in grado di ottenere finanziamenti dai mercati dei capitali” a causa di una crescita “debole” e di una “disoccupazione troppo alta”, che impediscono di soddisfare i propri obiettivi di riduzione del disavanzo.

Eppure Venerdì, l’Italia non ha avuto nessuna difficoltà a raccogliere 5,25 miliardi di euro sui mercati obbligazionari.

Mentre molti esperti si aspettano un “Grexit”, “Gli investitori sottovalutano la volontà di uno o più paesi di uscire dalla zona euro”, hanno sentenziato David Woo e Athanasios Vamvakidis.  Questi due strateghi del mercato dei cambi, esperti di Bank of America & Merril Lynch hanno concluso che l’Italia sarebbe il più grande beneficiario di una simile operazione tra gli 11 paesi che hanno adottato la moneta unica.

Facendo una analisi costi-benefici, hanno stilato una classifica basata su quattro domande su una eventuale uscita dalla zona euro:

– Quali sono le possibilità di uscire in modo ordinato?
– Quali saranno gli effetti di un’uscita sulla crescita economica?
– Quali sono gli effetti sui tassi di prestito?
– Qual è l’impatto sul bilancio economico del paese?

Avanzo primario per l’Italia

Nel primo caso, dove si prende in considerazione lo stato del bilancio pubblico e il conto corrente come una misura del rischio di uscita, senza una grave crisi nel settore, l’Italia occupa il terzo posto. L’Italia è davvero l’unico paese a realizzare un vero avanzo primario, con la Germania che è al primo posto, mentre la Francia è nona, come l’Irlanda.

Per la seconda domanda, che si basa sull’evoluzione delle esportazioni in caso di un effetto cambio più favorevole, l’Irlanda potrebbe trarre i maggiori benefici con un incremento del 7% della sua produzione, l’Italia segue con il 3%. Dall’altro canto la Germania sarebbe penalizzata con una riduzione dell’11% della sua produzione e la Francia arriva al quinto posto ma guadagna l’1%.

Sul terzo punto, sul tasso sul debito, è la Grecia, che trarrebbe maggior vantaggio da un’uscita, con una diminuzione del tasso di 2.200 punti base (bps), logicamente seguita da Portogallo e Irlanda, i tre paesi che hanno più accesso ai mercati dei capitali. L’Italia è al quinto posto (- 20 bp) seguita dalla Spagna (-80 bps). La Germania è il paese che ha più da perdere, con un aumento dei tassi di interesse di 80 bps, mentre la Francia occupa il settimo posto, senza alcun effetto.

Infine, per quanto riguarda il bilancio contabile del paese, stabilito tenendo conto della esposizione netta internazionale degli investimenti e applicando un deprezzamento della valuta, l’Irlanda si classificherebbe al primo posto, la Germania ultima (undicesima), l’Italia quarta e la Francia quinta.

Combinando questi quattro criteri, Italia e Irlanda risulterebbero al primo posto, all’ultimo la Germania e la Francia ottava.

In altre parole, la Germania potrebbe facilmente uscire dalla zona euro ma non ne ha nessun interesse ma anche l’Italia potrebbe lasciare facilmente la zona euro e con un grande vantaggio.

Il prezzo da pagare per far restare l’Italia

“La Germania potrebbe ‘corrompere’  l’Italia per farla restare?” Si interrogano su questo punto i due esperti di Bank of America e Merrill Lynch.

Dopo la dimostrazione esposta con la teoria dei giochi che prendono in considerazione i diversi scenari che penalizzano la Germania in caso di uscita o no dell’Italia dalla zona euro, ritengono che Berlino non potrà imporre alla penisola tutto quello che ha imposto alla Grecia, sotto forma di austerità in cambio di aiuti finanziari. I due analisti ritengono che per Berlino il costo per far restare l’Italia nell’area euro sarebbe superiore a quello della sua uscita. Questo sarebbe un motivo in più per la Germania per non trattenere Roma e per minare  la coesione dell’area della moneta unica.

Infine, se un tale scenario si rivelasse esatto “Potrebbe avere serie ripercussioni negative per i mercati finanziari nei prossimi mesi”, hanno concluso David Woo e Athanasios Vamvakidis, che in questo modo danno anche loro un contributo all’ondata di pessimismo che prevede  “una estate assassina” per i mercati.
Jules Robert

Fonte: www.latribune.fr/

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Alberto Bagnai: “primo, la svalutazione non coincide con l’inflazione; secondo, l’inflazione non coincide con la perdita di potere d’acquisto da parte dei lavoratori” > uscire dall’eurozona subito.

Si leggano le 2 repliche di Marco Marci (erano 3, una non è stata approvata da Bagnai)

http://goofynomics.blogspot.it/2012/04/svalutazione-e-salari-ad-usum-piddini.html

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Ettore Livini, “Grecia, il ritorno della dracma costerebbe 11mila euro all’anno per ogni europeo”

Il ritorno della dracma, se mai succederà, “non sarà indolore né per la Grecia né per la Ue”, ha garantito Per Jansson, numero due della Banca di Svezia (che non è parte in causa, NdR).

IL PRIMO ATTO

Il primo atto del possibile Calvario è già scritto: un fine settimana, a mercati chiusi, Atene formalizzerà a Bruxelles la sua uscita dalla moneta unica. Poi sarà il caos. La Banca di Grecia convertirà dalla sera alla mattina depositi, crediti e debiti in dracme, agganciandoli al vecchio tasso di cambio con cui il Paese è entrato nell’euro nel 2002: 340,75 dracme per un euro. Si tratta di un valore virtuale: alla riapertura dei listini, prevedono gli analisti, la nuova moneta ellenica si svaluterà del 40-70 per cento. Per evitare corse agli sportelli (i conti correnti domestici sono già calati da 240 a 165 miliardi in due anni), Atene sarà costretta a sigillare i bancomat, limitare i prelievi fisici allo sportello e imporre rigidi controlli ai movimenti di capitali oltrefrontiera.

IL PIL GIU’ DEL 20%

L’addio all’euro costerà carissimo ai greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno. I redditi andrebbero a picco, l’inflazione rischia di balzare del 20 per cento. Il vantaggio di competitività garantito dal “tombolone” della dracma sarà bruciato subito. La Grecia – che a quel punto non avrebbe più accesso ai mercati – sarà costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate (tasse) senza potersi indebitare. E non potrà più contare né sui 130 miliardi di aiuti promessi dalla Trojka, nei sui 20,4 miliardi di fondi per lo sviluppo stanziati da Bruxelles. Di più: i costi delle importazioni (43 miliardi tra petrolio e altri beni di prima necessità nel 2011) schizzerebbero alle stelle mettendo altra pressione sui conti pubblici. Un Armageddon che rischia di far passare il memorandum della Trojka per una passeggiata. Il colpo di grazia per una nazione in ginocchio, reduce da cinque anni di recessione che hanno bruciato un quinto della sua ricchezza nazionale e con la disoccupazione al 21,7 per cento.

TORNANO I DAZI

In questa tragedia greca, l’Europa non avrà solo il ruolo di spettatore. Il pedaggio a carico del Vecchio continente – che un minuto dopo il ritorno della dracma potrebbe imporre dazi alle merci elleniche (LO FARANNO: MORS TUA VITA MEA, NdR) – è salatissimo. L’effetto contagio, tanto per cominciare, si tradurrà in una Caporetto per i mercati e una via crucis per Italia e Spagna. Gli spread, calcolano gli algoritmi di Sungard, potrebbero salire del 20 per cento, le borse scendere del 15 per cento. Ma è solo l’antipasto. La Grecia – dove le banche saranno nazionalizzate – smetterà di pagare i debiti anche ai privati e così lo tsunami della dracma travolgerà diversi istituti di credito e molte imprese continentali. Una matassa inestricabile (anche legalmente), molto peggio di quella della Lehman che nel 2008 ha mandato in tilt il mondo.

I CALCOLI DI UBS

Italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio all’euro di Atene. I tedeschi poco meno. Le cifre vanno aggiornate al rialzo: il debito di Atene a fine 2009 (301 miliardi) era tutto controllato da privati. Ora, grazie alla ristrutturazione, è sceso a 266 miliardi. E ben 194 sono in mano a paesi Ue, Bce e al Fondo Monetario. Se la Grecia non onorerà i suoi impegni come ha fatto l’Argentina, l’Apocalisse europea è belle e servita.

http://www.repubblica.it/economia/2012/05/15/news/grecia_il_ritorno_della_dracma_costerebbe_11mila_euro_all_anno_per_ogni_europeo-35060321/

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La Grecia si avvicina ad una sua uscita dall’Euro? La situazione economica della Grecia non è delle migliori: ha un rapporto debito/Pil pari al 150,3% e, negli ultimi 4 anni, il Pil è calato del 18,4%. Ma le stime del Fmi non lasciano presagire nulla di buono: infatti è previsto un ulteriore calo del 4% solo nel 2013. Insomma una situazione catastrofica.

Effetti dell’uscita dall’euro della Grecia

E se la Grecia provasse ad uscire dall’Euro cosa accadrebbe? Questa è la domanda che si sono posti gli economisti della banca d’affari giapponese Nomura.

 Innanzitutto, ciò comporterebbe un ritorno alla dracma (la moneta che si usava in Grecia prima che aderisse all’Eurozona), che subirebbe una svalutazione compresa tra il 55 e il 60%. “Solo l’Argentina nel 2002 e l’Indonesia nel 1997 – fanno notare gli economisti giapponesi – si ritrovarono in una situazione peggiore, con le rispettive valute deprezzate ancora di più, intorno al 64% e al 67%“.

 “Nel caso greco – continuano gli economisti della banca giapponese, ndr – le variabili da osservare si chiamano perdita di competitività a causa della sopravvalutazione dell’euro, basse riserve di valuta estera e scarsa efficienza del governo”.

 Se la Grecia dovesse tornare alla sua vecchia moneta, significherebbe che la banca centrale dovrebbe tornare a stampare dracme, causando un’elevata inflazione, nonché una grande erosione del potere d’acquisto dei risparmiatori. Non solo: l’euro nei confronti della dracma si apprezzerebbe e quest’ultima subirebbe – secondo gli economisti – una svalutazione compresa tra il 50% e il 60%.

http://www.forexinfo.it/Grecia-fuori-dall-euro-Nomura-fa

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“La mancanza di un processo costituzionale (o permesso da un trattato) per uscire dalla zona euro ha una solida logica solida alle spalle. Il punto di creare la moneta comune era quello di convincere i mercati che si trattava di un’unione permanente che avrebbe assicurato perdite enormi per chiunque avesse osato scommettere contro la sua solidità. Una singola uscita basta ad abbattere questa solidità percepita. Come una piccola crepa in una possente diga, un’uscita greca porterà inevitabilmente al collasso l’edificio…Nel momento in cui la Grecia viene spinta fuori accadranno due cose: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, ecc., seguita dalla riluttanza della BCE e di Berlino ad autorizzare liquidità illimitata alle banche e stati. Questo comporta il fallimento immediato di interi sistemi bancari, nonché dell’Italia e della Spagna. A quel punto, la Germania dovrà affrontare una terribile dilemma: mettere a repentaglio la solvibilità dello stato tedesco (devolvendo alcune migliaia di miliardi di euro per salvare ciò che resta della zona euro) o salvare se stessa, abbandonando la zona euro. Non ho alcun dubbio che sceglierà la seconda. E poiché questo significa strappare una serie di trattati e carte dell’UE e della BCE, l’Unione Europea, di fatto, cesserà di esistere”.

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/31/interviewed-by-fxstreet-com-on-grexit/

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Tornando allo studio della Bertelsmann (ottobre 2012), secondo i calcoli, nel peggiore dei casi, le 42 economie principali del mondo potrebbero subire perdite sul fronte della crescita fino a 17 mila miliardi: questo sarebbe infatti l’effetto di una perdita di fiducia in Madrid e Roma da parte del mercato e di una conseguente bancarotta dei due Paesi europei.

RISCHIO PERDITA FIDUCIA. Hanno infatti scritto gli economisti: l’uscita di Atene dalla moneta unica in sé è «sostenibile» per l’economia mondiale, «ma non si può escludere che il mercato dopo perda fiducia anche nel Portogallo nella Spagna e nell’Italia, con una conseguente bancarotta anche in questi Paesi».

La sola uscita di Atene dalla moneta unica costerebbe alla Germania 73 miliardi di euro in termini di crescita fino al 2020. A questo si aggiungerebbero i 64 miliardi di fondi perduti (una tantum) per creditori privati e pubblici.

DRACMA VUOL DIRE CRAC. Il ritorno alla dracma costerebbe alla Grecia 164 miliardi di perdite sul fronte della crescita fino al 2020. In questo scenario si sottintende che creditori privati e pubblici dovrebbero rinunciare a circa il 60% delle loro rivendicazioni verso Atene. E che la nuova moneta verrebbe svalutata del 50% rispetto all’euro.

http://www.lettera43.it/economia/macro/ue-la-grexit-costerebbe-17-mila-miliardi_4367568612.htm

Timeo anglos et dona ferentes (“adorata Spagna”…de che?)

PREMESSA

“La notizia è seria. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha scritto una lettera all’Unione Europea affinché questa si pronunci sulla possibile indipendenza della Catalogna. La parola “indipendenza” è sempre più sulle bocche dei catalani e qualcuno comincia a crederci davvero. Tra questi forse anche Rajoy, che altrimenti non si sarebbe premurato di chiedere a Bruxelles delucidazioni in merito. E Bruxelles ha risposto con una minaccia: se la Catalogna si dividerà dalla Spagna non sarà considerata membro dell’Unione e dovrà rinegoziare l’adesione.

http://www.eastjournal.net/catalogna-quando-lindipendentismo-distrae-dalla-crisi/22172

http://www.elperiodico.com/es/noticias/diada-2012/bruselas-avisa-que-catalunya-quedara-fuera-union-europea-independiza-2202243

Uscire dall’Unione Europea è come essere una gallina che si trova sbattuta fuori da un pollaio circondato da volpi (i mercati), in piena notte (va detto che il pollaio in questione è sotto il controllo di una volpe, ma almeno, assieme, le galline possono difendersi meglio).

Segue articolo di Ambrose Evans-Pritchard, intitolato “STAI MOLTO ATTENTA, ADORATA SPAGNA”

Ambrose Evans-Pritchard, figlio di un antropologo invischiato nella strategia del divide et impera dell’imperialismo britannico [cf. Jack Goody, The expansive moment: the rise of social anthropology in Britain and Africa 1918-1970, Cambridge [etc.]: Cambridge university press, 1995], scrive per il quotidiano simbolo dell’establishment inglese e preconizza la jugoslavizzazione/balcanizzazione della Spagna.

Molti internauti, senza informarsi, senza capire, hanno idolatrato AEP perché era contro l’euro, contro la troika e blablabla. Scrive per il quotidiano più neoliberista e promercati che esista nel Regno Unito ed è figlio di un emissario dell’imperialismo britannico: quanto ribelle ed anti-establishment potrà mai essere?

TESTO DELL’ARTICOLO

“Due settimane fa sono stato intervistato dal quotidiano catalano El Punt Avui (1). Ho detto la mia opinione secondo la quale sarebbe impensabile che lo Stato spagnolo intervenisse militarmente per fermare la secessione catalana.

Un gesto di questo tipo andrebbe a violare i trattati dell’Unione Europea e porterebbe alla sospensione della Spagna dall’Unione stessa. All’inizio del 21° secolo, queste cose non si fanno più.

“Non si può essere membri dell’ EU se si usa la forza” era il titolo.

Ma forse ho sottovalutato la solerzia dei responsabili dell’esercito spagnolo.

Infatti, è arrivato il commento da parte del Colonnello Francisco Alaman che ha fatto un parallelo storico con il 1936, garantendo la volontà di spazzar via i nazionalisti catalani, descritti come “avvoltoi”.

Il Colonnello ha proseguito: “L’indipendenza della Catalogna? Dovranno passare sul mio cadavere. La Spagna non è la Yugoslavia od il Belgio. Anche se il leone sta dormendo, non svegliatelo perché potrebbe tirar fuori una ferocia collaudata da secoli”.

In realtà non siamo minimamente come nel 1936. Ho passato parte del mio fine settimana a leggere nuovamente la magistrale biografia di Franco scritta da Paul Preston, un utile richiamo per tutti noi.

Nel 1936 il colpo di stato militare di Franco, era diretto contro il neoeletto Fronte Popolare, visto dai comandanti dell’esercito (ma non da tutti) come l’inizio di una conquista della Spagna da parte dei Bolscevichi. La rivolta di Franco era dunque una difesa della gerarchia cattolica contro il comunismo e la sovversione francese (nella loro mente).

Il governo spagnolo attualmente è un governo nazionalista di destra – Partido Popular – con collegamenti con l’Opus dei. Le parti sono completamente invertite.
In un certo senso il Colonnello Alaman ha ragione. La situazione sta diventando pericolosa.

E se pensate Alaman sia un caso isolato, il Tenente Generale Pedro Pitarch ha dichiarato che le parole di Alaman riflettono “il pensiero profondamente radicato in gran parte delle forze armate”.

Il generale Pedro Pitarch ha dichiarato che dell’indipendenza della Catalogna non c’è nemmeno da parlarne, aggiungendo che Madrid ha gestito la questione in modo disastroso, tanto da fargli affermare: “Abbiamo una Stato inetto?”

Inoltre c’è stata anche una minaccia da parte della Asociación de Militares Españoles (AME) – un’associazione di ufficiali in pensione – la quale mette in guardia chi ha intenzione di promuovere la “spaccatura della Spagna” che dovrà difendersi da accuse di tradimento davanti a tribunali militari.

Ecco cosa scrive El Mundo (2) :

Il comportamento del Governo catalano e dei membri del suo Parlamento è inammissibile.

In base all’articolo 8 della sua Costituzione, le Forze Armate sono i guardiani dello Stato spagnolo e dell’integrità del suo territorio e per difendere la sovranità e la Magna carta della nazione spagnola, eseguiranno il proprio compito “con scrupolo e in modo meticoloso”.

L’AME ha dichiarato che il minimo accenno di secessione “sarà represso”. I trasgressori devono avere bene in mente che “sotto la giurisdizione dei tribunali militari, dovranno rispondere rigorosamente alla pesante accusa di alto tradimento”.

Ma parlano a nome dell’esercito? Si dovrebbe presumere di no e ci si dovrebbe  aspettare un disconoscimento ufficiale – sull’ipotesi di intraprendere una tale linea – da parte del Re Juan Carlos, o dal premier Mariano Rajoy o dagli alti gradi delle Forze Armate.

Nelle democrazie l’uso di tribunali militari è proibito contro i civili (sorvoliamo su Guantanamo). I presunti cospiratori del presidente Abramo Lincoln furono portati davanti a tribunali militari USA e condannati all’impicccagione, dando il via ad una lunga battaglia legale alla fine della quale la Corte Suprema decretò che una simile procedura era anticostituzionale e che una cosa del genere non sarebbe mai più dovuta accadere.

Così alla luce di ciò, quello che sta succedendo in Spagna è un ribaltamento degli eventi molto pericoloso. Suggerire come una grande nazione quale la Spagna debba gestire le proprie questioni non è certo compito di un pirata inglese.

(Il mio problema poi consiste nell’essere un gallese supporter dell’unione con la Gran Bretagna che è un po’ come un supporter catalano a favore dell’unità con la Spagna… ma solo con mezzi democratici. L’uso della forza cambia tutte le cose).

In questo momento in Europa le cose si stanno muovendo molto velocemente. La settimana scorsa il Portogallo è stato sconvolto, mentre la Spagna è in uno stato di crisi maggiore. La maggior parte dell’Europa del sud è in una situazione imprevedibile.

È colpa dell’unione monetaria e dell’euro? Certo, naturalmente lo è [NO, NATURALMENTE NON LO È, È COLPA DI CHI HA CRIMINALMENTE GESTITO L’EURO E LA CRISI INCHINANDOSI AI DIKTAT DEI MERCATI E DELL’FMI E FAVORENDO GLI SPECULATORI PRO-DOLLARO, OSSIA PRO-NATO, NdR]. Mentre gran parte del mondo – inclusa la Gran Bretagna – sta pagando una profonda crisi economica, il danno concentrato con un’intensità letale in quegli stati vittime dell’Unione Monetaria Europea. Il tasso di disoccupazione spagnolo è al 25% e non si è ancora fatto sentire a pieno il morso dell’austerità.

E come se ancora non bastasse, le popolazioni hanno fatto la spiacevole scoperta che i loro Governi eletti non possono far nulla per liberarle dalla trappola e che hanno perso il controllo sul proprio destino.

Spagna e Portogallo sono intrappolate in un crollo cronico con le valute sopravvalutate. Pur avendo ripreso un po’ di competitività nel lavoro tagliando i salari, la cosa ha solo – ed obbligatoriamente – compensato il disastro dell’accoppiata debito-deflazione e li ha portati ancora di più vicino alla bancarotta.

Sicuramente il piano Draghi per l’acquisto di bond ha ritardato il giorno della resa dei conti. Ha abbassato il costo del rifinanziamento sovrano ed attutire la caduta, ma non è in grado di fermare la lenta asfissia di queste società.

Ci stiamo muovendo ora dalla fase finanziaria della crisi all’esplosione totale della crisi politica, il che davvero assomiglia agli anni ’30.

La gente mi domanda quando io sono diventato pessimista: la mia risposta è: “nel 1991, quando ho accompagnato le truppe Serbe nella città di Vukovar ed ho visto 300 prigionieri feriti portati via dall’ospedale, pensando che fossero finalmente al sicuro per poi venire a sapere che poco dopo erano stati falciati a colpi di mitra in una vicina fattoria, ecco, allora sono diventato pessimista”.

L’impensabile avveniva davanti ai miei occhi, ed era ancora nulla rispetto al massacro di 8.000 bosniaci musulmani – uomini e ragazzi – a Srebrenica, di cui poi ho riferito nel processo a l’Aia.

Quando le cose iniziano a prendere una brutta piega, vanno a finire ancora peggio. Stai molto attenta, adorata Spagna”.

Ambrose Evans-Pritchard

Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk

Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100020330/be-very-careful-beloved-spain/

25.09.2012
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura della redazione

Commento del lettore Bellerofon: “Come dimenticare i bombardamenti italiani in Serbia nel 1999 (D’Alema premier…), ed il riconoscimento del Kosovo indipendente da parte del nostro Paese nel febbraio 2008? Quella di Evans Pritchard non è una minaccia, bensì una “cronaca dal futuro”. Prossimo, già programmato, e che ci riguarderà MOLTO da vicino”.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/un-po-di-chiarezza-sullintervento-in.html

Molto da vicino:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/17/il-corriere-della-sera-pubblica-un-inno-alla-jugoslavizzazione-dellitalia-perche/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/11/rivoluzioni-colorate-e-primavere-arabe-preludio-alla-terza-guerra-mondiale/

ed è ancora il lupo di sempre:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/31/il-terzo-impero-britannico-il-braccio-e-a-washington-la-mente-a-londra/

Il Wyoming e il crepuscolo dell’impero

 

La storia è una galleria di immagini in cui ci sono pochi originali e molte copie.
Alexis de Tocqueville

Mentre c’è chi caldeggia la nascita degli Stati Uniti d’Europa, c’è chi paventa o comunque predice il crollo di quelli d’America.

“Marcus Cassianius Latinius Postumus si dice sia nato in una famiglia povera di origine gallica, crescendo in condizioni modeste fino in età adulta, quando si arruolò nell’esercito. Postumus eventualmente avanzò di grado per effetto del suo coraggio, forza, intelligenza e capacità diplomatiche. Postumus e vissuto in una era di grande inquietudine per l’Impero Romano. Nel terzo secolo l’ambiente stava cambiando ed i Romani avevano a che fare con gravi problemi sia all’interno che al di fuori dell’impero. Postumus divenne il governatore della Germania Superiore durante il regno dell’imperatore Gallieno. Nel 258 DC, fu un anno di grande fermento alle frontiere: i Goti e le altre tribù germaniche venivano spinti contro i confini romani da una nuova tribù barbara di grandi guerrieri che erano tutto ad un tratto apparsi dall’ est: gli Unni.

Gallieno era già impegnato in una guerra per difendere le frontiere orientali dai Persiani, suo figlio, Saloninus, si trovava in Germania per difendere la frontiera del Reno. Postumus nel frattempo era diventato il comandante delle legioni di stanza sulla frontiera del Reno. Non correva buon sangue tra Postumus e Saloninus, situazione che portò all’assassinio di quest’ultimo. Dopo la morte di Saloninus, Postumus si proclamò imperatore del nuovo Impero gallico, che comprendeva i territori di Spagna, Gran Bretagna, Gallia e Rezia. Il comandante ribelle affermò così la sua indipendenza da Roma e dall’imperatore Gallieno, arrivando a coniare una nuova moneta raffigurante il proprio volto. Postumus avrebbe regnato tra il 260-269 DC, quando fu assassinato da uno dei suoi uomini. L’Impero Gallico sarebbe andato avanti per altri cinque anni, fino al 274 DC, quando, dopo la battaglia di Chalons, l’imperatore Aureliano avrebbe reintegrato i territori di Postumus nell’Impero romano.

Nonostante la crisi del III secolo, l’impero romano sopravviverà per altri 200 anni, grazie soprattutto a due grandi imperatori: Diocleziano e Costantino, che contribuirono a immettere nuova linfa nell’impero morente. Le invasioni barbariche, iniziate nel 376 DC, con i Goti, e la sconfitta delle legioni romane ad Adrianopoli nel 378, avrebbero continuato per un secolo con i Visigoti nel 410, seguita dagli Unni nel 451 e dai Vandali nel 455, fino a quando l’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo fu deposto da Odoacre nel 476 DC data che segnò la fine dell’impero romano occidentale. Le invasioni barbariche sono state il risultato, non la causa della debolezza romana. Quando Odoacre prese il potere, Roma era ormai un guscio vuoto.

Quando i padri fondatori hanno stipulato la Costituzione americana, lo hanno fatto prendendo ad esempio la Repubblica Romana come un modello politico. Da allora un numero incalcolabile di libri, relazioni accademiche e opinioni sono state rese sul confronto tra l’Impero Romano e gli Stati Uniti. Una considerevole quantità di storici e sociologi oggi vedono molte similitudini tra la fine dell’Impero Romano e la situazione attuale in evoluzione negli Stati Uniti. Il motivo di tanta ricerca è che gli USA siano la versione attuale dell’Impero Romano. Per loro, Hollywood equivale agli spettacoli tenuti nel Colosseo, la politica estera degli Stati Uniti con i loro tentacoli di vasta portata, l’esercito americano con la sua presenza ufficiale e non ufficiale in 140 paesi in tutto il mondo sono paragonabili alla legione romana a guardia del vasto territorio dell’impero. Naturalmente, questi confronti possono essere inverosimili, soggettivi e discutibili. A mio parere, Roma è troppo distante dagli Stati Uniti in termini di tempo per esprimere un giudizio equo. Gli Stati Uniti e Roma non sono confrontabili, ma per il ragionamento di questa analisi, facciamo finta che l’equazione USA = Romano Impero sia correlata. Dobbiamo partire dal presupposto che se gli Stati Uniti equivalgono all’Impero Romano i due condividerebbero allora lo stesso destino, compreso il loro collasso. Uno stato di fatto è che tutti gli imperi e le civiltà che ci hanno preceduto sono nati e morti seppelliti dalla storia. Alcuni di essi sono durati più a lungo rispetto ad altri, ma non c’è mai stata una civiltà che è sopravvissuta intatta al flusso del tempo.

Probabilmente, la caduta dell’impero romano non è stata causata da un singolo evento, ma era la combinazione di molti eventi, alcuni più importanti di altri. Non importa quale sia la ragione, i segni del declino erano presenti per essere interpretati e spiegati ben prima della fine dei Cesari. Si possono prevedere i tempi della fine americana? Possiamo interpretare i segni di decadenza americana e il collasso? Può essere, ma è un giudizio soggettivo di chi fa l’analisi. Nel terzo volume della La Storia della Civiltà, del suo splendido libro, Cesare e Cristo, pubblicato nel 1944, Will Durant ha scritto: “Una grande civiltà non viene conquistata dall’esterno fino a quando non si è distrutta dall’interno“.

Durante gli anni dell’Amministrazione Bush, personaggi appartenenti all’altra parte dello spettro politico avevano ipotizzato la caduta degli Stati Uniti a causa delle guerre in Iraq e in Afghanistan, del terrorismo, della globalizzazione, della erosione delle libertà civili, della violazione della Costituzione, della crisi economica, ect. Se abbiano realmente creduto alla sua morte è un’altra questione. Ora che Obama è in carica, l’ideologia politica avversa vede Obama e i risultati delle sue decisioni, come un segno del declino americano. Essi dichiarano: le guerre continuano, destabilizzazione di Medio Oriente e Africa, la spesa e il debito nazionale, la recessione economica, crollo della struttura familiare, erosione dei valori morali, la violazione della Costituzione, immigrazione, ect. Come potete vedere, alcuni di questi fattori sono gli stessi di entrambe le parti politiche e tutti insieme hanno una qualche validità nell’ipotizzare la possibilità del crollo americano. Tenete a mente, però, che fare la previsione su modelli futuri e stabilire una linea di tempo è quasi impossibile e non importa quanto efficaci si e`nell’interpretare gli eventi attuali; si può solo speculare. Forse uno dei più grandi errori che possiamo fare è quello di concentrarci sui segni più grandi, mentre sottovalutiamo i piccoli.

A volte i guai cominciano negli angoli più remoti dell’impero, i luoghi più tranquilli. Si inizia con una crepa, per quanto piccola, ma queste piccole crepe sono quelli più difficili da affrontare. A volte possono passare inosservate, anche quando sono visibili, non si prendono sul serio, perché sembrano innocue. Se non immediatamente chiuse, queste sono le crepe che si espandono mettendo così in moto una serie di effetti devastanti sulla fondazione; mettendo di conseguenza in pericolo la stabilità della struttura dell’impero. La proposta di legge del Wyoming HB85 potrebbe essere una di quelle piccole crepe.

Il Wyoming è un posto tranquillo, uno Stato bellissimo di montagne imponenti, maestosi parchi nazionali come Yellowstone e il Grand Tetons, con una massa di terra di 251501 chilometri quadrati, più grande della Gran Bretagna e Irlanda del Nord messe insieme. Confina con il Montana a nord, Nebraska e South Dakota ad est, Colorado e Utah a sud, Idaho ad ovest. Ci sono solo circa 570.000 residenti in Wyoming, ma è una terra ricca di risorse naturali. Wyoming fu acquistato dalla Francia nel 1803. A volte ci si riferisce al Wyoming come a “lo Stato Cowboy”. Oltre alla bellezza naturale, il Wyoming è uno degli stati che negli ultimi anni hanno espresso un certo “dispiacere” nei confronti del governo centrale e dell’amministrazione Obama.

Alcuni sostengono che questo malcontento è dovuto al fatto che il Wyoming è governato da un repubblicano, come repubblicani sono il segretario di Stato, il procuratore generale e il tesoriere. Non nego che ci sia una certa verità in questa affermazione, ma minimizzare il malcontento strisciante presente in alcuni degli stati dell’Unione, come una questione puramente ideologica-politica è troppo semplicistico. Per iniziare, il Wyoming è ben lungi dall’essere semplicemente uno ”Stato Cowboy”come dice il suo soprannome. Il Wyoming ha una storia molto progressista. E ‘stato il primo stato dell’Unione a concedere alle donne il diritto di voto nel 1869, ha avuto la prima donna giudice di Pace nel 1870, la prima giuria tutta femminile nel 1870, la prima donna governatore negli Stati Uniti tra 1925-1927; il primo senatore donna negli Stati Uniti è stato eletto nel Wyoming, la prima città in America ad essere interamente governata da donne ; la città di Jackson nel biennio 1920-1921. Inoltre, Wyoming non è il primo Stato che ha cercato di esercitare una sorta di “indipendenza” da Washington. Dopo l’introduzione della legislazione sanitaria di Obama, molti stati, come Florida, Oklahoma, Colorado, Virginia, South Carolina e Georgia, hanno introdotto una legislazione locale in opposizione a determinati requisiti del mandato di salute pubblica di Obama. Inoltre, lo Utah, una volta ha tentato di creare il suo sistema monetario. In molti casi, questi stati si appellano al decimo emendamento della Costituzione americana che dice: “I poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, né proibiti ai singoli Stati, sono riservati ai rispettivi Stati, o ai cittadini. ” Originariamente i padri fondatori dell’America hanno messo l’emendamento decimo nel Bill of Rights, perché non volevano che il governo centrale diventasse troppo potente. Ma il decimo emendamento è stato dimenticato e indebolito da anni di continui cambiamenti e dall’acquisizione di maggiori poteri federali.

Il Wyoming HB85 va oltre la lotta alla legislazione sanitaria federale. HB85 è un nuovo tipo di disegno di legge senza precedenti dalla fine della guerra rivoluzionaria. HB85 propone la creazione di una task force “per studiare la continuità del governo locale in caso di interruzione nei poteri del governo federale.” Questa task force sarebbe stato costituita da due senatori nominati dal Senato. Nella proposta di legge è scritto: “La task force studierà gli impatti potenziali sul Wyoming di … una potenziale interruzione del governo federale degli Stati Uniti, compreso, ma non limitato a:

(I) gli effetti potenziali del rapido declino del dollaro degli Stati Uniti …

(Ii) gli effetti potenziali di una situazione in cui il governo federale non ha alcun potere effettivo o autorità sul popolo degli Stati Uniti;

(Iii) I potenziali effetti di una crisi costituzionale;

(Iv) Il coordinamento tra l’ufficio del governatore, la guardia nazionale e il personale militare federale nel Wyoming;

(V) I potenziali effetti di una interruzione nel settore della distribuzione alimentare;

(Vi) I potenziali effetti di una interruzione nella distribuzione di energia “.

Il disegno di legge è stato subito soprannominato il ” Doomsday Bill.”

Introdotto da David Miller, un legislatore repubblicano del Wyoming, in un’intervista con un giornale locale, l’autore ha affermato che “Le cose a volte accadono in fretta. Guarda la Libia, guarda l’Egitto, vedi quelle situazioni “Miller ha anche aggiunto che” Se continuiamo su questa linea, questo è il modo in cui ogni società finisce -.. Con una moneta senza valore .”

HB85 è morta nella mattinata di Martedì 28 per soli tre voti, 30-27. Il disegno di legge inizialmente era sopravvissuto alla Camera, ma poi, prima della votazione finale, un altro parlamentare repubblicano, Kermit Brown, ha aggiunto una nuova clausola nel disegno di legge che la modificava in modo da includere uno studio per la creazione di un esercito indipendente del Wyoming, compresi marina e aviazione. In più alla possibilità di acquisto di una portaerei (non importa che il Wyoming sia senza sbocco sul mare). E facile intuire che Brown potrebbe aver deciso di aggiungere l’emendamento per una ragione: rendere il disegno di legge scandalosamente ridicolo firmandone la sua condanna. Forse Brown, un ex ufficiale della Marina, è stato colpito da un senso di fedeltà al governo federale. Brown ha dichiarato dopo aver aggiunto l’emendamento sulla portaerei ”Ho deciso di iniettare un po’ di umorismo in questo disegno di legge“. Brown, ovviamente, non ha voluto immaginare uno stato dell’unione potenzialmente con il proprio esercito e la propria valuta.

Se il disegno di legge fosse passato, si sarebbe creato un gruppo di studio. Questo gruppo di studio avrebbe dovuto redigere un rapporto entro il dicembre di quest’anno, consigliando quali passi sono necessari per creare un esercito e una moneta. Chissà cosa sarebbe venuto dopo? Una volta che la porta è aperta, tutto può succedere. Non è difficile immaginare forse non nell’immediato futuro, ma nei prossimi anni, che, inspirato dal Wyoming, qualcuno potrebbe prendere l’iniziativa di presentare un referendum per l’indipendenza da Washington.

Molti degli altri Stati dell’Unione hanno problemi di bilancio e il governo federale è di $ 15 trilioni di debito. Alcuni hanno chiamato i sostenitori della ” Doomsday Bill” pazzi da complotto apocalittico e stanno ridendo di loro. Ma dietro queste etichette facilmente appiccicate,il Wyoming ha il diritto di essere preoccupato. Per Miller e molti dei legislatori del Wyoming, l’incubo di un crollo del governo centrale è reale. Miller ha dichiarato: “Le cose le facciamo giuste nel Wyoming, abbiamo la miglior conduzione dello Stato incluso un avanzo di bilancio. ” Le finanze del Cowboy State sono molto migliori rispetto al resto del paese. Sam Krone, un rappresentante repubblicano di Cody, ha dichiarato: “Siamo in una situazione relativamente buona finanziariamente, con $ 14 miliardi di risparmio e surplus.” La disoccupazione in Wyoming è anche la più bassa rispetto al resto del paese con il 5,7%; ben al di sotto del 8,5% a livello nazionale. Lo Stato del Wyoming in questo ciclo di bilancio in corso prevede di finire con 1.000 milioni dollari in eccesso. Sicuramente la gestione del “Cowboy State” è molto positiva

Se l’umanità sopravvive, in 1000 anni, gli storici guarderanno indietro nel la storia e` forse identificheranno la HB85 come una di quelle piccole crepe che sono diventati un punto di svolta nella caduta degli Stati Uniti. Se ci sono voluti 200 anni per Roma a cadere, ci vorrà molto meno per gli Stati Uniti. Se non è il Wyoming, forse sarà un altro Stato a bussare alle porte dell’indipendenza, usando come mezzo il “referendum democratico” creando probabilmente un effetto domino. Allora la caduta sarà veloce come il collasso dell’Unione Sovietica. Non vedo uno Diocleziano o Costantino all’orizzonte. Il meglio che l ‘America è in grado di produrre al giorno d’oggi sono persone del calibro di Obama o di Romney. Invece di ridere, mi metterei a piangere”.

Potete leggere una copia del HB-85: QUI

Gianfranco Campa
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=42857

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