Lo schiavismo imprigiona anche gli schiavisti (per molte generazioni)

Inaudite affermazioni sui Conquistadores pubblicate dal Trentino – mia replica

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/22/la-verita-sulla-nostra-conquista-di-caprica/

Leggo con sconcerto l’inaudito attacco di Luciano Conotter a Stefano Oss, fisico all’Università di Trento, “colpevole” di aver condannato gli eccidi e l’indottrinamento coatto che hanno accompagnato la Conquista della Americhe.

Senza soffermarsi troppo su quel “miliardo di cattolici latinoamericani” (ci sono circa un miliardo di cattolici in tutto il mondo e la popolazione latino-americana supera di poco il mezzo miliardo), l’intervento di Conotter è talmente disgiunto dalla realtà che inizialmente pensavo fosse da intendersi come una provocazione goliardica.

A beneficio dei lettori del Trentino, del rigore storico e della decenza, è opportuno citare i testimoni del tempo.

A proposito degli indios, nel 1556 il cronista Gonzalo Fernández de Oviedo tuonava: “Dio provvederà presto a distruggerli tutti”. Era certo che “l’influenza di Satana scomparirà quando la maggior parte degli indiani sarà morta…chi può negare che l’uso della polvere da sparo contro i pagani equivale alla combustione dell’incenso in onore di Nostro Signore?”. Secondo lui gli Indiani erano “codardi sozzi e mentitori che si suicidano per noia, solo per danneggiare gli Spagnoli con la loro morte; non hanno alcun desiderio o capacità di lavorare” e l’idea di farne dei Cristiani equivaleva a “martellare il ferro quando è freddo” perché le loro teste erano così dure che quando combattevano contro di loro gli Spagnoli dovevano stare attenti a non colpirli in testa con le spade, per non spezzarle.

Il viceré Francisco de Toledo asseriva che “prima di divenire cristiani, gli indios devono diventare uomini”.

Il giurista Diego de Covarrubias li definiva “stolidi, dementes, obtusi, hebeti” e “di ingegno animale”.

Il domenicano Domingo de Betanzos li chiamava “bestias”, preconizzando che la loro barbarie li avrebbe condannati ad una rapida e certamente meritata estinzione.

Il giurista spagnolo Juan de Matienzo li considerava “più schiavi dei miei negri”.

Il dominicano Tomás Ortiz scriveva al Consiglio delle Indie che gli autoctoni erano scimuniti, instabili, imprevidenti, ingrati e volubili, brutali, si dilettavano nell’esagerare i propri difetti, erano disubbidienti, insubordinati ed irrispettosi. Si rifiutavano o erano incapaci di apprendere il giusto modo di vivere. Le punizioni non servivano da deterrente con loro. Mangiavano insetti e vermi, osavano affermare che il messaggio cristiano era adatto agli Spagnoli, ma non necessariamente a loro; non volevano cambiare le loro usanze. Più vecchi diventavano, peggio si comportavano: da ragazzini sembravano avere una parvenza di civiltà, da vecchi diventavano delle bestie. “Devo dunque affermare – concludeva – che Dio non ha mai creato una razza tanto radicata in vizi e bestialità, senza alcuna presenza di bontà e civiltà”.

Queste sono le persone che Conotter afferma abbiano rispettato i nativi, la loro terra e le loro cose, aiutandoli a progredire e svilupparsi.

Bartolomé de las Casas si rivolta nella tomba.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/bartolome-de-las-casas-introduzione.html

Oscar Giannino e la svolta neoliberista di Repubblica

Test superato: nucleare sicuro, è la prova del nove
Oscar Giannino, Il Messaggero, sabato 12 marzo 2011 (su Fukushima)

Oscar Giannino è una persona molto intelligente ed è stato, a mio avviso, grossolanamente malinterpretato in alcune circostanze, come ad esempio riguardo al suo discorso sul Vesuvio e sull’illegalità, semplificato in modo tale da farlo sembrare un mostro.
Giannino non è un mostro, è un libertario/anarchico di destra. Un libertario di destra, come sono solito dire, è uno che non l’ha ancora ricevuto in quel posto, ossia non si è ancora trovato dalla parte ricevente e sofferente. In altre parole, non è una persona completa e le sue analisi saranno sempre parziali ed inesatte.
Purtroppo, per questa stessa ragione, un libertario di destra è spesso anche un uomo pericoloso. Giannino, con la sua trasmissione radiofonica aizza i radioascoltatori alla violenza eversiva (ma quando lo esaudiranno non sarà in prima linea a beccarsi i cazzotti, le manganellate e le pallottole: armiamoci e partite!).
Fa parte di quella categoria di perdenti radicali che si sentono più virili se si riempiono la bocca di proclami nichilistici.  Troppo avidi per poter essere solidali, troppo insicuri per poter amare la concordia (a loro basta essere dalla parte dei forti, o comunque di chi si crede forte).
Mi si dice che, al contrario di quel che sospetto, ha avuto una storia travagliata e merita rispetto. Ma io della sua storia personale me ne faccio davvero poco. Ci sono bulli che accusano i genitori di averli picchiati come se questo potesse giustificarli: li si può capire, ma non giustificare. Proprio chi è vittima di bullismo dovrebbe ben sapere quanta sofferenza infligge facendo il bullo. Un neoliberista è un darwinista sociale, ossia un bullo e la storia del Tea Party (l’antipolitica criptofascista finanziata da multimiliardari!), che tanto sta a cuore a Giannino, è un caso emblematico.

Detto questo, se il neoliberismo non esistesse bisognerebbe inventarlo, perché solo grazie al suo continuo sprone i suoi avversari, come il sottoscritto, sono costretti ad elaborare teorie e pratiche più sofisticate rispettose della dignità umana. Quindi ringrazio Oscar Giannino per quello che fa.


Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico”.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

“Si è persuasi che l’unica persona che possa degnamente sostituire Berlusconi e, al contempo, far tornare a vincere il Pdl e a renderlo, agli occhi degli elettori, credibile sostenitore della Rivoluzione liberale e reaganian-thatcheriana, sia Oscar Giannino

http://www.camelotdestraideale.it/

“Conoscevamo il Giannino liberista, innamorato di Luigi Einaudi e dei Chicago boys. Ricordavamo il Giannino salottiero di Porta a porta, l’opinionista in gessato e con la voce da cartoon che agitava il bastone col pomello e ripeteva una parola strana (“spread”). Non abbiamo dimenticato il Giannino nuclearista, fiero nemico dei referendum contro l’acqua pubblica e certa facile demagogia sulle rinnovabili. Ma con la Grande crisi è nato un nuovo Oscar Giannino.[…]. Per Giannino la triade dei nemici è la stessa: banche, stato, tasse. Lui è il nuovo Glenn Beck, l’aedo dei Tea party americani, ma in una versione meno vitalistica e ribellistica, anzi quasi millenaristica, ripiegata su se stessa come la voce del profeta che sa di predicare nel deserto, il monaco stilita che annuncia la fine dei tempi”.
http://www.circolo-latorre.com/home.jsp?idrub=1646

“È giunta anche su Facebook la voglia di Tea party. oltre 2.000 fan. Il proclama è di quelli decisi. “Il gruppo ufficiale finalizzato all’organizzazione delle tappe del Tea Party in Italia. Se volete organizzare la rivolta dal basso anche nella vostra città, questo è il posto giusto!” E via col merchandising delle teiere (sono turbocapitalisti d’altra parte), i video con un Oscar Giannino vestito sempre più sobriamente, i tasti per diventare amici su Facebook, Twitter ed il canale Youtube (il minimo sindacale).  Ed un networking di tutto rispetto: Il Treno del Reno – Centro Studi Liberali – ISFIL – JEFFERSON – UltimaThule – Libertiamo – ConfContribuenti – CARTA LIBERA – Gioventù Liberale Italiana – Scenari Politici – L’Officina – Centro Culturale Verona – La Cittadella Interiore – Tocqueville – SBL – Zuppa di Porro – il blog di Nicola Porro – Percorsi in Libertà – Jimmomo – Mondopiccolo – The Common Sense Revenge – Tea Party Piemonte. Destra xenofoba, romanticherie ottocentesche, patriottismi e liberalismi vari. Qualche confusione dottrinaria: ma, ormai, chi ci bada?

[…]

Chi sono i frontier-man – e soprattutto le frontier-girl – dei Tea party statunitensi? Jerk & Bitch, il loro modello antropologico. Meglio se con gambe lunghe e tacco 12” per le donzelle, eloquio macho ed irrefutabile, pistola al fianco e mascella volitiva per i maschi alfa, o presunti tali. 

I Repubblicani, provati dalle sconfitte militari e politiche di Bush, individuano nel Tea il movimento politico di riferimento, ormai – e seguono pedissequamente le sue linee politiche e comunicative. Sarah Palin è ben nota. Completamente ignorante di questione economiche (e geopolitiche). Favorevole alla caccia, alle armi ed alle liste di proscrizione dei suoi avversari politici. Con una target list ed un’infografica, con tanto di mirino esplicativo, pubblicata anche sul suo profilo pubblico su Facebook. Se poi qualche pazzo la prende sul serio e tenta di uccidere uno dei “target” da lei indicata, la Deputata Gabrielle Gifford, assassinando nel frattempo un giudice federale e altre cinque persone, tra cui un bambino, è solo uno sfortunato incidente. Glenn Beck, l’anchorman, lo scrittore, il videoblogger dell’ultradestra americana – ricordiamolo, multimilionario – ha detto la sua sulla strage di Oslo e dell’isola di Utoya. Quei giovani massacrati gli ricordano molto, visto che erano lì, tutti insieme, per fare proselitismo politico, la gioventù hitleriana. “There was a shooting at a political camp, which sounds a little like, you know, the Hitler youth. I mean, who does a camp for kids that’s all about politics? Disturbing.” Michelle Bachmann, che ha vinto una sorta di sondaggio pre-elettorale in Iowa, ha esplicitamente affermato di voler creare il gruppo dei Repubblicani che si richiamano alle idee del Tea Party. Chiaramente per lei l’omosessualità è una malattia, e i bambini neri crescevano più sani durante il periodo della schiavitù che nell’era-Obama. 

Su L’Espresso del 18 agosto 2011, a pagina 15 Alessandro De Nicola ripete il mantra: “Per ridurre il debito si devono tagliare le spese e non aumentare le imposte”. Il comandamento unico viene ripetuto da tutti coloro che si professano “anti-casta”, senza alcuna distinzione. Nessuna analisi, nessun criterio di selezione delle spesa da tagliare. L’importante è “che siano liberate risorse per investimenti e consumi, restituendole ai privati”. Attenzione al ragionamento. “La litania sull’evasione ha stancato: bisogna stanarla, ma nel frattempo che si fa, si tassa chi già paga?”.

http://www.valigiablu.it/doc/488/e-su-facebook-sbarca-il-tea-party-allitaliana.htm

“Nelle redazioni di tutti i grandi quotidiani coesistono normalmente più anime. Quando La Repubblica era prevalentemente dalemiano-blairiana all’insegna della Terza Via neoliberista nella sua filiera più “istituzionale” (Scalfari-Mafai-Pirani?), si poteva – purtuttavia – individuare una seconda linea (Bocca-Maltese-Rinaldi?) decisamente critica dell’inciucismo neocentrista di cui si stava facendo promotore “il Blair de noiantri”D’Alema.

Niente di strano: trattasi di un fisiologico e sano contesto pluralistico.

Molto più strano – invece – è assistere oggi alla colonizzazione della testata da parte di personaggi minori, tipo Alberto Bisin e Alessandro De Nicola, i quali venerdì scorso ne occupavano quasi manu militari la prima pagina con sproloqui che avrebbero deliziato Margaret Thatcher>; imponendo una linea di critica da destra del pur moderatissimo governo Monti e recependo l’impostazione che Francesco Giavazzi promuove da tempo sulle pagine concorrenti del Corriere della Sera.

Tra l’altro, ottenendo con il De Nicola l’onore di quelle due pagine che in passato erano riservate a penne ben più robuste della sua, quale quella di Giuseppe D’Avanzo (e non è chiaro con quanta condivisione entusiastica da parte dello stesso direttore Ezio Mauro).

Dunque, è davvero singolare che mentre si assiste sulle corazzate del giornalismo nazionale (Repubblica e CorSera) allo sminuzzamento delle notizie giornalistiche ridotte allo spazio di un boxino, questi bravacci manzoniani del pensiero mainstream ottengano l’onore di lenzuolate in controtendenza. Segno di potenti “santi in paradiso”, che non sembrano essere neppure il padre fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, il quale su l’Espresso dell’altra settimana si domandava da dove spuntasse fuori questo De Nicola.

Anche noi ce lo domandiamo, sebbene si sappia che Alberto Bisin salta fuori dal crogiolo fondamentalistico di NoisefromAmerika (e non è soltanto un quasi omonimo del ben noto Michele Boldrin), mentre il De Nicola è animatore di quella società Adam Smith che vorrebbe stipare nella stessa gerla l’illuminismo scozzese e il fanatismo di Hayek (roba che deve far rivoltare nella tomba il venerando autore de “La ricchezza delle Nazioni”). Oltre che sistematico frequentatore dalle ospitate radiofoniche da parte di Oscar Giannino.

Forse l’enigma del “da dove saltano fuori” questi neoliberisti un tanto al chilo può essere sciolto proprio ascoltando la voce di qualche padrone. Per esempio di Rodolfo De Benedetti, che poco tempo fa manifestava tutta la propria ammirazione per quel Centro Bruno Leoni (dal nome del guardaspalle di Hayek nelle manovre antikeynesiane dei liberisti da Guerra Fredda) di cui è diventato coordinatore l’ex dalemiano iperliberista Nicola Rossi.

Naturalmente fatti loro.

Resta ancora un’ultimo dubbio: ma dove pensa di andare una testata tradizionalmente progressista come La Repubblica consegnandosi all’attivismo polemico di questi fanatici banditori  di un filone ideologico, organico alle manovre della finanza ombra internazionale, smascherato nella sua pericolosità dai ricorrenti disastri che ha promosso sulle due sponde dell’Atlantico?”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/se-il-liberismo-invade-anche-i-giornali-progressisti/185568/

L’inconcepibile – Samuel L. Jackson, Jack Bauer e la tortura ragionevole

Secondo il diritto internazionale la tortura è un crimine contro l’umanità. Secondo il legislatore italiano la tortura non è un crimine. […]. La tortura è un crimine che protegge il bene sommo della dignità umana. L’Italia, così attenta all’Europa, dovrebbe ricordarsi che nelle norme di apertura del Trattato di Lisbona della Ue vi è la proibizione categorica e senza eccezioni della tortura. L’Italia dovrebbe attivarsi anche per ratificare al più presto il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura, che prevede la nascita di un meccanismo ispettivo su scala globale nonché l’istituzione di un organismo nazionale indipendente di controllo di tutti i luoghi di detenzione.

Patrizio Gonnella, “Un reato fantasma ma è l’unico chiesto dalla Costituzione”, il Manifesto, 18 maggio 2012

Non credo che ci sia solo pigrizia e strafottenza nel non inserire il reato di tortura [in Italia]. C’è la specifica intenzione di fare si che situazioni come il G8 di Genova si possano ripetere all’occorrenza, c’e’ la volontà di mantenere la gente in uno stato privo di elementi di diritto in modo da agire più “sbrigativamente” se ce ne fosse bisogno. Insomma, da tanti elementi, si deve accettare che l’Italia non e’ una democrazia compiuta anche per via di un diritto monco e malleabile.

Teresa, lettrice del Manifesto

Pensate alle conseguenze di un altro massiccio attacco (terroristico) negli Stati Uniti – magari la detonazione di una bomba radiologica o sporca, oppure di una mini bomba atomica o un attacco chimico in una metropolitana. Uno qualunque di questi eventi provocherebbe morte, devastazione e panico su una scala tale che al confronto l’11 settembre apparirebbe come un timido preludio. Dopo un attacco del genere, una cappa di lutto, melanconia, rabbia e paura resterebbe sospesa sulle nostre vite per una generazione. Questo tipo di attacco è potenzialmente possibile. Le istruzioni per costruire queste armi finali si trovano su internet ed il materiale necessario per costruirle lo si può ottenere pagando il giusto prezzo. Le democrazie hanno bisogno del libero mercato per sopravvivere, ma un libero mercato in tutto e per tutto – uranio arricchito, ricino, antrace – comporterà la morte della democrazia. L’armageddon è diventato un affare privato e se non riusciamo a bloccare questi mercati, la fine del mondo sarà messa in vendita. L’11 settembre con tutto il suo orrore, rimane un attacco convenzionale. Abbiamo le migliori ragioni per avere paura del fuoco, la prossima volta. Una democrazia può consentire ai suoi governanti un errore fatale – che è quel che molti osservatori considerano sia stato l’11 settembre – ma gli Americani non perdoneranno un altro errore. Una serie di attacchi su vasta scala strapperebbe la trama della fiducia che ci lega a chi ci governa e distruggerebbe quella che abbiamo l’uno nell’altro. Una volta che le aree devastate fossero state isolate ed i corpi sepolti, potremmo trovarci, rapidamente, a vivere in uno stato di polizia in costante allerta, con frontiere sigillate, continue identificazioni e campi di detenzione permanente per dissidenti e stranieri. I nostri diritti costituzionali potrebbero sparire dalle nostre corti, la tortura potrebbe ricomparire nei nostri interrogatori. Il peggio è che il governo non dovrebbe imporre una tirannia su una popolazione intimidita. La domanderemmo per la nostra sicurezza. E se le istituzioni della nostra democrazia fossero incapaci di proteggerci dai nostri nemici, potremmo andare anche oltre e farci giustizia da soli. Abbiamo una tradizione di linciaggi in questa nazione e quando la paura e la paranoia ci saranno entrati nelle ossa, potremmo finire per ripetere i peggiori episodi del nostro passato, uccidendo i nostri vicini, i nostri amici.

Michael Ignatieff, New York Times Magazine, il 2 maggio 2004

C’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è persuaso che ciò non potrà riguardare se stesso, i suoi figli, i suoi cari o quelli del suo ceto, ma solo gli “altri”, individui come loro ma di altre etnie, fedi, situazioni sociali o convinzioni politiche. Solo a questa condizione si possono fare discorsi “freddi” sulla violenza e la sua utilità. Se così fosse, dovremmo constatare che alla base dell’apologia della tortura c’è un discorso falso: non è tanto questione di sicurezza, quanto di discriminazione razzista, religiosa, classista o ideologica. E così s’accenderebbe una luce ulteriormente sinistra.

Gustavo Zagrebelsky

Assieme allo spauracchio del terrorismo nucleare, riappare immancabilmente anche l’apologia della tortura che ora può avvalersi di un film davvero pessimo sotto ogni punto di vista, “The Unthinkable” (“L’inconcepibile”), ma sufficientemente spettacolare e manipolatore da servire da strumento propagandista. Il protagonista è un torturatore freelance, H, interpretato da Samuel L. Jackson. La tecnica giustificatoria è quella consueta della bomba atomica ad orologeria: o torturi il terrorista e, eventualmente, i suoi cari, oppure milioni di persone moriranno. L’idea che ci possano essere dei terroristi che, dopo essere riusciti a sfuggire agli inseguitori, si permettano di procrastinare l’esplosione, giusto per dare un’altra chance ai loro avversari. Quando mai il topo si permette di giocare con il gatto?

È chiaro che questo film, come la serie “24”, incentrata su Jack Bauer, è stato pensato unicamente per convertire la popolazione al verbo del torturatore, ovvero per nazificare la democrazia americana, e non solo quella. Jackson e Kiefer Sutherland dovrebbero vergognarsi di farsi pagare per servire fini così mostruosi, ma è possibile che il loro intelletto e la loro coscienza siano già abbastanza corrotti da concordare con il messaggio che inviano; messaggio che, peraltro, scardina lo stato di diritto e fa a pezzi la morale comune.

Che la tortura non funzioni lo dimostra il fatto che i nazisti si sono lasciati sorprendere innumerevoli volte, dagli Alleati come dai partigiani delle nazioni occupate. Ma non è l’approccio utilitaristico che ci deve spingere a rigettarla.

La tortura è una crudeltà estrema che condanna un’altra persona, inerme, ad una sofferenza terribile. È un atto non solo crudele ma anche codardo, perché il prigioniero non può sfuggire, non può difendersi e non può restituire le sofferenze che gli vengono inferte. Il torturato è un “morto vivente”.

Chi ancora si avvale del baricentro morale costituito dalla sua coscienza e non è stato reso sociopatico dalla propaganda, accetterà l’intuizione morale che la tortura sia sbagliata e che se non è sbagliata la tortura, allora nulla è sbagliato. La tortura è un male assoluto.

I relativisti possono interrompere la lettura qui, oppure sostare a questi link:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/io-credo-nella-verita.html

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/contro-il-relativismo-morale.html

La tortura è una menzogna così oggettiva che persino le società schiaviste ponevano dei limiti alla tortura degli schiavi (non lasciando semplicemente che i limiti ultimi fossero la menomazione e la morte, ossia una perdita economica secca per lo schiavista torturatore).

La tortura è diventata di nuovo popolare con la Guerra al Terrore – l’Iraq è stato attaccato perché un torturato ha rivelato i presunti legami tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden, poi smentiti –, è successivamente stata condannata dall’amministrazione Obama, secondo il quale il waterboarding è tortura, “e questa non è una cosa che noi facciamo. Punto e basta”. Ora sta riprendendo voga con la campagna elettorale repubblicana, ancora una volta “grazie” a Osama Bin Laden. Tutti i candidati repubblicani alle presidenziali, salvo Ron Paul, approvano la tortura, sostenendo che ha permesso di catturare ed eliminare il capo di Al-Qaeda. David H. Petraeus, già comandante dello U.S. Central Command, che prevede la responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale, e attuale direttore della CIA, la pensa come loro. Per diversi osservatori, grazie ai suoi agganci negli ambienti militari e dell’intelligence, Petraeus è l’unico concorrente credibile per Obama ed era dato per sicuro candidato alle primarie repubblicane. Se Obama perderà l’appoggio delle élite, sarà Petraeus, in un modo o nell’altro, ad entrare nella stanza dei bottoni. Questa è una cosa preoccupante, dato che Petraeus è un ammiratore di Thomas P. M. Barnett:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/lo-stratega-che-piace-tanto-david-h.html

In definitiva, pare che, tra i Repubblicani, per poter essere un valido candidato alla presidenza degli Stati Uniti, si debba per forza essere favorevoli alla tortura.

Poco importa che sia un reato per il diritto internazionale e per il diritto americano (per questo gli Americani torturano nelle basi militari fuori dal territorio americano). In cambio non è un reato in Italia, la culla delle giurisprudenza.

L’ARGOMENTO DELLA BOMBA AD OROLOGERIA È UN ESTETISMO IRRILEVANTE

L’argomento della bomba ad orologeria ha esercitato un’enorme influenza in pubblicazioni, film, serie tv, quotidiani, conferenze, corsi universitari e persino dibattiti presidenziali (per la verità unicamente negli Stati Uniti). È probabile che una maggioranza di persone sia favorevole alla tortura nello scenario della bomba ad orologeria, usato già in passato per giustificare i torturatori francesi in Algeria e israeliani nei Territori Occupati. Tuttavia non esiste alcun caso comprovato in cui una tale situazione – se non si tortura non sarà possibile sventare un attentato terroristico imminente – si sia verificata o possa avere luogo (Darius Rejali, “Torture and democracy”, 2008).

Questo scenario prevede che il prigioniero da torturare sia effettivamente complice di un piano terroristico, pienamente informato di ciò che serve per bloccarlo e che non abbia preparato una plausibile menzogna per dirottare le indagini quel tanto che basta per permettere agli altri terroristi di completare l’opera e magari, per sopramercato, indurre gli investigatori a compiere una qualche atrocità gratuita. Pensiamo ad esempio all’invasione dell’Iraq del 2003, che fu in buona parte motivata dalle informazioni strappate sotto tortura a Ibn al-Shaykh al-Libi che “dimostravano” il famigerato legame Osama Bin Laden – Al-Qaeda e che sono costate la vita a centinaia di migliaia di iracheni e non-iracheni. D’altronde, se le forze di sicurezza fossero nella posizione di poter verificare che la confessione del torturato è vera, perché allora avrebbero dovuto torturarlo? Se lo torturi è perché sai già abbastanza informazioni su di lui da poter estrarre le informazioni senza torturarlo, se non lo sai, allora diventa necessario torturare qualunque sospettato, per evitare di perdere per strada delle informazioni importanti. L’intero scenario non ha il minimo senso e può essere credibile solo per chi già gode nel sapere che i suoi nemici sono torturati, pur non avendo gli attributi di farlo in prima persona, devastando la sua psiche al punto da trasformarsi in un sociopatico/psicopatico, se già non lo è.

Questi scenari ipotetici hanno due enormi limiti.

Il primo è che esagerano l’efficacia della tortura e minimizzano le controindicazioni. Idealizzano la situazione, rendendola verosimile quando non lo è; l’astraggono, cancellando tutto quel che interferisce con lo scenario idealtipico che prediligono i fautori della legalizzazione della tortura.

Il secondo è che generano confusione e corruzione morale, perché discutendone astrattamente perdiamo di vista la realtà atroce di questo atto, la sua natura perversa. Ci desensibilizziamo, ci abituiamo all’idea, diventa meno impensabile, il tabù si erode progressivamente, riusciamo a mascherare le forti emozioni che motivano le nostre posizioni dietro una cortina di parole. La questione della tortura si riduce ad un gioco intellettuale, una partita tra retori, che serve solo a far circolare idee imprecise o sbagliate riguardo ad una pratica che dovrebbe invece essere destinata all’oblio, proprio come è successo alla schiavitù o alla segregazione di bianchi e neri. Quanto a questo, vale la pena di notare che la tortura viene vista più favorevolmente se è un islamico a subirla, meno se è un proprio connazionale, meno ancora se sono stranieri che torturano un proprio connazionale.

La più prosaica realtà è quella di un gran numero di innocenti torturati e nessun risultato concreto che non potesse essere raggiunto con altri mezzi:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/in-italia-la-tortura-non-e-un-reato-e.html

Una fantasia iperattiva, ipercinetica genera una realtà fittizia dove la tortura è l’unica scelta giusta e simultaneamente oblitera la realtà effettiva delle cose. Una fantasia ipoattiva, letargica, impedisce invece di mettersi nei panni degli altri e di riflettere su ciò che si sta facendo e sulle conseguenze di ciò che si intende fare. Entrambe permettono di compiere il male sentendosi innocenti.

L’estetica maligna e l’utilitarismo fioriscono rigogliosi nelle condizioni emergenziali, giustificano la sospensione dei diritti civili e umani, la loro rivedibilità, la loro provvisorietà. L’intera popolazione diventa un ostaggio, uno strumento nelle mani di questi “fini” esteti e freddi calcolatori, che in realtà hanno soprattutto paura di affrontare la putredine che li divora.

MEMORANDUM (TRADOTTI) DEL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA STATUNITENSE SUL WATERBOARDING

Su Lsdi e Giornalismo e democrazia la traduzione integrale dei memorandum del Dipartimento della giustizia Usa sui metodi ‘’duri’’ di interrogatorio della Cia resi pubblici da Obama.

I quattro pareri legali sono introdotti da un articolo di Matteo Bosco Bortolaso, che da New York ha seguito tutta la vicenda, e corredati da una scheda sugli ultimi sviluppi politico-giudiziari e dall’ articolo del New York Times che nell’ aprile scorso aveva accompagnato la pubblicazione dei documenti spiegandone genesi e taglio. La traduzione dei memorandum è stata curata da Valentina Barbieri, Matteo Bosco Bortolaso, Barbara Di Fresco, Andrea Fama e Anna Martini:

http://www.lsdi.it/2010/ma-che-torture/

PER APPROFONDIRE IL TEMA DELLA TORTURA IN ITALIA

http://insorgenze.wordpress.com/

Il terzo impero britannico: il braccio è a Washington, la mente a Londra

Un noto giornalista inglese, collaboratore di Al Jazeera, ci spiega che l’imperialismo americano è solo un’appendice di quello britannico, che non è mai morto. Washington è il braccio (e si prende tutte le colpe), Londra la mente (e se la cava sempre a buon mercato). È a Londra che si decidono le sorti del mondo.

“Gli storici ci dicono che ci sono stati due ben distinti imperi britannici – il primo fu un impero atlantico composto dalle colonie americane e dai possedimenti dei Caraibi; il secondo un impero asiatico, fondato sul controllo dell’India e del commercio imposto con la forza alla Cina.

Questi due imperi erano progetti intrinsecamente criminali, nel senso che facevano affidamento sugli utili derivanti dallo schiavismo e dalla vendita di stupefacenti. Il modello imperiale britannico era un’impresa finanziaria in cui le considerazioni morali erano sempre messe in secondo piano rispetto all’urgenza del super-profitto.

Il primo Impero Britannico ha avuto termine quando gli Americani hanno combattuto la loro guerra rivoluzionaria per l’indipendenza. Il secondo impero britannico ha cominciato a cadere a pezzi con l’indipendenza dell’India nel 1947. Il nazionalismo arabo e quello africano hanno progressivamente affievolito l’influenza britannica negli anni che seguirono. Ad un certo punto, magari con la sconfitta a Suez nel 1956, oppure quando la Gran Bretagna si è ritirata dal suo ultimo possesso significativa all’estero, Hong Kong, nel 1997, il gioco si è concluso.

Oggi, se uno crede a quel che ci viene detto da rispettabili storici e dai media, la Gran Bretagna ha voltato le spalle al suo passato imperiale e sta mettendocela tutta per farsi strada come una nazione normale. La realtà è un po’ più complicata. Un giorno forse la storia descriverà un terzo impero britannico, organizzato intorno alle infrastrutture finanziarie offshore britanniche e alle sue notevoli risorse diplomatiche, di intelligence e di comunicazione. Dopo aver abbandonato la forma dell’impero, gli inglesi hanno cercato di recuperarne la sostanza.

Martedì 20 marzo, un banchiere russo è stato gravemente ferito all’esterno del suo appartamento a Canary Wharf.

Domenica 25 marzo, il co-tesoriere del partito conservatore si è dimesso dopo che il Sunday Times lo ha accusato di aver sollecitato donazioni per il suo partito da quello che pensava fosse un fondo con sede nel Liechtenstein.

Questi due eventi apparentemente scollegati ci dicono molto sulla Gran Bretagna attuale.

Il Regno Unito permette ai residenti stranieri di detenere i loro fondi offshore e tassa unicamente i soldi che portano nel paese. Questo approccio, una reliquia dai tempi dell’impero ufficiale, rende il paese un popolare luogo di residenza per i miliardari di tutto il mondo, dall’Africa, dall’Europa continentale e dall’India.

Una volta a Londra, un sofisticato apparato giuridico e finanziario fa in modo che i fondi esteri siano depositati in una rete di giurisdizioni offshore. In un suo libro rivoluzionario, “Treasure Islands”, Nicholas Shaxson descrive Londra come il centro di una ragnatela che collega le Isole del Canale, l’Isola di Man e i Caraibi. Con impressionante frugalità, gli inglesi hanno riattato i resti sparsi del loro impero come strumenti per soddisfare le esigenze del capitale globale.

Quando l’Unione Sovietica si sciolse, quelli che si erano assicurati il controllo dell’economia russa privatizzata si trasferirono in blocco a Londra. Avevano poco in termini di una base sociale nel proprio paese e la loro posizione era cronicamente insicura. Avevano bisogno di trovare un modo per incanalare profitti all’estero e Londra offerse loro l’accesso ad una capitale mondiale della finanza, oltre ad aliquote fiscali favorevoli.

La città ha anche dato ad alcuni di loro un profilo pubblico al di fuori della Russia. Con l’acquisto del Chelsea Football Club e dell’Evening Standard, Roman Abramovich e Alexander Lebedev, rispettivamente, si sono trasformati in figure di rilevanza internazionale. Questo ostacola le strategie dei loro oppositori rimasti in Russia.

Lo Stato britannico non si limita a fornire ospitalità, bassa fiscalità e celebrità internazionale. Mette anche le sue risorse diplomatiche a disposizione dei suoi residenti stranieri preferiti.

Per esempio, nel luglio 2001, Tony Blair scrisse una lettera al primo ministro rumeno Adrian Nastase per appoggiare il tentativo di Lakshmi Mittal di acquistare la Sidex, un’impresa statale del settore dell’acciaio. Anche se Mittal aveva uffici a Londra, la società che fece l’offerta era registrata offshore, nelle Antille olandesi. Ma mentre Mittal non dava lavoro a molte persone in Gran Bretagna, e pagava ancor meno tasse, aveva finanziato generosamente il Partito laburista di Blair. Nel maggio 2001, due mesi prima della lettera di Blair, il magnate indiano aveva donato 125.000 sterline. Non c’è da stupirsi che Peter Cruddas fosse felice di parlare con i finanzieri del Liechtenstein circa le donazioni al partito conservatore. Le donazioni da stranieri sono illegali, ma è una questione relativamente semplice creare una società registrata nel Regno Unito per effettuare la transazione. La condizione di offshore confonde la distinzione tra interno ed estero.

Tutto questo fa parte di un progetto imperiale molto più vasto, la cui portata e significato sono difficili da comprendere a fondo. Questo non è un impero che si fa pubblicità. Anzi, cerca di occultare la sua stessa esistenza. Ma non vi è alcun dubbio circa le sue ambizioni. Per decenni, i governanti della Gran Bretagna hanno cercato di fare di Londra la capitale del capitalismo globale. Lo Stato si è riorganizzato a tal fine. La politiche di privatizzazione sono state testate prima nel Regno Unito e poi esportate in tutto il mondo. La deregolamentazione ha portato le banche estere a Londra. Il settore finanziario, quello dei servizi segreti e i partiti politici sono impegnati in un progetto che i principali media difficilmente si sentono di discutere. Le elezioni diventano esercizi sempre più allucinanti, in cui le superficiali differenze di tono e dei dettagli, che oscurano una complicità molto più profonda.

Di tanto in tanto, le dinamiche dell’impero offshore diventano visibili nella forma di scandali e crimini sensazionali. Le lotte di potere producono delle increspature difficili da ignorare. Qualcuno spara per strada ad un uomo d’affari straniero. La singolarità dell’evento ci scuote per un momento stappandoci dall’oblio. Un politico e colto in flagrante mentre sollecita donazioni e si dimette.

Rupert Murdoch, una figura significativa nel risurrezione dell’imperialismo britannico, possiede il Sunday Times, il quotidiano che ha informato l’opinione pubblica riguardo alla storia di Peter Cruddas. Una fazione dell’impero invia un messaggio ad un’altra. Per un attimo ciò che non si può discutere è menzionato, obliquamente, così come le maniere di agire dell’impero.

Il terzo impero britannico non è una superpotenza industriale o militare. Anzi, è marcatamente vulnerabile. Gli Stati Uniti e le grandi potenze d’Europa potrebbero fare molto per ostacolarlo, se solo scegliessero di farlo.

L’impero rappresenta una tentazione permanente a tradire le lealtà locali e nazionali in nome dell’appartenenza ad un’entità molto più esclusiva ed elusiva – un’entità il cui fascino è intimamente legato al suo tatto, la sua capacità di evitare una descrizione diretta. L’impero prospera nella misura in cui può sfruttare e, ove possibile, stimolare, la corruzione in altri luoghi.

Gran parte della vecchia retorica è sparita. Ci sono meno bandiere e trombe. Ma per altri versi, il terzo impero assomiglia molto ai suoi predecessori. Come loro, deve fare tutto il possibile per evitare che un’autentica democrazia prenda piede nel Regno Unito, man mano che ricava lauti profitti dalla tirannia imposta all’estero. La dedizione alle esigenze del capitalismo globale avvantaggia solo una piccola minoranza della popolazione. La restante parte dei cittadini si trova ad affrontare un futuro di crescenti disuguaglianze e ridotte prospettive. Inoltre, come nei secoli precedenti, i cittadini sono chiamati a pagare quando le avventure all’estero diventano costose. Infine, come i primi due imperi britannici, quello attuale è un impresa criminale. Ma dopo essersi specializzato in schiavitù e traffico di droga, forse il marchio distintivo dell’impero attuale, è diventato il reato di evasione fiscale”.

Dan Hind, “The third British Empire”, Al Jazeera

http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/03/201232710859674817.html

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