Kofi Annan getta la spugna, Israele torna a minacciare Iran e Siria

 

Kofi Annan si è tirato in disparte. È stato accusato di aver operato nell’interesse della NATO, di aver guadagnato tempo prezioso per l’addestramento dei ribelli e l’afflusso di mercenari ed armi. Io non sono di questo avviso. I cosiddetti insorti non hanno mai apprezzato la sua mediazione, l’Occidente ha sempre rifiutato la sua ragionevole proposta di coinvolgere l’Iran. Io penso che abbia onorato il suo incarico finché si è reso conto che il gallismo di “Atlantide” (NATO) e di “Eurasia” (Russia e Cina) rendeva impossibile non solo una riconciliazione, ma anche un più “realistico” mitigamento dell’aggressività. Ora la strada è spianata per una guerra NATO ed israeliana contro Siria ed Iran, e quindi contro Russia e Cina.

Scrive Lucio Caracciolo nell’introduzione a “America vs America: perché gli Stati Uniti sono in guerra contro se stessi” (2011): “Pensiamo di salvarci con gli slogan. Con le «terribili semplificazioni» contro cui ci mise in guardia Jacob Burckhardt. Dove descrizione e prescrizione si confondono. Fino ad allestire un teatro della paura autonomo e inverificabile. Non troppo lontano da quella produzione di realtà fittizie in cui Hannah Arendt leggeva uno dei fondamenti del totalitarismo. Solo che a generarlo, stavolta, è la massima democrazia al mondo. A segnalarci che, almeno nel caso americano, declino e crisi della cultura democratica procedono in coppia. L’apogeo di quel Truman Show geopolitico lo toccammo con Bush figlio (ma Obama resta in corsa per superarlo). Per autolegittimare la guerra al terrorismo, strutturalmente infinita, nel 2004 un suo influente consigliere spiegava così a un giornalista del New York Times la logica della Casa Bianca: «La gente come lei vive in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà», dove ci si illude «che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà comprensibile. Oggi il mondo non funziona più cosi. Adesso noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare (…). Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla». La Grande Paura dell’11 settembre come occasione per creare il Mondo Nuovo, senza perder tempo a capire questo vecchio inutile pianeta. Un vero e proprio teatro strategico, fondato sulla manipolazione delle angosce collettive e non sul principio di realtà. Da declinare, poi, in una varietà di teatri regionali e locali, sempre organizzati intorno a «terribili semplificazioni» analiticamente inservibili ma utilissime a chi decide – o si illude di farlo – e non desidera che le ragioni delle sue scelte siano oggetto di pubblico scrutinio”.

Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/08 “Progetto Obama

In questi mesi mi sono impegnato a tradurre articoli di quotidiani stranieri che in Italia non vengono mai citati o tradotti, nell’intento di tenerci fuori da una guerra con la Russia (e la Cina?) e di far capire alla gente chi sono le persone che forniscono i dati sui caduti in Siria ed organizzano gli insorti e i mercenari jihadisti procurando loro armi automatiche israeliane, corpetti porta-caricatori in dotazione all’esercito turco e generosi finanziamenti americani e delle petro-tirannie del Golfo.

Ma anche per mostrare che quel che succede ora era già stato previsto e pianificato nel 1957 quando ancora non eravamo alleati del terrorismo internazionale, come peraltro ammette il governo tedesco, sulla base delle informazioni raccolte dai servizi segreti tedeschi. Tutte queste informazioni sono di dominio comune per i lettori tedeschi, grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, a Jürgen Todenhöfer (Bild) e ad Alfred Hackensberger (Die Welt). In Italia, a parte il Manifesto, le principali testate giornalistiche non ne fanno menzione: se i media non lo riportano, un evento non si è mai verificato.

È una dura ma necessaria battaglia contro quelli che chiamo “gli opportunisti dell’umanitarismoche ci stanno spingendo verso il baratro, facendo leva sulla nostra emotività e cercando di spegnerci il cervello.

Il fatto è che qui stiamo rischiando davvero grosso. A fine estate ci saranno delle esercitazioni navali coordinate franco-inglesi (“Exercise Cougar 12”: prevede lo sbarco di forze di terra sulle coste di “un paese del Mediterraneo” e l’evacuazione di civili dal Medio Oriente) a poche miglia nautiche dalla flotta russa nel Mediterraneo orientale e dalle coste siriane.

E Israele è tornato a minacciare attacchi preventivi a Siria ed e Iran (“il tempo sta per scadere”).

Infatti si avvicinano le elezioni presidenziali e Obama è un’anatra zoppa mentre Romney è ultra-sionista, anche perché ha lavorato fianco a fianco con Netanyahu, quand’erano più giovani: sono vecchi amici.

“Nell’intervista Netanyahu ha anche definito “irresponsabile” la notizia riportata da alcuni media secondo cui i vertici della Difesa, incluso il comandante dell’Esercito, Benny Gantz, sarebbero contrari a un attacco unilaterale contro l’Iran. Il primo ministro ha anche ricordato che quando nel 1981 l’allora primo ministro Menachem Begin prese la decisione di attaccare il reattore nucleare, anche il capo del Mossad Yitzhak Hofi e il direttore dell’intelligence militare Yehoshua Saguy si opponevano all’attacco”.

David Grossman, sulla Repubblica (3 agosto 2012), ha dichiarato che, se gli Israeliani non riusciranno a fermare Netanyahu, “saranno la nostra linfa e il nostro sangue a pagare l’incendio“. Le cose stanno esattamente così.

 

Questa battaglia contro le mistificazioni occidentali, per quanto possa risultare sgradevole agli occhi di chi, comprensibilmente ed a buon diritto, detesta l’autoritarismo russo e cinese, è indispensabile se non vogliamo renderci complici di una catastrofe regionale prima e globale poi.

Contro l’alta finanza forse serve un esorcista

Cosa fanno i lavoratori (cittadini), quando scoprono che la loro rappresentanza sindacale (parlamentari) è in combutta con il padronato (finanza)?
Su Affari e Finanza, Federico Rampini spiega che: “come zombi, i derivati sono risorti e sono in mezzo a noi più terribili che mai. Una massa incontrollata che vale 650 trilioni di dollari”.

Cosa hanno fatto i politici occidentali per bloccare questi zombi responsabili della crisi? NIENTE!

Da che parte stanno i politici occidentali? Con chi li elegge o con chi li compra?

Per fortuna ci sono anche le eccezioni:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/15/oskar-peterlini-il-roosevelt-de-noantri-potra-scongiurare-la-rivoluzione/

Federico Rampini, “Derivati, il ritorno degli zombie. In ballo 650 trilioni di dollari”, Affari & Finanza, 21 maggio 2012

“È il ritorno dei morti viventi. Ci illudevamo di averli seppelliti, di aver trovato la formula per un funerale definitivo, che ce li togliesse di torno per sempre? Come zombi, i derivati sono risorti e sono in mezzo a noi più temibili e pericolosi che mai. Una massa incontrollata che vale 650 trilioni di dollari. Non è solo la scoperta di quel buco di 2 miliardi (già diventati 3, ora si mormora che siano saliti a 4, e non staccate gli occhi dal contatore) nel bilancio di JP Morgan Chase, la più grande banca degli Usa. Un obbrobrio su cui ora indaga perfino l’Fbi, dopo la Federal Reserve e la Sec. C’è di peggio, tutta una serie di dettagli di contorno che danno a questa vicenda un aspetto terrificante: gli zombi fingevano di riposare, eccoli che ci afferrano come in un remake infinito dello stesso film horror, come se fosse impossibile uscire dall’incubo. Zombi per eccellenza lo è una figura chiave dello scandalo: non tanto lo Squalo di Londra Bruno Iksil, diretto esecutore della speculazione sui derivati; bensì sopra di lui la malefica Ina Drew, la manager che dal quartier generale di JP Morgan sulla Park Avenue di Manhattan aveva la guida delle strategie d’investimento e la supervisione sul controllo dei rischi.

Si scopre che la superbanchiera si fece le ossa nientemeno che nello hedge fund Ltcm. Vi state stropicciando gli occhi? Ma sì, proprio quello, il fondo che usava sofisticati algoritmi matematici elaborati da un premio Nobel che con le sue travolgenti speculazioni e poi l’improvvisa maxiperdita fece crollare Wall Street nel 1998, costringendo ad intervenire la Fed allora guidata da Alan Greenspan, per impedire uno shock sistemico. Non è un refuso, l’anno di grazia era proprio il 1998, e la Signora Drew era già all’onore delle cronache per i disastri dei derivati. A nulla servì quella catastrofe come a nulla è servita la lezione della crisi del 2008. Più zombi di così!

L’improvvisa voragine nel bilancio JP Morgan è legata a speculazioni sui credit default swaps, titoli derivati che fungono da polizze assicurative e servono a proteggersi dall’eventualità di bancarotta di una società a cui il banchiere ha prestato soldi, oppure dalla quale ha comprato dei bond. Gli stessi Cds però possono servire non a scopo precauzionale, bensì per la finalità opposta: una giocata aggressiva di chi scommette sui fallimenti societari. Una storia stravecchia: fu attraverso titoli strutturati di questo tipo che la bolla dei subprime nel 2008 travolse Lehman Brothers e rischiò di mandare in bancarotta la maggiore compagnia assicurativa americana, Aig, se a salvare quest’ultima non fosse intervenuto il governo e quindi il contribuente americano.

A proposito di zombi, che dire di Jamie Dimon, il capo supremo di JP Morgan? Secondo l’economista Mark Williams della Boston University, che in passato lavorò alla vigilanza della Fed, sotto la guida di Dimon “la JP Morgan Chase contiene un enorme hedge fund nascosto dentro il corpo di una grande banca di depositi”. Questa commistione fra due mestieri fu all’origine del grande crac di Wall Street nel 1929 così come nel 2008. E’ la lezione che credevamo fosse stata imparata quattro anni fa, no? “Le grandi banche di deposito continua Williams dovrebbero raccogliere il risparmio e fare prestiti, non avventurarsi in grosse operazioni speculative“. Se la commistione di mestieri non viene evitata, l’instabilità che incombe sull’intero sistema del credito è molto pericolosa. Basti pensare a questo, tornando alla tecnicalità delle operazioni che l’ufficio di Londra di JP Morgan effettuava sotto la direzione di Squalo Iksil e Madama Drew: è bastato uno spostamento infimo dello 0,25% dei tassi d’interesse sui mercati per sballare un coacervo di posizioni speculative del valore “nozionale” tra i 150 e i 200 miliardi di dollari (neppure JP Morgan riesce a quantificare esattamente l’entità: gli apprendisti stregoni hanno messo in movimento forze troppo grandi per loro).

Il martedì successivo alla scoperta, il 14 maggio a Tampa (Florida), Dimon all’assemblea degli azionisti della sua banca ha ammesso che probabilmente l’operazione “è iniziata nel rispetto delle normative attuali, poi si è trasformata in qualcosa di diverso”. Questa frase non è suonata solo come lo “scaricabarile” che ha dato il via alle dimensioni della Drew e Iksil. In realtà in quel passaggio c’è anche la scelta di una sottile strategia politica. Dimon nel suo intervento di Tampa ha scelto di “difendere” la normativa attuale come efficace e sufficiente, attribuendo il disastro al mancato rispetto di quelle stesse regole.
L’obiettivo è difendere la versione più minimalista della Volcker Rule, la regola che prende il nome dal più severo (e competente) fustigatore dei banchieri Usa, l’ex presidente della Fed. Nella riforma dei mercati finanziari la DoddFrank varata al Congresso su pressione di Barack Obama è inserita la Volcker Rule: quella che proibisce alle grandi banche di deposito di fare operazioni speculative con capitali propri. In sede interpretativa, però, Dimon da due anni ha guidato l’offensiva della lobby di Wall Street per svuotare la Volcker Rule inserendovi un’eccezione: in questa versione le operazioni speculative sono consentite allo scopo di “copertura del rischio”, cioè per proteggere la banca da eventuali perdite dovute all’insieme delle sue attività. Questa scappatoia che avrebbe dovuto essere un correttivo marginale, di fatto consente l’aggiramento della Volcker Rule e il ritorno a tutti i peggiori eccessi pre2008 (o pre1929…).
Guarda caso l’ufficio di Londra diretto da Iksil si occupava proprio di “copertura del rischio” per conto di Dimon. È con quell’alibi che ha potuto ricominciare a speculare sui derivati, alla grande, in barba allo spirito della Volcker Rule. All’assemblea degli azionisti a Tampa, solo un coraggioso sacerdote cattolico, il Reverendo Seamus Finn dell’ordine missionario di Maria Immacolata, ha osato affrontare il potente Dimon prendendo la parola a nome di un gruppo di piccoli azionisti. “Le sembra il caso ha detto il Reverendo Finn che la banca continui a spendere soldi dei suoi azionisti, al ritmo di 7 milioni di dollari quest’anno, per attività di lobby dirette a modificare la legge DoddFrank?” Inoltre, sfidando il dogma neoliberista di cui Dimon è un alfiere, il missionario cattolico gli ha chiesto: “Alla luce di queste ultime rivelazioni, Mr. Dimon, lei pensa ancora che una banca sia in grado di regolarsi da sola?” Ma l’intervento del sacerdote non ha impedito che l’assemblea degli azionisti approvasse la mozione proposta dal consiglio d’amministrazione: confermando a Dimon uno stipendio di 23 milioni di dollari, nonché il cumulo delle cariche di presidente e amministratore delegato.
Dunque il superzombi la farà franca anche questa volta? Sul fronte politico, non è detto che le cose si mettano male per il più potente banchiere d’America. Certo, la Casa Bianca ha colto la palla al balzo per ripartire all’offensiva in favore di una interpretazione più rigorosa della Regola Volcker. A meno di sei mesi dalle elezioni, Obama ha interesse a mostrarsi intransigente contro gli eccessi di Wall Street, un tema che compatta la sua base democratica e può portargli consensi anche fra gli incerti e i moderati. La logica è dalla sua parte: quando una banca ha le dimensioni della JP Morgan Chase, un suo fallimento è impensabile perché trascinerebbe l’intero settore del credito in una nuova “glaciazione”. Visto dunque che per le sue stesse dimensioni la JP Morgan gode della protezione implicita delle autorità pubbliche (Federal Reserve, Federal Deposit Insurace), la sua attività va limitata in modo severo. C’è ancora tempo per farlo: la Volcker Rule deve diventare pienamente operativa a luglio, da qui a luglio è ancora aperta la partita per la sua “interpretazione definitiva” da parte del Tesoro e delle authority coinvolte, dalla Fed alla Sec.

Ma è impossibile non notare che Obama è stato finora attento ad evitare attacchi personali a Dimon. Tutti sanno che il chief executive di JP Morgan è un democratico, e in passato è stato generoso di contributi elettorali ai candidati del suo partito. Inoltre nel 2010 Obama fu quasi “costretto” a difendere il “diritto” di Dimon di attribuirsi un bonus di 17 milioni (oltre allo stipendio). Perché? Un precedente attacco di Obama ai superstipendi dei banchieri gli era valso una valanga di accuse dai repubblicani. Lo avevano dipinto come un “socialista”, che interferisce politicamente nella gestione delle aziende private. Ancora in questi giorni, la reazione di Mitt Romney al “buco dei derivati” nel bilancio di JP Morgan è stata un classico del brivido. Intervistato dal blogger Ed Morrissey in un talkshow radiofonico, il candidato repubblicano alla Casa Bianca ha escluso categoricamente che questa perdita debba “ispirare nuove leggi o modifiche alle regole”. Romney ha proseguito così: “E’ in questo modo che funziona l’America. Qualcuno ha preso delle decisioni sbagliate e ci ha perso dei soldi. Be’, sapete cosa? Qualcun altro ci avrà guadagnato, quindi va bene così”. Ecco quel che pensa l’uomo che potrebbe entrare alla Casa Bianca dal gennaio 2013.

http://www.repubblica.it/supplementi/af/2012/05/21/copertina/001feudo.html

NOTA BENE
curioso che sia un reverendo a contrapporsi ad uno squalo di nome Dimon (demone). Forse servirebbe un esorcista.

Qual è il loro obiettivo? Questo:
http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/crisi-generate-e-colpi-di-stato-soft.html

Il Wyoming e il crepuscolo dell’impero

 

La storia è una galleria di immagini in cui ci sono pochi originali e molte copie.
Alexis de Tocqueville

Mentre c’è chi caldeggia la nascita degli Stati Uniti d’Europa, c’è chi paventa o comunque predice il crollo di quelli d’America.

“Marcus Cassianius Latinius Postumus si dice sia nato in una famiglia povera di origine gallica, crescendo in condizioni modeste fino in età adulta, quando si arruolò nell’esercito. Postumus eventualmente avanzò di grado per effetto del suo coraggio, forza, intelligenza e capacità diplomatiche. Postumus e vissuto in una era di grande inquietudine per l’Impero Romano. Nel terzo secolo l’ambiente stava cambiando ed i Romani avevano a che fare con gravi problemi sia all’interno che al di fuori dell’impero. Postumus divenne il governatore della Germania Superiore durante il regno dell’imperatore Gallieno. Nel 258 DC, fu un anno di grande fermento alle frontiere: i Goti e le altre tribù germaniche venivano spinti contro i confini romani da una nuova tribù barbara di grandi guerrieri che erano tutto ad un tratto apparsi dall’ est: gli Unni.

Gallieno era già impegnato in una guerra per difendere le frontiere orientali dai Persiani, suo figlio, Saloninus, si trovava in Germania per difendere la frontiera del Reno. Postumus nel frattempo era diventato il comandante delle legioni di stanza sulla frontiera del Reno. Non correva buon sangue tra Postumus e Saloninus, situazione che portò all’assassinio di quest’ultimo. Dopo la morte di Saloninus, Postumus si proclamò imperatore del nuovo Impero gallico, che comprendeva i territori di Spagna, Gran Bretagna, Gallia e Rezia. Il comandante ribelle affermò così la sua indipendenza da Roma e dall’imperatore Gallieno, arrivando a coniare una nuova moneta raffigurante il proprio volto. Postumus avrebbe regnato tra il 260-269 DC, quando fu assassinato da uno dei suoi uomini. L’Impero Gallico sarebbe andato avanti per altri cinque anni, fino al 274 DC, quando, dopo la battaglia di Chalons, l’imperatore Aureliano avrebbe reintegrato i territori di Postumus nell’Impero romano.

Nonostante la crisi del III secolo, l’impero romano sopravviverà per altri 200 anni, grazie soprattutto a due grandi imperatori: Diocleziano e Costantino, che contribuirono a immettere nuova linfa nell’impero morente. Le invasioni barbariche, iniziate nel 376 DC, con i Goti, e la sconfitta delle legioni romane ad Adrianopoli nel 378, avrebbero continuato per un secolo con i Visigoti nel 410, seguita dagli Unni nel 451 e dai Vandali nel 455, fino a quando l’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo fu deposto da Odoacre nel 476 DC data che segnò la fine dell’impero romano occidentale. Le invasioni barbariche sono state il risultato, non la causa della debolezza romana. Quando Odoacre prese il potere, Roma era ormai un guscio vuoto.

Quando i padri fondatori hanno stipulato la Costituzione americana, lo hanno fatto prendendo ad esempio la Repubblica Romana come un modello politico. Da allora un numero incalcolabile di libri, relazioni accademiche e opinioni sono state rese sul confronto tra l’Impero Romano e gli Stati Uniti. Una considerevole quantità di storici e sociologi oggi vedono molte similitudini tra la fine dell’Impero Romano e la situazione attuale in evoluzione negli Stati Uniti. Il motivo di tanta ricerca è che gli USA siano la versione attuale dell’Impero Romano. Per loro, Hollywood equivale agli spettacoli tenuti nel Colosseo, la politica estera degli Stati Uniti con i loro tentacoli di vasta portata, l’esercito americano con la sua presenza ufficiale e non ufficiale in 140 paesi in tutto il mondo sono paragonabili alla legione romana a guardia del vasto territorio dell’impero. Naturalmente, questi confronti possono essere inverosimili, soggettivi e discutibili. A mio parere, Roma è troppo distante dagli Stati Uniti in termini di tempo per esprimere un giudizio equo. Gli Stati Uniti e Roma non sono confrontabili, ma per il ragionamento di questa analisi, facciamo finta che l’equazione USA = Romano Impero sia correlata. Dobbiamo partire dal presupposto che se gli Stati Uniti equivalgono all’Impero Romano i due condividerebbero allora lo stesso destino, compreso il loro collasso. Uno stato di fatto è che tutti gli imperi e le civiltà che ci hanno preceduto sono nati e morti seppelliti dalla storia. Alcuni di essi sono durati più a lungo rispetto ad altri, ma non c’è mai stata una civiltà che è sopravvissuta intatta al flusso del tempo.

Probabilmente, la caduta dell’impero romano non è stata causata da un singolo evento, ma era la combinazione di molti eventi, alcuni più importanti di altri. Non importa quale sia la ragione, i segni del declino erano presenti per essere interpretati e spiegati ben prima della fine dei Cesari. Si possono prevedere i tempi della fine americana? Possiamo interpretare i segni di decadenza americana e il collasso? Può essere, ma è un giudizio soggettivo di chi fa l’analisi. Nel terzo volume della La Storia della Civiltà, del suo splendido libro, Cesare e Cristo, pubblicato nel 1944, Will Durant ha scritto: “Una grande civiltà non viene conquistata dall’esterno fino a quando non si è distrutta dall’interno“.

Durante gli anni dell’Amministrazione Bush, personaggi appartenenti all’altra parte dello spettro politico avevano ipotizzato la caduta degli Stati Uniti a causa delle guerre in Iraq e in Afghanistan, del terrorismo, della globalizzazione, della erosione delle libertà civili, della violazione della Costituzione, della crisi economica, ect. Se abbiano realmente creduto alla sua morte è un’altra questione. Ora che Obama è in carica, l’ideologia politica avversa vede Obama e i risultati delle sue decisioni, come un segno del declino americano. Essi dichiarano: le guerre continuano, destabilizzazione di Medio Oriente e Africa, la spesa e il debito nazionale, la recessione economica, crollo della struttura familiare, erosione dei valori morali, la violazione della Costituzione, immigrazione, ect. Come potete vedere, alcuni di questi fattori sono gli stessi di entrambe le parti politiche e tutti insieme hanno una qualche validità nell’ipotizzare la possibilità del crollo americano. Tenete a mente, però, che fare la previsione su modelli futuri e stabilire una linea di tempo è quasi impossibile e non importa quanto efficaci si e`nell’interpretare gli eventi attuali; si può solo speculare. Forse uno dei più grandi errori che possiamo fare è quello di concentrarci sui segni più grandi, mentre sottovalutiamo i piccoli.

A volte i guai cominciano negli angoli più remoti dell’impero, i luoghi più tranquilli. Si inizia con una crepa, per quanto piccola, ma queste piccole crepe sono quelli più difficili da affrontare. A volte possono passare inosservate, anche quando sono visibili, non si prendono sul serio, perché sembrano innocue. Se non immediatamente chiuse, queste sono le crepe che si espandono mettendo così in moto una serie di effetti devastanti sulla fondazione; mettendo di conseguenza in pericolo la stabilità della struttura dell’impero. La proposta di legge del Wyoming HB85 potrebbe essere una di quelle piccole crepe.

Il Wyoming è un posto tranquillo, uno Stato bellissimo di montagne imponenti, maestosi parchi nazionali come Yellowstone e il Grand Tetons, con una massa di terra di 251501 chilometri quadrati, più grande della Gran Bretagna e Irlanda del Nord messe insieme. Confina con il Montana a nord, Nebraska e South Dakota ad est, Colorado e Utah a sud, Idaho ad ovest. Ci sono solo circa 570.000 residenti in Wyoming, ma è una terra ricca di risorse naturali. Wyoming fu acquistato dalla Francia nel 1803. A volte ci si riferisce al Wyoming come a “lo Stato Cowboy”. Oltre alla bellezza naturale, il Wyoming è uno degli stati che negli ultimi anni hanno espresso un certo “dispiacere” nei confronti del governo centrale e dell’amministrazione Obama.

Alcuni sostengono che questo malcontento è dovuto al fatto che il Wyoming è governato da un repubblicano, come repubblicani sono il segretario di Stato, il procuratore generale e il tesoriere. Non nego che ci sia una certa verità in questa affermazione, ma minimizzare il malcontento strisciante presente in alcuni degli stati dell’Unione, come una questione puramente ideologica-politica è troppo semplicistico. Per iniziare, il Wyoming è ben lungi dall’essere semplicemente uno ”Stato Cowboy”come dice il suo soprannome. Il Wyoming ha una storia molto progressista. E ‘stato il primo stato dell’Unione a concedere alle donne il diritto di voto nel 1869, ha avuto la prima donna giudice di Pace nel 1870, la prima giuria tutta femminile nel 1870, la prima donna governatore negli Stati Uniti tra 1925-1927; il primo senatore donna negli Stati Uniti è stato eletto nel Wyoming, la prima città in America ad essere interamente governata da donne ; la città di Jackson nel biennio 1920-1921. Inoltre, Wyoming non è il primo Stato che ha cercato di esercitare una sorta di “indipendenza” da Washington. Dopo l’introduzione della legislazione sanitaria di Obama, molti stati, come Florida, Oklahoma, Colorado, Virginia, South Carolina e Georgia, hanno introdotto una legislazione locale in opposizione a determinati requisiti del mandato di salute pubblica di Obama. Inoltre, lo Utah, una volta ha tentato di creare il suo sistema monetario. In molti casi, questi stati si appellano al decimo emendamento della Costituzione americana che dice: “I poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, né proibiti ai singoli Stati, sono riservati ai rispettivi Stati, o ai cittadini. ” Originariamente i padri fondatori dell’America hanno messo l’emendamento decimo nel Bill of Rights, perché non volevano che il governo centrale diventasse troppo potente. Ma il decimo emendamento è stato dimenticato e indebolito da anni di continui cambiamenti e dall’acquisizione di maggiori poteri federali.

Il Wyoming HB85 va oltre la lotta alla legislazione sanitaria federale. HB85 è un nuovo tipo di disegno di legge senza precedenti dalla fine della guerra rivoluzionaria. HB85 propone la creazione di una task force “per studiare la continuità del governo locale in caso di interruzione nei poteri del governo federale.” Questa task force sarebbe stato costituita da due senatori nominati dal Senato. Nella proposta di legge è scritto: “La task force studierà gli impatti potenziali sul Wyoming di … una potenziale interruzione del governo federale degli Stati Uniti, compreso, ma non limitato a:

(I) gli effetti potenziali del rapido declino del dollaro degli Stati Uniti …

(Ii) gli effetti potenziali di una situazione in cui il governo federale non ha alcun potere effettivo o autorità sul popolo degli Stati Uniti;

(Iii) I potenziali effetti di una crisi costituzionale;

(Iv) Il coordinamento tra l’ufficio del governatore, la guardia nazionale e il personale militare federale nel Wyoming;

(V) I potenziali effetti di una interruzione nel settore della distribuzione alimentare;

(Vi) I potenziali effetti di una interruzione nella distribuzione di energia “.

Il disegno di legge è stato subito soprannominato il ” Doomsday Bill.”

Introdotto da David Miller, un legislatore repubblicano del Wyoming, in un’intervista con un giornale locale, l’autore ha affermato che “Le cose a volte accadono in fretta. Guarda la Libia, guarda l’Egitto, vedi quelle situazioni “Miller ha anche aggiunto che” Se continuiamo su questa linea, questo è il modo in cui ogni società finisce -.. Con una moneta senza valore .”

HB85 è morta nella mattinata di Martedì 28 per soli tre voti, 30-27. Il disegno di legge inizialmente era sopravvissuto alla Camera, ma poi, prima della votazione finale, un altro parlamentare repubblicano, Kermit Brown, ha aggiunto una nuova clausola nel disegno di legge che la modificava in modo da includere uno studio per la creazione di un esercito indipendente del Wyoming, compresi marina e aviazione. In più alla possibilità di acquisto di una portaerei (non importa che il Wyoming sia senza sbocco sul mare). E facile intuire che Brown potrebbe aver deciso di aggiungere l’emendamento per una ragione: rendere il disegno di legge scandalosamente ridicolo firmandone la sua condanna. Forse Brown, un ex ufficiale della Marina, è stato colpito da un senso di fedeltà al governo federale. Brown ha dichiarato dopo aver aggiunto l’emendamento sulla portaerei ”Ho deciso di iniettare un po’ di umorismo in questo disegno di legge“. Brown, ovviamente, non ha voluto immaginare uno stato dell’unione potenzialmente con il proprio esercito e la propria valuta.

Se il disegno di legge fosse passato, si sarebbe creato un gruppo di studio. Questo gruppo di studio avrebbe dovuto redigere un rapporto entro il dicembre di quest’anno, consigliando quali passi sono necessari per creare un esercito e una moneta. Chissà cosa sarebbe venuto dopo? Una volta che la porta è aperta, tutto può succedere. Non è difficile immaginare forse non nell’immediato futuro, ma nei prossimi anni, che, inspirato dal Wyoming, qualcuno potrebbe prendere l’iniziativa di presentare un referendum per l’indipendenza da Washington.

Molti degli altri Stati dell’Unione hanno problemi di bilancio e il governo federale è di $ 15 trilioni di debito. Alcuni hanno chiamato i sostenitori della ” Doomsday Bill” pazzi da complotto apocalittico e stanno ridendo di loro. Ma dietro queste etichette facilmente appiccicate,il Wyoming ha il diritto di essere preoccupato. Per Miller e molti dei legislatori del Wyoming, l’incubo di un crollo del governo centrale è reale. Miller ha dichiarato: “Le cose le facciamo giuste nel Wyoming, abbiamo la miglior conduzione dello Stato incluso un avanzo di bilancio. ” Le finanze del Cowboy State sono molto migliori rispetto al resto del paese. Sam Krone, un rappresentante repubblicano di Cody, ha dichiarato: “Siamo in una situazione relativamente buona finanziariamente, con $ 14 miliardi di risparmio e surplus.” La disoccupazione in Wyoming è anche la più bassa rispetto al resto del paese con il 5,7%; ben al di sotto del 8,5% a livello nazionale. Lo Stato del Wyoming in questo ciclo di bilancio in corso prevede di finire con 1.000 milioni dollari in eccesso. Sicuramente la gestione del “Cowboy State” è molto positiva

Se l’umanità sopravvive, in 1000 anni, gli storici guarderanno indietro nel la storia e` forse identificheranno la HB85 come una di quelle piccole crepe che sono diventati un punto di svolta nella caduta degli Stati Uniti. Se ci sono voluti 200 anni per Roma a cadere, ci vorrà molto meno per gli Stati Uniti. Se non è il Wyoming, forse sarà un altro Stato a bussare alle porte dell’indipendenza, usando come mezzo il “referendum democratico” creando probabilmente un effetto domino. Allora la caduta sarà veloce come il collasso dell’Unione Sovietica. Non vedo uno Diocleziano o Costantino all’orizzonte. Il meglio che l ‘America è in grado di produrre al giorno d’oggi sono persone del calibro di Obama o di Romney. Invece di ridere, mi metterei a piangere”.

Potete leggere una copia del HB-85: QUI

Gianfranco Campa
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=42857

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