La primavera messicana

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Se si potesse cominciare a costruire anche mentre si sta bruciando. Se si potesse coltivare mentre si distrugge…La nostra causa era la terra, non un’idea; la terra coltivata per sfamare le nostre famiglie; libertà e non parole; un uomo sereno seduto al tramonto sulla soglia di casa; pace, non sogni; tempo di quiete e di bontà. Una domanda mi tormenta: nasce una cosa buona da una cattiva azione? Può nascere la pace da tanti delitti? Può infine tanta violenza generare della bontà? Può un uomo con idee sorte nell’ira e nell’odio, può costui condurre alla pace? Può governare in pace? Io non lo so…

Pablo Torres Burgos – “Viva Zapata!”

Questa terra è nostra, ma voi dovete proteggerla, non sarà vostra a lungo se non la difendete, se necessario con la vostra vita e con la vita dei vostri figli. Non sottovalutate i vostri nemici, essi torneranno. E se la vostra casa è bruciata, ricostruitela; se il vostro grano è distrutto, seminate di nuovo; se i figli muoiono, crescetene altri; se vi cacciano dalla valle, andate a vivere sulla montagna, ma vivete.

Siete sempre in cerca di capi: uomini forti, senza colpe, non ne esistono: esistono soltanto uomini come voi. Loro cambiano, disertano, muoiono. Non c’è nessun capo tranne voi e un popolo forte è la sola forza che duri…Un uomo forte fa un popolo debole. A un popolo forte non serve un uomo forte.

Emiliano Zapata – “Viva Zapata!”

Il 21 novembre dell’anno scorso iniziavano le proteste ucraine.

I media non stanno praticamente parlando dei disordini in Messico e degli scandali intorno alla corruzione del governo/presidenza, con la first lady costretta a vendere una villa del valore di svariati milioni di dollari, dono di un consorzio edile che ha vinto un megacontratto.

Forse non sono i disordini “giusti” contro l’establishment “giusto”?

Invito i russi a mandare qualche pezzo grosso a fare ripetute visite nelle piazze messicane per incitare la folla contro il governo, com’è successo a Kiev.

Potrebbero anche orchestrare un “cambio di regime” e poi pianificare la creazione di basi militari russe in Messico.

Allora vedremo se “quelli di Guantánamo” sono così democratici e rispettosi della sovranità dei popoli.

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La primavera araba, le legittime proteste ucraine contro il governo (poi dirottate dall’alto per favore una fazione a spese dell’altra), i disordini messicani, Ferguson (USA), le sempre più frequenti e irose proteste in Europa, il reclutamento dei giovani musulmani europei alienati da parte di ISIS.

Bisogna essere ciechi e sordi per non riconoscere una tendenza, una logica interna a questi eventi, che va nella direzione di una rivoluzione globale.

Milioni di persone soffrono e hanno deciso che non ne possono più. La miccia può essere qualunque cosa: un venditore ambulante che si dà fuoco (Mohamed Bouazizi), oppure degli studenti massacrati e poi bruciati e un procuratore generale che si alza da una conferenza stampa dicendo: “basta, sono stanco” – “ya me cansé” (Messico).

Gli oligarchi possono continuare a tirare la corda, ma prima o poi si spezzerà.

Nei paesi più poveri, ma anche in quelli più ricchi (e impoveriti).

La loro avidità è il loro tallone d’Achille: il bisogno compulsivo di accumulare più ricchezze di quanto potrebbero spendere in centinaia di esistenze continua a forzare la loro mano, costringendoli a privatizzare e precarizzare tutto e usare la minaccia della violenza, o la violenza minacciosa, per continuare questo loro gioco. Loro malgrado, più useranno la forza bruta per tenere a bada le masse, più le masse capiranno con chi hanno a che fare: “o noi, o loro”.

Obama fornirà il suo pieno sostegno ai rivoltosi messicani? Oppure quelli ucraini sono buoni mentre quelli messicani sono cattivi, anche se le rivendicazioni sono le stesse e i governi mal-governano allo stesso modo?

I tempi sono ormai maturi per la rivoluzione globale (effetto domino).

Esercizi di analisi predittiva per il periodo 2015-2020

The time of world revolution is drawing near

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Antonio “Pancho Villa” Ingroia, guida noi peones alla riscossa! ¡Viva la Revolución!

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Se si potesse cominciare a costruire anche mentre si sta bruciando. Se si potesse coltivare mentre si distrugge…La nostra causa era la terra, non un’idea; la terra coltivata per sfamare le nostre famiglie; libertà e non parole; un uomo sereno seduto al tramonto sulla soglia di casa; pace, non sogni; tempo di quiete e di bontà. Una domanda mi tormenta: nasce una cosa buona da una cattiva azione? Può nascere la pace da tanti delitti? Può infine tanta violenza generare della bontà? Può un uomo con idee sorte nell’ira e nell’odio, può costui condurre alla pace? Può governare in pace? Io non lo so…

Pablo Torres Burgos – “Viva Zapata!”

Questa terra è nostra, ma voi dovete proteggerla, non sarà vostra a lungo se non la difendete, se necessario con la vostra vita e con la vita dei vostri figli. Non sottovalutate i vostri nemici, essi torneranno. E se la vostra casa è bruciata, ricostruitela; se il vostro grano è distrutto, seminate di nuovo; se i figli muoiono, crescetene altri; se vi cacciano dalla valle, andate a vivere sulla montagna, ma vivete.

Siete sempre in cerca di capi: uomini forti, senza colpe, non ne esistono: esistono soltanto uomini come voi. Loro cambiano, disertano, muoiono. Non c’è nessun capo tranne voi e un popolo forte è la sola forza che duri…Un uomo forte fa un popolo debole. A un popolo forte non serve un uomo forte.

Emiliano Zapata – “Viva Zapata!”

Al tempo di Zapata (inizio del secolo scorso) il Messico era governato da tecnocrati, banchieri, finanzieri, economisti e ufficiali dell’esercito, chiamati “cientificos” (tecnici), che credevano nel capitalismo liberista e nel positivismo, nel pareggio di bilancio, nella stabilità monetaria ed erano filo-americani, privatizzavano le terre comuni, sottraevano risorse alle comunità indie per darle in usufrutto a società straniere [giuro, non mi sto inventando niente, la storia si ripete e non è troppo farsesca: andate a controllare]. Quasi la metà del Messico era nelle mani di tremila famiglie e un quinto del paese (una superficie pari a quella del Giappone) apparteneva a 17 persone. Gli USA possedevano i tre quarti dei giacimenti minerari e più della metà dei campi petroliferi. La Standard Oil di Rockefeller e Doheny ricavava 50mila barili di petrolio al giorno, esentasse, tranne una imposta di bollo insignificante. Inflazione, compressione dei salari, disoccupazione, crisi finanziaria a Wall Street nel 1907, poi una carestia. Così scoppiò la rivoluzione.
Tempo di ¡Revolución civil y sin violencia!

Adelante Comandante!!!

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No, non hai capito, aspetta che te la rispiego: allora, la nonviolenza…

¡Viva Zapata! I brogli elettorali messicani e le possibili conseguenze

Se si potesse cominciare a costruire anche mentre si sta bruciando. Se si potesse coltivare mentre si distrugge…La nostra causa era la terra, non un’idea; la terra coltivata per sfamare le nostre famiglie; libertà e non parole; un uomo sereno seduto al tramonto sulla soglia di casa; pace, non sogni; tempo di quiete e di bontà. Una domanda mi tormenta: nasce una cosa buona da una cattiva azione? Può nascere la pace da tanti delitti? Può infine tanta violenza generare della bontà? Può un uomo con idee sorte nell’ira e nell’odio, può costui condurre alla pace? Può governare in pace? Io non lo so…

Pablo Torres Burgos – “Viva Zapata!”

Questa terra è nostra, ma voi dovete proteggerla, non sarà vostra a lungo se non la difendete, se necessario con la vostra vita e con la vita dei vostri figli. Non sottovalutate i vostri nemici, essi torneranno. E se la vostra casa è bruciata, ricostruitela; se il vostro grano è distrutto, seminate di nuovo; se i figli muoiono, crescetene altri; se vi cacciano dalla valle, andate a vivere sulla montagna, ma vivete.

Siete sempre in cerca di capi: uomini forti, senza colpe, non ne esistono: esistono soltanto uomini come voi. Loro cambiano, disertano, muoiono. Non c’è nessun capo tranne voi e un popolo forte è la sola forza che duri…Un uomo forte fa un popolo debole. A un popolo forte non serve un uomo forte.

Emiliano Zapata – “Viva Zapata!”

Anche al tempo di Zapata (inizio del secolo scorso) il Messico era governato da tecnocrati, banchieri, finanzieri, economisti e ufficiali dell’esercito, chiamati cientificos, che credevano nel capitalismo liberista e nel positivismo, nel pareggio di bilancio, nella stabilità monetaria ed erano filo-americani, privatizzavano le terre comuni, sottraevano risorse alle comunità indie per darle in usufrutto a società straniere. Quasi la metà del Messico era nelle mani di tremila famiglie e un quinto del paese (una superficie pari a quella del Giappone) apparteneva a 17 persone. Gli USA possedevano i tre quarti dei giacimenti minerari e più della metà dei campi petroliferi. La Standard Oil di Rockefeller e Doheny ricavava 50mila barili di petrolio al giorno, esentasse, tranne una imposta di bollo insignificante. Inflazione, compressione dei salari, disoccupazione, crisi finanziaria a Wall Street nel 1907, poi una carestia. Così scoppiò la rivoluzione.

Oggi manca la carestia, ma ci sono i brogli elettorali (per la seconda volta, spudoratamente).

“Andrés Manuel López Obrador, candidato di un ampio fronte di sinistra che riunisce tre partiti – il Partido de la Revolución Democrática, il Partido del Trabajo, Movimiento Ciudadano – e un grande movimento popolare – il Movimiento de Regeneración Nacional (Morena), con 4 milioni di iscritti – ha presentato un ricorso per impugnare l’intero processo elettorale e l’attribuzione della vittoria al candidato del Pri Enrique Peña Nieto. In questo, Amlo dimostra un’aderenza alla legalità ignota ai suoi avversari, che lo etichettano da sempre come un perdente rissoso, e non è solo, ma spalleggiato da milioni di elettori rimasti con la bocca amara.
A scrutini appena iniziati
La vittoria del Pri e del suo candidato telegenico, in effetti, è stata dichiarata troppo in fretta, a scrutini appena iniziati, la sera stessa delle elezioni, dopo una giornata piena di brogli e intromissioni
. Le irregolarità riscontrate dagli osservatori della coalizione progressista riguardano ben 113.855 seggi su un totale di 143.151 ed è su questa base che Amlo ha chiesto all’Instituto Federal Electoral (Ife) un nuovo conteggio dei suffragi «voto per voto, seggio per seggio».
Sembra un déjà vu del 2006, quando 50 giorni di proteste popolari costrinsero l’Ife a ricontare il 10 % delle schede, rivelando errori e manomissioni che però, secondo il supremo tribunale elettorale, non erano abbastanza per invalidare le elezioni. Questa volta, oltre a questionare lo scrutinio, la coalizione progressista denuncia l’uso fazioso dei media, con Televisa in testa, la diffusione di inchieste e sondaggi mercenari e una cascata di finanziamenti occulti – Amlo parla di 5 miliardi di pesos, 300 milioni di euro – per comprare e deviare la volontà dell’elettorato.
L’ondata delle proteste contro un’elezione evidentemente truccata ha cominciato a sollevarsi fin da domenica sera. Lunedì 2 luglio, mentre il movimento «Yo soy 132» è sceso in piazza andando a manifestare davanti all’Ife al grido di «el voto comprado no puede ser contado», fra i più di 30mila osservatori nazionali e 700 stranieri predominava lo sgomento. Le migliaia di elettori che non hanno potuto votare per mancanza di schede, l’inefficienza delle istituzioni, la compravendita dei voti in tutto il territorio nazionale, la violenza di certe zone e le frequenti intimidazioni gettano seri dubbi sull’equità e la legalità dell’ultimo processo elettorale.
Violazioni e «falchetti»
Secondo Alianza Civica, una ong che si dedica dal 1994 all’osservazione elettorale, il 30% circa dei voti del 1 luglio sono stati il prodotto di compera e coercizione del voto, mentre nel 21% dei seggi osservati si è violata la segretezza del suffragio. Quest’ultima violazione, fatta per controllare che chi ha venduto il voto rispetti il patto, è facilitata dalla struttura delle cabine di votazione, che sono semiaperte, e dal ricorso a bambini che si fingono parenti accompagnatori – una figura consentita – ma in realtà sono piccole spie. Li chiamano halconcitos, i «falchetti».
In una conferenza stampa, Beatriz Camacho e Hector Díaz Santana, rappresentanti di Alianza Civica e di Equipo Pueblo, hanno rivelato che le numerose irregolarità, specialmente la compera e il condizionamento del voto, non sono state commesse da un solo partito, anche se la maggioranza sono imputabili al Pri. Le due ong sono state le prime a stabilire che la gravità delle infrazioni è tale che meriterebbe l’annullamento delle elezioni.
Gli osservatori si sono trovati d’accordo nel considerare che le anomalie registrate nel 2012 hanno superato quelle delle elezioni del 2006 e che sono talmente difficili da quantificare che l’Ife e la Fepade (la procura specializzata in reati elettorali) «sono assolutamente insufficienti a correggere un problema così grave».
Secondo i rapporti di 500 osservatori, che hanno osservato i seggi in 21 stati, il 28,4% degli elettori ha ammesso di essere stato esposto ad almeno una pratica di compera o coazione del voto.
Alianza Civica ha rilevato anche il fenomeno delle cosiddette «maree», che consistono in vari rappresentanti di un partito politico – la legge ne ammetterebbe solo due – che, con fare intimidatorio, si mettono alle spalle dei funzionari del seggio.
Congratulazioni frettolose
Con una fretta sorprendente, numerosi governi europei – Francia, Spagna, Gran Bretagna per primi – e centroamericani si sono congratulati con Peña Nieto per la sua vittoria fin da lunedì, quando era ancora in corso lo spoglio delle schede
. Il più sollecito e contento di tutti, per ovvie ragioni, è stato il presidente Obama, che si è felicitato personalmente con il candidato del Pri.
In Messico invece, dopo il ricorso presentato da López Obrador e la coalizione progressista, l’Instituto Federal Electoral ha annunciato la sua disponibilità a ricontare circa un terzo dei voti.

http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7992/

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