Obama è psichicamente sano? (oppure è schizoide?)

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall’inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR] 

Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.

http://www.bloo.it/mondo/barack-obama-risponde-alle-critiche-non-sono-freddo-e-calcolatore.html?cp

Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.

Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.

Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre”è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).

Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.

Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).

Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.

Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.

Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.

Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.

Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.

Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.

Perché è diventato così?

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Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).

In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.

Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.

Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).

Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.

Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.

È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.

Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.

Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.

Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.

Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).

Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).

Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.

I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.

Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.

Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.

Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.

FONTI

David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.

http://www.huffingtonpost.com/david-bromwich/

Webster G. Tarpley, “Barack H. Obama: The Unauthorized Biography”, 2009

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I media e la popolazione americana inizialmente lo descrivevano come “cool”, ora lo definiscono “cold”.

“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.

I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.

Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.

In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.

Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).

Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.

Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.

Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.

Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.

Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.

L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.

Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.

Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0

L’ultimo anniversario di Israele?

 

Israele ha appena festeggiato i 64 anni dal giorno della sua creazione. Ormai reputo quasi certo che, a causa delle politiche dell’attuale governo israeliano, questo sia anche l’ultimo anno della breve ma intensissima storia di Israele.

Un commentatore del mio vecchio blog mi ha chiesto se conosco Gilad Atzmon. Confesso di non averlo mai letto e so solo che è detestato dagli antisionisti quasi quanto lo è dai sionisti. La cosa mi ha colpito, perché è un po’ quel che è successo a me e Mauro Fattor dopo la pubblicazione del nostro libro sull’Alto Adige e i suoi miti identitari.
Ho trovato quest’intervista, che credo possa esemplificare il suo pensiero.

Silvia Cattori: Il suo libro è stato appena pubblicato in Francia. Pur senza aver avuto una campagna promozionale, si sta vendendo bene, nonostante che i membri della Unione Ebraica Francese per la Pace (UJFP) e della International Jewish Antizionist Network (IJAN) abbiano lanciato una campagna contro di lei, all’interno del mondo della sinistra e dei movimenti di solidarietà con la Palestina, addirittura sei mesi prima dell’uscita della traduzione francese. È stupito da questi attacchi?

Gilad Atzmon: Come lei sa bene, sono anni che sono fatto oggetto di questo genere di campagne vili da parte degli ebrei antisionisti. È evidente come io sia percepito come un guastafeste. Non c’è da stupirsi: io sono contro qualunque forma di politica identitaria ebraica poiché le considero, tutte quante, esclusiviste e razziste. Purtroppo, allo stesso modo dei sionisti, molti gruppetti politici ebraici antisionisti sono apertamente impegnati in politiche altrettanto tribali, altrettanto razziste, altrettanto esclusiviste.

Ma esiste anche un problema ideologico. Io affermo apertamente che tutta la terminologia che loro usano è sbagliata. Il sionismo non è colonialismo, Israele non pratica l’Apartheid, e gli Israeliani non sono assimilabili ai sionisti. Il sionismo non è colonialismo: infatti, lo Stato ebraico dei coloni è privo di metropoli. Israele non è Apartheid: lo Stato ebraico non cerca di sfruttare i Palestinesi ma semplicemente di sbarazzarsene. In effetti, Israele si regge sulla filosofia dello spazio vitale, del Lebensraum. Detto in altre parole, lo Stato ebraico ha adottato l’ideologia razzista ed espansionista nazista. Ma gli ebrei che sono parte del nostro movimento [di solidarietà con i Palestinesi], non amano la similitudine con la Germania nazista. Di più, Israele non è esattamente il sionismo, e gli Israeliani non sono necessariamente sionisti. Israele è il prodotto dell’ideologia sionista e l’Israeliano è fondamentalmente un prodotto post-rivoluzionario. Ne consegue che il dibattito sionismo/antisionismo è molto poco pertinente con Israele, o nel quadro della politica israeliana. Riassumendo, tutta la terminologia che utilizziamo è ambigua, o addirittura fuorviante. E poiché io lo denuncio, immagino che sia del tutto naturale che alcuni vorrebbero eliminare il portatore di questo messaggio.

Silvia Cattori: In tanti la riconoscono come un pensatore serio e sincero in seno a questo movimento. La rispettano e ammirano. Lei ha il coraggio di incendiare il dibattito, infrangere i tabù, e di confrontarsi coi suoi detrattori con argomentazioni solide. Il fatto che l’UJFP in Francia e l’IJAN in Svizzera, per esempio, siano in grado di intimidire quanti l’apprezzano, pubblicano e invitano, non conferma forse la veridicità della sua posizione?

Gilad Atzmon: Queste officine ebraiche antisioniste non fanno che promuovere una causa tribale e marginale, raggruppano pochissime persone ma sono capaci di fare molto rumore. È chiaramente nell’interesse dei propugnatori del giudeo-centrismo mantenere in vita delle organizzazioni ebraiche dissidenti affinché detengano l’egemonia ebraica sul movimento di solidarietà con la Palestina e oltre. Tragicamente, ed è indubbio che sia così, questi movimenti non avranno mai alcuna possibilità di diventare movimenti di massa. Il loro messaggio è troppo esoterico. Così, ad esempio, perché mai una persona seria dovrebbe entrare in un gruppo di solidarietà se uno dei suoi principali obiettivi è la «lotta contro l’antisemitismo»? Se le persone sono realmente interessate al discorso della solidarietà con i Palestinesi, devono assicurarsi che si tratti di un movimento che sta diventando universale, un movimento guidato dalla compassione e da considerazioni etiche.

Forse vi sorprenderò. Io vorrei davvero vedere il maggior numero di ebrei possibile in questi movimenti; ma dovrebbero interessarsi di quelli che sono i veri problemi, cioè il calvario dei Palestinesi e la natura del potere politico ebraico. Fondamentalmente io studio il potere ebraico, è il mio oggetto di studio prediletto. Analizzo l’identità e la politica ebraica. Ed è del tutto sorprendente che i primi ad attaccarmi e a tentare di ridurmi al silenzio siano precisamente coloro che rivendicano di essere «attivisti ebrei della solidarietà con i Palestinesi». Già solo questo fornisce l’impressione che tali persone non sono affatto ciò che pretendono di essere, militanti della solidarietà. No, queste persone non sono altro che un’altra forma della AntiDefamation League.

Ma, lo sa, io sono felice di dibattere su questi temi. Se vogliono dibattere, che vengano a confrontarsi con me, a Londra o Parigi… se pensate che ho torto, venite a dibattere con me! Se sono in errore, venite a dimostrarmi le pecche del mio ragionamento: le mie informazioni sono erronee? Le mie argomentazioni parziali? No: in realtà nessuno è stato in grado di evidenziare il minimo errore nelle mie argomentazioni o nei fatti di cui parlo. Sanno solo ricorrere ad una trita tattica rabbinica, lanciare anatemi (herem). Perché ricorrono alla tattica talmudica? Perché probabilmente è esattamente ciò che sono, appartenenti al «popolo del libro» che perpetuano un orrido autodafé. Penso che se avessero potuto crocefiggermi, l’avrebbero fatto.

Silvia Cattori: I suoi detrattori sono determinati ad escluderla dal dibattito. È facile convincere quelli che non sanno nulla di come stanno le cose sostenendo che il suo polemizzare su giudaismo e antisionismo ebraico sarebbe alimentato da «razzismo» per il fatto che attribuisce «ad un intero gruppo di persone dei criteri negativi al fine di screditarli». Ma sono seri?

Gilad Atzmon: Allora, è sicuro che non sono seri. Io non mi occupo del giudaismo. Non critico niente del giudaismo anche se mi permetto di criticare talune interpretazioni che sono fatte dagli ebrei. Nemmeno critico con virulenza, in maniera generica, la politica ebraica, e l’antisemitismo ebraico in particolare. Ma le prime domande da sollevare qui riguardano il sapere perché a qualcuno dovrebbe essere interdetto dibattere sul giudaismo, la politica ebraica o l’antisemitismo ebraico. Il giudaismo è forse al di sopra di qualunque critica? La politica ebraica è forse intrinsecamente innocente? Gli antisionisti ebrei sono forse perfetti? È evidente che i miei detrattori aderiscono a questo giudizio, che più banale e inquietante non si potrebbe, secondo cui gli ebrei sono, in un modo o in un altro, dei prescelti, degli eletti, che il giudaismo è incontestabile e la politica ebraica intangibile. Ovviamente io non accetto questo approccio alle cose. Considerando l’impatto negativo che hanno le lobby politiche ebraiche nel fomentare una nuova guerra mondiale, criticare la politica ebraica significa amare davvero la pace.

Ci tengo inoltre a sottolineare che le preoccupazioni relative la «etnicità» o la «razza» sono estranee al mio lavoro. Nella totalità dei miei scritti non c’è il minimo riferimento agli ebrei in quanto «razza» o «etnia». Critico la cultura e l’ideologia ebraica in ragione del fatto che le organizzazioni IJAN, UJFP, ADL, la Zionist Federation, e compagnia, agiscono in quanto gruppi riservati ai soli ebrei e che le loro motivazioni sono ben lontane dall’essere universali o morali.

Silvia Cattori: Che mi dice «dell’antisemitismo classico» che le attribuiscono?

Gilad Atzmon: Dipende da cosa si intende per «antisemitismo classico». È vero che il XIX secolo ha prodotto una scuola di pensiero altamente critica nei confronti della cultura ebraica. Conosciamo bene questo dibattito tra Atene e Gerusalemme. Per quanto mi riguarda, era (e rimane) un dibattito molto interessante ed illuminante. Ha quanto meno avuto il merito di condurre generazioni di ebrei verso la riforma, l’umanesimo, la tolleranza.

In ogni caso siamo tutti d’accordo nel sostenere che l’antisemitismo è diventato un pensiero molto problematico, vile e criminale, nel momento in cui ha adottato una posizione biologica determinista. È dunque diventato fondamentalmente un discorso razzista darwinista. Ma, in un modo particolarmente scioccante, la politica ebraica (che sia di sinistra, destra o centro) si è imbevuta di questa sorta di attitudine razzista. Lei potrebbe, Silvia, aderire a uno di questi gruppi unicamente composti da ebrei che si pretendono «progressisti»? Io non credo. E sa perché? Non corrisponde affatto al profilo razziale indispensabile per esservi ammessa.

Silvia Cattori: Cosa risponde alle ricorrenti accuse di negazionismo?

Gilad Atzmon: Il negazionismo è, in tutta evidenza, una nozione sionista. Nessuno nega l’Olocausto, anche se alcune persone mettono in dubbio taluni elementi sul piano storico. Personalmente non prendo parte a dibattiti storici perché non sono uno storico. Tuttavia penso che la Storia debba rimanere un discorso aperto. Se qualcuno pensa che ho torto nell’affermare questo, che questa persona avanzi un argomento convincente. Ma attenzione: lui o lei dovrà anche spiegare cosa è inammissibile nella legge israeliana che riguarda la Naqba.

Silvia Cattori: Nel momento in cui si afferma che lei «attacca tanto gli antisionisti ebrei che i religiosi ebrei in termini razzisti », dunque, si mente?

Gilad Atzmon: Certo che si mente! È falso, è una totale deformazione dei miei scritti e del mio lavoro di ricerca. In tutti i miei scritti non si troverà alcuna critica del giudaismo o degli ebrei in quanto popolo, in quanto razza o in quanto etnia. Io non mi riferisco che alla sola ideologia, non al popolo. Sono irremovibile verso tutte le organizzazioni politiche riservate ai soli ebrei.

Considero taluni ebrei antisionisti e taluni ebrei di sinistra come «antisionisti sionisti» perché vedono nel loro essere giudei una qualità politica primaria. L’eminente sionista Haïm Weizmann ha detto: «Non esistono ebrei francesi, britannici, tanto meno americani. Ci sono solo ebrei che vivono in Francia, che vivono in Gran Bretagna o in America». Ciò significa che, nell’ideologia sionista, essere giudeo è una qualità primaria. Gli ebrei antisionisti o gli ebrei per la pace vedono chiaramente nel loro essere giudei una qualità primaria. Se non lo considerassero una qualità primaria, entrerebbero nel movimento per la pace e nel movimento per la solidarietà con la Palestina come tutti gli altri. Le ideologie ebraiche sono molto diverse le une dalle altre su numerose questioni. Ma tutte quante concordano su taluni punti fondamentali: l’Elezione, l’esclusivismo, la segregazione. La sola cosa in cui credono tutte, a l’unanimità, è che gli ebrei sono, in un modo o in un altro, il popolo eletto. Del resto, se gli ebrei non avessero niente di speciale, perché agirebbero attraverso gruppi in cui solo gli ebrei sono ammessi?

Silvia Cattori: Le rimproverano anche di suggerire l’idea che «l’oppressione colonialista israeliana non è frutto del sionismo ma il risultato del giudaismo».

Gilad Atzmon: Di nuovo, una caricatura. Per cominciare, lo ripeto, io non parlo del giudaismo, destrutturo l’ideologia ebraica. Posso arrivare a domandarmi quali siano le tracce giudaiche in una ideologia ebraica contemporanea. Per esempio, mi domando in che modo il Deuteronomio influenzi l’ideologia ebraica. Oppure chiedermi quale sia il significato del Libro di Esther. Tuttavia, del resto, affermo non essere il «sionismo» a far soffrire il popolo palestinese, ma lo Stato ebraico. E lo Stato ebraico lo fa in nome del popolo ebraico. Se Israele si autodefinisce come Stato ebraico, se i suoi carri armati sono decorati dai simboli ebraici, dobbiamo essere autorizzati a chiederci chi siano gli ebrei, o no? O ancora cosa sia il giudaismo e l’essere giudei. Nel mio lavoro io faccio un distinguo tra il sionismo e il discorso israeliano. Affermo che Israele non è guidato dal sionismo e che il sionismo è un discorso della diaspora ebraica che sta perdendo ogni rapporto con l’oppressione che subisce il popolo palestinese.

[…]

Silvia Cattori: La sua motivazione profonda non è, dunque, solo quella di allertare i Goyim (i non ebrei) e invitarli a smetterla di essere guidati dal senso di colpa, a cessare di sottomettersi, cessare di lasciarsi umiliare. Ma anche di far comprendere che, fin tanto che non ci sarà libertà di parola, Israele può continuare a guadagnare tempo per rendere la sua morsa sulla Palestina irreversibile?

Gilad Atzmon: Ai miei occhi non esiste differenza tra ebrei e non ebrei. Il mio desiderio più grande è di poter dire quello che voglio dire. Penso che il mio messaggio sia veramente cruciale per tutti quelli che cercano la pace, siano essi ebrei o Goyim. Per me, è evidente che Israele e le lobby pro-Israele spingono incessantemente e sempre più verso il conflitto. Israele e i gruppi di pressione rappresentano ormai la più grande minaccia per la pace mondiale. È chiaro, anche, ai miei occhi, che le comunità ebraiche non frenano né Israele né le lobby. E il messaggio, per noi, è molto chiaro: è nostra l’incombenza di salvare il pianeta. Questo pianeta, dove viviamo. Siamo seduti su una bomba a orologeria. Dobbiamo svegliarci, dobbiamo esprimerci, prima che sia troppo tardi.

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