Riformismo vs Populismo (Barbara Spinelli, la Repubblica)

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Dopo il 25 febbraio si peseranno i voti e Vendola deciderà il suo futuro. Da un lato c’è la possibilità di definirsi come sinistra di governo, nella speranza di non ripetere l’esperienza suicida dell’Ulivo. Dall’altro c’è il vortice del populismo. Vendola peserà, valuterà, ma forse sarà abbastanza abile da evitare un errore fatale.

Stefano Folli, Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2013

[Barbara Spinelli, quando si ricorda che l’europeismo, da solo, non risolverà la crisi, è magnifica]

“Se anche Keynes è un estremista”, la Repubblica, 6 febbraio 2013

“I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: “Non salvateci più!“, e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.

A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina “che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa“. Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che “l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone“.

Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda.

Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’.

È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89.

È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: “Ma stiamo scherzando?”, quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto?

In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale  –  la povertà, la disoccupazione di massa  –  non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.

È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un’idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un’idea d’avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste  –  con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono.

Non a caso viene dal più forte sindacato d’Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l’Europa, gestito dall’Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni ’30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani  –  welfare, cura del bene pubblico  –  accrescono l’irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all’assistenza. Paventato è l’azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L’economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal ‘700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. “Questo ucciderà quello”, così Victor Hugo narra l’avvento del libro stampato che uccise le cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell’unione uomo-donna a soccombere, chissà perché.

Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di “capitale umano” e parliamo di persone, forse l’azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati”.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 06 febbraio 2013

http://www.repubblica.it/politica/2013/02/06/news/spinelli_keynes-52040796/

Cosa si può fare con i guadagni di 1 anno dei 100 uomini più ricchi del mondo?

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Nel 2010 le Forbes Global 2000, assieme, avevano un fatturato di 32mila miliardi di dollari (il PIL mondiale era di 60mila miliardi di dollari).

“Il costo della disuguaglianza: come l’estrema polarizzazione di ricchezze e redditi ci danneggia tutti”, rapporto Oxfam, 18 gennaio 2013

“Negli ultimi 30 anni la disuguaglianza è cresciuta drammaticamente in molti paesi. Negli Stati Uniti la quota di reddito nazionale che va al 1% più ricco è raddoppiata, dal 1980, dal 10 al 20%. Per lo 0,01% è addirittura quadruplicata, a livelli mai visti prima. A livello globale, per l’1% (60 milioni di persone), e in particolare per l’ancora più ristretto 0,01% (600.000 persone – ci sono circa 1200 miliardari in tutto il mondo), gli ultimi trenta anni sono stati un periodo di incredibile abbuffate. Un fenomeno che non si limita agli Stati Uniti, o anche ai paesi ricchi. Nel Regno Unito la disuguaglianza sta rapidamente tornando a livelli che non si vedevano dai tempi di Charles Dickens. In Cina il 10% ora porta a casa quasi il 60% del reddito complessivo. I livelli di disuguaglianza cinesi sono ormai simili a quelli del Sud Africa, che è il paese più iniquo sulla terra, molto più rispetto alla fine dell’apartheid. Anche in molti dei paesi più poveri la disuguaglianza si è rapidamente accresciuta.

Globalmente i redditi dell’1% più ricco sono aumentati del 60% in 20 anni. La crescita del reddito per lo 0,01% è stata ancora più consistente.

A seguito della crisi finanziaria, il processo si è accelerato, con l’1% che ha incrementato ulteriormente la sua quota di reddito. Il mercato dei beni di lusso ha registrato una crescita a due cifre ogni anno, dopo l’inizio della crisi. Che si tratti di una vettura sportiva o un super-yacht, caviale o champagne, non vi è mai stata una tale richiesta dei beni di lusso più costosi.

Il FMI ha dichiarato che la disuguaglianza è pericolosa, produce divisioni e potrebbe portare a rivolte sociali. I sondaggi mostrano che l’opinione pubblica è sempre più sensibile alla crescente disuguaglianza in molti paesi, e ciò riguarda tutti i cittadini, indipendentemente dall’orientamento politico.

[…]

I 100 miliardari più ricchi del mondo hanno aggiunto 240 miliardi di dollari alle loro ricchezze nel 2012 – un quarto di quella cifra sarebbe sufficiente a porre fine alla povertà estrema nel mondo. La crescita nei paesi più egalitari è molto più efficace nel ridurre la povertà. Le ricerche effettuate da Oxfam hanno dimostrato che, per via delle sue gravi disparità, in Sud Africa, anche con una sostenuta crescita economica, un milione di persone in più saranno spinte verso una condizione di miseria entro il 2020, se non si prenderanno delle contromisure.

Le parole del vecchio adagio ‘soldi uguale potere’ indicano che nelle società più disuguali la democrazia è più a rischio. Questo potere può essere esercitato legalmente, con centinaia di milioni spesi ogni anno, in molti paesi, per fare lobbismo politico (corruzione legale), o illegittimamente per corrompere il processo politico e comprarsi il processo decisionale democratico.

[…]

I membri dell’élite hanno più probabilità di ricoprire posizioni politiche prominenti o altri alti uffici, rafforzando le disuguaglianze. I loro figli hanno più possibilità di essere almeno ricchi quanto lo sono i loro genitori, il che significa che le disparità intergenerazionali aumentano. La disuguaglianza è stata ricollegata ad una pluralità di problemi sociali, quali la violenza, la malattia mentale, la criminalità e l’obesità.

Fondamentalmente la disuguaglianza ha dimostrato di essere non solo un male per i poveri nelle società disuguali, ma anche per i ricchi. Le persone più ricche sono più felici e più sane se vivono in società più uguali.

http://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/cost-of-inequality-oxfam-mb180113.pdf

Il regalo di Natale di Berlusconi ai fautori della Grande Coalizione

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Segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce la loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare.

Bertolt Brecht (da Esilio)

In discesa la fiducia degli italiani nel presidente del Consiglio Mario Monti: con 3 punti in meno rispetto ad una settimana fa,si attesta al 33 per cento, toccando il minimo storico da quando è in carica…la fiducia nell’intero esecutivo è più bassa di almeno 8 punti, quindi intorno al 25%.

http://www.huffingtonpost.it/2012/12/07/mario-monti-sondaggio-swg_n_2255796.html

Monti ed il suo governo, avendo fallito su tutta la linea – incluso lo spread -, erano in caduta libera di consensi (solo 10 punti percentuali meglio di Berlusconi al momento della sua sostituzione e il governo Monti è sopra di un misero 5% ). Berlusconi torna in campo (con il 73 per cento degli elettori contrari – stesso sondaggio di SWG) e lo redime. La sua campagna elettorale sarà verosimilmente incentrata sull’uscita dell’Italia dall’euro (è sempre stato contrario), che è un errore gravissimo, ma gli conquisterà forse il 20-25% dei voti.
La sua candidatura spingerà il voto utile verso i partiti che daranno vita a quella Grande Coalizione che riformerà la Costituzione in senso autoritario ed oligarchico.
Ricordiamoci che Bersani aveva ripetutamente negato di voler fare una grande coalizione con Berlusconi, ma non ha mai escluso grandi coalizioni con Casini, Fini, Renzi e Montezemolo.

Questa scena si ripeterà migliaia di volte in tutta Italia: “Ma come? Non voti per il PD? Voti de Magistris e Ingroia? Voi estremisti fate sempre il gioco di Berlusconi. Quando imparerete? Siete dei faziosi incorreggibili, la rovina d’Italia!
Berlusconi ci ha stroncati. Evidentemente il quarto polo aveva davvero qualche chance di entrare in Parlamento ed incarnare un’alternativa: sono dovuti ricorrere all’arma finale. Poliziotto buono e poliziotto cattivo: è da millenni che questo giochetto funziona.

La Grande Coalizione nel Patto dei Democratici e dei Progressisti (quello sottoscritto alle primarie della coalizione di centro-sinistra): “I democratici e i progressisti s’impegnano altresì a promuovere un “patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni”.

La G.C. piace ad alcuni:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/29/la-famigerata-commissione-trilaterale-esce-allo-scoperto-sulla-grande-coalizione/

“Dopo Goldman Sachs anche Morgan Stanley e Citigroup auspicano che l’Italia non abbandoni la linea del premier che dovrebbe restare al governo alla guida di una grande coalizione o in alternativa salire al Colle(Milano Finanza, 26 settembre 2012).

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10866

Ma non certo a chi ha a cuore le autonomie locali:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/06/il-10-marzo-si-fa-la-storia-a-piccoli-passi/

“Nel caso di una grande coalizione il Pd riuscirebbe a restare unito? Se se si dovesse spaccare, chi se non Renzi potrebbe guidare la parte decisa a far parte comunque della coalizione governativa?
http://orsodipietra.wordpress.com/2012/09/17/renzi-non-esclude-la-scissione-del-pd/

Non so se quella di Berlusconi sia un’iniziativa personale (tendo a dubitarlo, visto che è stato tenuto per mano fin da giovane nella sua ascesa al potere) o se gli sia stato chiesto di recitare una parte – il distruttore dell’eurozona – per poter avviare la fase 2.

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http://mauropoggi.wordpress.com/2012/11/10/non-cos-in-fretta/

IL FALLIMENTO DI MONTI A NOVEMBRE

Gli obiettivi di Monti erano quattro: 1) politica economica a carattere comunitario, 2) riduzione del debito pubblico, 3) strategie per lo sviluppo, 4) crescita del Paese. In riferimento al primo punto i rendimenti dei titoli di stato decennali sfiorano il 5%, lo spread è ancora altalenante e dipende dall’azione della BCE, il ruolo dell’Italia in Europa rimane poco incisivo e la Germania rimane egemonica. Il debito pubblico è aumentato sia in valori assoluti sia in rapporto al PIL (126,1%). Per quanto riguarda la strategia di sviluppo è chiaro a tutti che il prodotto interno lordo si è inabissato, la produzione industriale è diminuita in modo significativo, i consumi sono precipitati. Ciò che è aumentato è l’inflazione e la disoccupazione. Per la crescita forse è presto per fare previsioni, ma oggi questa è la fotografia del Paese: PIL – 2,4%; produzione industriale – 4,8%; consumi – 3,2%; inflazione 3%; disoccupazione 10,8%.

L’utilizzo quasi senza controllo della Cig vuole nascondere una situazione preoccupante: il lavoro è fermo. Nel secondo trimestre del 2012 le imprese dell’industria hanno utilizzato 67,8 ore di Cig ogni mille ore lavorate con un incremento di 21,5 ore ogni mille rispetto allo stesso trimestre del 2011.

http://www.milanopost.info/2012/11/22/il-bilancio-di-un-anno-del-governo-monti/

il debito pubblico è cresciuto di ben €88,4 miliardi nei primi 9 mesi dell’anno arrivando ormai a sfiorare di un soffio la soglia psicologica dei €2000 miliardi (1995,1), e l’Italia è di nuovo sotto scacco delle agenzie di rating…come mai i declassamenti sono avvenuti quando i conti dell’Italia erano ancora in ordine, mentre oggi che tutti i dati virano in negativo le agenzie americane tacciono? Se il problema dell’Italia è il debito pubblico e questo continua ad aumentare, per quale motivo le agenzie non intervengono? Cosa è cambiato oggi rispetto a maggio 2011? E’ cambiato un governo certo, questo lo sappiamo tutti, il caimano Berlusconi ha lasciato il posto al vampiro Monti, che come ci viene ricordato ad ogni ora da tutti i mezzi asserviti della propaganda ha dato più credibilità internazionale al nostro sistema paese. Ma è davvero così? Non dovrebbero essere i numeri a confermare la stabilità di un paese e la buona o cattiva azione di un governo? E se questi numeri sono tutti negativi, dal PIL alla disoccupazione, alla produzione industriale ai consumi, come mai i mercati finanziari si fidano ancora dell’Italia? Cosa si aspettano in verità i mercati dall’Italia e dal governo Monti in particolare?

http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2012/11/la-procura-di-trani-il-debito-pubblico.html

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A DICEMBRE

Ma torniamo allo spread. Effettivamente, nei giorni scorsi la differenza tra il costo del debito italiano e quello tedesco era giunta a dimezzarsi, e questo significa che gli investitori hanno chiesto un “premio” considerevolmente più basso per rinunciare ai sicuri bund tedeschi e prendere i nostri btp. Ma il merito è davvero di Monti? Analizzando dati e grafici si arriva senza possibilità di dubbio a concludere di no.

Infatti, ancora il 24 luglio scorso, lo spread toccava valori intorno al 5,4%. Ma subito dopo il governatore della BCE, Mario Draghi, faceva capire a tutti che avrebbe finalmente assunto una linea interventista, in funzione anti-spread. Nel giro di tre giorni lo spread si riduceva di un punto percentuale. Successivamente, ai primissimi di settembre, i nuovi annunci sulla disponibilità della BCE ad effettuare acquisti illimitati dei titoli dei Paesi in difficoltà procurò, nel giro di un paio si settimane, un nuovo crollo dello spread che andava ad attestarsi su valori di poco superiori al 3%. Gli accordi sul fondo salva-stati e, nei giorni scorsi, a sostegno delle finanze greche hanno fatto il resto.

Chi avesse dubbi su quanto appena affermato potrebbe estendere il confronto ad altri titoli del debito sovrano, ad esempio a quelli spagnoli o a quelli portoghesi. E avrebbe conferma che si tratta di una dinamica europea, in tutto simile a quella appena descritta.

[…].

Insomma, l’unico magro risultato raggiunto nel periodo di Monti non è attribuibile al suo governo che al contrario, a dispetto dell’enfasi che pone sulle politiche di risanamento, non riesce a tenere sotto controllo i conti. Purtroppo, infatti, continua l’inesorabile crescita del debito pubblico che giungerà – parola di OCSE – a sfondare il 132% del Pil da qui al 2014.

http://keynesblog.com/2012/12/07/lo-spread-il-sogno-di-monti-e-lincubo-degli-italiani/

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LA GRECIZZAZIONE DELL’ITALIA

Nel terzo trimestre del 2012 il prodotto interno lordo è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% nei confronti del terzo trimestre del 2011…Nella media dei primi dieci mesi dell’anno la produzione industriale è diminuita del 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

http://www.corriere.it/economia/12_dicembre_10/istat-produzione-industriale_550a8212-42a9-11e2-af33-9cafd633849d.shtml

Tre italiani su dieci rischiano di finire nella triste categoria dei poveri. Quelli che la bistecca si mangia una volta la settimana, che non riescono a fare una vacanza lontano da casa, che devono tenere i riscaldamenti spenti e che una spesa di 800 euro imprevista è un salasso inaffrontabile. Sono gli anziani, le famiglie con un solo reddito o quelle con tanti figli. Secondo il rapporto dell’Istat su reddito e condizioni di vita, il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale.

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/10/news/istat_quasi_tre_italiani_su_dieci_sono_a_rischio_povert-48455617/

Quasi 2,9 milioni di disoccupati. È il record negativo dell’Italia. A ottobre il numero dei disoccupati ha raggiunto il livello più alto sia dall’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004) sia dall’inizio delle serie trimestrali (IV trimestre 1992).

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/istat-quasi-29-milioni-disoccupati-record-storico-860748.html

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LE ESPORTAZIONI TEDESCHE SI CONTRAGGONO

Il surplus della bilancia commerciale tedesca si è ridotto ad ottobre raggiungendo il minimo in oltre sei mesi con le esportazioni che hanno registrato una crescita esigua alla luce del calo delle richieste da parte dei partner europei di Berlino colpiti dalla crisi. Le importazioni sono aumentate del 2,5% in un dato ben superiore rispetto all’aumento dello 0,3% delle esportazioni, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, un dato che va a sostegno delle proiezioni secondo cui la più forte economia europea registrerà una contrazione nel quarto trimestre.

http://it.reuters.com/article/itEuroRpt/idITL5E8NA1L820121210

PRODUZIONE INDUSTRIALE TEDESCA IN CROLLO

La produzione industriale è calata a ottobre in Germania, la prima economia della zona euro, del 2,6%. Si è trattato del più forte calo dall’aprile del 2009. Gli economisti avevano previsto un calo dello 0,5%. Il dato di settembre è stato rivisto al rialzo da -1,8% a -1,3%. Su base annua la produzione industriale tedesca ha registrato ad ottobre un calo del 3,7%.

http://www.borsainside.com/mercati_europei/2012/12/42241-crisi-la-produzione-industriale-tedesca-crolla-ad-ottobre.shtm

Dice Herr Wuerth a Handelsblatt, «sto affrontando problemi insostenibili. Il mio giro d´affari in Italia, Spagna e Portogallo si è praticamente ridotto quasi a zero» perché laggiù mancano i soldi e i clienti non sono in grado di pagare. E lui, fornitori di materie prime e operai protetti dal più forte sindacato del mondo, deve continuare a pagarli puntuale come un orologio svizzero, o giapponese. «In Italia abbiamo bloccato le forniture a 60 mila clienti, riceveranno nuova merce soltanto quando avranno pagato le vecchie fatture», ammonisce.

«Se vogliamo vivere in libertà e in pace», aggiunge, «vale la pena di introdurre a livello europeo o dell´eurozona un meccanismo di compensazione finanziaria alla tedesca». Analogo cioè a quello che nel federalismo tedesco impone ai Bundeslaender più ricchi di aiutare quelli più poveri versando loro parte delle entrate tributarie. Il volo delle vendite in Cina e India, egli sottolinea, non compensa il calo in Europa «dove realizziamo il 70 per cento del fatturato».

http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/giro-di-vite-lennesima-botta-alla-gi-provata-industria-italiana-arriva-dalla-germania-reinhold-47865.htm

Furore 1932-2012

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Il titolo italiano ‘Furore’ cita uno dei passi più intensi del testo: “Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse trasformata in furore.”

La descrizione delle conseguenze della crisi economica, presente nell’opera di Steinbeck, fa riferimento alla Grande Crisi del 1929, ossia a quel periodo della storia del Novecento (fatto iniziare convenzionalmente con il crollo della Borsa di Wall Street il 24 ottobre 1929, il cosiddetto “giovedì nero”) a partire dal quale i livelli di produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi si ridussero in modo rapido e radicale a partire dagli Usa per poi raggiungere un autentico impatto mondiale. Il governo statunitense del presidente Franklin Delano Roosevelt (che ottenne quattro mandati consecutivi, dal 1932 al 1944 – unica eccezione nella storia del Paese) lanciò, tra il 1933 e il 1937, un corposo piano di riforme economiche e sociali definito “New Deal” (Nuovo Patto) per affrontare e superare la fase di grave recessione. Gli storici hanno sottolineato chiaramente come gli effetti della grande depressione del 1929 abbiano favorito l’ascesa al potere di Hitler e il deterioramento delle relazioni internazionali (a partire dall’introduzione di misure protezionistiche all’indomani della diffusione globale della crisi economica), tanto da considerare l’evento come un fattore non secondario tra quelli che portarono allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1998 l’American Film Institute ha inserito Furore al ventunesimo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi. Dieci anni dopo, in seguito ad un aggiornamento della lista, è sceso al ventitreesimo posto.

Il film vinse due premi Oscar (1941) nelle categorie “Miglior regista” (John Ford) e “Miglior attrice non protagonista” (Jane Darwell, nel ruolo di Ma’ Joad).

Citazioni

Siamo vivi. Siamo il popolo, la gente, che sopravvive a tutto. Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Noi andiamo sempre avanti.

Non ci vuole coraggio a far qualcosa che si deve fare per forza.

Io non saprò più niente di te, Tommy: tu potresti morire e io non lo saprei. E se ti arrestano, chi me lo verrà a dire? – Mah, forse è come diceva Casy. Uno non ha un’anima per sé solo, ma un pezzetto d’una grande anima, che è la grande anima di tutta l’umanità. Quindi… – Che cosa, Tommy? – Quindi non importa, perché io non potrò mai morire. Io sarò dovunque, dovunque ci sia un uomo. Dovunque ci sia un uomo che soffre e combatte per la vita, io sarò là. Dovunque ci sia un uomo che lavora per i suoi figli, io sarò là. Dovunque il genere umano si sforzi di elevarsi, coi ricchi e coi poveri, in questa comune aspirazione di continuo miglioramento, e dove una famiglia mangerà la frutta d’un nuovo frutteto, o andrò a occupare la casa nuova, là mi troverai.

Quando c’è il raccolto sei un lavoratore stagionale, e dopo sei un vagabondo.

Tom, io sono una povera donna ignorante, ma se te ne vai sarà anche peggio. Una volta avevamo una casa, qualcosa che ci teneva insieme. I vecchi morivano, nascevano i bambini, ed eravamo sempre una cosa. Eravamo la famiglia, che era sacra e forte. Ma adesso non è più lo stesso. Niente più ci tiene uniti.

State bene a sentire: non cominciate a dare fastidio, lavorate, fatevi i fatti vostri, e starete bene.

E’ difficile dire quello che è giusto, Tom. Anch’io non lo so, e sto cercando di scoprirlo.

Noi non vogliamo altri vagabondi qui in paese. Non c’è lavoro nemmeno per quelli che ci sono già. – E dove dobbiamo andare? Tornatevene da dove siete venuti.

Perché la sorte si deve accanire contro di noi senza ragione? La resistenza di un uomo ha un limite. Viene il momento che se ne ha abbastanza, che un uomo non ne può più. – Devi farti forza. – Lo so, e ti giuro che faccio di tutto, mamma. – Tu devi resistere, sennò la famiglia si sfascerà, tu devi resistere!

Va’ dentro la tenda e mangia. – Eh, tanto è inutile. Li vedrò anche dentro la tenda.

State a sentire, voi altri. Andate tutti a prendere un bel recipiente adesso, e se avanza ve ne darò, eh? Su andate!… Non lo so nemmeno io, se faccio bene o male.

C’è del lavoro. Se volete farlo, sta bene. Sennò, state qui a morir di fame. – Badate, ci sono cascato già due volte io. Ha bisogno di mille uomini? Ne fa venire cinquemila, li paga quindici centesimi l’ora, e quando ci siete restate perché avete fame. Se vuole ingaggiare della gente deve dire quant’è la paga, e farci vedere la licenza. Non può ingaggiare nessuno se non ha la licenza. – Ehi Joe…agitatore.

Ma tu cosa avevi fatto? – Gli ho risposto.

Non passate la notte in città. Alla periferia c’è un campo. Se vi trovo in città dopo le otto, vi metto dentro.

A me hanno ordinato di dirvi di andarvene da questo podere ed io ve lo sto dicendo. – E io dovrei andarmene dalla mia terra? – Ma non te la prendere con me, non è colpa mia. – E di chi allora? – Lo sapete di chi è la terra, della società agricola di Shione. – E chi è la società agricola di Shione? – Ma non è nessuno, è una società. – Avrà un presidente no?! E lo saprà che così ci condanna a morire di fame! – Ma non è colpa sua, è la banca che gli dice che cosa deve fare. – E va bene, dov’è la banca? – A Tulsa. Ma con chi te la prendi, lì c’è soltanto il direttore, che sta impazzendo per fare quello che gli impongono da New York. – Insomma, chi è allora? – Aah io proprio non lo so. Eh sennò te lo direi, ma proprio non lo so di chi è la colpa. – E io dico che ancora non è nato l’uomo che mi caccerà via dalla mia terra. L’ha dissodata mio nonno, più di 75 anni fa. Mio padre c’è nato qui, siamo tutti nati qui, e qualcuno c’è stato anche ammazzato!

Come mai i miei si sono rassegnati? La mamma, lei che ha sempre tenuto a quello che era suo. Una volta ha pescato uno che le aveva rubato una gallina, gliel’ha strappata dalle mani e con quella l’ha picchiato finché non le sono restate che le zampe.

Ti hanno maltrattato? Ti hanno fatto diventare cattivo? – Perché, mamma? – Dicono che succede… – No mamma, sono rimasto come ero prima. – Perché ne ho sentito raccontare tante. Che quando ti maltrattano si comincia ad odiare tutti. E più ti maltrattano e più diventi cattivo, finché uno non è più neanche un uomo ma una specie di pazzo che parla da solo. Sei ridotto così, figlio mio? – No mamma, non temere. – Perché…io non lo voglio un figlio cattivo.

Lo avevo detto, lo avevo detto che Tommy sarebbe scappato dalla galera come un torello da un recinto di canne! Non ce lo tieni un Joad in galera, nossignore! – Ma io non sono scappato. – Anch’io ero così da giovane!

Domani veniamo coi trattori, d’accordo? – Sì d’accordo, ce ne andiamo, ce ne andiamo all’alba.

Dici che regge? – Se regge bisognerà prenderne nota nelle sacre scritture.

Questa è la mia terra, e io non me ne vado!

La polizia si interessa sempre dei morti più di quanto si interessi dei vivi.

Questo povero vecchio ha vissuto la sua vita e adesso ha finito. Io non so se fosse buono o cattivo, e poi non importa. Una volta ho letto una poesia che diceva: tutto ciò che vive, è sacro. Ma io non compiango questo povero vecchio che è morto, perché lui sta bene. Se dovessi pregare, pregherei per voi che siete vivi e non sapete dove andare.

L’avviso è uguale per tutti. Ottocento raccoglitori vuole? Va bene, lo sapete cosa fa allora? Ti fa stampare sei o settemila avvisi, e forse in ventimila lo vedono, e magari due o tremila se ne vanno in California per colpa di quell’avviso. Due o tremila persone che già non sanno come vivere, mentre ce n’è soltanto bisogno di ottocento. Vi sembra giusto, questo? – Tu cerchi di seminare zizzania. Ci scommetto che tu sei un agitatore.

Poi viene il dottore: i bambini sono morti di polmonite, dice. E scrive sul registro: polmonite. Sono morti di fame, altro che polmonite!

Sono un centesimo quei dolci? – Quali dice? – Questi, questi qui davanti. – Ah questi?… No… due, per un centesimo. – Allora me ne dia due ,signora… avanti, avanti prendete… Grazie, signora. –Quelli non erano da mezzo centesimo. –Pensa ai fatti tuoi! –Sono da dieci centesimi l’uno.

Quella gente non ha né cervello né anima. Sono bestie. Un uomo non potrebbe vivere come loro. Un essere umano non sopporta tanta miseria. –Ormai ci sono abituati.

http://www.silenzio-in-sala.com/curiosita-citazioni-furore.html

Breve lista dei crimini commessi contro il popolo greco dai premi Nobel per la Pace

C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto, servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
— Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno

I Greci sono stati letteralmente calpestati, trattati come una casta di paria, come dei parassiti, per salvare le banche europee dall’effetto domino che tanto arriverà comunque.

Ecco alcuni degli effetti (a un certo punto ho interrotto l’elencazione perché mi mancava il respiro) dei diktat della troika.

Un greco su quattro è disoccupato (oltre il 55% dei giovani), un lavoratore su tre non si può permettere assicurazioni sanitarie e non riceverà una pensione, ogni giorno mille greci perdono il lavoro o il sussidio di disoccupazione, l’inflazione è in costante crescita, oltre 400mila bambini greci soffrono la fame (fonte: Unicef), le organizzazioni mediche internazionali lanciano insistenti allarmi sui rischi epidemici causati dal collasso del sistema sanitario e della prevenzione, i manifestanti vengono torturati dalla polizia, l’estrema destra perpetra pogrom contro gli immigrati, un possibile golpe militare è stato sventato nel novembre del 2011 con la sostituzione di alcune figure chiave delle forze armate elleniche, migliaia di disabili e pazienti di ospedali psichiatrici sono stati abbandonati alla loro sorte, malati di cancro non si possono permettere le cure e reparti di oncologia rinviano le operazioni per mancanza di fondi e personale, suicidi in forte aumento, un negozio su tre nel centro di Atene costretto a chiudere per cessata attività, uffici comunali devono sospendere le attività per mancanza di fondi, deputati tedeschi e ministri finlandesi raccomandano alla Grecia di svendere i suoi beni, incluse le isole e i monumenti e di impegnare il Partenone, la Bild titola in prima pagina “Vendete le vostre isole, Greci bancarottieri!”, i prodotti scaduti sono venduti legalmente nei supermercati ad un terzo del prezzo per aiutare la gente a procurarsi i pasti quotidiani, creditori suggeriscono al governo greco di far evacuare le isole con una popolazione inferiore a 150 residenti per poter risparmiare (e magari per renderle disponibili a ricchi acquirenti stranieri? Per il momento sono 40 le isole disabitate disponibili per leasing della durata di 50 anni).
Per inciso, il ministro delle finanze fiammingo Philippe Muyters ha proposto di alzare le tasse a chi vuole vivere in aree remote delle Fiandre: migliaia di persone che vivono da generazioni nelle borgate rurali costrette a trapiantarsi nelle aree metropolitane per non finire in galera per debiti. Il criterio è identico, nella sua disumanità.

I rapporti del FMI ammettono di aver commesso gravi errori nel gestire la crisi greca e nel 1953 tutti i paesi creditori abbuonarono i debiti tedeschi. Qualche anno prima si era messo in piedi il piano Marshall per salvare la democrazia in Europa e far ripartire l’economia (il nome ufficiale era “Piano per la ripresa europea”).

Ciò nonostante, proseguono le iniziative prive di giudizio, di senno, di buon senso, che rischiano di forze impossibili da controllare. Come si può pensare di poter fare tutto questo senza pagare uno scotto, senza fare la fine degli apprendisti stregoni?

Com’è possibile che milioni di persone chiudano volontariamente gli occhi e le orecchie e le bocche per non vedere, per non sentire, per non protestare, per non capire.

Si faceva lo stesso con gli Ebrei nell’Europa di qualche decennio fa. La storia ha condannato gli aguzzini di allora e condannerà quelli di oggi che impongono ad un popolo i lavori forzati: “Arbeit macht frei!” spiegano ai Greci mentre milioni di loro vivono sotto la soglia di povertà.

Il prossimo passo, possiamo supporre, saranno i lavori forzati per i disoccupati greci insolventi in campi di lavoro gestiti da imprese e banche del Nord Europa.

Chi non ha denunciato queste iniquità, chi ha fatto il gioco delle tre scimmiette, è complice di tutto questo. Se ha una coscienza, non gli/le sarà facile placarla quando il velo della propaganda sarà stracciato e sociologi, storici, economisti, antropologi, medici e politici potranno dire quel che andava detto e queste diventeranno pagine nerissime del passato della “civiltà” europea, degna del premio Nobel per la Pace!

Un quarto degli Europei è povero o si avvia ad esserlo (però va tutto bene, intendiamoci!)

L’ufficio statistico dell’Unione Europea  certifica che c’erano 79 milioni di poveri in Europa nel 2007 e che nel 2010 erano già 116 milioni (23% della popolazione totale). Dato che nel 2011 l’economia dell’eurozona è tornata in recessione, è ragionevole supporre che al prossimo conteggio il valore oscillerà tra i 120 milioni ed i 150 milioni, su una popolazione totale di poco più di 500 milioni. Cioè a dire, almeno un quarto della popolazione europea è in miseria o si sta avviando alla miseria.  

Nel 2010, di quei 116 milioni di poveri, ben più di un quarto erano bambini (sono il 40% in Brasile). Il numero di persone anziane che vivono in condizioni di povertà era di circa il 20 per cento.

Se dobbiamo credere ai dati d’oltreoceano, questo significherebbe che l’Unione Europea, incredibilmente, è ormai messa peggio degli Stati Uniti!

Qualcuno vuole fare qualcosa per fermare i criminali che ci stanno facendo questo?

Arbeit macht frei, cari Greci! Quando lo capirete?

 

Persino sul Sole 24 Ore cominciano ad interrogarsi sulla salute mentale dei grandi decisori europei.

Un popolo letteralmente calpestato, trattato come un paria, come dei parassiti subumani, per soddisfare le brame un’élite europea pronta a sacrificare le speranze e i sogni di milioni di persone sull’altare dell’integrazione europea e della protezione delle banche del nord Europa.

Solo dei pazzi o delle menti criminali potrebbero aspettarsi che una società intenda tollerare una  svalutazione interna di tale portata senza l’effetto cuscinetto di un tasso di cambio.

Come può, tutto questo, non concludersi con la rottura definitiva dell’eurozona? E, se è questo il piano, come si può credibilmente pensare che sarà una rottura ordinata e non una catastrofe che libererà forze represse troppo a lungo, che si rivolteranno contro le istituzioni europee, le banche, i centri di potere nazioni e continentali?

Come possono, questi grandi decisori, essere così privi di giudizio, di senno, di buon senso da rischiare di scatenare forze che troveranno impossibili da controllare. Pensano davvero di poterlo fare? Sono davvero convinti di non fare la fine dell’apprendista stregone?

Dove sono finiti gli statisti assennati, responsabili e anche solo minimamente interessati al bene comune ed al mantenimento della pace sociale in questo continente popolato da mezzo miliardo di esseri umani, non droni?

Viene da pensare che milioni di persone chiudano volontariamente gli occhi e le orecchie e le bocche per non vedere, per non sentire, per non protestare, per non capire. Come se fosse possibile sacrificare i Greci per salvarchi le chiappe. Si faceva lo stesso con gli Ebrei nell’Europa di qualche decennio fa. La storia ha condannato gli aguzzini di allora e condannerà quelli di oggi che impongono ad un popolo i lavori forzati: “Arbeit macht frei!” spiegano ai Greci mentre milioni di loro vivono sotto la soglia di povertà (439mila bambini ellenici soffrono la fame, ossia circa un quarto dell’intera popolazione infantile greca si trova catapultata nel Terzo Mondo) e le organizzazioni mediche internazionali lanciano allarmi sempre più insistenti sulle condizioni in cui “vivono” i nostri cugini ellenici.
Chi non ha denunciato queste iniquità, chi ha fatto il gioco delle tre scimmiette, è complice di tutto questo. Se ha una coscienza, non gli/le sarà facile placarla quando il velo della propaganda sarà stracciato e sociologi, storici, economisti, antropologi, medici e politici potranno dire quel che andava detto e queste diventeranno pagine nerissime del passato della “civiltà” europea.

Non siamo migliori dei nostri progenitori. Come loro, ci stiamo facendo condurre mansuetamente al macello tra un belato e l’altro nella certezza che: “non farebbero mai cose del genere”, “siamo civili in Europa, ormai certe cose qui non possono più succedere“, “abbiamo imparato le lezioni della storia”, “queste sono tutte persone rispettabili, non sono mica dei barbari in giacca e cravatta”, “gli psicopatici e sociopatici sono quei pazzi maniaci dei film dei serial killer, non assomigliano per niente a quelli che parlano in TV”.

1 persona su 7 crede, erroneamente, che la fine del mondo arriverà nel corso della sua vita

Ricerca Ipsos, sponsorizzata da Reuters News. Campione di 16.262 adulti in 21 paesi, pubblicata il 1 maggio 2012.

1 persona su 10 crede che la fine arriverà nel 2012 ma, ciò che conta, in quanto prescinde dalla stronzata del calendario maya (persino Giacobbo l’ha scartata), il 14% (1 su 7) pensa che sarà testimone della fine del mondo.

Liquidiamo subito la cosa del calendario maya. I Maya non hanno saputo prevedere la loro estinzione, perché dovremmo prendere sul serio un computo di cui non conosciamo neppure il significato?
E perché dovremmo credere che il futuro sia predeterminato e che nessuna variabile possa influenzare il corso degli eventi (es. uccisione mancata di un papa o morte accidentale di un genio scientifico)?
L’ipotesi Pianeta X/Nibiru non sta in piedi. Matematicamente, è impossibile che un pianeta vagante arrivi a collidere con la Terra entro la fine del 2012. Non potrebbe mai raggiungere una velocità sufficiente a farlo.
Come ho spiegato qui, è assai probabile che il Sole sia una stella binaria, il che comporta la possibilità di distruzioni cicliche (asteroidi/comete deviati verso il Sole che impattano sulla Terra) ma, anche se dovesse succedere proprio a noi, qui ed ora (N.B. Quanti Ebrei avranno pensato: perché dovrebbe succedere proprio a noi? impossibile!), è molto improbabile che ciò causi la fine della civiltà umana e ancor meno del mondo.
Molti di noi moriranno ed altri sopravvivranno e tutto ricomincerà. La vita continua.
Succede ogni giorno in diversi paesi del Terzo Mondo o nelle nostre guerre umanitarie e la cosa non pare sconvolgerci più di tanto.

“Non vi fate tesori sulla terra, ove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri sconficcano e rubano, ma fatevi tesori in cielo”.
Matteo 6: 6, 19

 

Miseria o Rivoluzione – a questo hanno ridotto gli Europei

Stiamo uscendo dalla crisi

Mario Monti, 25 gennaio 2012

http://www.repubblica.it/politica/2012/01/25/news/mozioni_senato_monti-28727394/

Possiamo dire che con le severe misure politiche adottate, stiamo uscendo dalla crisi

Mario Monti, 30 marzo 2012

http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201203301316001068&chkAgenzie=CLASSNEWS&sez=news&testo=&titolo=Monti:%20%27%27Stiamo%20uscendo%20dalla%20crisi%27%27

La crisi è nata fuori ma anche perché l’Italia non ha affrontato le sue debolezze strutturali, ora ne stiamo uscendo con fatica.

Mario Monti, 18 aprile 2012

http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/articoli/1043516/def-monti-evitato-uno-shock-distruttivo.shtml

L’Italia è davvero sul sentiero giusto

Mario Draghi, 3 maggio 2012

Noi abbiamo il consenso, loro no.

Mario Monti, marzo 2012

Nella sofferenza l’Italia dà una prova esemplare.

Mario Monti, 18 aprile 2012

Si stanno creando tutte le condizioni per far sì che il Paese possa rimettersi a crescere

Corrado Passera, 23 aprile 2012

Che monotonia il posto fisso, i giovani si abituino a cambiare

Mario Monti, febbraio 2012

Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale.

Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, febbraio 2012

Le auto blu sono una limitazione della libertà.

Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, febbraio 2012

Dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato.

Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, febbraio 2012

Siete l’Italia peggiore

Renato Brunetta, rivolgendosi a dei precari, giugno 2011

Un sondaggio realizzato per le Acli da Ipr Marketing tra il 22 ed il 25 aprile del 2012 e pubblicato il 2 maggio 2012 mostra che il numero di Italiani che ritiene che l’unico mezzo per cambiare il paese sia una rivoluzione (32,5%) non si discosta molto da quello di chi preferirebbe “interventi graduali e condivisi” (35,7%). Solo un 14,6% di persone pensa che delle riforme impopolari cambieranno il paese, mentre il 17,2% non pensa che l’Italia possa essere cambiata. In altre parole ben il 49,7% degli Italiani non crede più alla capacità o volontà dei politici di migliorare la società. L’opzione rivoluzionaria è di gran lunga maggioritaria tra i giovani (18-34 anni) dove raggiunge il 41,4% e tra gli adulti di età compresa tra i 35 ed i 54 anni (36,7%); anche tra le persone più anziane (oltre i 54 anni) è comunque condivisa da un ragguardevole 22,1%. Il 32,3% delle donne approverebbe una rivoluzione.

D’altronde il 48,6% degli intervistati ha risposto che la crisi durerà come minimo altri quattro anni (37,7%) e potrebbe non terminare mai, essendo una condizione strutturale di un’economia che ha superato il punto di non ritorno (10,9%). Meno di un quinto (19,1%) degli intervistati crede che tra dieci anni sarà più ricco di oggi.

*****

Monitorare l’impatto sociale della crisi: percezione dell’opinione pubblica nell’Unione europea” – Rapporto Flash dellEurobarometro 338 (ricerca sul campo dicembre 2011, pubblicazione aprile 2012)

Proporzioni relativamente elevate di persone affermano che la povertà è aumentata, nel loro paese, in Grecia (97%), Francia (93%), Portogallo (93%) e Spagna (92%).
Il 32% degli intervistati ritiene che 1 su 3 dei loro concittadini può essere descritto come povero, mentre il 64% pensa che almeno 1 persona su 5 è povera.
Quasi un quinto (18%) degli intervistati dice che ad un certo punto il suo nucleo familiare ha finito i soldi per pagare beni e servizi essenziali nel corso degli ultimi 12 mesi.
Più di un terzo delle persone in Grecia (45%), Lettonia (42%), Lituania (37%), Bulgaria (36%), Romania (36%) e Ungheria (34%) dice che la sua famiglia è al verde. Per la prima volta la Grecia guida questa classifica [grazie Papademos! NdT]
Il 63% degli intervistati in Europa dice che corre il rischio di non riuscire a far fronte ad un spese impreviste di € 1.000 per il prossimo anno, il 45% dice di non potersi permettere di pagare le bollette ordinarie o acquistare cibo; 43% dice di non essere in grado di pagare l’affitto o un mutuo, e il 31% pensa che ci sia il rischio che non riesca a saldare i suoi debiti.
Guardando ai prossimi 12 mesi, più di uno su 10 (14%) dei cittadini dell’UE ritiene che la situazione finanziaria della sua famiglia migliorerà, mentre poco meno della metà (47%) si aspetta che tutto rimanga come prima. Più di un terzo (36%) si aspetta un peggioramento, rispetto al 26% dell’ottobre 2010.
Il 6% degli intervistati teme di poter essere costretto a lasciare la casa entro i prossimi 12 mesi, non potendo permettersele. Questa percentuale sale al 26% in Grecia, al 16% nel Lussemburgo (!!!) ed al 15% a Cipro.
Quasi un quinto (18%) degli intervistati non è sicuro di potersi tenere il lavoro nei prossimi 12 mesi.
Mentre il 46% delle persone crede di poterne trovare un altro, il 48% crede che avrà difficoltà a trovare un altro impiego.

Quasi un terzo (32%) dei cittadini dell’Unione europea dice che è diventato più difficile coprire i costi dell’assistenza sanitaria in generale; il 38% fa fatica a coprire i costi per i propri figli.

La maggioranza (57%) degli intervistati europei teme che non avrà un reddito sufficiente per vivere la propria vecchiaia dignitosamente (53% a ottobre 2010). In Germania il dato è del 58% (persino lì!!! NdT).

1 cittadino su 6 nel corso degli ultimi 12 mesi ha dovuto scegliere tra pagare le bollette o comprare generi di prima necessità.

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