“Fa sembrare piccoli tutti i maggiori scandali finanziari nella storia”

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Il tribunale di Milano ha condannato 4 banche accusate di una truffa sui derivati ai danni del Comune di Milano. Il giudice Oscar Magi ha condannato a una pena pecuniaria di un milione di euro ciascuno Deutsche Bank, Ubs, Jp Morgan e Depfa Bank. La sentenza ha anche disposto la confisca di 88 milioni di euro ai quattro istituti di credito. I fatti contestati risalgono al 2005. Magi ha condannato 9 imputati tra manager o ex a pene comprese tra i sei mesi e gli otto mesi e 15 giorni, e ne ha assolti quattro, come richiesto dall’accusa.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/milano-giudice-condanna-4-banche-truffa-sui-derivati-ai-danni-del-comune/450825/

Libor ed Euribor: “scandalo” o sistema?

di G. Colonna 17 Dicembre 2012 – da Clarissa.it

“Per ordine di grandezza fa sembrare piccoli tutti i maggiori scandali finanziari nella storia”, ha detto Andrew Lo, docente di finanza al Massachusetts Institute of Technology, parlando dello scandalo del Libor e dell’Euribor, sul quale giungono in questi giorni le notizie, assai poco pubblicizzate, dei primi arresti e insieme dei primi accordi extra-giudiziali che i maggiori istituti bancari del mondo stanno concordando con le autorità di controllo per evitare più gravi condanne.
Le dimensioni della vicenda sono effettivamente gigantesche: basti dire che si stima che sul Libor siano basati il 90 per cento dei Finanziamenti commerciali e dei mutui negli Stati Uniti, per cifre stimate intorno ai 10 miliardi di dollari, per quanto riguarda il credito al consumatore (carte di credito, finanziamenti per acquisto di auto, crediti di studio e mutui a tasso variabile), e tra i 350.000 e gli 800.000 miliardi di dollari, vale a dire da circa sei a oltre dodici volte l’intero prodotto lordo mondiale, per quanto riguarda i ben noti derivati.
Come sa chiunque abbia contratto un mutuo per acquistare la casa, il Libor, così come l’Euribor, sul quale sono del pari in corso inchieste a livello europeo, sono i tassi di riferimento per i prestiti interbancari, vale a dire i tassi sulla base dei quali le banche di maggiore importanza sono disponibili a prestare denaro ad altri istituti: in quanto tali, sono la base per il calcolo del costo del denaro che viene prestato ai clienti finali, come nel caso, appunto, di una famiglia che accende un mutuo per comperare la propria casa.

Chi calcola e rende noto il Libor?

Assai meno noto è come funziona il meccanismo con cui viene fissato il Libor, un sistema gestito tutto dall’interno della City londinese. Ogni anno, infatti, il Foreign Exchange and Money Markets Committee, un comitato della privatissima British Bankers’ Association (BAA) seleziona le panel banks, vale a dire le banche autorizzate a definire il Libor. Tali istituti sono prescelti sulla base del volume di attività, del valore del credito erogato e della esperienza nella gestione del mercato delle divise internazionali. A questo ristretto gruppo di operatori finanziari mondiali, viene richiesto di indicare a quale tasso di interesse presterebbero denaro, in base al tipo di valuta adottata e in base al periodo di tempo stabilito.
Tra le 5 e le 5:10 antimeridiane di ogni giorno, queste banche, chiamate anche contributor banks (banche contributrici), comunicano il tasso di interesse da loro individuato al cosiddetto calculating agent, la società Thomas Reuters, che le ha precedentemente fornite di un apposito software a questo scopo. Thomas Reuters confronta quindi i diversi tassi indicati dalle banche prescelte, ne elimina il 25% più alto e il 25% più basso, e calcola la media del restante 50%, che viene a determinare il Libor (più precisamente bbalibor). Per esempio, se vengono scelte 18 banche, vengono eliminati gli interessi delle quattro banche che si sono tenute più alte e le quattro banche più basse e il Libor corrisponderà alla media dei ratei indicati dalle dieci banche restanti.
A dimostrazione della singolare integrazione a livello globale fra alta finanza internazionale e informazione mondiale, è appena il caso di ricordare che Thomson Reuters non è propriamente una sconosciuta: risultante della fusione, avvenuta nel 2008, fra la storica agenzia di stampa anglosassone Reuters e la multinazionale informatica Thomson, la società oggi opera in 90 Paesi, con oltre 50.000 dipendenti ed un reddito annuo (2011) di 13,3 milioni di dollari Usa. È oggi la maggiore agenzia di stampa a livello mondiale, con uno staff editoriale di 2.500 giornalisti e fotografi, che operano in 197 sedi nel mondo: si tratta in sostanza della maggiore “fabbrica di notizie” al mondo. Ad essa è stata quindi affidata dalla BAA anche l’elaborazione di un’informazione finanziaria così essenziale come il Libor.
Intorno alle 12 di ogni giorno, ora di Londra, finalmente, il tasso Libor risultante dall’elaborazione di Thomson Reuters può essere reso noto alle società che sono a questo autorizzate, tramite licenza da parte della stessa British Bankers’ Association.
A seconda della valuta cui si riferisce il Libor (dollaro americano, australiano, canadese e neozelandese, sterlina, la corona danese e svedese, euro, yen e franco svizzero), le contributor banks variano da un minimo di 6 ad un massimo di 18, come nel caso del dollaro americano, in cui ovviamente compare il top del sistema bancario mondiale: Bank of America; Bank of Tokyo-Mitsubishi; Barclays Bank; BNP Paribas; Citibank; Credit Agricole; Credit Suisse; Deutsche Bank; HSBC; JP Morgan Chase; Lloyds Banking Group; Rabobank; Royal Bank of Canada; Société Générale; Sumitomo Mitsui Banking Corporation; Norinchukin Bank; Royal Bank of Scotland.

Lo “scandalo” Libor

Lo scandalo finanziario, che, solo negli Usa, sarebbe costato a privati ed enti pubblici oltre 10 miliardi di di dollari, parte in realtà da molto lontano in quanto fin dai primi mesi dello scoppio della crisi finanziaria (allora chiamata “crisi dei mutui”) erano emerse informazioni attendibili sull’uso spericolato che le contributor banks avevano fatto e continuavano a fare del Libor.
Nel maggio del 2008 infatti uno studio pubblicato dal Wall Street Journal aveva avanzato dubbi sulla correttezza delle operazioni di fissazione del Libor, immediatamente smentito dalle maggiori autorità di controllo mondiali (le stesse, per inciso, che ora stanno concordando gli accordi con le banche): nell’ottobre 2008, era sceso addirittura in campo lo stesso Fondo Monetario Internazionale (IMF), affermando che “benché la correttezza del processo di definizione del Libor sul dollaro Usa sia stata messa in discussione da organismi finanziari e dalla stampa, risulta che il Libor sul dollaro Usa rimane una misura accurata del costo marginale del prestito a termine non garantito in dollari Usa da parte di una tipica banca di credito”.
Una volta di più, la condizione di controllo dei mercati da parte di un ristretto numero di giganti finanziari vanifica l’idea stessa del “libero mercato” meccanicamente ribadita da politici, economisti e giornalisti: la possibilità di fissare e concordare in anticipo Libor ed Euribor ha permesso alle banche, tramite i propri operatori sul campo, di realizzare guadagni illeciti potendo aumentare a piacimento i tassi al cliente finale, nel caso del credito al consumo e degli strumenti di contro-assicurazioni sul debito pubblico; oppure di far risultare posizioni debitorie meno pesanti di quelle effettivamente in essere, manipolando riduzioni momentanee degli stessi tassi, sempre tramite Libor ed Euribor.
In entrambe i casi, le grandi banche hanno recato incalcolabili danni a consumatori, famiglie ed enti locali, come sta emergendo dalle azioni legali collettive intraprese soprattutto negli Stati Uniti, dove, ad esempio, be centomila querelanti, che avrebbero perso ognuno migliaia di dollari in interessi illecitamente percepiti, hanno avviato lo scorso ottobre un’azione legale contro 12 delle maggiori banche nordamericane ed europee. Sono numeri che non devono sorprendere, basti pensare, che solo negli Usa, ben 900.000 mutui sulle abitazioni sono legati al Libor, con 275 miliardi di dollari di rate non pagate in totale ad ottobre 2012, secondo i dati ufficiali delle autorità bancarie Usa.

Scandalo o questione strutturale?

Il fatto che grandi banche vengano multate, come avvenuto lo scorso luglio per Barclays, che ha dovuto pagare 362 milioni di euro; oppure che si accordino anticipatamente con le autorità di controllo americane e britanniche, come nel caso del gruppo bancario elvetico UBS, che verserà 1 miliardo di dollari – non significa molto dal punto di vista sostanziale.
Soluzioni transattive come queste, oltre a evitare la pubblicità di processi molto imbarazzanti, permettono di continuare a presentare fenomeni speculativi sempre più vasti come “scandali finanziari”: quando vengono coinvolte almeno 20 delle maggiori banche mondiali, quando si aprono inchieste in 7 diversi paesi, quando è documentata la piena consapevolezza da anni delle stesse autorità preposte al controllo (basti per tutte il caso della Federal Reserve di NY, il cui governatore, Tim Geithner è divenuto poi Segretario al Tesoro americano con il presidente Obama), non si può ridurre tutto al semplice comportamento spregiudicato di trader o di funzionari, sia pure di altissimo livello, come nel caso di Marcus Agius, presidente di Barclays, o di Bob Diamond, amministratore delegato, dimissionati lo scorso luglio dalla loro banca.
Questi fenomeni sono elementi strutturali del sistema finanziario mondializzato e sono riconducibili al fatto che le banche mondiali dispongono di un controllo assoluto sulle monete, un controllo grazie al quale condizionano, attraverso la creazione e la gestione del debito di famiglie, imprese, enti locali e Stati, l’economia mondiale, arrivando a poter influire, come nel caso della Grecia ma anche dell’Italia, sugli stessi assetti politico-sociali di interi Paesi.
È quindi piuttosto ironica, posto che venga poi effettivamente attuata, la soluzione di porre sotto il controllo della BCE europea l’Euribor, per la cui gestione sono in corso indagini altrettanto esplosive di quelle sul Libor: la BCE, infatti, nonostante il continuo sforzo di presentarla come una “terza parte” fra banche e governi, è, esattamente come la Fed americana, nient’altro che una banca posseduta da banche, le quali sono di norma, è vero, le banche centrali dei singoli Stati componenti. Ma queste ultime, è ben ricordare, sono a loro volta possedute da banche private, molte delle quali rientrano nell’elenco delle diciotto contributor banks che hanno operato in condizioni di cartello, vale a dire di monopolio, nella fissazione di Libor ed Euribor, potendo così manipolare questi tassi a proprio piacimento.
Ancora una volta torniamo quindi al punto nodale di questa componente della crisi economica mondiale – quella di chi stampa e controlla la moneta, che dovrebbe rappresentare semplicemente il valore del prodotto del lavoro dei popoli e non essere un’arma per condizionarne l’esistenza. Una questione che non è veramente più eludibile.

http://www.clarissa.it/editoriale_n1871/Libor-ed-Euribor-scandalo-o-sistema

Psicopatia, portami via – La gente ce l’ha sotto il naso, ma non la vuole vedere

Romney nega spudoratamente davanti a milioni di Americani di aver detto o scritto cose che ha detto e scritto (il che è facilmente documentabile). Obama, interdetto, perde il confronto (lui, le molte volte che mente, non lo fa con così tanta disinvoltura, non con quel godimento).
Cameron presenta i conservatori inglesi (quelli che hanno tolto l’assistenza ai disabili relegandoli in casa) come “il partito della compassione”.
Serve davvero altro per capire che queste persone sono psicopatiche?
Se vedete una persona di colore, riuscite a chiamarlo “nero” anche se è politicamente scorretto accennare al colore della pelle?
Se uno è un imbecille non si può definirlo tale perché non sta bene e allora non lo è più?

Perché molti trovano così difficile accettare l’idea che una considerevole parte dell’umanità è diversa, è priva di empatia e coscienza e non ci può fare niente?
Un nero è nero, non è bianco. E uno psicopatico è quello che è, non ha scelto lui di essere così. Mentre il nero non è meno innocuo in quanto nero, lo psicopatico si comporta come la sua natura gli detta di comportarsi ed è nocivo per tutti gli altri, inclusi gli altri psicopatici (circa il 3-6% dell’umanità).

“Nel libro di Claude Steiner “l’alfabeto delle emozioni” ci vengono presentate due categorie di persone destinate ad esercitare “potere” nel mondo: gli psicopatici e gli empatici .

Gli psicopatici sono emotivamente “freddi”, non hanno contatto emotivo, sono bloccati nel “sentire”, agiscono senza freni. Possono mentire, rubare, estorcere, manipolare, senza sensi di colpa. Giocano con l’altro, lo usano, lo seducono, lo commuovono in funzione del potere, del possesso, del successo. Per gli psicopatici l’altro è solo un voto, un corpo, una cosa e non una persona. Raccontano verità diverse, giocano con le parole in funzione dell’interlocutore che ascolta. Ciò che è stato detto ieri oggi viene smentito. Tutto è strumentale e strumentalizzato. Hanno una grande capacità di intuire che cosa le persone vogliono sentire, lo dicono senza crederci, ma lo fanno sorridendo. Intuiscono se c’è un prezzo per il quale l’interlocutore è disposto a vendersi . Inventano nemici e traditori su cui indirizzare l’aggressività e le responsabilità degli insuccessi. Nella loro storia personale il cuore non è stato considerato e lo hanno dimenticato. Hanno un grande buco nell’anima, sono insaziabili e tutto ciò che conquistano, strappano, costruiscono, possiedono non placa il loro “vuoto”.

Gli empatici sono attenti ai sentimenti altrui. Cercano di cooperare con gli altri, di ottenere il meglio da sé e dalle persone. Si sentono impegnati a costruire percorsi e relazioni leali, autentiche, emozionalmente oneste. Il politico empatico ascolta il dolore e si è dato un metro con cui misurare i comportamenti: il rispetto del cittadino e dell’avversario. L’empatico è capace di forza e di tenerezza. Sa che il potere è importante e lo considera un prestito. È consapevole che la vita è fragile, che la storia è tragica e cerca di non barare né con l’una né con l’altra. Il politico empatico insegue sogni, ma è libero nel suo procedere. Sa che ogni essere umano ha una dignità sacra e si impegna a non calpestarla. Conosce gli idoli del suo cuore e sente che ha bisogno di guarigione interiore.

Laddove il politico psicopatico distrugge l’empatico costruisce, laddove il politico psicopatico calpesta l’empatico consola e progetta speranze.

Chiaramente l’empatia e la psicopatia sono due estremi. Nessuno è totalmente empatico o psicopatico, ma riconoscere i comportamenti prevalenti in noi e negli altri è un primo passo per capire e cambiare.

Capire quanti psicopatici nel panorama politico italiano detengono posti di potere è una necessità per custodire il futuro. Sono tanti, troppi coloro che avendo problemi in sospeso con la vita sono stati arruolati come classe dirigente dai vari partiti. E sono tanti, troppi i politici psicopatici a cui abbiamo consegnato il nostro consenso”.

http://www.insiemeragusa.it/node/396

Fenomenologia della psicopatia

Indossano sempre delle maschere (metaforiche): in pubblico vanno incontro alle aspettative altrui, per mimetizzarsi meglio (sanno di essere diversi dagli altri). Lo facciamo tutti, ma loro hanno come unico obiettivo la manipolazione del prossimo per realizzare i propri scopi.

Feriscono gli altri ma cercano costantemente di suscitare pietà o sensi di colpa, sentimenti che li avvantaggiano nelle loro manipolazioni.

Non sanno cos’è la coscienza e l’empatia ma la vedono negli altri e si convincono che sia un handicap. Terraformano la società in modo da allinearla alla loro percezione di come debbano andare le cose (vizi diventano virtù, virtù diventano vizi o patologie)

Sono guidati dalla necessità di dominare gli altri in un modo o nell’altro e di accumulare, ingoiare, spinti da un appetito inestinguibile.

Hanno unicamente e sempiternamente i propri interessi in mente.

Sono seduttori nati perché, almeno inizialmente, si conformano perfettamente alle aspettative degli altri. Sono dei camaleonti in forma umana.

Credono di essere più importanti di quello che realmente sono (e si sforzano di convincere gli altri di esserlo). In genere si prendono dannatamente sul serio.

Per difendere la loro credibilità e status gonfiato a dismisura mentono metodicamente.

Se non possono manipolare direttamente qualcuno seminano zizzania, mettono gli uni contro gli altri, diffondendo malelingue e calunnie.

Le loro emozioni (salvo il risentimento, la delusione, la rabbia, la bramosia) sono false e non sono bravi a calibrarle, perché sono privi di empatia, sono come dei principianti assoluti. Esagerano (“lacrime di coccodrillo”) oppure si mostrano singolarmente freddi. Sono spesso fuori luogo.

Non hanno assolutamente alcun riguardo per i sentimenti degli altri e li accusano di reagire sproporzionatamente alle loro azioni.

Sono completamente irresponsabili, privi di rimorsi e scrupoli, non si assumono mai alcuna responsabilità. Se rimpiangono qualcosa, è per non averla ottenuta.

Se chiedono scusa è solo perché la situazione lo richiede per poter continuare a manipolare il prossimo.

Sono amorali e promiscui, incapaci di essere fedeli, vogliono sempre prendere e se danno un po’ e perché sanno di potere ottenere molto di più.

Vivere in mezzo a persone dotate di coscienza è per loro estenuante. Per questo si prendono delle vacanze di completa depravazione. Vogliono sentirsi sporchi, impuri, corrotti, per ripulirsi dei “buoni sentimenti” che sono costretti a subire quotidianamente e che li fanno sentire a disagio. Droghe, prostituzione, pedofilia, abusi e torture possono essere degli ottimi sfoghi.

La loro prospettiva è fissata sul breve termine. Non sono lungimiranti e questo è il loro Tallone d’Achille: vedono la realtà come desiderano vederla, non come è. Prima o poi fanno un passo più lungo della gamba e crollano rovinosamente. È solo una questione di tempo.

Si annoiano facilmente, sono drogati di eccitazione e quindi impulsivi. Il che li rende ancora più vulnerabili all’autolesionismo (es. DSK).

Se non succede prima è perché, di norma, sono molto intelligenti ed abili nella mimesi. Quelli non sufficientemente acuti commettono errori grossolani e finiscono in galera. Gli altri arrivano al potere sfruttando la benevolenza, compassione, altruismo, spirito di sacrificio, devozione, dedizione, ingenuità, idealismo e credulità (imbecillità) dei “normali”. Fregare il prossimo facendo leva sulle sue virtù (che per loro sono debolezze) li fa godere, letteralmente.

Può capitare che fissino gli altri intensamente, come un predatore che mira alla sua preda.

http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/golpe-psicopatico.html

Montesquieu mon amour

Il grande filosofo Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755) – nella foto, in uno dei suoi momenti più ispirati ;o) – fu un celebre intellettuale illuminista. Non fu certamente privo di difetti e non tutti suoi giudizi sarebbero condivisibili, ai nostri occhi, ma qui io voglio celebrare unicamente la sua grandezza, nella speranza che funga da modello anche per molti altri.

Pochi sanno che cominciò la sua brillante carriera, in qualità di consigliere e poi presidente del parlamento di Bordeaux, agli inizi del diciottesimo secolo, difendendo la dignità di una casta di reietti, i cagots. Fu in quell’occasione che formulò le sue idee egalitarie, seguendo questo ragionamento (pseudo-sillogismo): le tirannie si fondano sulla paura > i cagots sono temuti > l’uguaglianza e la democrazia dovranno servire ad abolire la paura.

I cagots (variamente denominati Cagots, Gézitain, Chrestians, Gahets, Capots, Agots) della regione pirenaica Francese e Spagnola rappresentano il primo e uno dei più formidabili ed atroci esempi di biologizzazione di una categoria umana. Questi sfortunati esseri umani furono trasformati in una sub-specie, una casta di intoccabili segregati ed ostracizzati dal resto della popolazione.

Questo episodio della storia del razzismo è importante perché mostra che il razzismo era presente anche nei paesi mediterranei di tradizione greco-romana ed è possibile che in qualche modo questo fenomeno fosse collegato al tentativo di biologizzare le differenze culturali di Mori ed Ebrei nella Spagna dell’Inquisizione. Sappiamo infatti che l’Inquisizione impiegò medici spagnoli per determinare il grado di purezza razziale degli imputati (Alcalà, 1984) e lo stesso avvenne nella Germania nazista, quando ai medici genetisti (Erbarzt) venne richiesto di stabilire la proporzione di “ebraicità” dei certi cittadini tedeschi.

È tuttavia importante tenere a mente che la segregazione non fu codificata dalle autorità spagnole e francesi, eredi della giurisprudenza romana che rifiutava recisamente di adottare un  parametro biologico per la definizione della persona giuridica. Anche gli statuti di limpieza de sangre spagnoli furono avversati persino da numerosi inquisitori e di conseguenza essi vennero raramente adottati, ed ancor più raramente osservati (Kamen 1998, Baud 2001).

Tornando ai nostri cagots, è possible che questo termine possa essere emerso nel Medioevo a partire da un termine della parlata béarnais che stava ad indicare i lebbrosi. Dunque, più che ad una tara ereditaria, esso si riferiva al rischio di contagio ad essi associato. Tuttavia, sembra abbastanza certo che non di lebbrosi si trattasse, ma di reietti, gozzuti, ed asociali. La ragione principale di questa discriminazione è ancora incerta, e la credenza popolare la faceva risalire ad una remota discendenza gotica, celtica o saracena, ossia ad una distinzione etno-razziale che aveva reso possibile l’arbitraria creazione di una race maudite, a dispetto dei dubbi e delle obiezioni sollevati da un certo numero di medici, molti dei quali confessavano di non poter distinguere i cagots dai “normali”.

Questo tipo di apartheid pre-moderno durò per diversi secoli. I cagots non potevano frequentare i “normali” e potevano solo lavorare come carpentieri e pastori, essendo però costretti a lasciare i centri abitati al calar del sole. Non potevano portare armi e possedere terre, delle sezioni delle chiese erano loro riservate in modo da non porli in contatto con gli altri fedeli, dovevano portare sulle vesti dei contrassegni che li identificassero e non potevano essere seppelliti nei cimiteri ufficiali. Poi, a partire dalla fine del diciassettesimo secolo, i magistrati ed amministratori locali più illuminati, come Montesquieu, appunto (Bériac 1990; Kingston 1996), cominciarono a lottare per l’abolizione di queste aberrazioni sociali, anche in virtù delle dichiarazioni sempre più egalitarie ed anti-razziste di medici e chirurghi.

Fu quest’esperienza ad indirizzare il pensiero di Montesquieu verso l’attivismo universalista e democratico. Furono gli insegnamenti che ne trasse a guidarlo nella composizione delle “Lettere Persiane” (1721), in cui esaltava la diversità di ogni singolo essere umano e denunciava il desiderio di irreggimentare questa varietà, di armonizzarla in un’uniformità di caratteri, estinguendone la rigogliosità. Uno dei temi centrali dell’opera è che la persona può realizzarsi solo assieme alle altre persone, non a loro spese. Il che implica che per godere del prossimo, debbo rispettare la sua autenticità (e lui o lei deve rispettare la mia). Come recita l’adagio: “il mondo è bello perché è vario”. Il che causa la dissoluzione dell’istinto di possesso reciproco ma anche della rigidità identitaria: nessuna personalità è intrinsecamente più inestimabile delle altre, dunque nessuna identità è essenziale per garantire il successo nella vita. Posso recitare una molteplicità di ruoli nel corso della mia esistenza; anzi, è nel mio interesse farlo, se è questa la mia vocazione, ciò che mi rende autentico.

Fu così che cominciò ad affermarsi la democrazia moderna, che non si fonda sull’idea che l’uomo comune o medio, non particolarmente competente, andrebbe riformato in linea con le aspettative dei grandi pianificatori, bensì sulla premessa che uomini e donne, per quanto inevitabilmente imperfetti, siano capaci di compiere le loro scelte, di coltivare una propria autonomia di giudizio, di saper gestire i conflitti che immancabilmente ne derivano.

Montesquieu recupera e proietta verso il futuro l’umanesimo universalista di Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam e Bartolomé de las Casas.

Per la stessa ragione, nel capitolo intitolato “Sull’Impero della Cina” (“Lo spirito delle leggi”, 1748), il Nostro approva il giudizio dell’ammiraglio Anson sulla società cinese, schierandosi contro i padri gesuiti che, ammaliati dall’autoritarismo imperiale cinese e dai loro obiettivi, idealizzano quella nazione:

Ci parlano i nostri missionari del vasto impero della Cina, come d’un governo ammirabile, che mescola insieme nel suo principio il timore, l’onore e la virtù. Adunque ho io piantata una vana distinzione, allorché ho stabiliti i principi dei tre governi. Ignoro che cosa sia questo onore, di cui si parla presso a popoli ai quali nulla si fa fare se non a forza di bastone. Inoltre se ne fanno poco i nostri commercianti di questa idea di virtù di cui parlano i missionari; si possono interrogare a proposito delle estorsioni per mano dei mandarini…Non potrebbe essere che i missionari fossero stati ingannati da un’apparenza d’ordine; che avesse lor fatto colpo quel continuo esercizio del volere d’un solo da cui sono governati essi stessi, e che tanto amano di trovare nelle corti dei re indiani? Poiché essi vi si recano con nessun’altra mira che quella di effettuarvi dei grandi cambiamenti, è loro più agevole convincere i principi che possono tutto, che persuadere i popoli che tutto possono soffrire”.

I contemporanei apprezzano Montesquieu per la sua passione per il pluralismo, che lo porta a formulare la “teoria dei corpi intermedi”, ossia a perorare la tesi che tra sovrano e cittadini siano necessario l’inserimento di gradi intermedi di distribuzione del potere che tutelino questi ultimi dalle forme dispotiche del suo esercizio. Per Montesquieu, come per James Madison, uno dei padri del costituzionalismo americano, una società democratica moderna non può fare a meno di un meccanismo di bilanciamento delle forze antagonistiche, degli interessi contrastanti, per diluire gli impulsi coercitivi ed autoritari.

M. afferma che nessuna società può rendere felici gli esseri umani se non garantisce il diritto fondamentale di ogni uomo e donna a poter essere se stesso/a, ad esprimere e coltivare la propria personalità, nel rispetto delle leggi. Questa concezione dell’individualità democratica prende le mosse dal presupposto che se tutte le persone sono messe nella posizione di poter realizzare le proprie finalità personali (in forme legittime, ossia che tutelino il diritto altrui di fare lo stesso) il fine e la volontà di qualcuno in particolare non potrà contare più di quello degli altri (come invece avviene nelle oligarchie e nelle monarchie).

Per M. l’effetto benefico della città è quello di smantellare la fissità dei ruoli imposti dalle società tradizionali, una rigidità mortificante.

Se la società cerca di reprimere la varietà prodotta in natura la conseguenza non potrà che essere una legittima rivolta.

Una posizione, questa, fortemente avversata da Rousseau, paladino della “volontà generale” che tanto piace ai fautori della democrazia diretta: se il popolo è sovrano, la sua volontà è legge ed ogni interesse divergente non ha ragione di esistere. Oggigiorno questa si chiamerebbe “tirannia della maggioranza”. Pur con tutti i nostri difetti, abbiamo fatto molti, importanti passi in avanti sulla strada dell’affermazione della dignità umana. La strada, però, è ancora lunga e passa per il rafforzamento e consolidamento della dignità degli immigrati e di tutti gli esseri viventi.

Montesquieu era convinto che il commercio fosse una scuola di tolleranza. Infatti la compravendita di beni insegnava alle persone che era possibile accordarsi su un certo numero di regole di base, pur conservando opinioni anche radicalmente antitetiche sulle cose della vita. Mettendo a contatto genti di estrazione sociale e provenienza diversa, il commercio non poteva fare a meno di distruggere il particolarismo e promuovere la tolleranza per le diversità.

Per questo soleva dire: “Sono necessariamente uomo…e francese solo per caso”.

Montesquieu era anche convinto che la certezza della pena avesse un potere di deterrenza molto maggiore della sua severità. Il che è indubbiamente vero (pena di morte docet).

Le semifinali degli Europei – 73 anni dopo, chi conquisterà l’Europa?

Mercoledì 27 giugno è il turno della sfida fra Spagna e Portogallo.

Salazar e Franco

Il giorno successivo è in programma la seconda semifinale.

A Varsavia, ore 20.45, faccia a faccia fra l’Italia e la Germania.

Qualcuno non ha capito il senso di questo post. Mi spiego: non c’è alcuna dietrologia. Sto solo constatando una curiosa coincidenza: in Polonia (e Ucraina), la prima vittima della seconda guerra mondiale, si affrontano le dittature che hanno reso possibile quella guerra. Tutto lì.
Passo e chiudo.

Eurocrati ed indignati sono due facce della stessa medaglia

Ripropongo le riflessioni di un analista che la pensa come me in merito all’Unione Europea, all’europeismo ed alle gravissime carenze del movimento degli indignati.

Kenan Malik, “La politica senza democrazia, la democrazia senza politica”, Bergens Tidende, 9 novembre 2011

“È sorprendente, e non poco preoccupante, quanto velocemente l’affermazione che “tutti i politici sono inutili” si è trasformata nella pretesa che “i politici siano sostituiti da tecnocrati che sanno quel che fanno”, una richiesta che sentiamo sempre più frequentemente in risposta alla crisi della zona euro.

Dallo sconvolgimento nella zona euro al movimento “Occupy”, ci sono due crisi che plasmano il dibattito politico contemporaneo. La prima è, ovviamente, la crisi economica. La seconda crisi, forse più insidiosa, è quella che sta avviluppando la democrazia. È insidiosa perché il problema non è l’imposizione della tirannia o la formale rimozione del diritto di voto. Piuttosto, il rapporto tra cambiamento politico e processo democratico è diventato così teso che il significato stesso della democrazia e della politica ne è uscito distorto. La facilità con cui le persone stanno chiedendo la sostituzione dei politici con i tecnocrati come la maniera migliore di affrontare l’instabilità europea ne è un indicatore molto chiaro.

[…].

Il dibattito sull’UE è un po’ come sarebbe stato il referendum greco che non è mai stato fatto: una scelta fra due alternative sgradevoli. Da un lato, vi è l’euroscetticismo di destra, l’ostilità al progetto europeo alimentata dal nazionalismo e la xenofobia…e dall’altro lato, c’è l’europeismo liberale, attraverso il quale si esprime, troppo spesso, il disprezzo per l’elettorato, una visione ambigua del processo democratico e l’insistenza sul punto che il futuro dell’Unione Europea non dovrebbe essere modellato mediante una procedura aperta, un pubblico dibattito, ma mediante trattative burocratiche. Ciò che manca in questo dibattito è lo spazio per un eurofilo democratico, per chi vuole sì abbattere le barriere nazionali, ma attraverso il sostegno popolare e l’estensione delle istituzioni democratiche, non la loro castrazione.

L’Unione europea oggi rappresenta il trionfo della politica democratica più manageriale. E in questo, è un progetto adatto a questi nostri tempi. La scomparsa, negli ultimi due decenni, delle divisioni ideologiche che hanno caratterizzato la politica negli ultimi duecento anni, ha fatto sì che la sfera politica si restringesse; così la politica è diventata sempre meno una questione di visioni antagonistiche della società e sempre più un dibattito su come gestire al meglio il sistema politico esistente.

Le persone hanno avvertito questo cambiamento nella forma di una crisi della rappresentanza politica, un crescente senso che la propria voce non trovava spazio e che le istituzioni politiche sono remote e corrotte. Il senso di essere stati politicamente abbandonati è stato più acuto all’interno della classe operaia tradizionale, i cui sentimenti di isolamento politico sono aumentati man mano che i partiti socialdemocratici hanno reciso i legami con i collegi elettorali della classe operaia. Questo senso di alienazione è stata una delle ragioni del successo dei movimenti reazionari e populisti in tutta Europa.

La recessione economica e l’imposizione di politiche di austerità hanno introdotto, però, sezioni molto più ampie della popolazione a questo sentimento di alienazione e di abbandono da parte delle istituzioni politiche.

Il movimento “occupy”, che nel giro di pochi mesi si è diffusa in un fenomeno globale, è un esempio lampante, guidato da un profondo senso di rabbia, sia di fronte all’ingiustizia del sistema finanziario, sia davanti al fallimento della politica nell’affrontare tale iniquità. Una delle caratteristiche del movimento è la mancanza di strutture formali, organizzazione, dirigenti o richieste. I suoi sostenitori celebrano questa mancanza come la grande forza del movimento, il suo rifiuto della politica tradizionale, la creazione di una nuova forma di democrazia. In realtà è la sua più grande debolezza. Una politica amorfa non è un’alternativa alla crisi della rappresentanza politica, ne è invece la conseguenza.

Senza la rabbia non ci può essere cambiamento politico. La rabbia per come è strutturata la società è necessariamente alla radice di tutte le richieste su come dovrebbe essere la società. La rabbia, però, può assumere molte forme politiche, reazionarie come anche progressiste. Il pericolo di un movimento che mobilita la rabbia popolare in assenza di coerenti scelte politiche e richieste è che la rabbia e il disincanto non sono incanalate in soluzioni progressiste. L’obiettivo del movimento Occupy è quello di creare una grande tenda, per rappresentare il 99%, in nome della democrazia. Ma la democrazia non richiede una grande tenda della politica, bensì, semmai, l’esatto contrario. Richiede la definizione di linee politiche, i conflitti politici, la realizzazione di scelte politiche. E la capacità di fare tutto ciò che definisce una democrazia, e la distingue dai sistemi non-democratici. Perché la democrazia funzioni, la politica, paradossalmente, non deve essere inclusiva.

La crisi della zona euro e il movimento Occupy rivelano i due lati dell’incapacità del nostro tempo di cogliere il significato della democrazia. In un caso, il cambiamento politico è ridotto a manipolazioni tecnocratiche, nell’altro la democrazia è equiparata alla mancanza di una struttura politica. Questa separazione della politica dalla democrazia ci deve preoccupare quanto la crisi economica”.

http://www.kenanmalik.com/essays/bergens_eu_democracy.html

Viviamo tutti nella Terra di Mezzo (il Signore degli Anelli e la contemporaneità)

“Sì, così è”, disse Sam. ” E noi non saremmo qui, se avessimo avuto le idee un po’ più chiare prima di partire. Ma suppongo che accada spesso. Penso agli atti coraggiosi delle antiche storie e canzoni, signor Frodo, quelle ch’io chiamavo avventure. Credevo che i meravigliosi protagonisti delle leggende partissero in cerca di esse, perché le desideravano, essendo cose entusiasmanti che interrompevano la monotonia della vita, uno svago, un divertimento. Ma non accadeva così nei racconti veramente importanti, in quelli che rimangono nella mente. Improvvisamente la gente si trovava coinvolta, e quello, come dite voi, era il loro sentiero. Penso che anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero. E se lo avessero fatto noi non lo sapremmo, perché sarebbero stati obliati. Noi sappiamo di coloro che proseguirono, e non tutti verso una felice fine, badate bene; o comunque non verso quella che i protagonisti di una storia chiamano una felice fine. Capite quel che intendo dire: tornare a casa e trovare tutto a posto, anche se un po’ cambiato…, come il vecchio signor Bilbo. Ma probabilmente non sono quelle le migliori storie da ascoltare, pur essendo le migliori da vivere! Chissà in quale tipo di vicenda siamo piombati”.
“Chissà!”, disse Frodo. “Io lo ignoro. E così accade per ogni storia vera. Prendine una qualsiasi fra quelle che ami. Tu potresti sapere o indovinare di che genere di storia si tratta, se finisce bene o male, ma la gente che la vive non lo sa, e tu non vuoi che lo sappia”.

Minaccia dell’unione patologica di potere statale, capitale e tecnologia. Virtù primarie: lealtà, servizio, cameratismo, abnegazione, cortesia, coraggio, idealismo. “Tolkien comprende il male e il modo in cui ci seduce come ha sedotto Gollum con le sue promesse di bontà, e come, se gli cediamo, esso corrode infine inevitabilmente la nostra libertà, volontà ed individualità”.

Per C.S. Lewis e Tolkien (Silmarillion) le cose che chiamiamo malvagie inizialmente erano incorrotte. Si sono corrotte quando le creature hanno liberamente scelto di essere più interessate a se stesse che a Dio: peccato di superbia. Accrescere la propria potenza e gloria del proprio ruolo, desiderio di avere dei servitori, di dominare l’altrui volontà. Ribellione come la reazione di un bimbo che si rifiuta di cooperare alla costruzione di castelli di sabbia e poi distrugge quelli degli altri bimbi. LUCIFERO (Melkor in Silmarillion): “Partecipava dei poteri e della conoscenza di tutti gli altri Valar, ma li volse a scopi malvagi, e sperperò la propria forza in atti di violenza e di tirannide. Egli, infatti, bramò Arda e tutto quanto vi si trovava, agognando il trono di Manwë e la potestà sui dominii dei suoi pari. Per arroganza, dallo splendore decadde al disprezzo di tutte le cose salvo se stesso, spirito funesto e impietoso. Trasformò l‘intellezione in sottigliezza pervertendo alla propria buona volontà quanto poteva servirgli, fino a che divenne un bugiardo privo di qualsiasi vergogna. Cominciò con il desiderio della Luce, ma quando non riuscì a possederla esclusivamente per sé, calò, tra fuoco e ira, dentro un incendio, giù nell’Oscurità. E soprattutto dell’oscurità si servì per le sue opere malvagie su Arda, e la colmò di terrore per tutte le creature viventi”.

Anche Sauron, servitore di Melkor/Morgoth: “in anni successivi si levò come un’ombra di Morgoth e come un fantasma della sua malvagità, e lo seguì lungo le medesime strade rovinose che conducono nel Vuoto”.

L’Ombra che li ha allevati sa solo scimmiottare, non può fare cose realmente nuove da sola. Non credo che abbia dato vita agli Orchi, non fece che rovinarli e depravarli” (Frodo a Sam).

L’esito di questo amore di sé è la riduzione della libertà, l’imprigionamento all’interno di se stessi e l’incapacità di dare o ricevere quell’amore che è l’unica cosa che si desidera di dare o ricevere quell’amore che è l’unica cosa che si desidera” (Charles Moseley su Tolkien, citato in Pearce, Tolkien, l’uomo e il mito, p. 117).

Non si usa l’Anello per rovesciare l’Oscuro Signore: usare il male per combattere il male ce ne rende schiavi.

Tolkien amava gli hobbit perché voleva bene “a chi è semplice e comune tanto quanto voglio bene a chi è nobile, e niente mi commuove di più (al di là di tutte le passioni del mondo) del processo di “nobilitazione” (dal brutto anatroccolo a Frodo)”.

“Tra l’altro penso che la ragione sia la stessa, anche se non so quanto sia volontaria e quanto vero e proprio travisamento: ovvero, la sottrazione dell’Uomo al suo destino, mettendolo in ballo a forze numinose (eldar, istari, HOBBIT!) e sottraendoli sempre e comunque alla possibilità di fare il Bene di loro proprio iniziativa. L’esatto contrario che in Tolkien: la virtù dell’Uomo tolkieniano è l’assoluta indipendenza rispetto al canto della creazione, e quindi la libertà di arbitrio di cui non godono i semi-divini eldar, incatenati alle trame del destino dalla loro stessa consustanzialità con i Valar. Potentissime marionette, solo Galadriel e Feanor hanno provato a uscire dalla trama e reclamare un proprio destino, solo per ottenerne rovina. Tutto questo per dire che Isildur in Tolkien è un esempio di paragone, è la massima purezza cui l’Uomo è giunto e di cui Aragorn sarà erede. E invece no, è trasformato in un corrotto come tutti gli altri (persino Faramir, FARAMIR!! vacilla in Jackson, ed è solo il caso a salvarlo, non la propria ferrea volontà di Bene, come in Tolkien – Faramir è un puro), e solo Aragorn alla fine, tra spinte e spintoni, finisce per imbroccare la via giusta. Sicchè è travisato tutto il messaggio Tolkieniano, perchè quello che è alla portata di molti, volendo di tutti (la libertà in ordine alle scelte etiche) diventa invece l’acquisizione messianica di uno solo, e piuttosto indirizzata per giunta. Su questa base davvero non si capisce perchè gli Elfi abbandonino le terre orientali, sembra un escamotage di narrazione da bassa lega, non la tragica constatazione che il loro tempo è davvero finito perchè gli Uomini, nel bene o nel male, hanno raggiunto e dimostrato la loro maturità di individui. E poi vabbè, c’è tutto il resto, non mi soffermo nemmeno sullo stupro alla narrazione e le licenze del tutto gratuite”.
Fonte: Franz Terlus.

Contro il relativismo morale: “Good and ill have not changed since yesteryear; nor are they one thing among Elves and Dwarves and another among Men” (Aragorn, p. 428).

Verità e liberazione: “The power of truth and its liberation from hegemony is indeed the great theme of The Lord of the Rings.”

Non-violenza e rinuncia al potere: “some of the greatest heroes of Middle-earth are those whose decision not to kill proves to have important consequences.” theme of “renunciation of power”. “Power in the works of Tolkein is often to be found in the hands of a woman.” Frodo: “No hobbit has ever killed another on purpose in the Shire, and it is not to begin now” (p. 983). “Yet such is oft the course of deeds that move the wheels of the world. Small hands do them be cause they must, while the eyes of the great are elsewhere” “Middle-earth’s heroes overcome their weaknesses – not with power plays aimed at dominating others but rather with humility and self-sacrifice. Strength, according to Tolkien, manifests itself most clearly not in the exercise of power but rather in the willingness to give it up. ‘The greatest examples of the action of the spirit and of reason,’ he tells us, ‘are in abnegation’ (L, p. 246). Abnegation, the subordination of one’s own will for the sake of others – that, according to the portrait Tolkien presents, is what characterizes a life lived well; and, given its obvious beauty, such a portrait needs not argument to defend it” “Returning the Ring to its origin means refusal of power as domination by the One – by sameness, homogeneity – and therefore acceptance of respect for difference and diversity. “Bombadil nicely illustrates the distinction Tolkien draws between magic and enchantment in his essay ‘On Fairy-stories’: magic ‘is power in this world, domination of things or wills,’ whereas enchantment ‘does not seek delusion, nor bewitchment and domination, it seeks shared enrichment, partners in making and delight, not slaves’”

Il male: “the conflict in Middle-earth is essentially religious. Sauron seeks to establish his will not only over his fellow creatures in Middleearth but ultimately over Ilúvatar [God] himself.” “In conclusion, we have learned that evil is a lack of goodness, that it stems from a desire to have more than one’s fair share, and that it is linked to fear and destruction. Knowing this, we are in a position to see more clearly the evil in ourselves and in other people. Do we wish to dominate other people and impose our wills upon the world? What is our proper place?

in order to make something evil, you must start out with something that is good. This is the pattern we see over and over again in Middle-earth. In all of these cases, evil things turn out to be good things that have been twisted for evil ends.”

Potere del Male: “Indeed in nothing is the power of the Dark Lord more clearly shown than in the estrangement that divides all who still oppose him. Yet so little faith and trust do we find… that we dare not by our own trust endanger our land” (p. 339) “… The Edain, the Father so the Númenoreans, fought beside the Elves in the first wars…. But in Middle Earth, Men and Elves became estranged in days of darkness, by the arts of the Enemy, and by the slow changes of time in which each kind walked further down their sundered roads. Men now fear and misdoubt the elves, and yet know little of them” security dilemma exacerbated by willful manipulation and ignorance. Elves: always desired knowledge (Sauron ensnared them with this desire)

Debolezza del Male – Wishful thinking: Aragorn: “He [Sauron] is not so mighty yet that he is above fear; nay, doubt ever gnaws him” (p. 763). Utility function of Sauron as figured out at Council of Elrond: “Only with the helpful exchanges of the many does the group work logically through all the possibilities to the one solution that Sauron will never imagine, so unlike his desire is it.” [destroy the ring] Sauron “cannot understand the nature and motivations of his adversary, which are so different from his own.” Sauron’s “Eye could see everything except what really mattered.” (p. 6) Enemy “is very wise, and weighs all things to a nicety in the scales of his malice. **But the only measure that he knows is desire, desire for power, and so he judges all hearts.** Into his heart the thought will not enter that any will refuse it, that having the Ring we may seek to destroy it. If we seek this, we shall put him out of reckoning”

Etica: “Why be moral? Plato asks. And Tolkien answers, “to be yourself.” What kind of life should I choose? A life that is in accord with my abilities. If you need a Ring of Power to live your life, you have chosen the wrong life.” (20) Tolkien letter quote: “ ‘If there is any contemporary reference in my story at all it is to what seems to me the most widespread assumption of our time: that if a thing can be done, it must be done” (L, p. 246). In other words, he wrote LOTR , in part, as a protest against the sense that the past no longer had any relevance, that humans could act, in the absence of God, however they wished” (p. 140). In ent language an object is signified by the range of its connections by which it achieves its true identity, not by separation, as in hill being defined by those things it is not: ‘hill’ no ‘rill.’….The Lord of the Rings, then, is an ethical text that teaches us to give up dominatory and fixed perceptions in order to receive the world back as a gift”

Politica: “The maintenance of society is best advanced by the caretaker and the gardener, those who take care, nurture others, and continue the work of the family or nation. In their role of understanding and tolerating individual differences within the community, indeed, using those differences productively, the caretakers empower both the individual and society, or, together, the social network.” “The success of the council occurs in part because of the modesty (or at least rhetorical pose of modesty) of Gandalf and Aragorn. Gandalf confesses he was at fault for letting the words of Saruman lull him (1: 329); Aragorn” (49) “recounts how he aided Gandalf in the search for Gollum, ‘since it seemed fit that Isildur’s heir should labor to repair Isildur’s fault’ (1: 330). The public admission of guilt enhances the speakers’ credibility and weakens any suspicions that the two many have been seeking in their own gain. “The storm comes, and now all friends should gather together, lest each singly be destroyed” (Gandalf)

http://archives.theonering.net/perl/newsview/8/1059512515

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