Che fine farà l’Italia dopo l’eutanasia dell’Unione Europea?

Con l’euro abbiamo quasi un’Europa che procede a differenti velocità. Questa situazione si rafforzerà, perché chi è in un’unione monetaria deve cooperare più strettamente. Dobbiamo essere aperti e permettere sempre agli altri di collaborare, ma non possiamo fermarci perché qualcuno non vuole procedere.

Angela Merkel, 7 giugno 2012

Oggi le alternative secche sono due: o il debito dei vari paesi membri viene assunto dalla Ue in quanto tale e si va rapidamente ad un’unione politica (cioè ad uno Stato europeo), o la moneta salta in aria. Puramente e semplicemente: non ci sono alternative. In astratto, la soluzione più auspicabile sarebbe la prima, ma, personalmente non ci credo affatto: se l’unione politica non si è fatta in tempi favorevoli, quando il vento soffiava nelle vele dell’Europa, non si capisce perché dovrebbe riuscire ora che la crisi accentua tutti gli egoismi nazionali, con un ceto politico di mezza tacca in ciascuno dei paesi membri, dopo la raffica di fallimenti sul piano della politica estera (dove mai l’Unione è riuscita a parlare con una sola voce), in una situazione sociale difficilissima. Qualcuno pensa che sono proprio le asprezze della crisi a poter fare il miracolo, costringendo gli europei a fare per forza quello che non sono riusciti a fare per amore. Certamente la situazione richiederebbe una soluzione del genere, ma avere bisogno di 1000 talleri ed avere 1000 talleri non è la stessa cosa, avrebbe detto, più o meno, Kant. D’altra parte, le condizioni strutturali per l’edificazione di un “Io” collettivo europeo continuano a non esserci per la mancata unificazione linguistica e culturale del continente. Tutto quello che può venir fuori da un processo forzato di unificazione sarebbe una buro-tecnocrazia centralizzata e totalmente priva di qualsiasi legame con la base popolare, un orrendo pasticcio antidemocratico assai poco auspicabile. Ma in ogni caso, anche questo appare come un disegno del tutto velleitario.

Aldo Giannuli

Serpeggia persino la tentazione di divenire una “grande Svizzera”, ma da sola la Germania non ha la massa critica per un ruolo mondiale a pari dignità con Usa, Cina, India, Brasile. Ha bisogno allora, forse, di una moneta unica con un nucleo più piccolo. Si può immaginare un’eurozona con meno membri, con i pochi che hanno finanze solide e una situazione competitiva. Sempre più tedeschi giudicano sempre meno sensato continuare a difendere a ogni costo l’euro come è ora. Questi umori si diffonderanno sempre di più. Con la conseguenza che l’Europa non si sgretolerebbe, ma l’euro sì. Nuovi ombrelli di salvataggio per Spagna o Portogallo non basterebbero. L’unica via sarebbero gli eurobond che qui nessuno vuole. Lo sviluppo di una simile spaccatura dell’euro sarebbe poco confortevole: ci sarebbe uno squilibrio tra Nord e Sud dell’Europa, e anche tra la Germania e gli altri che resterebbero in un euro ridotto, o nell’area economica tedesca, dentro o fuori dall’euro, come polacchi e cechi. E il rapporto francotedesco dovrebbe essere mantenuto in vita, per ragioni politiche, geopolitiche, storiche. Hollande si adatterebbe. Immaginiamo uno scenario in cui l’euro si disintegra, e si forma un nuovo nucleo duro ristretto: Germania, Polonia, Francia e pochi altri. Con embrioni di Costituzione e politiche comuni. La Francia resterebbe nel club esclusivo, ma forse senza più parità o finzione di parità e di duopolio. Una tale situazione potrebbe evolvere verso un sovrappiù d’influenza della Germania. Un simile sviluppo avrebbe serie conseguenze sugli umori dell’Europa meridionale verso la Germania. Non a caso Helmut Schmidt ha recentemente ammonito i tedeschi a ricordare che i vecchi risentimenti riemergono facilmente.

Peter Schneider, “L’oro del Reno”, la Repubblica, 7 giugno 2012

Nella loro disperazione, le oligarchie sono disposte a sacrificare il sogno europeo sull’altare della loro avidità e paura, trasformando il problema di una unione monetaria senza unione politica in un problema di unione politica priva di uno stato-nazione coerente e con un enorme deficit democratico, senza chiedere il consenso dei cittadini europei.

Quel che è certo è che l’Europa a due velocità è una campana a morto che suona per l’Unione Europea

Infatti, allo scopo di garantire gli investitori, “il Trattato di Lisbona non prevede in modo espresso una procedura per l’uscita volontaria di uno stato membro dall’Eurozona. Per abbandonare la moneta comune, l’unica eventuale strada, per la Grecia o altri partner in difficoltà, sembra essere uscire del tutto dall’Unione europea. Un’ipotesi di scuola, improbabile, ma tecnicamente possibile. Proprio l’entrata in vigore, il 1° dicembre 2009, del Trattato di Lisbona offre anzi qualche strumento in più. Questo perché, per la prima volta, il Trattato Ue afferma, in modo espresso, il diritto di ogni Stato di uscire dalla Ue (articolo 50). […]. La Carta di Lisbona non dice nulla, invece, sulla possibilità di abbandonare solo l’Eurozona”.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/04/29/Economia%20e%20Lavoro/4_E.shtml?uuid=0ca2d8ba-5352-11df-aa0b-e7dd342ffe1a&DocRulesView=Libero

“La mancanza di un processo costituzionale (o permesso da un trattato) per uscire dalla zona euro ha una solida logica solida alle spalle. Il punto di creare la moneta comune era quello di convincere i mercati che si trattava di un’unione permanente che avrebbe assicurato perdite enormi per chiunque avesse osato scommettere contro la sua solidità. Una singola uscita basta ad abbattere questa solidità percepita. Come una piccola crepa in una possente diga, un’uscita greca porterà inevitabilmente al collasso l’edificio…Nel momento in cui la Grecia viene spinta fuori accadranno due cose: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, ecc, seguita dalla riluttanza della BCE e di Berlino ad autorizzare liquidità illimitata alle banche e stati. Questo significa il fallimento immediato di interi sistemi bancari, nonché dell’Italia e della Spagna. A quel punto, la Germania dovrà affrontare una terribile dilemma: mettere a repentaglio la solvibilità dello stato tedesco (devolvendo alcune migliaia di miliardi di euro per salvare ciò che resta della zona euro) o salvare se stessa, abbandonando la zona euro. Non ho alcun dubbio che sceglierà la seconda. E poiché questo significa strappare una serie di trattati e carte dell’UE e della BCE, l’Unione Europea, di fatto, cesserà di esistere”.

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/31/interviewed-by-fxstreet-com-on-grexit/

L’”Europa a due velocità” è un espediente semantico costituzionalmente inaccettabile e serve a nascondere la realtà. La realtà è che allo stesso modo in cui la Padania non è entusiasta di sovvenzionare (bail-out) permanentemente il resto d’Italia e California, Connecticut, Illinois, New Jersey, New York non sono entusiasti di farlo per Missouri, Mississippi, Tennessee, Kansas, ecc. (anche perché ora è l’indebitamento californiano ad essere esploso ed è ormai completamente fuori controllo), così Germania, Austria, Olanda, Danimarca, Finlandia e compagnia bella non intendono farsi carico del diverso stile di vita dei PIIGS. Se i cittadini dei PIIGS non intendono vivere per lavorare, sono affari loro. In quest’ottica scompare il dettaglio che l’introduzione dell’euro ha avvantaggiato le esportazioni tedesche e causato la deindustrializzazione di tutti i PIIGS e anche di Francia e Regno Unito (quest’ultimo si è buttato sui prodotti finanziari ed ora è la nazione europea messa peggio in assoluto, se si sommano debiti privati e debiti pubblici).

“Il grande problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e, in misura minore ma sostanziale, Italia e Francia, è che all’ingresso nell’eurozona è corrisposta la deindustrializzazione. Nessuno di questi paesi poteva competere con la Germania senza svalutare (la dracma era stata svalutata del 45% rispetto al marco nel decennio precedente all’introduzione dell’euro). Così le esportazioni tedesche verso la Grecia sono aumentate a dismisura, tra il 47% ed il 94% a seconda dei settori”.

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/15/le-cause-della-rivoluzione-in-europa-lhanno-fatto-una-volta-lo-rifaranno-ancora/

A dispetto della propaganda dell’élite tedesca e non solo tedesca, l’economia greca (e non solo quella) è sempre stata un problema per gli architetti dell’euro, contrari all’ammissione della Grecia, se è successo ugualmente è stato unicamente perché serviva a deprezzare l’euro, a beneficio delle esportazioni tedesche. Poi il surplus del sistema bancario tedesco e francese generato dall’effetto euro è stato reinvestito indebitando i PIGS con crediti a buon mercato completamente irresponsabili. Ora i PIGS sono presi tra l’incudine delle banche ed il martello degli eurarchi che vogliono liberarsi di loro, mandandoli al macello. Infatti un’uscita dall’Unione Europea e dall’eurozona sarebbe catastrofica: “Anche mettendo da parte le ramificazioni nazionali per la perdita dei sussidi all’agricoltura, fondi strutturali e forse interscambi commerciali (in seguito alla possibile introduzione di barriere commerciali tra la Grecia e l’UE), gli effetti sul resto della zona euro sarebbero catastrofici. La Spagna, già in un buco nero, vedrà il suo Pil ridursi di un valore superiore a quello dell’attuale tasso record di deflazione della Grecia, gli spread dei tassi di interesse tenderanno al 20% in Irlanda e in Italia e, in breve tempo, la Germania deciderà di darci un taglio e salverà se stessa assieme agli altri paesi con un surplus commerciale. Questa catena di eventi causerà una terribile recessione nei paesi in surplus raggruppati attorno alla Germania, la cui moneta si apprezzerebbe astronomicamente, mentre il resto d’Europa affonderebbe nella melma della stagflazione. Un habitat ideale per la Grecia? Assolutamente no!”

Varoufakis ribadisce in conclusione che la Grecia deve fare default, ma all’interno dell’eurozona:

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/16/weisbrot-and-krugman-are-wrong-greece-cannot-pull-off-an-argentina/#more-2171

IL RISCHIO DI UNA PAX GERMANICA (NEUORDNUNG EUROPAS)

L’Europa rischia di essere trasformata tramite un consenso estorto in un’appendice del blocco germanico in cui la periferia si troverebbe in un permanente stato di depressione che richiederebbe continui trasferimenti e/o costante repressione.

C’è un precedente importante da evitare in ogni modo.

Claudio Natoli, Profilo del nuovo ordine europeo, in: Hans Mommsen et al. “Totalitarismo, lager e modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario” + Alan Milward, “War economy and society 1939-1945”, ci spiegano gli obiettivi fondamentali del riordinamento europeo pianificato dagli economisti tedeschi al tempo del Terzo Reich:

* l’integrazione del commercio e della produzione europea in un grande spazio economico chiuso ed autosufficiente, con al centro la Grande Germania;

* l’estensione dell’influenza e del controllo delle imprese tedesche in tutta l’area geografica del Nuovo Ordine e in particolare nei paesi più sviluppati;

* il consolidamento nell’Europa orientale e sudorientale di una zona di esclusivo interesse per il commercio ed il capitale tedesco, destinata ad un permanente sottosviluppo industriale;

* la ricostruzione dell’Europa secondo una gerarchia razziale e sociale fondata sulla supremazia dei popoli del ceppo germanico;

Il Nuovo Ordine Europeo prevedeva “una struttura gerarchica con al centro una grande area germanica (comprendente almeno la Danimarca, l’Olanda, la Norvegia e la Svezia) altamente industrializzata e con un elevato standard di vita, una cerchia più vicina di stati subordinati con livelli di vita più modesti e con una struttura mista agricolo-industriale, gli stati satelliti dell’area balcanica legati al Grande Reich da un rapporto di tipo neocoloniale e infine la sfera illimitate dei territori dell’est, sottoposta a processi di sradicamento nazionale e culturale, di asservimento economico e sociale nella prospettiva di una futura estensione del Lebensraum…un doppio mercato del lavoro, al cui interno gli operai tedeschi erano collocati in una posizione privilegiata nelle garanzie sociali, nelle mansioni più qualificate e anche di sorveglianza rispetto ad altre categorie sottopagate e non garantite e soprattutto rispetto alla manodopera dequalificata e deprivata di ogni dignità e di ogni diritto rappresentata dalla massa della Gemeinschaftsfremde”.

Come il montismo e l’eurotroika distruggeranno l’economia padana

Guardando ai dati del 2008, si scopre che la Grecia stava assorbendo beni e servizi italiani (soprattutto merci) pari in valore al 33% delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti!

Nel 2011, secondo UN Comtrade, le esportazioni italiane verso la Grecia sono scese del 46% rispetto al 2008: vittime dell’implosione della Grecia.

http://www.bankofgreece.gr/BogEkdoseis/sdos201203-04.pdf

In termini di bilancia commerciale Italia-Grecia, mentre il rapporto era di 5 a 1 nel 2008 in favore dell’Italia, ora è ridotto a 2 a 1. I Greci non possono compiacersene. Non c’è stato alcun cambiamento di competitività relativa. Non sono i prodotti greci ad essere migliorati o diventati più convenienti. Il surplus commerciale con la Grecia è crollato perché la Grecia è crollata. In questo senso, un’esplosione nucleare che spazzasse via la Grecia eliminerebbe completamente il suo deficit commerciale. Lo vogliamo chiamare un progresso?

Un discorso analogo può essere fatto sul commercio bilaterale tra Italia e Spagna, Italia e Portogallo, Italia e Cipro (che presto dovrà chiedere un piano di salvataggio). Sud Europa e Francia erano le zone più sicure per le esportazioni nette italiane all’interno della zona euro. Nel resto d’Europa (a nord delle Alpi), l’Italia potrebbe competere solo attraverso la svalutazione della lira (una delle ragioni principali per cui la Germania ha insistito per l’inclusione dell’Italia nella zona euro).

http://www.nytimes.com/2011/04/23/business/global/23charts.html?smid=tw-nytimesbusiness&seid=auto

http://www.spiegel.de/international/europe/euro-struggles-can-be-traced-to-origins-of-common-currency-a-831842-2.html

È chiaro che l’Italia (sotto Berlusconi e sotto Monti) era ansiosa di essere vista come parte del nucleo trainante dell’Europa. A questo fine, i suoi dirigenti hanno ritenuto di doversi mostrare dalla parte ‘giusta’ del waterboarding di Grecia, Spagna e Portogallo. Ma, sostenendo le politiche della troika, l’Italia ha pugnalato alla schiena i suoi propri interessi e, quindi, contribuito alla sua scomparsa proprio in aree che incidevano pesantemente, in positivo, sulla sua bilancia commerciale. Anche se odia ammetterlo, l’Italia sta già facendo l’esperienza del waterboarding dalla parte di chi lo subisce, prendendo il suo posto tra le sue vittime (Grecia, Spagna e Portogallo), in paziente attesa del suo turno di essere torturata e prosciugata della sua vitalità economica.

FONTE: http://yanisvaroufakis.eu/2012/06/03/italys-own-goal-guest-post-by-joseph-halevi/
Joseph Halevi, economista all’Università di Sydney

Una sua intervista
http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7039/

NOTA BENE: La stessa Germania comincia a sentire i morsi dell’austerità imposta ai PIIGS:
“Un crollo si e’ invece registrato per quelle verso l’Italia (-7,6%) con un volume di 14,9 miliardi di euro, verso la Spagna (-7,8%) con 8,4 miliardi di euro, ma soprattutto in direzione di Portogallo (-14%) con 1,7 miliardi di euro ed in Grecia (-9,8%) per un importo di 1,2 miliardi”
http://www.agienergia.it/NewsML.aspx?idd=115304&id=67&ante=0

e noi dipendiamo dalla Germania:
“Il più ampio contributo alla crescita delle esportazioni nazionali è fornito dalle vendite della Lombardia in Germania. Rilevante è anche il ruolo delle vendite di Toscana, Lombardia e Piemonte verso la Svizzera”.
http://www.infoiva.com/2012/03/istat-crescono-le-esportazioni-italiane.html

Webster Tarpley spiega la natura della crisi dell’eurozona (e cosa non fare)

 

Progresso Internazionale:  Tu hai dichiarato in varie interviste e discorsi sulla crisi finanziaria che ha investito la Grecia e l’Europa che “la Grecia non è un problema; il problema è la speculazione d’assalto”. Hai sottolineato che non c’e’ bisogno di austerità o di “salvataggi”. Perché austerità e salvataggi non sono necessari? E cosa sarebbe necessario invece?

Webster Tarpley:  Oggi assistiamo ad una attacco speculativo nei confronti della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda con l’idea di aggiungere poi anche l’Italia e altri paesi ancora. Questo attacco e’ motivato innanzitutto da considerazioni politiche: la debolezza del dollaro.
L’autunno scorso quando il dollaro scendeva praticamente ogni giorno, ci fu una presa di coscienza all’interno dell’elite della City di Londra e soprattutto di Wall Street che per salvare il dollaro direttamente non c’era niente da fare. L’unica strategia per evitare il crollo del dollaro era di provocare preventivamente un crollo dell’Euro e quindi fa apparire il dollaro come un porto sicuro nella tempesta generale.
E quindi hanno cominciato a ragionare: come si fa per attaccare l’Euro. Il fatturato tra l’Euro e le altre monete ogni giorno è di circa mille miliardi di Euro e quindi è difficile incidere lì con manovre bancarie e con lo scatenamento degli hedge funds. Perciò hanno identificato un punto debole cioè le obbligazioni dello stato greco in cui il deficit è molto elevato e anche le obbligazioni del Portogallo, e della Spagna.

E hanno anche lanciato un attacco contro l’Irlanda. E quindi con quei mercati che sono piuttosto piccoli paragonati ad altri paesi dell’Euro, hanno pensato che si potesse generare una crisi.

Così hanno fatto. Questo processo è stato innescato all’inizio dello scorso dicembre quando ci fu l’arresto della caduta del dollaro e l’inizio di una fase di ascesa del dollaro che si basava sulla debolezza crescente e sulla crisi dell’Euro.

Progresso: Gli hedge funds sono spesso associati al nome del finanziere George Soros, e si sono resi responsabili di attacchi contro le monete nazionali e quindi contro le economie e i livelli di vita di molti paesi tra cui anche contro l’Italia ai tempi della lira…

Tarpley: Sì, infatti. Gli hedge funds sono in generale strumenti di distruzione economica dediti al saccheggio delle economie reali per realizzare operazioni brutalmente speculative col risultato di procurare a un piccolo gruppo guadagni altissimi in brevissimo tempo e una miseria altrettanto alta.

I soci proprietari sono pochissimi, inferiore al numero minimo che renderebbe queste ditte regolabili per legge. Pochissimi investitori ma con immensa capacità finanziaria. Sono gli hedge funds che hanno partecipato alla distruzione della Lehman Brothers, hanno attuato la speculazione che ha portato all’aumento del petrolio al limite dei 150 dollari al barile nell’estate 2008 e oggi stanno tornando alla carica anche sul petrolio. Gli hedge funds sono gli incrociatori leggeri di questo attacco alla Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia. Gli incrociatori sono seguiti dalle portaerei, che sono le banche, JP Morgan e via dicendo.

Progresso: E’ stato lo stesso giornale finanziario, Il Wall Street Journal, che ha rivelato in un sorprendente articolo dell’incontro segreto dei grandi hedge funds dedicato a preparare un attacco all’Euro…

Tarpley: Sì, questo è un esempio illuminante. L’articolo del Wall Street Journal è del 26 febbraio scorso; s’intitola minacciosamente: “Hedge Funds Pound Euro” [Gli Hedge Funds Pestano l’Euro]. Qui leggiamo di un incontro riservatissimo in un’abitazione di Manhattan, l’area elegante, l’area delle grandi banche di New York ospitato della ditta finanziaria Monness, Crespi, Hardt & Co. Gli ospiti, che hanno discusso cenando a base di pollo incrostato al limone e filet mignon, erano i rappresentanti dei più grandi (i “titani” li definisce il Journal) hedge funds. In particolare, c’era il rappresentante del Soros Fund Management LLC, David Einhorn, presidente della Greenlight Capital Inc., Donald Morgan, Presidente dell’hedge-fund Brigade Capital, il rappresentante di SAC Capital Advisors LP ed altri. I commensali si sono trovati d’accordo che era iniziata una fase di crisi non solo del debito pubblico, non solo della Grecia ma di tutti i paesi. Voglio porre l’accento sul “tutte”.

Questo vuol dire la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Giappone, Cina. Nessuno escluso. Nessuno è immune da questo attacco.

L’intenzione è di fare della Grecia il primo esempio e poi di generalizzare questo contagio verso altri, anche verso stati degli Stati Uniti come la California, New York e anche entità tipo il Port Authority, l’agenzia che gestisce il porto di New York. L’intenzione è di favorire un cannibalismo speculativo generalizzato…

Progresso: Un cannibalismo speculativo generalizzato?

Tarpley: Sì. L’idea è di lanciare attacchi speculativi coprendoli con lo spargimento di voci, teorie, giustificazioni che diano un’apparenza oggettiva a questo ben organizzato piano di cannibalizzazione finanziaria. L’arma per l’assalto sono I derivati finanziari, Credit Default Swaps.
Strumenti che servono per giocare al ribasso dei titoli (tipo i Buoni del Tesoro) emessi dai paesi-vittima per finanziare il proprio debito di bilancio. In questo contesto l’economia della Grecia, il deficit della Grecia, gli introiti dello stato greco – le cui manchevolezze sono state invocate dalla stampa mondiale, dai rappresentanti degli hedge funds, dagli istituti di ratings come la causa della crisi – sono in realtà solo minuscoli pretesti.
L’idea che si può bloccare l’attacco furibondo di questi hedge funds e delle grandi banche istituti finanziari “risanando” il bilancio e attuando una feroce austerità contro la popolazione del paese preso di mira dalla speculazione – tutto questo è irrazionale.

L’assalto speculativo di questi hedge funds non è motivato dalla necessità di tagliare la sanità o le pensioni per “riequilibrare” le finanze di un paese. Questa è semplicemente un’operazione orchestrata per colpire secondo un piano preciso e per fare grossi profitti.

Voglio rilevare che questi hedge-funds hanno da tanto tempo l’ambizione non tanto nascosta di provocare la bancarotta di stati sovrani – e cioè dei cittadini che sono bene o male rappresentati da queste istituzioni da loro elette. Si vorrebbe il ritorno alla “libertà” del signore feudale di disporre come vuole dei suoi soggetti. La loro idea sembra essere che fra breve le banche vinceranno e gli stati nazionali sovrani saranno schiacciati.
Qui negli Stati Uniti abbiamo l’espressione “zombie banks” appunto perché ci sono queste grandi banche come Citibank, JP Morgan Chase, Bank of America, e adesso anche Goldman Sachs che sarebbe una banca e anche Morgan Stanley che sarebbe una banca…

Tutte queste banche sono fondamentalmente in bancarotta, Sono insolventi. Sono Zombie, morti viventi! Sono state salvate, coi soldi degli americani, dall’intervento dello stato con il famoso bail-out [salvataggio finanziario] del settembre/ottobre 2008. Se paragoniamo la Grecia o lo stato della California (che ufficialmente sarebbe finanziariamente traballante) con la JP Morgan Chase dobbiamo concludere che le condizioni di Grecia e California sono mille volte migliori di quelle della JP Morgan Chase. Quindi c’e’ un forte elemento d’irrazionalità, di fantapolitica in questo tipo di discorsi.

Progresso: C’e’ stato un certo tentennamento all’interno dell’Unione Europea; non si sapeva se intervenire o meno. In parte forse comprensibile dato l’attacco speculativo violentissimo.

I leader e i pubblici europei sono stati martellati da continui appelli lanciati da George Soros e dai “titani” degli hedge funds affinché si intervenisse con tutti i mezzi da parte dei paesi europei per evitare quella che Soros ha chiamato la “spirale della morte”, con funebri previsioni di fine dell’Europa.

Tra l’altro ogni dichiarazione degli uomini degli Hedge funds, ogni pronunciamento delle agenzie di ratings tendeva ad aumentare la gravità della crisi.
Adesso le decisioni, che coincidono con il Primo Maggio festa dei lavoratori, prevedono una fortissima austerità che sarà il prezzo che la Grecia dovrà pagare per i suoi peccati finanziari con possibilità di esplosioni sociali. Ma, secondo la versione ufficiale, dopo la bastonata tutto dovrebbe rimettersi a posto, anche se ci sono piccole differenze di atteggiamento, come quella della Francia che fa la voce grossa contro la speculazione senza, però, prendere finora iniziative concrete. Che pensi della reazione dei paesi Europei alla crisi Greca; soprattutto della Germania e della Francia?

Tarpley:  E’ una reazione fallimentare. Si può riassumere in due punti. Prima di tutto, come hai detto, c’e’ l’austerità feroce con aspetti da genocidio economico nei confronti della popolazione greca che deve pagare più tasse, lavorare di più, andare in pensione dieci anni dopo, vedersi ridurre drasticamente i servizi sociali distruggere l’istruzione pubblica, la sanità… fare della Grecia una sorta di Inferno sociale.

Ma la feroce ironia in tutto questo è che tali misure non funzionano affatto! Anzi, peggiorano drammaticamente la situazione.
E’ questo il motivo per cui questi potentati finanziari le invocano? L’abbiamo visto mille volte nella storia anche recente. Il cancelliere tedesco Heinrich Brüning, nel 1930, rispose all’arrivo della Grande Depressione con spietate misure di austerità rigettando le proteste della popolazione e del Reichstag. Dovette imporre una forma di dittatura di fatto che provocò due conseguenze: la paralisi dell’economia e la presa del potere da parte di Hitler e del Partito nazista. Il fatto è che più si taglia il deficit e più crescono le spese dello stato. Per esempio parlando dei dipendenti dello stato greco si dice: licenziamoli. Benissimo; ma allora vuol dire che invece di pagare le tasse dovranno ricevere un sussidio da parte dello stato.

Progresso: Quindi la tua conclusione è che questo tipo di austerità equivale alla distruzione dell’apparato economico produttivo in definitiva….

Tarpley: Sì. Esatto. Qual è la grande risorsa di cui dispone la Grecia? E’ la qualificazione tecnica e professionale del lavoratore greco che è considerevole e quindi dovrebbero evitare la via dell’austerità. Ripeto, se funzionasse, si potrebbe anche discutere di questa ipotesi feroce, ma, infatti, sappiamo bene che mai è stata risolta una crisi semplicemente attaccando le condizioni di vita di una popolazione e fagocitando il capitale accumulato nell’apparato produttivo o altri beni capitali di cui un paese dispone. Tutto questo non funziona. Aumenta la crisi. Produce una crisi economica ancora più profonda.

Progresso: E tuttavia quello che sentiamo ripeterci da tutti i media, non solo negli USA e non solo quelli legati direttamente agli hedge funds, è che i Greci hanno fatto grandi errori, hanno creato un sistema sociale in cui si rimpinzano di tutti i benefici sociali senza dare niente, come cicale spendaccione e pigre paragonato alla serietà fiscale delle banche/formiche… Quindi sarebbe giustificato far loro espiare i peccati finanziari…

Tarpley: [Risata] Questo mi sembra l’atteggiamento feroce e barbaro che è tipico di chi vuole distruggere un sistema economico produttivo per rimpiazzarlo con cannibalismo speculativo. Questo è il linguaggio degli hedge funds. Questa è la loro giustificazione per lanciare nuove ondate speculative. Adesso arriva il paradiso dei luoghi comuni e del razzismo d’accatto. I Greci sono pigri, si sa.

E che dire dei Portoghesi? Sicuramente pigroni anche loro. La Spagna? Ma sì, lo sappiamo bene con tutte quelle sieste che fanno. E poi arriviamo all’Italia, scansafatiche con mandolini e spaghetti. Gli Irlandesi? Tutti alcolizzati. E non finirà qui. Poi magari sarà la volta degli inglesi; quante se ne potrebbero dire su di loro. Per non parlare della Germania.  Insomma ci sbattono in faccia argomentazioni puramente denigratorie presentate come analisi economiche e finanziarie.

E fatte da chi? Da ladri, da pescecani tipo questi Soros, questi David Einhorn, i grandi paladini della giustizia e della trasparenza che si sono incontrati per la famosa cena dell’otto febbraio a Manhattan. Queste sono le stesse ditte che hanno distrutto la Lehman Brothers il 15 settembre 2008 con le loro vendite al ribasso. Queste argomentazioni sono da respingere assolutamente, anche perché sono fatti da persone che dovrebbero essere in galera, da coloro che sono responsabili della crisi del 2008.

Progresso: Quindi tu dici che l’errore della Grecia è di non essere riuscita a difendersi da questo attacco…

Tarpley: L’errore madornale della Grecia è stato quello (durante il precedente governo) di invitare la Goldman Sachs che ha consigliato loro di creare una serie di derivati (derivatives) con la promessa – il classico boccone avvelenato — da parte dei reucci di Wall Street di nascondere l’ammontare del debito dello stato greco.

Così hanno dato alla Goldman Sachs la possibilità di usare queste informazioni per scatenare un attacco speculativo contro il paese.
Dobbiamo anche sottolineare che il regime della globalizzazione (di cui questi Soros, Goldman eccetera sono i grandi fautori) è un regime fallimentare. Dal 1990 abbiamo avuto un ventennio caratterizzato dalla vittoria del liberismo e monetarismo più scatenato, dal predominio degli Stati Uniti…
Questo ha distrutto tanti paesi, non solo la Grecia. L’Ucraina, l’Ungheria che erano già andate dal Fondo Monetario Internazionale. Il regime della globalizzazione non funziona, è fallimentare.

L’idea di privatizzare tutto, di cancellare qualsiasi legge e regolamento che aveva difeso gli standard di vita di un normale lavoratore ha aperto la porta al ristagno produttivo, al declino del capitalismo industriale, all’abbassamento del livello di vita.

Tutto questo non è colpa della Grecia, è colpa di quei finanzieri della City di Londra e di Wall Street che hanno insistito per la globalizzazione del mondo. Speculatori come George Soros.

Le cause della Rivoluzione in Europa – L’hanno fatto una volta, lo rifaranno ancora

All’improvviso è lì, l’ospite di un altro mondo. Potrebbe venire tra mille anni, o anche domani. Che cosa faremo allora? Come ci proteggeremo da noi stessi, se assumerà ancora una volta la forma di un essere umano – uno che ovviamente non rassomiglierà per nulla ad Hitler, ma che potrebbe ad esempio essere calvo, con una lunga barba ed una voce paterna? Oppure giovane e in forma, dall’aspetto sveglio ed irresistibile? […]. Sedurrà la gente dalla testa ai piedi, come fece Hitler, e non solo la testa come fa il marxismo, o la pancia come fa il capitalismo. Gli crederanno, come credono in un dio, e saranno disposti a morire per lui, al fianco delle sue vittime, sentendosi finalmente vivi.

Harry Mulisch, “Criminal Case 40/61, the Trial of Adolf Eichmann An Eyewitness Account”, 2005, pp. 149-150.

L’hanno fatto in passato e probabilmente lo rifaranno anche in futuro.

Robert Servatius, avvocato difensore di Adolf Eichmann.

Quali furono le cause del contagio rivoluzionario che attraversò l’Europa nel corso del 2012?

Erano già state individuate in un oscuro e prezioso libricino, pubblicato proprio all’inizio dell’anno da Vladimiro Giacché, economista e giornalista del Fatto Quotidiano.

S’intitolava “Titanic-Europa: la crisi che non ci hanno raccontato” e fu, naturalmente, ignorato dai media ufficiali. Fu il passaparola degli internauti a decretarne il meritato successo.

Ecco una sintesi dei punti-chiave.

CAUSE DELLA CRISI

Il settore edilizio statunitense era in affanno già dal 2005 per un eccesso di offerta che non era compensato dalle facilitazioni creditizie. Risultato: cittadini indebitati, crollo del valore degli immobili, crisi dei mutui subprime. Questi sono poi cartolarizzati, ossia trasformati in titoli obbligazionari per essere rivenduti a banche e fondi di investimento per coprire fittiziamente le insolvenze, come nelle scatole cinesi. La montagna di liquidità si rivela essere un’illusione, consistendo in realtà in una montagna di debiti.

A questo proposito, Giacché segnala che i debiti della banche sono superiori a quelli delle famiglie, negli USA ed in molti altri paesi.

Per questo le banche hanno stretto i cordoni della borsa, causando un congelamento degli investimenti.

PERCHÉ IL RUOLO DELLA FINANZA È DIVENTATO COSÌ PROMINENTE?

L’ipertrofia finanziaria è l’inevitabile conseguenza della diminuzione della crescita dell’economia mondiale.

Tra 1973 e 2008 il tasso di crescita è di poco superiore alla metà di quello registrato tra 1950 e 1973. Senza includere la Cina equivarrebbe ad un terzo.

I profitti si dimezzano in Germania, Francia e Italia, tra gli anni Sessanta e i primi anni del terzo millennio.

Nel 2009 Marchionne rivela che il mercato assorbe solo 2/3 delle auto prodotte. Ossia, ogni anno, si fabbricano 30 milioni di auto invendibili. Nel 2002 erano 22 milioni (fonte: Wall Street Journal). Le case automobilistiche sopravvivono solo grazie agli aiuti di stato. Lo stesso Marchionne infatti aggiunge che “le autovetture finanziate in Europa sono 3 su 4”. Alla faccia del liberismo!

La finanza è la via di fuga dal rallentamento dell’economia, ma comporta un’impressionante crescita del debito e la moltiplicazione delle crisi: tra 1945 e 1971 non si verifica nessuna crisi finanziaria. Tra 1975 e 2010, ce ne sono 160 (e 54 crisi bancarie).

Negli anni Novanta scoppia la bolla finanziaria giapponese e comincia la sua stagnazione che, salvo brevi intervalli dovuti alla crescita cinese, dura ancora oggi.

Nel marzo del 2001 scoppia la bolla della New Economy e la recessione colpisce gli Stati Uniti. I profitti delle prime 500 imprese dell’indice di Standard & Poor’s nel secondo trimestre del 2001 erano calati mediamente del 60%. Il 10 settembre la Banca dei Regolamenti Internazionali certifica che la recessione riguarda l’economia globale.

Apro una parentesi sulla BRI: “I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati”. Lo scrive Carroll Quigley – docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown, una delle massime autorità mondiali del suo tempo nel suo campo e mentore del giovane Bill Clinton, quando era uno studente universitario – in “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).

http://www.scribd.com/doc/71732657/Carroll-Quigley-Tragedy-and-Hope-2011-Ed

Chiusa parentesi.

Il mondo si salva dalla crisi che scoppierà nel 2008 solo grazie all’11 settembre. Nel novembre del 2001 la recessione ha termine.

Le imprese cercano di sfuggire alla contrazione dei profitti attraverso le attività finanziarie (la quota dei profitti generati in questo modo arriva al 40% del totale nel 2007), pretendendo (ed ottenendo) una marcata riduzione del carico fiscale, ma anche congelando o riducendo i salari.

Per questo, nel 2007 i lavoratori si ritrovano con un tenore di vita pari a quello del 1970. Se non se ne sono accorti è stato perché le banche hanno concesso prestiti agevolati e mutui ad alto rischio. Se vivono meglio è perché si indebitano di più. Si realizza il sogno del capitalista: i lavoratori guadagnano di meno ma consumano di più!

Nel 2007 il tasso di indebitamento in rapporto al reddito disponibile è del 176% in Irlanda, 145% nel Regno Unito, 138% negli Stati Uniti, 123% in Canada, 115% in Spagna

La cosa ha funzionato finché il valore degli immobili continuava a crescere e restava salda la percezione che la tendenza sarebbe continuata. Da 5 anni questo credenza si è infranta.

Successivamente, la retorica del libero mercato ha lasciato il posto agli aiuti di stato per “il salvataggio dei mercati” (Ben Bernanke).

Così, tra autunno 2008 e primavera 2009, almeno la metà delle 20 maggiori banche mondiali riceve un sostegno governativo diretto. Fino al giugno del 2009 il sistema bancario riceve, nel complesso, 14mila miliardi di dollari (equivalenti al colossale debito degli Stati Uniti!!!). Ora le autorità monetarie e i governanti europei ci spiegano che sono stati i cittadini comuni a vivere al di sopra delle proprie possibilità. D’improvviso, le nazionalizzazioni di Northern Rock, Royal Bank of Scotland e Dexia sono diventate un aspetto marginalissimo della questione.

I dati indicano, invece, che si è verificato “un gigantesco trasferimento del debito privato nel debito pubblico, ossia a una semplice socializzazione delle perdite” (Giacché, p. 43). Senza che peraltro si sia provveduto ad introdurre regole per evitare che questi eventi si ripetano. Non è per caso che il mercato dei derivati abbia toccato livelli record.

Contemporaneamente, le banche usano i soldi ricevuti non per risanarsi e concedere prestiti ai cittadini (rilanciando l’economia), ma per investire nei titoli di stato, i cui rendimenti sono superiori al tasso d’interesse a cui hanno ricevuto i prestiti dalle banche centrali.

 

IL PROBLEMA DEL DEBITO

Il debito complessivo, nel 2011, è pari al 310% del PIL mondiale.

Il governo italiano interviene con 30 miliardi annui di incentivi pubblici.

Chi paga? Per circa il 70% del totale i lavoratori dipendenti, in Germania come in Italia.

Così, dal 2007 al 2010 l’indebitamento della Germania cresce del 30%.

Quali sono le nazioni più indebitate?

In termini assoluti, gli Stati Uniti (oltre 14mila miliardi di dollari di debito e un deficit annuale di 1.300 miliardi di dollari).

In rapporto al PIL, il Giappone (229% contro il 120% italiano). Per ripagare il suo debito il Giappone dovrebbe devolvere tutte le sue entrate annue per vent’anni!

Se invece sommiamo debito pubblico e debito privato, vince la Gran Bretagna: già nel 2008 aveva raggiunto il 469% del PIL. Al secondo posto il Giappone (459%), Spagna (342%), Francia (308%), Italia (298%). Il Regno Unito manterrà o allargherà verosimilmente questo margine di vantaggio, dato che il suo deficit statale era del 10,4% nel 2010 e dell’11,7% nel 2011. Quello statunitense ha raggiunto la soglia del 10% del PIL. Gli USA sono una nazione allo stremo:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-zombificazione-degli-stati-uniti-e-pensano-di-potersi-permettere-unaltra-guerra/#axzz1od3sL7a5

che, nel 2010, ha dedicato il 20% delle sue spese alle forze armate. Con Obama si è raggiunto il 5% del PIL, superiore a quello dell’amministrazione Bush. Gli Stati Uniti non hanno mai speso così tanto per la voce armamenti dal tempo della fine della Seconda Guerra Mondiale. Intanto l’aspettativa di vita dei suoi cittadini li colloca ad un miserevole 37º posto nel mondo e le tasse sulle imprese sono pari a ¼ di quelle pagate dai cittadini (durante la Grande Depressione il rapporto era 1:1 e durante la Seconda Guerra Mondiale le imprese pagavano il 50% in più). Nel 2010 la General Electric non ha pagato un dollaro di tasse negli Stati Uniti. Il calo dei redditi è stato del 3,2% tra 2007 e 2009 e del 6,7% tra 2009 e 2011.

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/the-big-squeeze-us-and-uk-income-drop-2002-2013/

Ho già descritto altrove la crisi del debito eurozona:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/basta-prendersela-coi-tedeschi-siamo-tutti-sulla-stessa-barca/

I lavoratori tedeschi hanno già subito molto, avendo perso il 4,5% del salario in termini reali (al netto dell’inflazione) dopo l’introduzione dell’euro. In nessun altro paese dell’eurozona si è registrata una diminuzione paragonabile a questa.

MENZOGNE SUI PIIGS E L’EURO:

Lavorano troppo poco: prima della crisi i Greci lavoravano in media 44,3 ore in settimana, contro una media europea di 41,7 e quella tedesca di 41 ore;

Sono sempre in ferie: avevano 23 giorni di vacanze contro i 30 dei Tedeschi;

Hanno stipendi eccessivi: ricevevano il 73% del salario medio dell’eurozona e gli insegnanti erano pagati il 40% in meno che in Germania;

Pensioni d’oro e pensioni baby: andavano in pensione dopo i Tedeschi e ricevevano il 55% della media del’eurozona;

Il grande problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e, in misura minore ma sostanziale, Italia e Francia, è che all’ingresso nell’eurozona è corrisposta la deindustrializzazione. Nessuno di questi paesi poteva competere con la Germania senza svalutare (la dracma era stata svalutata del 45% rispetto al marco nel decennio precedente all’introduzione dell’euro). Così le esportazioni tedesche verso la Grecia sono aumentate a dismisura, tra il 47% ed il 94% a seconda dei settori.

Ciò nonostante, la Grecia non se la stava cavano male, fino al 2008. Poi si è trovata a dover salvare le due maggiori banche private del Paese. Questo ha fatto esplodere il deficit, che è passato da un ATTIVO del 2,9% nel 2006 ad un passivo del 32% nel 2010.

Dal 2010 le misure di austerità dei governi greci hanno ridotto il reddito dei Greci del 20%. Il conseguente crollo dei consumi e degli investimenti ha fatto esplodere il rapporto debito/PIL, che potrebbe arrivare al 180% nel 2012. Il deficit ha superato il 10% nel 2010.

Se, nel 2010, le autorità europee avessero speso 167 miliardi di euro per riportare il debito greco sotto controllo, all’80% del PIL, pari a quello tedesco, si sarebbe evitato questo buco nero. Quella stessa cifra è stata però spesa nel 2008-2009 per salvare Bank of America, Royal Bank of Scotland, Ing e Goldman Sachs.

Non contenti di aver fallito con la Grecia, gli eurocrati hanno applicato le stesse “terapie” alle altre nazioni, ad esempio in Irlanda per salvare le banche tedesche e britanniche (esposte rispettivamente per 184 e 188 miliardi di euro). L’Italia, che aveva un debito pubblico sotto controllo ed il più grande avanzo primario cumulato dell’intero Occidente, è stata (è) un’altra vittima: “il buco è stato colmato con l’IVA…un’imposta regressiva: le tasse indirette infatti colpiscono i poveri più dei ricchi, e questo perché la proporzione del reddito speso in beni di consumo è maggiore per gli stupendi bassi che per quelli alti” (p. 103-104).

Anche la Francia è a rischio. Il debito è cresciuto di quasi il 28% tra 2007 e 2010 e la bilancia commerciale ha un disavanzo annuo di oltre 100 miliardi di euro.

IN PRINCIPIO ERA HITLER (NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI, LA DIRIGENZA EUROPEA È COMPOSTA DA FANATICI)

Nouriel Roubini dixit: “come negli anni trenta, stagnazione prolungata, depressione, guerre valutarie e commerciali, controlli sui capitali, crisi finanziaria, insolvenze dei debiti sovrani e grande instabilità sociale e politica”.

Dylan Grice, analista di Société Génerale, osserva che sono state le politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning a far balzare la disoccupazione al 30%, regalando milioni di voti ai nazisti.

Giacché cita lo storico dell’economia Derek Aldcroft: “Per tutta la seconda metà del 1930 e del 1931 la situazione economica si deteriorò costantemente ovunque. Con la caduta dei redditi il bilancio statale e i conti con l’estero divennero squilibrati e la prima reazione dei governi fu quella di varare provvedimenti deflazionistici, che non fecero che peggiorare le cose”.

Si associa ed aggiunge: “Quello che allora ne seguì è noto: ascesa al potere di Hitler, guerre valutarie, protezionismo e guerre commerciali, e infine la seconda guerra mondiale. Fu quest’ultima a risolvere la crisi, uccidendo oltre 50 milioni di persone e distruggendo capitali e forze produttive in misura senza precedenti per la storia dell’umanità” (pp. 130-131).

Cosa succederà? “Il processo di rientro dai deficit pubblici sta aggravando la crisi della domanda interna…siccome il settore privato sta già diminuendo i propri investimenti a causa della crisi, la forte diminuzione anche degli investimenti pubblici non farà che peggiorare la situazione. Non solo. Siccome questi risparmi sono attuati contemporaneamente in tutti i Paesi europei, e siccome il mercato europeo è fortemente integrato e interconnesso…la crisi della domanda interna diventa immediatamente crisi dell’export reciproco” (p. 133).

Repetita iuvant: “La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana per la crescita, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale contro la disoccupazione: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato…si tratta di un fenomeno evidentissimo a chiunque provi a ragionare con la propria testa su quanto sta accadendo, senza farsi intrappolare dai cliché e dalla frasi vuote sull’argomento” (pp. 138-139).

I governanti europei sono colpevoli di crimini contro l’umanità: “bisogna avere il coraggio di dire che il raddoppio in tre anni del livello di suicidi in Grecia non è un effetto collaterale “naturale” della crisi, ma un vero e proprio crimine che ha mandanti ed esecutori” (p. 140).

I governanti europei sono nemici della democrazia: “Chi avrebbe detto che proprio quell’Europa che pretende di insegnare la democrazia a tutto il mondo, e talvolta di esportarla con i bombardieri, avrebbe impedito a un governo di organizzare un referendum popolare sulle misure di austerity da assumere come è avvenuto in Grecia? Chi avrebbe mai considerato normale che l’esito delle elezioni in Portogallo fosse ritenuto irrilevante, perché comunque il programma da seguire era già stato scritto a Bruxelles e a Francoforte? E che dire dell’Italia, dove si è ritenuto un atto di alta responsabilità nazionale impedire che si andasse alle elezioni anticipate dopo il catastrofico fallimento di un governo, oltretutto ormai privo di maggioranza parlamentare? In questi anni in Europa è successo letteralmente di tutto. La guida di fatto dell’unione Europea assegnata a Francia e Germania senza che questo sia previsto da nessun Trattato. Una Banca Centrale Europea che non può fare il prestatore di ultima istanza perché i Trattati le legano le mani, ma che in compenso manda lettera minatorie a governi di Paesi sovrani, dettando il proprio programma di governo (per giunta sbagliato). Parlamenti ricattati e costretti a votare l’inserimento in Costituzione di norme assurde e controproducenti come il vincolo del pareggio di bilancio. Tutto ciò mentre l’Europa degli accordi intergovernativi si adopera per modificare (in peggio) i Trattati esistenti facendo accuratamente in modo che nessun popolo europeo possa esprimersi con il voto su di essi” (p. 157).

La spada di Damocle sospesa sull’Italia: “La regola delirante della dimunizione del debito in ragione di 1/20 all’anno della quota che eccede il 60% del PIL resta appesa come una spada di Damocle sulle nostre teste: se applicata alla lettera essa comporterà per il nostro Paese manovre correttive annue da 50 miliardi di euro per 20 anni. Nietne paura, comunque: con i tassi d’interesse attuali, andremo in default molto prima” (p. 160).

La spada di Damocle sospesa su UK, USA e Giappone: “il contagio della crisi del debito sovrano difficilmente lascerà indenni tre grandi debitori pubblici quali il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone. In particolare la situazione del Regno Unito sarà aggravata dall’entità abnorme del debito delle banche che va aggiungendo a quello pubblico” (p. 160).

Rivoluzione o distruzione: “Ma davvero non c’è via d’uscita? È davvero un destino ineluttabile che una classe dirigente inadeguata riesca a provocare tutto questo? Forse no. Se il timoniere non vuole cambiare idee e rotta, resta pur sempre un’altra possibilità: cambiare il timoniere” (p. 161).

Pertini, Berlinguer e don Milani si rivoltano nella tomba. Il PD non ancora.

 

a cura di Stefano Fait

 

 

Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.

Milton Friedman, “Capitalism and Freedom”, 1982.

Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata.

Mario Monti, discorso alla Luiss, 22 febbraio 2011.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.

Mario Monti, Corriere della Sera, 2 gennaio 2011

La Merkel e Sarkozy impongono al governo greco l’acquisto delle loro armi. Se volete gli aiuti e rimanere nell’euro, hanno detto, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra, imponendo così tagli e sacrifici agli straziati cittadini greci. Questo è ciò che diceva il Corriere della Sera di ieri a pagina 5. Ma già l’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia. È questa l’Europa che vogliamo, cinica e armata fino ai denti?

Adriano Celentano, primo intervento a Sanremo, 15 febbraio 2012

Scrive il sempre prezioso Aldo Giannuli – http://www.aldogiannuli.it/2012/02/frasi-infelici/:

“Monti si è scusato della sua battuta sul “posto fisso che è monotono” dicendo che era stata una frase infelice ed altrettanto ha fatto la Cancellieri a proposito di quei bamboccioni che vogliono il lavoro “vicino a mamma e papà”. Ma non si tratta di frasi infelici perché tradiscono qualcosa che conviene capire meglio. Aveva iniziato il vice ministro Michel Martone dicendo che “chi a 28 anni non è laureato è uno sfigato” (ricordate?). Se poi uno si laurea anche a 30 anni, perché nel frattempo deve fare mille mestieri per vivere, perché ha dovuto interrompere gli studi per qualche tempo perché non aveva i soldi per pagarsi le tasse universitarie o per altre ragioni di disagio sociale, questo a Martone non importa. Cosa volete che ne sappia uno che è figlio dell’Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione (scusate se è poco), che si è laureato a 21 anni ed a 31 (con ben poche pubblicazioni) era addirittura professore ordinario? Potete leggerne la brillante carriera sul “Fatto quotidiano”.

E, infatti, quello che contraddistingue questo governo è il nobile lignaggio dei suoi componenti.

Della Cancellieri si sa che è figlia  di “italiani emigrati in Libia”, quel che può voler dire tutto, e che “iniziò a lavorare a 19 anni alla Presidenza del Consiglio” (1962) quello che fa sospettare una provenienza sociale non proprio popolare.

Di Mario Monti non c’è nemmeno bisogno di dire: figlio di un direttore di banca ed, addirittura nipote del grande banchiere Raffaele Mattioli, che altro volete?

Diceva il vecchio Marx che è “l’essere sociale che determina la coscienza” e questi personaggi sono l’espressione di classi sociali molto elevate. Esprimono quel bel mondo di chi non ha mai dovuto dimostrare nulla perché bastava il cognome a dire tutto. Ceti sociali i cui individui  non si sono  mai guadagnati nulla – e che, se anche avevano dei meriti reali, non è per quello che sono stati scelti, ma che nutrono salda la convinzione di essere i migliori, che meritano senza ombra di dubbio le altissime retribuzioni che riscuotono, destinati naturalmente a dirigere, perché le gerarchie sociali non sono un dato storicamente determinato, ma un fatto del tutto naturale.

Conseguentemente, guardano tutti con una vena di disprezzo: i poveri? È giusto che esistano, non possiamo essere tutti ricchi. Le classi popolari sono così poco istruite, poco abili, poco intelligenti! Hanno condizioni di vita dure, con un carico di sofferenze spaventoso? È il prodotto delle loro scarse capacità e, poi, di che si lamentano? Appunto: sono sfigati!

La povertà per questa gente non è un problema sociale da affrontare e la miseria non è qualcosa da vincere, ma un dato di fatto da accettare senza fare troppe storie. Le crisi, per questi signori, sono i periodi in cui “voi dovete tirare la cinghia” è l’unica ricetta che conoscono è abbassare il costo del lavoro, liquidare le garanzie sociali ecc, perché “siamo tutti nella stessa barca”. Cose dette intrepidamente, senza traccia di rossore sulle guance: la vergogna? Cosa è?

Le frasi sul posto di lavoro e sugli sfigati non sono “frasi infelici” ma l’espressione di un feroce classismo e di una istintiva avversione a qualsiasi forma di eguaglianza.

Berlusconi, lo conosciamo, è stato un personaggio della cui indecenza non abbiamo bisogno di dire ancora una volta: ha mantenuto la goffaggine, l’ineleganza, la grettezza culturale, la sbruffoneria cafona, lo spaventoso egocentrismo tipiche del parvenu, ma almeno è uno che “si è fatto da sé” (lasciamo perdere come: sappiamo, sappiamo….), ha conosciuto disagi e privazioni,  ha dovuto inventarsi di tutto per arrampicarsi. Tutto questo può guadagnargli un attimo di simpatia umana (un nanosecondo: sia chiaro!) per poi tornare all’inimicizia di sempre.

Ma la gente di cui questo governo è espressione, con la sua odiosa protervia, non merita neanche quel nanosecondo.

Umanamente, sono molto più spregevoli di Berlusconi.

Aldo Giannuli, in un commento, aggiunge, e mi trova d’accordo: “Peraltro confermo che l’aristo-borghesia è umanamente più spregevole del parvenu cafone ed arraffatore”.

Questi i commenti di alcuni lettori.

Dario: “Sono pienamente d’accordo con Aldo Giannuli. Il governo dei professori è l’espressione massima dello strapotere di classe. Nel corso della mia vita lavorativa ho conosciuto molti di “signori” come questi per farmene un concetto non molto lusinghiero. Si tratta di persone che si dicono democratiche ma che, nel profondo, covano un algido disprezzo per chi non ha i loro buoni natali. Nella realtà e nel fare concreto sono profondamente classisti, conservatori, convinti che per il loro censo essi siano destinati sempre e comunque a primeggiare. Vengono allevati così fin da piccoli e condotti dai loro padri nelle scuole più esclusive, nei circoli internazionali più riservati, nelle logge massoniche o nelle segrete dell’opus dei. Nel secondo dopoguerra abbiamo avuto Giuseppe Di Vittorio, venuto dal profondo sud, bracciante autodidatta, indomito cuor di leone, che, salendo dal basso ai vertici del sindacalismo e della politica, ha saputo dare voce e speranza a chi non l’aveva. Fino alla fine degli anni ottanta anche i figli degli operai, dei contadini, degli impiegati, potevano diventare classe dirigente. Oggi, il classismo e l’elitismo, che promana fin dai vertici della UE scendendo per li rami giù per banche e istituzioni politiche, ha spazzato via ogni sorta di ascensore sociale, impedisce alle classi popolari di essere rappresentate per davvero e di avere aspirazioni di crescita, di benessere, di più ampi spazi di uguaglianza, giustizia sociale, libertà.
Il capitalismo ha disvelato ormai la sua vera natura: via ogni connotato socialdemocratico e avanti tutta con le ricette ultra-liberiste che hanno già impoverito milioni di persone. Per procedere su questa strada non vanno più bene i pagliacci, i barzellettari, i bunga bunghisti. Ci vogliono persone “serie”… Monti ha persino “le phisique du role” dell’oligarca, dell’uomo dell’èlite “illuminata”, cresciuta tra grandi banche d’affari (Goldman Sachs) e le organizzazioni che incarnano il potere vero e puro dei padroni del mondo. Non si diventa per caso membri della Trilateral Commission e del Gruppo Bilderberg!!!”

Nicola Mosti: “Quegli impersonali Mercati che in realtà hanno un nome ed un cognome: sono gli investitori istituzionali come i fondi pensione, i fondi comuni, le banche, le quali, si ricorderà, sono appena state salvate dalla bancarotta con i soldi dei contribuenti. Grottesco poi che, dopo l’emotrasfusione, abbiano iniziato a speculare sulla solvibilità dei debiti sovrani, cresciuti a dismisura anche a causa dell’irresponsabilità degli stessi istituti finanziari.

E qui starebbe il ruolo della politica, che dovrebbe intervenire nella rigorosa regolamentazione di questi maledetti Mercati (altro che deregulation), imponendo loro finalità sociali piuttosto che speculative. Purtroppo, l’attuale classe dirigente è talmente degenerata da aver lasciato le redini agli imbonitori dell’Economia di Mercato, quegli stessi personaggi il cui fanatico credo ha gettato le basi per la crisi attuale, oltre che per quelle pregresse.
Ma ora io dico: affidereste voi la vostra salute ad un medico le cui teorie – alla prova dei fatti – si sono rivelate tanto fallaci? Non credo”.

Angelo Iannacone: “È vero non si tratta di “infortuni” o semplici “frasi infelici”, ma di frasi che tradiscono quello che il governo Monti in realtà è: un governo di destra e precisamente il governo delle banche e di confindustria, un governo di destra peggiore del governo di destra berlusconiano, che lo ha preceduto. Certo non è il governo del bunga bunga, ma è il governo del loden grigio, ma è indubbiamente il governo di quelle forze che hanno le maggiori responsabilità della crisi e che conoscono un solo modo di uscirne: quello che consente loro di arricchirsi ancora di più anche con la crisi a danno delle classi sociali meno elevate, che devono solo fare sacrifici, lavorare, produrre e consumare, così da permettere al sistema di stare in piedi.

Il governo Monti non è affatto una medicina necessaria, ma è solo il modo, per chi è responsabile della crisi, di sfruttarla per arricchirsi ancora di più e di farla pagare a chi ne è stato solo vittima.

Ciò che allarma è il clima da regime che si sta instaurando:

Mancanza di opposizione, con i leader politici in particolare del PD, che sostengono con entusiasmo e cecità il governo delle banche e di CONFINDUSTRIA. Totale mancanza di informazione critica, con la stampa “progressista” (Repubblica in testa) tramutata in stampa di regime, che non da voce a chi osi criticare e dissentire, bollando semplicemente di lobbysmo e corporativismo chiunque osi criticare. Per giorni la Repubblica, gli altri giornali e telegiornali hanno riempito le loro pagine della visita di Monti negli States, dando la falsa impressione che Monti abbia conquistato l’America, quando invece la stampa americana ha pressoché ignorato l’evento, a cui è stato riservato solo un trafiletto. Clamoroso poi che la copertina di Time con la foto di Monti, che ci è stata propinata, non è invece la copertina con cui Time è stato distribuito negli States, insomma è una copertina diversa usata per le copie che si trovano negli aeroporti.

La Repubblica dell’altro giorno, a proposito degli emendamenti al decreto sulle c.d. liberalizzazioni, titolava in prima pagina “Liberalizzazioni: Lobby all’assalto”, ma non riferiva che molti degli emendamenti demonizzati vanno a colpire banche, assicurazioni ecc. Insomma il governo delle banche e di confindustria, secondo questa stampa illuminata, sarebbe il paladino delle liberalizzazioni e della redistribuzione della ricchezza e chi osa criticare sarebbe lobbysta, corporativista e perché no sciovinista, trotskista, spia e controrivoluzionario.

Piccolo particolare è che il governo Monti è il governo dei poteri forti e non è un governo rivoluzionario.

Certo anche il Presidente Napolitano ha detto che si tratta di sacrifici necessari, ma Napolitano aveva giustificato anche l’invasione dell’ Ungheria.
Alla soluzione, suggerita da qualcuno, di turarsi il naso ed affidarsi al male minore e cioè a Bersani, D’Alema, Veltroni ecc., sarebbe sicuramente preferibile (in quanto meno dannoso) affidarsi ai comici, che sin dai tempi del governo Berlusconi sembrano gli unici in grado di capire e spiegare realmente le vicende politico-sociali di questi anni ed a volte addirittura gli unici a fare informazione, restando le uniche voci di opposizione al potere… All’epoca dell’elezione a sindaco di Milano si costituì spontaneamente un gruppo di colleghi a sostegno della candidatura di Pisapia. Il gruppo è rimasto abbastanza coeso nel sostegno e nella collaborazione con la nuova giunta, ma ha posizioni ben distinte per quanto riguarda il governo Monti, che per molti va sostenuto ad ogni costo in quanto è visto come l’alternativa a Berlusconi. La mia posizione di minoranza fortemente critica (e direi di opposizione) mi porta ad avere forti preoccupazioni sulla capacità di certi ambienti della “sinistra ufficiale” di comprendere gli avvenimenti attuali.

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Scrive l’altrettanto prezioso Marco della Luna http://marcodellaluna.info/sito/2012/02/06/oligarchia-a-montecitorio/:

Nella storia dell’umanità tutte le società organizzate sono oligarchiche. Non si trovano casi di democrazia, intesa come pari distribuzione del potere  ultimo e reale tra tutti i cittadini. Le società sono governate, tutte, dal di sopra e, oggi soprattutto, dal di fuori di esse. La recente storia finanziaria e monetaria lo dimostra. Le grandi decisioni, che cambiano la vita dei popoli, sono prese senza i popoli, da vertici autocratici, a porte chiuse, senza trasparenza né partecipazione né accountability, come scriveva negli anni ’40 Charles Wright Mills in Power Elite, portando le prove che gli USA, arsenale della democrazia, non sono affatto democratici, ma retti esattamente in quel modo dai vertici degli apparati finanziario, politico e militare, cui si è ammessi solo per eredità o cooptazione. Il che manifesta come mere illusioni sia il principio di legalità (stato di diritto, costituzionale, rule of law) che lo stesso principio del diritto scritto, essendo le decisioni a porte chiuse prese attraverso consultazioni informali. E a ciò si aggiunge il fatto che è trascurabile la percentuale della popolazione che si informa delle cose economiche e geostrategiche rilevanti. Metà degli italiani non è in grado di capire nemmeno un articolo di giornale di media difficoltà. Legge libri uno su sette, e otto libri su dieci sono di evasione. […].Vi è nel mondo una piramide o catena alimentare: in cima stanno i banchieri che si producono il denaro a costo zero e senza vincoli di rimborso o limiti di quantità, in  segreto ed esentasse – i banchieri della Fed – e con esso comperano ciò che vogliono nel mondo (signoraggio internazionale). Sotto di loro, a scalare, cioè a salire coi tassi e a scendere con i volumi e i tempi di rimborso, il sistema-paese germanico, le banche italiane, lo Stato italiano, le grandi imprese italiane, le pmi italiane, gli artigiani…. chi paga il denaro il 12,25% o il 6 o il 5 l’anno non può competere con chi lo paga l’1%. Chi sta sotto è mangiato da chi sta sopra”.

Quel che sta succedendo è che un presidente della repubblica già membro della Gioventù Universitaria Fascista e apologeta dell’invasione sovietica dell’Ungheria (giusta perché garantisce la pace nel mondo: sue parole!) ha avallato la presa del potere di una cricca di neo-darwinisti sociali:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/reza-moghadam-governa-monti-monti.html

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/premiata-ditta-goldman-sachs.html

Il darwinismo sociale è un’ideologia pseudo-scientifica in voga nel corso dell’Ottocento e Novecento, ma evidentemente mai defunta [cf. Markus Vogt, Sozialdarwinismus. Wissenschaftstheorie, politische und theologisch-ethische Aspekte der Evolutionstheorie. Freiburg, Basel, Wien: Herder, 1997].

Predica che solo una minoranza selezionata trionfa nella lotta per la vita e che la vera giustizia sociale è la disuguaglianza e la vittoria del forte sul debole.

Il duro lavoro, lo sforzo, la lotta denotano lo status dell’individuo: trionfatore o perdente. Chi sta in alto e chi sta in basso è perché si merita di stare lì.

Niente di più di una grottesca mascheratura scientista dell’etica protestante che giustifica la separazione della specie umana in guardiani dello zoo e bestie ingabbiate o animali da soma. Solo i guardiani sono veramente umani, gli altri sono poco più che animali al loro servizio.

Una dottrina della dominazione brutale della forza, della negazione dei diritti e della giustizia, dell’appello alla violenza (psicologica o fisica) nel nome del progresso, una dottrina dell’immoralità naturale. Una legittimazione ideologica del capitalismo rampante, della competizione spietata, dell’individualismo economica sregolato, che condanna gli inadatti ed esalta gli eletti ed i vittoriosi. Il darwinismo sociale è razzista ed elitista, imperialista e militarismo. In passato ha condotto ad Hitler ed ai campi di sterminio; più recentemente, alla distruzione delle nazioni più deboli, nel Terzo Mondo e nell’eurozona.

I leader politici al potere in questi anni ritengono di essere insostituibili, mentre gli altri sono intercambiabili. Queste persone non assegnano al prossimo lo stesso grado di realtà, non credono che l’amore, la sofferenza, l’affetto, la gioia degli altri siano intensi, profondi e significativi quanto i loro. Perciò non credono che i torti che subiscono gli altri siano Torti con la t maiuscola come quelli che sono inflitti ai loro danni. In ultima analisi, non li considerano umani quanto lo sono loro e si curano davvero poco delle loro afflizioni:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/16/golpe-psicopatico/#axzz1nHqhsU6c

Queste esternazioni da parte dei potenti che ci governano rivelano un panorama interiore gretto e meschino, gravemente compromesso da pregiudizi classisti e biologistici. Per questo i potenti post-berlusconiani fanno paura: non ritengono di appartenere alla stessa categoria umana e sono dogmaticamente persuasi che la loro ricetta sia non solo giusta, ma l’unica possibile, perché i pochi sono chiamati a decidere delle sorti dei tanti in quanto unici veri illuminati. La loro è protervia, un’ostinazione dettata dalla superbia che denota una colossale ignoranza delle cose del mondo. Stanno decidendo le sorti di milioni di persone e le loro dichiarazioni e decisioni lasciano intuire una distanza psicologica e morale davvero sconcertante, a corredare un menù neopuritano che include: austerità, formalismi, pessimismo, ubbidienza, decrescita forzosa, filoamericanismo, elitismo, gerarchizzazione, tecnocrazia, sacrificio, grigiore, prevedibilità, sobrietà, rinunce, sensi di colpa.

I puritani, accomunati dal medesimo temperamento dei darwinisti sociali, non erano noti per la loro passione democratica, apertura mentale, umanità, altruismo. Erano invece noti per la loro inclinazione all’eccellenza autocertificata ed a considerare gli altri come sub-standard, arretrati nell’evoluzione, superati, antiquati, obsoleti, un modello da sostituire. Se i puritani hanno perso la loro battaglia è perché non sono riusciti ad estirpare ciò che gli opponeva, a causa della loro incomprensione della natura del loro nemico. D’altra parte, se l’avessero capito, non avrebbero desiderato estirparlo.

Ora siamo da capo.

La logica di questi becchini della democrazia è quella del bonsaista: si tagliano via quasi tutte le radici, tranne quelle più giovani e si confina la pianta nella prigione di un vaso. Monti, Papademos e tutti quelli che verranno dopo di loro, sono qui per fare giardinaggio sociale: come il giardiniere estirpa erbacce e ramaglie, presenze indesiderabili perché rovinano l’estetica del giardino, così il “tecnocrate da resa dei conti” rimuove il sottobosco, le sterpaglie, le erbacce tutto ciò che impedisce all’eccellenza di rifulgere, di prosperare, come i superuomini nietzscheani.

Questi ingegneri sociali non possono consentire che l’eterogeneità umana interferisca con i loro programmi di “qualità totale” in un ordine rigidamente gerarchico: il valore del cittadino dipenderà dal suo contributo fattivo alla sforzo produttivo della nazione. Si privilegia il più forte (l’élite finanziaria) perché solo una casta selezionata può preservare la piramide sociale. Non c’è spazio per la contestazione dei comuni cittadini. Le obiezioni sono estremismi dottrinari, complottismi paranoici, sentimentalismi dozzinali indegni di uno stato moderno.

Stando così le cose, non ci può essere alcuno spazio per una consultazione popolare. Gli esperti sono qui per badare a tutto al posto dei cittadini. Come il Grande Inquisitore di Dostoevskij (”I Fratelli Karamazov”): “Essi ci ammireranno e ci considereranno come altrettanti dèi, per aver consentito, dopo esserci messi alla loro testa, a prendere sulle nostre spalle il carico della libertà, della quale essi hanno avuto paura, e per aver consentito a dominarli; tanto tremendo finirà col sembrar loro l’essere liberi!…Per l’uomo rimasto libero non esiste una preoccupazione più assillante e tormentosa che quella di trovare al più presto qualcuno davanti al quale prosternarsi”.

Servi di natura, come propugnato dai sofisti Gorgia e Trasimaco, secondo i quali “la natura vuole padroni e servi”, la giustizia naturale essendo “l’utile del più forte”, o servi per cultura, ma comunque servi. Per un breve periodo si erano ribellati, per poi ammansirsi nuovamente. Continua il Grande Inquisitore: “Ma il gregge di nuovo si radunerà e di nuovo si sottometterà, e stavolta per sempre. Allora noi gli daremo una quieta, umile felicità, una felicità di esseri deboli, quali costituzionalmente essi sono. Oh, noi li persuaderemo, alla fine, a non essere orgogliosi, giacché Tu li hai sollevati in alto, e così hai insegnato loro a inorgoglirsi: dimostreremo loro che son deboli, che non son altro che dei poveri bambini, ma che in compenso la felicità bambinesca è la più soave di tutte. Essi si faranno timidi e s’avvezzeranno a girar gli occhi a noi e a stringersi a noi tutti spaventati, come pulcini alla chioccia”.

Ci viene detto che questi Governi Tecnici sono provvisori: ma quanto provvisori? Si sta già parlando di posticipare le elezioni greche, ben sapendo che punirebbero gli eurocrati e i loro emissari in Grecia. E quanto temporanei saranno i loro effetti? Siamo davvero sicuri che la parola sarà restituita agli elettori? Oppure l’emergenza è ormai permanente e le conquiste democratiche dei nostri progenitori ci saranno sottratte per cause di forza maggiore? Nascerà un’Europa bi-gusto: “Tchu gust is megl che uan”? Gusto democrazia coloniale per i privilegiati e gusto autoritarismo tecnocratico per i PIIGS, i fratellini scemi incapaci di praticare l’etica protestante ed inebriarsi dello spirito del capitalismo?

http://www.informarexresistere.fr/2011/11/15/sicari-delleconomia-becchini-della-democrazia/#axzz1nHqhsU6c

Cosa può succedere quando un popolo si rende conto di essere stato circuito, quando smaschera la tirannia dissimulata? Un tirannicidio? Una rivoluzione? Una guerra civile?

James K. Galbraith è stato facile profeta quando ha previsto una fortissima resistenza popolare a questo programma neo-darwinista (“destroying the weak to protect the strong”), vere e proprie rivolte – “The crisis in the eurozone.  The continent is destroying the weak to protect the strong. But will that be enough?”, 10 Novembre 2011:

http://www.salon.com/2011/11/10/the_crisis_in_the_eurozone/singleton/

Gli eurocrati (ed Obama) stanno mentendo sul salvataggio della Grecia

a cura di Stefano Fait

È un nuovo inizio per la Grecia.

Margrethe Vestager, ministro danese all’Economia

L’accordo raggiunto garantisce la tenuta della Grecia nell’Euro e le dà il tempo di tornare su un percorso di crescita sostenibile.

Jean Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo

Un accordo molto buono.

Mario Draghi, presidente della Bce

L’accordo raggiunto sulla Grecia ci allontana dal rischio contagio.

Mario Monti

Importante passo avanti nella crisi.

B.H. Obama

Tutta quest’idea di infliggere enormi sacrifici per generare un surplus con cui ripagare i creditori stranieri e conservare intatto l’euro è una politica economica assolutamente folle…le nazioni che incorreranno in un default tecnico come la Grecia, il Portogallo o la Spagna si ritroveranno con un debito ancora maggiore rispetto a quel che sarebbe successo se fossero state liberate prima dalle catene dell’euro.

Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998.

L’eurozona è un disastro ferroviario al rallentatore. Non tutti i paesi membri sono in grado di restare. La Grecia e forse il Portogallo potrebbero uscire dall’area euro, la Grecia entro i prossimi 12 mesi. Per il Portogallo potrebbe servire un pò più di tempo.

Nouriel Roubini, professore alla New York University

L’Unione Europea non sta salvando la Grecia, ma le banche tedesche.

Joseph E. Stiglitz, Nobel per l’Economia nel 2001

L’eurogruppo vuole che gli aiuti siano utilizzati solo per pagare il debito senza dare nulla alla crescita, che è però quello di cui c’è bisogno per evitare un fallimento dagli effetti imprevedibili.

Marcello De Cecco, Affari&Finanza (Repubblica), 20 febbraio 2012

La dottrina in questione consiste nell’asserzione che, in seguito ad una crisi finanziaria, le banche devono essere soccorse a spese dei cittadini. Così una crisi provocata dall’assenza di regole diventa un pretesto per muoversi ancora più a destra: una fase di disoccupazione di massa, invece di stimolare il settore pubblico per creare nuovi posti di lavoro, diventa un’epoca di austerità in cui gli investimenti statali ed i programmi sociali sono cancellati. Si è fatto inghiottire questa dottrina all’opinione pubblica sostenendo che non c’erano alternative – che i salvataggi e i tagli erano necessari per soddisfare i mercati finanziari – e che l’austerità fiscale creerà lavoro. L’idea era che i tagli alle spese avrebbero infuso fiducia nei consumatori e negli imprenditori e che questa stessa fiducia avrebbe incentivato gli investimenti privati, riequilibrando più che abbondantemente gli effetti depressivi dei tagli governativi. Alcuni economisti non si sono lasciati convincere. Una critica tagliente equiparava i pretesi effetti espansivi dell’austerità alla credenza in una “fatina della fiducia”. Beh, era una mia critica…Ma qualcosa accadde sulla strada dell’Armageddon economico: la disperazione islandese rese impossibile attenersi alle convenzionali norme di condotta e premise alla nazione di violare le regole. Mentre altrove si salvarono le banche con soldi pubblici, l’Islanda lasciò che le banche fallissero ed estese la rete della sua sicurezza sociale. Laddove tutti gli altri erano ossessionati dall’idea di placare gli investitori internazionali, l’Islanda impose controlli temporanei sul movimento dei capitali per concedersi spazi di manovra. E come stanno andando le cose? L’Islanda non è riuscita ad evitare seri danni alla sua economia ed un calo significato dello stile di vita dei suoi cittadini. Ma è riuscita a limitare la crescita della disoccupazione e i patimenti dei cittadini più vulnerabili; il welfare è sopravvissuto intatto, come l’integrità morale della società. “Poteva andar peggio” può non essere lo slogan più galvanizzante che si possa immaginare, ma quando tutti si attendevano un disastro, equivale ad un trionfo politico-amministrativo. E qui c’è una lezione per tutti noi: le sofferenze alle quali vengono sottoposti così tanti cittadini non sono inevitabili. Se questa è un’epoca di incredibile afflizione e durezza, lo è per delle precise scelte che sono state fatte. Nulla di tutto questo era ed è inevitabile.

Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008.

Ricordatevi di queste parole quando dovrete cercare dei colpevoli per l’affondamento dell’eurozona. Schettino è un dilettante rispetto agli eurocrati (e non era in malafede).

Persino Olivier Blanchard, il capo economista al FMI – un’istituzione più volte accusata di stritolare le economie per favorire regimi finanziari oligopolistici (anche da un premio Nobel come Stiglitz) – constata che i programmi di austerità sono controproducenti:

http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/12/21/olivier-blanchard-isnt-very-serious/

Non è forse tipico degli strozzini prestare a chi non si può permettere di restituire per poi spolpare il debitore insolvente, non lasciandogli neanche le lacrime da piangere? E non è forse quello che sta succedendo, a colpi di austerità e salassi? Lo illustra molto bene Yanis Varoufakis, già docente di economia a Essex, East Anglia, Cambridge e ora capo del dipartimento di politiche economiche dell’Università di Atene:

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9577

Eppure c’è chi ancora crede che siano errori di percorso e non atti criminali.

Loro sanno benissimo che hanno unicamente guadagnato tempo e che le ripercussioni saranno ancora più gravi, magari persino letali (ora le banche centrali dei paesi debitori devono oltre 500 miliardi di euro alle banche centrali dei paesi creditori).

Lo sanno perché c’è scritto nel più recente rapporto dell’FMI:

http://blogs.ft.com/brusselsblog/2012/02/more-on-leaked-greek-debt-report/#ixzz1mzZjoOH0

Un lettore del rapporto commenta: “continuare a ripetere le stesse azioni attendendosi un risultato diverso non corrisponde solo alla definizione di pazzia, significa anche gettare al vento centinaia di miliardi di euro dei contribuenti. È un errore madornale pensare che tutto questo non avrà conseguenze politiche allarmanti”.

Da mesi dicono che sono necessarie iniziative per la crescita economica. Si sono viste? No. Ogni sforzo è finalizzato a ripagare i debiti contratti con le banche:

http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/0,1518,816369,00.html

Dunque stanno mentendo spudoratamente. Forse contano sulla variabile ennesima Guerra nel Golfo, che spariglierà tutto:

http://www.informarexresistere.fr/tag/iran/#axzz1mLNsw14z

 

Basta prendersela coi Tedeschi! Siamo tutti sulla stessa barca

 

a cura di Stefano Fait

Un giornalista svizzero ha scritto che l’euro è il terzo tentativo tedesco in cento anni di sottomettere l’Europa [“der Euro ist der dritte Versuch Deutschlands innerhalb von 100 Jahren, Europa zu unterwerfen”].

Un’interessante constatazione, che però ritengo sia falsa e non solo per il fatto che non tiene conto della manovre della Banca Centrale del Regno Unito (Bank of England) negli anni antecedenti allo scoppio della Grande Guerra.

 

È un fatto inoppugnabile – per qualunque osservatore razionale – che diverse nazioni europee (e non solo) hanno ormai perso ogni speranza di beneficiare di una pur minima ripresa economica perché i loro rispettivi governi hanno imposto draconiane misure di austerità che hanno cancellato ogni possibilità di ripagare il proprio debito nazionale con la crescita.

Pare che l’intenzione di questi governanti sia quella di ripagare l’indebitamento con i risparmi privati, ossia di effettuare un trasferimento di ricchezze dal basso verso l’alto (anti-Robin Hood), anche e soprattutto attraverso la privatizzazione delle risorse pubbliche. Le agenzie di rating, dal canto loro, hanno buon gioco nello spolpare le carcasse di queste facili prede.

Gli stessi politici che hanno sempre ottemperato alle richieste dell’alta finanza e della grande industria hanno avviato le loro pecorelle al macello, promettendo che tutto sarebbe andato bene e che la crescita ed il progresso erano irreversibili. La crisi globale ha fatto arrivare tutti i nodi al pettine.

Una grossa fetta del debito greco è stata generata per sostenere le banche greche, come in altri paesi. Ma le nazioni creditrici non sono messe molto meglio. Sono state introdotte misure di austerità in Germania e Francia e quelle imposte al Regno Unito dal proprio governo sono quasi paragonabili a quelle delle nazioni fortemente debitrici (PIGS), con la motivazione che occorre salvare i PI(I)GS dalla bancarotta.

Ciò tuttavia non corrisponde al vero, come dimostra il caso greco. I Tedeschi non stanno soccorrendo i Greci per solidarietà paneuropea ma perché se la Grecia fallisce il sistema bancario tedesco riceverà un colpo terribile, forse fatale, essendo particolarmente esposto sia con l’amministrazione pubblica greca nei suoi vari gangli, sia con le banche greche. Dunque i fatti indicano che i Tedeschi stanno soccorrendo le proprie banche, non la Grecia. Lo stesso vale per il Regno Unito nei confronti dell’Irlanda e della Francia nei confronti del Portogallo e in particolar modo della Grecia. In pratica i soldi escono dalle tasche dei contribuenti delle nazioni “ricche” per affluire nelle banche delle loro nazioni, con una piccola, rapida deviazione attraverso i PIGS. ANTI-ROBIN HOOD, appunto.

Ci viene detto che la colpa è dei PIGS, che hanno speso più di quello che si potevano permettere e questo è certamente in parte vero. Ma la colossale omissione è che le banche anglo-franco-tedesche-italiane (ed extra-europee) sapevano che quei debiti non potevano essere ripagati – sono stati usati tutti i trucchi contabili possibili per nascondere la reale entità dell’indebitamento dei PIGS, fino a che non è emersa la verità in tutta la sua evidenza –, ma hanno comunque deciso di concedere i prestiti, alimentando un circolo vizioso, come uno spacciatore con i suoi clienti, presumibilmente nella certezza che, essendo “troppo grandi per fallire” (e che molti politici sono al loro servizio e non del bene comune), i governi sarebbero intervenuti per salvarle, a spese dei contribuenti, a beneficio dei consigli di amministrazione. Così i Tedeschi hanno pagato molto di più per salvare le proprie banche di quanto abbiano pagato per salvare la Grecia (senza averla salvata, peraltro) e, in ogni caso, quel che daranno alla Grecia finirà nelle tasche dei loro banchieri.

Dunque si tratta di capire quanto costerà ai cittadini salvare il sistema finanziario-bancario, che non intende pagare lo scotto delle proprie azioni. È presto detto: il costo per i cittadini è la perdita della sovranità nazionale a beneficio di piani di austerità draconiana (uso questo termine avvedutamente: Dracone applicava la pena di morte o la schiavitù ai debitori). È quel che è successo in questi mesi, sotto la supervisione della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Le misure contenute nei pacchetti di riforme “energicamente raccomandate” comprendono l’aumento dell’IVA e la riduzione delle imposte progressive – ossia la soppressione dei meccanismi perequativi che stanno alla base di una democrazia –, la diminuzione del costo del lavoro – ossia la contrazione del tenore di vita dei lavoratori –, il taglio delle pensioni, la riduzione del salario minimo e dei sussidi di disoccupazione e la revisione delle norme per la tutela dei diritti dei lavoratori. In questo modo chi paga il conto della crisi sono lavoratori dipendenti, pensionati e consumatori. I ricchi pagano meno tasse e il resto della popolazione si ritrova con i generi di prima necessità a costo maggiorato.

Non è un fenomeno nuovo. È già successo a molti paesi in via di sviluppo:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/shock-economy-il-capitalismo-del.html

e sta succedendo negli Stati Uniti:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/22/il-tiranno-di-chicago-e-la-stupidita-del-bene/#axzz1mLNsw14z

Quel che prima è accaduto ai paesi in via di sviluppo ora succede ai “pezzi grossi”, alle economie “avanzate”. Siamo giunti alla resa dei conti:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/16/golpe-psicopatico/#axzz1mLNsw14z

In buona sostanza, quel che sta accadendo è che i sacrifici imposti alla Grecia servono a giustificare agli occhi dei Tedeschi lo svuotamento delle loro tasche. È una ruberia legalizzata ai danni di Greci e Tedeschi e per di più questi ultimi vengono definiti nazisti dai Greci e tiranni dagli altri popoli europei: cornuti e mazziati. Quando capiremo che i Tedeschi di oggi non sono quelli di Auschwitz? Quando la finiremo di usarli come un capro espiatorio, gli Ebrei d’Europa? I Tedeschi sono vittime di questo complotto quanto lo sono tutti gli altri popoli europei. Un complotto che vede la partecipazione di élite europee che non hanno alcuna lealtà nazionale ed antepongono il loro interesse personale e castale a quello nazionale ed europeo. Un complotto che, a mio modo di vedere, presuppone la liquidazione dell’Unione Europea come era stata concepita dai suoi fondatori, ossia l’antitesi del Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich.
Sì, sto affermando che le attuali élite europee sono nemiche dell’Europa antinazista, sto affermando che le oligarchie che comandano l’Unione Europea sono congenitamente anti-democratiche e quindi in diretta contrapposizione con l’Unione Europea dei sogni dei cittadini ordinari. Sono oligarchie che sanno che si sta preparando un conflitto mondiale ed hanno scelto di collaborare, indebolendo la classe media europea come si sta già facendo da tempo con la classe media nordamericana. L’obiettivo è quello di infliggere un tale livello di sofferenza alla popolazione “che conta” che questa sarà disposta a chiedere a gran voce una soluzione definitiva e rassicurante, cioè a dire un governo planetario che prenda in mano tutto, dalla gestione del cambiamento climatico a quella dell’ordine pubblico:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/31/breve-storia-del-nuovo-ordine-mondiale/#axzz1mLNsw14z

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/11/nel-nuovo-ordine-mondiale-non-ce-nulla-di-nuovo-di-ordinato-o-di-mondiale-cosa-ce-di-sbagliato/#axzz1mLNsw14z

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/26/la-pedagogia-nera-del-nuovo-ordine-mondiale/#axzz1mLNsw14z

 

 

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