Gandhi o Arundhati Roy? La scelta che determinerà il futuro dell’umanità

 

a cura di Stefano Fait

 

 

Le grosse imprese commerciali e industriali hanno la loro personale scaltra strategia per trattare il dissenso. Con una minuscola parte dei loro profitti gestiscono ospedali, istituti educativi e fondazioni, che a loro volta finanziano ONG, università, giornalisti, artisti, cineasti, festival letterari e perfino movimenti di protesta. Usano la beneficenza per attirare nella loro sfera di influenza coloro che plasmano ed orientano l’opinione pubblica. È un modo di infiltrare la normalità, di colonizzare l’ordinarietà, così che sfidarle sembri tanto  assurdo  (o esoterico) quanto lo è sfidare la “realtà” stessa. Da qui a “non esiste alcuna alternativa”, il passo è breve ed agevole.

Arundhati Roy

http://www.ft.com/intl/cms/s/0/925376ca-3d1d-11e1-8129-00144feabdc0.html

Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. Inverità, il guanto di ferro c’è. Ma poiché la forza (la violenza) è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un’attenzione speciale. […] Il mio dubbio fondamentale riguarda il fatto che queste riforme sono attuate mediante la costrizione. Ma accade anche nelle istituzioni democratiche. Ciò che mi colpisce è che, dietro l’implacabilità di Mussolini, c’è il disegno di servire il proprio popolo. Anche dietro i suoi discorsi enfatici c’è un nocciolo di sincerità e di amore appassionato per il suo popolo. Mi sembra anche che la massa degli italiani ami il governo di ferro di Mussolini.

M.K. Gandhi, Lettera a Romaine Rolland, dicembre 1931

Democrazia indiana? Non ci può essere alcuna democrazia in una società divisa in caste, pervasa di religioni fatalistiche  e misantropiche. L’India non è la più grande democrazia del mondo, non è moderna e non è laica. È dominata da un’élite oligopolista neofeudale che intrattiene rapporti neocoloniali con l’impero anglo-americano (potenza militare di Washington, potenza finanziaria della City di Londra) e sbatte in faccia a centinaia di milioni di poveri la sua opulenza in una nazione che si permette di esportare cibo mentre milioni di suoi cittadini vivono nella miseria più nera. Il sistema giudiziario protegge i ricchi (che possono uccidere restando impuniti) ed opprime i poveri (specialmente le donne). L’esercito è impiegato per tutelare gli interessi di pochi latifondisti a detrimento delle popolazioni degli stati di Tamil Nadu, Jharkand, Madya Pradesh, Orissa, Bengala, Bihar, che sono perennemente in rivolta, nell’indifferenza del mondo.

La struttura reazionaria dell’India fu molto utile al dominio britannico, che perciò non fece nulla per smantellarla, anzi la coltivò assiduamente. Oggi conviene agli oligopoli capitalisti, un terribile mix di oscurantismo orientale e avidità rapace occidentale: il peggio immaginabile. Tra la civiltà di un’umanità solidale e la barbarie della legge della giungla imposta da un’èlite che ha come unico obiettivo quello di restare tale, l’India è stata costretta a scegliere quest’ultima. L’ascesa del marchionnismo in Italia è un monito: non possiamo permetterci di sentirci al sicuro da questo genere di derive.

Qui si inserisce il discorso sull’ipocrisia della nonviolenza gandhiana. Gandhi ha predicato la nonviolenza a masse di oppressi in una della società più brutalizzanti che si possa immaginare. Che senso aveva convincere le masse a stare calme e non reagire, come una placida mandria, senza mai condannare la classe/casta dominante che con le sue consuetudini, leggi e politiche economiche diffondeva ed acuiva le disparità sociali, traendone lauti profitti? Non era e non è ancora oggi la peggiore delle violenze, questa? La violenza di interessi di parte mascherati da fatalismo, da “così va il mondo, è sempre stato così e così sempre sarà”? La violenza di una concezione nietzscheana del mondo?

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/24/morbido-e-bello-perche-amo-il-femminino-e-detesto-nietzsche-pur-ammirandolo/#axzz1nNrT1Utx

Con questa sua scelta di campo, Gandhi indossò i panni dell’apostolo di pace a beneficio del capitalismo più selvaggio e dell’imperialismo occidentale, persino di quello nazista, quando implorò Ebrei ed Inglesi di arrendersi mansuetamente all’aggressione nazista:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/chi-era-veramente-gandhi.html

Ben diverso il comportamento di Arundhati Roy, che alle comode astrazioni di una realtà depurata dalle sue contraddizioni e ingiustizie preferisce la lotta contro una lurida quotidianità fatta di patimenti, iniquità, violenza incessante e multiforme, sfiducia e morte della speranza.

Gandhi annunciava al mondo di essere l’erede della migliore tradizione indiana, ma il Dharma dello Kshatriya gli ingiunge di proteggere i deboli e di aiutarli a proteggersi, non di esporli alla violenza contando sul fatto che, essendo numerosissimi, alla fine prevarranno quando l’oppressore sarà esausto. Questa è la logica utilitaristica dello scacchista, non di un autoproclamato campione dei diritti degli oppressi.

La Gita chiama ad essere correttori delle ingiustizie, non ad immolarsi senza resistere, senza neppure difendersi, come prescritto dalla Satyagraha, che raccomanda di essere pronti a morire e patire ogni sofferenza, purché non sia mai ricambiata. Il Satyagrahi rinuncia al diritto all’autodifesa e si vota al sacrificio supremo, alla sua dipartita. Lo spiega Gandhi: “l’unico dovere di un Satyagrahi è quello di sacrificare la sua vita a qualunque compito gli sia toccato. Questo è il fine più nobile che possa realizzare. Una causa spalleggiata da Satyagrahi così nobili non può mai essere sconfitta”. In questa maniera, assicurava Gandhi, il cambiamento sarebbe avvenuto spontaneamente, i forti si sarebbero sentiti in obbligo di effettuare le necessarie riforme.

Abbiamo visto che la storia ha dato torto a Gandhi. L’India indipendente non è un’India sensibilmente migliore di quella coloniale e i “nobili Satyagrahi” sono morti portando con sé nella tomba (nella cenere dei crematori) la loro causa.

Il Kshatriya, come il Satyagrahi, non temeva la morte, ma assegnava un valore alla vita, inclusa quella degli altri che si affidavano a lui cercando protezione. Per lui le due condizioni non erano esattamente intercambiabili come per Gandhi, che non sembrava dare valore alle vite dei suoi seguaci se non in funzione del trionfo della sua dottrina. Anche il semplice buon senso ci insegna che se una persona si trova a dover sostenere l’impegno di proteggere degli indifesi, l’ultima cosa che dovrebbe fare è cercare una morte “eroica” (patetica) ed “esemplare” (pessimo esempio) per mano di chi poi passerà ad eliminare le persone ora completamente indifese. Gandhi non comprese mai il senso di questa responsabilità, che gli spettava in quanto figura pubblica che sfidava, a suo modo, il potere ed in quanto esponente del Partito del Congresso (Indian National Congress) e del Congresso indiano per il Sudafrica (South African Indian Congress – SAIC); non la ritenne mai quell’ovvietà che appare come tale a qualunque persona di buon senso ed il cui raziocinio non sia obnubilato dal fanatismo ideologico.

Perché un avversario determinato ad averla vinta dovrebbe mostrare del buon cuore nel vedere che i suoi bersagli sono risoluti a non combattere e a non difendersi? È come rubare un leccalecca ad un bambino. L’aggressore consegue i suoi fini con inattesa ed eccitante disinvoltura. Lo Kshatriya, al contrario, è perfettamente consapevole del fatto che un cuore indomito ed una volontà di ferro non ottengono alcun risultato se non si è propensi ad usare la forza per proteggere se stesi e gli altri dall’aggressione e far valere i propri diritti e quegli degli altri. Tutti i più nobili rivoluzionari della storia, da Spartaco, a Zapata, a Sun Yat-sen l’hanno dato per scontato, molto assennatamente. È necessario combattere per proteggere la gente dalla sofferenza o per non esporla ad ulteriore sofferenza, se necessario fino alla neutralizzazione dell’aggressore/bullo, come si fece con i nazisti e come si è sempre fatto con chi è recidivo e dimostra di capire solo il linguaggio della forza (es. psicopatici/bulli):

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/16/golpe-psicopatico/#axzz1nNrT1Utx

Una difesa efficace, per lo Kshatriya, si basa sulla negoziazione (in cui si cercano di strappare i termini migliori), sull’approntamento di difese efficaci, sull’alleanza con i nemici dei propri nemici.

L’ahimsa era il monopolio del bramino, che non era tenuto a difendere la comunità, non essendo parte del suo dharma: il contributo del bramino apparteneva alla sfera intellettuale ed educativa (a volte esoterica e mistico-sciamanica) e gli era ben chiaro che qualcuno doveva sporcarsi le mani al posto suo, lo Kshatriya appunto, che doveva consigliare al meglio, se voleva avere ancora una comunità a cui impartire i suoi insegnamenti. Per di più l’ahimsa era ristretta ad una parte dei bramini, i Sannyasi, gli individui che aspiravano alla liberazione, non era certo pensata per le masse che non avevano alcun desiderio/predisposizione in tal senso. L’ahimsa era un mezzo per un ben determinato fine, non uno strumento di universale pacificazione.

Non si capisce come un devoto della Bhagavad Gita quale si considerava Gandhi potesse fraintendere il messaggio centrale del testo, contenuto nel discorso di Krishna ad Arjuna, che è tutto fuorché non-violento, essendo un’esortazione a combattere per ristabilire un equilibrio tra le forze – il Dharma, appunto – che era stato compromesso dall’altra fazione, che comprendeva alcuni suoi cugini (di qui i crucci di Arjuna).

L’interpretazione gandhiana di questo documento è intellettualmente disonesta ed equivale a dire che Gesù in realtà stava dalla parte delle autorità, contro le masse: un totale sovvertimento del messaggio originario. Per far valere il suo punto di vista Gandhi fu costretto a concludere che le descrizioni delle azioni e delle situazioni della Gita dovevano essere puramente allegoriche. Il che può anche essere vero, ma è insensato (o disonesto, appunto) dedurne che le forze che si scontrano a livello spirituale non debbano estroflettersi anche a livello materiale e che quindi l’insegnamento di Krishna non sia applicabile alla realtà fisica. Tanto più che proprio il dio spiega che le azioni umane non sono determinate unicamente dal loro libero arbitrio, che la realtà è un campo di battaglia tra forze cosmiche soverchianti (cf. Lost: Jacob e l’Uomo in Nero) e che ciascuno è chiamato a recitare una parte sul palcoscenico della storia:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/08/lost-eroi-nella-tempesta/

L’equivoco gandhiano non può che essere il frutto di una fanatica avversione alla violenza che, peraltro, non sembra averlo guidato nel suo ruolo di marito e di genitore (inflessibile, ma solo quando gli conveniva!):

http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/il-vero-gandhi-nulla-di-cui-essere.html

Gandhi era convinto che solo una persona depurata da ogni difetto poteva farsi giudice del prossimo e delle sue malefatte. Era dunque un manicheo, un intellettuale che vede il mondo in bianco e nero: i puri (virtualmente inesistenti) e gli impuri (onnipresenti). La realtà è invece policroma. Gli Alleati, durante la Seconda Guerra Mondiale non erano certo puri, anzi, ma il nemico, il nazismo, era quanto di più impuro si fosse visto fino ad allora sulla faccia della terra e fu dunque correttamente contrastato con ogni mezzo disponibile. Falcone e Borsellino non erano forse sufficientemente puri per giudicare i mafiosi? Pertini non era sufficientemente puro per ricoprire il ruolo di Presidente della Repubblica?

Gandhi era un moralista troppo rigido, convinto che fosse possibile stabilire cosa fosse bene e male in senso assoluto, quando invece a noi umani è concesso solo di vedere le ombre del bene e del male, del giusto e dello sbagliato: vediamo i raggi del sole senza poter vedere il Sole, come suggeriva Agostino di Ippona.

Furono la sua vanità e la sua ambizione a renderlo inflessibile e spietato nei suoi rapporti con il prossimo e fin troppo indulgente in quelli con il suo ego, spingendolo a costringere una popolazione di centinaia di milioni di individui a redimersi ai suoi occhi, come quando affermò di pretendere che i musulmani indiani confessassero le loro colpe e si pentissero delle loro malefatte davanti a lui, come avevano fatto gli Hindu di Calcutta. Quanta superbia, quanta vanagloria in questa pretesa! Proprio lui che non riteneva che nessuno potesse essere giudice del prossimo e quindi fosse autorizzato ad usare la forza contro un antagonista: caduto, come Adamo, nella trappola del narcisismo, dell’hybris, dell’autobeatificazione:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/il-narcisista-umanitario-parte-prima_14.html

http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/limperialismo-umanitario-e-la.html

FONTE: http://www.scribd.com/doc/29991057/Violator-of-the-Kshatriya-Dharma

L’ALTERNATIVA A GANDHI È ARUNDHATI ROY

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/31/arundhati-roy-e-i-gattoni-tracotanti/#axzz1nNrT1Utx

 

La trascrizione tradotta del suo discorso a Zuccotti park, rivolto agli occupanti/indignati, il 16 novembre 2011:

Il capitalismo non può garantire benessere e giustizia sociale per tutte le persone.

Ieri la polizia ha sgombrato Zuccotti park, ma oggi le persone sono tornate. La polizia dovrebbe sapere che la protesta di Occupy Wall street non è una lotta per il territorio. Non stiamo combattendo per occupare un parco, ma per la giustizia. Giustizia non solo per il popolo degli Stati Uniti, ma per tutti. Con la protesta cominciata il 17 settembre, siete riusciti a introdurre un nuovo immaginario, un nuovo linguaggio politico nel cuore dell’impero.

Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.

Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia. L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.

Quattro proposte

Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.

Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del pae­se, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.

Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi.

L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza. Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso.

La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali.

In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi.

Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli. Ma ecco alcune proposte – alcuni miei pensieri “prerivoluzionari” – su cui possiamo riflettere insieme.

Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società. Ecco le nostre richieste.

Primo. Mettere fine alle proprietà incrociate nel mondo degli affari. I produttori di armamenti, per esempio, non possono controllare reti televisive, le società minerarie non possono gestire i giornali, le aziende non possono finanziare le università, i gruppi farmaceutici non possono controllare i fondi per la sanità pubblica.

Secondo. Le risorse naturali e i servizi essenziali – acqua, elettricità, sanità e istruzione – non possono essere privatizzati.

Terzo. Tutti hanno diritto a una casa, all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

Quarto. I figli dei ricchi non possono ereditare la ricchezza dei genitori.

Questa lotta ha risvegliato la nostra immaginazione. Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito. Da militante, rendo omaggio alla vostra lotta.

Salaam e zindabad.

Traduzione di Giuseppina Cavallo.

Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

Arundhati Roy è una scrittrice indiana. Il suo libro più famoso è Il dio delle piccole cose (Guanda 1997).

http://www.internazionale.it/news/arundhati-roy/2011/12/27/lo-chiamano-progresso/

L’alternativa alla nonviolenza ipocrita e disfattista di Gandhi è la libertà, quella vera:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-liberta-quella-vera/#axzz1nNrT1Utx


è l’autodifesa (in stile aikido), l’uso della forza e della violenza difensiva temperata da onestà intellettuale, equità, rispetto per i diritti e la dignità altrui e per i principi democratici, rifiuto di vedere nel prossimo una propria appendice o unicamente uno strumento per il proprio tornaconto, rifiuto di trasformarsi da vittime in aggressori:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/02/la-collera-dei-miti-sullimmoralita-di-pacifismo-e-nonviolenza/#axzz1nNrT1Utx

L’indignato dei nostri giorni può essere un vero Kshatriya:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/21/vendetta-e-rivoluzione-globale-leroe-indignato-in-omero-e-in-shakespeare/#axzz1nNrT1Utx

 

Pertini, Berlinguer e don Milani si rivoltano nella tomba. Il PD non ancora.

 

a cura di Stefano Fait

 

 

Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.

Milton Friedman, “Capitalism and Freedom”, 1982.

Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata.

Mario Monti, discorso alla Luiss, 22 febbraio 2011.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.

Mario Monti, Corriere della Sera, 2 gennaio 2011

La Merkel e Sarkozy impongono al governo greco l’acquisto delle loro armi. Se volete gli aiuti e rimanere nell’euro, hanno detto, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra, imponendo così tagli e sacrifici agli straziati cittadini greci. Questo è ciò che diceva il Corriere della Sera di ieri a pagina 5. Ma già l’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia. È questa l’Europa che vogliamo, cinica e armata fino ai denti?

Adriano Celentano, primo intervento a Sanremo, 15 febbraio 2012

Scrive il sempre prezioso Aldo Giannuli – http://www.aldogiannuli.it/2012/02/frasi-infelici/:

“Monti si è scusato della sua battuta sul “posto fisso che è monotono” dicendo che era stata una frase infelice ed altrettanto ha fatto la Cancellieri a proposito di quei bamboccioni che vogliono il lavoro “vicino a mamma e papà”. Ma non si tratta di frasi infelici perché tradiscono qualcosa che conviene capire meglio. Aveva iniziato il vice ministro Michel Martone dicendo che “chi a 28 anni non è laureato è uno sfigato” (ricordate?). Se poi uno si laurea anche a 30 anni, perché nel frattempo deve fare mille mestieri per vivere, perché ha dovuto interrompere gli studi per qualche tempo perché non aveva i soldi per pagarsi le tasse universitarie o per altre ragioni di disagio sociale, questo a Martone non importa. Cosa volete che ne sappia uno che è figlio dell’Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione (scusate se è poco), che si è laureato a 21 anni ed a 31 (con ben poche pubblicazioni) era addirittura professore ordinario? Potete leggerne la brillante carriera sul “Fatto quotidiano”.

E, infatti, quello che contraddistingue questo governo è il nobile lignaggio dei suoi componenti.

Della Cancellieri si sa che è figlia  di “italiani emigrati in Libia”, quel che può voler dire tutto, e che “iniziò a lavorare a 19 anni alla Presidenza del Consiglio” (1962) quello che fa sospettare una provenienza sociale non proprio popolare.

Di Mario Monti non c’è nemmeno bisogno di dire: figlio di un direttore di banca ed, addirittura nipote del grande banchiere Raffaele Mattioli, che altro volete?

Diceva il vecchio Marx che è “l’essere sociale che determina la coscienza” e questi personaggi sono l’espressione di classi sociali molto elevate. Esprimono quel bel mondo di chi non ha mai dovuto dimostrare nulla perché bastava il cognome a dire tutto. Ceti sociali i cui individui  non si sono  mai guadagnati nulla – e che, se anche avevano dei meriti reali, non è per quello che sono stati scelti, ma che nutrono salda la convinzione di essere i migliori, che meritano senza ombra di dubbio le altissime retribuzioni che riscuotono, destinati naturalmente a dirigere, perché le gerarchie sociali non sono un dato storicamente determinato, ma un fatto del tutto naturale.

Conseguentemente, guardano tutti con una vena di disprezzo: i poveri? È giusto che esistano, non possiamo essere tutti ricchi. Le classi popolari sono così poco istruite, poco abili, poco intelligenti! Hanno condizioni di vita dure, con un carico di sofferenze spaventoso? È il prodotto delle loro scarse capacità e, poi, di che si lamentano? Appunto: sono sfigati!

La povertà per questa gente non è un problema sociale da affrontare e la miseria non è qualcosa da vincere, ma un dato di fatto da accettare senza fare troppe storie. Le crisi, per questi signori, sono i periodi in cui “voi dovete tirare la cinghia” è l’unica ricetta che conoscono è abbassare il costo del lavoro, liquidare le garanzie sociali ecc, perché “siamo tutti nella stessa barca”. Cose dette intrepidamente, senza traccia di rossore sulle guance: la vergogna? Cosa è?

Le frasi sul posto di lavoro e sugli sfigati non sono “frasi infelici” ma l’espressione di un feroce classismo e di una istintiva avversione a qualsiasi forma di eguaglianza.

Berlusconi, lo conosciamo, è stato un personaggio della cui indecenza non abbiamo bisogno di dire ancora una volta: ha mantenuto la goffaggine, l’ineleganza, la grettezza culturale, la sbruffoneria cafona, lo spaventoso egocentrismo tipiche del parvenu, ma almeno è uno che “si è fatto da sé” (lasciamo perdere come: sappiamo, sappiamo….), ha conosciuto disagi e privazioni,  ha dovuto inventarsi di tutto per arrampicarsi. Tutto questo può guadagnargli un attimo di simpatia umana (un nanosecondo: sia chiaro!) per poi tornare all’inimicizia di sempre.

Ma la gente di cui questo governo è espressione, con la sua odiosa protervia, non merita neanche quel nanosecondo.

Umanamente, sono molto più spregevoli di Berlusconi.

Aldo Giannuli, in un commento, aggiunge, e mi trova d’accordo: “Peraltro confermo che l’aristo-borghesia è umanamente più spregevole del parvenu cafone ed arraffatore”.

Questi i commenti di alcuni lettori.

Dario: “Sono pienamente d’accordo con Aldo Giannuli. Il governo dei professori è l’espressione massima dello strapotere di classe. Nel corso della mia vita lavorativa ho conosciuto molti di “signori” come questi per farmene un concetto non molto lusinghiero. Si tratta di persone che si dicono democratiche ma che, nel profondo, covano un algido disprezzo per chi non ha i loro buoni natali. Nella realtà e nel fare concreto sono profondamente classisti, conservatori, convinti che per il loro censo essi siano destinati sempre e comunque a primeggiare. Vengono allevati così fin da piccoli e condotti dai loro padri nelle scuole più esclusive, nei circoli internazionali più riservati, nelle logge massoniche o nelle segrete dell’opus dei. Nel secondo dopoguerra abbiamo avuto Giuseppe Di Vittorio, venuto dal profondo sud, bracciante autodidatta, indomito cuor di leone, che, salendo dal basso ai vertici del sindacalismo e della politica, ha saputo dare voce e speranza a chi non l’aveva. Fino alla fine degli anni ottanta anche i figli degli operai, dei contadini, degli impiegati, potevano diventare classe dirigente. Oggi, il classismo e l’elitismo, che promana fin dai vertici della UE scendendo per li rami giù per banche e istituzioni politiche, ha spazzato via ogni sorta di ascensore sociale, impedisce alle classi popolari di essere rappresentate per davvero e di avere aspirazioni di crescita, di benessere, di più ampi spazi di uguaglianza, giustizia sociale, libertà.
Il capitalismo ha disvelato ormai la sua vera natura: via ogni connotato socialdemocratico e avanti tutta con le ricette ultra-liberiste che hanno già impoverito milioni di persone. Per procedere su questa strada non vanno più bene i pagliacci, i barzellettari, i bunga bunghisti. Ci vogliono persone “serie”… Monti ha persino “le phisique du role” dell’oligarca, dell’uomo dell’èlite “illuminata”, cresciuta tra grandi banche d’affari (Goldman Sachs) e le organizzazioni che incarnano il potere vero e puro dei padroni del mondo. Non si diventa per caso membri della Trilateral Commission e del Gruppo Bilderberg!!!”

Nicola Mosti: “Quegli impersonali Mercati che in realtà hanno un nome ed un cognome: sono gli investitori istituzionali come i fondi pensione, i fondi comuni, le banche, le quali, si ricorderà, sono appena state salvate dalla bancarotta con i soldi dei contribuenti. Grottesco poi che, dopo l’emotrasfusione, abbiano iniziato a speculare sulla solvibilità dei debiti sovrani, cresciuti a dismisura anche a causa dell’irresponsabilità degli stessi istituti finanziari.

E qui starebbe il ruolo della politica, che dovrebbe intervenire nella rigorosa regolamentazione di questi maledetti Mercati (altro che deregulation), imponendo loro finalità sociali piuttosto che speculative. Purtroppo, l’attuale classe dirigente è talmente degenerata da aver lasciato le redini agli imbonitori dell’Economia di Mercato, quegli stessi personaggi il cui fanatico credo ha gettato le basi per la crisi attuale, oltre che per quelle pregresse.
Ma ora io dico: affidereste voi la vostra salute ad un medico le cui teorie – alla prova dei fatti – si sono rivelate tanto fallaci? Non credo”.

Angelo Iannacone: “È vero non si tratta di “infortuni” o semplici “frasi infelici”, ma di frasi che tradiscono quello che il governo Monti in realtà è: un governo di destra e precisamente il governo delle banche e di confindustria, un governo di destra peggiore del governo di destra berlusconiano, che lo ha preceduto. Certo non è il governo del bunga bunga, ma è il governo del loden grigio, ma è indubbiamente il governo di quelle forze che hanno le maggiori responsabilità della crisi e che conoscono un solo modo di uscirne: quello che consente loro di arricchirsi ancora di più anche con la crisi a danno delle classi sociali meno elevate, che devono solo fare sacrifici, lavorare, produrre e consumare, così da permettere al sistema di stare in piedi.

Il governo Monti non è affatto una medicina necessaria, ma è solo il modo, per chi è responsabile della crisi, di sfruttarla per arricchirsi ancora di più e di farla pagare a chi ne è stato solo vittima.

Ciò che allarma è il clima da regime che si sta instaurando:

Mancanza di opposizione, con i leader politici in particolare del PD, che sostengono con entusiasmo e cecità il governo delle banche e di CONFINDUSTRIA. Totale mancanza di informazione critica, con la stampa “progressista” (Repubblica in testa) tramutata in stampa di regime, che non da voce a chi osi criticare e dissentire, bollando semplicemente di lobbysmo e corporativismo chiunque osi criticare. Per giorni la Repubblica, gli altri giornali e telegiornali hanno riempito le loro pagine della visita di Monti negli States, dando la falsa impressione che Monti abbia conquistato l’America, quando invece la stampa americana ha pressoché ignorato l’evento, a cui è stato riservato solo un trafiletto. Clamoroso poi che la copertina di Time con la foto di Monti, che ci è stata propinata, non è invece la copertina con cui Time è stato distribuito negli States, insomma è una copertina diversa usata per le copie che si trovano negli aeroporti.

La Repubblica dell’altro giorno, a proposito degli emendamenti al decreto sulle c.d. liberalizzazioni, titolava in prima pagina “Liberalizzazioni: Lobby all’assalto”, ma non riferiva che molti degli emendamenti demonizzati vanno a colpire banche, assicurazioni ecc. Insomma il governo delle banche e di confindustria, secondo questa stampa illuminata, sarebbe il paladino delle liberalizzazioni e della redistribuzione della ricchezza e chi osa criticare sarebbe lobbysta, corporativista e perché no sciovinista, trotskista, spia e controrivoluzionario.

Piccolo particolare è che il governo Monti è il governo dei poteri forti e non è un governo rivoluzionario.

Certo anche il Presidente Napolitano ha detto che si tratta di sacrifici necessari, ma Napolitano aveva giustificato anche l’invasione dell’ Ungheria.
Alla soluzione, suggerita da qualcuno, di turarsi il naso ed affidarsi al male minore e cioè a Bersani, D’Alema, Veltroni ecc., sarebbe sicuramente preferibile (in quanto meno dannoso) affidarsi ai comici, che sin dai tempi del governo Berlusconi sembrano gli unici in grado di capire e spiegare realmente le vicende politico-sociali di questi anni ed a volte addirittura gli unici a fare informazione, restando le uniche voci di opposizione al potere… All’epoca dell’elezione a sindaco di Milano si costituì spontaneamente un gruppo di colleghi a sostegno della candidatura di Pisapia. Il gruppo è rimasto abbastanza coeso nel sostegno e nella collaborazione con la nuova giunta, ma ha posizioni ben distinte per quanto riguarda il governo Monti, che per molti va sostenuto ad ogni costo in quanto è visto come l’alternativa a Berlusconi. La mia posizione di minoranza fortemente critica (e direi di opposizione) mi porta ad avere forti preoccupazioni sulla capacità di certi ambienti della “sinistra ufficiale” di comprendere gli avvenimenti attuali.

*****

Scrive l’altrettanto prezioso Marco della Luna http://marcodellaluna.info/sito/2012/02/06/oligarchia-a-montecitorio/:

Nella storia dell’umanità tutte le società organizzate sono oligarchiche. Non si trovano casi di democrazia, intesa come pari distribuzione del potere  ultimo e reale tra tutti i cittadini. Le società sono governate, tutte, dal di sopra e, oggi soprattutto, dal di fuori di esse. La recente storia finanziaria e monetaria lo dimostra. Le grandi decisioni, che cambiano la vita dei popoli, sono prese senza i popoli, da vertici autocratici, a porte chiuse, senza trasparenza né partecipazione né accountability, come scriveva negli anni ’40 Charles Wright Mills in Power Elite, portando le prove che gli USA, arsenale della democrazia, non sono affatto democratici, ma retti esattamente in quel modo dai vertici degli apparati finanziario, politico e militare, cui si è ammessi solo per eredità o cooptazione. Il che manifesta come mere illusioni sia il principio di legalità (stato di diritto, costituzionale, rule of law) che lo stesso principio del diritto scritto, essendo le decisioni a porte chiuse prese attraverso consultazioni informali. E a ciò si aggiunge il fatto che è trascurabile la percentuale della popolazione che si informa delle cose economiche e geostrategiche rilevanti. Metà degli italiani non è in grado di capire nemmeno un articolo di giornale di media difficoltà. Legge libri uno su sette, e otto libri su dieci sono di evasione. […].Vi è nel mondo una piramide o catena alimentare: in cima stanno i banchieri che si producono il denaro a costo zero e senza vincoli di rimborso o limiti di quantità, in  segreto ed esentasse – i banchieri della Fed – e con esso comperano ciò che vogliono nel mondo (signoraggio internazionale). Sotto di loro, a scalare, cioè a salire coi tassi e a scendere con i volumi e i tempi di rimborso, il sistema-paese germanico, le banche italiane, lo Stato italiano, le grandi imprese italiane, le pmi italiane, gli artigiani…. chi paga il denaro il 12,25% o il 6 o il 5 l’anno non può competere con chi lo paga l’1%. Chi sta sotto è mangiato da chi sta sopra”.

Quel che sta succedendo è che un presidente della repubblica già membro della Gioventù Universitaria Fascista e apologeta dell’invasione sovietica dell’Ungheria (giusta perché garantisce la pace nel mondo: sue parole!) ha avallato la presa del potere di una cricca di neo-darwinisti sociali:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/reza-moghadam-governa-monti-monti.html

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/premiata-ditta-goldman-sachs.html

Il darwinismo sociale è un’ideologia pseudo-scientifica in voga nel corso dell’Ottocento e Novecento, ma evidentemente mai defunta [cf. Markus Vogt, Sozialdarwinismus. Wissenschaftstheorie, politische und theologisch-ethische Aspekte der Evolutionstheorie. Freiburg, Basel, Wien: Herder, 1997].

Predica che solo una minoranza selezionata trionfa nella lotta per la vita e che la vera giustizia sociale è la disuguaglianza e la vittoria del forte sul debole.

Il duro lavoro, lo sforzo, la lotta denotano lo status dell’individuo: trionfatore o perdente. Chi sta in alto e chi sta in basso è perché si merita di stare lì.

Niente di più di una grottesca mascheratura scientista dell’etica protestante che giustifica la separazione della specie umana in guardiani dello zoo e bestie ingabbiate o animali da soma. Solo i guardiani sono veramente umani, gli altri sono poco più che animali al loro servizio.

Una dottrina della dominazione brutale della forza, della negazione dei diritti e della giustizia, dell’appello alla violenza (psicologica o fisica) nel nome del progresso, una dottrina dell’immoralità naturale. Una legittimazione ideologica del capitalismo rampante, della competizione spietata, dell’individualismo economica sregolato, che condanna gli inadatti ed esalta gli eletti ed i vittoriosi. Il darwinismo sociale è razzista ed elitista, imperialista e militarismo. In passato ha condotto ad Hitler ed ai campi di sterminio; più recentemente, alla distruzione delle nazioni più deboli, nel Terzo Mondo e nell’eurozona.

I leader politici al potere in questi anni ritengono di essere insostituibili, mentre gli altri sono intercambiabili. Queste persone non assegnano al prossimo lo stesso grado di realtà, non credono che l’amore, la sofferenza, l’affetto, la gioia degli altri siano intensi, profondi e significativi quanto i loro. Perciò non credono che i torti che subiscono gli altri siano Torti con la t maiuscola come quelli che sono inflitti ai loro danni. In ultima analisi, non li considerano umani quanto lo sono loro e si curano davvero poco delle loro afflizioni:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/16/golpe-psicopatico/#axzz1nHqhsU6c

Queste esternazioni da parte dei potenti che ci governano rivelano un panorama interiore gretto e meschino, gravemente compromesso da pregiudizi classisti e biologistici. Per questo i potenti post-berlusconiani fanno paura: non ritengono di appartenere alla stessa categoria umana e sono dogmaticamente persuasi che la loro ricetta sia non solo giusta, ma l’unica possibile, perché i pochi sono chiamati a decidere delle sorti dei tanti in quanto unici veri illuminati. La loro è protervia, un’ostinazione dettata dalla superbia che denota una colossale ignoranza delle cose del mondo. Stanno decidendo le sorti di milioni di persone e le loro dichiarazioni e decisioni lasciano intuire una distanza psicologica e morale davvero sconcertante, a corredare un menù neopuritano che include: austerità, formalismi, pessimismo, ubbidienza, decrescita forzosa, filoamericanismo, elitismo, gerarchizzazione, tecnocrazia, sacrificio, grigiore, prevedibilità, sobrietà, rinunce, sensi di colpa.

I puritani, accomunati dal medesimo temperamento dei darwinisti sociali, non erano noti per la loro passione democratica, apertura mentale, umanità, altruismo. Erano invece noti per la loro inclinazione all’eccellenza autocertificata ed a considerare gli altri come sub-standard, arretrati nell’evoluzione, superati, antiquati, obsoleti, un modello da sostituire. Se i puritani hanno perso la loro battaglia è perché non sono riusciti ad estirpare ciò che gli opponeva, a causa della loro incomprensione della natura del loro nemico. D’altra parte, se l’avessero capito, non avrebbero desiderato estirparlo.

Ora siamo da capo.

La logica di questi becchini della democrazia è quella del bonsaista: si tagliano via quasi tutte le radici, tranne quelle più giovani e si confina la pianta nella prigione di un vaso. Monti, Papademos e tutti quelli che verranno dopo di loro, sono qui per fare giardinaggio sociale: come il giardiniere estirpa erbacce e ramaglie, presenze indesiderabili perché rovinano l’estetica del giardino, così il “tecnocrate da resa dei conti” rimuove il sottobosco, le sterpaglie, le erbacce tutto ciò che impedisce all’eccellenza di rifulgere, di prosperare, come i superuomini nietzscheani.

Questi ingegneri sociali non possono consentire che l’eterogeneità umana interferisca con i loro programmi di “qualità totale” in un ordine rigidamente gerarchico: il valore del cittadino dipenderà dal suo contributo fattivo alla sforzo produttivo della nazione. Si privilegia il più forte (l’élite finanziaria) perché solo una casta selezionata può preservare la piramide sociale. Non c’è spazio per la contestazione dei comuni cittadini. Le obiezioni sono estremismi dottrinari, complottismi paranoici, sentimentalismi dozzinali indegni di uno stato moderno.

Stando così le cose, non ci può essere alcuno spazio per una consultazione popolare. Gli esperti sono qui per badare a tutto al posto dei cittadini. Come il Grande Inquisitore di Dostoevskij (”I Fratelli Karamazov”): “Essi ci ammireranno e ci considereranno come altrettanti dèi, per aver consentito, dopo esserci messi alla loro testa, a prendere sulle nostre spalle il carico della libertà, della quale essi hanno avuto paura, e per aver consentito a dominarli; tanto tremendo finirà col sembrar loro l’essere liberi!…Per l’uomo rimasto libero non esiste una preoccupazione più assillante e tormentosa che quella di trovare al più presto qualcuno davanti al quale prosternarsi”.

Servi di natura, come propugnato dai sofisti Gorgia e Trasimaco, secondo i quali “la natura vuole padroni e servi”, la giustizia naturale essendo “l’utile del più forte”, o servi per cultura, ma comunque servi. Per un breve periodo si erano ribellati, per poi ammansirsi nuovamente. Continua il Grande Inquisitore: “Ma il gregge di nuovo si radunerà e di nuovo si sottometterà, e stavolta per sempre. Allora noi gli daremo una quieta, umile felicità, una felicità di esseri deboli, quali costituzionalmente essi sono. Oh, noi li persuaderemo, alla fine, a non essere orgogliosi, giacché Tu li hai sollevati in alto, e così hai insegnato loro a inorgoglirsi: dimostreremo loro che son deboli, che non son altro che dei poveri bambini, ma che in compenso la felicità bambinesca è la più soave di tutte. Essi si faranno timidi e s’avvezzeranno a girar gli occhi a noi e a stringersi a noi tutti spaventati, come pulcini alla chioccia”.

Ci viene detto che questi Governi Tecnici sono provvisori: ma quanto provvisori? Si sta già parlando di posticipare le elezioni greche, ben sapendo che punirebbero gli eurocrati e i loro emissari in Grecia. E quanto temporanei saranno i loro effetti? Siamo davvero sicuri che la parola sarà restituita agli elettori? Oppure l’emergenza è ormai permanente e le conquiste democratiche dei nostri progenitori ci saranno sottratte per cause di forza maggiore? Nascerà un’Europa bi-gusto: “Tchu gust is megl che uan”? Gusto democrazia coloniale per i privilegiati e gusto autoritarismo tecnocratico per i PIIGS, i fratellini scemi incapaci di praticare l’etica protestante ed inebriarsi dello spirito del capitalismo?

http://www.informarexresistere.fr/2011/11/15/sicari-delleconomia-becchini-della-democrazia/#axzz1nHqhsU6c

Cosa può succedere quando un popolo si rende conto di essere stato circuito, quando smaschera la tirannia dissimulata? Un tirannicidio? Una rivoluzione? Una guerra civile?

James K. Galbraith è stato facile profeta quando ha previsto una fortissima resistenza popolare a questo programma neo-darwinista (“destroying the weak to protect the strong”), vere e proprie rivolte – “The crisis in the eurozone.  The continent is destroying the weak to protect the strong. But will that be enough?”, 10 Novembre 2011:

http://www.salon.com/2011/11/10/the_crisis_in_the_eurozone/singleton/

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