Diritto all’informazione e dovere di comunicazione: prospettive divergenti, convergenti o parallele?

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Diritto all’informazione e dovere di comunicazione

prospettive divergenti, convergenti o parallele?

L’incontro vuole costituire occasione di confronto su come nell’epoca di Internet il diritto all’informazione rivendicato dai cittadini trovi corrispondenza nella comunicazione garantita dai mass media e dai suoi principali attori, i giornalisti. Le due componenti non sempre sembrano convergere su prospettive e visioni comuni e anzi, sempre più spesso, si avverte una sorta di distanza fra le aspettative degli uni e le proposte degli altri, cui sembrano porre rimedio canali alternativi di comunicazione autogestita quali i blog o l’uso dei social network.

Cosa si deve intendere allora per diritto all’informazione e per dovere alla comunicazione? In che relazione si pongono queste due diversi livelli d’azione? Quanto il diritto all’informazione è soddisfatto oggi dall’esercizio della comunicazione, o meglio come il mondo della comunicazione interpreta e fa proprio il diritto all’informazione? Cosa significa essere informati e comunicare oggi? Internet e l’uso diffuso dei social network quanto hanno influenzato la percezione di questi due livelli d’azione? I mass media in generale sono ancora in grado di soddisfare la richiesta d’informazione diffusa e di fornire modelli di comunicazione indipendenti o sono anch’essi sempre più ripiegati sulle esigenze poste dalle nuove domande informative e dai nuovi modelli comunicativi imposti dalla rivoluzione telematica? Per chi opera nel mondo della comunicazione che tipo di controllo e selezione viene esercitato sulle notizie e quanto è importante la cross medialità dell’informazione? E infine, l’accesso apparentemente libero ad Internet può essere causa suo malgrado di una limitazione oggettiva del diritto d’informazione?

Sono solo alcune delle domande o suggestioni cui i partecipanti alla tavola rotonda (Stefano Fait, Alberto Faustini, Enrico Franco, Adele Gerardi, Pierangelo Giovanetti e Giampaolo Pedrotti) cercheranno di rispondere nel corso in un dibattito che si preannuncia ricco di spunti interessanti sia per i temi al centro della discussione sia per il profilo professionale dei partecipanti stessi.

La tavola rotonda è organizzata dal Club Unesco di Trento, sorto nel 2011, con la collaborazione della Biblioteca comunale di Trento e dell’Associazione «Francesco Gelmi di Caporiacco».

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foto sfocata a tutela della privacy dei partecipanti
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BOZZA DEL MIO INTERVENTO IN ANTEPRIMA

(critiche ed osservazioni sono benvenute!)

Ma ognuno di noi, in una certa misura, è ormai direttore responsabile di quella microcentrale di news che è se stesso

Michele Serra

Sondaggio dell’Eurobarometro su dati di novembre 2011:

in Italia, in un anno (autunno 2010-autunno 2011), la fiducia nella carta stampata è crollata al 34% (-6%), la sfiducia è al 53% (+2%)

Fiducia in internet al 37% (-3%), sfiducia al 40% (stabile)

TV 40%, sfiducia al 49%

Radio 39% (crollo del 10%), sfiducia 42% (+2%)

Importante, analisi sociodemografica mostra che al crescere del titolo di studio cresce la fiducia in internet

Nel 2010 il 57 percento degli Americani aveva scarsa o nessuna fiducia nella capacità e volontà dei media di fare informazione in modo obiettivo ed accurato, il livello più alto degli ultimi quarant’anni.

Un altro sondaggio riportava addirittura un 63% di sfiducia.

Dal 1998 in poi il numero degli scettici non è mai sceso sotto la soglia del 44% e dal 2006 è nettamente maggioritario.

In un sondaggio mondiale la percentuale sale al 68%. Solo il 2% pensa che i media riescano ad essere obiettivi.

Internet è il mezzo di informazione di cui ci si fida di meno ma, paradossalmente, è simultaneamente quello che si considera più affidabile. In altre parole, tutti sanno che su Internet c’è di tutto, ma molti pensano di essere in grado di trovare informazioni più affidabili che sui media ufficiali. La TV è all’ultimo posto per fiducia.

Internet è di gran lunga la più importante fonte di approvvigionamento di informazioni: 49% su scala globale. E l’11% si informa attraverso i social network. 19% in Africa. Un quarto circa degli Europei si affida alla stampa ed un altro quarto alla TV.

Dato importante, quasi ovunque i giornali locali godono di una reputazione molto migliore di quelli nazionali.

L’informazione nazionale negli Stati Uniti è controllata da 6 megaimprese: Time Warner, Walt Disney, Viacom, Rupert Murdoch’s News Corp., CBS Corporation and NBC Universal. Fino a trent’anni fa ce n’erano decine: tutte assimilate dalle ultime rimaste.

Italia al 61° posto al mondo per la libertà di stampa, dietro la Nuova Guinea

Nel suo brillante “The return of the public” (2010), Dan Hind, giornalista di fama internazionale, ha proposto una visione semplice e rivoluzionaria al tempo stesso del giornalismo del futuro. I cittadini dovrebbero poter commissionare inchieste ed articoli a giornalisti indipendenti che sarebbero pagati con un canone e che risponderebbero del loro operato direttamente ai cittadini e non più ai tycoon dell’informazione. In questo modo la stampa locale e nazionale sarebbe sottoposta a pressioni competitive virtuose, mentre ci sarebbero dei giornalisti freelance specializzati in certi campi, disposti ad approfondire tematiche che i quotidiani sono impossibilitati a seguire per un lungo periodo di tempo e globalmente (perché non è questo il loro compito). In questo modello di giornalismo civile (o civico, o pubblico che dir si voglia), chiunque avesse una certa esperienza di giornalismo potrebbe presentare delle proposte per ricevere dei fondi da impiegare in inchieste specifiche in un settore di sua competenza. Questi giornalisti civici sarebbero tenuti a presentare il loro progetto alla cittadinanza prima e dopo l’inchiesta. La loro reputazione sarebbe legata non alla testata per cui scrivono, ma alla qualità del servizio che garantiscono in prima persona ed alla loro disponibilità ad impegnarsi su temi che interessano alla gente ma sono trattati solo occasionalmente dai media ordinari.

I vantaggi sarebbero molteplici: si riconquisterebbero all’informazione quei cittadini che non leggono più i quotidiani e si sperimenterebbero nuove forme di associazionismo e partecipazione civile. La gente si dovrebbe assumere la responsabilità di formarsi una visione più obiettiva della realtà invece di limitarsi ad accusare i giornalisti di incompetenza, pressapochismo e corruzione. Questo stesso modello, se si dimostrasse efficace, potrebbe essere esteso a ricercatori scientifici ed operatori museali. La valutazione delle proposte e delle attività sarebbe affidata ad assemblee di cittadini.

Partecipando all’indagine nella selezione dei suoi ricercatori, le persone comincerebbero ad interessarsi all’informazione ed alla scienza, ossia alla conoscenza nel suo complesso, che è l’architrave di una democrazia sana, di una società civile vitale. Si abituerebbero ad interrogarsi ed informarsi invece di abbandonarsi ad una certa passività. Nascerebbero nuove questioni, nuove controversie, nuove ricerche. Politici e cittadini commetterebbero meno errori, risparmiando risorse, grazie ad una maggiore attenzione alla realtà ed una percezione più obiettiva dei fatti.

Non bisogna aver paura di ciò che è vero mentre ciò che è falso va messo in discussione. Si è liberi solo se si fa uno sforzo per restarlo elaborando le circostanze in cui ci si trova a vivere, altrimenti la libertà diventa una finzione

Alan Rusbridger, direttore del quotidiano britannico “Guardian”, si muove in questa direzione ed ha elencato le dieci regole dell’open journalism (The future of open journalism”, Guardian, 25 marzo 2012):

  1. incoraggia la partecipazione;
  2. non è un rapporto tra “noi” e “loro”;
  3. stimola il dibattito;
  4. favorisce la nascita di comunità intorno a interessi condivisi;
  5. è aperto al web;
  6. aggrega e seleziona il lavoro degli altri;
  7. ammette che i giornalisti non sono le uniche voci autorevoli e interessanti;
  8. promuove la diversità ma anche i valori comuni;
  9. riconosce che il giornale può essere l’inizio e non la fine del lavoro giornalistico;
  10. è trasparente e aperto alle osservazioni, comprese le correzioni, le spiegazioni e le aggiunte.


Miseria o Rivoluzione – a questo hanno ridotto gli Europei

Stiamo uscendo dalla crisi

Mario Monti, 25 gennaio 2012

http://www.repubblica.it/politica/2012/01/25/news/mozioni_senato_monti-28727394/

Possiamo dire che con le severe misure politiche adottate, stiamo uscendo dalla crisi

Mario Monti, 30 marzo 2012

http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201203301316001068&chkAgenzie=CLASSNEWS&sez=news&testo=&titolo=Monti:%20%27%27Stiamo%20uscendo%20dalla%20crisi%27%27

La crisi è nata fuori ma anche perché l’Italia non ha affrontato le sue debolezze strutturali, ora ne stiamo uscendo con fatica.

Mario Monti, 18 aprile 2012

http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/articoli/1043516/def-monti-evitato-uno-shock-distruttivo.shtml

L’Italia è davvero sul sentiero giusto

Mario Draghi, 3 maggio 2012

Noi abbiamo il consenso, loro no.

Mario Monti, marzo 2012

Nella sofferenza l’Italia dà una prova esemplare.

Mario Monti, 18 aprile 2012

Si stanno creando tutte le condizioni per far sì che il Paese possa rimettersi a crescere

Corrado Passera, 23 aprile 2012

Che monotonia il posto fisso, i giovani si abituino a cambiare

Mario Monti, febbraio 2012

Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale.

Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, febbraio 2012

Le auto blu sono una limitazione della libertà.

Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, febbraio 2012

Dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato.

Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, febbraio 2012

Siete l’Italia peggiore

Renato Brunetta, rivolgendosi a dei precari, giugno 2011

Un sondaggio realizzato per le Acli da Ipr Marketing tra il 22 ed il 25 aprile del 2012 e pubblicato il 2 maggio 2012 mostra che il numero di Italiani che ritiene che l’unico mezzo per cambiare il paese sia una rivoluzione (32,5%) non si discosta molto da quello di chi preferirebbe “interventi graduali e condivisi” (35,7%). Solo un 14,6% di persone pensa che delle riforme impopolari cambieranno il paese, mentre il 17,2% non pensa che l’Italia possa essere cambiata. In altre parole ben il 49,7% degli Italiani non crede più alla capacità o volontà dei politici di migliorare la società. L’opzione rivoluzionaria è di gran lunga maggioritaria tra i giovani (18-34 anni) dove raggiunge il 41,4% e tra gli adulti di età compresa tra i 35 ed i 54 anni (36,7%); anche tra le persone più anziane (oltre i 54 anni) è comunque condivisa da un ragguardevole 22,1%. Il 32,3% delle donne approverebbe una rivoluzione.

D’altronde il 48,6% degli intervistati ha risposto che la crisi durerà come minimo altri quattro anni (37,7%) e potrebbe non terminare mai, essendo una condizione strutturale di un’economia che ha superato il punto di non ritorno (10,9%). Meno di un quinto (19,1%) degli intervistati crede che tra dieci anni sarà più ricco di oggi.

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Monitorare l’impatto sociale della crisi: percezione dell’opinione pubblica nell’Unione europea” – Rapporto Flash dellEurobarometro 338 (ricerca sul campo dicembre 2011, pubblicazione aprile 2012)

Proporzioni relativamente elevate di persone affermano che la povertà è aumentata, nel loro paese, in Grecia (97%), Francia (93%), Portogallo (93%) e Spagna (92%).
Il 32% degli intervistati ritiene che 1 su 3 dei loro concittadini può essere descritto come povero, mentre il 64% pensa che almeno 1 persona su 5 è povera.
Quasi un quinto (18%) degli intervistati dice che ad un certo punto il suo nucleo familiare ha finito i soldi per pagare beni e servizi essenziali nel corso degli ultimi 12 mesi.
Più di un terzo delle persone in Grecia (45%), Lettonia (42%), Lituania (37%), Bulgaria (36%), Romania (36%) e Ungheria (34%) dice che la sua famiglia è al verde. Per la prima volta la Grecia guida questa classifica [grazie Papademos! NdT]
Il 63% degli intervistati in Europa dice che corre il rischio di non riuscire a far fronte ad un spese impreviste di € 1.000 per il prossimo anno, il 45% dice di non potersi permettere di pagare le bollette ordinarie o acquistare cibo; 43% dice di non essere in grado di pagare l’affitto o un mutuo, e il 31% pensa che ci sia il rischio che non riesca a saldare i suoi debiti.
Guardando ai prossimi 12 mesi, più di uno su 10 (14%) dei cittadini dell’UE ritiene che la situazione finanziaria della sua famiglia migliorerà, mentre poco meno della metà (47%) si aspetta che tutto rimanga come prima. Più di un terzo (36%) si aspetta un peggioramento, rispetto al 26% dell’ottobre 2010.
Il 6% degli intervistati teme di poter essere costretto a lasciare la casa entro i prossimi 12 mesi, non potendo permettersele. Questa percentuale sale al 26% in Grecia, al 16% nel Lussemburgo (!!!) ed al 15% a Cipro.
Quasi un quinto (18%) degli intervistati non è sicuro di potersi tenere il lavoro nei prossimi 12 mesi.
Mentre il 46% delle persone crede di poterne trovare un altro, il 48% crede che avrà difficoltà a trovare un altro impiego.

Quasi un terzo (32%) dei cittadini dell’Unione europea dice che è diventato più difficile coprire i costi dell’assistenza sanitaria in generale; il 38% fa fatica a coprire i costi per i propri figli.

La maggioranza (57%) degli intervistati europei teme che non avrà un reddito sufficiente per vivere la propria vecchiaia dignitosamente (53% a ottobre 2010). In Germania il dato è del 58% (persino lì!!! NdT).

1 cittadino su 6 nel corso degli ultimi 12 mesi ha dovuto scegliere tra pagare le bollette o comprare generi di prima necessità.

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