Siamo tutti rossobruni! Nazioni Unite, Unione Europea, Brasile e India…tutti alleati di Assad?

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La Crisi di Suez è un conflitto che nel 1956 vide l’Egitto opporsi all’occupazione militare del Canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito ed Israele. La crisi si concluse quando l’URSS minacciò di intervenire al fianco dell’Egitto e gli Stati Uniti, temendo l’allargamento del conflitto, costrinsero inglesi, francesi ed israeliani al ritiro. Per la prima volta USA e URSS si accordarono per garantire la pace.

http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_di_Suez

La maggior parte dei combattenti ribelli siriani non vuole la democrazia e la guerra civile sta producendo sempre maggiori atrocità ed una crescente radicalizzazione

Inchiesta delle Nazioni Unite

Testimonianze raccolte dal nostro team di monitoraggio indicano che gruppi armati ribelli hanno usato i civili come scudi umani, che i rapimenti sono in aumento, che alcuni gruppi di opposizione hanno costretto giovani donne e ragazze minorenni a sposare dei combattenti. Continuiamo a ricevere segnalazioni di gruppi anti-governativi che commettono crimini raccapriccianti come la tortura ed esecuzioni sommarie

Navi Pillay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani

http://www.guardian.co.uk/world/2013/may/27/eu-arms-embargo-syrian-opposition

Il segretario generale delle Nazioni Unite si è sempre opposto a riversare altre armi in una situazione di guerra. Fornire più armi all’opposizione significa assicurare più armi al governo. Questo non risolverà il problema.

Lakhdar Brahimi, mediatore di Onu e Lega Araba per la crisi siriana 

http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/mar/29/un-envoy-says-arming-rebels-not-the-answer-live

Togliere l’embargo sulle armi dell’UE per gli insorti siriani potrebbe avere conseguenze devastanti. Non ci sono rimedi facili per lo spargimento di sangue in Siria, ma l’invio di altre armi e munizioni chiaramente non è uno di quelli. Gli sforzi internazionali devono essere concentrati sul blocco integrale delle forniture di armamenti e per una soluzione politica alla crisi. Ci sono seri rischi che le armi potrebbero essere usate per commettere violazioni dei diritti umani…le probabili conseguenze umanitarie sono molto reali stiamo già vedendo il catastrofico impatto umanitario di questa crisi sui civili. Il trasferimento di altre armi alla Siria può solo esacerbare uno scenario già infernale per i civili. Se il Regno Unito e la Francia intendono essere all’altezza dei propri impegni internazionali, compresi quelli che figurano nel nuovo trattato sul commercio delle armi, devono semplicemente non inviare armi in Siria
Anna Macdonald, Oxfam
http://www.oxfam.org.uk/blogs/2013/05/eu-foreign-ministers-must-bite-the-bullet-and-extend-the-arms-embargo-on-syria-says-oxfam

Stando alle testimonianze raccolte i ribelli hanno usato armi chimiche, facendo ricorso al gas sarin
Carla Del Ponte, ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia dal 1999 al 2007 e membro della commissione d’inchiesta Onu per le violazioni dei diritti umani in Siria
http://www.unimondo.org/Notizie/Siria-Carla-Del-Ponte-sotto-attacco-140636

Steve Bell 28.5.2013

Chiunque tifi contro gli insorti siriani perché non vuole vedere quel paese ridotto come la Libia, la Somalia, l’Afghanistan, l’Iraq, il Mali, ecc. viene accusato di rossobrunismo. Se le agenzie umanitarie dell’ONU, l’Oxfam, Svezia, Olanda e Brasile sono rossobruni, allora essere rossobruno è un vanto. Al contrario è più che probabile che i supporter di Francia, Regno Unito, Israele, Qatar, Turchia e Arabia Saudita stiano dalla parte sbagliata: C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra (Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”)

“Gli eventi siriani successivi al marzo 2011 hanno cagionato notevoli esigenze umanitarie che si sono ormai diffuse in molte aree del paese, e si sono ulteriormente accresciute dopo la stesura del piano di assistenza umanitaria (ARPA) nel settembre 2012. Il governo della Siria, in collaborazione con le agenzie delle Nazioni Unite, sta lanciando un nuovo ARPA per il periodo che va dal 1 ° gennaio 2013 alla fine di giugno 2013. Questo piano servirà circa quattro milioni di persone, secondo le stime delle Nazioni Unite, che sono state direttamente o indirettamente colpite dagli eventi attuali, compresa la siccità, tra le quali quei due milioni che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni…L’assistenza umanitaria è, e continuerà ad essere, fornita nel pieno rispetto della sovranità della Repubblica Araba di Siria. Questo piano ha lo scopo di sostenere l’azione di assistenza umanitaria del governo siriano alle popolazioni colpite. Esso copre il periodo dal 1° gennaio 2013 fino alla fine di giugno 2013. L’importo finanziario erogato ammonta a 519.627.047$“.
http://www.unocha.org/cap/appeals/humanitarian-assistance-response-plan-syria-1-january-30-june-2013

Gran Bretagna e Francia hanno chiesto una revoca dell’embargo sulle armi, al fine di fornire armi a quella che identificano come l’opposizione “moderata” al regime di Bashar al-Assad, incontrando l’opposizione di 23 Stati membri dell’Unione Europea (Italia e Germania si sono astenute).
http://www.guardian.co.uk/world/2013/may/27/syria-eu-weapons-embargo-deadlock

PROPAGANDA: i media franco-inglesi (BBC, France 24) stanno spacciando il MANCATO ACCORDO sul prolungamento dell’embargo che scadeva a fine mese, causato dall’intransigenza di Francia e UK, come una decisione collegiale europea di togliere l’embargo. E’ finita 23 a 2 (con 2 astenuti). La Bonino era cautamente e selettivamente pro-fornitura armi: siamo timidamente dalla parte del MALE. [aggiornamento: il giorno dopo ha criticato i franco-inglesi]

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Persino Israele teme che le armi vadano a finire nelle mani sbagliate e siano poi usate contro gli israeliani e Obama resta contrario ad armare direttamente i ribelli
http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/may/28/eu-lifts-arms-embargo-on-syrian-rebels-live-updates#start-of-comments

Si può dare torto agli Israeliani? Jugoslavia, Afghanistan e Libia sono prove storiche documentate che le armi finiscono sempre in mano a cricche mafiose ed estremiste che le usano contro la popolazione e per ricattare l’Occidente. Li combattiamo in Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia, Yemen, Mali (+Algeria) e ora anche in Niger: ma li armiamo in Siria!!!

Dopo il voto i Russi hanno reagito annunciando che doteranno l’esercito siriano delle migliori armi difensive, precisando che non potranno essere usate contro i ribelli, che non possiedono navi ed aerei, ma serviranno invece per impedire a qualche “testa calda” (!) di farsi venire strane idee (es. Israele?)
http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/may/28/eu-lifts-arms-embargo-on-syrian-rebels-live-updates#start-of-comments

“Il regime ha utilizzato armi chimiche in numerose città. Siamo alla vigilia di un disastro” insiste il portavoce dei ribelli.

Evidentemente Svezia, Olanda, Austria, Finlandia e Repubblica Ceca, per citare solo i più tenaci oppositori sono governate da “irresponsabili” (responsabilissimi!) che non prendono per buone le accuse dei ribelli.

Quando diventeremo meno vassalli e più simili ai paesi nordici, almeno in questo?
O anche ai paesi emergenti – ci si può anche accontentare: Brasile, Sudafrica, Argentina, Uruguay, Nigeria, Nepal, India e Indonesia – 59 nazioni in tutto (incluso il Mali!) – si sono astenute dal votare una risoluzione di condanna al regime siriano, con un voto che si è concluso 107-12 a favore della risoluzione (cioè 107 – 71).
http://www.newsit24.com/notizie/siria-assemblea-onu-approva-risoluzione-di-condanna-governo

Parliamo un po’ di droghe, legalizzazione e psichedelia (ma sì, dai!)

 

In un certo senso, siamo nello stesso dilemma etico e morale in cui si trovarono i fisici nei giorni precedenti al Progetto Manhattan. Quelli di noi che lavorano in questo campo vedono il potenziale di sviluppo per un controllo quasi totale delle emozioni umane.

Dr. Wayne Evans, U.S. Army Institute of Environmental Medicine, 1978

Il senno è in svendita per eccesso di offerta e nessuno lo compra. Tutti lo danno via convinti che non abbia valore o sia addirittura un disvalore.

Viviamo in un mondo in cui il termine “classe” è diventato sinonimo di “casta”, chi chiede giustizia sociale è “anti-europeista”, chi chiede pace è “antisemita” e chi chiede il rispetto dei diritti umani è “anti-americano”.

È ovvio che se una persona è appena appena in grado di intendere e volere la dissonanza cognitiva lo costringe a svendere il senno, o rifugiarsi nella droga,  oppure rassegnarsi a vivere come un paria.

Parliamo allora di chi trova conforto nella droga.

“La foglia di marijuana è il nuovo simbolo della pace”. Lady Gaga lancia così l’ultima provocazione durante il suo concerto ad Amsterdam. I suoi fan le lanciano sul palco uno spinello e la cantante lo accende, lo fuma e poi lo rilancia al pubblico. Non soddisfatta, la popstar ha dichiarato che la marijuana ha cambiato la sua vita facendole ridurre l’assunzione di alcol e che, combintata alla sua musica, è stata un’esperienza assolutamente spirituale. Scherzando, Lady Germanotta ha dichiarato che tenterà di parlare con il presidente Barack Obama per convincerlo a far diventare la cannabis legale in tutto il mondo”.

http://tv.liberoquotidiano.it/video/108028/Lady_Gaga_fuma_uno_spinello_sul_palco.html#.UFrbXK5vHGg

L’ultimo trend è chiedere la legalizzazione delle droghe leggere. Lo fanno un  po’ tutti: Saviano (personaggio di fama e stima immeritatissima), Veronesi (non particolarmente stimato dai suoi colleghi oncologi ed una ragione ci sarà), Lady Gaga, Vasco Rossi, Beppe Grillo, i quotidiani simbolo della crema dell’establishment: Economist e Washington Post, nonché Gianfranco Micciché (!!!) e Milton Friedman, il guru dei neoliberisti (degli interessi forti)

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/25/il-criptofascismo-dei-liberalizzatori-e-dei-privatizzatori/

e teorico del capitalismo del disastro

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/shock-economy-il-capitalismo-del.html

Il che mi dà da pensare e dovrebbe far pensare un po’ tutti, anche perché ci sono innumerevoli studi medici che dimostrano che la marijuana ti fotte il cervello

http://www.populartechnology.net/2014/04/150-scientific-studies-showing-dangers.html

Mi dà da pensare anche l’opinione del professore di Economia della Sorbona Pierre Kopp: “Lo Stato deve supervisionare produzione e distribuzione”. Per il docente, il guadagno è assicurato: un miliardo di euro di tasse e 300 milioni ora spesi per le incriminazioni per chi si trova in possesso di cannabis

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/francia-la-legalizzazione-delle-drogheleggere-farebbe-bene-alleconomia/150030/

Penso infatti alla visione distopica di uno che era un insider in certi ambienti britannici, Aldous Huxley (Il Mondo Nuovo – Brave New World):

“Al tradizionale processo di educazione viene sostituito uno di condizionamento psico-fisico, che inizia sin dal concepimento…Il condizionamento viene considerato una pratica normale in questa società, tanto che gli individui usano il termine “condizionato” al posto di “educato”. Ognuno viene indottrinato ad amare la propria collocazione sociale, il colore della propria uniforme, la vita cui sarà destinato per la casta cui appartiene. Come “rimedio” per ogni eventuale infelicità, agli individui viene fornito un medicinale chiamato soma, in realtà una droga euforizzante e antidepressiva[2], garantendo così un ulteriore controllo della popolazione”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_mondo_nuovo

“La rivoluzione definitiva, l’ultima rivoluzione, quella in cui l’uomo può agire in modo diretto sulla mente e sul corpo dei suoi simili”

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/11/la-rivoluzione-finale-di-aldous-huxley-ovvero-rivoluzione-non-e-sinonimo-di-emancipazione/

Paolo Borsellino [“Droga libera o uomini liberi?, in Idem, Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile, Rcs, Milano 2011, p. 96] smentiva la tesi di Saviano che la liberalizzazione delle droghe leggere avrebbe inferto un duro colpo alla mafia. La considerava «semplicistica e peregrina», figlia di «fantasie sprovvedute».

La CIA ha, come sempre, le mani in pasta:

http://it.wikipedia.org/wiki/CIA_e_traffico_di_droga

“Alfred McCoy, The Politics of Heroin (pubblicato originariamente nel 1972 come The Politics of Heroin in Souiheast Asia, e ripubblicato in un formato grandemente rivisto ed ampliato nel 1991); The Great Heroin Coup: Drugs, lntelligence & International Fascism, del giornalista danese Henrik Kruger (1980); The Big While Lie: The CIA and The Cocaine/Crack Epidemic, dell’ex agente di vertice alla DEA Michael Levine (1993); Cocaine Politics: Drugs, Armies and the CIA in Central America, di Peter Dale Scott e Jonathan Marshall (1991); The Crimes of Patriots: A True Tale of Dope, Dirty Money and the CIA dell’ex reporter del Wall Street Journal Jonathan Kwitny (l987); In Banks We Trust, dell’ultimo Penny Lernoux (1984); Storming Heaven: LSD and the American Dream, di Jay Stevens (1987; il capitolo intitolato “Noises Offstage” riguardante gli esperimenti MK-ULTRA della CIA, che utilizzava LSD su cittadini americani inconsapevoli negli anni ’50 e ’60); e Acid Dreams: The CIA, LSD and the Sixties Rebellion, di Martin Lee e Bruce Shlain (1985). Malgrado le evidenze schiaccianti del coinvolgimento diretto di agenti dello Stato nello spaccio di eroina e cocaina, la posizione ufficiale dell’apparato è che sta diligentemente perseguendo una strategia di “tolleranza zero”, volta ad eliminare il “flagello delle droghe illegali” dalla nostra società. Come recita il cliché, la prima vittima in questa guerra è stata la verità”.

http://www.gotanotherway.com/IANNC/109/Controllare_sballati,_spacciatori_e_una_Nazione_di_eroinomani

Nota Bene: “Storming Heaven: LSD and the American Dream” di Jay Stevens è un capolavoro assoluto. Una di quelle inchieste metodiche, dettagliate ed argomentate che si fanno sempre più raramente

http://books.google.ca/books?id=WWmAE3kiNzsC&printsec=frontcover&source=gbs_book_other_versions_r&cad=5#v=onepage&q&f=false

L’Olanda, pioniera nel campo, sta facendo marcia indietro:

http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/413254/

http://www.ilgiornale.it/news/l-olanda-pensiona-mito-canna-marijuana-droghe-pesanti.html

http://www.ilpost.it/2012/04/28/i-coffee-shop-saranno-vietati-agli-stranieri/

Le argomentazioni conservatrici contrarie alla legalizzazione:

http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/laici/11409-droghe-leggere-o-dignita-umana-la-droga-di-stato-e-una-forma-di-resa-e-promuove-la-schiavitu-del-tossicodipendente

Io non propongo un argomento pro o contro la legalizzazione delle droghe leggere, ma un argomento antropologico contro l’uso delle droghe per spalancare le porte della coscienza e della percezione: un motivo che incontriamo su un settimanale ultra-establishment come Time:

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=3382

Lo sciamanesimo è diventato il cavallo di battaglia di molti militanti New Age ma la sua venerazione acritica è altamente discutibile. Ad ogni buon conto, stando a quanto mi consta, la stragrande maggioranza di società “indigene” non fa uso di psichedelici ed anche quelle con una tradizione sciamanica di norma non vi fa ricorso, preferendo sollecitazioni visive ed acustiche per indurre una trance.

Le due tradizioni spiritualmente più avanzate – se ci si attiene ai parametri New Age –, ossia quella aborigena australiana e quella tibetana, non hanno sentito il bisogno di usare allucinogeni.

Ne facevano invece abbondantissimo uso gli Aztechi, con la loro industria del sacrificio umano, l’imperialismo e la loro assoluta devozione a dèi spietati, schiavisti e mortiferi che avrebbero fatto la felicità dei superuomini ariani che popolavano i sogni e le visioni di Hitler.

http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/la-sindrome-del-feto-egoista-come.html

Il noto(rio) Carlos Castaneda, oltre ad essere un falsificatore professionista, si era anche costruito un culto personale ed un harem in cui proibiva l’uso di certe parole e di certi gesti legati alla sfera affettiva, il che non è propriamente in linea con il comportamento di una persona spiritualmente avanzata, che dovrebbe amare la verità, non la mistificazione, e l’emancipazione consapevole del prossimo, non il suo asservimento:

http://www.salon.com/2007/04/12/castaneda/

Se proprio uno volesse procedere lungo questa strada, alla ricerca di un’interconnessione con l’universo che non sa trovare in altro modo, ed a suo rischio e pericolo (si veda com’è finito David Icke), sarebbe auspicabile che abbandonasse fin dal principio l’approccio amatoriale e seguisse invece le istruzioni di Aldous Huxley, Alan Watts, Stanislav Grof e di tutti quegli studiosi autodisciplinati, non dediti all’eccesso (avrete forse incontrato persone che hanno abusato di sostanze psichedeliche ed è uno spettacolo miserevole – conoscevo una coppia che faceva la stagione in riviera e poi coi soldi guadagnati passava il resto dell’anno a fare il giro del mondo per provare ogni possibile sostanza psicotropa), che non hanno ripudiato l’uso dell’intelletto per obbedire alle intimazione della voce del sangue e di quella del “dio del peyote”.

Grinspoon e Bakalar, “Psychedelic Drugs Reconsidered”

Brian Wells, “Psychedelic Drugs”

Stafford e Golightly, “LSD The Problem-Solving Psychedelic”

Aaronson e Osmond, “Psychedelics: The Uses and Implications of Hallucinogenic Drugs”

David Solomon (a cura di), “LSD The Consciousness-Expanding Drug”

Pahnke, W., 1971. Psychedelic Mystical Experience in the Human Encounter with Death

www.maps.org/psychedelicreview/n11/n11004pah.pdf

Pahnke e Richards, 1966. Implications of LSD and experimental mysticism

www.psychedelic-library.org/pahnke4.htm

Griffiths, R. et al. 2006. Psilocybin can occasion mystical-type experiences having substantial, sustained personal meaning and spiritual significance

http://csp.org/psilocybin/Hopkins-CSP-Psilocybin2006.pdf

Griffiths, R., et al. 2008. Mystical-type experiences occasioned by psilocybin mediate the attribution of personal meaning and spiritual significance 14 months later

www.steffenlepa.de/oyster/psilostudie.pdf

Un cattivo esempio è invece quello di un Castaneda o di un Terence McKenna, che non sono migliori di un volgare Pifferaio di Hamelin e che hanno fatto dell’attacco alla ragione ed al metodo scientifico la loro ragione di vita e di un ritorno ad una fantomatica Età dell’Oro (quella di Oetzi?) l’utopia da ammannire ai propri seguaci per blandirli meglio ed aiutarli a fuggire dalla realtà, depotenziando così drammaticamente il potenziale di cambiamento e riformismo che c’è nei giovani. A quel punto, mille volte meglio William Blake, che almeno teneva un piede ben saldo nella realtà quotidiana e denunciava le iniquità del suo tempo. Chi fugge dalla realtà non è particolarmente incentivato ad aiutare a cambiarla in modo intelligente e ragionevole. È, di conseguenza, un perfetto conservatore.

Gli sciamani migliori, quelli più savi, erano sempre al servizio della comunità, per rendere felici, sane, integrate e prospere le altre persone. Non erano mai convinti di aver raggiunto una comprensione definitiva della realtà, anzi, e sapevano che, durante i viaggi, nell’altra dimensione, si fanno incontri anche pessimi, perché c’è un po’ di tutto, come in questa dimensione. Non erano materialisti “spirituali” e narcisisti in cerca di piacere, autostima e status. Non erano spietati e sprezzanti con chi non condivide il culto ed il gergo. Soprattutto, non cercavano potere sugli altri, ma sapienza (ossia conoscenza introspettiva e potere su di sé).

Trauttmansdorff o Rosengarten? A proposito di apartheid

Estratto da

Stefano Fait e Mauro Fattor, “Contro i miti etnici: alla ricerca di un Alto Adige diverso“, Raetia, 2010, 224 pagine.

Un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori

Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka

Chi parla di apartheid a proposito della situazione altoatesina non viene quasi mai preso sul serio e, quando ciò avviene, è spesso solo per esprimere la propria indignazione nei confronti di chi stabilisce un parallelo così infelicemente indelicato nei confronti di chi ha sofferto realmente a causa del regime segregazionista sudafricano. In pratica si accusa il provocatore di avere poche idee e pure confuse a proposito di entrambe le realtà. In passato io stesso ho usato il termine apartheid per definire la segmentazione etnica altoatesina e, pur essendo perfettamente consapevole della necessità di avanzare numerosi e doverosi distinguo, ritengo che chi afferma di non dovere neppure prendere in considerazione il confronto non sia pienamente al corrente delle sostanziali affinità tra le radici del pensiero razziale sudafricano e quelle del patriottismo etnicista sudtirolese. È bene dunque dedicare un capitolo a questa disputa perché altrimenti si continuerà pervicacemente a credere che, in tempi ragionevoli, in Alto Adige si potrà un giorno giungere alla separazione finale tra autonomismo e segmentazione etnica, preludio di una scelta di autodeterminazione politica più matura e persino condivisibile. Queste, secondo me, sono vane illusioni giacché, localmente, autonomia ed etnicismo (ossia razzismo) esistono e si sostengono vicendevolmente in una relazione simbiotica. Solo la libera e determinata scelta di migliaia di residenti di varcare il confine etnico, cioè di “contaminare” deliberatamente la propria appartenenza originaria ed abbracciare una pluriappartenenza potrà cambiare le cose. Quanti sono stati disposti a farlo finora? Solo alcune migliaia di persone in poco meno di ottant’anni di convivenza forzata. Inoltre si può prevedere che il continuo afflusso di immigrati causerà un ulteriore irrigidimento dei confini etnici – come dimostrano i successi delle destre etnopopuliste nell’area alpina di lingua tedesca. Ci vorrà del tempo, come ci è voluto molto tempo per abbattere il regime segregazionista, ma l’etnocrazia altoatesina è destinata ad essere spazzata via dalla Storia. La questione è come far sì che ciò avvenga senza spargimenti di sangue.

Possiamo iniziare prendendo in esame la questione demografica. Israele, la popolazione bianca sudafricana, i Figiani, gli abitanti del Québec, i Sudtirolesi e tanti altri popoli dove il criterio dell’ethnos non è ancora stato sostituito da quello del demos, sono accomunati dalla paura di essere numericamente schiacciati da una maggioranza etnicamente diversa, che metterebbe a repentaglio la stabilità del modello socio-amministrativo etnocratico che hanno messo in piedi per tutelare i propri interessi collettivi. Solo in Sudafrica e negli stati confederati statunitensi questa paura si è tradotta in specifiche misure di vera e propria segregazione etnica, ma il potenziale per una deriva analoga sono presenti in tutte queste realtà e, paradossalmente, proprio in virtù del richiamo ai diritti inviolabili dei popoli, tra i quali quello all’integrità e l’autenticità, estensione del discorso dei diritti naturali. Questo tipo di interpretazione comunitarista dei diritti naturali in pratica giustifica una serie di interferenze o violazioni della sfera privata nella misura in cui questo possa portare dei benefici ai gruppi in questione. Tuttavia se ogni diritto comporta un dovere, come si può assegnare alcun tipo di responsabilità ad un gruppo per la condotta dei suoi membri? Nessun sistema penale avanzato lo potrebbe prendere nella pur minima considerazione. Giungiamo così al pericoloso paradosso che le persone hanno maggiori diritti se sono etnicamente definite senza che ciò comporti maggiori responsabilità verso l’esterno, ma piuttosto un esubero di doveri collettivi (verso il gruppo stesso), a discapito della creatività, del diritto al dissenso e, nel complesso, del progresso civile e morale. Questo è un paradosso intrinseco al rapporto tra democrazia e diritti umani. Infatti la democrazia non è di per sé favorevole alla tutela e promozione dei diritti umani in ogni circostanza. Al contrario, la Storia insegna che “il popolo”, usando discrezionalmente i poteri dello Stato, non ha perso molte occasioni per imporre la sua volontà a chi non ne faceva parte, etichettato come inferiore o nocivo. Dunque, come raccomanda Jack Donnelly, uno dei massimi studiosi mondiali di diritti umani e relazioni internazionali, “gli attivisti per i diritti umani devono essere almeno tanto diffidenti del popolo quanto lo sono degli Stati e nel contempo devono servirsi dello Stato per proteggersi dalle passioni popolari e dai pregiudizi” (Donnelly, 1999: p. 403). L’unico modo per riuscirvi è trasformare lo Stato “da uno strumento nelle mani di un gruppo dominante – e non solo quando si tratta di una piccola aristocrazia ereditaria, un potente gruppo di capitalisti plutocrati, l’esercito, o un partito totalitario, ma anche quando è la maggioranza di una società ad essere politicamente dominante – ad un guardiano dei diritti umani di ogni cittadino” (ibid. p. 404).

Cerchiamo di capire meglio come questo paradosso fondamentale prese forma nel Sudafrica del secondo dopoguerra, dove per popolo s’intendeva la minoranza bianca. Il Partito Nazionale (che rappresentava i nazionalisti Afrikaner) salì al potere nel 1948 e s’incaricò di istituire il cosiddetto “apartheid”. L’idea di questo modello di struttura organizzativa era nata negli anni Trenta, quando i leader afrikaner proclamarono che la visione del mondo del loro popolo non si poteva conciliare con i principi del liberalismo occidentale e con il suo laicismo e si riconobbero sempre più in certi valori comunitaristi promossi dal fascismo e poi dal nazismo[1]. Il futuro dell’Afrikanerdom doveva essere all’insegna della purezza etnico-razziale, dell’autenticità della tradizione e della lingua, della difesa dei valori cristiani e, più in generale, della strenua difesa di società e cultura contro la loro progressiva americanizzazione. Insomma l’apartheid non va ridotto solo ad una mera questione razziale, vi era anche il netto rifiuto del modello economico e sociale anglo-americano e della lingua inglese che stava diventando egemone e contaminava l’afrikaans. Il principio cardine dell’apartheid, come suggerisce il suo nome – un neologismo che significa “separatezza” – era una nozione dogmatica di divisione e distanziamento culturale e sociale che trovava la sua fonte di legittimazione nell’ideologia nazionalista e nel neo-Calvinismo del teologo e politico olandese Abraham Kuyper (1837-1920). Specialmente nella “teoria delle sfere di sovranità” (souvereiniteit in eigen kring in olandese, soewereiniteit in eie kring in afrikaans), secondo cui potere ed autorità sono stati assegnati ai popoli da Dio per tramite del Cristo, in modo tale da essere distribuiti equamente tra le varie sfere, o istituzioni, dell’esistenza umana, ognuna di pari dignità rispetto alle altre, sovrana su se stessa ed indipendente dalle altre (Norval, 1996). Da qui nasce il principio dell’uguaglianza – formale, non certo sostanziale –, tra la cultura bianca, quella nera e quella delle altre minoranze, che andavano separate per preservarne i tratti caratteristici e permetterne un’evoluzione “libera” e distinta, nei tempi e nei modi più idonei a ciascuna sfera o dominio (eiesoortigheid, “propriezza”). Il contenuto delle sfere non doveva essere diluito o contaminato, ma rispettato e valorizzato, perchè l’elezione divina coincideva con quella culturale (Templin, 1984; Thompson, 1985). Anche in Sud Africa, come in Israele e in Alto Adige, ritroviamo quindi il motivo dell’Alleanza con Dio che garantisce al Popolo Eletto il diritto di insediamento su una Terra Promessa (Sion) e lo protegge dai suoi nemici interni ed esterni. Ritroviamo la dottrina della separazione tra uguali, dove alcuni gruppi sono più uguali degli altri e a ciascuno è assegnato un destino esclusivo (Johnson, 1983). Inoltre vanno segnalate la creazione di un sistema scolastico separato, l’uso obbligatorio della madrelingua nelle scuole e la rimozione degli scolari Afrikaners dalle scuole inglesi (Louw, 2004). È piuttosto ironico, ma anche emblematico di un certo modo di pensare i rapporti tra gruppi umani, che l’apartheid fosse stato concepito dai suoi promotori come l’espressione di una politica umanitaria, che ripudiava la società castale precedente. Una separazione verticale era infatti preferibile ad una separazione orizzontale. Il sistema castale generava amarezza, frustrazione, risentimento ed avrebbe finito per causare scontri interrazziali. Invece in questo modo i neri si vedevano riconosciuto il diritto di sviluppare la propria specifica identità politico-culturale, evitando così l’approccio assimilatorio, considerato troppo paternalistico (Louw, 2005). Per questo non mancavano ipocrite affermazioni di solidarietà interrazziali con i Bantù, le cui sofferenze sotto il giogo coloniale erano poste sullo stesso piano delle inquietudini prodotte dalle pressioni globalizzanti in seno alla società bianca sudafricana. Così teorici dell’apartheid quali Diederichs, Cronje e Du Plessis denunciavano il capitalismo sfrenato ed il cosmopolitismo liberale che avrebbero portato all’estinzione la ricca diversità etnica sudafricana sostituendola con una scialba uniformità culturale (Louw, op. cit.). J.B.M Hertzog, generale e poi primo ministro dell’Unione del Sudafrica, dichiarò che “il dovere del nativo non è quello di diventare un europeo nero, ma di diventare un nativo migliore, con ideali e con una cultura che siano i suoi” (Dubow, 1989). In realtà, naturalmente, il vero motivo non era quello di rispettare gli usi e costumi altrui, ma quello di evitare un’impura mescolanza etno-razziale (mengelmoes) e conservare il potere politico e l’egemonia socio-culturale.Altrimenti non si capisce perchè questo intervento radicale di ingegneria sociale avrebbe dovuto separare i gruppi etnici anche negli hotel, nei ristoranti, negli ospedali, sulle spiagge, nelle associazioni sportive e culturali, nei treni, ecc. e proibire i matrimoni interrazziali (inclusi quelli con le minoranze indiane e cinesi). Dietro la retorica dell’incompatibilità culturale e della deleteria ibridazione si celava il consueto tentativo di puntellare ideologicamente un sistema di potere delegittimato. L’imperativo della protezione della propria identità rendeva necessaria l’adozione di misure per rafforzare la coscienza etnica. Tra queste c’erano un sistema corporativo di stampo populista (Volkskapitalisme) e la celebrazione rituale del Great Trek dei Voortrekker boeri con la rievocazione storica in costume della migrazione dei pionieri e l’esaltazione degli eroi del passato. I paralleli con la realtà sudtirolese sono numerosi: l’esaltazione delle virtù contadine, la lotta contro la modernità globalizzante, la ricerca dell’autarchia, lo spirito indipendentista, un’intensa religiosità, la guerriglia per bande contro gli invasori guidati da generali “barboni”, l’etnopopulismo ed il patriottismo localista.

Quel che è interessante rilevare è che mentre in Sudafrica questo modello di monoculturalismo plurale portò all’apartheid, in Olanda lo stesso principio organizzativo, ma spogliato di qualunque componente razziale, si manifestò nella forma del verzuiling, o “pluralismo verticale”. Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta la società olandese, per consentire alla popolazione di continuare a vivere nelle proprie comunità chiuse a dispetto dell’avanzare della globalizzazione, fu spezzettata in quattro diversi blocchi verticali, o pilastri (zuilen), ciascuno con la propria ideologia di riferimento (socialismo, calvinismo, cattolicesimo, liberalismo, ecc.) e collegati solo dall’intreccio delle rispettive elite e dalla volontà di raggiungere una serie di compromessi per il bene della nazione. In questo modo ogni cittadino poteva vivere in un mondo familiare, ordinario, omogeneo, fatto di banche, mezzi d’informazione, sindacati, partiti, scuole, ospedali, biblioteche, università, associazioni sportive e culturali, bar e chiese ideologicamente corretti e congrui (Wintle 1987). Il motto era “vivere separati ma assieme”, su base egalitaria. Di conseguenza i membri di un pilastro (zuil) non avevano necessità di incontrare i membri degli altri pilastri. Questa auto-segregazione, ufficialmente giustificata dal bisogno di trovare un accordo di massima tra persone di mentalità diversa, servì ad accrescere le distanze sociali tra gruppi di cittadini proprio quando le specificità culturali s’indebolivano a causa della loro prossimità fisica. Nella piena certezza della giustezza delle proprie idee e della erroneità di quelle altrui, si preferì evitare un confronto diretto piuttosto che vedere nel disaccordo e nel contrasto risorse da mettere a frutto per il progresso del paese (Wintle, 2000). Solo la spinta libertaria della fine degli anni Sessanta, che in Olanda non si è ancora fermata, riuscì ad abbattere questo sistema coercitivo, che trova paralleli in società notoriamente instabili ed autoritarie come il Libano, la Malesia, Mauritius, le Figi, l’Irlanda del Nord e Cipro. Ma la nozione stessa di una segmentazione sociale non è morta nei Paesi Bassi. Ancora oggi le etnie minoritarie immigrate sono state inquadrate in un modello multiculturalista molto simile a quello del verzuiling, come se questo fosse l’unico modo di evitare seri conflitti sociali. In realtà anche in passato la segregazione ha funzionato, almeno in parte, solo per una serie di circostanze eccezionali: (a) l’assenza del feudalesimo e quindi il precoce emergere di una società aperta ed egalitaria ostile ad comunità gerarchizzate; (b) un costante, secolare flusso di immigrati; (c) comunità di fedeli di dimensioni comparabili; (d) la tradizionale cooperazione tra le elite; (e) l’emigrazione di un’ampia sezione della popolazione più fondamentalista verso il Michigan ed il Sudafrica; (f) un’economia tradizionalmente fondata su di un intenso commercio marittimo (Pettigrew & Meertens 2003). In seguito i processi di laicizzazione, individuazione e mondializzazione hanno eroso il consenso attorno a questo modello sociale e oggi è finalmente possibile affermare che la celebre tolleranza olandese è stata raggiunta non grazie a, ma nonostante il verzuiling (Pettigrew & Meertens, op. cit.).

Se riesaminiamo quanto detto possiamo notare che in queste società l’interculturalità non era intesa come un valore e che l’enfasi sull’unità nella diversità genera un collage di comunità autoperpetuantesi e per quanto possibile indifferenti le une rispetto alle altre, invece che una società nel senso proprio del termine – un insieme organizzato di individui associati. Notiamo anche che sebbene questo approccio sia in grado di limitare temporaneamente il ricorso alla violenza da parte dei cittadini e dello stato, le tensioni rimangono, e non sono sempre latenti. Se a ciò aggiungiamo il carattere coercitivo nei confronti delle libere scelte individuali, siamo costretti a concludere che questo modello dovrebbe avere un’applicazione limitata nel tempo e nella portata. L’alternativa ad un Giardino di Rose (Stato Razziale) o ad uno zoo di gabbie separate (etnocrazia) è un parco botanico come quello di Castel Trauttmansdorff (democrazia liberale) che riunisce la flora locale e quella di tutto il mondo, realizzando un’integrazione di ibridazioni, non discriminatoria e non intimorita dalle eventuali contaminazioni. Questa è la direzione intrapresa, non senza tentennamenti e difficoltà, dalla Repubblica di Mauritius, ma anche dalla maggior parte dei paesi del Nord Europa e Nord America. Vi si parlano diverse lingue ed è nata una lingua franca creola, si celebrano capodanni e feste religiose assieme, si convive, invece di esistere separatamente. E tutto questo in un paese dove il discorso ufficiale, nella politica come nell’educazione, è stato per lungo tempo primordialista, l’ibridità era vista come una piaga sociale e ci sono casi di politici che, come Langer, hanno rifiutato pubblicamente l’obbligo di identificarsi con un gruppo etnico specifico. La società civile mauriziana ha, in buona parte, ignorato le pretese di politici ed imprenditori etnici (ossia chi ha interesse a sottolineare differenze e separazioni) per amor del quieto vivere. Almeno in questo, e forse non solo in questo, Mauritius è più progredita e civile dell’Alto Adige, a dispetto dell’enorme divario nelle risorse, infrastrutture, alfabetizzazione e sostegno internazionale. Immagino sia questo il cammino da percorrere, quello che conduce ad un luogo dell’anima dove la storia e la cultura del mio prossimo sono anche parte della mia identità, eterogenea, sovrabbondante, plurale di chi non è più uno, non è più una monade, ma più di uno; è eccedente, è poroso, espansivo, comprensivo, senza nel contempo perdere di vista il suo giroscopio interiore, la sua bussola morale, ossia senza abiurare la sua individualità. Dove la mia gente è la gente che considero tale, a prescindere dalle classificazioni ufficiali. La destinazione è il luogo dell’incredibile simmetria, la palintonos harmonia, l’armonia degli opposti eraclitea, dove tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge.

Tenuto conto del fatto che le identità forti sono la conseguenza e non la causa dei conflitti, l’unico modello praticabile è quello di una società aperta, libera da tabù, tribalismi e vincoli imposti dall’alto, dove le scelte sono consapevoli e critiche (Amselle, 2001). Quante speranze ci sono che ciò avvenga? Poche, molto poche, almeno nel breve periodo. In ogni caso, bisognerebbe quantomeno evitare di commettere lo stesso errore dell’Impero Austro-Ungarico che, nell’intento di censire i suoi sudditi su base etnica, finì per indebolire il sentimento di comune appartenenza ad un organismo sovranazionale e potenziò le spinte centrifughe e le dispute tra le varie nazionalità, collassando infine sotto il peso di egoismi e rivendicazioni localistiche più o meno giustificate (Zeman, 1990). Secondo me l’attuale modello autonomista rischia di perpetuare quest’irragionevole contrapposizione tra localismo ed universalismo. Lo smarrimento identitario altoatesino avrebbe potuto essere un terreno fertile per una politica interculturale favorevole alle contaminazioni di idee e stili di vita. Invece gli studi periodici dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano confermano che per i giovani altoatesini i confini etnici rimangono poco permeabili e circa un terzo di loro (con picchi prossimi al 50% tra quelli di lingua italiana)non è soddisfatto dell’attuale modello di convivenza etnica. Ancora fino a pochi anni fa gli Altoatesini di lingua italiana ponevano quelli di lingua tedesca sui gradini più bassi nella scala delle preferenze, dopo Cinesi ed Africani e prima di Tirolesi, Albanesi e Zingari (Kohr et al. 1994; Buzzi et al., 2004). Nell’elaborare il presente modello autonomistico si è pensato che siccome il bersaglio di violenze ed abusi sono spesso i “gruppi umani” allora sono questi che vanno tutelati e risarciti, come se la volontà individuale costituisse una presenza disturbatrice. Ad una violenza semplificatrice della complessità del reale si è opposta una giustizia parimenti semplificatrice ed arbitraria che ha mortificato la libertà di scelta dei singoli, costretti ad auto-amputare la propria identità plurale. A livello politico, poi, questo stato di cose è stato riaffermato da un moralismo manicheo imperniato sull’eroica lotta contro l’oppressore, sia esso di etnia “tedesca” o “italiana”. Proporzionali e censimenti etnici possono funzionare per un paio di generazioni al massimo, quando gli umori della popolazione sono orientati allo scontro. Poi diventano inevitabilmente parte del problema, in quanto mantengono i conflitti latenti, invece di sanarli. La proporzionale etnica tende a spersonalizzare gli individui e stereotipizzare i gruppi e, quando a ciò si aggiunge la competizione per le risorse, le tensioni che ne derivano innescano un meccanismo di identificazione automatica dell’individuo con il suo gruppo di riferimento che sopprime le discrepanze tra identità personale ed identità collettiva. In altre parole nessuna vera riconciliazione è possibile in una democrazia su base etnica. Essa non è casa per nessuno, è cronicamente instabile e giace su un pendio che conduce al baratro della distopia e dello scontro interetnico. Gli esempi che possono servire a minare il dogma dell’etnocrazia sudtirolese sono innumerevoli: Israele, Cipro e Yugoslavia, Myanmar, Malesia, Sri Lanka, Québec, Fiji, Rwanda, Cambogia, Estonia e Slovacchia, oltre ad un eventuale Iraq etnicamente tripartito. Per quanto tempo ancora continueremo ad illuderci? Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua patria è vista come un attacco personale. Erich Fromm aveva già notato che chi criticava la Germania durante il nazismo spingeva sempre più tra le braccia di Hitler anche quei Tedeschi in disaccordo con lui. Questo è il risultato di quel morbo che è il patriottismo, l’assudditarsi del devoto ad un idolo.


[1] Anche se solo una minoranza simpatizzò per Hitler.

Che fine farà l’Italia dopo l’eutanasia dell’Unione Europea?

Con l’euro abbiamo quasi un’Europa che procede a differenti velocità. Questa situazione si rafforzerà, perché chi è in un’unione monetaria deve cooperare più strettamente. Dobbiamo essere aperti e permettere sempre agli altri di collaborare, ma non possiamo fermarci perché qualcuno non vuole procedere.

Angela Merkel, 7 giugno 2012

Oggi le alternative secche sono due: o il debito dei vari paesi membri viene assunto dalla Ue in quanto tale e si va rapidamente ad un’unione politica (cioè ad uno Stato europeo), o la moneta salta in aria. Puramente e semplicemente: non ci sono alternative. In astratto, la soluzione più auspicabile sarebbe la prima, ma, personalmente non ci credo affatto: se l’unione politica non si è fatta in tempi favorevoli, quando il vento soffiava nelle vele dell’Europa, non si capisce perché dovrebbe riuscire ora che la crisi accentua tutti gli egoismi nazionali, con un ceto politico di mezza tacca in ciascuno dei paesi membri, dopo la raffica di fallimenti sul piano della politica estera (dove mai l’Unione è riuscita a parlare con una sola voce), in una situazione sociale difficilissima. Qualcuno pensa che sono proprio le asprezze della crisi a poter fare il miracolo, costringendo gli europei a fare per forza quello che non sono riusciti a fare per amore. Certamente la situazione richiederebbe una soluzione del genere, ma avere bisogno di 1000 talleri ed avere 1000 talleri non è la stessa cosa, avrebbe detto, più o meno, Kant. D’altra parte, le condizioni strutturali per l’edificazione di un “Io” collettivo europeo continuano a non esserci per la mancata unificazione linguistica e culturale del continente. Tutto quello che può venir fuori da un processo forzato di unificazione sarebbe una buro-tecnocrazia centralizzata e totalmente priva di qualsiasi legame con la base popolare, un orrendo pasticcio antidemocratico assai poco auspicabile. Ma in ogni caso, anche questo appare come un disegno del tutto velleitario.

Aldo Giannuli

Serpeggia persino la tentazione di divenire una “grande Svizzera”, ma da sola la Germania non ha la massa critica per un ruolo mondiale a pari dignità con Usa, Cina, India, Brasile. Ha bisogno allora, forse, di una moneta unica con un nucleo più piccolo. Si può immaginare un’eurozona con meno membri, con i pochi che hanno finanze solide e una situazione competitiva. Sempre più tedeschi giudicano sempre meno sensato continuare a difendere a ogni costo l’euro come è ora. Questi umori si diffonderanno sempre di più. Con la conseguenza che l’Europa non si sgretolerebbe, ma l’euro sì. Nuovi ombrelli di salvataggio per Spagna o Portogallo non basterebbero. L’unica via sarebbero gli eurobond che qui nessuno vuole. Lo sviluppo di una simile spaccatura dell’euro sarebbe poco confortevole: ci sarebbe uno squilibrio tra Nord e Sud dell’Europa, e anche tra la Germania e gli altri che resterebbero in un euro ridotto, o nell’area economica tedesca, dentro o fuori dall’euro, come polacchi e cechi. E il rapporto francotedesco dovrebbe essere mantenuto in vita, per ragioni politiche, geopolitiche, storiche. Hollande si adatterebbe. Immaginiamo uno scenario in cui l’euro si disintegra, e si forma un nuovo nucleo duro ristretto: Germania, Polonia, Francia e pochi altri. Con embrioni di Costituzione e politiche comuni. La Francia resterebbe nel club esclusivo, ma forse senza più parità o finzione di parità e di duopolio. Una tale situazione potrebbe evolvere verso un sovrappiù d’influenza della Germania. Un simile sviluppo avrebbe serie conseguenze sugli umori dell’Europa meridionale verso la Germania. Non a caso Helmut Schmidt ha recentemente ammonito i tedeschi a ricordare che i vecchi risentimenti riemergono facilmente.

Peter Schneider, “L’oro del Reno”, la Repubblica, 7 giugno 2012

Nella loro disperazione, le oligarchie sono disposte a sacrificare il sogno europeo sull’altare della loro avidità e paura, trasformando il problema di una unione monetaria senza unione politica in un problema di unione politica priva di uno stato-nazione coerente e con un enorme deficit democratico, senza chiedere il consenso dei cittadini europei.

Quel che è certo è che l’Europa a due velocità è una campana a morto che suona per l’Unione Europea

Infatti, allo scopo di garantire gli investitori, “il Trattato di Lisbona non prevede in modo espresso una procedura per l’uscita volontaria di uno stato membro dall’Eurozona. Per abbandonare la moneta comune, l’unica eventuale strada, per la Grecia o altri partner in difficoltà, sembra essere uscire del tutto dall’Unione europea. Un’ipotesi di scuola, improbabile, ma tecnicamente possibile. Proprio l’entrata in vigore, il 1° dicembre 2009, del Trattato di Lisbona offre anzi qualche strumento in più. Questo perché, per la prima volta, il Trattato Ue afferma, in modo espresso, il diritto di ogni Stato di uscire dalla Ue (articolo 50). […]. La Carta di Lisbona non dice nulla, invece, sulla possibilità di abbandonare solo l’Eurozona”.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/04/29/Economia%20e%20Lavoro/4_E.shtml?uuid=0ca2d8ba-5352-11df-aa0b-e7dd342ffe1a&DocRulesView=Libero

“La mancanza di un processo costituzionale (o permesso da un trattato) per uscire dalla zona euro ha una solida logica solida alle spalle. Il punto di creare la moneta comune era quello di convincere i mercati che si trattava di un’unione permanente che avrebbe assicurato perdite enormi per chiunque avesse osato scommettere contro la sua solidità. Una singola uscita basta ad abbattere questa solidità percepita. Come una piccola crepa in una possente diga, un’uscita greca porterà inevitabilmente al collasso l’edificio…Nel momento in cui la Grecia viene spinta fuori accadranno due cose: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, ecc, seguita dalla riluttanza della BCE e di Berlino ad autorizzare liquidità illimitata alle banche e stati. Questo significa il fallimento immediato di interi sistemi bancari, nonché dell’Italia e della Spagna. A quel punto, la Germania dovrà affrontare una terribile dilemma: mettere a repentaglio la solvibilità dello stato tedesco (devolvendo alcune migliaia di miliardi di euro per salvare ciò che resta della zona euro) o salvare se stessa, abbandonando la zona euro. Non ho alcun dubbio che sceglierà la seconda. E poiché questo significa strappare una serie di trattati e carte dell’UE e della BCE, l’Unione Europea, di fatto, cesserà di esistere”.

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/31/interviewed-by-fxstreet-com-on-grexit/

L’”Europa a due velocità” è un espediente semantico costituzionalmente inaccettabile e serve a nascondere la realtà. La realtà è che allo stesso modo in cui la Padania non è entusiasta di sovvenzionare (bail-out) permanentemente il resto d’Italia e California, Connecticut, Illinois, New Jersey, New York non sono entusiasti di farlo per Missouri, Mississippi, Tennessee, Kansas, ecc. (anche perché ora è l’indebitamento californiano ad essere esploso ed è ormai completamente fuori controllo), così Germania, Austria, Olanda, Danimarca, Finlandia e compagnia bella non intendono farsi carico del diverso stile di vita dei PIIGS. Se i cittadini dei PIIGS non intendono vivere per lavorare, sono affari loro. In quest’ottica scompare il dettaglio che l’introduzione dell’euro ha avvantaggiato le esportazioni tedesche e causato la deindustrializzazione di tutti i PIIGS e anche di Francia e Regno Unito (quest’ultimo si è buttato sui prodotti finanziari ed ora è la nazione europea messa peggio in assoluto, se si sommano debiti privati e debiti pubblici).

“Il grande problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e, in misura minore ma sostanziale, Italia e Francia, è che all’ingresso nell’eurozona è corrisposta la deindustrializzazione. Nessuno di questi paesi poteva competere con la Germania senza svalutare (la dracma era stata svalutata del 45% rispetto al marco nel decennio precedente all’introduzione dell’euro). Così le esportazioni tedesche verso la Grecia sono aumentate a dismisura, tra il 47% ed il 94% a seconda dei settori”.

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/15/le-cause-della-rivoluzione-in-europa-lhanno-fatto-una-volta-lo-rifaranno-ancora/

A dispetto della propaganda dell’élite tedesca e non solo tedesca, l’economia greca (e non solo quella) è sempre stata un problema per gli architetti dell’euro, contrari all’ammissione della Grecia, se è successo ugualmente è stato unicamente perché serviva a deprezzare l’euro, a beneficio delle esportazioni tedesche. Poi il surplus del sistema bancario tedesco e francese generato dall’effetto euro è stato reinvestito indebitando i PIGS con crediti a buon mercato completamente irresponsabili. Ora i PIGS sono presi tra l’incudine delle banche ed il martello degli eurarchi che vogliono liberarsi di loro, mandandoli al macello. Infatti un’uscita dall’Unione Europea e dall’eurozona sarebbe catastrofica: “Anche mettendo da parte le ramificazioni nazionali per la perdita dei sussidi all’agricoltura, fondi strutturali e forse interscambi commerciali (in seguito alla possibile introduzione di barriere commerciali tra la Grecia e l’UE), gli effetti sul resto della zona euro sarebbero catastrofici. La Spagna, già in un buco nero, vedrà il suo Pil ridursi di un valore superiore a quello dell’attuale tasso record di deflazione della Grecia, gli spread dei tassi di interesse tenderanno al 20% in Irlanda e in Italia e, in breve tempo, la Germania deciderà di darci un taglio e salverà se stessa assieme agli altri paesi con un surplus commerciale. Questa catena di eventi causerà una terribile recessione nei paesi in surplus raggruppati attorno alla Germania, la cui moneta si apprezzerebbe astronomicamente, mentre il resto d’Europa affonderebbe nella melma della stagflazione. Un habitat ideale per la Grecia? Assolutamente no!”

Varoufakis ribadisce in conclusione che la Grecia deve fare default, ma all’interno dell’eurozona:

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/16/weisbrot-and-krugman-are-wrong-greece-cannot-pull-off-an-argentina/#more-2171

IL RISCHIO DI UNA PAX GERMANICA (NEUORDNUNG EUROPAS)

L’Europa rischia di essere trasformata tramite un consenso estorto in un’appendice del blocco germanico in cui la periferia si troverebbe in un permanente stato di depressione che richiederebbe continui trasferimenti e/o costante repressione.

C’è un precedente importante da evitare in ogni modo.

Claudio Natoli, Profilo del nuovo ordine europeo, in: Hans Mommsen et al. “Totalitarismo, lager e modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario” + Alan Milward, “War economy and society 1939-1945”, ci spiegano gli obiettivi fondamentali del riordinamento europeo pianificato dagli economisti tedeschi al tempo del Terzo Reich:

* l’integrazione del commercio e della produzione europea in un grande spazio economico chiuso ed autosufficiente, con al centro la Grande Germania;

* l’estensione dell’influenza e del controllo delle imprese tedesche in tutta l’area geografica del Nuovo Ordine e in particolare nei paesi più sviluppati;

* il consolidamento nell’Europa orientale e sudorientale di una zona di esclusivo interesse per il commercio ed il capitale tedesco, destinata ad un permanente sottosviluppo industriale;

* la ricostruzione dell’Europa secondo una gerarchia razziale e sociale fondata sulla supremazia dei popoli del ceppo germanico;

Il Nuovo Ordine Europeo prevedeva “una struttura gerarchica con al centro una grande area germanica (comprendente almeno la Danimarca, l’Olanda, la Norvegia e la Svezia) altamente industrializzata e con un elevato standard di vita, una cerchia più vicina di stati subordinati con livelli di vita più modesti e con una struttura mista agricolo-industriale, gli stati satelliti dell’area balcanica legati al Grande Reich da un rapporto di tipo neocoloniale e infine la sfera illimitate dei territori dell’est, sottoposta a processi di sradicamento nazionale e culturale, di asservimento economico e sociale nella prospettiva di una futura estensione del Lebensraum…un doppio mercato del lavoro, al cui interno gli operai tedeschi erano collocati in una posizione privilegiata nelle garanzie sociali, nelle mansioni più qualificate e anche di sorveglianza rispetto ad altre categorie sottopagate e non garantite e soprattutto rispetto alla manodopera dequalificata e deprivata di ogni dignità e di ogni diritto rappresentata dalla massa della Gemeinschaftsfremde”.

Francia e Olanda 2005 – Francia e Olanda 2012

Gli italiani vedevano nella nascita dell’Unione l’affermazione di una nuova idea di cittadinanza, e ora si trovano di fronte a un’Europa delle banche e della burocrazia.
Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, marzo 2012

2005

“La vittoria del no era stata prevista, ma il risultato del referendum olandese sulla Costituzione è riuscito a stupire per le dimensioni della sconfitta del si’, resa ancora piu’ netta da un’insolitamente alta affluenza alle urne. Gli olandesi hanno respinto la Costituzione dell’Ue con il 61,7% dei no, secondo il risultato definitivo non ufficiale, comunicato dalla televisione pubblica Nos. I si’ si sono attestati al 38,3%. Secondo gli stessi dati, l’affluenza al voto e’ stata del 63%. I risultati ufficiali saranno comunicati solo lunedi’ prossimo alle 16. L’exit poll aveva indicato i no al 63% e i si’ al 37%. Dopo la Francia, il bis dell’Olanda approfondisce la crisi delle istituzioni europee e compromette fortemente il futuro della carta costituzionale. L’affermazione del no olandese e’ solida, ben piantata su una percentuale di votanti che ha superato il 62%: nelle ultime elezioni europee, erano andati a votare meno di quattro olandesi su dieci aventi diritto (il 39,1%)”.
http://www.osservatoriotributario.it/detail_notizie.asp?Chiave=305

2012

I mercati finanziari ieri hanno consegnato un’altra giornata di panico generalizzato; le performance negative si sprecano e vanno dal calo dei mercati azionari, in particolare europei, all’aumento degli spread che, nel caso dell’Italia, viaggia all’inquietante quota di 420. Le cause di giornata questa volta non arrivano dai soliti, “cattivi”, paesi periferici dell’eurozona e sono sostanzialmente due, una attesa e una per niente.

La prima notizia, attesa, arriva dalla Francia e riguarda l’esito delle elezioni che vede Hollande in vantaggio su Sarkozy; la seconda, inattesa, arriva dall’Olanda, il cui governo ha presentato le dimissioni dopo il ritiro dell’appoggio da parte del partito di estrema destra di Geert Wilders. Le due notizie hanno, in un certo senso, un fattore comune. Hollande non intende mettere in atto, o intende farlo in modo molto meno deciso, le politiche di austerity che Sarkozy si è impegnato a perseguire; Geert Wilders ha ritirato il proprio appoggio al Governo che si apprestava a varare misure di austerity per adeguarsi alle richieste dell’Unione europea. Queste sono le notizie “di giornata” da prima pagina. Occorre avere presente almeno un’altra categoria di notizie che ha inquietato i mercati; ieri l’indice pmi dell’eurozona ha mostrato un calo per il terzo mese consecutivo segnalando un inatteso declino dell’attività economica.

Il quadro che emerge è piuttosto fosco; le politiche di austerity deprimono l’economia e in alcuni casi, come quello greco, la uccidono definitivamente, mentre i governi fanno sempre più fatica ad approvare tagli e riforme. Nel frattempo emergono forze politiche inquietanti che hanno ovvi vantaggi politici cavalcando lo scontento generale. L’attenzione dei mercati rimane concentrata sull’Europa nonostante gli evidenti e non trascurabili problemi che pure affliggono l’economie cinese e americana, alle prese, nel primo caso, con squilibri economici gravi e, nel secondo, con problemi di rientro dal deficit importanti oltre che con un miglioramento molto più lento del previsto del mercato del lavoro e immobiliare.

In uno scenario di questo tipo aggiungere alle preoccupazioni “normali” degli investitori quelle sulla tenuta dell’euro e dell’Europa diventa insostenibile. A fronte del -3% perso dalle borse europee il Dow Jones si è “accontentato” di un molto più rassicurante -1%. Se il risultato delle politiche europee è la Grecia, i timori dei mercati in una fase di turbolenza politica e di bassa crescita sono giustificati. Se il punto più critico dell’Unione europea per dimensione dell’economia e del debito statale sono la Spagna e l’Italia è lecito chiedersi cosa possa accadere in una situazione di calo del Pil, con un costo del debito statale al 6% e in cui il settore bancario non è in grado di sostenere l’economia; una situazione in cui diventa, evidentemente, ogni giorno più difficile rispettare i piani di rientro dal deficit richiesti dall’Europa.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2012/4/24/CROLLO-BORSA-2-L-analista-Francia-e-Olanda-scatenano-la-tempesta-sui-mercati/271308/

L’euroscetticismo secondo le rilevazioni dell’eurobarometro (novembre 2011):

Alla domanda se siano a favore o contro un’unione economica e monetaria con una valuta comune, l’euro, i favorevoli sono passati dal 63% della primavera del 2007 al 53% della fine del 2011. I contrari sono passati dal 31% (2007) al 40% (2011).

Ad una domanda riguardante le loro personali previsioni in merito alla crisi, il 68% ha risposto che “il peggio deve ancora arrivare”. Solo il 23% crede che le cose stanno per migliorare.

La domanda su quali istituzioni siano più in grado di gestire la crisi l’Unione Europea è al 23% contro il 20% dei governi, che già godono di scarsissima fiducia. Una percentuale analoga ha scelto altro, nessuna o non lo so.

Gli eurobond interessano davvero a pochi (44%) rispetto alla lotta all’elusione fiscale (88%), una maggiore trasparenza dei mercati finanziari (87%),  tassazione sui profitti bancari (81%) e regolamentazione dei salari nel settore finanziario (79%)

La fiducia dei cittadini europei nei confronti dei loro governi ha raggiunto un minimo di 24%, verso i loro parlamenti è al 27%, verso l’Unione Europea è al 34%.

Richiesti di dare un giudizio sull’Unione Europea che includa anche una posizione neutrale, il 26% si è detto ostile, il 31% favorevole, il 41% neutrale. Gli ostili sono cresciuti del 6% tra la primavera e l’autunno del 2011, i favorevoli sono crollati di nove punti percentuali. In pratica, siamo entrati nel 2012 con il 72% dei cittadini europei che non dà un giudizio positivo dell’Unione Europea, con una tendenza prevalente nel segno di un ulteriore calo delle impressioni favorevoli.

Fiducia nel Consiglio dell’Unione Europea al 32%, nella BCE al 40% (ultima rilevazione in primavera, ed era in netto calo) nel Parlamento europeo al 41%, nella Commissione Europea al 36%.

Il 2012 è l’anno della Rivoluzione Globale – vi spiego perché

di Stefano Fait

Il mantenimento stesso del livello di vita raggiunto nel nostro paese richiede che si innalzi l’intensità del capitale umano e riprenda a crescere la produttività totale di fattori; non può non richiedere, come ho osservato in altre occasioni, che si lavori di più, in più e più a lungo

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, 7 marzo 2012

Bisogna riconoscere che le autorità stanno facendo di tutto per far avverare la mia “profezia” di qualche mese fa (25 novembre 2011):

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/e-successo-un-quarantotto-la.html

Le cose, intanto, si stanno muovendo in quella direzione. Ci sarebbero delle alternative, se chi comanda si ricordasse che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Invece stiamo, ahimè, arrivando alla resa dei conti tra chi crede nella democrazia e chi crede nell’oligarchia.
È una cosa terribile, una sconfitta per chi ammira il coraggio e lo spirito di sacrificio di coloro i quali hanno ristabilito la democrazia sconfiggendo il nazismo, per chi ha sognato un’Europa unita, democratica, pacifica e prospera, modello per il resto del mondo, nonché per chi ha celebrato il 1989 come la fine di un incubo e l’inizio di una stagione di progresso civile e morale per tutta l’umanità.

Lo ripeto: nulla di tutto questo era inevitabile, ma qualcosa è andato tragicamente storto:

http://fanuessays.blogspot.com/2012/01/golpe-psicopatico.html

Non resta altro da fare che difendersi e difendere il nostro prossimo.

Mentre l’Egitto è prossimo alla bancarotta:

http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2012/03/01/visualizza_new.html_106197565.html

Come aveva correttamente previsto Jacques Attali:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/27/le-4-principali-sfide-dei-prossimi-anni-secondo-jacques-attali/#axzz1od3sL7a5

Gli Egiziani si preparano alla vera Rivoluzione (quella dell’anno scorso era una ribellione, non una rivoluzione):

http://www.repubblica.it/esteri/2012/02/02/news/egitto_strage-29223974/

http://italian.irib.ir/notizie/politica/item/104124-egitto-protesta-davanti-ambasciata-usa-decine-i-feriti

Lo Yemen è una polveriera, com’era prevedibile, se s’impone un unico candidato alle elezioni e lo si fa vincere con il 99,8 per cento dei voti:

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Yemen-scontro-tra-battaglioni-esercito-davanti-casa-presidente-a-Sanaa_313041476999.html

La Spagna si ribella:

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9977

L’Irlanda si ribella:

http://www.forexinfo.it/Irlanda-referendum-sul-fiscal

Si ribellano gli etnopopulisti olandesi sui quali si regge il governo e che pretendono un referendum:

http://www.rischiocalcolato.it/2012/03/good-morning-europa-rajoy-affonda-il-fiscal-compact-e-lolanda-ripensa-al-fiorino-di-maurizio-blondet.html

La Grecia si ribella:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/28/la-rabbia-e-lamore-sulla-violenza-in-grecia/

anche perché con un disoccupazione giovanile che eccede il 50% (!!!!!!), c’è poco altro da fare:

http://ca.news.yahoo.com/greek-unemployment-hits-record-high-december-21-percent-101223761.html

La Romania si ribella:

http://www.corriere.it/esteri/12_gennaio_17/romania-scontri_f9c874fe-410a-11e1-b71c-2a80ccba9858.shtml

Il Portogallo si ribella:

http://italian.irib.ir/notizie/economia/item/103036-portogallo–crisi-proteste-contro-tagli-mercoledi-visita-troika

L’Italia si ribella (il 44% degli Italiani sta con i no-Tav, a dispetto della quasi unanimità pro-Tav dei media):

http://www.notav.info/top/caro-passera-caro-bersani-anche-i-sondaggi-dicono-notav/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/02/bandiere-greche-in-val-di-susa-disobbedienza-civile-solidale-nel-mediterraneo-e-oltre/

In Sicilia:

http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201203061114-ipp-rt10062-sicilia_forconi_tornano_in_piazza_a_palermo_si_uniscono_no_tav

In Sardegna Napolitano viene chiamato “buffone” e “servo dei banchieri”:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/4036-cagliari-contesta-napolitano-sei-il-presidente-delle-banche

http://www.corriere.it/politica/12_febbraio_21/napolitano-sassari_0efbcb9c-5c76-11e1-beff-3dad6e87678a.shtml

L’Islanda si ribella:

http://it.euronews.com/2012/03/05/islanda-l-ex-premier-haarde-a-processo/

I Canadesi si ribellano ai brogli elettorali che hanno portato al governo l’ultra-filoamericano neoliberista Stephen Harper:

http://rabble.ca/news/2012/03/wave-protest-against-electoral-fraud-kicks-saturday-vancouver

Persino gli Americani cominciano a ribellarsi. Nel 2011 solo il 17% degli statunitensi riteneva che il governo federale godesse della legittimità a governare, una percentuale che scendeva al 6% per quel che riguarda il Congresso, i livelli più bassi della storia dei sondaggi d’opinione negli USA:

http://www.washingtonsblog.com/2011/08/rasmussen-poll-american-sentiment-is-pre-revolutionary-only-17-say-u-s-government-has-consent-of-the-governed.html

http://www.blitzquotidiano.it/economia/usa-sondaggio-tasse-aumento-ricchi-703632/

http://www.nytimes.com/2011/10/26/us/politics/poll-finds-anxiety-on-the-economy-fuels-volatility-in-the-2012-race.html

Qualcosa di molto brutto accadrà negli Stati Uniti:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/dominio-mercenario.html

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/07/ndaa-torneranno-i-campi-di-concentramento-in-america/#axzz1oEiKocMC

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/17/lo-slittamento-giuridico-verso-la-dittatura-usa-2001-2012/#axzz1oEiKocMC

Il Regno Unito ha già avuto un assaggio di quel che ci attende:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/17/londra-in-fiamme-preludio-alla-rivoluzione-globale/#axzz1oEiKocMC

e le Olimpiadi non saranno tranquille:

http://www.lettera43.it/attualita/41757/londra-2012-giochi-di-protesta.htm

anche perché il numero di senzatetto è cresciuto di almeno il 14% in un anno, senza contare chi è stato costretto a trasferirsi da parenti ed amici e non è su una strada solo grazie alla loro benevolenza:

http://www.guardian.co.uk/society/2012/mar/08/homelessness-rise

Stanno subappaltando ad imprese private i compiti delle forze dell’ordine (pubblico), nonostante il fatto che la principale causa delle rivolte urbane dell’anno scorso siano stati i pessimi rapporti tra poliziotti e residenti di certi quartieri – figuriamoci quando saranno dei mercenari a pattugliare le strade e compiere arresti:

http://www.guardian.co.uk/uk/2012/mar/02/police-privatisation-security-firms-crime

Difficile credere che gli agenti prenderanno bene questa cosa. La loro lealtà sarà messa a dura prova, potrebbero rivoltarsi contro i loro “padroni”.

I Francesi hanno già dimostrato di cosa sono capaci:

http://www.ilpost.it/2010/10/19/sesta-giornata-di-proteste-e-scioperi-in-francia/

François Hollande, candidato socialista alle presidenziali francesi, ha dichiarato, in risposta all’ostilità degli eurocrati nei suoi confronti: “Siamo una grande nazione che non si fa comandare”:

http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/05/Merkel_Pericolo_Hollande_dietro_Patto_co_9_120305021.shtml

In Australia gli aborigeni protestano e costringono la premier Julia Gillard ad uscire dalla porta sul retro di un ristorante:

http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2012/20120127_video_13155471/00000157-australia-protesta-aborigeni-bruciano-la-bandiera.php

Proteste in Croazia e Slovenia:

http://www.italintermedia.com/2011/10/anche-in-croazia-e-slovenia-si-diffondono-le-proteste-contro-il-capitalismo-neoliberale/

Proteste in Cina:

http://www.ilpost.it/2012/01/07/le-500-proteste-al-giorno-in-cina/

Solo il clima pre-bellico ha placato le proteste di massa in Israele:

http://www.ilpost.it/2011/09/04/le-foto-di-stanotte-in-israele/

Anche i media più popolari cominciano a contestare le politiche europee:

http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,816498,00.html

Persino gli ossequienti Giapponesi protestano:

http://it.euronews.com/2012/01/19/nucleare-tokyo-ci-riprova-proteste-in-giappone/

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