A proposito dell’omicidio di Boris Nemtsov

original

I media ci dicono che cosa dobbiamo pensare e come dobbiamo farlo. Se c’è da schiacciare il pulsante “sdegno”, oppure “collera”, oppure “sbigottimento”, lo faremo, ubbidientemente.

Cerchiamo invece di imbastire un ragionamento il più possibile razionale sull’assassinio di Boris Nemtsov:

  1. Un oppositore di Putin viene ucciso: visibilità mediatica totale; un oppositore del governo di Kiev (il parlamentare Mikhail Chechetov) cade accidentalmente (?) dal diciassettesimo piano: visibilità mediatica nulla;
  2. Una delle più strenue oppositrici di Putin, Irina Khakamada, ha escluso che Nemtsov sia stato fatto uccidere da lui e consiglia di seguire altre piste (almeno in questo caso);
  3. Nemtsov aveva dichiarato in un’intervista di qualche settimana prima che temeva di essere ucciso da Putin: sopprimerlo subito dopo non è l’azione di una leadership così lucida come ha dimostrato di esserlo quella moscovita, in questi anni. In cambio da quell’intervista in poi chiunque poteva ucciderlo per altre ragioni, scaricando la responsabilità su Putin (due piccioni con una fava). Un altro esempio: si può credere che la morte di Anna Politkovskaya il giorno del compleanno di Putin sia un regalo a se stesso di un leader russo irrazionalmente megalomane, oppure si può sospettare che fosse proprio questo il sospetto che si voleva insinuare;
  4. Perché ucciderlo (e in maniera così grossolana: 6 colpi, solo 4 a segno, da una distanza così ravvicinata) solamente adesso, dopo 7 anni di feroce opposizione, quando Putin è al massimo del consenso e Nemtsov al minimo?
  5. in genere gli autocrati non considerano saggio far uccidere gli oppositori a suon di pistolettate e col veleno: “suicidi” e “incidenti” sono preferibili;
  6. in ogni caso difficilmente sceglierebbero di farlo a 200 metri dai palazzi del potere: un “suicidio” sarebbe un messaggio sufficientemente chiaro, specialmente in un contesto in cui il leader (Putin) gode del pieno sostegno (secondo sondaggisti indipendenti e/o americani) del 70-85% dei russi e l’opposizione si attesta sul 10-15% (Nemtsov era ancora meno gradito, a causa delle sue prese di posizione di estrema destra e della sua amicizia con l’odiatissimo John McCain);
  7. le redazioni della Novaya Gaceta e di altri quotidiani e periodici fortemente critici nei confronti di Putin sono ancora lì a pubblicare articoli in cui lo accusano di ogni nefandezza;
  8. La marcia in onore di Nemtsov ha radunato circa 20-25mila persone anche se gli organizzatori avevano chiesto un permesso per un numero corteo il doppio più grande, confermando che si trattava di un pesce davvero piccolo, ormai fuori dal giro degli oppositori che contano veramente, semi-sconosciuto ai più;
  9. Se tra gli oppositori a Putin si diffondesse il sospetto che non sia stato lui a uccidere Nemtsov, sorgerebbe anche il dubbio che qualche pedina possa essere sacrificata nell’intento di screditare/mettere i bastoni tra le ruote al leader russo, e che nessuno può sentirsi al sicuro;
  10. Gorbaciov ha dichiarato che considera questo omicidio una strategia di destabilizzazione dell’attuale governo russo: tendo a pensarla come lui. Ma, se le cose stanno così, rivela una certa disperazione: sacrificare pedine annulla istantaneamente lo spirito di sacrificio delle altre, specialmente se queste non sono idealiste ma molto concrete/venali. Ciò nonostante, è possibile che si debbano registrare altri omicidi eccellenti;
  11. Gli inquirenti olandesi sono stati in possesso dei resti dell’aereo MH17 per sette mesi ma ancora non vogliono rendere pubblici i risultati dell’autopsia dei piloti, che chiarirebbe se sono stati uccisi da un missile (tesi occidentale) o da un aereo da guerra (tesi russa);

http://www.futurables.com/2014/09/02/la-crisi-ucraina-vista-da-mosca/

Aggiornamenti
https://plus.google.com/+StefanoFaitFuturAbles/posts

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Il disastro aereo ucraino: cosa ci sfugge?

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Come sempre, i media di entrambe le parti stanno creando notizie (es. il volo di Putin in quell’area poco prima dell’abbattimento del volo malese: sconfessato dalle autorità moscovite) e fungendo da megafoni per i vari potentati, invece di descrivere quel che accade.

Continua a succedere e ogni volta si rischia (o avviene) un’escalation bellica.

I lettori più frettolosi possono saltare a piè pari tutto quel che segue e atterrare sani e salvi all’ultima sezione, intitolata “voci fuori dal coro”

IL MIT SUL SARIN IN SIRIA

Anche il Mas­sa­chus­setts Insti­tute of Tech­no­logy mette in dubbio la versione dell’amministrazione Obama sull’attacco chimico di Ghouta, in Siria, il 21 agosto scorso…Per i due studiosi infatti la git­tata del mis­sile rudi­men­tale tro­vato dagli ispet­tori Onu non poteva essere supe­riore ai due chilometri e considerando la mappa delle forze in campo sul territorio siriano in possesso di Washington il 30 agosto, il punto da cui era partito il missile si trovava nelle aree controllate dai ribelli jihadisti che stanno combattendo Assad.

Un risultato che conferma, secondo Lloyd e Postol, la possibilità che parte dell’amministrazione americana volesse utilizzare delle informazioni ‘sbagliate’ per convincere il Congresso ad autorizzare un intervento militare contro il governo di Damasco. A settembre infatti si era arrivati ad un passo dai bombardamenti ma poi la proposta russa sulla consegna alla comunità internazionale dell’arsenale chimico di Assad aveva fermato Obama e lasciato spazio alla diplomazia

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Siria-MIT-smentisce-Obama-Ghouta-attacco-chimico-ribelli-db40d6ec-4e2e-4323-bb06-7b4fd2406cc2.html

PAOLO RUMIZ SULLE FOSSE COMUNI LIBICHE E SUL MASSACRO RUMENO

Negli stessi giorni, un «filmato del 22 febbraio» di One World mostra le «fosse comuni»: morti fatti dai governativi inumati su una spiaggia dopo i massacri ordinati da Gheddafi. Il 24 si dimostra che il video era stato girato nell’agosto 2010 nel cimitero Ashat ed era una normale operazione di rinnovamento del suolo e spostamento dei resti, abituale ogni 10-20 anni:

Paolo Rumiz: Anche in Libia la situazione per i media occidentali sembra difficile da interpretare. Un esempio che rischia di ricordare il finto massacro di Timisoara è il video circolato nei giorni scorsi dove si vedono degli uomini scavare delle fosse. I media hanno parlato in un primo momento di fosse comuni. Salvo avanzare qualche dubbio subito dopo

Sì, in Libia potrebbero aver agito come in Romania. E come avviene sempre durante le guerre, che ormai si combattono anche con l’uso dell’informazione. Ovviamente, non possiamo nemmeno escludere che chi ha girato quelle immagini lo abbia fatto in buona fede. Ma che non fossero delle fosse comuni mi sembrava chiaro sin dall’inizio. Dal video si capisce che non c’è un’unica fossa ma tante fosse, una cosa che assomiglia molto di più a un cimitero.

Però i media, almeno all’inizio, hanno parlato di fosse comuni in Libia

E’ l’indiscutibilità della morte che ti frega. Davanti a dei cadaveri uno non può fare a meno che prenderli per tali. Quando c’è una guerra, la confusione, la concitazione e la fretta giocano sempre a favore di chi vuole mettere in giro notizie false. Tutte queste cose chi manipola l’informazione le sa. Durante le guerre, i servizi segreti o chi vuole condizionare l’opinione pubblica usa i cadaveri per raccontare cose non vere. E’ un trucco antico. Non scopriamo niente di nuovo.

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2011/02/27/paolo_rumiz_intervista_morti_libia_romania_1989_ceausescu.html

PIETRO FOLENA SULLE ARMI CHIMICHE DI SADDAM HUSSEIN

E’ chiaro oramai che le armi di distruzione di massa non sono tra queste: in due mesi ogni tentativo di ritrovamento è fallito miseramente. Il presidente Bush ha persino ipotizzato, oltrepassando la soglia del ridicolo, che Saddam abbia fatto distruggere le armi poco prima della guerra, come se sbarazzarsi di testate chimiche e nucleari fosse un lavoro di pochi giorni. Ancora più gravi sono le rivelazioni sulle “prove” prodotte (nel senso proprio di “fabbricate”) da Bush e Blair per giustificare la guerra. Già sapevamo del dossier rivelatosi una tesi di laurea di uno studente di origini irakene risalente a 10 anni fa. Già sapevamo dell’inattendibilità del Rapporto Powell al Consiglio di sicurezza che suscitò le perplessità di Blix e di El-Baradei e l’ilarità di tutti i media indipendenti del mondo. Oggi sappiamo anche che il governo britannico ha letteralmente costretto i servizi segreti a fornire prove false e a ingigantire fatti che altrimenti sarebbero passati inosservati. Sappiamo che la Cia aveva dimostrato l’inesistenza di prove concrete contro il regime di Saddam. Bush e Blair hanno mentito. Hanno detto grossolane e incredibili bugie ai loro parlamenti, all’opinione pubblica dei loro paesi e del mondo intero, ai governi alleati. Hanno ostacolato e ancora ostacolano il lavoro degli ispettori dell’ONU che, come ci ha raccontato El-Baradei in una conferenza organizzata dalla Fondazione Di Vittorio, non possono ancora riprendere appieno il loro lavoro a causa dell’ostilità delle forze occupanti. Hanno cercato di gettare fango su un onesto funzionario qual è Hans Blix….Berlusconi, Aznar e gli altri capi di governo della coalizione dei volenterosi sono anch’essi complici di questa colossale menzogna.

Pietro Folena, l’Unità

http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/90000/89589.xml?key=Pietro+Folena&first=41&orderby=1&f=fir

RW JOHNSON (OXFORD) SULL’ABBATTIMENTO DI UN AEREO COREANO PER MANO DEI SOVIETICI (1983)

RW Johnson era una delle poche persone su entrambe le sponde dell’Atlantico a resistere [alle pressioni a conformarsi alla versione ufficiale sull’abbattimento del volo KAL 007]. I suoi articoli sul Guardian sollecitarono un messaggio da un parlamentare Tory (generosamente lasciato anonimo in questo libro) al capo del Magdalen College di Oxford suggerendo che il signor Johnson era ‘inadatto’ al suo incarico. Johnson difese la sua visione scettica, tuttavia e la arricchì con una ricerca meticolosa. Il risultato non è solo una storia terribile – molto più terrificante di qualsiasi opera di narrativa potrebbe mai essere – ma una denuncia politica di primissimo ordine….Il velivolo era stato dotato delle più sofisticate tecnologie computerizzate di assistenza alla navigazione. Il percorso da Anchorage a Seoul passava così vicino alla Russia che era costellata di punti di segnalazione per la guida alla navigazione, tutti ugualmente ben attrezzati. Se l’apparecchiatura funziona, un aereo di linea non può deviare fuori rotta. Se non funziona, i meccanismi di allarme sull’apparecchio e a terra si incaricano di avvisare il pilota in pochi secondi. Eppure, quasi dal momento in cui lasciò Anchorage, il KAL 007 deviò verso nord allontanandosi dal suo percorso corretto. Era 365 miglia fuori rotta quando fu abbattuto: nessuno altro aereo si era mai allontanato così tanto dalla rotta programmata nella storia dell’aviazione civile. Prima di partire da Anchorage, il capitano del velivolo aveva segnato un percorso molto simile a quella che poi seguì. Aveva caricato carburante in eccesso senza registrarlo. In qualche modo, quando i caccia russi sciamavano attorno a lui sparando proiettili traccianti, cercava di schivarli con cambiamenti di rotta e altitudine, regolarmente notificati al controllo a terra.

London Review of Books

http://www.lrb.co.uk/v08/n13/paul-foot/the-scandal-that-never-was

Il pilota dello 007, considerato il migliore della compagnia (un vero e proprio “robot umano”:

– mentì sulla quantità di carburante che caricava;

– abbandonò ad Anchorage un carico pagato che era tenuto a trasportare;

– aveva pianificato su delle note il percorso che poi avrebbe seguito (365 miglia fuori rotta: che non sono bruscolini);

– fece 3 manovre che non potevano essere compiute inconsciamente;

– riportò falsamente la sua posizione ad ogni waypoint in cui poteva correggere la rotta;

– modificò la velocità ben al di fuori dei parametri previsti;

– usò misteriosamente il codice transponder sbagliato;

– non poteva non sapere che era su territorio sovietico per via delle mappature meteo che aveva a disposizione;

– non si è curato di rispondere alle comunicazioni e poi agli avvertimenti radio sovietici, o ai traccianti di avvertimento che sono stati sparati proprio di fronte a lui;

– quando un caccia sovietico lo ha affrontato, ha falsamente informato il suo controllo a terra che stava effettuando una salita, mentre in realtà stava scendendo rapidamente;

– nei 56 secondi in cui rimase in onda dopo che l’aereo era stato colpito da un missile si astenne dal lanciare l’obbligatorio segnale di richiesta di soccorso.

http://www.lrb.co.uk/v08/n13/paul-foot/the-scandal-that-never-was

L’OPERAZIONE NORTHWOODS

L’operazione Northwoods (Operation Northwoods)[1] fu un piano concepito nel 1962 da alti dirigenti del Ministero della Difesa statunitense, (firmato dal generale Lyman Lemnitzer, capo degli stati maggiori riuniti e futuro responsabile di GLADIO) allo scopo di indurre l’opinione pubblica statunitense a sostenere un eventuale attacco militare contro il regime cubano di Fidel Castro[2]. Il piano, che non fu mai messo in atto, prevedeva l’esecuzione di una serie di azioni organizzate da entità governative USA operanti sotto le mentite spoglie di nazionalisti cubani; il piano prevedeva anche attacchi terroristici contro obiettivi all’interno del territorio nazionale degli Stati Uniti.

http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Northwoods

http://www2.gwu.edu/~nsarchiv/

esiste un establishment più russofobo di quello britannico?

esiste un establishment più russofobo di quello britannico?

LA SCIAGURA DELL’AEREO MALESE IN UCRAINA

Mi rifiuto di prendere in considerazione i vari tuit/tweet, dell’una e dell’altra parte, perché non ritengo credibile lo scenario in cui gente che si trova sotto attacco o che potrebbe essere un bersaglio, userebbe twitter per comunicare al mondo i suoi stati d’animo, imprese, congetture. Un tweet non è una prova.

Non è chiaro perché, in un conflitto contro ribelli privi di aviazione, l’esercito regolare ucraino abbia deciso di collocare dei sofisticati sistemi antiaerei in un’area in cui potevano essere catturati.

Finora i separatisti non avevano mai usato un sistema di lancio di missili terra-aria Buk in dotazione all’esercito ucraino (e russo) per abbattere gli aerei lealisti (volano a quote molto più basse), ma esclusivamente i MANPAD (un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla, con una gittata di 4 km)

http://www.newscientist.com/article/dn25917-what-was-the-malaysian-jet-doing-over-a-war-zone.html?utm_source=NSNS&utm_medium=SOC&utm_campaign=facebookgoogletwitter&cmpid=SOC|NSNS|2012-GLOBAL-facebookgoogletwitter#.U8orEkDNwnE

Il sistema Buk è in grado di identificare un aereo civile (radar > transponder sull’aereo: l’eventuale comunicazione dovrebbe essere stata registrata nella scatola nera) perciò è da escludere un incidente (un solo tiro, con 60% di probabilità di colpire un bersaglio mobile se si è perfettamente addestrati al suo uso: come si può parlare di miliziani ubriachi che non si rendono conto di quel che fanno, come nella “versione ufficiale”?).
Se quella è stata l’arma impiegata (il tempo dirà se hanno ragione coloro i quali sospettano che la pista del Buk sia fuorviante e che si sia trattato di un missile aria-aria o di una bomba programmata per attivarsi al cambio di quota imposto da terra al momento dell’ingresso nello spazio aereo ucraino), chi ha sparato sapeva cosa stava facendo e sapeva che a quell’altezza volavano solo aerei civili.

Non esiste alcuna spiegazione razionale del perché i separatisti pro-russi e gli specialisti russi che li avrebbero dovuto assistere, avrebbero deliberatamente effettuato un attacco del genere, che non avrebbe potuto fornir loro alcun beneficio tangibile e, al contrario, poteva solo produrre una massiccia e forse fatale reazione internazionale contro la loro causa.

Perché un aereo che, in genere, vista la sua destinazione, passerebbe sopra il mare di Azov, si è ritrovato 2-300 miglia fuori rotta, in un’area ad alto rischio e ad un’altezza di 33mila piedi, ossia al limite della zona rischio? La Malaysia Airlines contesta ai controllori dello spazio aereo ucraino di aver chiesto al loro pilota di abbassare la quota da 35mila piedi a 33mila piedi

http://www.themalaymailonline.com/malaysia/article/ukraine-traffic-controllers-instructed-mh17-to-fly-lower-mas-says

ma non sapremo mai cosa si sono detti i controllori di volo e l’equipaggio, dato che i servizi di sicurezza ucraini hanno confiscato le registrazioni della suddetta conversazione

http://www.bbc.com/news/world-us-canada-28360784

Chi ha fatto circolare le supposte prove del coinvolgimento russo, una comunicazione tra separatisti e russi in cui si afferma di aver abbattuto l’aereo sbagliato, un video che, in realtà, è stato creato alle 19 e 10 del giorno prima, il 16 luglio 2014? Chi sapeva con largo anticipo che il 17 ci sarebbe stato un incidente aereo addebitato alle ingerenze russe?

http://rghost.net/private/56950510/78d787acfabcaf840cfa213e7221a060

http://www.mmnews.de/index.php/etc/19144-mh17-angebliche-youtube

http://www.zerohedge.com/news/2014-07-17/ukraine-releases-youtube-clip-proving-rebels-shot-down-malaysian-flight-mh-17

LA REAZIONE RUSSA

È abbastanza sorprendente, se si presume che siano in qualche modo responsabili. Non hanno nulla da obiettare all’acquisizione e analisi da parte di Kiev delle scatole nere

http://italian.ruvr.ru/news/2014_07_18/Mosca-non-portera-via-le-scatole-nere-del-Boeing-0147/

È possibile che reputino di avere già sufficiente materiale per screditare qualunque tentativo di false flag?

Un aspetto estremamente gustoso della situazione è che se si dimostrasse che la colpa è dei ribelli filorussi e l’Occidente riuscisse a convincere la “comunità internazionale” che Putin è responsabile per i crimini dei ribelli ucraini ai quali garantisce il suo supporto (peraltro non certo assoluto, come si è già visto in varie occasioni, inclusi i referendum), automaticamente Bush, Blair, Cameron, Sarkozy, Merkel, ecc. sarebbero da considerare responsabili per i crimini commessi dai loro soldati (torture, eccidi di civili con o senza droni) e dalle varie formazioni di insorti che godono del loro sostegno (es. la pulizia etnica dei libici di colore a Tawergha, realizzata grazie alla copertura aerea della NATO, le decine di violazioni di risoluzioni ONU e l’uso del fosforo bianco da parte di Israele; Guantanamo, Abu Ghraib, ecc.)

nazismo

VOCI FUORI DAL CORO

Su vari forum si è fatta avanti una lettura dell’evento che si distingue da quelle dell’una e dell’altra fazione. La ripropongo in sintesi; ciascuno ne faccia ciò che vuole.

Chi ne tra vantaggio? Qual è il vero obiettivo di questo attacco? Al di là della funzione propagandistica, non sembra essere un evento cataclismico e certamente non servirà a scatenare una guerra internazionale. L’opinione pubblica internazionale darà in gran parte la colpa ai separatisti per un incidente disastroso e continuerà a chiedersi chi abbia permesso a dei voli civili di transitare in un’area di guerra. I leader europei non sono intenzionati a cambiare la propria posizione di dialogo diplomatico con Mosca. Obama ha escluso che l’Ucraina possa diventare un campo di battaglia per soldati americani.

Non è abbastanza, ci dev’essere dell’altro. Queste voci fuori dal coro suggeriscono che si tratti di una distrazione che svia l’attenzione da ciò che sta accadendo sul campo, in Ucraina, ma anche nel mondo. Mentre tutti si concentrano su questo evento, perdono di vista sviluppi più importanti. La stessa guerra civile ucraina potrebbe avere questo fine, in un contesto più ampio.

Ipotizziamo che questa interpretazione sia corretta.

Che cosa ci sfugge? L’intervento terrestre israeliano avvenuto in pratica sincronicamente rispetto all’incidente in Ucraina?

Segnalo l’ipotesi delineata dal giornalista giapponese Yoichi Shimatsu, che già aveva individuato una pista israeliana grazie ad un’inchiesta sui retroscena di un precedente incidente aereo collegato all’aeroporto di Amsterdam, dove la sicurezza è gestita da una ditta israeliana (ICTS) fondata da un ex ufficiale dello Shin Bet.

Forse proprio la coincidenza dei tempi è un segnale che esiste un qualche tipo di coordinamento?

Non ci resta che attendere e osservare.

http://www.futurables.com/2014/07/21/israele-un-monito-per-lumanita/

L’Ucraina può essere salvata

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

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[Per arrestare la violenza] bisogna fermare la polizia, fermare i manifestanti, imporre una DMZ, una zona demilitarizzata e spostare questo conflitto dalle strade al Parlamento. Voglio essere molto franco: il governo non controlla la polizia antisommossa ed è molto difficile per l’opposizione controllare Maidan. E ci sono una serie di forze che sono prive di controllo. Questa è la verità … è il caos, ora. L’Ucraina è in un gran casino

“To stop the riot police, to stop the protesters, to impose a DMZ, like demilitarized zone, and to move this conflict from the streets to the Parliament. I would be very frank that the government does not control the riot police and its very difficult for the opposition to control Maidan. And there are a number of forces who are uncontrolled. This is the truth…is in chaos now. Ukraine is in a big mess”

Arseniy Yatsenyuk, il leader dell’opposizione che fa riferimento alla Casa Bianca

http://www.rte.ie/news/player/2014/0220/20529559-ukraine-is-in-a-big-mess-yatsenyuk/

Tener conto che l’Ucraina proprio in quanto terra di “frontiera” tra Europa e Russia, in virtù della sua storia, della forte presenza di minoranze russe non può essere assimilata forzatamente e sic et simpliciter all’Unione Europea. E poi quali sono gli interessi che sono dietro quella manovra. Allora perché non pensare ad una forma “ibrida”,nella quale si tenga conto della diversità culturale ed etnica dell’Ucraina, che non può fare a meno né della Russia né dell’Europa? Ma non della Russia che è rappresentata dalla politica di potenza di Putin o dell’Europa delle lobby economiche. Ci vuole uno sforzo di creatività, quando i conflitti sono così complessi e si intrecciano al pregresso storico, agli interessi geopolitici e geostrategici, alle contraddizioni mai risolte degli stati-nazione. Allora per iniziare si sgombri il campo da estremismi, si chieda subito che le armi tacciano da una parte e dall’altra, si faccia chiarezza su chi c’è dietro le manifestazioni a Maidan (ci vuole poco a capire che ci sono forti infiltrazioni di gruppi paramilitari di destra e nazisti che sparano come sparano le forze di sicurezza governative), si portino ad un tavolo di trattativa le forze politiche “vere”, da una parte e dall’altra. Si ragioni su ipotesi come quella proposta nell’articolo di Pagina99, di una “doppia partnership” che veda l’Ucraina in parte legata alla UE in parte al nascente blocco eurasiatico costruito da Mosca. Le zone di frontiera, i territori “faglia”, nei quali non sono stati mai sopiti gli effetti di guerre devastanti come la Seconda guerra Mondiale, non possono esser governati secondo i criteri propri degli stati-nazione. Perché sono zone culturalmente, etnicamente, religiosamente ibride. Terre cerniera. Ed allora le soluzioni dovranno tenerne conto. E se l’Unione Europa oggi è troppo coinvolta direttamente, (o meglio Berlino) allora perché non affidare al Consiglio d’Europa la proposta di una mediazione?

Francesco Martone, da facebook

http://www.futurables.com/2014/02/20/la-via-del-dialogo-per-la-salvezza-dellucraina-e-delleuropa/

Altiero Spinelli, un cattivo maestro

Altiero Spinelli, uno dei padri dell’europeismo, è stato descritto come machiavellico, autoritario, elitario, spregiudicato e cinico dai suoi stessi estimatori. I suoi pensatori di riferimento erano Lenin, Nietzsche, Meinecke, Machiavelli, Hobbes, Hegel, Mosca, Pareto, teorici dell’autoritarismo. Nelle sue prime stesure, il Manifesto di Ventotene proponeva un decennio di dittatura rivoluzionaria per imporre un governo federalista all’intero continente. Anche nella stesura definitiva, il testo rivela un solenne sprezzo per i democratici e le procedure democratiche, definite esplicitamente “un peso morto” quando si tratta di cambiare il mondo. Spinelli descriveva in questi termini, ed in terza persona, il suo rapporto con la libertà: “non è riuscito a trovare alla libertà nessun’altra base più solida della forza con cui chi ha da realizzare qualcosa si mette all’opera e non si fa sopraffare dagli altri. Non ama la libertà degli altri in virtù di un astratto ideale di libertà. Chi vuol fare una cosa tende a calpestare gli altri” (Graglia 2008, p. 140).

Questa, a mio parere, è una falsa idea di libertà, è la libertà del forte di prevalere sul debole, di far trionfare la sua volontà, sempre e comunque, è la libertà dell’anarchismo di destra, del pensiero libertario della frontiera americana. Si è più liberi quante più persone si relegano sotto di noi. Lo stesso Piero Graglia, che pure è un biografo particolarmente generoso nei suoi confronti, concede: “Può sorgere naturale il dubbio, fondato, che Spinelli in fin dei conti nutra un malcelato disprezzo per la pratica democratica e per il sistema rappresentativo” (Graglia, 1993, p. 55).

Lo pensava anche Riccardo Bauer, uno dei costituenti-ombra (Buratti/Fioravanti, 2010), ossia uno di quei fondatori della Repubblica che rifiutarono le luci dei riflettori  (Bauer, 1987, pp. 120-123):

“Ernesto mi consegnò un grosso plico col famoso programma. Che lessi allibito. Vi si osservava innanzitutto che il fascismo non poteva essere sconfitto e superato se non imitandone la disciplinare salvezza data da un capo investito di una superiore autorità ed al quale fosse prestata obbedienza assoluta. Per cui, sia per determinare la caduta del potere fascista, sia per organizzare la successione, doveva costituirsi, sotto la direzione di quel capo assoluto, una vera e propria ferrea dittatura della durata almeno di un decennio – dopo l’avvento del nuovo potere – che studiasse e preparasse un ordinamento democratico da concedere, nei suoi perfetti lineamenti, al popolo finalmente sovrano. […]. [Nella seconda stesura del Manifesto] il nuovo intento federalista partiva dalla premessa che, a guerra finita, una nazione, l’Italia, dovesse prendere l’iniziativa di portare l’idea federativa a compimento, anche con la forza, se necessario, secondo una tradizione giacobina di cui si rilevava il fortunato successo, almeno iniziale. E, conseguenza del principio stabilito, l’uscita eventuale dalla federazione costituita non doveva essere consentita. Obiettai anzitutto che l’azione giacobina nel secolo XVIII era finita male nonostante l’iniziale entusiastico successo. In secondo luogo che dalla guerra tutte le nazioni sarebbero uscite stremate e che l’idea stessa di una nuova iniziativa di forza non sarebbe stata accolta con favore da nessuno. […]. In linea generale osservavo che una forma di unificazione dell’Europa richiedeva una condizione di relativa omogeneità politica, economica e sociale tra le diverse nazioni, omogeneità che era ben lungi dall’esistere…per cui tutto il progetto doveva essere avviato con ben altre premesse che quelle di un esasperato volontarismo senza reale fondamento nella prevedibile situazione dopo il bagno di sangue che ancora durava”.

La libertà consona ad una democrazia matura è un’altra cosa.

Perché la conferenza di pace e riconciliazione di Teheran non può interrompere l’escalation globale

Questi sono i paesi che hanno preso parte alla conferenza che dovrebbe proporre una via per la soluzione della questione siriana che eviti la deriva verso un conflitto globale: Russia, Cina, Bielorussia, Mauritania, Indonesia, Kirghizistan, Georgia, Turkmenistan, Benin, Sri Lanka, Ecuador, Afghanistan, Pakistan, Algeria, Iraq, Zimbabwe, Oman, Venezuela, Tagikistan, India, Kazakistan, Armenia, Nicaragua, Cuba, Sudan, Giordania, Tunisia, Palestina e il rappresentante dell’ONU in Iran.

Nonostante il considerevole peso internazionale dei partecipanti, rafforzato dalle divisioni emerse nell’ultima assemblea ONU tra NATO e BRICS/America Latina, questo tentativo è condannato al fallimento (se non altro perché nessun paese NATO è presente), per la semplice ragione che quel che accade in Siria è stato pianificato meticolosamente per anni (così come l’attacco all’Iran), gli investimenti sono stati troppo ingenti (si veda oltre) e ormai non possono perdere la faccia rimangiandosi la propaganda di questi mesi: non si torna indietro da un impegno così totalizzante. Andranno fino in fondo, costi quel che costi.

La precedente Depressione ha generato dittature ed una guerra globale. Questa si profila come persino peggiore di quella precedente. Obama (consigliato da Brzezinski) pare contrario ad una guerra con la Russia ma pare anche che l’establishment sia più propenso a spalleggiare Romney (cf. donazioni, ma anche Goldman Sachs che volta le spalle ad Obama), che invece si è dichiarato pronto a tutto (e potrebbe persino offrire la vicepresidenza all’ex generale Petraeus) e l’economia americana e quella cinese sono in sofferenza, mentre l’eurozona è verosimilmente spacciata.

L’obiettivo euro-americano è quello di rimuovere la presenza russa (e cinese) dal Mediterraneo (come è appunto successo in Libia). L’obiettivo saudita è quello di indebolire la potenza iraniana, ma anche di soffocare, grazie ad un conflitto, i focolai insurrezionali al suo interno, che si faranno insostenibili al termine del Ramadan (18 agosto). L’obiettivo israeliano è quello di avere le mani libere nei Territori Occupati. L’esito finale sarà, come minimo, la morte di milioni di abitanti del Medio Oriente e il colpo di grazia all’economia globale. È però impensabile che Russia e Cina resteranno a guardare:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/08/ex-direttore-del-mossad-gli-iraniani-devono-temere-un-attacco-entro-le-prossime-12-settimane/

Gli Stati Uniti hanno già sponsorizzato un colpo di stato in Siria nel 1949:

http://www.us-foreign-policy-perspective.org/index.php?id=323

e pianificato un altro colpo di stato alla fine degli anni Cinquanta:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/31/loccidente-e-la-destabilizzazione-della-siria-1957-2011-articolo-del-guardian/

All’inizio del 2012 Obama ha autorizzato operazioni clandestine di supporto agli insorti in Siria:

http://www.reuters.com/article/2012/08/01/us-usa-syria-obama-order-idUSBRE8701OK20120801

La CIA partecipa alle azioni degli insorti ed organizza la distribuzione delle armi che affluiscono dalla Turchia:

http://www.nytimes.com/2012/06/21/world/middleeast/cia-said-to-aid-in-steering-arms-to-syrian-rebels.html?_r=2&pagewanted=all

L’Occidente ha allevato per anni la leadership dell’insurrezione siriana, impelagata con le fazioni più reazionarie e/o fintamente progressiste delle oligarchie finanziarie:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/uninchiesta-del-guardian-ci-spiega-chi-ci-vuole-portare-in-guerra-e-perche/

Gli Stati Uniti hanno ammesso che sono stati elaborati piani per la rimozione di Assad con l’ausilio di Israeliani e Turchi:

http://www.nytimes.com/2012/07/22/world/middleeast/us-to-focus-on-forcibly-toppling-syrian-government.html?pagewanted=all

Turchia, Arabia Saudita e Qatar hanno creato una base militare segreta che si occupa della logistica e del coordinamento degli insorti ad Adana, a 80 chilometri dal confine con la Siria e dove ha sede la base NATO di Incirlik, con forte presenza di personale americano militare e dell’intelligence:

http://www.reuters.com/article/2012/07/27/us-syria-crisis-centre-idUSBRE86Q0JM20120727

http://www.reuters.com/article/2012/08/01/us-usa-syria-obama-order-idUSBRE8701OK20120801

La Turchia reclama il diritto di intervenire in Siria nella sua sanguinaria repressione dell’insurrezione kurda (se la Turchia fosse invisa all’Occidente i Kurdi sarebbero degli eroi?):

http://blogs.channel4.com/alex-thomsons-view/international-relations-unravelling-syrian-borders/2493

Qatar e Arabia Saudita – due dittature – armano e STIPENDIANO i ribelli (che, per definizione, dovrebbero quindi essere chiamati “mercenari”),

http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-17607547

mentre all’assemblea delle Nazioni Unite condannano il regime per le uccisioni di “civili disarmati”:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/05/il-voto-sulla-siria-spacca-lonu-e-contrappone-nato-e-brics-nigeria-e-pakistan/

L’Arabia Saudita soffoca le rivolte interne nel sangue:

http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/109974-arabia-saudita-uccisi-due-manifestanti-nella-protesta-contro-arrestato-religioso-sciita-video

Gli insorti giustiziano e torturano i loro prigionieri:

http://www.hrw.org/news/2012/03/20/syria-armed-opposition-groups-committing-abuses

http://www.mcclatchydc.com/2012/08/03/159888/accounts-of-syria-rebels-executing.html

e godono dell’assistenza di Al-Qaeda

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/01/al-qaeda-alleata-della-nato-in-siria/

Philip Giraldi, ex funzionario della CIA, ritiene che Israele trovi molto conveniente la destabilizzazione della Siria in vista dell’attacco all’Iran, che esporrebbe Israele alla rappresaglia degli alleati dell’Iran, e quindi anche della Siria:

http://www.michaelmeacher.info/weblog/2012/03/where-the-syrian-imbroglio-is-now-headed/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/04/kofi-annan-getta-la-spugna-la-guerra-e-vicina/

Nel frattempo, gli opportunisti dell’umanitarismo, da bravi pastori, stanno conducendo le loro pecorelle al macello

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/16/gli-opportunisti-dellumanitarismo-sono-un-pericolo-per-tutti-noi/

e il nostro ministro degli esteri non si tira certo indietro:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/14/il-ministro-degli-esteri-italiano-auspica-una-missione-piu-muscolare/

IL DATO E’ TRATTO, NON SI TORNERA’ INDIETRO.

La spontaneità dell’opposizione russa a Putin

 

I leader dell’opposizione a Putin entrano ed escono dall’ambasciata americana a Mosca

Giorgio Napolitano – Camaleonte o Barbie (con vestitini ed accessori)?

Questo è un paese dove il presidente della Repubblica esercita poteri imprevisti. Con che diritto, sabato, ha definito «eccezionale» il governo: «a termine»? Il Quirinale già ha pesato molto, influenzando il voto presidenziale e favorendo le grandi intese. Formidabile è la coazione a ripetere inganni, tradimenti. La chiamano addirittura pace, responsabilità.

BARBARA SPINELLI, sulla Repubblica del 5 giugno 2013 (NON UN BLOGGER COMPLOTTISTA)


Napolitano…e sai cosa bevi (olio di ricino).

Napolitano ha cambiato casacca molte volte nella sua vita: pro-Mussolini (e Hitler), pro-Unione Sovietica (al tempo dell’invasione dell’Ungheria), pro-NATO (al tempo della strategia della tensione atlantista), pro-liberismo (al tempo dell’austerismo sponsorizzato dalla Bundesbank e dalla City di Londra), pro-eurocrazia (al tempo della distruzione del sogno europeista). Oggi è il Presidente della Repubblica italiana, garante della Costituzione (!!!).

IL PASSATO FASCISTA DI NAPOLITANO

Chi ricorda Napolitano universitario fascista? Ripulita la biografia del presidente, ora viene fatto passare per padre costituente: ma nel 1942 non aveva ancora abbracciato il comunismo e faceva parte dei gruppi fascisti

Di Antonio Socci, Libero del 10 Dicembre 2010

Il ministro Gianfranco Rotondi, martedì sera, a Ballarò, ha affermato: «Il presidente Napolitano non solo ha letto la Costituzione, ma l’ha anche scritta visto che fece parte della Costi­tuente». Né il conduttore, né gli altri ospiti hanno obiettato. Ma fino ad oggi si ignorava una tale notizia. Si dà il caso infatti che l’assemblea Costituente sia stata eletta il 2 giugno del 1946, quando il ventunenne Giorgio Napolitano era ancora un semplice studente universita­rio a Napoli. Della sua carriera da costituente non c’è traccia da nessuna parte.

Forse l’eccesso di zelo ha giocato a Rotondi un tiro mancino. Può capitare. Meno comprensibile è che sia addirittura ‘il sito ufficiale della Presidenza della Repubblica’ a riscrivere la biografia di Napolitano in chiave apologetica. Nella biografia del presidente in­fatti si legge: «Fin dal 1942, a Napoli, iscrittosi all’Uni­versità, ha fatto parte di un gruppo di giovani antifascisti». Ora, si dà il caso che nel 1942 Napolitano sia entrato a far parte non di “un gruppo di giovani anti­fascisti”, come oggi declama il sito del Quirinale, ben­sì del Guf napoletano (Guf sta per “Gruppo universi­tario fascista’). Infatti collaborò attivamente alla rivi­sta del Guf, “IX Maggio”, partecipando pure alla giu­ria del convegno nazionale di critica cinematografica dei Guf. Si cimentò anche “in un esperimento di regia con la compagnia del Teatro Guf’. Notizie che lui stesso dà nella sua autobiografia, “Dal Pci al sociali­smo europeo” (Laterza), nella quale però cede – pure lui – alla tentazione di “redimere” la sua vicenda per­sonale, con un’autoassoluzione che suona così: «L’organizzazione degli universitari fascisti era in ef­fetti un vero e proprio vivaio di energie intellettuali antifasciste mascherato e fino a un certo punto tolle­rato». Chi ha scritto la biografia per il sito del Quirina­le non ha fatto altro che cancellare la sigla del Guf e trasformare il gruppo cui aderì Napolitano in “grup­po di giovani antifascisti” tout court.

I Guf e fascismo

Quella di gabellare i Guf per covi di antifascisti è un costume (francamente risibile) che è invalso fra tutti coloro -e sono tanti- che frequentarono Guf e Litto­riali e poi, in tempi diversi, diventarono antifascisti. La verità è che i giovani cresciuti fra Guf e Littoriali non erano affatto antifascisti, né ha senso pensarlo. Come ha testimoniato lealmente, nel suo ultimo li­bro di memorie, Enzo Forcella, diventato poi antifa­scista e per anni editorialista di punta della “Repub­blica”. A lui stesso qualcuno attribuì posizioni antifa­sciste anticipate agli anni del Guf. Ma Forcella ha ri­battuto in modo lapidario: «Non ci ponevamo nep­pure il problema dell’antifascismo». E a proposito della “generazione dei Littoriali”, riabilitata da Zan­grandi, è stato molto netto: «Magari c’erano davvero tutte le allusioni critiche, lo spirito di fronda, il dolo­roso travaglio che nei decenni successivi i volenterosi esegeti vi avrebbero ritrovato; ma io non li vedevo».

Nel caso di Napolitano del resto è difficile aver dubbi. La sua non fu neanche una scelta dovuta a ignoranza della politica, perché lui stesso racconta che avendo vissuto a Padova, nei primi mesi del 1942, lì «scoprii la dimensione della politica e la specie, fino ad allora per me sconosciuta, dei comunisti». Scrive addirittura: «Anche noi liceali respiravamo l’aria di una università di grande tradizione innanzitutto nel senso del libero pensiero; nella libreria Randi, nel centro della città, si potevano incrociare figure di maestri e intellettuali come Concetto Marchesi, Ma­nara Valgimigli, Diego Voleri, dei quali si sapeva per certo che non erano fascisti, ma tutt’altro».

Aggiunge: «Insomma vidi a Padova – anche grazie a qualche insegnante eterodosso e stimolante- come ci fossero vie che dall’impegno culturale, nutrito di senso della libertà e della responsabilità, conduceva­no all’impegno politico, antifascista e tendenzial­mente comunista». Lo vide, ma si guardò bene dal percorrerle. Infatti dopo una così preziosa presa di coscienza, che era preclusa a gran parte dei suoi coe­tanei, Napolitano cosa fa? Si coinvolge in questi am­bienti antifascisti? Si iscrive al Pci clandestino? Resta almeno indipendente e libero? No. Torna a Napoli ed entra nel Guf. Tutto questo nell’autunno 1942, dopo venti anni di dittatura, quando già erano state decise le leggi razziali, il patto di alleanza con Hitler e l’in­gresso in guerra che già stava prendendo una piega disastrosa. Iniziare a frequentare il Guf nell’autunno 1942 tutto può essere fuorché una scelta antifascista. Ma la tentazione, a posteriori, di presentarla come ta­le è forte per uno che poi è diventato dirigente comunista. Soprattutto perché gode di uno statuto di in­toccabilità, quasi come un padre della patria. Su Wikipedia, nel suo profilo biografico, si legge addirittu­ra: «Durante l’occupazione tedesca, con il gruppo formatosi all’interno del Guf prende parte alle azioni della Resistenza in Campania». Di azioni resistenziali di Napolitano a dire il vero non ho trovato traccia nel­la sua autobiografia, dove si riferisce che con il 25 lu­glio 1943 (la caduta del regime) e il successivo 8 set­tembre, «qualcuno di noi (non io) prese subito con­tatto con il Partito comunista», altri con «i venti giorni di terrore nazista a Napoli» e l’occupazione nazista del Nord, presero la via della Resistenza.

Ma Napolitano così racconta di sé: «Io deluso e confuso, mi misi da parte, mi presi un periodo di ri­flessione». Stette a Capri, dove conobbe Curzio Mala­parte. Poi, passata la tempesta e tornata la democra­zia, nel 1945 si iscrisse al Pci. La biografia del sito del Quirinale (che non fa menzione della resistenza) è as­sai indulgente con Napolitano anche sul versante co­munista. Degli anni passati come dirigente del Pci di Togliatti e Stalin e poi dell’epoca Breznev o dei suoi viaggi a Mosca è difficile trovare traccia.

IL PASSATO FILO-SOVIETICO DI NAPOLITANO

Quando Napolitano disse: “in Ungheria l’Urss porta la pace

Nel 1956, all’indomani dell’invasione dei carri armati sovietici a Budapest, mentre Antonio Giolitti e altri dirigenti comunisti di primo piano lasciarono il Partito Comunista Italiano, mentre “l’Unità” definiva «teppisti» gli operai e gli studenti insorti, Giorgio Napolitano si profondeva in elogi ai sovietici. L’Unione Sovietica, infatti, secondo lui, sparando con i carri armati sulle folle inermi e facendo fucilare i rivoltosi di Budapest, avrebbe addirittura contribuito a rafforzare la «pace nel mondo»…

Giorgio Napolitano nel nov. 1956: “Come si può, ad esempio, non polemizzare aspramente col compagno Giolitti quando egli afferma che oltre che in Polonia anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato? E’ assurdo oggi continuare a negare che all’interno del partito ungherese – in contrapposto agli errori gravi del gruppo dirigente, errori che noi abbiamo denunciato come causa prima dei drammatici avvenimenti verificatisi in quel paese – non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni, giungendo a fare appello alle masse contro il partito. E’ assurdo oggi continuare a negare che questa azione disgregatrice sia stata, in uno con gli errori del gruppo dirigente, la causa della tragedia ungherese.

Il compagno Giolitti ha detto di essersi convinto che il processo di distensione non è irreversibile, pur continuando a ritenere, come riteniamo tutti noi, che la distensione e la coesistenza debbano rimanere il nostro obiettivo, l’obiettivo della nostra lotta. Ma poi ci ha detto che l’intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere – e qui sarebbe stato meglio che, senza cadere lui nella doppiezza che ha di continuo rimproverato agli altri, si fosse più chiaramente pronunciato – che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo.

«Napolitano non venga a Budapest. Con il Pci appoggiò i russi invasori», tratto da il Giornale, 26.5.2006.

Un portavoce dei superstiti: “Tardivo il su ripensamento, chi pagò con la vita non vorrebbe essere commemorato da lui“.

Hanno perdonato Boris Eltsin, erede dei loro carnefici. Potrebbero, sforzandosi, mandar giù anche un boccone indigesto come Vladimir Putin «l’opportunista» ma Giorgio Napolitano no, proprio no. Il nostro presidente della Repubblica non merita sconti e in Ungheria non deve andare. Soprattutto in quei giorni, nel prossimo autunno, in cui a Budapest si ricorderanno i 50 anni dell’invasione sovietica. A lanciare il diktat è un gruppetto sparuto ma autorevole di magiari, quelli raccolti intorno a «56 Alapitvany» (Fondazione ’56). Sono in diciannove, tutti accomunati dallo stesso destino: essersi ribellati agli occupanti venuti da Mosca e aver pagato per questo con duri anni di galera.

Per questo, l’altroieri, sono insorti quando hanno saputo che il presidente ungherese Laszlo Solyom aveva invitato per il prossimo autunno a Budapest anche Giorgio Napolitano. In nove hanno firmato una lettera-appello per chiedere che Napolitano non venga. O se proprio ci tiene a visitare l’Ungheria, lo faccia prima o dopo le commemorazioni. Facendo riferimento alla posizione presa dal Pci nel 1956, la lettera afferma che il documento di allora offrì sostegno internazionale ai sovietici che «repressero nel sangue il desiderio di libertà dell’Ungheria». E Laszlo Balazs Piri, tra i nove firmatari dell’appello, membro del board della Fondazione, già condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione per la sua partecipazione alla rivolta, rilancia: «Purtroppo i governi dei grandi Paesi occidentali non poterono aiutarci. L’opinione pubblica dei Paesi liberi era accanto a noi. Nello stesso tempo, però, in Paesi come Italia e Francia i Partiti comunisti erano allineati a Mosca. Furono d’accordo con questa resa dei conti sanguinosa contro la lotta di liberazione ungherese. Napolitano a quel tempo non era un bambino e aveva un’opinione».

A poco vale per i «reduci» della repressione sovietica il ripensamento del presidente italiano. Un dietrofront tardivo, sostengono. E Balasz Piri è categorico: «La comunità dei veterani del 1956 sente che quest’uomo non deve partecipare alle commemorazioni del ’56 ungherese. Chissà cosa direbbero quelli che sono stati impiccati in seguito alla repressione».

Il 26 settembre 2006, a Budapest, Napolitano ha reso omaggio alle vittime della rivoluzione del 1956, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. In quell’occasione ha detto: “Ho reso questo omaggio sulla tomba di Imre Nagy a nome dell’Italia, di tutta l’Italia, e nel ricordo di quanti governavano l’Italia nel 1956 e assunsero una posizione risoluta, a sostegno dell’insurrezione ungherese e contro l’intervento militare sovietico”. Non una dichiarazione sulle responsabilità sue e dei suoi «compagni» di partito, non una richiesta di perdono alle vittime (forse 25.000), non un’affermazione che defisse il comunismo «male assoluto».

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/comunismo_nel_mondo/est_europa/ungheria_1956/articolo.php?id=732

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