Heiliges Land Tirol / Fratelli d’Italia

 

Estratto da Stefano Fait e Mauro Fattor, “Contro i miti etnici: alla ricerca di un Alto Adige diverso“, Raetia, 2010, 224 pagine.

Ti sei mai chiesto cosa sia questa patria, questa nazione? Pure invenzioni di un piccolo gruppo di sciagurati che vogliono governare sui popoli! Quando la Terra venne creata non fu suddivisa in nazioni! …poi vennero gli uomini, con le loro strampalate idee di possedere il territorio, dimenticando, inoltre, che su questa Terra, mentre lei permane, noi veniamo e ce ne andiamo.

Mario Martinelli

 

Dopo lo spettacolare fallimento della moralità convenzionale (di stampo comunitario) nel corso del secolo scorso, la mansueta, meccanica identificazione dell’individuo ad una collettività, sia essa un’etnia, una patria o una corporazione, è estremamente problematica e va trattata come ogni altra forma di idolatria o tribalismo, ossia con il più lucido scetticismo. L’Heimat è un territorio dell’immaginario, non un’entità naturale. Gli esseri umani fanno già abbastanza fatica a non fuggire da se stessi per paura di essere inadeguati e a non essere prevenuti nei confronti degli sconosciuti per paura di scottarsi l’anima: indurli ad amare una finzione che esalta le differenze verso l’esterno ed annulla l’unicità di ciascuno di noi è irresponsabile.

Dunque il valore dell’Heimat/Patria non solo non esercita effetti virtuosi sulla società civile, ma addirittura la danneggia, sia a livello morale sia a livello pratico. Vediamo meglio come e in che misura ciò avvenga nel contesto altoatesino. C’è una significativa testimonianza di Bernhard Pircher che fu intervistato dalla rivista “UnaCittà” quando aveva 19 anni ed era membro della compagnia di Schützen venostana di Glurns/Glorenza (Pircher 1997). Illustrando le ragioni che lo avevano indotto a diventare uno Schütze, Pircher spiega che “Quello che mi affascinò di più era questo essere dalla parte della Heimat, delle tradizioni, della religione e anche del bisogno di coesione, il fatto cioè che ci si raduni per le celebrazioni pubbliche e per marciare insieme. L’ammissione nella compagnia degli Schützen di un nuovo membro deve essere unanime”. Questa scelta fu resa più facile da un evento particolarmente spiacevole, una rissa con degli italiani per futili motivi. Così Pircher confessava di essere stato per lungo tempo anti-italiano: “Adesso però la vedo diversamente. Anche gli italiani sono esseri umani e hanno quindi molto in comune con noi”. Una frase che chiarisce meglio di dozzine di saggi la natura disumana e de-umanizzante, per entrambi i gruppi etnici, della separazione etnica in vigore nella Heimat altoatesina, specialmente per i giovani, inesperti e quindi estremamente influenzabili. E l’Heimat? Cos’era l’Heimat per quel giovane Schütze della Val Venosta? “Heimat è quel luogo in cui ci si sente “a casa”. Qui da noi ci si conosce tutti. Ci si saluta anche se non ci si conosce e si ha fiducia negli altri…Heimat è per me lì dove si sta volentieri. Io nella mia terra posso fare le cose che amo fare…Nella mia Heimat io ho l’aria pura e un ambiente quasi incontaminato, che rispetto”. Per Pircher l’Heimat non è chiusa ai forestieri: “Essa è per tutti, questo lo voglio ben sperare. Anche per quegli italiani che sono nati qui. Io vorrei anche che ognuno si prendesse cura di questa Heimat, anche delle sue tradizioni. Quando ad esempio si preparano i fuochi per il “Sacro Cuore di Gesù”, è bello perché vecchi e giovani si incontrano, salgono insieme sulla montagna e condividono il piacere di queste tradizioni. Si ascoltano storie di tempi passati, e quando poi bruciano i falò, si sente dentro di sé una gioia e un senso di comunione così unico e profondo. Tutti aiutano, tutto il paese si dà da fare affinché queste feste riescano bene. È anche un modo per incontrare persone che altrimenti non si incontrerebbero. È un’alternativa al solito bar, e magari pure alla discoteca in cui i più vecchi in ogni caso non vanno. Anche questi incontri sono Heimat”. O forse no. Forse l’idea di Heimat è una sovrastruttura del tutto superflua. Tant’è che in italiano basta dire – “sentirsi a casa” – senza tanti fronzoli mistici politicamente manipolabili. Heimat non è l’unica risposta, o la migliore, allo spaesamento da globalizzazione. Il paesaggio emotivo tedesco non è poi così diverso da quello latino o slavo. Così in Trentino si possono fare le stesse cose e provare le stesse sensazioni senza che la mente chiami in causa come un automatismo del tipo “stimolo-risposta” la nozione di patria/Heimat. C’è chi si è chiesto come mai una parte del mondo germanico sia così fermamente aggrappata a questa idea di Heimat. Ad esempio Peter Blickle, docente di germanistica presso l’Università del Michigan, ritiene (Blickle 2002) che essa nasca dalla fusione di Romanticismo ed anti-Illuminismo e che il bisogno psicologico derivi in primo luogo dal desiderio di ricavarsi uno spazio idealizzato e protettivo, un’appartenenza di tipo neo-tribale percepita come naturale nella quale perdersi. È una provincia dello spirito che è emanazione di una spiritualità provinciale, locale e che impregna una “individualità collettiva” che “rassicura i germanofoni circa il loro valore, identità e unicità” (Blickle, op. cit., 50). Il sé, come detto, si perde nell’Heimat e diviene un sé diverso da quello descritto da Freud, un sé “preconscio, dipendente dal gruppo e sociale…bisognoso di radici. Un sé sradicato è percepito come sminuito o guastato” (ibidem, 69) che confonde persone e cose, l’errore ontologico del pensiero magico-superstizioso che un tempo si chiamava idolatria pagana.In passato quest’invenzione del pensiero umano è servita a tenere in piedi un sistema di valori, poteri e rapporti umani fortemente lesivo della dignità delle donne e discriminatorio nei confronti dei bambini e delle minoranze.

Inoltre l’aura di innocenza che spira attorno all’Heimat è saldamente legata alla semplice e perniciosa equazione di bello e buono. Se l’Heimat è un idillio di bellezza, innocenza e purezza, allora chi la ama è buono ed irreprensibile per definizione. Anzi, è un eletto. Non è quindi per nulla sorprendente che l’Heimat sudtirolese attiri le personalità narcisistiche. Tutti, anche se in misura diversa, siamo affetti da narcisismo. Il militante etnicista o patriottico va oltre, dando libero sfogo alla sua immaginazione ipertrofica. In talune circostanze la discrepanza tra realtà e immaginazione è tale che questo tipo di narcisista inveterato trova arduo non provare disgusto per ciò che stona, fosse pure una certa classe di esseri umani. Dimostra povertà di spirito e scarsa empatia, tratta gli altri come oggetti utili ad alimentare il proprio bisogno narcisistico, si chiude autisticamente nel suo bozzolo di certezze, nel suo personale universo di riduzionismi che lo deresponsabilizzano e spostano la colpa sui difetti congeniti degli altri. Necessita di ordine e chiarezza e li può trovare nella superstizione del gene onnipotente, della tradizione ordinatrice, dell’identità totalizzante e neo-tribale, cioè nell’idea in quanto tale, immacolata ed omogenea. Il Südtirol o l’Italia come filo a piombo dell’anima (Stecher 2008). Un’idolatria che è anche un terribile auto-inganno e che bolla come minaccia tutto ciò che contamina la purezza dell’idea, arrivando a negare la realtà, come nel risibile “no a un’Italia multi-etnicadi Berlusconi. Se questa minaccia non è opportunamente neutralizzata la condanna è all’alienazione. Un inconscio processo di alienazione è già comunque in atto, perché il narcisista immaginifico è già schiavo delle sue idee fisse. I totalitarismi altro non sono che manifestazioni su vasta scala del medesimo fenomeno, vere e proprie epidemie di narcisismo. Ciò potrà sembrare strano per chi è abituato, erroneamente, a pensare al narcisismo in termini di egocentrismo ed eccessivo amor proprio. In realtà il narcisista, se privato della sua sorgente di conferme e rassicurazioni, si sente vuoto e depresso, inutile, senza scopo, amorfo, ansioso ed insicuro. Soffre di considerevoli oscillazioni nell’autostima e può arrivare a credere che la vita non sia degna di essere vissuta. Per evitare questo tragico epilogo sente l’impulso di aggrapparsi ad una qualche figura o idea dominante che fornisca un sostegno solido. Anela la fama e l’ammirazione, perché queste portano con loro l’universale approvazione. Se non può conseguirla si attacca al culto della celebrità. Molti binomi padrone-servo potrebbero essere tranquillamente invertiti, perché entrambi sono narcisi ed hanno bisogno di quel tipo di rapporto patologico più di quanto necessitino di un certo status. È il vuoto interiore, l’inautenticità, la perdita di senso, l’incertezza del futuro che paventano più di ogni altra cosa. La superficialità non è un problema, il narcisista è in ogni caso antropologicamente pessimista, il suo pensiero non è mai profondo – è arendtianamente banale –, né lo è la sua stima nei confronti degli altri esseri umani, che non sono mai davvero suoi simili e per questo possono essere ordinatamente incasellati in categorie arbitrarie. Il feticismo, l’illusionismo nella sua accezione più ampia è il vizio caratteristico del narcisista. Non potendo contare su una vita ultraterrena, esorcizza lo spettro della morte concentrandosi sull’immagine e sull’idea – la Patria, l’Etnia –, rendendole immortali, e si autoipnotizza, dissipando il suo potenziale. Il suo amor proprio è dunque fragilissimo e la concentrazione su di sé in realtà è molto precaria e può mutarsi molto facilmente in attaccamento fanatico ad un movimento e ad un leader che incarnino le idee fisse che danno senso alla sua esistenza, almeno provvisoriamente. Insomma il narcisista non è autonomo ed indipendente, non ha alcun serio controllo sulla sua esistenza. Al contrario è eterodiretto, e si lascia facilmente assimilare da fazioni, sette, tribù, razze, campanilismi, integralismi e militanze varie, riflessi distorti della realtà. Si intossica di lusinghe, vezzeggiamenti, adulazioni, apprezzamenti di un sé illusorio, falso e privo di valore, che ha bisogno di ripetute conferme e le trova nella grandezza del Gruppo. È una comparsa nella sua vita, non il protagonista, anche se non se ne rende conto e profonde impegno e risorse per rinsaldare ancora di più questo stato di cose.

Oggi, in Alto Adige come in gran parte dell’Europa, la logica etnarchica, – essenzialmente narcisistica – che antepone il particolare all’universale sacrificando il motto Liberté, Égalité, Fraternité sull’altare della Cultura e dell’Identità, è sopravvissuta alla sconfitta del nazismo e del comunismo. Si è tornati a parlare di identità naturali, anche se nessuno ha saputo ancora spiegare cosa ci sia di naturale e di univoco in queste identità. D’altronde quello identitario non è un appello alla ragione, ma alle emozioni, ai sensi di colpa ed alla paura di chi, sentendosi in dovere di appartenere “anima e core” ad un insieme più ampio, non si sente di poter affrontare il giudizio altrui e l’ostracismo degli altri membri del gruppo. La moda etnarchica non va però affrontata in modo sbrigativo. Non è un atavismo incontrollabile ma piuttosto un nobile stimolo umano primordiale (quello al raggruppamento ed alla condivisione di sforzi ed aneliti) che può essere male indirizzato, nel qual caso trova pretesti e razionalizzazioni eminentemente moderne quando il modello universalista segna il passo, cioè ad ogni seria crisi internazionale o sotto la spinta dell’immigrazione di massa.

Essa rimane una strategia fallimentare sotto ogni punto di vista. A livello etico perché non rispetta la dignità intrinseca e l’autonomia delle persone e dissimula la loro unica, comprovabile appartenenza, quella alla specie umana. A livello pratico perché non esiste alcun modo per tenere sotto controllo le forze centrifughe ed atomizzanti messe in moto da una politica della differenziazione identitaria. Ci sarà sempre una minoranza che pretenderà il pieno autogoverno se non riceverà un’adeguata compensazione. Pensiamo a quel che sta avvenendo in Bosnia, dove la Republika Srpska a forte maggioranza serba sta già meditando di seguire l’esempio del Montenegro e Kosovo, distruggendo quindi ogni sforzo pacificatore ed unitario della comunità internazionale in Bosnia. Oppure pensiamo alla contrapposizione tra Scozia ed Inghilterra, tra Catalogna ed Andalusia, tra Fiandre e Vallonia, tra Padania e Meridione. In caso di separazione, il paradigma etnico che la giustifica sarebbe nel contempo il maggiore ostacolo alla realizzazione di una società equa, giusta, e solidale. La maggioranza etnica sarebbe autorizzata a decidere in funzione dell’interesse primario della conservazione della sua egemonia. E non è precisamente quel che avviene in Alto Adige – e in Italia –, con la ben remunerata connivenza di quasi tutti i partiti? Cosa succederebbe in Alto Adige se si arrivasse al distacco dall’Italia? Cosa farebbe la maggioranza italofona di Bolzano e dell’Oltradige-Bassa Atesina? E come si può evitare che degli standard etici locali logorino la coesione dell’Unione Europea attorno ai principi universalistici ereditati dall’ecumenismo cristiano, dall’Umanesimo e dall’Illuminismo? Il separatismo localistico ed il differenzialismo identitario non sono né assennati né moralmente giustificabili. Non possono costituire una risposta ai problemi dell’autogestione territoriale né possono mitigare l’impatto della globalizzazione a livello socio-economico, se non altro perché i movimenti etnopopulistici europei sono sempre ed invariabilmente libertari (di destra), in quanto il loro bacino elettorale si concentra soprattutto nella piccola e media impresa, cioè tra elettori che troppo spesso sono più propensi a pretendere tutele per sé stessi, anche se a discapito del resto della popolazione e degli immigrati che pure loro stessi assumono in gran numero (Tamás 2000). Quel che è scandaloso è che una parte della sinistra, in nome dell’anti-imperialismo, si sia sentita in dovere di combattere la destra su un campo come quello delle identità collettive, che è il terreno naturale della destra stessa.

Nord vs Sud – Germania vs Italia

 

La tesi è quella classica: il sistema capitalistico tende per sua natura a produrre differenziali locali e globali (crescenti polarizzazioni) ed una moneta unica (o cambi fissi) porterà, nel lungo termine, alla deindustrializzazione dell’area geostrategicamente svantaggiata (il baricentro economico europeo è nel Mare del Nord, non nel Mediterraneo). Un’altra ragione per cui il neoliberismo è suicida: servono pianificazioni su vasta scala e a lungo termine per organizzare socio-economicamente milioni di cittadini.

Questo articolo del Sole 24 Ore va letto tenendo conto di quest’altro, che riguarda l’eurozona:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/28/un-tecnico-degli-anni-ottanta-parla-della-crisi-delleuro-di-andreotti-e-della-deindustrializzazione-italiana/

“Sono passati 150 anni dall’Unità nazionale, ma l’Italia rimane ancora un Paese a due velocità. Dal 1861 al 2010 il Pil del Mezzogiorno, a prezzi costanti, è cresciuto di 18 volte, anche grazie agli interventi degli anni ’60. Ma allo stesso tempo anche il divario con il Centro-Nord è aumentato, soprattutto a causa della carenza di occupazione. Lo rivela il volume «150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011», edito da Il Mulino e presentato oggi alla Camera dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Svimez.

Per il presidente di Svimez, Adriano Giannola, non è vero che oggi «c’è un problema di crescita che riguarda soprattutto il Sud», mentre da solo il Nord «sarebbe una molla pronta a scattare al primo segno di ripresa: il Mezzogiorno si propone come opportunità strategica del sistema Italia».

Il Pil del Sud vale il 60% di quello del Nord. Dal 1950 cresce anche il gap occupazionale. L’emigrazione di ieri e di oggi

Ma il divario fra le due aree persiste: nel 1861 il Pil pro capite del Sud era all’incirca lo stesso del Nord, per poi subire un vero e proprio crollo sino al 1951, per poi registrare una crescita discontinua negli anni seguenti con una lieve ripresa a partire dal ’99. Oggi il Pil del Sud vale solo il 60% di quello del Nord. Anche il tasso di occupazione del Sud, dal 1950 ad oggi, ha visto crescere progressivamente il gap con il Nord. Un divario, ha spiegato il vicedirettore di Svimez Luca Bianchi, che si è ampliato soprattutto a partire dal 1973. Da quella data, «si sviluppa soprattutto l’industria del Nord e i posti di lavoro che si perdono nell’agricoltura non si riescono a recuperare negli altri settori». La situazione non è esplosa «solo grazie allo sfogo dell’emigrazione che ha visto in quegli anni andare via oltre 2 milioni e mezzo di persone» e che oggi portano nuovamente i talenti lontano.

Fino al 1860 sviluppo industriale alla pari fra Nord e Sud, poi il sorpasso

Dopo il grande sviluppo degli anni compresi fra il 1952 e il 1973, grazie alla grande industria e alla Cassa del Mezzogiorno, quando il pil pro capite crebbe del 4,6% all’anno nel Sud, rispetto al 4,8 del Centro-Nord, in seguito alla brusca battuta d’arresto avvenuta dopo gli anni ’70, quando i grandi impianti delle aziende più importanti del Paese cominciano a chiudere i battenti dopo aver alimentato la speranza di un nuovo futuro, il Sud comincia a perdere terreno: «Nel 1860 – ha affermato Bianchi – in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale (Milano-Torino-Genova) e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo. L’unica fase di recupero è tra gli anni ’50 e il ’73. Poi comincia a perdere di nuovo e comunque il tasso di industrializzazione del Mezzogiorno resterà la metà di quello del Centro-Nord».

Un trend simile sugli investimenti: a partire dalla metà degli anni ’80 subiscono un calo quando la politica per il Sud cambia natura e viene dirottata «verso interventi di carattere assistenziale» che non guardano allo sviluppo del territorio.

Ma il Sud recupera in qualità della vita e istruzione

Nel 1910 il divario tra Nord e Sud per speranza di vita era molto forte: in Veneto si viveva 4 anni in più che in Campania (47,8 rispetto a 43,6), 8 anni più che in Puglia (47,8 rispetto a 39,2). Nel 1970 la speranza di vita al Sud arrivava invece a 69,9 anni contro i 69 della media nazionale, due anni in più del Nord-Ovest (68).

Dal punto di vista dell’istruzione, nel 1861 gli analfabeti al Sud erano l’87% della popolazione, contro il 67% del Centro-Nord. Nel 1951 erano scesi al 24,4%. Quanto al tasso di scolarizzazione, la rincorsa ha fatto addirittura segnare un sorpasso: nel 2009 il tasso di iscrizione all’Università era del 33,5% al Sud e del 33,1% al Centro-Nord (nel 2009 51,5% contro 42%). Guardando agli anni di istruzione pro capite, la differenza tra Mezzogiorno e Centro-Nord nel 2010 si era ridotta a mezzo punto percentuale (9,6 anni contro 10,1).

Infrastrutture: il caso Ferrovie

Situazione altalenante sul fronte del trasporto ferroviario: se nel 1861 il divario tra le due aree era enorme in tutto il Mezzogiorno (i km di ferrovie erano soltanto 184, contro i 2.336 del Centro-Nord), nel 1912 i km di binari erano aumentati di 5 volte al Centro-Nord, arrivando a 10.274, mentre al Sud l’aumento era stato di ben 70 volte, arrivando a 7.101km. Guardando però alla percentuale di km di ferrovie su 1.000 km di superficie, già nel 1938 il Sud superava il Nord, con 76,8 km rispetto a 73,7. Situazione di sostanziale pareggio venti anni dopo, nel 1958, con 71 km di ferrovie su 1.000 di superficie al Centro-Nord e 72,1 al Sud.

Interessante notare le tendenze degli ultimi anni: nel 2009 i km di ferrovie al Centro-Nord erano 10.895, pari a 61,1 su 1.000 di superficie. al Sud, invece, 5.731, pari a 46,6 km ogni 1.000.

Strategie sul Mediterraneo, politica fiscale e industriale per rilanciare il Sud

«Il Mezzogiorno – ha concluso Bianchi – è partito con condizioni di assoluto svantaggio che erano legate ad indicatori sociali che hanno pesato e condizionato la crescita nel primo secolo dopo l’Unità d’Italia. Dal dopoguerra ad oggi si evidenzia una prima fase di forte recupero quando c’era una politica nazionale orientata al riequilibrio dei territori che però poi dagli anni ’80 si è interrotta e stiamo ancora aspettando di ridefinire un quadro organico di interventi per il Sud. Nel frattempo il Sud è cresciuto ed è cambiato: gli indicatori sociali infatti sono più o meno gli stessi rispetto al Nord, ma a questo non ha corrisposto una crescita degli indicatori economici». Se non si saprà porre rimedio «il Paese nel suo complesso non può crescere. La nostra storia ci insegna che le due aree crescono insieme e declinano insieme».

Oggi il Mezzogiorno si propone come «opportunità strategica del Sistema Italia», ha detto il presidente dello Svimez, Giannola, secondo il quale però è necessario puntare su tre direttrici: centralità del Mediterraneo, fiscalità differenziata, politica industriale centrata su logistica e fonti energetiche alternative e tradizionali. Senza un progetto Sud forte e condiviso, infatti, il rischio è che, se non contrastato, il «silenzioso tsunami demografico ci consegnerà nel giro di poco più di trent’anni un Sud spopolato, anziano, cronicamente e ben più “patologicamente dipendente” di oggi per l’ effetto congiunto di un declino nella fertilità, del progredire della speranza di vita e di una ben peculiare ripresa dell’emigrazione».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-30/nord-anni-economie-confronto-130630.shtml?uuid=Aazf1obD

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: