La farfalla avvelenata

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“La «Farfalla avvelenata» insomma, non vuole essere solo il resoconto degli aspetti investigativi e processuali della vicenda dei rifiuti pericolosi ma sottolinea anche le incertezze della politica e le sue reazioni, morbide e contorte, all’allarme ambientale lanciato dal magistrato. Quella politica che avrebbe cercato soprattutto di rassicurare e sminuire, davanti alle richieste sempre più precise di quei Comitati popolari nati prima e dopo l’inizio delle inchieste.
Nel volume Tomasi e Valenti si chiedono  perché sia stato il Corpo forestale dello Stato a scoperchiare questa vaso di «monnezza», e non il Corpo trentino. Perché per molte delle analisi determinanti per le inchieste, la magistratura abbia fatto riferimento non all’Appa ma ad aziende sorelle di regioni limitrofe? E perché solo le segnalazioni, per anni inascoltate, dei cittadini, abbiano smosso i controlli? La domanda che esce con forza da «La farfalla avvelenata» riguarda più la funzionalità della democrazia in Trentino che la situazione dell’inquinamento ambientale. Qualcosa non ha funzionato per portare tratti importanti del nostro territorio a questo livello di inquinamento: i controllori non hanno controllato. Talvolta, le indagini lo confermerebbero, sono stati timidi, poco attenti, giungendo in qualche caso a facilitare la vita degli inquinatori“.

http://www.ladige.it/articoli/2012/12/15/libri-avvelenata-farfalla-trentino

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Paolo Tessadri, “Il Trentino (avvelenato) che non ti aspetti”, 29 gennaio 2013

“Due giornalisti, Andrea Tomasi e Jacopo Valenti, raccontano l’altro Trentino, dove si sono consumati rilevanti danni ambientali. Perché nella terra della mela Melinda e dei paesaggi incantati non tutto è lindo come si vorrebbe far credere.

Un libro che è un colpo al cuore della legittimità dell’autonomia. La delega che i trentini consegnano nelle mani di chi li governa, che siano principi della Chiesa o principi della Margherita, non viene più usata per il buon governo ma per la causa del “lasciateci lavorare fatto proprio dalla classe dei politici e, a caduta, dei dirigenti privati. Tracotanza, presunzione, fastidio nei confronti dei controlli”. Lo scrive Claudio Sabelli Fioretti nella prefazione del libro “La Farfalla avvelenata“, scritto dai giornalisti Andrea Tomasi e Jacopo Valenti.

Il volume (edito da Città del Sole, 168 pagine, 15 euro) racconta le tre inchieste ambientali condotte dalla procura di Trento in Valsugana e a Trento a partire dal 2008. In particolare Tomasi e Valenti si concentrano sul traffico di rifiuti nelle cave di Sardagna e Monte Zaccon (inchiesta Tridentum), sull’inquinamento da fumi dell’Acciaieria Valsugana (Fumo neglio occhi) e sul vicenda legata allo smaltimento di scorie di acciaieria su terreni destinati a bonifiche agrarie (Ecoterra). Vengono raccontati i lunghi mesi di indagini del Corpo forestale dello Stato e i risultati delle perizie condotte nei siti sequestrati dall’autorità giudiziaria.

Ne “La Farfalla avvelenata” il racconto delle indagini giudiziarie si fonde anche con la politica, le incertezze, le reazioni, il solito grido d’allarme: attacco all’autonomia da parte dei veneti (i Forestali del Corpo dello Stato con stazione ad Enego) brutti, sporchi e cattivi.

E poi c’è il ruolo giocato dai comitati cittadini, che reagiscono in modo imponente, organizzando campagne di informazione, manifestazioni e iniziative di protesta.

Un tema, quello dell’attacco all’ambiente, e alla Valsugana in particolare, che è di attualità per almeno un paio di ragioni. La prima è quella che ci offre la cronaca degli ultimi mesi: il Corpo forestale dello Stato, non quello provinciale, ha effettuato dei prelievi nella discarica di San Lorenzo, in valle di Sella, dove si ipotizza un presunto inquinamento delle acque da metalli pesanti. La medesima ragione per cui lungo il torrente Moggio, a Olle, sono state fatte delle analisi congiunte da Appa e Comune di Borgo Valsugana, per stabilire l’eventuale rischio di alcuni depositi di acciaieria lungo il corso d’acqua. Quanto ai fumi dell’acciaieria, gli ex vertici dello stabilimento sono stati convocati a giudizio per nuove emissioni (l’udienza si tiene il 23 febbraio). Anche in questo caso – come era avvenuto per Monte Zaccon – le notizie di reato sono venute da privati cittadini, anziché dagli organi di controllo provinciali”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/29/il-trentino-avvelenato-che-non-ti-aspetti/482831/

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“L’inchiesta trentina è un’occasione per riflettere sulle debolezze del sistema, che si sente forte, troppo forte. Le ecomafie penetrano nel ventre molle del Paese. E del paese fa parte anche questa terra. Un’autonomia gestita bene? Sì, stando ai depliant della promozione turistica. Ma la farfalla del Trentino deve essere curata. È già, in parte, una farfalla avvelenata. Chi ha avuto la forza di arrivare alla fine di queste pagine, come noi che il libro lo abbiamo scritto, guarderà con occhi diversi le mele appese agli alberi delle nostre campagne, l’uva e il vino che ne deriva. Aprendo il frigorifero e afferrando la bottiglia del latte o il vasetto dello yogurt, si farà qualche domanda in più. È come nella scena di Gomorra (sappiamo che il paragone è forte, perché il Trentino non è Scampìa), quando il trafficante di rifiuti tossici abbandona la cassettina di pesche, coltivate su un terreno contaminato.

Si dovrà guardare con occhi diversi anche ogni intervento di scavo, ogni buca, ogni cava, ogni pista ciclabile (perché non sai cosa c’è sepolto sotto l’asfalto) e ogni prato (perché non sai cosa è stato messo nel sottofondo). Serve a qualcosa preoccuparsi? Serve a qualcosa uscire da questo piccolo-grande Matrix che è il racconto di un paradiso terrestre che stiamo distruggendo, convinti del contrario? Secondo noi sì. Serve perché un cittadino informato può pretendere una politica ambientale seria. Può chiedere a chi governa questo territorio di preservarlo, di non nascondere la verità sotto il suolo (in alcune zone della Valsugana, nel sottosuolo, scavando, ancora oggi si trovano rifiuti industriali).

Ali di farfalla appesantite dallo sporco. E ali appesantite non permettono di volare.

Questo è un atto di amore verso quella farfalla”.

http://www.ecceterra.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1128

http://www.ruralpini.it/Inforegioni-23.12.12-Farfalla_avvelenata.htm

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Ricordiamoci tutti chi ha difeso questo sistema e chi invece l’ha denunciato:
https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/14/donata-borgonovo-re-presidente-del-trentino-nel-2013-la-mia-scelta-per-un-mondo-nuovo/

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su una possibile correlazione tra comportamento antisociale ed avvelenamento da piombo tetraetile:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11332

Eletto Obama, ora i PIIGS potrebbero lasciare l’euro (i pro e i contro)

Dopo le presidenziali americane si aprono 2 questioni: il futuro dell’eurozona e le mosse di Israele.

In questo post presento le due posizioni, pro e contro l’uscita della Grecia e dell’Italia dall’eurozona.

Rilevo però che, invariabilmente, non si toccano dei problemi che per me sono centrali:
– i poteri finanziari angloamericani e le destre di Nord e MittelEuropa sono da sempre a favore delle uscite dei PIIGS e della creazione di un euronucleo germanico;
– non si discute mai della possibilità (mi pare estremamente realistica) che l’abbandono dell’euro dia la spinta finale al secessionismo catalano, padano e sudtirolese in una fase storica estremamente tesa, in cui è più facile la violenza è più probabile ed in cui sarebbe bene restare uniti per cambiare le cose e tornare a parlare di autodeterminazione solo una volta che ci saremo liberati della dittatura dei mercati finanziari e del finanz-capitalismo;
– non è chiaro come l’uscita dall’euro possa restituirci una sovranità che comunque resterebbe nelle mani delle banche d’affari (il sotto-citato Bortocal se ne occupa);
– perché la California non dovrebbe salvarsi dal default abbandonando gli Stati Uniti? Perché il Maryland ed il Connecticut dovrebbero continuare a pagare per l’Alabama ed il Mississippi?

PRO E CONTRO

“La Grecia è davvero in corsa verso il default? E’ possibile che debba lasciare la zona Euro dopo le elezioni USA? Ci sono almeno cinque questioni per le quali sia possibile supporre un Grexit nelle prossime settimane: alcune sono strettamente collegate alle elezioni, altre a semplici questioni di tempo. Ecco, dunque, cinque ragioni che potrebbero determinare l’uscita della Grecia dalla zona Euro”:

http://www.forexinfo.it/Grecia-in-default-5-ragioni-che

Che cosa succede se la Grecia esce dall’euro? Pro e contro per Atene e gli altri Paesi dell’Ue

di Vito Lops, Sole 24 Ore, maggio 2012

L’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea prevede che un Paese membro, anche senza motivazioni particolari, può liberamente uscire dall’Unione europea. E di conseguenza, secondo l’opinione prevalente, anche dall’euro. Ma lo stesso articolo, e neppure altri del Trattato, non fanno riferimento a quali sarebbero le modalità di uscita e di ritorno alla valuta nazionale. In questo clima di caos dei mercati finanziari e di incertezza normativa la Grecia sembra più fuori che dentro l’euro.

La voglia di uscire dall’Eurozona è emersa in modo lampante nelle elezioni del 6 maggio dove i partiti anti-euro hanno giocato un ruolo da protagonista. Lo stesso Alexis Tsipras, il leader del partito della Coalizione delle sinistre radicali (Syriza) che ha cercato invano di formare un nuovo governo, fa parte della schiera di coloro che ben vedrebbero la Grecia fuori dall’euro.

[FALSISSIMO: Tsipras è categoricamente contrario all’uscita dall’euro come il 70-80% dei Greci a seconda dei sondaggi. Il 25-30% degli elettori greci che votano per lui lo sanno bene e lo votano ugualmente, NdR].

Ma cosa succederebbe alla Grecia (e agli altri Paesi dell’Unione) se davvero Atene si sganciasse dai cordoni del trattato di Maastricht?

Lo abbiamo chiesto a esperti del settore per valutare gli impatti che un tale shock avrebbe sui mercati finanziari e sull’economia reale.

Come sarebbe Atene senza euro

«Come tutte le mete e le strade inesplorate, anche l’uscita della Grecia dall’Eurozona avrebbe conseguenze non prevedibili sulla base delle esperienze passate -spiega Andrea Ragaini, ad di Banca Cesare Ponti -. Se il mondo fosse a “compartimenti stagni”, l’uscita della Grecia dal gruppo dei 17 non comporterebbe problematiche rilevanti: il peso percentuale del Pil greco su quello europeo è inferiore al 3%, il flusso di scambi internazionali è irrilevante ed anche il contributo alla governance europea non è certo determinante. Il mondo di oggi non è però fatto a compartimenti e i mercati finanziari vivono di aspettative. Il rischio è quindi che si individui un altro “candidato” all’uscita su cui concentrare l’azione ribassista; Spagna e Italia potrebbero essere i primi ad essere coinvolti nel fuoco della speculazione. Non sono quindi a nostro avviso stimabili gli effetti a catena dell’uscita della Grecia dall’area euro. Possiamo tranquillamente dire però che a livello interno la Grecia vivrebbe anni di caos economico e finanziario e, probabilmente, anche di forti tensioni sociali. Pensiamo quindi che i contro supererebbero i pro».

Secondo Vincenzo Longo di Ig Markets, il «Paese si ritroverebbe a partire da zero, con un’economia interamente da ricostruire senza aiuti o fondi provenienti dall’esterno. Inoltre il Paese potrebbe trovarsi isolato nei traffici commerciali con il resto dell’area. Da non trascurare che sarebbe seriamente minacciata anche la credibilità del Paese e questo complicherebbe la capacità di Atene di attirare capitali dall’estero. D’altro canto la Grecia potrebbe giovare della possibilità di decidere in piena autonomia la propria politica monetaria, che in questa fase di crisi potrebbe essere improntata verso una svalutazione della valuta locale, la dracma, per far ripartire l’economia. In uno scenario simile ci aspettiamo che il recupero che il Paese potrebbe avere sarebbe molto più lento e doloroso rispetto al salvataggio previsto dalla Ue».

Un’uscita della Grecia dall’euro? «Nel breve periodo comporterebbe molte difficoltà: tassi di interesse e inflazione in forte rialzo con grosse difficoltà a rinegoziare i prestiti dall’estero – sottolinea Gabriele Vedani, managing director di Fxcm -. Una condizione che avrebbe una ricaduta sulla società civile, si pensi ai mutui delle famiglie. Nel lungo periodo però lo sganciamento dell’euro potrebbe anche ridare fiato alla Grecia che un è un forte esportatore. Tra gli altri vantaggi Atene avrebbe una maggiore libertà di manovra su spesa pubblica e tasse. Ma è difficile stabilire se i pro supererebbero gli altissimi costi di uscita».

Costi di uscita tecnicamente imprevedibili secondo Massimo De Palma, responsabile asset management di Swiss & Global Asset Management Sgr. «È inevitabile che uscendo dall’euro ci sarà un ulteriore haircut con forti conseguenze sui possessori del debito che oggi è sempre più domestico. E poi ci sarebbero grossi problemi tecnici legati alla reintroduzione della dracma».

Tommaso Federici, responsabile gestioni di Banca Ifigest, non ha dubbi: «Il pro sarebbe solo uno, una maggiore competitività derivante da una svalutazione, presumibilmente di oltre il 50% rispetto ad euro e dollaro, della nuova dracma ma che sarebbe di scarso impatto date la scarsa propensione all’esportazione e alla bassa industrializzazione del Paese. Per non parlare di eventuali dazi che i Paesi dell’Eurozona potrebbero mettere sulle merci greche. Ovviamente i 110 miliardi di euro del primo prestito non potrebbero essere restituiti. I contro sarebbero tantissimi, primo fra tutti il conseguente Bank Run o corsa a gli sportelli. Tra gli altri effetti negativi di maggiore portata ci sarebbe il dimezzamento del valore di tutte le attività presenti nel Paese, l’impossibilità di poter consumare e acquistare materie prime e merci non presenti e non prodotte nel Paese perché più care di almeno il 50%, l’impossibilità per un tempo considerevole di poter tornare sui mercati finanziari per poter finanziare investimenti pubblici e privati».

Secondo Leonardo Bloch, responsabile investimenti mobiliari di Prisma sgr, «mentre l’assemblaggio della moneta unica è stato un esercizio tecnicamente relativamente semplice, il suo smontaggio parziale o globale sarebbe un vero rompicapo. A titolo di esempio, si consideri la questione della valuta in cui rinominare le passività verso l’estero. Se infatti è assodato che lo Stato sia dotato del peso giuridico per rinominare tutto il proprio debito in valuta nazionale, è altresì incerto se emittenti e mutuatari privati possano aver facoltà di procedere a un’analoga conversione nei confronti dei creditori esteri. Ciò provocherebbe problematiche quasi irrisolvibili nell’asset/liability management degli operatori economici – specie in quelli del settore bancario/finanziario – o in alternativa esporrebbe i creditori internazionali a perdite su cambi di rilevante entità. L’eventuale uscita greca dall’euro avrebbe l’ingrato compito di definire le linee guida tecniche di tali processi. È indiscutibile che già da sé la defezione di un componente avrebbe come inevitabile conseguenza uno sfavorevole repricing del rischio di tutte le economie meno stabili dell’area euro».

Le conseguenze sugli altri Paesi dell’area euro

Un’uscita della Grecia accentuerebbe nel breve periodo, a parer degli esperti, l’incertezza sui mercati e sui titoli dei Paesi periferici. «Stiamo già notando – continua De Palma – un ritorno dell’avversione al rischio. Una Grecia senza euro può anche essere vista come un fattore positivo perché l’Eurozona si libererebbe del suo anello debole, ma allo stesso tempo si andrebbero a guardare gli altri anelli, Portogallo, Spagna e anche Italia, che potrebbero essere colpiti da un ulteriore allargamento degli spread».

«Il maggiore pericolo resta a mio avviso la percezione che potrebbe succedere lo stesso a Irlanda, Portogallo e, soprattutto, a Spagna e Italia, il cosiddetto rischio contagio – argomenta Laura Tardino, strategist di Bnp paribas investment partners -. Credo che rimarrà “solo” una percezione – con effetti quindi potenzialmente molto negativi sui mercati finanziari, allargamento degli spread e discesa dell’azionario, che già vediamo in questi giorni, e di riflesso anche sull’economia reale, erogazione dei prestiti a imprese e consumatori ai minimi, – ma concretamente non credo che la Germania lo permetterà essendo queste economie importanti nel contesto europeo. Significherebbe ammettere il fallimento del progetto europeista. Non è comunque difficile immaginare cosa potrebbe accadere, se anche questi Paesi dovessero uscire dall’euro: svalutazione e inflazione con un aumento significativo dei fallimenti aziendali e un impoverimento legato al minor potere di acquisto».

«L’euro ne uscirebbe rafforzato perché si libererebbe di uno dei Paesi più deboli e problematici che tanto è costato alla comunità europea, dall’altro lato aumenterebbe in maniera enorme la pressione sugli altri Paesi deboli, Spagna, Portogallo e Italia», concorda Vedana.

Il fattore Germania

Insomma, gli esperti concordano che un’uscita della Grecia dall’euro (sostenuta largamente dalle attuali forze politiche) innescherebbe un caos imprevedibile, tanto per la Grecia quanto per i Paesi meno virtuosi dell’area. «L’unica a beneficiare della condizione attuale – sottolinea De Palma – è la Germania che ai tassi attuali sta ristrutturando il debito gratuitamente e sta aumentando le esportazioni».

Il problema dell’euro e l’euro?

Quale soluzione allora al problema? «Un’economia in difficoltà non può convivere con una valuta forte. L’Argentina ne è stato un esempio.
Se l’euro non svaluta, finanche l’Italia e la stessa Francia saranno destinate a soccombere
. È solo questione di tempo. In tal senso va vista positivamente la vittoria in Francia del socialista Hollande, perché potrebbe spingere al cambiamento: Eurobond, Bce con doppio mandato fino all’azzeramento dei tassi e a un quantitative easing (Bce che stampa moneta, ndr) che finalmente svaluterebbero l’euro – spiega Nicolò Nunziata, strategist di Jc&Associati -. La Grecia, come il Portogallo e l’Irlanda dovrebbero uscire, semplicemente perché al di là del rigore non avranno mai più alle attuali condizioni la capacità di crescere. La stessa Irlanda si sta salvando solo per l’aliquota bassa alle aziende estere ma in prospettiva in un contesto di maggiore integrazione dovrà rinunciare. L’importante è che l’uscita avvenga sotto la tutela del Fondo monetario internazionale. Ci sarebbe una svalutazione della nuova moneta e probabilmente sarebbe necessaria una ristrutturazione del debito, già pienamente scontata. A quel punto, come è successo in Argentina, potrebbero ripartire.

Un’uscita di questi Paesi per gli altri Paesi – prosegue Nunziata – potrebbe addirittura essere positiva, soprattutto se accompagnata da quelle misure di cui sopra. L’unico rischio è la resistenza della Germania, ma sono convinto che sarà superata, altrimenti continuando così si andrà inevitabilmente alla dissoluzione dell’euro, o all’uscita della Germania che sarebbe per tutti l’ipotesi migliore. Perché oggi è come se il Real Madrid giocasse in serie B».

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-09/cosa-succede-grecia-esce-122324.shtml?uuid=AbgZdzZF

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Dai mutui ai Btp: cosa succede se salta l`euro. Con il ritorno alla lira aumenterebbero le rate e si deprezzerebbero i titoli di Stato. Più cari anche benzina e hi-tech. E gli stipendi…

::: ANTONIO CASTRO  e TOBIA DE STEFANO, Libero, 26 luglio 2012

Cosa succede ai nostri mutui?

«Mutui e rate», spiega Roberto  Anedda, vicepresidente di MutuiOnline.it, «dovrebbero essere ricalcolati in base al concambio con la nuova moneta e quindi almeno nell`immediato non ci sarebbero perdite. Il problema è che con il passare del tempo la nuova lira tenderebbe probabilmente a svalutarsi rispetto all`euro e quindi il valore delle rate aumenterebbe proporzionalmente. In caso di prestito immobiliare a tasso variabile, poi, bisogna aggiungere l`ulteriore rischio dell`incertezza per il fluttuare dei tassi».

A proposito di tassi: Euribor (per il variabile) ed Eurirs (per il fisso) resterebbero gli indici di riferimento per calcolare gli interessi?

«Questa è la vera incognita. Perché se dovessero cambiare sicuramente lo farebbero in peggio. Nel senso che sarebbero applicati degli indici con un valore fondi più alto, con il conseguente aumento degli interessi da pagare».

E per chi un mutuo lo deve ancora fare?

«Oltre al rischio tassi di cui prima, va aggiunta la possibilità che gli spread applicati dalle banche tendano al rialzo, visto che anche i nostri istituti di credito pagherebbero di più per il denaro che prendono in prestito».

Come cambia il valore della casa?

«Le conseguenze naturali di un ritorno alla lira», sottolinea Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, «sono un`iperinflazione e il blocco degli investimenti all`estero. Insomma, i prezzi delle case sono destinati ad aumentare. In questo scenario, infatti, vivremmo un primo anno di grandi movimenti. In pratica, chi ha liquidità da spendere dovrebbe preferire il mattone. Ma non solo. Perché l`Italia diventerebbe molto attrattiva anche per gli investitori stranieri, penso ai classici fondi sovrani».

In sostanza, chi stava bene starà meglio e chi se la passava male se la passerà ancora peggio?

«Beh, lo scenario, soprattutto dopo i primi mesi di grandi scambi, dovrebbe essere proprio questo. Nel senso che i tassi dovrebbero salire alle stelle e quindi fare un mutuo diventerà sempre più difficile, mentre chi ha soldi da spendere avrebbe la possibilità di farla da protagonista sul mercato».

Che valore avranno i Titoli di Stato?

«La memoria corre al 1992», evidenzia Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di banca Alberdni Syz, «quando la lira uscì dallo Sme e i tassi si avvicinarono al 20%. Anche nel nostro caso i rendimenti potrebbero raggiungere gli stessi picchi con un riflesso in negativo sui titoli in portafoglio. Su un Btp scadenza 2017, tanto per fare un esempio, il prezzo dovrebbe subire una svalutazione di 5 o 6 punti, e si tratta di una previsione ottimistica. Mentre sui Bot la perdita potrebbe limitarsi a tre o quattro punti».

E se decidessi di portare il titolo a scadenza?

«Si tratta di titoli a cedola fissa che ovviamente resterebbero ancorati agli interessi previsti al momento della stipula, ma il vero rischio è che con tassi così alti nel lungo periodo l`Italia non riesca a ripagare il proprio debito».

E sui conti correnti?

«Non dovrebbe succedere nulla, ma il rischio è che il potere d`acquisto diventi nettamente inferiore rispetto a quello dell`era euro».

Quanto costerà fare il pieno?

Non c`è solo l`approvvigionamento energetico a preoccupare. L`Italia è un Paese privo di importanti materie prime. La svalutazione della nuova moneta comporterebbe acquisti in valuta forte (dollaro Usa, principalmente). Con una nuova lira svalutata di almeno il 25% (è questo il range individuato da una buona parte degli economisti), acquistare un barile di petrolio costerebbe almeno il 25% in più. Però, spiega Claudio Borghi, docente di economia degli intermediari finanziari alla Cattolica di Milano, chi ipotizza un litro di benzina a 4, 5 euro è fuori strada. Depurato il costo della materia prima delle accise (circa il 60%), resta il costo del greggio. «La componente oil, cioè il nostro prezzo del litro di benzina, da 50 passa a 75 centesimi perché svalutiamo del 50 e quindi dobbiamo pagarla in dollari e invece di pagarla 50 centesimi la paghiamo 75». Borghi propone anche un rimedio per evitare
rialzi: un «calo di 25 centesimi delle accise e il prezzo alla pompa non cambia». Difficile però che l`Erario possa fare a meno di un gettito tanto importante. Nel 2012 la fattura energetica dovrebbe toccare il record di 66,5 miliardi di euro, in crescita di oltre 4 miliardi rispetto a quella del 2011 (62 miliardi di euro). La stima dell`Unione petrolifera spiega anche che oggi la fattura energetica italiana pesa per il 4,4% sul Pil, il doppio rispetto ai primi anni del 2000. Impatti si avranno anche sulla bolletta del gas e della luce, ovviamente.

Il made in italy tornerà a crescere?

L`uscita ordinata dell`Italia dall`area euro non farebbe altro che riportare invitale compiante svalutazioni competitive. In sostanza i nostri prodotti (agroalimentare, moda, macchinari, beni di lusso) avrebbero un costo inferiore per i Paesi di acquisto con valuta forte. La domanda crescerebbe sensibilmente ridando fiato alle commesse e agli ordinativi, quindi, convincendo gli imprenditori ad investire e a fare nuove assunzioni per soddisfare la nuova domanda. Il che si traduce nell`immediato in una ripresa dell`occupazione. Di contro beni di lusso (come una Ferrari) con una svalutazione consistente, diventerebbero appetibili per fasce di pubblico oggi impossibilitate all`acquisto.

Cellulari e tablet: quanto costeranno?

Se è vero che la svalutazione porterebbe indubbi benefici ai prodotti italiani (e quindi all`occupazione e quindi anche in termini di ricchezza prodotta), acquistare un cellulare, un tablet o un computer diventerebbe molto più impegnativo. Dall`introduzione dell`euro i pezzi dei prodotti tecnologici sono calati di circa il 40%. Un ritorno ad una moneta svalutata farebbe aumentare il costo hi-tech dei prodotti importati. Insomma un cellulare che oggi costa 400 euro potrebbe arrivare a costarne anche 700.

Che valore avranno stipendi e pensioni?

Il passaggio dalla lira all`euro ha infranto i sogni del ceto medio. Chi nel 2000 guadagnava la bellezza di quattro milioni poteva certo essere ben più soddisfatto di chi oggi vede la busta paga languire a 2.000 euro. Se mai si dovesse abbandonare la valuta europea per una nuova moneta nazionale per gli italiani poco cambierebbe. La crisi del consumi insegna che gli italiani negli ultimi anni hanno mutato profondamente i comportamenti negli acquisti. Il risparmio delle famiglie italiane – tradizionale fiore all`occhiello del Belpaese – è stato eroso e il calo della spesa alimentare dimostra che c`è maggiore attenzione (e minore disponibilità economica), oltre che il timore per una fase economica recessiva della quale non si vede la fine.

Nuova lira, acquisti in saldo?

L`adozione di una nuova valuta di riferimento potrebbe far ripartire i consumi interni anche perché le industrie nazionali (ma anche quelle estere), hanno bisogno del potenziale di spesa di 60 milioni di clienti italiani. Come dimostrano le continue offerte promozionali della grande distribuzione il calo ha costretto supermercati (ma anche i piccoli esercizi) a mettere in promozione i prodotti per invogliare un consumatore sempre più accorto. Come nei primi mesi del 2000 con il passaggio all`euro – si è assistito ad un calo dei consumi, è ipotizzabile che i consumatori troveranno prezzi più contenuti. Una precisa strategia di marketing per evitare l`effetto boomerang e un’ulteriore retromarcia dei consumi. Certo l’inflazione rialzerebbe la testa, riducendo il potere d’acquisto.

http://www.segugio.it/rassegna-stampa/articoli/2012-08/12-07-26.LIBERO.MOL.pdf

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Claudio Borghi [economista docente dell’Università Cattolica di Milano, giornalista e ex managing director di Deutsche Bank]

Atene fuori dall’euro? Per l’Italia danni minimi. Già paghiamo per loro, Il Giornale, 5 maggio 2012

La bomba dell’uscita dall’eu­ro è finalmente stata messa al centro del tavolo. Tic­chetta minacciosa ma adesso la stanno guardando tutti. Meglio tar­di che mai: metterla sotto il tappe­to sperando che si disinnescasse da sola non è servito e adesso si co­mincia­ a fare i conti di quante vitti­me potrà fare.

Le stime che circola­no sono però quasi tutte viziate da un errore di base: si riferiscono in­fatti a danni potenziali rispetto ad una situazione intatta e ideale. Pur­troppo (o per fortuna) non è così. I danni di un’esplosione sono diver­si se l’ordigno scoppia prima o do­po un terremoto. Nel secondo ca­so la distruzione è largamente infe­riore perché la maggior parte del disastro è già avvenuta, anzi, in cer­ti casi far esplodere un edificio peri­colante potrebbe persino essere utile in quanto ne viene facilitata poi la ricostruzione. Cerchiamo quindi di dare uno sguardo senza pregiudizi a questo ultimo atto del­la crisi greca per poter iniziare un dibattito che troppo a lungo è stato rimandato. 

1) Se la Grecia esce dall’euro noi ne subiremmo conseguenze In realtà le conseguenze le stiamo già subendo. Lo spread, le tasse, la di­so­ccupazione e la recessione han­no tutti una matrice comune e stan­no già da tempo incenerendo ric­chezza. I mercati finanziari e gli in­vestitori non stanno fermi ad aspet­tare che la bomba scoppi: da mesi hanno cominciato a vendere in massa i titoli dei paesi deboli origi­nando quindi il famoso spread. Ciò ha già ridotto il valore dei ri­sparmi e sta appesantendo il bilan­cio statale, costretto a pagare tassi passivi più alti. Di sponda le conse­guenze sono già arrivate al­la vita re­ale nella forma della stretta al credi­to e dei mutui a tassi molto elevati.

Quando e se la Grecia uscirà dal­l’euro sarà cosa già anticipata dai mercati, così come già presente nei prezzi attuali dei titoli italiani c’è la percentuale di rischio che an­che noi, prima o poi, ne seguiremo le tracce. L’effettivo ritorno alla dracma significherà semplice­mente un rischio maggiore di usci­ta di altri paesi percepito dai mer­cati, non di certo una sorpresa. Mi­nimale sarà invece l’impatto sulla bilancia commerciale italiana ma anch’esso non positivo, in quanto la Grecia è pur sempre una contro­parte commerciale. 

2) Quali sono le differenze fra Italia e Grecia La posizione del­l’economia italiana di fronte ad un rischio di uscita dalla moneta uni­ca (con conseguente svalutazio­ne) è molto migliore rispetto a quella ellenica. Atene importa tre volte più beni rispetto a quelli che esporta, con alimentari ed energia a guidare la lista delle importazio­ni. In caso di ritorno alla dracma i greci dovrebbero subire sia la fine degli aiuti finanziari della Ue che un aumento pesantissimo dei co­sti delle importazioni, non facil­mente sostituibili con prodotti do­mestici. Si capisce quindi il perché la Grecia è stata costretta a soppor­tare i diktat europei, visto il suo mi­nimo potere contrattuale. Molto differente è la situazione italiana: oltre ad avere un avanzo primario le nostre esportazioni verso l’este­ro compensano quasi esattamen­te le importazioni, principalmen­te costituite da energia e altri pro­dotti che, però, sarebbero in molti casi facilmente sostituibili con pro­duzioni interne. Una svalutazione rilancerebbe fortemente i consu­mi interni e l’export così come av­venuto dopo il ’92 quando uscim­mo dallo Sme e come è accaduto dopo le pur drammatiche svaluta­zioni di Argentina e, recentemen­te, Islanda. Il maggior costo del pe­trolio, invece, essendo in gran par­te fiscalizzato, potrebbe essere am­mortizzato con una corrisponden­te riduzione delle accise. Non di­mentichiamo che i problemi sono generalizzati, non solo nostri, e una svalutazione italiana (se gesti­ta prima che le cose peggiorino ul­teriormente) difficilmente sareb­be prevedibile oltre il 20%.

3) Quali sarebbero le grandezze

Gran parte dei circa 9.500 miliardi della ricchezza nazionale lorda è costituita da beni che il cui valore non dipende da cambi di moneta: come gli immobili, le partecipazio­ni o i titoli esteri. Vengono invece impattati i titoli di debito domesti­ci, soprattutto detenuti da soggetti esteri che otterrebbero un rimbor­so in una valuta di valore inferiore con conseguente default sulle ob­bligazioni. Anche in questo caso per la maggior parte la bomba è già scoppiata: il valore largamente in­feriore dei nostri Btp rispetto ai Bund tedeschi incorpora già ab­bondantemente questo rischio. Difficile aspettarsi molto di peggio rispetto a quanto già accaduto ed in ogni caso le conseguenze sareb­bero più per gli investitori esteri che per quelli domestici. Rimane l’incognita dei depositi che, se l’uscita dall’euro fosse gestita in modo ordinato, potrebbero an­che essere mantenuti in euro, al pa­ri di un normale conto in valuta, di­sattivando il rischio di fughe disor­dinate di capitali (peraltro già da tempo in atto per causa del fisco). Ci sono alternative? Certamen­te, ma adesso con l’eurobomba sul tavolo si dovrà forzatamente fare i conti con essa, confrontando i pro e i contro di ogni scelta. Le nostre carte sono meno disastrose di quel­lo che pensiamo e potremmo gio­carci bene la partita. Basta volerlo.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/atene-fuori-dall-europer-l-italia-danni-minimi-gi-paghiamo.html

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Paolo Becchi, Liberarsi dei vincoli della moneta si può, Libero, 22 giugno 2012

Nella discussione sulla «crisi» della moneta unica e sulle possibilità di uscita dall’euro, ci siamo finalmente liberati di un tabù economico. Dopo le prese di posizioni di molti autorevoli economisti, anche alcuni dei partiti che sostengono l’attuale governo sono stati costretti ad ammettere che un ritorno alle monete nazionali potrebbe presentare, dal punto di vista economico, una serie di vantaggi.

Ma lo spettro della «catastrofe economica», scacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto mentite spoglie, quelle della «catastrofe politica». Si ammette che uscire dall’euro potrebbe rappresentare una soluzione meno dolorosa dell’agonia provocata dall’attuale unione monetaria, ma, nel contempo, si alza la posta in gioco: ciò provocherebbe, infatti, «forti rischi» sia per la democrazia politica che la stessa integrità dello Stato nazionale.

Tale è la tesi sostenuta da Angelo Panebianco, in un recente intervento sulle pagine del Corriere della Sera («Moneta unica e democratica», 21 Giugno 2012): la fine della moneta unica annuncerebbe, ora, una «catastrofica dissoluzione di quasi tutto ciò che è stato costruito in sessanta anni di integrazione europea». Secondo Panebianco, la stabilità del sistema politico e democratico italiano sarebbe inseparabile dalla presenza di un «vincolo esterno». L’Italia avrebbe, in altri termini, trovato la propria stabilità non tanto nelle proprie tradizioni culturali e politiche, quanto da una sere di vincoli e costrizioni esterne («la Nato e, per essa, il rapporto con l’America, la Comunità europea in subordine») senza le quali la stessa unità nazionale sarebbe stata destinata a disgregarsi dall’interno. Senza la moneta unica, sembra doversi concludere, verrebbe meno non tanto la stabilità economica dei Paesi europei, quanto la stessa esistenza dell’Italia, dello Stato-nazione.

Ora che lo spauracchio della «crisi economica» è stato smentito, ecco dunque farsi avanti l’incubo politico, ed il suo scenario catastrofista: democrazia a rischio, vuoti improvvisi di stabilità, forse la guerra civile. Ma noi non possiamo permetterci, soprattutto oggi, questa assuefazione alla catastrofe, questo senso di paura di vedere lo Stato disgregarsi («Né disgregazione né assuefazione», era il titolo di uno splendido editoriale di Claudio Magris, scritto nell’annus horribilis della Repubblica 1993).

La realtà è, tuttavia, rovesciata. È, infatti proprio la moneta unica che costituisce, oggi, il «vincolo esterno» che impedisce all’Italia di poter rivendicare la stessa sovranità e stabilità interna. È la moneta unica che è in crisi perché non è stata uno strumento efficiente nel favorire quel processo di unificazione politica dell’Europa a cui era preordinata. L’integrazione politica degli Stati era stata pensata al fine di evitare altri milioni di morti in Europa, ma ha finito per produrre miseria e desolazione.

La presenza di costrizioni ed influenze esterne sul nostro Paese, inoltre, è proprio ciò che ha impedito all’Italia di divenir nazione, per restare un Paese irrisolto e debole, una patria «mancata» e contestata, uno Stato-ombra, una provincia, un’espressione geografica. Proprio quei «vincoli esterni» hanno reso possibile l’«anomalia» italiana, la sua «nazionalizzazione contrastata ed imperfetta » (Soldani-Turi). Panebianco sembra confondere la «stabilità» di una nazione con la sua dipendenza economica e politica. E se si può dire che questo Paese è rimasto «stabile» proprio perché gli è stato impedito di divenire una nazione, allora, proprio dal punto di vista politico, varrebbe la pena di domandarsi se non sia finalmente giunto il momento di liberarsi da questa stagnante «stabilità».

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10470

QUI UNA RACCOLTA DI ARTICOLI IN FAVORE DEL RITORNO ALLA LIRA

http://www.ritornoallalira.it/

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Giovanni De Mizio, L’Italia fuori dall’euro? Ecco cosa accadrebbe

Negli ultimi tempi, complice l’aggravarsi della crisi economica, si sta facendo strada l’ipotesi che per uscire dalla recessione possa essere utile l’uscita dell’Italia dall’euro e la conseguente svalutazione della nuova lira. Il motivo è lo stesso già attuato altre volte nel corso della vita della Repubblica, e cioè rendere più competitivi i prodotti italiani all’estero. In altre parole, dicono i favorevoli alla svalutazione, le imprese potrebbero vendere più facilmente i propri prodotti all’estero, produrrebbero di più, assumerebbero di più e tutti vivrebbero felici e contenti.

I motivi per cui questa teoria è una sciocchezza sono innumerevoli: basterebbe cominciare con il chiedersi “se l’Italia ha già svalutato più volte la lira in passato, come mai il Paese non cresce da vent’anni e ora è con l’acqua alla gola?”. La risposta risiede in un principio fondamentale dell’economia, cioè che ogni scelta di politica economica richiede un trade-off, ovvero richiede di rinunciare a qualcosa in cambio di un beneficio. Nel caso della svalutazione, il beneficio è una crescita più forte (o meno debole) nel breve periodo, in cambio, però, di una crescita più lenta (se non addirittura ferma o negativa) nel lungo periodo, a parità di altre condizioni.

L’arma della svalutazione aveva ancora un senso in passato quando i prezzi delle materie prime (come il petrolio) erano molto bassi, i salari erano ridotti ai minimi termini e l’unico modo per vendere i prodotti italiani era portarli all’estero: una facile scorciatoia per permettere l’accumulo di un capitale che dopo la guerra non esisteva più, favorendo gli investimenti e la crescita dei salari, così come ha fatto la Cina negli ultimi anni. Tuttavia, man mano che l’Italia è diventata un’economia moderna e integrata, la scorciatoia della svalutazione ha rappresentato la via più breve verso l’abisso.

Si può immaginare che l’Italia decida di uscire dall’euro: la nuova lira nascerebbe debolissima, nessuno la vorrebbe (neanche gli italiani, se potessero), i capitali sparirebbero dal Paese, e la svalutazione sarebbe poderosa, nell’ordine del 30-50%. Un ipotetico tentativo di sostenere la moneta brucerebbe velocemente le riserve (come sta avvenendo nella per nulla tranquilla Argentina).

Il lato positivo della medaglia della svalutazione, abbiamo detto, è che le merci italiane si venderebbero più facilmente all’estero. L’altra faccia della medaglia è che le merci estere diventerebbero più costose, sia per i consumatori che per le imprese. In primo luogo il petrolio (che con il gas naturale è il prodotto che più contribuisce alla parte negativa della bilancia commerciale) diventerebbe enormemente più caro di adesso e i prezzi di energia e carburante, già oggi altissimi, finirebbero alle stelle. Dato che tutte le imprese utilizzano energia, una parte dei più elevati guadagni dovuti alle esportazioni verrebbero bruciati dai costi che lievitano. Lo stesso vale per gli stipendi, destinati ad alzarsi con ulteriore aggravio per le imprese, a meno che non si voglia lasciare che perdano ulteriore valore reale, che poi è una delle ricette già oggi imposte da Bruxelles e Berlino a Irlanda, Grecia e Portogallo.

Le imprese che vogliono innovare e crescere, inoltre, si ritroverebbero in forte difficoltà: nel mondo globalizzato moderno moltissimi prodotti vengono costruiti utilizzando input prodotti nei punti più disparati del pianeta. Un iPhone americano, per esempio, viene assemblato in Cina con i processori coreani della Samsung, gli schermi della giapponese Sharp (in futuro) e molti altri pezzi come gli accelerometri, nati ad Agrate Brianza: Apple può permettersi di acquistare questi pezzi in virtù della forza del dollaro. Un’impresa italiana munita di liretta non potrebbe mai pensare di fare lo stesso, e un’azienda come la FIAT avrebbe una ragione in più per lasciare Torino destinazione Detroit.

Il risultato sarebbe che i prodotti italiani non standardizzati (come auto e dispositivi elettronici) finirebbero per essere prodotti con materiali più scadenti, un po’ come gli smartphone cinesi, e poi venduti sul mercato a prezzi stracciati, in un processo chiamato dumping, con un duplice corollario: le imprese concorrenti estere non dovranno fare altro che migliorare la qualità dei propri prodotti per buttare fuori le aziende italiane dalle fasce alta e media del mercato (le più redditizie), mentre il marchio Made in Italy, che dovrebbe essere sinonimo di qualità, ne risulterebbe decisamente indebolito.

La verità è che l’Italia già da tempo non riesce a competere su molti mercati ad alta innovazione: il Paese, per fare alcuni esempi, non produce computer, e i medicinali sono importati o al massimo prodotti su licenza in Italia (il problema vale più in generale per l’intero settore chimico, oggi pressoché di appannaggio estero). Una svalutazione non aiuterebbe a sviluppare settori di questo tipo, poiché diventerebbe enormemente più oneroso l’acquisto di know-how e tutto quanto necessario per competere in questi mercati.

Si potrebbe dunque prendere in considerazione l’ipotesi che l’Italia possa vendere all’estero prodotti standardizzati (come le derrate alimentari) oppure prodotti tipici (ad esempio i vini, i formaggi). Il problema è che anche in questi casi le aziende avrebbero bisogno di una moneta relativamente forte: anche questi settori necessiterebbero di input importati (non solo la già citata energia: i metodi di produzione di molti prodotti “tipici” sono stati profondamente cambiati dall’innovazione tecnologica nel corso degli ultimi decenni). Ma soprattutto, perché questi prodotti possano essere venduti, avranno bisogno di adeguata promozione in loco, che andrà pagata inevitabilmente in valuta locale. L’Italia esporta oggi gran parte del proprio prodotto destinato all’estero verso Paesi con moneta più forte dell’eventuale liretta (Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti) e i costi per la promozione lieviterebbero per via del cambio meno favorevole. E certo non si può pensare di vendere un prodotto che nessuno conosce: la pubblicità è l’anima del commercio ovunque.

A chi gioverebbe dunque la svalutazione? Non alle imprese che desiderano innovare e dunque contribuire attivamente alla crescita di lungo periodo, che poi è l’unico tipo di crescita economica che dovremmo avere a cuore. La svalutazione darebbe respiro alle imprese che non vogliono innovare, come le ostinatissime piccole imprese che vogliono rimanere tali, che vogliono produrre gli stessi prodotti, con gli stessi metodi di produzione, destinati a diventare obsoleti, poiché una lira debole proteggerebbe queste imprese dalla concorrenza delle più innovative, frizzanti, ricche imprese straniere. Per poco, però: con il tempo queste ultime riuscirebbero, con innovativi metodi di produzione, ad abbassare i costi e dunque i prezzi (come è normale in un mercato concorrenziale vero), e/o a migliorare la qualità dei propri beni, spazzando via le vetuste aziende italiane.

La svalutazione della moneta, dunque, darebbe al massimo solo un po’ di ossigeno alle imprese nel breve periodo, ma nel lungo periodo i problemi strutturali dell’economia italiana tornerebbero presto a galla, come è già stato in passato, come è oggi. L’Italia ha già svalutato in passato, ma a nulla è servito e a nulla servirà finché il Paese resterà incrostato nel gioco di potere fra politica, caste, poteri forti e sindacati vari. Questo è il problema fondamentale dell’Italia: non la sua moneta.

http://www.dirittodicritica.com/2012/06/28/italia-monti-euro-49284/

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BORTOCAL  (blogger) CONTRO L’USCITA DALL’EURO

Ma al di là delle sue argomentazioni, mi interessano di più le ulteriori riflessioni:

“…mica mi sfugge, e non credo sfugga neppure a chi mi legge, che questi studi sono fatti dal punto di vista di quegli investitori finanziari che detengono i crediti, di queste potenze che superano di gran lunga la potenza economica di un medio stato come l’Italia, di questi nuovi feudi antidemocratici cresciuti alle nostre spalle e a nostra insaputa, mentre noi eravamo beatamente occupati a spendere al di sopra delle nostre forze, indebitandoci con loro.

sono loro che controllano in realtà la finanza mondiale: ed è chiaro che, se la massa dei derivati è pari da tre a sette volte la ricchezza reale, cioè il valore, del pianeta terra, sono loro che dirigono le danze delle nostre vite.

è dunque perfettamente inutile agitarsi contro i governi che ne sono succubi, se non andiamo a cogliere dove stanno le radici del male e non troviamo un modo per liberarci di loro: finché esisterà una finanza con una potenza simile, qualunque governo che non sia rivoluzionario dovrà cercare di entrare a patti con loro, e dunque perseguirà una politica economica volta a salvarli.

Le radici del male: la massa enorme del potere finanziario, così enorme che non corrisponde neppure più a valori reali!

ecco il punto, ecco il punto: i fondi che i grandi speculatori internazionali ci prestano NON SONO REALI, non corrispondono a nessun valore reale.

siamo entrati nel mondo della finanza virtuale; siamo indebitati con persone che ci prestano a loro volta i loro futures, che ci fanno credito sulle loro speranze di guadagno.

questo enorme castello di carte si tiene in piedi come una specie di grande allucinazione collettiva: noi lasciamo alle grandi finanziarie di prestarci la moneta del domani, che ancora non esiste.

e se andassimo, tutti insieme, a vedere il bluff?

se cancellassimo dall’oggi al domani la moneta, ogni moneta?

se chiudessimo i grandi grattacieli della finanza, mandassimo a casa gli yuppies che ci lavorano, cancellassimo le liquidazioni miliardarie in euro e le pensioni da nababbi dei manager, garantendo a tutti soltanto una pensione minima garantita, se svuotassimo le banche?

se riscoprissimo il grande anno sabbatico degli ebrei antichi che ogni 50 anni cancellavano tutti i debiti e ricominciavano da capo?

e cancella a noi i nostri debiti, Singore, come noi li cancelliamo ai nostri debitori…             

http://bortocal.wordpress.com/2012/04/28/216-che-cosa-significa-uscire-dalleuro/

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E SE PER L’ITALIA FOSSE MEGLIO USCIRE DALL’EURO ?

DI JULES ROBERT

latribune.fr
Secondo le proiezioni della Bank of America & Merril Lynch, l’Italia e l’Irlanda avrebbero maggiori vantaggi se lasciassero la zona euro e adottassero una propria valuta. Al contrario, il paese che avrebbe più da perdere sarebbe la Grecia, e quello che potrebbe farlo nel modo più semplice, ma che non ne ha nessun interesse è la Germania.

L’Italia, il cui rating è stato appena degradato di due punti da Moody’s, non troverebbe la sua salvezza fuori della zona euro?

Il paese è, secondo l’agenzia di rating statunitense, esposto “al rischio di contagio” da Grecia e Spagna, e al rischio “di non essere in grado di ottenere finanziamenti dai mercati dei capitali” a causa di una crescita “debole” e di una “disoccupazione troppo alta”, che impediscono di soddisfare i propri obiettivi di riduzione del disavanzo.

Eppure Venerdì, l’Italia non ha avuto nessuna difficoltà a raccogliere 5,25 miliardi di euro sui mercati obbligazionari.

Mentre molti esperti si aspettano un “Grexit”, “Gli investitori sottovalutano la volontà di uno o più paesi di uscire dalla zona euro”, hanno sentenziato David Woo e Athanasios Vamvakidis.  Questi due strateghi del mercato dei cambi, esperti di Bank of America & Merril Lynch hanno concluso che l’Italia sarebbe il più grande beneficiario di una simile operazione tra gli 11 paesi che hanno adottato la moneta unica.

Facendo una analisi costi-benefici, hanno stilato una classifica basata su quattro domande su una eventuale uscita dalla zona euro:

– Quali sono le possibilità di uscire in modo ordinato?
– Quali saranno gli effetti di un’uscita sulla crescita economica?
– Quali sono gli effetti sui tassi di prestito?
– Qual è l’impatto sul bilancio economico del paese?

Avanzo primario per l’Italia

Nel primo caso, dove si prende in considerazione lo stato del bilancio pubblico e il conto corrente come una misura del rischio di uscita, senza una grave crisi nel settore, l’Italia occupa il terzo posto. L’Italia è davvero l’unico paese a realizzare un vero avanzo primario, con la Germania che è al primo posto, mentre la Francia è nona, come l’Irlanda.

Per la seconda domanda, che si basa sull’evoluzione delle esportazioni in caso di un effetto cambio più favorevole, l’Irlanda potrebbe trarre i maggiori benefici con un incremento del 7% della sua produzione, l’Italia segue con il 3%. Dall’altro canto la Germania sarebbe penalizzata con una riduzione dell’11% della sua produzione e la Francia arriva al quinto posto ma guadagna l’1%.

Sul terzo punto, sul tasso sul debito, è la Grecia, che trarrebbe maggior vantaggio da un’uscita, con una diminuzione del tasso di 2.200 punti base (bps), logicamente seguita da Portogallo e Irlanda, i tre paesi che hanno più accesso ai mercati dei capitali. L’Italia è al quinto posto (- 20 bp) seguita dalla Spagna (-80 bps). La Germania è il paese che ha più da perdere, con un aumento dei tassi di interesse di 80 bps, mentre la Francia occupa il settimo posto, senza alcun effetto.

Infine, per quanto riguarda il bilancio contabile del paese, stabilito tenendo conto della esposizione netta internazionale degli investimenti e applicando un deprezzamento della valuta, l’Irlanda si classificherebbe al primo posto, la Germania ultima (undicesima), l’Italia quarta e la Francia quinta.

Combinando questi quattro criteri, Italia e Irlanda risulterebbero al primo posto, all’ultimo la Germania e la Francia ottava.

In altre parole, la Germania potrebbe facilmente uscire dalla zona euro ma non ne ha nessun interesse ma anche l’Italia potrebbe lasciare facilmente la zona euro e con un grande vantaggio.

Il prezzo da pagare per far restare l’Italia

“La Germania potrebbe ‘corrompere’  l’Italia per farla restare?” Si interrogano su questo punto i due esperti di Bank of America e Merrill Lynch.

Dopo la dimostrazione esposta con la teoria dei giochi che prendono in considerazione i diversi scenari che penalizzano la Germania in caso di uscita o no dell’Italia dalla zona euro, ritengono che Berlino non potrà imporre alla penisola tutto quello che ha imposto alla Grecia, sotto forma di austerità in cambio di aiuti finanziari. I due analisti ritengono che per Berlino il costo per far restare l’Italia nell’area euro sarebbe superiore a quello della sua uscita. Questo sarebbe un motivo in più per la Germania per non trattenere Roma e per minare  la coesione dell’area della moneta unica.

Infine, se un tale scenario si rivelasse esatto “Potrebbe avere serie ripercussioni negative per i mercati finanziari nei prossimi mesi”, hanno concluso David Woo e Athanasios Vamvakidis, che in questo modo danno anche loro un contributo all’ondata di pessimismo che prevede  “una estate assassina” per i mercati.
Jules Robert

Fonte: www.latribune.fr/

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Alberto Bagnai: “primo, la svalutazione non coincide con l’inflazione; secondo, l’inflazione non coincide con la perdita di potere d’acquisto da parte dei lavoratori” > uscire dall’eurozona subito.

Si leggano le 2 repliche di Marco Marci (erano 3, una non è stata approvata da Bagnai)

http://goofynomics.blogspot.it/2012/04/svalutazione-e-salari-ad-usum-piddini.html

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Ettore Livini, “Grecia, il ritorno della dracma costerebbe 11mila euro all’anno per ogni europeo”

Il ritorno della dracma, se mai succederà, “non sarà indolore né per la Grecia né per la Ue”, ha garantito Per Jansson, numero due della Banca di Svezia (che non è parte in causa, NdR).

IL PRIMO ATTO

Il primo atto del possibile Calvario è già scritto: un fine settimana, a mercati chiusi, Atene formalizzerà a Bruxelles la sua uscita dalla moneta unica. Poi sarà il caos. La Banca di Grecia convertirà dalla sera alla mattina depositi, crediti e debiti in dracme, agganciandoli al vecchio tasso di cambio con cui il Paese è entrato nell’euro nel 2002: 340,75 dracme per un euro. Si tratta di un valore virtuale: alla riapertura dei listini, prevedono gli analisti, la nuova moneta ellenica si svaluterà del 40-70 per cento. Per evitare corse agli sportelli (i conti correnti domestici sono già calati da 240 a 165 miliardi in due anni), Atene sarà costretta a sigillare i bancomat, limitare i prelievi fisici allo sportello e imporre rigidi controlli ai movimenti di capitali oltrefrontiera.

IL PIL GIU’ DEL 20%

L’addio all’euro costerà carissimo ai greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno. I redditi andrebbero a picco, l’inflazione rischia di balzare del 20 per cento. Il vantaggio di competitività garantito dal “tombolone” della dracma sarà bruciato subito. La Grecia – che a quel punto non avrebbe più accesso ai mercati – sarà costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate (tasse) senza potersi indebitare. E non potrà più contare né sui 130 miliardi di aiuti promessi dalla Trojka, nei sui 20,4 miliardi di fondi per lo sviluppo stanziati da Bruxelles. Di più: i costi delle importazioni (43 miliardi tra petrolio e altri beni di prima necessità nel 2011) schizzerebbero alle stelle mettendo altra pressione sui conti pubblici. Un Armageddon che rischia di far passare il memorandum della Trojka per una passeggiata. Il colpo di grazia per una nazione in ginocchio, reduce da cinque anni di recessione che hanno bruciato un quinto della sua ricchezza nazionale e con la disoccupazione al 21,7 per cento.

TORNANO I DAZI

In questa tragedia greca, l’Europa non avrà solo il ruolo di spettatore. Il pedaggio a carico del Vecchio continente – che un minuto dopo il ritorno della dracma potrebbe imporre dazi alle merci elleniche (LO FARANNO: MORS TUA VITA MEA, NdR) – è salatissimo. L’effetto contagio, tanto per cominciare, si tradurrà in una Caporetto per i mercati e una via crucis per Italia e Spagna. Gli spread, calcolano gli algoritmi di Sungard, potrebbero salire del 20 per cento, le borse scendere del 15 per cento. Ma è solo l’antipasto. La Grecia – dove le banche saranno nazionalizzate – smetterà di pagare i debiti anche ai privati e così lo tsunami della dracma travolgerà diversi istituti di credito e molte imprese continentali. Una matassa inestricabile (anche legalmente), molto peggio di quella della Lehman che nel 2008 ha mandato in tilt il mondo.

I CALCOLI DI UBS

Italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio all’euro di Atene. I tedeschi poco meno. Le cifre vanno aggiornate al rialzo: il debito di Atene a fine 2009 (301 miliardi) era tutto controllato da privati. Ora, grazie alla ristrutturazione, è sceso a 266 miliardi. E ben 194 sono in mano a paesi Ue, Bce e al Fondo Monetario. Se la Grecia non onorerà i suoi impegni come ha fatto l’Argentina, l’Apocalisse europea è belle e servita.

http://www.repubblica.it/economia/2012/05/15/news/grecia_il_ritorno_della_dracma_costerebbe_11mila_euro_all_anno_per_ogni_europeo-35060321/

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La Grecia si avvicina ad una sua uscita dall’Euro? La situazione economica della Grecia non è delle migliori: ha un rapporto debito/Pil pari al 150,3% e, negli ultimi 4 anni, il Pil è calato del 18,4%. Ma le stime del Fmi non lasciano presagire nulla di buono: infatti è previsto un ulteriore calo del 4% solo nel 2013. Insomma una situazione catastrofica.

Effetti dell’uscita dall’euro della Grecia

E se la Grecia provasse ad uscire dall’Euro cosa accadrebbe? Questa è la domanda che si sono posti gli economisti della banca d’affari giapponese Nomura.

 Innanzitutto, ciò comporterebbe un ritorno alla dracma (la moneta che si usava in Grecia prima che aderisse all’Eurozona), che subirebbe una svalutazione compresa tra il 55 e il 60%. “Solo l’Argentina nel 2002 e l’Indonesia nel 1997 – fanno notare gli economisti giapponesi – si ritrovarono in una situazione peggiore, con le rispettive valute deprezzate ancora di più, intorno al 64% e al 67%“.

 “Nel caso greco – continuano gli economisti della banca giapponese, ndr – le variabili da osservare si chiamano perdita di competitività a causa della sopravvalutazione dell’euro, basse riserve di valuta estera e scarsa efficienza del governo”.

 Se la Grecia dovesse tornare alla sua vecchia moneta, significherebbe che la banca centrale dovrebbe tornare a stampare dracme, causando un’elevata inflazione, nonché una grande erosione del potere d’acquisto dei risparmiatori. Non solo: l’euro nei confronti della dracma si apprezzerebbe e quest’ultima subirebbe – secondo gli economisti – una svalutazione compresa tra il 50% e il 60%.

http://www.forexinfo.it/Grecia-fuori-dall-euro-Nomura-fa

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“La mancanza di un processo costituzionale (o permesso da un trattato) per uscire dalla zona euro ha una solida logica solida alle spalle. Il punto di creare la moneta comune era quello di convincere i mercati che si trattava di un’unione permanente che avrebbe assicurato perdite enormi per chiunque avesse osato scommettere contro la sua solidità. Una singola uscita basta ad abbattere questa solidità percepita. Come una piccola crepa in una possente diga, un’uscita greca porterà inevitabilmente al collasso l’edificio…Nel momento in cui la Grecia viene spinta fuori accadranno due cose: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, ecc., seguita dalla riluttanza della BCE e di Berlino ad autorizzare liquidità illimitata alle banche e stati. Questo comporta il fallimento immediato di interi sistemi bancari, nonché dell’Italia e della Spagna. A quel punto, la Germania dovrà affrontare una terribile dilemma: mettere a repentaglio la solvibilità dello stato tedesco (devolvendo alcune migliaia di miliardi di euro per salvare ciò che resta della zona euro) o salvare se stessa, abbandonando la zona euro. Non ho alcun dubbio che sceglierà la seconda. E poiché questo significa strappare una serie di trattati e carte dell’UE e della BCE, l’Unione Europea, di fatto, cesserà di esistere”.

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/31/interviewed-by-fxstreet-com-on-grexit/

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Tornando allo studio della Bertelsmann (ottobre 2012), secondo i calcoli, nel peggiore dei casi, le 42 economie principali del mondo potrebbero subire perdite sul fronte della crescita fino a 17 mila miliardi: questo sarebbe infatti l’effetto di una perdita di fiducia in Madrid e Roma da parte del mercato e di una conseguente bancarotta dei due Paesi europei.

RISCHIO PERDITA FIDUCIA. Hanno infatti scritto gli economisti: l’uscita di Atene dalla moneta unica in sé è «sostenibile» per l’economia mondiale, «ma non si può escludere che il mercato dopo perda fiducia anche nel Portogallo nella Spagna e nell’Italia, con una conseguente bancarotta anche in questi Paesi».

La sola uscita di Atene dalla moneta unica costerebbe alla Germania 73 miliardi di euro in termini di crescita fino al 2020. A questo si aggiungerebbero i 64 miliardi di fondi perduti (una tantum) per creditori privati e pubblici.

DRACMA VUOL DIRE CRAC. Il ritorno alla dracma costerebbe alla Grecia 164 miliardi di perdite sul fronte della crescita fino al 2020. In questo scenario si sottintende che creditori privati e pubblici dovrebbero rinunciare a circa il 60% delle loro rivendicazioni verso Atene. E che la nuova moneta verrebbe svalutata del 50% rispetto all’euro.

http://www.lettera43.it/economia/macro/ue-la-grexit-costerebbe-17-mila-miliardi_4367568612.htm

Fanatismo religioso (per intensità) – cenni di antropologia critica del consumismo e del marketing

La cultura influenza ciò che le persone vedono, ricordano ed il modo in cui elaborano le informazioni. Essa influisce sulla costruzione soggettiva della realtà, degli insiemi di valori, atteggiamenti e reazioni standardizzati e convenzionali, norme e principi, suggerendo un certo indirizzo d’azione o una certa linea di interpretazione. Quando i valori sono socio-culturalmente strutturati, allora queste linee guida e priorità forniscono motivazioni per l’agire dei gruppi sociali e, cumulativamente, in certe circostanze storiche, di interi popoli.

Anche l’acquisto ed il consumo di un prodotto sono frutto di una scelta fatta sulla base di considerazioni di ordine sociale, culturale ed economico che s’intersecano con le più vaste dinamiche dei mutamenti culturali, dei rapporti di potere, e dei processi di costruzione di un’identità personale e collettiva. Comprare un determinato prodotto equivale a fare una dichiarazione pubblica sulla propria identità, sul proprio status e sui propri gusti. Un consumatore può teoricamente identificarsi con numerose categorie sociali e quindi con vari stili e modalità di consumo, ma non tutte queste variabili sono in grado di attivare i suoi criteri selettivi, perché la loro influenza sulla sua identità sociale e sulla sua rappresentazione del tipo di persona che aspira a diventare può variare sensibilmente.
In altre parole, i suoi bisogni cambiano al variare delle sue identificazioni (religiose, di genere, etniche, di ruolo sociale, ecc.), cioè al variare del messaggio che il consumatore intende trasmettere a chi gli sta intorno e che spesso definisce la sua affiliazione ad un gruppo (es. donna araba di ceto medio-alto che sceglie di esibire la sua etnicità).
Si tratta di capire quali valori e preferenze prevalgono in un certo contesto socio-culturale ad un dato momento.

E’ nell’interesse dei pubblicitari che operano in mercati “esotici” sottolineare ed accentuare differenze, peculiarità, specificità, idiosincrasie ed incongruenze di culture e società che vengono descritte come non pienamente confrontabili e traducibili. Solo così possono valorizzare la loro professionalità (lo stesso discorso vale anche per numerosi antropologi, ovviamente). Ma è anche così che nascono interpretazioni fantasiose sulla concezione di natura umana che prevale nella tal cultura, sulle prerogative del tal gruppo sociale e sulle inclinazioni della tal categoria di consumatori.

L’indirizzo meramente quantitativo delle ricerche di mercato può comportare conseguenze sommamente spiacevoli:

  • l’esclusione di tutto ciò che non si concilia con parametri prefissati e obiettivi specifici del cliente;
  • la mortificazione dei consumatori, trasformati in dati statistici più o meno corrispondenti alla realtà;
  • l’accumulo di studi che presentano conclusioni discrepanti e dati disomogenei. Ci si dovrebbe chiedere: indicano differenze interculturali reali o sono il risultato di misurazioni imprecise?
  • l’impossibilità di stabilire se le differenze nel comportamento dei consumatori siano significative;
  • l’impossibilità di verificare se le risposte ai questionari completati dai consumatori siano veritiere e se i consumatori agiscano coerentemente rispetto ai propri propositi (discrasia tra intenzioni dichiarate e comportamento reale);
  • l’impossibilità di verificare che i parametri non siano datati o che siano efficaci nella “lettura” della realtà, che le generalizzazioni siano giustificate, che i dati culturali siano trasferibili in altri contesti, che le correlazioni siano dirette e non coinvolgano altri fattori che si è scelto di non considerare;

Per “etnogenesi” s’intende la creazione di un’etnicità (di un gruppo etnico) attraverso la reificazione (fabbricazione) di determinati attributi. Un caso emblematico di etnogenesi è quello dei Latini e degli Ispanici negli Stati Uniti, generati a tavolino per classificare chiunque provenga da sud e parli una lingua iberica, a prescindere dall’ampiezza delle differenze tra un portoricano ed un cileno, o tra un Maya ed un cittadino della capitale del Messico.
Questa irragionevole semplificazione, che serve agli analisti del servizio censimenti ed all’amministrazione pubblica per meglio gestire la complessità di una società multietnica e multiculturale, si interseca con la logica propria dell’analista di mercato il quale, prendendo per buono il criterio classificatorio ufficiale, tende a cercare di dimostrare che esistono differenze ragguardevoli tra i gruppi sociali ed etnici, tali da giustificare il ricorso a specialisti. Questa operazione amplifica le differenze tra gruppi (es. Italo-Americani ed Ispanici) e riduce quella all’interno di un gruppo (es. Cubani e Boliviani).
Questa vera e propria invenzione di marcatori di differenze spesso inconsistenti finisce per inglobare l’intera cultura, essenzializzandola: se alcune di queste peculiarità si rivelano incerte, allora se ne creano di nuove.
Così le dinamiche interne alla segmentazione del mercato su base etnica producono differenze che possono essere irrilevanti, ininfluenti, o persino inesistenti, ma che sono rese salienti ed influenti a fini commerciali. Al contrario, quelle differenze reali che non sembrano utili alla commercializzazione del prodotto o che complicano il quadro generale vengono dissimulate e rimosse.

Ogni discorso alternativo e “deviante” che nasca all’interno di una comunità viene soffocato da certi dogmi del marketing, che preferisce linee divisorie nette e precise e nessun mutamento sostanziale. Altrimenti come si spiega il fatto che l’unico metodico esame comparativo delle strategie pubblicitarie svedesi e statunitensi abbia mostrato che il contenuto valoriale degli spot commerciali è rimasto pressoché invariato nel corso di 20 anni?

I due fuochi, l’uovo di serpente, la lotta per un Mondo Nuovo

Le autonomie europee alla sfida dell’immigrazione. Quali diritti-doveri per i nuovi cittadini glocali?

21 settembre 2012, 18.00

Incontro pubblico

La crisi europea offre una grande opportunità per le autonomie locali come Trentino e Alto Adige, ma anche Catalogna, Baviera, Scozia, Paesi Baschi, Corsica. Queste regioni sono protagoniste di un processo di costruzione di una identità propria sempre più fortemente proiettata sullo scenario internazionale. Tale processo crea tuttavia una fortissima tensione attorno al concetto di cittadinanza: aperta all’inclusione degli immigrati come nuovi cittadini delle autonomie europee, o chiusa su una concezione attenta alla difesa della propria identità storica e delle radici etniche e territoriali?
Ne parliamo con Lorenzo Piccoli, Stefano Fait e Piergiorgio Cattani. Introduce Michele Nardelli.

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Luogo: Sala Aurora, c/o Sede Consiglio Provinciale – Trento

http://www.tcic.eu/web/guest/eventi/-/asset_publisher/8ZdO/content/storie-di-immigrazione-appunti-di-cittadinanza?redirect=%2Fweb%2Fguest%2Feventi

LINEE GUIDA DEL MIO INTERVENTO

La crisi dell’eurozona e la crisi globale aprono scenari nuovi per il futuro.

Un cambiamento positivo è quello che consente di diventare più liberi, più consapevoli, più responsabili e più miti (ossia meno prevaricatori).

Un cambiamento negativo è quello in cui la piramide sociale diventa più ripida, la dignità delle persone è mortificata, la libertà è compressa, l’iniquità è diffusa, la fratellanza umana è vilipesa.

Al momento attuale il Trentino-Alto Adige, come il resto del mondo, si trova preso tra due fuochi: quello della destra neoliberista, esportato dal mondo anglo-americano (Wall Street e la City di Londra) – il suo verbo è incapsulato in quel “a me non interessano i poveri” di Mitt Romney – , e quello della destra etnopopulista/etnofederalista, particolarmente forte nell’area che si estende tra i confini settentrionali della Baviera ed il Po e che, localmente, preme per la soppressione della regione Trentino-Alto Adige e vuole che il Trentino sia escluso dalla candidatura alle Olimpiadi Invernali del 2022.

Il rischio che corriamo è quello di un ritorno al passato, addirittura ad un sistema neo-feudale su base etnica-sciovinista che si proponga come rimedio (falso) alle catastrofi prodotte dal neoliberismo (vere); cioè a dire, ad una ridotta alpina (Alpenfestung) in un’Europa unita di stampo “imperiale” (“Fortezza Europa” la chiamano i critici), tenuta insieme solo dalla bramosia di potere e risorse e dalla paura di ciò che sta fuori e di ciò che è sgusciato dentro (milioni di immigrati, molti di loro musulmani).  

Alcune citazioni aiuteranno a delineare meglio i contorni e la natura del problema.

Vergérus, “L’uovo del serpente”, di Ingmar Bergman:

Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia nitido e preciso: proprio come l’interno dell’uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfettamente formato.

Lucio Caracciolo (prefazione a “I confini dell’odio”, 1999):

In discussione non è la dimensione geopolitica, economica o demografica della mia, della vostra, o forse della nostra patria di domani. In gioco è il carattere delle sue istituzioni e della sua società civile. Prima di decidere pro o contro l’Europa – l’Europa delle nazioni, l’Europa delle Regioni, lo Stato europeo o l’Europa ineffabile ed esoterica degli europeisti – dobbiamo decidere per o contro la democrazia liberale. Il resto viene dopo.

La decisione, come abbiamo oramai capito, non è purtroppo così scontata.

Ho parlato di due fuochi.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) descrive il primo fuoco:

Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile, del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista.

Bruno Luverà (“Il razzismo del rispetto”, Una Città, 1999) descrive il secondo fuoco:

Nel nuovo regionalismo europeo ci sono due correnti: il regionalismo autonomista della Svp in Alto Adige o di Pujol in Catalogna, che hanno come idea-guida quella dell’autonomia dinamica, con l’acquisizione di sempre maggiori competenze per arrivare a forme forti di autogoverno, senza però che si arrivi a mettere in discussione la lealtà rispetto allo Stato nazionale, se non in una prospettiva lontana (per esempio, il diritto di autodeterminazione viene posto come valore, ma non se ne chiede l’esercizio immediato). L’altra corrente è quella, invece, micronazionalista, secondo la quale la regione diventa sinonimo di nazione, di piccola nazione, di piccola patria, e il richiamo alla regione serve per creare dei meccanismi di esclusione, serve per innalzare dei muri attorno a un luogo molto facile da controllare, potenzialmente più sicuro, in cui il criterio fondante la cittadinanza è quello dell’omogeneità etnica… La Baviera ha giocato fino in fondo la carta dell’Europa a due velocità perché questa poteva aprire scenari geopolitici interessanti. I quali, guarda caso, sarebbero andati nella direzione dell’Europa delle Regioni; l’Europa delle due velocità era uno scenario che poteva rimettere in discussione i confini.

Lucio Caracciolo, in un dibattito con Enrico Letta (Caracciolo/Letta, 2010, p. 22), illustra il punto di contatto tra i due fuochi: la distruzione del progetto europeo pluralista, democratico e liberal-socialista e degli stessi stati-nazione che lo compongono, attraverso la creazione di un’Europa a due velocità:

L’attuale crisi economica, che è sempre più una crisi sociale, rischia poi di mettere in questione il senso concreto degli Stati nazionali, a cominciare dal nostro. Quando i tedeschi riscoprono l’Euronucleo come insieme riservato ai Paesi connessi all’economia e alla cultura monetaria germanica, constatiamo che ne risulta rafforzata la tesi «padana» per cui il Nord Italia pertiene a questo spazio, il Sud niente affatto. […]. Se davvero si costituisse un Euronucleo paracarolingio, forse ne saremmo esclusi. In tal caso metteremmo a rischio l’unità nazionale. Perché se il criterio di quel nucleo è l’appartenenza alla sfera economica tedesca, fino a Verona ci siamo, più a sud molto meno. Bossi avrebbe buon gioco a rispolverare i suoi argomenti secessionisti. Per la Lega l’Euronucleo tornerebbe a rivelarsi la leva per dividere l’Italia, non per unire l’Europa.

Zbigniew Brzezinski, architetto della politica estera statunitense in Eurasia dagli anni Settanta, mentore del giovane Obama e co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale, ha espresso la sua approvazione per questo genere di sviluppo, che si integra perfettamente nelle strategie della NATO (Christian Science Monitor, 24 gennaio 2012):

Io credo che, alla fine, la risoluzione della crisi odierna in Europa non funzionerà poi tanto male…Inevitabilmente, una vera unione politica prenderà gradualmente forma, all’inizio probabilmente attraverso un trattato di fatto, che sarà raggiunto con un accordo intergovernativo nel prossimo futuro. Sarà un’Europa a due velocità. Non c’è niente di male in un’Europa che è in parte e contemporaneamente un’unione politica e monetaria nel suo nucleo centrale e che accetta di essere diretta da Bruxelles, circondata da un’Europa più ampia che non fa parte dell’eurozona ma condivide tutti gli altri vantaggi dell’Unione, per esempio la libera circolazione delle persone e delle merci. È un progetto in linea con la visione post-Guerra Fredda di un’Europa in espansione, unita e libera.

Questo è un progetto che piace molto alle fondazioni e think tank neoliberisti e che potenzierebbe a dismisura le spinte secessioniste nei paesi relegati in “serie B”. Catalogna, Paesi Baschi, Scozia, Alto Adige e “Padania” difficilmente tollererebbero l’esclusione.

In un’intervista per il Corriere della Sera (“Ispiratevi alle città del Rinascimento”, 14 luglio 2012), Marcia Christoff Kurapovna, sfegatata paladina del neoliberismo residente a Vienna, ha perciò esortato la Grecia e l’Italia a seguire l’esempio jugoslavo, smembrandosi in piccoli staterelli sul modello dell’Alto Adige/Sudtirolo. Ha sorvolato però sul dettaglio che tali micro-entità sarebbero istantaneamente e completamente alla mercé dei mercati, delle oligarchie finanziarie, delle multinazionali.

Esaminiamo dunque questo progetto di uno Stato Libero del Sudtirolo.

Il politologo Günther Pallaver, intervistato nel febbraio del 2009 da Gabriele Di Luca, in vista di un dibattito pubblico sul tema “Stato libero: una visione” ha dichiarato, in modo piuttosto perentorio:

Chi rivendica il diritto all’autodeterminazione sottolinea in continuazione che gli italiani – in uno Stato autonomo o nell’ambito dello Stato austriaco – sarebbero tutelati come lo sono i tedeschi in Italia. Ciò significa che la tutela attuale non può essere poi così male. Ma se penso a come l’Austria tutela le sue minoranze, allora il mio scetticismo si acuisce. Basta dare uno sguardo alla Carinzia, dove vive la minoranza slovena. Confesso che in uno Stato sovrano avrei paura del nazionalismo tedesco, dei suoi impulsi vendicativi. Solo fino a pochi anni fa gli Schützen dichiaravano che gli italiani sono solo ospiti in questa terra, un’assurdità che contrasta con i diritti fondamentali dell’uomo, poiché ogni cittadino dell’Unione Europea ha il diritto di residenza in tutti i suoi Stati membri. Preferisco dunque le certezze di oggi: garanzie costituzionali e internazionali e una cultura politica europea di democrazia e tolleranza. Alle promesse di un radioso futuro preferisco le sicurezze del presente.

I Freiheitlichen hanno commissionato la stesura della bozza di una possibile costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo. Tale bozza corrobora i timori di Pallaver, stabilendo che lo strumento referendario consentirebbe di emendare la costituzione: il che introduce la prospettiva di una tirannia della maggioranza che stravolga quegli articoli che tutelano i diritti civili di chiunque risieda in Alto Adige – in primis gli immigrati, che non sono particolarmente ben visti –, lasciando intatti quelli più problematici, come quello che consente ai ladini veneti di chiedere l’annessione al nuovo stato, generando ulteriori tensioni con l’Italia e quello che sancisce il diritto per ogni gruppo etnolinguistico di difendere la propria identità, aprendo la strada ad ogni possibile interpretazione. Infatti, molti si ricorderanno della famosa vicenda della rana verde che stringe un boccale di birra ed un uovo tra le zampe, autoritratto dell’artista Martin Kippenberger, torturato dall’alcolismo, la sua croce. Fu esposta al Museion di Bolzano e scatenò la furia di una parte della popolazione locale. Il presidente del Consiglio Regionale, Franz Pahl, arrivò a dire che “la Rana è un oltraggio alla nostra cultura. Se continueremo di questo passo arriveremo alla totale anarchia”. Ora, al di là del fatto che la stessa destra che mandava gli Schützen a presidiare l’accesso al Museion ora bolla come primitivi i musulmani che si sentono ingiuriati da una pellicola trash che ritrae Maometto come un pedofilo-stupratore-pappone-sterminatore, questa è una dichiarazione che esplicita la bizzarra credenza che non insegnare ai bambini la (presunta) verità di una particolare religione equivalga ad educarli al nichilismo. Bizzarra perché c’è da augurarsi che molti concordino nel dire che la fonte più affidabile per una condotta autenticamente morale è imparare a metterci nei panni degli altri – pur tenendo conto dei loro gusti. Chiunque dovrebbe essere in grado di farlo, ma sono proprio le militanze ed identificazioni forti (incluso l’ateismo) ad essere di grave ostacolo. Pichler-Rolle, il presidente del partito di governo in Alto Adige, l’SVP, chiese la rimozione dell’opera perché “troppi sudtirolesi si sono sentiti feriti nei loro sentimenti religiosi”.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012,  p. 45) ci ragguaglia rispetto al potere dei simboli ed alla necessità di democratizzarli:

“Il simbolo che non è di tutti, ma è solo di qualcuno, cessa di essere simbolo e diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti d’unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza…Se qualcuno se ne impadronisce, governandone i contenuti, inculcandoli come propaganda o come pubblicità nella testa degli altri, facendone così strumento di governo e di dominio delle coscienze, il simbolo cambia natura…Il simbolo-diabolo può diventare il diapason del potere totalitario.

Chi controlla certi simboli controlla le coscienze attratte da tali simboli; può così dominare intere nazioni (pensiamo ad Hitler, alla swastika, all’Ariano) e magari perfino interi pianeti.

Quel che vogliono i Freiheitlichen è, molto semplicemente, una piccola fortezza, una ridotta alpina, all’interno della Fortezza Europa.

Proprio sul tema delle fortezze in Alto Adige e della loro vacuità, la celebre scrittrice indiana Arundhati Roy ha qualcosa da dire (da “The Briefing”, Manifesta 7, 2008):

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida…Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.

Per concludere, un intervento (Alto Adige, 25 luglio 2012) di Luigi Gallo, assessore alla Partecipazione, al Personale e ai Lavori Pubblici del comune di Bolzano, che va dritto al cuore del problema. Rispondendo a due lettori impregnati di luoghi comuni xenofobici, mostra il nesso tra i due fuochi, l’immigrazione e l’unica, concreta, attuabile soluzione ai nostri problemi, un autentico viatico verso un Mondo Nuovo:

I due lettori hanno sacrosanta ragione a lamentare una drammatica crisi economica che colpisce giovani, pensionati, lavoratori; ma dovrebbero rivolgere i propri strali verso altri bersagli; mentre loro guardano male il carrello della spesa del vicino immigrato o notano con invidia la marca della sua auto di “seconda mano”, qualche decina di speculatori a livello mondiale – con un clic sulla tastiera di un computer – guadagna miliardi di euro con operazioni di Borsa che mandano sul lastrico interi paesi, Italia compresa; le conseguenze sono poi che i governi di quei paesi devono tagliare gli ospedali, le scuole e le pensioni per risparmiare e pagare interessi astronomici sui titoli di stato. Forse i due lettori potrebbero prendersela con queste politiche economiche che tagliano pensioni e diritti del lavoro mentre gli evasori fiscali rimangono salvi. Certo, è più facile guardare il vicino di casa che viene dal Marocco o dal Pakistan e pensare che sia colpa sua, ma non è così. Piaccia o meno, semplicemente non è così. Avete tante ragioni cari signori ma la guerra fra poveri serve solo a distruggere la solidarietà fra le persone e a far ridere “quelli in alto, ma molto in alto” che decidono la nostra vita. Sta a voi decidere da che parte stare

“Sto con Marchionne”, “Sì al nucleare”, Sì al Tav”, “Io i referendum per l’acqua non li voto” (Matteo Renzi)

Adesso sappiamo chi c’è dietro Matteo Renzi.
Resta solo da capire quante chance abbia di arrivare a guidare un PD di governo.

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/07/19/60-domande-per-matteo-renzi/

per Senza Soste, nique la police

31 ottobre 2011

“Prima di parlare dell’immagine di Matteo Renzi bisogna fermarsi telegraficamente agli interessi dai quali l’attuale sindaco proviene e a quelli che intende rappresentare. Dobbiamo infatti considerare che Matteo Renzi è figlio diretto di quel sottobosco politico dal quale oggi dice di volersi liberare. Suo padre Tiziano è stato in fatti un piccolo ras dei pacchetti di voti della declinante Dc toscana degli anni ’80, inizio anni ’90. Le insistenti voci sulle entrature di Tiziano Renzi nella massoneria toscana non sono provate o comunque andrebbero meglio certificate.

Di certo però suo padre si distingue nell’imprenditoria regionale in materia di giornali e di distribuzione pubblicitaria. Non solo, entra in affari con l’impresa Baldassini-Tognozzi-Pontello, oggi rilevata da Impresa Spa, che è  uno dei santuari del mattone toscano. Quindi quando Renzi difende la Tav non è tanto in conflitto ma in convergenza di interessi su un settore non proprio sconosciuto alla sua famiglia. E qui sarà probabilmente un caso quello che vuole la Baldassini-Tognozzi-Pontello vincere la gara d’appalto per la tramvia 2 e 3 a Firenze, come annunciato dallo stesso Renzi.

E quindi, quando Renzi dice di Firenze “basta costruzioni in centro”, c’è solo da capire per quale tipo di costruttori parla.

La polemica sulla discontinuità generazionale nel centrosinistra per Renzi, sulla rottamazione degli “anziani” vale poi ovviamente solo nei confronti di Bersani. Simbolicamente, quando Bersani è andato in visita ufficiale a Firenze, Renzi è andato al compleanno del padre. Nei confronti del padre c’è invece continuità, per così dire, anche nel ramo di impresa. Dove il primo costruisce legami d’affari a livello regionale, il secondo li allarga su una dimensione di influenza nazionale. A prescindere dalle primarie. Comunicazione e grandi opere, rami aperti dal padre, godono della capacità di fare brand su questi temi da parte del figlio che, come stupirsi, ha benedetto ogni Tav di vario ordine e grado. E che inoltre guarda a Mediaset come un possibile partner, strategia non aliena per l’allargamento di interessi editoriali locali del padre, altro che interrogativi sulla centralità della televisione di Berlusconi.

Partendo da questa base materiale, anzi concretissima, i Renzi si candidano ad allargare la base territoriale del proprio core business fino a farla coincidere con il livello nazionale. La politica, come ha fatto un altro imprenditore del cemento e della comunicazione (che ha reso Arcore per adesso molto più famosa della Rignano dei Renzi) è qui sia lo strumento necessario per allargare il ramo di influenza degli affari che un nuovo terreno di business. Per far questo si deve costruire un collettore di grandi flussi elettorali che tuteli le tre tipologie di interessi che si pensa abbiano un futuro nella rappresentanza istituzionale: rendita immobiliare e finanziaria, grandi opere, riduzione del costo del lavoro. Il brand Renzi è questo collettore. Gli interessi non sono proprio nuovissimi, anzi è roba da liberalismo della feroce Italia postunitaria, ma per tutelarli l’immagine deve essere qualcosa di nuovo che intercetti la forte domanda di cambiamento dell’elettorato.

Capita la base materiale dell’immagine di Renzi, e gli interessi che vuole difendere, non resta che dare un’occhiata al potere attrattivo messo in campo dal brand. Il sindaco di Firenze è il primo prodotto nuovo, in senso cronologico, del nesso politica istituzionale-media generalisti che seleziona le candidature reali per le elezioni. Gli altri al più tardi sono entrati in questo circuito nei primi anni ’90. Lo stesso Beppe Grillo ha un’accumulazione originaria di immagine negli spettacoli del sabato sera degli anni ’80. Comunque prima della discesa in campo di Berlusconi. Che così ha anche un ruolo di king maker delle candidature su tutto lo schieramento. Perché è inutile raccontarsela: nonostante twitter, facebook e miriadi di social media il potere di connessione complessivo in Italia è ancora quello della televisione generalista. Quindi se non vai contemporaneamente su Rai e Mediaset come candidato non esisti. Renzi questa selezione l’ha passata, Berlusconi oltretutto non ha mai nascosto o smentito la simpatia nei suoi confronti.  Anche perché gli interessi dei Berlusconi e dei Renzi non sembrano lontanissimi. Ogni modo, l’effetto novità creato dal primo candidato inedito da un quindicennio potrebbe anche farsi valere. Specie in un paese confuso, pronto ad affidarsi al primo messaggio di cambiamento disponibile su piazza. Anche se bisogna considerare che la crisi richiede personaggi capaci di interpretare un certo pathos non personaggi alla Renzi che sembrano proiettati con la macchina del tempo dall’epoca della new economy.

La strategia di Renzi, dal punto di vista dell’immagine, è semplice. Costruire un’immagine ingenua, luminosa e generalista, del giovane che innova nell’interesse del paese nel momento della crisi, per fare da collettore di voti di differenti frammenti di elettorato. Giovani (così si sentono valorizzati), anziani (così hanno l’impressione di fare qualcosa per i figli) di destra (tutti i decisionisti di ogni schieramento politico e i soliti bisognosi di un capo meglio se giovane e forte) e di sinistra (tutti quelli inclini a buttarsi sulla retorica dell’innovazione e quelli privi di rappresentanza).  Dal punto di vista del calcolo fatto da Renzi e dal suo staff i voti presi a destra dovrebbero essere maggiori di quelli persi a sinistra. Spostando il brand Renzi verso un piano di rappresentanza politica forte, compatibile con gli interessi neoliberisti che si vuol rappresentare, ma anche sganciato dalla necessità di tutela di reali interessi materiali di sinistra (diritti e beni comuni, per capirsi).

La convention di Renzi, e i relativi ritorni di immagine per ogni tipologia di elettore, è stata pensata per lanciare tre tipi di messaggio. Il primo, quello da chiacchiera di tutti i giorni,che è necessario per avere un consenso diffuso. Fatto per insinuarsi nei bar, negli autogrill alle stazioni, ovunque si parli di politica (il giovane che scende in campo rappresenta questa tipologia). Un altro, lanciato ad un pubblico più ristretto ma per niente esiguo, quello di chi si occupa di politica come mestiere o come opinione pubblica informata, tutto dedicato alla formula politica ed elettorale (primarie, alleanze, polemica tra personaggi). Un terzo è invece dedicato alle minoranze professionalmente specializzate e riflessive, quelle che lanciano tendenze (e allora vai con l’ostentazione del mac sul palcoscenico da sempreverde teatro off). Come sempre, vale per i manuali più consumati di propaganda elettorale, i tre messaggi possono essere ricevuti separatamente o combinati secondo la tipologia di elettore.

La logica del messaggio di Renzi è stringente e lacerante. Riducibile a questo slogan “togliere ricchezza e diritti a una parte della popolazione per darli a un’altra”. Ma non si tratta dell’antico linguaggio della socialdemocrazia legato al consenso nella redistribuzione sociale. In Renzi non c’è patrimoniale, controllo delle conseguenze sociali delle grandi ricchezze. Si tratta di togliere a chi è già stato abbondantemente attaccato dalla crisi liberista per dare a chi è stato attaccato ancora di più.  In un quarto di secolo questo progetto ha abbondantemente fallito ovunque. Per Renzi si tratta quindi di trovare una vasta platea di pubblico che coincida con la sua, ben interessata, ristrettezza di vedute. Già perché, al di là dello spettacolo, e qui Renzi non emoziona nessuno ma cerca solo di essere simpatico e ragionevole, ci sarebbe anche la politica. E qui si vede che il candidato più che da Firenze viene proprio da Rignano.

Renzi junior non è infatti riuscito a dire una parola che sia una di politica estera, della sua visione dell’Ue, della crisi delle borse, delle relazioni internazionali. A popolarizzare la politica estera, oltre a fissarla nell’agenda di priorità, i democristiani ci riuscivano benissimo. È evidente che le filiazioni successive hanno problemi a parlare del mondo. Del resto cosa direbbe Renzi? Che il suo modello ha fallito ovunque? Che la cancelliera tedesca Merkel, democristiana, ha fatto una proposta pochi giorni fa sul salario minimo che è di ultrasinistra rispetto alle giaculatorie di Renzi sulle categorie protette?
Meglio fare la figura del ragazzo aggiornato davanti a Bersani, cosa che riuscirebbe a qualsiasi pari età di Renzi non colto da ictus,  che addentrarsi nella politica. Qui c’è da valorizzare un brand e dei rami d’impresa il resto, almeno per uno come il sindaco di Firenze, è roba da eruditi. Categoria ottima invece come pianta ornamentale, vedi la filosofia in esilio invitata alla Leopolda o Baricco, ma quando si parla di sostanza tocca alle vere truppe di Renzi. Che sono composte da vecchi magliari di pacchetti di voti e di relazioni sociali che battono i territori, da funzionari pubblici che taglierebbero ovunque e da giovani che lavorano nel marketing convinti di saperla lunga quanto lo staff di Obama del 2008. Insomma al di là dei contenuti, che non ci sono, il fenomeno Renzi è tutto logistica (tradizionale e di marketing) e gestione del brand. Peccato che un paese in crisi epocale avrebbe bisogno di politica. Ma quella è roba da vecchie distinzioni destra-sinistra, tutte cose alle quali Renzi non è avvezzo. Lui vuole solo i voti da qualsiasi parte provengano e prima possibile.

Infine, si candiderà Renzi a presidente del consiglio? Il sindaco di Firenze si è dato tre mesi per prendere una decisione. Sa benissimo di dover passare di fronte ad una vera e propria ruota della fortuna. Sulla quale, vista la complessità della crisi del paese e del centrosinistra, devono davvero uscire solo i numeri giusti. Ma dalla ruota della fortuna, quella di Mike Buongiorno, Renzi c’è già passato (guarda il video). Da giovane concorrente. Proprio quella trasmissione che fu definita, dopo un’inchiesta della magistratura, “la ruota della mazzetta” visto che per entrare come concorrente bisognava stare dentro reti clientelari piuttosto strette. Vedremo se Renzi finirà a fare il concorrente anche questa volta. Di sicuro ha aumentato il potere di attrazione, economico e relazionale, del brand che rappresenta. L’augurio è che la politica gli riveli direttamente, e in corso d’opera, quanto letali possono essere le sue regole. Se mai dovesse diventare premier il potere destituente della complessità sociale tipico delle crisi dovrebbe però disarcionarlo bruscamente. Dopo vent’anni di Berlusconi lo spazio eventuale di manovra per un suo imitatore fiorentino sembra parecchio ristretto. Perché se il cabaret imbarca volentieri imitatori fiorentini, pubblico lo portano sempre, la politica ha bisogno di chiudere una stagione e promuovere altri interpreti”.

http://senzasoste.it/nazionale/la-ruota-della-fortuna-di-matteo-renzi

per Senza Soste, nique la police

14 settembre 2012

Qualche mese fa, all’epoca di una delle convention alla Leopolda di Firenze, abbiamo tracciato un profilo di analisi delle strategie di marketing politico di Matteo Renzi

Rileggendolo vi si possono trovare i tratti principali dei comportamenti renziani. Che appaiono quindi stabilizzati, definiti e quindi possibile oggetto di approfondimento. Ma c’è una cosa che Renzi e il suo staff hanno sottovalutato. Ovvero cosa significa, nella società dello spettacolo, reiterare lo stesso tipo di personaggio. Stiamo parlando dell’eterno ritorno del giovane che vuole rottamare, oramai configurabile come un Peter Pan delle primarie di qualsiasi livello.

Una regola fondamentale della società dello spettacolo, tanto più in politica, ricorda che  la reiterazione lo stesso personaggio produce un accumulo di satira e di ironia diffusa. Non a caso le grandi dittature hanno prodotto grandi vignette. La reiterazione dello stesso personaggio, delle stesse posture porta all’ingessatura della persona che si propone scatenando profondi moti sotterranei, e non, di riso e di ironia. Siccome Renzi non è un dittatore, in quel ruolo farebbe anche più ridere, e deve prendere voti l’effetto ridicolo creato dalla continua riproposizione della medesima immagine di sè potrebbe davvero essergli nocivo.

Silvio Berlusconi, il maestro di bottega di Renzi, conosceva queste regole. Infatti, per ovviare all’effetto ridicolo (e ne ha prodotto tanto), cambiava continuamente modalità di rappresentazione del proprio personaggio. Abbiamo infatti avuto il presidente-imprenditore, il presidente del Milan, persino il presidente operaio. Renzi, invece, non riesce a liberarsi, da qualche anno, della filastrocca rottamazione-merito-innovazione che oltretutto fa molto nostalgia anni ’80-’90. Per uno che ostenta l’ambizione di diventare presidente del consiglio, il primo vero Tony Blair di Rignano sull’Arno, è sicuramente un punto di debolezza. Infatti Renzi, prigioniero non di una politica ma di un personaggio, salta da una primaria all’altra riproponendo, in differenti contesti lo stesso tipo di spettacolo. Non è riuscito a stare politicamente fermo su un ruolo istituzionale, una stagione di governo. Non a caso, quindi.

Anche le figure con le quali si accompagna ripetono lo stesso jingle da sempre. Ad esempio l’economista Zingales, che non si rende conto di apparire in tv come la caricatura dell’economista liberista “tagli e rigore”, e il sempreverde Ichino per il quale il salario è equo e conforme a costituzione solo quando coincide con la mancia.

Renzi si è così ormai avvitato nell’imitazione, non si sa quanto involontaria, di CarCarlo Pravettoni. L’imprenditore milanese sintesi del colmo del berlusconismo, della retorica grottesca del merito, impersonato da Paolo Hendel nelle trasmissioni di satira di diversi anni fa. Una delle presentazioni iniziali delle puntate di Pravettoni recitava: “l’unico manager pagato dalla concorrenza perché resti dov’è”.

Il Renzi più giovane deve aver visto troppo quelle trasmissioni. Deve aver fatto come quei giovani aspiranti broker che guardavano Gordon Gekko, nel primo Wall Street, dimenticandosi che quella di Oliver Stone era una rappresentazione critica non la celebrazione del pescecane di borsa. In effetti si pagherebbe volentieri per lasciare Renzi dove è, in una candidatura alle primarie infinita quanto le soap opera giapponesi. Fa ridere, è grossolano e improbabile, attira una audience cinica come infedele e instabile (pronta a disarcionarlo al primo problema) e potrebbe distruggersi da solo con il ridicolo che attira.

Purtroppo, in un paese in seria decomposizione sociale e politica anche personaggi di questo calibro vengono presi sul serio. Persino un Pravettoni al potere può sembrare un programma politico all’altezza dei tempi. Curiosamente, vista anche la parabola politica di Berlusconi e Grillo, il futuro elettorale di questo paese sembra essere scritto nel passato della televisione. Non durerà ma può durare abbastanza per paralizzare un paese.

http://www.senzasoste.it/nazionale/arriva-renzi-il-carcarlo-pravettoni-dei-nostri-giorni

In una cosa il sindaco di Firenze può già dirsi come un riuscito allievo di Berlusconi: la collezione di frasi che inchiodano a futura memoria. Solo che Berlusconi ha dietro di sé’ vent’anni, e qualche disastro di governo, di politica italiana. Renzi ha molti meno campionati dietro le spalle ma, come si vede, cerca di colmare il gap con Berlusconi. Si vede che il titolo di parolaio del secolo della politica italiana è parecchio ambito. Anche perché non si sa mai chi potrebbe arrivare, nelle generazioni future, ad insidiare il primato in questa speciale classifica.

Renzi in poche ore ha collezionato due frasi che lo inchiodano a futura memoria. La prima è quella di ricevere i complimenti da parte del principale, storico avversario del centrosinistra. “Ha le nostre idee” ha detto Berlusconi di Renzi. Dopo un’affermazione di questo tipo, un candidato o scioglie il comitato elettorale o lo ripresenta dall’altra parte perché, politicamente, nel centrosinistra ha fallito. Nessuna maggioranza nel centrosinistra lo eleggerà perché candidato preferito di Berlusconi. Eppure Renzi si sente il sottile von Clausewitz delle primarie. Pensa che gli elettori delusi del centrodestra, in  questo modo, spinti dallo stesso Berlusconi si presentino in massa a votarlo. Un po’ come vincere la presidenza di un circolo di tifosi della Lazio grazie ai voti dei delusi dalla presidenza americana della Roma, auguri.

Eppure come perla del fine settimana questa non è l’unica. Ebbene sì, Marchionne, come diversi sindacalisti Fiom avevano denunciato, rivela che il piano fabbrica Italia era un bluff.

Una sorta di effetto annuncio, con investimenti 20 volte minori di quanto affermato, buono per comprimere i diritti dei lavoratori, abbassare il salario, movimentare qualche produzione e alzare il titolo in borsa. In molti sindacalisti del settore l’avevano capito e denunciato pubblicamente. Il piano Marchionne era una bolla speculativa, un effetto annuncio a corto respiro.

Non l’aveva capito Matteo Renzi, il sensitivo dei trend del futuro, che a gennaio 2011 aveva finito per abboccare alle trovate dell’ufficio stampa di Marchionne. Renzi infatti a suo tempo ha speso tutto se stesso per dimostrare che il piano Marchionne non solo era vero ma rappresentava il futuro della Fiat e dell’Italia. Lo pubblichiamo sotto senza commento.

Vai Renzi, non diventerai presidente del consiglio, non vincerai il titolo di parolaio del secolo, perchè impegnativo, ma davvero sei, parafrasando i classici, la nottola dell’avanspettacolo che si leva al crepuscolo della seconda repubblica. Ora manca solo un cartellone di serate, con diretta streaming, con Panariello, Pieraccioni o Carlo Conti. Non dubitiamo che lo staff di Renzi saprà scegliere il partner giusto. Con le primarie.

(red) 17 settembre 2012

http://www.senzasoste.it/nazionale/marchionne-e-le-parole-in-liberta-di-matteo-renzi

Intervistato al tg de La 7, Renzi si inserisce nel dibattito nazionale sul referendum Fiat, e lo fa nel suo stile, senza mezzi termini: “Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono. E’ un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche”.

“Diciamo anche la verità: è la prima volta nella sua storia -aggiunge Renzi- che la Fiat, anziché chiedere i soldi degli italiani con la cassa integrazione, prova a mettere dei quattrini per agganciare alla locomotiva americana Mirafiori e anche la struttura italiana. Quindi, senza se e senza ma -conclude il sindaco di Firenze- stiamo dalla parte di chi crea lavoro e ricchezza. Poi, naturalmente, rispettiamo i diritti dei lavoratori, ma che siano lavoratori, e non cassintegrati”.

http://www.lanazione.it/firenze/politica/2011/01/11/441018-renzi.shtml

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