“Fraudologia: teoria e tecniche della truffa” di Matteo Rampin, Ruben Caris (2010)

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Da questo studio – molto articolato e completo, questa è solo una sintesi: leggetelo! – apprendiamo che i truffatori sfruttano i vizi capitali: superbia (narcisismo), avarizia (possesso), lussuria (edonismo sessuale), ira (aggressività), gola (edonismo alimentare), invidia (competizione), accidia (passività). Ricorrono ai beni materiali come fonte illusoria di certezze (anche amuleti), a dipendenze da piaceri ed appetiti, al desiderio di essere amati ed apprezzati/valorizzati/riconosciuti nei nostri meriti, di essere al centro dell’attenzione, di vedere la propria visione del mondo confermata (stabilizzazione e coerenza interna: è sufficiente assecondare le credenze della vittima), di nutrire speranze, di ricevere consolazione, al rimorso, al senso di colpa, al timore della punizione o di un “imminente stravolgimento cosmico (sic!).

La gente ha paura di perdere quel che ha e di non ottenere quel che desidera. La gente ha anche paura delle complicazioni, della confusione, dell’imprevedibilità. Uno dei riduttori della complessità è la tendenza a pensare che il mondo sia complessivamente ordinato secondo giustizia e che i cattivi saranno puniti ed i buoni premiati (le disgrazie accadono a chi se le cerca). Ogni evidenza che indica il nostro errore viene squalificata o ignorata. Rifiutiamo ciò che non si adatta ai nostri sistemi di credenze e accettiamo le menzogne più incredibili, se ci piacciono. Decidiamo di credere ad una cosa e continuiamo a farlo anche di fronte all’evidenza del contrario.

A questo punto è sufficiente che i truffatori ci costringano a costringere la nostra convinzione da attacchi esterno per consolidarla e farla fruttare. La situazione ideale è quando uno crede di essersi persuaso da sé senza immaginare che non è così e poi desidera fortemente che la “sua” costruzione della realtà sia vera, il che accade specialmente se ci si sente minacciati.

Altri fattori che spianano la strada del truffatore sono la bellezze e la piacevolezza (una guerra umanitaria è bella e piacevole). La spettacolarizzazione  (un evento sorprendente) indirizza la mente, supera le difese che allarmerebbero la vittima (sensazionalismo mediatico). Le persone tendono ad evitare il dolore e cercare il piacere. Per questo i governi truffaldini evitano di rispondere ad un’obiezione, cosicché alcuni scettici meno determinati e sicuri reagiscono sentendosi in colpa per aver sollevato una questione indegna di essere presa in considerazione.

Una strategia semplice ed efficacissima è quella del poliziotto buono (una figura genitoriale rassicurante come la mamma) che collabora con il poliziotto cattivo (castrante ed aggressivo come papà).

La gente si fa fregare anche perché sente il bisogno di appartenere ad un gruppo e teme di esserne escluso. L’autostima, l’orgoglio la vanità impediscono di mettersi in gioco, di gridare che il re è nudo.

Un’altra brillante metodica è quella di creare il problema e poi fornire la soluzione desiderata (dal truffatore). Ad esempio si genera una crisi per trarre vantaggio dal bisogno di senso di fronte all’assurdo.

I governi truffaldini, per rinforzare gli effetti di una crisi, sfruttano la suggestionabilità dei cittadini ed i momenti in cui sono più vulnerabili, il senso di solitudine, la fame, la sonnolenza, la spossatezza fisica e psicologica. Un truffatore infonderà sempre un senso di urgenza e agirà in situazioni che producono confusione: incoerenza, sorpresa, incomprensibilità, sovraccarico sensoriale, inclassificabilità dell’evento nel repertorio delle conoscenze della persona, sovraccarico emotivo. Tutti questi frangenti spengono le facoltà di comprensione della realtà delle persone e spingono ad aggrapparsi ad un’ancora di salvezza, che invece è la tana del lupo.

Lupo che non è avvertito come tale perché si traveste da agnello e/o da pastore e per via della propensione ad accettare un ordine imposto dall’alto, dell’istinto gregario-gregge, della acquiescenza nei confronti di persone percepite come autorevoli, formidabili o autoritarie.

Il depistaggio dell’attenzione della vittima si realizza anche con false esche: costruendo ricordi fittizi (ricostruendo la storia), scenari futuri fittizi, eventi apparentemente casuali; rendendo apparentemente essenziali cose che non lo sono, creando problemi inesistenti e poi proponendosi di risolverli, prospettando due sole alternative (libertà di scelta ristretta, una sola opzione attraente), ben sapendo che una sarà rifiutata, oppure prospettando tante scelte ma poco diverse tra loro.

L’obiettivo del lupo è quello di mettere la vittima con le spalle al muro; deve fuggire solo nella direzione prestabilita: firma qui! Dai pure a me! Vedrai che se fai così tutto si risolverà! È tempo di agire! Questi sacrifici non saranno inutili!

I governanti truffaldini usano frasi fatte e luoghi comuni che fanno appello alla pigrizia cognitiva semplificatoria, oltre alle manipolazioni semantiche del tipo costoso = esclusivo, aborto = interruzione di gravidanza, guerra = conflitto. “missione di pacificazione” e “missione di pace” (invasione e guerra), “supporto aereo” (bombardamento), “proteggere la nostra libertà” (guerra preventiva), “l’amore vince sull’odio” (conversione), “il prezzo della libertà” (sacrificio dei diritti), “guerra al terrore” (terrorismo psicologico), “danni collaterali” (strage di civili, per fare una frittata bisogna rompere le uova), “trasferimento di profughi” (deportazione), “difesa aggressiva” (attacco), “cambio di regime” (colpo di stato), “omicidio extra-giudiziario” (esecuzione, omicidio eccellente), “metodi d’interrogatorio più aggressivi” e “tecniche avanzate di interrogatorio” (tortura), consegne straordinarie” (extraordinary renditions, deportazioni illegali), “intelligence” (servizi segreti deviati), “combattenti nemici illegali” (inapplicabilità della convenzione di Ginevra), “flessibilità d’impiego” (affari tuoi), “non è questo il problema e non è questo il momento” (la tua opinione è irrilevante), “stati canaglia” (nemici), “ateo devoto” (leccapiedi), “bombe intelligenti” (bombe), “sovranità popolare” (demagogia), “Federal Riserve” (non è federale, ma privata e non possiede alcuna riserva), ecc. IDF israeliana: esercito coloniale ed aggressivo si chiama “forze di difesa”. Il Giappone abbandona il suo impegno scritto nella costituzione a non sviluppare un esercito offensivo. Con l’ennesimo espediente retorico: “capacità difensiva dinamica” (= “da ora in poi possiamo attaccare preventivamente…per difenderci”).

Infine, come nel caso della Siria e dell’Iran, entra in gioco anche la tendenza al completamento, ossia il bisogno di finire una cosa iniziata (primavera araba).

Sono padroni del mondo eppure soffrono (poverini!)

In due decenni come psicologo ho incontrato forse una mezza dozzina di persone nelle quali non ho potuto rilevare almeno qualcosa di positivo, anche se solo un barlume. Gli psicopatici sono una tipologia molto rara, ma seducono tutti gli altri. Sono sicuro che i lettori hanno familiarità con gli studi di psicologia che, ponendo a confronto i tratti di personalità della popolazione carceraria con i manager di successo, hanno riscontrato notevoli somiglianze”

Sono narcisisti, egocentrici, manipolatori.

La ricerca è stata replicata in almeno 12 diverse popolazioni e i risultati coincidono: “Criminali e amministratori delegati sono molto simili.

Ci stiamo muovendo leggermente oltre il mio campo di competenza, ma una domanda che spesso mi faccio è: chi sono i proprietari di queste grandi banche e società che hanno capito che se vogliono fare un sacco di soldi ciò di cui necessitano è uno psicopatico che trasformi l’intera organizzazione in una spietata macchina per fare soldi e distruggere anime? È abbastanza scaltro, no? Trovare un psicopatico che lo faccia al posto tuo, intendo.

“Nella psicologia adolescenziale c’è un fenomeno ben noto relativo all’autolesionismo collettivo. Si mettono 50 ragazzi in una stessa comunità e poi tutto d’un tratto e apparentemente dal nulla tutti insieme iniziano ad auto-mutilarsi (sfregiarsi). Come un’onda. È naturale per gli osservatori esterni ritenere che ci dev’essere qualcosa di molto di sbagliato in questo posto. Tuttavia, la ricerca e l’esperienza dimostrano che tutto quello che dovete fare è trovare la persona che ha iniziato, isolarla dal gruppo ed ecco, l’onda si blocca e tutto il resto torna alla normalità.

“Gli individui hanno un’influenza molto forte sui gruppi, e questo ti costringe a riflettere sulle banche e società finanziarie: se fossero come questi giovani inseriti nella comunità e bastasse individuare l’interruttore, una persona, per trasformare tutto il gruppo?

[…].

“I miei clienti lavorano prevalentemente nella finanza, sono di età compresa tra i 32 e i 47. Sono la crema della crema, quelli sempre alla testa del branco. Tutto ad un tratto e con loro grande stupore, si trovano ad essere superati da persone meno dotate: sono le dinamiche organizzative e non sanno come giocarsela.
“Le imprese sono piramidi, e un sacco di persone di talento che vanno verso i quaranta vengono estromesse. Si tratta di un tipico collo di bottiglia e i miei clienti vengono per imparare a cavarsela.

“Per loro manca poco alla crisi di mezza età. Hanno più o meno scoperto chi sono, possono intravedere i limiti del loro potenziale, e questo causa disincanto, disillusione. ‘Non diventerò il prossimo Richard Branson’, si rendono conto. “Allo stesso tempo, vedono che al di là di tutte le buone intenzioni, il mondo è un posto difficile e bisogna essere duri per sopravvivere e avere successo. Questa è l’età in cui si vede che la gente diventa improvvisamente seria. Hanno perso la loro innocenza.

“I miei clienti vengono da tutto il mondo e sono venuti a Londra per combattere. Questo è il top dei top e il combattimento può essere spietato. I miei clienti sono quelli un po’ più creativi, non sono appendini e zerbini.

[…].

“Circa un quarto dei miei clienti lavora per delle imprese non finanziare. C’è differenza? Sono tutti incredibilmente duri e tutti dicono la loro motivazione è il denaro. Ma quando scavi in quello che motiva le persone nel mondo aziendale, emergono altre ragioni. Con chi lavora nella finanza è davvero il denaro al centro dei loro pensieri.

La finanza è un mondo amorale che sconfina nell’immorale. Prendi la tassa sulle transazioni finanziarie. L’idea è che c’è povertà terribile, quindi cerchiamo di imporre una tassa minuscola e utilizzarla per alleviarla. Ma quando suggerisco ai miei clienti che potrebbe essere un bene, rischio di essere linciato. Niente da fare, dicono. Vogliono pagare meno imposte possibili, e questo è tutto.

[…].

“È quasi una perversione…Si presentano al mondo esterno come eleganti, eruditi e sofisticati, come superuomini, ma sono proprio come voi e me, con esigenze e paure simili. Non dobbiamo farci fregare dalla pantomima.

Quel che mi ha scioccato di più è vedere come tanti brillanti, arroganti, giovani super-talenti vengono sfruttati, dissanguati, bruciati e poi gettati via da società e banche. Agli albori del capitalismo la regola era quella di sfruttare i meno dotati, i minatori, gli operai, ecc. Oggi si tratta di approfittare del talento. Usa e getta. Soprattutto in questi tempi di crisi. La paura imperversa, puoi essere licenziato in qualunque momento, cinque minuti e sei fuori. Vengono a prenderti all’università, ti fanno un mucchio di promesse, ma pochissimi arrivano nel direttivo.

“Una delle cause principali di stress è la noia. Queste persone possono passare ore e ore senza nulla da fare. Un’altra causa di stress è quando il livello di controllo sulla propria vita è molto elevato…tanti capi che ti dicono di fare la stessa cosa in modo diverso. La gente dà fuori di testa.

“Per gli psicologi come me il mondo della finanza è molto interessante, anche se solo in termini puramente clinici. Sei un amministratore delegato e ti paghi un salario di 8 milioni di sterline. Ora, guardate il tipo di organizzazione che è necessario mettere in piedi per ricavare un tale profitto…è quasi criminale.

“la cosa si fa ancora più interessante quando la vostra azienda non è riuscita a centrare gli obiettivi ma alla fine dell’anno vi pagate ancora 8 milioni di sterline. Qualcuno protesta ma voi replicate: ‘È nel mio contratto’. Ora fate un passo indietro: com’è possibile che quegli 8 milioni sono diventati così importante per voi che non si può nemmeno capire perché non sia possibile guadagnarli? A quanto pare il bisogno di questo denaro è così forte da impedirvi di rendervi conto della rabbia che generate.

“Questi amministratori delegati e direttori generali di banche con i loro milioni…meritano la nostra pietà. In realtà sono le vittime delle loro stesse menti contorte, che li porteranno alla rovina. Che tu sia un pedofilo o perverso o maniaco del controllo o psicopatico, prima o poi una mente distorta si ritorce contro se stessa.

“Per molti anni ho lavorato con i pedofili. È semplicemente sorprendente quanto scaltre ed abili sono queste persone. Lo stesso vale per i tossicodipendenti da droghe pesanti. Il loro cervello sembra aver assunto una vita propria ed essersi sviluppato in qualcosa di estremamente astuto, interamente dedicato a soddisfare le proprie esigenze. Per questi cervelli, mentire ed ingannare è diventato accettabile, normale.

“Quando li curavamo, o tentavamo di farlo, la chiave è stata quella di far loro capire che hanno creato vittime, che la gente ha sofferto per causa loro [questa strategia non funziona con gli psicopatici, NdT]

Una cosa che mi ha colpito di questo gruppo di pazienti – li chiamavamo “clienti” – è stato il modo in cui sembravano trarre un piacere immenso dal circuire le persone e farla franca. Allo stesso tempo, però, sembravano avere un bisogno profondo di farsi scoprire [forse per questo escono blockbuster che rivelano certe verità “sconvenienti”? NdT].

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/joris-luyendijk-banking-blog/2012/jun/18/executive-coach-finance-amoral-world

Prontuario per difendersi e difendere gli altri dal bullismo in rete

a cura di Stefano Fait

In ciascuno di noi alligna un manipolatore, un ricattatore psicologico e morale. In qualcuno è più forte che in altri.
Su FaceBook questa brutta bestia si scatena. Il problema è che qualcuno ne è consapevole, altri lo sono meno, altri ancora si sentono invece perennemente vittime di manipolatori arroganti e sfrontati e, in quanto vittime, si percepiscono come inoppugnabilmente innocenti, pur essendo maestri della manipolazione. Non è necessariamente detto che ne siano consapevoli, anzi. Nessuno è mai pienamente consapevole di quel che pensa, dice e fa.
Cerco di identificare i tratti distintivi di questa brutta bestia che alberga in noi, nella speranza che ciò serva a tenerla sotto controllo e riconoscerla negli altri.
I manipolatori sono aggressivi ma fingono di essere equanimi ed assertivi. Possono esserlo scopertamente o dissimulando l’aggressività.
La tattica è quella della vittimizzazione: affermano di essere stati feriti, di essere pieni di sollecitudine per gli altri, di essere attaccati. Non attaccano mai, secondo loro, sono gli altri ad attaccarli, quindi sono sempre innocenti.
Ci tengono sotto costante pressione, sfruttando il ricatto psicologico, il senso di colpa, le nostre debolezze ed insicurezze, tra queste anche la nostra riluttanza ad esprimere giudizi severi su una persona e a non concedere altre chance.
Il manipolatore ha una personalità aggressiva ed impiega ogni mezzo per ottenere il controllo dell’altro e della discussione. L’aggressore si rifiuterà di ammettere di aver fatto qualcosa di sbagliato o di aver ferito qualcuno. Mente a se stesso ed agli altri. “Chi…io?”: fare l’innocente serve a far credere all’aggredito che le sue accuse sono ingiustificate, a farlo sentire in colpa, a farlo vergognare in pubblico (sfrutta la coscienza della vittima come arma contro la vittima stessa: sei indifferente, aggressivo, egoista, mi stai ferendo, ecc. – lui/lei è immune da questo tipo di reazione colpevole/empatica).
L’aggressore si rifiuta di prestare attenzione a quel che l’aggredito sta dicendo: ha un obiettivo e rimuove ogni ostacolo sul suo percorso. Sfrutta la razionalizzazione, ossia una spiegazione vagamente sensata di un certo atteggiamento che serve a placare le ansie dell’aggredito e a giustificare l’aggressore: se riesce a convincere la vittima, allora sarà in grado di fare tutto quel che vuole.
Il manipolatore è abile nel cambiare discorso, rimanere costantemente in movimento, sgusciante, in modo da impedire all’aggredito di focalizzare. Usa distrazioni e diversivi per far deragliare la discussione e fuorviare la vittima. Usa menzogne, inganni e mezze verità. Di nuovo, non è detto che ne sia consapevole. Quasi nessuno di noi lo è, quando si comporta così.
Spesso il manipolatore si avvale della mimesi: finge di lavorare per una nobile causa (servire Dio, proteggere la natura, venire incontro alla volontà del popolo, servire la vocazione artistica, ecc.), ma lo scopo è quello di raggiungere una posizione di dominio sugli altri. Lusinga la vittima per sedurla e farle abbassare le difese. Poi minimizza: il suo comportamento non è davvero così aggressivo o irresponsabile come la vittima vuol far credere; la montagna ha partorito il topolino.
I manipolatori – incluso il manipolatore che è in noi – sono deleteri per tutti, non solo per la vittima di turno.
Quando qualcuno dice quello che pensa, pubblicamente, senza paura della disapprovazione della folla, deve avere un gran coraggio, ma i benefici sono immensi. L’esito è che qualcuno avrà le idee più chiare, qualcun altro, che già la pensava a quel modo, troverà la forza di prendere esempio: “ehi, non pensavo che certe cose si potessero dire, che si potesse dire pane al pane e vino al vino senza paura che qualcuno se la prendesse”.
Purtroppo la dittatura del Politicamente Corretto ha consentito che circolassero imperativi come quello di procedere sempre come se fossimo in un campo minato, per tema di dire qualcosa che possa offendere qualcuno, indipendentemente dalla ragionevolezza di quel che occorre dire e dell’immatura permalosità di questo qualcuno: “meglio stare attenti a quel che diciamo”, “la cosa importante non è la verità ma non offendere nessuno, non spiacere a nessuno”.
Questo è il viatico per il dispotismo: una società passiva, disumanizzata, soggiogata da un potere che sopprimere ogni dissidio, ogni dissenso, ogni conflitto. Dire la verità diventa un tabù, un’offesa, quando il branco ammira il vestito del re, che è nudo. Finché qualcuno, innocentemente o scaltramente, grida: il re è nudo. Questo non per far imbestialire la gente, ma perché sa che la verità è un valore che trascende il bisogno di essere accettati, di approvazione sociale, specialmente se questa approvazione si sostiene su di una menzogna, su di un inganno.
Perciò la semplice azione di dire quello che si pensa, con argomentazioni solide e sostanziate e non con chiacchiere da bar, può avere ripercussioni imprevedibili, come nell’immagine del battito di una farfalla che produce un ciclone all’altro capo del globo. Così facendo si socchiude una porta e qualcuno ha la possibilità di entrare, mentre prima quell’opzione era preclusa. A questo punto, però, non è giusto trascinare dentro le persone, ognuno deve agire autonomamente, non si può scegliere per gli altri, una volta che questi sono adulti.
Detto questo, di fronte alle idee false, alla pseudoinformazione, al sentito dire, alle contraddizioni mascherate da profondità intellettuale, al relativismo morale spacciato per suprema tolleranza, all’aggressione verbale di chi non sa che argomenti opporre, l’unico comportamento adeguato è quello della lotta senza quartiere. Non si fanno compromessi sulla verità (con la v minuscola, ma ci sono opinioni più pesanti di altre – alle opinioni degli ignoranti si dà giustamente poco peso, come a quelle di chi non entra mai nel merito delle questioni):
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/io-credo-nella-verita.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/contro-il-relativismo-morale.html
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Spesso una devozione infantile è un’indicazione particolarmente limpida del livello di intelligenza e di ragionamento necessario a sostenere entusiasticamente certe tesi.
Da dove nasce questo cultismo? Se certe idee sono davvero così grandiose, com’è che le argomentazioni dei loro sostenitori sono così carenti?
Ci si aspetta che crediamo a tutto quello che ci dicono i nostri governanti-genitori, come dei bravi bimbi, senza mai neppure tentare di guardare oltre lo schermo, di scrutare sotto la superficie delle cose, in profondità, convincendoci che in effetti non c’è alcuna profondità e non c’è nulla dietro lo schermo? È un modo di pensare da adulti questo?
È giusto essere lieti – come Socrate – se ci se ci sono obiezioni e critiche, ma se in risposta non arrivano ragionamento intelligenti ed informati che entrano nel merito delle cose ma si fissano su dei dettagli, cosa dovrebbe significare? Che non c’è vera riflessione ma solo fervore, che manca un’autentica dedizione alla ricerca della verità.
Queste persone, quando aprono la bocca e mettono le dita su una tastiera, possono fare un ottimo lavoro nello screditare la tesi che difendono. Si tratta di avere pazienza. Prima o poi se ne escono con frecciatine, allusioni, giudizi impressionistici assestati sotto la cintura che mettono in luce difetti caratteriali, compromettendo la propria credibilità. Chiunque tenga alla propria credibilità ed onorabilità non dovrebbe abbassarsi a tanto.
La classica mossa del manipolatore è quella di insinuare che l’interlocutore è sulla difensiva. È quello che rivela che è più interessato alla competizione che alla ricerca della verità. Seguono altre insinuazioni sulle reali motivazioni della vittima (fatte da perfetti sconosciuti). La verità o la falsità di un’argomentazione è irrilevante per lui o per lei. Il manipolatore semina dubbi in merito alle reali intenzioni e valori dell’altro dibattente, alla sua disponibilità ad esaminare la questione in modo costruttivo (c’è qualcuno che non l’ha mai fatto? Impossibile!)
Bisogna tenere a mente che l’integrità intellettuale non dovrebbe essere compromessa dalle diversioni, essa fiorisce nel terreno di una prospettiva solidamente informata e critica.
Le repliche del manipolatore non rispondono a nessuna delle questioni che si mettono sul tavolo. Molto di quel che scrive o dice ha poco a che vedere con quanto avete detto o scritto voi e molto con il tentativo di aggirare degli ostacoli che evidentemente trova insormontabili. Sarebbe meglio navigare in internet ed attrezzarsi per superarli invece di agire d’astuzia, ma la cosa richiede una certa dose di umiltà, che non sempre è presente.
Meglio far perdere tempo sviscerando quel che è già ovvio ai più, toccando temi che nessuno ha proposto o ritenuto rilevanti, come se invece lo avessero fatto, senza saper spiegare perché l’avrebbero dovuto fare. È un modo di aggirare il merito della questione, di allontanare la discussione dai nodi critici, invece di affrontarli, di parlarsi senza ascoltarsi, mentre per discutere bisogna rimanere all’interno di una conversazione, non andare per il seminato. Chiarire o intorpidire? Dialogare o deragliare?  Buona fede o mala fede?
La persona intellettualmente integra (e nessuno di noi lo è veramente, purtroppo) ha come obiettivo quello di cercar di capire e di far capire questioni anche estremamente complicate. A questa persona interessa poco convertire qualcuno al suo punto di vista se ciò non avviene in virtù del valore delle cose che dice. Cosa se ne fa di tifosi, se cerca collaboratori e compagni di viaggio?
Ciascuno di noi, posto di fronte ad un manipolatore, constata che i suoi sforzi sono ignorati e le sue domande non ottengono risposta, mentre invece si pretende da lui/lei che risponda a tutte le obiezioni.
La virtù di FB è che è un forum che non è stato pensato per raggiungere un consenso, ma per offrire lo spazio per un dibattito, anche animato, visto che alcune questioni sono delicatissime e ci coinvolgono emotivamente in misura profonda.
La democrazia ricerca un consenso maggioritario, ma si nutre di voci dissonanti, altrimenti sarebbe una monarchia, un’oligarchia, una tirannia o un totalitarismo. Per questo è richiesto il rispetto dell’interlocutore ma non quello delle sue idee, che vanno anzi esaminate criticamente e respinte con vigore se ritenute infondate. In una discussione non è opportuno cercare di convertire qualcuno, intromettersi tra una persona e le sue convinzioni. Il rapporto tra una persona e le sue convinzioni è una cosa privata. Nessuno può parlare a nome mio. Quel che si dovrebbe fare, invece, è esporre le proprie idee e le informazioni in possesso e vagliare le altrui idee ed informazioni. Il modello è quello del bambino che grida: “il re è nudo!” Non sta cercando di evangelizzare nessuno, sta solo notando una cosa pubblicamente, sta mostrando quello che dovrebbe essere evidente a tutti.
Nei dibattiti, però, non ci si conosce personalmente e ci possono essere fraintendimenti e pregiudizi in gioco. Questo  è più facile quando i punti di vista sono molto diversi.
Il manipolatore,  quello pugnace, si sveglia ogni mattina cercando un’opportunità di sentirsi offeso. Sguazza nelle questioni che creano automaticamente frizioni, attriti e poi si dimostra ipersensibile. Scende subito su un piano personale o proietta sull’interlocutore la sua tendenza a mettere tutto su un piano personale. Non si può dibattere con queste persone, perché si uccide qualunque confronto quando ci si deve irragionevolmente preoccupare di non dare un dispiacere a qualcuno per una cosa che si dice o il modo in cui la si dice (se questo rimane comunque civile).  Non si va da nessuna parte. In un forum l’unica regola è quella di non cincischiare facendo perdere tempo a chi vi prende parte. Non si risponde a qualcuno senza aver letto la sua replica ad una nostra domanda o sollecitazione. Non si risponde rimanendo nel vago, girando intorno alla questione, senza dire qualcosa di concreto, definito e coerente. Bisogna mostrare rispetto per l’interlocutore. Se si contestano le sue idee è opportuno farlo dati alla mano, non con dei sentito dire, generalizzazioni ed impressioni.
Quando è il manipolatore a prevalere, non c’è verso. Si deve concludere che non è neppure remotamente interessato al potenziale insito in un dibattito ragionato, informato, critico. Va benissimo, non è obbligatorio esserlo, ma questo esclude qualunque margine di conversazione degna di questo nome: se ci sono delle repliche supportate da dati di fatto, sentiamole, altrimenti ognuno per la sua strada.

In particolare, è meglio sganciarsi immediatamente da un confronto con chi, implicitamente, ridicolizza ogni tentativo di fare chiarezza su una questione molto più oscura di quel che ci è dato ad intendere: sorprendendosi, magari, del fatto che qualcuno debba comunque perdere tempo con noi (buona fede? mala fede?)

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