Rivoluzioni colorate e primavere arabe – preludio alla terza guerra mondiale

 

 

IL QUADRO GEOSTRATEGICO COMPLESSIVO

Una “coalizione cinese-russo-iraniana” – che costituisce la base di una contro-alleanza globale – sta emergendo. USA e Gran Bretagna piuttosto che optare per una guerra diretta, potrebbero scegliere di cooptare Iran e Siria attraverso una manipolazione macro-economica e le rivoluzioni di velluto.

La guerra contro l’Iran e la Siria, tuttavia, non può essere esclusa. Ci sono preparativi di guerra reali sul terreno in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Una guerra contro l’Iran e la Siria avrebbe conseguenze di vasta portata in tutto il mondo.

Mahdi Darius Nazemroaya, 2007

http://www.eurasia-rivista.org/lalleanza-sino-russa-una-sfida-alle-ambizioni-statunitensi-in-eurasia/13638/

Alfredo Macchi, “Rivoluzioni S.p.A.: chi c’è dietro la Primavera Araba”, Alpine studio, 2012.

Alfredo Macchi, pluripremiato inviato di Mediaset

 

RIVOLUZIONI COLORATE IN EURASIA

pp. 78-80: “Si comincia in Serbia nell’ottobre del 2000. è ormai documentato dagli storici che alcune ONG statunitensi, in particolare Open Society [Soros], Freedom House e il NED, abbiano sostenuto “Otpor!” e le grandi manifestazioni di piazza a ridosso delle elezioni presidenziali, senza attendere il risultato definitivo delle urne, che vedeva i due candidati andare verso un probabile ballottaggio…Dopo l’assalto della folla alla sede del Parlamento e alla tv di Stato, Slobodan Milosevic è costretto a lasciare il potere. In seguito sarà arrestato e consegnato al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, dove morirà prima di essere giudicato. Sotto il nuovo governo le truppe americane realizzano la gigantesca base militare di Bondsteel, in Kosovo, e rendono l’ex provincia serba uno stato indipendente nel 2008, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce.

In Georgia, nel 2003, si ripete lo stesso schema. L’opposizione guidata dal movimento “Kmara!” denuncia brogli elettorali nelle elezioni legislative. A migliaia scendono in piazza sostenendo che i risultati del voto sono quelli indicati dal ISFED, una società di sondaggi e monitoraggio elettorale vicina a Open Society Georgian Foundation, NED, IRI e NDI. È la cosiddetta “rivoluzione delle rose”, con la quale i manifestanti costringono il presidente Edward Shevarnadze a dimettersi. Il suo successore, Mikhail Saakashvili, apre il paese agli interessi economici americani e si muove in direzione dell’entrata della Georgia nella NATO e nell’UE, mentre raffredda i rapporti con il vicino russo. Cinque anni più tardi, nell’agosto del 2008, Sakashvili bombarda la popolazione dell’Ossezia del Sud. Mosca risponde all’offensiva militare georgiana con l’invio delle forze speciali, arrivando a un passo da un possibile conflitto diretto con Washington.

Nel 2004 è la volta dell’Ucraina e della rinomata “rivoluzione arancione”. I due sfidanti alle elezioni presidenziali sono Viktor Yanoukovitch (filorusso) e Viktor Iouchenko (con il sostegno degli Stati Uniti e della comunità internazionale). Alla chiusura dei seggi e ai primi risultati sfavorevoli, migliaia di giovani, guidati dal movimento “Pora!”, si raggruppano nella piazza centrale di Kiev indossando indumenti color arancione, per sostenere Viktor Iouchenko. Dopo due settimane di manifestazioni, sotto una forte pressione mediatica e internazionale esercitata da OCSE, NATO, Consiglio d’Europa e Parlamento europeo, il risultato delle elezioni viene annullato e si torna alle urne. Nella nuova votazione vince Iouchenko..Una volta alla guida del paese, il nuovo leader stringe forti rapporti con la Georgia e stipula accordi sulle forniture di gas favorevoli agli Stati Uniti. Nel 2010 viene però clamorosamente eliminato al primo turno delle elezioni da Viktor Yanoukovitch che si prende la rivincita.

Anche in Kirghizistan nel 2005 l’opposizione contesta il risultato delle elezioni legislative e porta nella capitale Bichkek i manifestanti del sud del paese per rovesciare il presidente Askar Akaiev: è la “rivoluzione dei tulipani”. L’assemblea nazionale elegge come presidente il candidato filo-americano Kourmabek Bakaiev, che occuperà contemporaneamente il posto di presidente e di primo ministro. Stabilizzatasi la situazione, Bakaiev vende le poche risorse del paese a società statunitensi e installa una base militare USA a Manas, prima di essere allontanato dal potere da una nuova rivoluzione popolare nel 2010.
L’esito delle rivoluzione colorate, insomma, sembra essere stato quasi sempre quello di rafforzare la politica americana e della NATO ai confini di Mosca, assicurando a Washington importanti basi militari in posizione strategica e l’accesso ai corridoi energetici nel cuore dell’Eurasia”.

“PRIMAVERA ARABA”

pp. 215-217: “I miliziani che hanno combattuto per rovesciare Gheddafi in Libia, si sarebbero spostati in Siria a combattere Al Assad. Le prime indiscrezioni su questa milizia araba vengono da siti israeliani. Nel corso dei mesi alcuni giornalisti entrati in Siria hanno detto di aver visto soldati libici tra le file dei guerriglieri ribelli. Si tratterebbe di centinaia di uomini che hanno raggiunto l’Iraq e la Turchia in aereo per poi da lì entrare in Siria. Dietro l’operazione, sostiene il sito israeliano Debkafile, fonte ben informata su terrorismo, servizi segreti e ambienti militari, ci sarebbe il Qatar. L’emirato, in accordo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avrebbe preparato una sorta di forza militare islamica da impegnare ove necessario, a cominciare dalla Siria; una piccola e agguerrita armata, formata da duemilacinquecento miliziani libici ed iracheni soprattutto, che si sarebbe unita ai disertori siriani nel Free Syrian Army, l’esercito ribelle in guerra con il regime di Damasco. […] Nell’autunno 2011 sarebbe avvenuto l’arruolamento di un migliaio di combattenti del Libyan Islamic Fighting Group [al-Qaedisti], reduci dalla guerra a Gheddafi, e di centinaia di miliziani del Ansar al-Sunna, il gruppo salafita iracheno protagonista della guerra contro gli americani. I volontari si sarebbero riuniti nella città meridionale turca di Antakya, non distante dal posto di frontiera di Hatay, dove ha sede il centro di comando dell’esercito dei ribelli siriani”.

RICAPITOLANDO

pp. 261-263: “Gli attivisti hanno quasi sempre ricevuto sostegni finanziari dall’estero, in particolare da Washington, attraverso la galassia “quango” e in nome della “democrazia”, dalle capitali del Golfo Persico tramite organizzazioni caritatevoli e in nome dell’”Islam sunnita”.

Diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Belgrado e a Doha, hanno offerto assistenza agli attivisti. Alcuni di loro sono stati addestrati da associazioni dietro le quali si possono intravedere la CIA o altri servizi segreti. Quasi tutte le rivolte sono state precedute da un’intensa attività di blogging sul web e sui social network: un mondo virtuale…dietro cui si può nascondere chiunque.

Alcune insurrezioni hanno seguito lo schema tattico della non violenza, quello teorizzato da Gene Sharp, Robert Helvey e Peter Ackerman, altre sono degenerate in guerre civili. In quel caso le forze speciali inglesi, francesi e americane hanno addestrato e aiutato i ribelli, soldati e mercenari hanno combattuto sul campo, sostegno logistico e armamenti sono stati offerti dai servizi segreti di mezzo mondo.

[…]

Una partita che raramente si gioca con le armi, ma quasi sempre attraverso il soft power, con quei metodi che una volta la CIA chiamava di “destabilizzazione” e che possono comprendere politiche commerciali ostili, campagne mediatiche per creare isolamento internazionale e sostegno a rivolte interne fino all’appoggio dei ribelli per il rovesciamento dei paesi “scomodi”.

[…]

Barack Obama, dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, nel gennaio 2009, ha corretto e affinato il progetto, da un punto di vista di metodo, ma l’obiettivo strategico è rimasto immutato”.

Il governo spagnolo perde la testa e criminalizza Martin Luther King

 

E basta guardare il mercato immobiliare spagnolo per rendersi conto di quanto il paese sia nei guai. In marzo l’indice IMIE dell’immobiliare spagnolo ha registrato un calo record pari a -11,5 a 1.631 punti. Da quando ha toccato il picco massimo a dicembre 2007, l’indice dei prezzi delle case è crollato del 28,6%. Alla luce del crescente stress patrimoniale causato dal processo di deleverage del settore privato, dalle misure governativi di austerità e i requisiti di capitale che l’Europa imporrà, il sistema bancario spagnolo non ha molta scelta se non quella di ridursi. Uno dei modi più semplici è chiudere bottega e apportare tagli al personale. […]. La Spagna cadrà in una fase in recessione quest’anno, con il governo che prevede una contrazione dell’1,7% del Pil dopo una misera crescita dello 0,7% nel 2011. Visti gli ultimi dati, compreso il PMI di marzo, quelle previsioni sembrano addirittura ottimiste. Intanto dopo mesi di travagli economici e politici, il popolo greco sarà chiamato a recarsi alle urne il 6 e 7 maggio per votare un nuovo esecutivo.

http://www.wallstreetitalia.com/article/1359803/alla-spagna-ormai-resta-solo-la-negazione-della-realta.aspx

Un governo che toglie il guanto di velluto è un governo insicuro, timoroso, che se la vede brutta.

“Il ministro degli Interni, Jorge Fernandez Diaz, ha annunciato che prima del mese di giugno, il governo presenterà il progetto di legge di modifica del codice penale. La nuova riforma è destinata ad indurire tutti gli articoli che regolano i reati di ordine pubblico. Tra le nuove caratteristiche c’è anche quella di includere la “resistenza pacifica” tra gli “attacchi all’autorità”. Questa pratica è stata utilizzata dagli “indignati” della “primavera di Valencia”. Il Governo intende inoltre prendere in considerazione un aggravamento della disobbedienza all’autorità che si verifica in una dimostrazione o assembramento.

[…].

Il portavoce dell’Associazione Valenciana dei Giudici per la Democrazia, Ximo Bosch, asserisce che non è necessario cambiare il codice penale e che gli articoli vigenti “già puniscono gli atti criminali”. Bosch ritiene che l’intento dell’esecutivo sia quello di “criminalizzare le manifestazioni che nella stragrande parte dei casi sono state pacifiche”. “In un contesto di tagli, il governo fa un discorso di ordine pubblico per distogliere l’attenzione del pubblico”, dice. A suo avviso, inserire la “resistenza passiva” tra i reati “è inaccettabile” e tali misure suggeriscono che lo scopo della riforma “è più nel senso della repressione giudiziaria che dell’azione sociale”…La sua proposta: “Dovrebbero invece inasprire le pene per la corruzione, perché in questo caso stiamo offrendo un’immagine di impunità“.

Adoración Guamán, professoressa di diritto a Valencia e uno degli avvocati che hanno difeso gli indignati ha detto che la riforma “è un’azione preventiva” contro le manifestazioni: “Un giovane in carcere dopo una protesta perde la voglia di portare avanti le sue rivendicazioni

http://www.diarioinformacion.com/alicante/2012/04/09/reforma-penal-rajoy-convertira-actos-15-m-graves-delitos/1241732.html

“Di tutto questo quello che più ci dovrebbe interessare è quale sarà la reazione delle varie associazioni dei giudici, finora…Auspichiamo il loro rifiuto di una tale modifica del codice penale giacché, se si materializzasse, i giudici potrebbero trovarsi a presiedere un Tribunale dell’Ordine Pubblico, di tanta infausta quanto riprovevole memoria, esattamente come quelli dell’epoca franchista. C’è solo un passo tra questa riforma ed il ripristino di quei tribunali”.

http://www.diariosigloxxi.com/texto-diario/mostrar/83124/el-tribunal-de-orden-publico

PERICOLOSA RESTRIZIONE DEI DIRITTI. Tuttavia le dure misure annunciate, al di là della persecuzione dei singoli atti violenti, fanno pensare a una «pericolosa restrizione dei diritti», come ha spiegato a Lettera43.it David Bondia, professore di Diritto internazionale pubblico all’Università di Barcellona e direttore dell’Institut de drets humans de Catalunya (Istituto per i diritti umani della Catalogna).  Un’accusa non da poco.

UN INASPRIMENTO DELLE SANZIONI. La riforma propone infatti in primis un inasprimento delle sanzioni per contenere la violenza di strada. Il governo vuole inserire la resistenza passiva tra i reati classificabili come «attentato all’autorità», in modo da poter considerare, ad esempio, un pacifico sit-in degli indignados alla stregua di un attacco violento a un membro della forza pubblica. C’è poi l’intenzione di applicare ai disordini di piazza, «per motivi di ordine pubblico», alcune norme della legislazione antiterroristica promulgata negli Anni 90 per contenere il kale borroka, la lotta di strada dei manifestanti baschi vicini alla sinistra indipendentista abertzale.

«Il governo ha perso il lume della ragione», ha commentato con severità Bondia, «e anche i giudici stanno subendo la pressione del momento, tant’è che ci sono già persone detenute in via preventiva per impedire loro di partecipare alle prossime manifestazioni. Oltre ai tagli di bilancio, in questo Paese si stanno tagliando i diritti civili, cosa ben più grave. Si stanno minando le basi della nostra democrazia, rischiando di tornare indietro di 50 anni».

L’ALLARME: DIRITTI CIVILI A RISCHIO. Tra le novità annunciate dal ministro Díaz c’è l’inserimento, tra le «modalità di attacco violento ai funzionari di pubblica sicurezza», anche delle minacce verbali e lancio di oggetti.

Una nuova blindatura al già forte potere della polizia, ricordano le associazioni per i diritti umani, in un Paese che ha gli indici di criminalità più bassi dell’Unione europea e al contempo il tasso di detenuti più alto (157 per ogni 100 mila abitanti).

LA RESTRIZIONE SI ESTENDE ANCHE AL WEB. Nella proposta del governo Rajoy anche un attacco diretto a Internet, che sia nel movimento degli Indignados sia nelle proteste delle ultime settimane si è rivelato uno straordinario strumento di aggregazione. Convocare via web e sui social network manifestazioni sospettate di «alterare gravemente l’ordine pubblico» sarebbe considerato reato di organizzazione criminale, punibile con pene fino a 4 anni di carcere.

«Norma eventualmente inapplicabile, oltre che ingiusta», ha precisato Bondia, «perché porterebbe all’arresto di centinaia di migliaia di giovani che usano la Rete come strumento di condivisione di idee e progetti. Nessuno nega che ci siano i violenti e che vadano perseguiti. Il problema, però, è un altro: la gente scende in piazza perché vive disagi enormi, mentre lo Stato è disposto a tutto pur di fornire all’esterno un’immagine di rigore e “pulizia”».
NUOVA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA. Il 14 aprile in molte città della Spagna si commemora la Seconda Repubblica, nata quel giorno del 1931 e finita il primo aprile del 1939, quando i falangisti di Francisco Franco, vinta la Guerra civile, entrarono a Madrid. Per i nostalgici dell’ordinamento repubblicano, l’evento di quest’anno diventa un’occasione per protestare contro la riforma del lavoro e le politiche di austerità del governo Rajoy, chiedendo più sicurezze nei diritti civili e sociali.

Soprattutto a Barcellona, città simbolo della resistenza al nazifascismo e di molte conquiste civili della nazione, come quelle relative ai diritti delle donne e degli omosessuali, che proprio nella città catalana hanno avuto i primi focolai.

Al ministro dell’Interno Díaz, secondo il quale «non è questo il momento per fare del buonismo giuridico», il professor Bondia risponde: «In strada ci saranno migliaia di persone, memori che il diritto alla salute, all’istruzione e allo sciopero sono gravemente minacciati. E i giovani sappiano che ciò che hanno ereditato dai vecchi non è scontato che ci sia anche domani»”.

Sabato, 14 Aprile 2012

http://www.lettera43.it/economia/macro/spagna-proteste-senza-diritto_4367547282.htm

“In Europa si assiste all’inasprimento del codice penale contro chi ha partecipato alle manifestazioni di protesta degli ultimi mesi e alla criminalizzazione degli stessi movimenti che si mobilitano per opporsi alle nuove misure economiche. È accaduto rispetto agli scontri di Londra lo scorso agosto, a quelli di Roma lo scorso ottobre e per i fatti avvenuti la scorsa estate in Val Susa e ora ci passano anche i giovani spagnoli dopo l’enorme mobilitazione che ha visto scendere nelle piazze della penisola iberica migliaia di persone.

Una nuova riforma del codice penale è stata pensata già da tempo in Spagna e nelle varie comunità autonome. Il ministro degli Interni, Jorge Fernández Díaz, ha giustificato oggi in una sessione del Congresso, le nuove proposte in materia di sicurezza dicendo che questo inasprimento delle pene è necessario per combattere contro quella che il ministro definisce una “spirale di violenza” praticata da “collettivi anti-sistema” che praticherebbero “tecniche di guerriglia urbana”, secondo quanto riporta l’agenzia Europe Press e il quotidiano Publico.

Tutte le misure che sono state annunciate nei giorni scorsi, insieme a quelle sostenute oggi dal ministro degli Interni, sono destinate a mantenere un maggiore controllo dell’ordine pubblico. Ma la preoccupazione più grande denunciata dai movimenti di protesta sta nella maniera in cui certe misure sono state pensate.

Una condanna più severa riceveranno coloro che parteciperanno a manifestazioni violente, con misure che ricordano i precedenti nei Paesi Baschi, secondo quanto ha offerto lo scenario del 29 marzo a Barcellona. Verrà proposto il reato di “minare le autorità con resistenza passiva o attiva” con chiari riferimenti, invece, a quanto avvenne il 15 marzo dopo le manifestazioni studentesche a Valencia.

Quest’ultimo provvedimento condannerebbe per aggressione tutte le persone che parteciperanno a proteste spontanee e che quindi non avrebbero ottenuto un previo permesso da parte della presidenza del governo. Non solo la partecipazione è giudicata un atto punibile, secondo le nuove misure infatti è considerato reato anche la diffusione nella rete (social network in primis) di materiale che viene chiamato “violento” e “inquietante per l’ordine pubblico”. Potrebbero ricadere sotto quest’ultima fattispecie la pubblicizzazione di eventi che non sono stati autorizzati o nei quali si rifiuta di sgomberare un posto nonostante l’avvertimento della polizia. Esattamente quanto successe il 15 maggio e nei giorni seguenti a Puerta del Sol a Madrid.

I movimenti di protesta salutano, per ora, le nuove misure con un ironico “Hola dictatura”. Ma ci sarà da aspettarsi ben altro, visto che il recente acuirsi della repressione ha portato anche ad un morto nei Paesi Baschi”.

http://www.eilmensile.it/2012/04/12/nuovi-codici-di-sicurezza-il-reato-di-resistenza-passiva/

Mentre la Turchia si prepara all’intervento in Siria…alcune immagini istruttive

Sono immagini di Siriani pro-Assad che hanno manifestato negli ultimi giorni.

Qui una manifestazione di massa del 2011 (che il Post aveva vergognosamente spacciato per anti-Assad):
http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/siete-disposti-uccidere-questi-esseri.html

“Chi parte all’attacco della Siria?

Cerchiamo di dare un’occhiata nel prossimo futuro. Usando i sintomi che possiamo leggere. L’Italia ha chiuso la sua ambasciata a Damasco. Gli altri paesi Nato stanno facendo altrettanto. Non è solo un gesto politico (grave e stupido): è una misura definita prudenziale. Si pensa a un attacco. Da dove verrà?

I generali del Pentagono si sono affannati, nei giorni scorsi, a spiegare ai candidati repubblicani per la Casa Bianca, che attaccare dall’alto la Siria significherebbe fare più morti tra la popolazione civile di quelli che facemmo nella guerra di Libia. Aggiungono che un attacco aereo non sarebbe comunque sufficiente, perché poi bisognerebbe mettere piede sul territorio. E questo non si può fare senza mettere in conto dei morti di carnagione bianca e con passaporto euro-americano.

Ma ci sarebbe una soluzione: un bell’attacco in partenza dal territorio turco. L’esercito c’è ed è quello di un paese islamico, ma anche Nato, molto ambizioso, di circa 80 milioni di abitanti. I soldi ci sono e sono quelli dell’Arabia Saudita. L’informazione c’è, ed è quella di Al Jazeera.

E poi c’è Avaaz, Facebook. Che si vuole di più?

Ankara recalcitra, ma è una ritrosia da finta verginella. La tentazione è forte. E poi questa sarebbe la soluzione migliore per il premio Nobel per la pace. Potrebbe restare in secondo piano, come fece in Libia. E dire ai suoi supporters democratici di avere acconsentito per difendere i diritti umani.  Perfetto. Tutti gli altri già pensano al prossimo colpo contro l’Iran. Meglio se la situazione dell’area sarà già in piena destabilizzazione. Così i bombardamenti su Teheran si noteranno meno.

Tre piccioni con una sola fava turca: un colpo a Hamas, uno a Hezbollah, il terzo, finale, a Teheran. Come sicuramente dirà, ridendo, la signora Hillary Clinton, “veni, vidi, morì”. Il riferimento fu a Gheddafi. Questa volta sarà sul cadavere di Bashar, che parla inglese. Siamo a una svolta: i diavoli precedenti (quelli che abbiamo giustiziato) erano tutti non anglofoni: Milosevic, Saddam, bin Laden, Gheddafi. Si allarga l’area linguistica. E la nostra globalizzazione, bellezza!

Noi ci saremo, statene certi. Cioè ci sarà l’Italia, per confermare che siamo forti contro i deboli, e che siamo servi nei riguardi dei potenti”.

Giulietto Chiesa, 16 marzo 2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/16/parte-allattacco-della-siria/197781/

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