Selfie-governance nella Terza Repubblica

 

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

 

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selfie Obama

Il neoliberismo è un’evoluzione del liberismo.

Invece di limitarsi a tenere a bada lo Stato o a farlo tornare sui suoi passi, il suo obiettivo è quello di impadronirsi non solo dello Stato ma anche dello Stato Profondo

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17751

Per questo un leader neoliberista (che non si proclami orgogliosamente tale) è in grado di sedurre sia i liberali (per il suo libertarismo), sia i socialisti (per il suo statalismo). L’illusione dura finché gli uni non si rendono conto che è autoritario e centralista e gli altri che è al servizio di interessi privati.

Il volto neoliberista non è sempre facile da scorgere dietro la maschera che di volta in volta sceglie di indossare, a seconda della fase storica e delle attese della massa.

Prendiamo un esempio a caso…

“«Un soprintendente è tenuto a compiere sopralluoghi, controllare perizie, dirigere i lavori, pubblicare studi, redigere piani paesistici, ma soprattutto resistere ai privati che vorrebbero distruggere tutto per rifarlo in vetrocemento, quasi sempre con l’assenso e l’appoggio delle autorità». «Resistere ai privati»: chi lo sostiene oggi è segnato a dito come talebano, statalista, comunista. A scriverlo, invece, era il liberalissimo Indro Montanelli, in un memorabile articolo comparso sul «Corriere della sera» il 12 marzo 1966. Oggi, invece, un giornale come «Repubblica» scrive che «troppo spesso le soprintendenze diventano fattori di conservazione e di protezionismo in senso stretto cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo, e dell’economia», sul «Corriere» si invoca un giorno sì e l’altro pure l’intervento salvifico di quegli stessi privati, Matteo Renzi ripete a macchinetta che «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba». L’entusiasmo e la fantasia di chi – tra il 1966 e oggi – ha sepolto questo Paese sotto una colata di cemento”.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/patrimonio-culturale-montanelli/

“Condivide il rischio di “svolta autoritaria” evidenziato nel manifesto di Libertà e giustizia?
Per quanto riguarda il problema democratico, giustamente sollevato da altri professori, segnalo solo le criticità principali:

1) La modifica della Costituzione sarà approvata da un parlamento bicamerale dotato di minore legittimazione democratica complessiva della sola Camera dei deputati che approva le leggi ordinarie (purché riceva una legge elettorale più democratica).
2) I ventun senatori nominati dal Presidente non rappresentano le autonomie territoriali, ma rischiano di rieleggere il Presidente che a sua volta potrebbe rinominarli, un meccanismo di cooptazione lontanissimo dal principio di democrazia.

3) I senatori non risponderanno delle loro scelte senatoriali nei consigli regionali e locali, piuttosto nelle sedi dei partiti politici e dell’ANCI”.

Jörg Luther, giurista e costituzionalista all’Università del Piemonte Orientale

http://www.formiche.net/2014/04/05/senato-renzi-bundesrat-confronto-prof-luther/

“Quella corporazione oggi largamente rappattumata sotto le sue bandiere; riaccreditata grazie a giochi verbali dal sapore vagamente terroristico, promossi dal nuovo conformismo che ci traghetta verso la Terza Repubblica: l’addebito di “conservatore” appioppato a chi dubita che il cambiamento per il cambiamento sia riformismo; l’accusa di “gufare” come una scudisciata a quanti obiettano che gli effetti d’annuncio presuppongono piani articolati (che non si vedono) e adeguate coperture finanziarie (idem come sopra). Obiezioni a cui la claque replica allo stesso modo di Iva Zanicchi quando difendeva Berlusconi “a prescindere”: lasciatelo provare! Come se fossimo al tirassegno del Luna Park e non in politica, dove è regola esibire garanzie e rendicontare preventivamene.

Comunque, basta e avanza per capire senza preconcetti il senso del new deal renziano analizzare dove vada a parare il suo progetto di riforma elettorale: un duopolio di potere, con i vertici che si eleggono i propri fidati. Mentre resta escluso dal gioco il partito più consistente: gli italiani che hanno deciso di non andare più a votare”.

Pierfranco Pellizzetti

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/04/07/pierfranco-pellizzetti-viperette-renziane-mordono-professoroni/

“…è già accaduto in passato che la contrapposizione del Corriere della Sera a tutto ciò che la sinistra rappresentava in questo Paese, ha portato il maggiore quotidiano italiano a ritenere i socialisti più pericolosi e minacciosi dei fascisti.

Ovviamente il 2014 non è il 1922, ma la crisi profondissima che sta attraversando la nostra democrazia e le risposte sbagliate che ad essa si vorrebbero dare, non lasciano presagire nulla di buono.

Proprio per questo è bene che ci siano appelli contro i pericoli autoritari come quello lanciato da autorevolissimi intellettuali italiani, contro il tentativo di cambiare in peggio le nostre istituzioni.

Oggi più che mai, l’imperatore, se vuole essere saggio, ha bisogno di usignoli che cantino liberamente la loro canzone. Non ha bisogno di usignoli meccanici che cantino a comando”.

Antonello Falomi

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/04/07/antonello-falomi-gli-usignoli-meccanici-dell%E2%80%99imperatore/

“…abbiamo un Parlamento di nominati con un tasso di disrappresentatività spaventoso (oltre il 40%, caso unico mondiale), che è stato eletto con un sistema dichiarato in buona parte incostituzionale che, anziché sciogliersi, pretende di riformare la Costituzione ed a tempo di rock, sotto la regia di un semi-ottuagenario in stato confusionale e di un frenetico giovanotto in preda al ballo di San Vito: è meglio di una commedia surrealista! Pura comicità demenziale”.

http://www.aldogiannuli.it/2014/04/berlusconi-ondivago-renzi-frenetico/

“Un gruppo di senatori del Pd sostiene che, in commissione affari costituzionali al Senato, si possa e debba presentare una bozza di riforma alternativa a quella del governo.

E’ d’altra parte il normale ruolo di una commissione parlamentare: raccogliere le varie proposte, mediare, fare sintesi e infine portare un testo in aula. Se il testo da portare fosse quello della proposta governativa, blindato, non ci sarebbe bisogno della commissione e soprattutto ci sarebbe un’ingerenza dell’esecutivo sul legislativo.

Ma il capogruppo Pd al Senato (Zanda) richiama all’ordine i dissidenti, dicendo loro che la proposta del Pd è quella del governo.

Non entro nel merito. Dico solo che quando Grillo invocava il vincolo di mandato per i suoi senatori, ci furono molte levate di scudi anche dal Pd in nome della Costituzione che esenta i parlamentari dal vincolo di mandato.

Ora pare che siamo al vincolo di mandato a fasi alterne”.

Andrea Iannuzzi, facebook

“Si tratta di partire dalle nostre esperienze autonomistiche per convincere il governo che dopo il federalismo di matrice leghista non si può tornare allo statalismo. E nella Costituzione dev’essere scritto che è possibile per i territori di montagna avere forme speciali di autogoverno, contro l’omologazione a un modello metropolitano. Perché quello che succederà è che il governo del territorio delle vecchie Province lo faranno le classi dirigenti delle metropoli. Che senso ha un Senato delle Regioni se alle Regioni si tolgono i poteri? Noi dobbiamo essere capofila di una grande battaglia in cui sia chiara la tutela della nostra autonomia”

Lorenzo Dellai, presidente della Provincia Autonoma di Trento dal 1999 al 2012

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2014/04/07/NZ_14_04.html

I criteri guida di questo millennio dovrebbe essere ben altri; anti-paternalisti e incentrati sul concetto di cittadino-sovrano (una vera e propria rivoluzione antropologica e politica che deve guidare le nostre azioni in questi anni):

– non lasciare che chi ti governa tenga in mano tutto le carte;

– cerca di sviluppare le capacità e il cuore (la coscienza) per essere padrone del tuo destino, capitano della tua anima, sindaco/presidente di te stesso, un cittadino sovrano che stringe rapporti di cordiale cooperazione con altri cittadini sovrani, in nome del bene comune;

– diventa il cambiamento che vuoi vedere nel mondo partecipando attivamente al mutamento come si sviluppa nel mondo, senza attendere una figura paterna, veterotestamentaria, che ti dica cosa sia nel tuo interesse (Gesù il Cristo non ha mai controllato, manipolato, ricattato, comprato, comandato);

– partecipa alla creazione di comunità di cittadini sovrani che formino una rete planetaria e scoprano che l’armonia è possibile anche in comunità più grandi, se c’è il rispetto della diversità e se l’altruismo vince sull’egoismo;

– partecipa alla costruzione di un villaggio globale in cui il naturale desiderio di unirsi per prosperare non sia dirottato verso forme di integralismo religioso, politico ed economico che conquistano con la forza e con il ricatto, invece di persuadere con il buon esempio.

http://www.futurables.com/2014/04/06/maroni-lombardia-kompatscher-sudtirolo-rossi-trentino-e-il-risorgimento-2-0/

Monti, Marchionne, Montezemolo, Mussolini – feudalesimo e libertà

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http://www.giornalettismo.com/archives/679613/feudalesimo-e-liberta-il-partito-che-aspettavi/

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Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 27 dicembre 2012

I movimenti fascisti hanno sempre rappresentato un estremismo di centro.

Seymour Lipset, sociologo statunitense, “Political Man”, 1959

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale.

Benito Mussolini, cf. Sternhell, “Nascita dell’ideologia fascista”, 2008, p. 315.

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. […] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato da Renée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps.

Thomas L. Friedman, “A Manifesto for the Fast World”, New York Times, 28 marzo 1999

Io sono liberale nel senso economico del termine…Il termine americano “liberale” significa qualcuno che pensa che si dovrebbe permettere a tutti di svilupparsi a proprio piacimento e fare quel che gli pare.

Lee Kuan Yew, ex despota di Singapore

[Il liberismo] si fonda sull’idea che solo una ristretta cerchia di eletti meritino le opportunità offerte dall’individualismo e che la società esiste idealmente allo scopo di consentir loro di sviluppare al meglio le proprie potenzialità e di farsi valere impunemente, tipicamente ma non esclusivamente a spese degli altri.

George Kateb, “On liberty”, 2003, p. 289

Ci dobbiamo chiedere come mai i liberali siano stati in prima fila, assieme alla sinistra, nella lotta per l’abolizione della schiavitù, nella decolonizzazione e nella conquista dei diritti costituzionali (liberale era la classe dirigente dell’Italia unificata; liberale era una parte importante della classe dirigente dell’Italia post-fascista), mentre ora i cosiddetti liberali sono in realtà neoliberisti. Si è tanto parlato della cattura cognitiva della sinistra da parte della destra – con il PD che ha ripudiato la sua vocazione social-democratica per abbracciare la sua antitesi, il liberismo – ma non si è parlato abbastanza della morte della destra migliore, quella liberale appunto, pugnalata alle spalle dai neoliberisti, che poi ne hanno assunto machiavellicamente l’identità.

In linea generale, la differenza tra anarchismo di destra (libertarismo/liberismo/neoliberismo) e liberalismo consiste in questo: (a) il liberista privilegia la propria libertà a spese di quella altrui, mentre il liberale è attento alle libertà di tutti ed alla loro attuazione concreta; (b) il neoliberismo avversa l’intervento statale nell’economia e favorisce la difesa dei rapporti gerarchici nella natura e nella società, mentre il liberalismo approva l’intervento statale nell’economia al fine di consentire ad un crescente numero di cittadini di porre in essere i propri progetti di vita, nella prospettiva della loro emancipazione – per quel che è lecito attendersi – dall’assistenza delle istituzioni.

La loro visione del mondo non ha nulla ha che vedere con un genuino liberalismo. Infatti, storicamente, come ha sottolineato il filosofo politico Samuel Freeman (cf. Illiberal Libertarians. Why Libertarianism is not a liberal view, in Philosophy and Public Affairs, 30(2), pp. 105-151, 2002), il liberalismo è emerso in contrapposizione al libertarismo, che invece condivide molti attributi della “dottrina del potere politico privato alla base del feudalesimo”. Come il feudalesimo, il libertarismo si appoggia a “un reticolo di contratti privati” e si oppone all’idea liberale che “il potere politico è un potere pubblico, esercitato con imparzialità per il bene comune”.

Per questo il libertarismo tende al populismo ed all’autoritarismo: è la pretesa del forte di stabilire autonomamente le proprie regole (tirannia privata) e di convincere il maggior numero possibile di persone che queste regole vanno a vantaggio di tutti, ossia che il suo volere beneficerà, indirettamente, la collettività.

In pratica il liberismo è una difesa filosofica e politica dell’egoismo, mentre il liberalismo è una difesa filosofica e politica dell’autonomia all’interno di una comunità. Il liberismo è secessionista, il liberalismo è autonomista. Il liberismo è anti-universalista ed anti-comunitario, privilegiando l’interesse privato (privatismo, monopolismo), il liberalismo privilegia l’interesse generale (individualità democratica).

In sintesi, il neoliberismo è un’ideologia neo-feudale, è un feudalesimo aggiornato, adattato all’era del capitalismo globalistaNon della servitù della gleba si avvale, ma della servitù del debito “sovrano” (N.B. neolingua orwelliana).

Ogni diritto ha un costo ed ogni libertà richiede un vigoroso intervento statale che la sancisca e la protegga.

L’intervento statale contemplato dai neoliberisti è di tutt’altro genere. Tanto ostili al gigantismo statale, una volta al governo (es. Reagan, Pinochet, Thatcher, Cameron) sono quasi sempre riusciti a far crescere lo stato nei seguenti settori:

– difesa;

– forze dell’ordine;

– apparato tecno-burocratico.

Guarda caso proprio quei settori che servono ai pochi per difendere i propri immeritati privilegi dai molti.

Un articolo del Giornale – quotidiano allineato alla dottrina neoliberista – fa luce sulla questione:

“Si può dire che il liberalismo sia quell’ideologia che, avendo come radice la libertà stessa, si presta meno di qualsiasi altra ad essere codificata in un’unica formulazione? Considerazione, questa, pressoché banale, che però non sembra essere condivisa dal curatore e da alcuni collaboratori dell’ultimo numero della rivista Paradoxa, che porta come titolo “Liberali davvero!” Secondo costoro, in modo particolare, Gianfranco Pasquino, Salvatore Veca e Francesca Rigotti, una parte dell’esiguo mondo del liberalismo italiano sarebbe popolata da «sedicenti liberali» che avrebbero fornito in questi ultimi anni – sull’onda del berlusconismo – un’interpretazione molto distorta dell’idea liberale. Le colpe dei «sedicenti liberali» – ricorrono alla rinfusa i nomi di Piero Ostellino, Angelo Panebianco, Dino Cofrancesco, Giuliano Ferrara, Giuseppe Bedeschi, Marcello Pera e altri – sono quelle di aver avallato la credenza secondo cui il liberalismo va inteso come una concezione estremista della libertà tendente a relegare in un angolo lo Stato, tanto da sconfinare non solo nel liberismo, ma addirittura nellanarchismo (troppa grazia!). A tale inclinazione permissivista, che in sostanza decreterebbe la libertà come assenza di regole, farebbero da contrappeso taluni provvedimenti legislativi di grave limitazione della libertà individuale, ad esempio nel campo bioetico.

Ai «sedicenti liberali», il curatore e gli autori di Paradoxa contrappongono quello che ritengono il vero liberalismo, riconducibile al costituzionalismo, concepito come limitazione, separazione e bilanciamento dei poteri. All’interno di questa prospettiva, volta a collocare la libertà in un quadro normativo molto preciso (si può dire angusto?), viene assegnato al potere politico un ruolo primario, che non sembra però contemplare quei princìpi formulati dal padre del liberalismo, John Locke, per il quale, prima di tutto, vanno affermati i diritti individuali; diritti, a cominciare da quello di proprietà e di libero scambio, che lo Stato ha il dovere di difendere, non essendo, di per sé, produttore di diritto. Linterpretazione del liberalismo come costituzionalismo è sacrosanta. Unilaterale ci pare invece l’esclusione del liberismo dal liberalismo. Ad esempio, considerando la nota polemica fra Croce ed Einaudi, dove quest’ultimo aveva rivendicato la libertà economica quale condizione imprescindibile della libertà politica, dovremmo concludere per l’esclusione dello stesso Einaudi dal novero del liberalismo!”

È bene precisare che Einaudi era ostile al liberismo (anarchismo oligopolista), infatti, nel 1948, scriveva sul ” Corriere della Sera”: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’ uopo dare all’ uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica…La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica...Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’ esercizio effettivo, pratico, della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all’altro estremo della collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà

Il liberismo ( = mors tua vita mea, il forte schiaccia legittimamente il debole, dispotismo) è, non a caso, la dottrina preferita dagli oligopoli finanziari e dai CEO delle multinazionali.

Il liberalismo, come spiegava Norberto Bobbio, è contrario alla concentrazione dei poteri in mani pubbliche o private, essendo una dottrina politica che aspira a realizzare una piena “garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”.

Gianfranco Pasquino, rispondendo ai critici citati dal Giornale, scrive: “Non capisco perché Cofrancesco e altri ci accusino di anti-berlusconismo, un tema assolutamente marginale nei nostri capitoli. Giusto, invece, lo ribadisco, criticare coloro che non criticano le caratteristiche illiberali del berlusconismo: conflitto di interessi, interpretazione della sovranità popolare, uso strumentale della religione, insistita sfida alla separazione dei poteri, duopolio televisivo… Sappiamo che neppure la democrazia è una perfetta allocatrice di “beni”, ma ha meccanismi, come l’alternanza, e limiti al potere delle maggioranze, proprio come voluti dai liberali classici, che impediscono le degenerazioni possibili nei mercati sregolati. La mia non-condivisione non significa che Cofrancesco non abbia la facoltà di continuare a definirsi liberale e a sentirsi in buona compagnia con coloro che del liberalismo, politico, etico, culturale, fanno un disinvolto uso à la carte. Che è esattamente quello che abbiamo criticato ricevendo astiose repliche, non su quello che abbiamo scritto, ma sulle nostre persone. Quanto di più illiberale, meglio di quasi stalinista, si possa immaginare”.

http://www.novaspes.org/paradoxa/detArticolo.asp?id=470

Troppi fra loro credono che essere antisocialisti sia sufficiente per definirsi liberali. Anche i conservatori e i reazionari sono antisocialisti ma questo non serve loro per comprarsi il biglietto d’ingresso nel giardino del liberalismo politico e del costituzionalismo. Poiché i liberali sanno che «provando» si può anche sbagliare e che la storia impartisce dure repliche, concluderò suggerendo a Ostellino di «provarci» ancora a confutare il liberalismo dei liberali classici da Montesquieu a Kant, da Tocqueville a Mill, magari dopo avere letto anche soltanto gli articoli loro dedicati da Paradoxa”.

Gianfranco Pasquino, Corriere della Sera, 19 aprile 2012

Ora, siete liberi di scegliere di chi fidarvi.

Potete dare più peso al parere di alcuni tra i massimi politologi italiani del nostro tempo [Pasquino, Veca e Rigotti; ma anche Norberto Bobbio], oppure a quello della redazione del Giornale, di Ferrara, Ostellino, Panebianco, Marcello Pera e Silvio Berlusconi (ma anche di Mario Monti e Sergio Marchionne, che si sentono così in sintonia http://www.gadlerner.it/2012/12/21/monti-marchionne-insieme-sono-gia-un-programma-elettorale).

A voi la scelta.

“È liberale il liberismo?” [Con il Patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati]

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