Guerra in Libia 3.0 – dalla farsa alla parodia della farsa

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Sebbene i curdi, per conto loro, senza avere un esercito regolare, siano ormai alle porte della capitale del Califfato, dimostrando così l’evanescenza della POMPATISSIMA MAREA NERA DI ISIS CHE MINACCIA LA LIBIA E L’ITALIA
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Siria-forze-curde-alle-porte-di-Raqqa-la-roccaforte-Isis-0df1ea1e-55ff-4620-8858-df4f7c3bbbd9.html
ancora una volta gli italiani si interrogano sulla bontà di un intervento militare contro i fondamentalisti islamici che sicuramente aggraverà ulteriormente le tensioni di un paese che, già ora, è dilaniato dagli scontri tra fazioni (la Libia è il terreno di scontro tra i fratelli musulmani a Tripoli e i filo-Sisi a Tobruck: in pratica la guerra civile strisciante in Egitto si combatte in Libia)

http://www.ilpost.it/2015/02/15/crisi-libia-italia/

L’Egitto già riceve annualmente 1 miliardo e 300 milioni di dollari di aiuti dagli Stati Uniti.
http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/12/egypt-military-aid-obama-congress-human-rights.html#
Al-Sisi non venga a chiedere aiuto agli europei.
E’ perfettamente in grado di cavarsela per conto suo.

È verosimile che in Italia un’ampia maggioranza sia favorevole all’intervento (guerra al cancro, guerra al terrore, guerra alla droga, guerra al crimine, guerra all’anidride carbonica: la manipolazione è permanente e capillare).

Siamo intrappolati in un unico tipo di narrazione bicolore: bianco (non dobbiamo fare nulla) vs nero (dobbiamo intrvenire militarmente, subito e massicciamente).

Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ci darà il benestare, i media occidentali potranno accusare Cina e Russia di essere COMPLICI DI ISIS!

YAWN

800 jihadisti minacciano 60 milioni di italiani

800 jihadisti minacciano 60 milioni di italiani

Restano i fatti:

  • L’ONU chiarisce al governo italiano che la soluzione al problema ISIS in Libia sarà politica, non militare. ISIS vive di pubblicità, sono teatrali, tutto quel che fanno è pensato per avere risonanza internazionale e rafforzare il loro appeal presso giovani alienati e/o mitomani.
    Invece di avere un governo che informa i suoi cittadini che lo Stato italiano se ne infischia di un branco di criminali che infangano la fede musulmana con le loro pratiche mafiose e che si fanno battere dalle donne curde, abbiamo un governo che impanica l’opinione pubblica, annuncia che mobiliterà l’esercito perché rischiamo l’invasione nera, ecc.
    ISIS gongola.
    L’ONU interviene e smentisce il nostro governo.
    Figuraccia internazionale.
    Ma siamo pur sempre messi meglio dell’Ucraina.
  • nessuno può portare avanti una guerra senza armi, soldi, energia, risorse umane e queste cose non crescono sugli alberi, possono essere tracciate. Quindi basterebbe tagliare le fonti di approvvigionamento (anche se sono nostri alleati). Se non lo si è fatto è per ragioni politiche, perché si vuole che la gente creda che ci sono solo due opzioni: pacifismo arrendevole o virilismo bellico;
  • finora quale intervento militare è servito a sopprimere il terrorismo islamista (qualunque sia la sua origine e i suoi sponsor)? Se attacchi i terroristi in Libia si sposteranno nel Niger, nel Mali (da lì e dalla Siria sono tornati in Libia, che è casa loro), nel Ciad, nel Sudan. Dall’Iraq sono passati in Siria e poi sono rientrati in Iraq. Dall’Afghanistan sono passati in Pachistan per poi rientrare;
  • gli interventi militari occidentali servono solo a creare martiri nella lotta contro il Grande Male Occidentale: l’idea di mandare oltre 5mila italiani a combattere in Libia è semplicemente folle! L’unica opzione interventista è truppe locali o comunque arabe sotto l’egida ONU e con l’appoggio aereo occidentale (non certo truppe a terra) – niente furbate come l’ultima volta, dove la missione ONU è stata tradita e vilipesa in ogni modo possibile;
  • ISIS E’ UN’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA E LA SI COMBATTE COME SI COMBATTE LA MAFIA: Jean-François Gayraud, Divorati dalla mafia. Geopolitica del terrorismo mafioso, 2015. I leader di ISIS hanno agganci nelle alte sfere e sanno che nel mondo post-petrodollaro il controllo dell’energia e dei metalli preziosi resteranno la chiave per conservare il potere: usano il denaro per reclutare gli avidi e la religione per reclutare gli idealisti. L’unica cosa da bombardare sono i pozzi petroliferi che cadono nelle loro mani (in Iraq come in Libia e in Siria: guarda caso si piazzano sempre in zone estrattive o strategiche per il passaggio di gasdotti-oleodotti);
  • Continuiamo a fregarcene delle varie questioni regionali che spingono i giovani all’estremismo (tuareg nel Mali, anarchia in Libia, rivalità tra sciiti e sunniti nel Medio Oriente, disoccupazione/emarginazione);
  • Quante volte dobbiamo commettere lo stesso errore prima di dire “mmmh, in effetti la guerra perpetua potrebbe essere una cazzata”?

La Francia si è rifiutata di intervenire in Libia qualche settimana fa, perché è più saggia di noi.

http://www.leparisien.fr/…/libye-hollande-ecarte-l-idee…

titolo e articolo da blogger o da giornalista?

titolo e articolo da blogger o da giornalista?

http://www.futurables.com/2015/03/01/isis-sion-saud-e-il-gas-idra-fenice-frankenstein-e-vaso-di-pandora/

L’opinione pubblica occidentale rifiuta il coinvolgimento nella questione siriana

Siamo al capolinea, direi. Chi si batte per la pace contro la guerra suscita scandalo, chi invoca la guerra in Siria e Iran viene considerato democratico, moderato e amante della pace.
Anonimo

Secondo questo sondaggio francese, il 57% degli Italiani è contrario all’intervento in Siria, solo il 18% è completamente a favore.

Il servizio della FAZ sulle menzogne degli insorti ha sicuramente aperto gli occhi a molti, in Germania (55% contrario – sondaggio francese).

Massicce maggioranze contrarie ad un coinvolgimento nelle vicende siriane si registrano anche in Turchia (57%) e negli Stati Uniti  (66%).

Un sondaggio Cambridge-Essex nel Regno Unito (e USA) rileva che oltre l’80% dei cittadini non vuole truppe britanniche in Siria per proteggere i civili ed il 90% non vuole usarle per abbattere il regime (com’è invece successo in Libia); solo il 12% approva la fornitura di armi ai ribelli siriani. Però un 40% è d’accordo con l’imposizione di una no-fly-zone ONU sulla Siria (il 20% è categoricamente contrario ed un altro 25% è ambivalente)

“La nostra indagine suggerisce che l’opposizione all’impiego dell’esercito sul terreno rimarrà alta sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti”.

Tzvetan Todorov, uno dei più importanti studiosi internazionali di genocidi, pulizie etniche, totalitarismi e colonialismo (invitato ad insegnare in una mezza dozzina tra le più prestigiose università del mondo), ricapitola sulla Repubblica (26 giugno 2012) le ragioni del no.

“Il vertice della Nato, nel maggio di quest’anno, ha annunciato il «ritiro irrevocabile » delle truppe straniere che si trovano in Afghanistan entro la fine del 2014.

Se così fosse, sarebbe la fine di una delle guerre più lunghe di questo secolo e del precedente: tredici anni, dal 2001 al 2014, superata in durata solo dall’intervento americano in Vietnam (1959-1975); è stata anche una delle più costose: si stima che siano già stati spesi 530 miliardi di dollari. Le vittime si contano a migliaia fra i soldati della coalizione e a decine di migliaia fra la popolazione afgana.

Le grandi potenze non amano ammettere che gli capita di sbagliarsi nelle avventure che intraprendono, perciò questo ritiro ci verrà sicuramente presentato come un successo politico. Preferiscono non rendersi conto che le guerre asimmetriche moderne sono impossibili da vincere, che i popoli rigettano l’occupazione straniera anche se viene spiegato che è per il loro bene. È abbastanza probabile che il ritiro, come successe dopo la fine della guerra in Vietnam, sarà seguito dal tracollo del governo messo al potere. Gli anni di sforzi, le vittime, le spese non saranno serviti a niente, nemmeno come insegnamento per gli anni a venire.

Succede già con l’intervento in Libia del 2011. Il cambiamento di maggioranza in Francia, nel 2012, non ha dato luogo ad alcuna critica sulla partecipazione del Paese alla guerra. Il suo principale promotore all’interno del governo, Alain Juppé, prima ministro della Difesa e poi degli Affari esteri, ha dichiarato al momento di lasciare il potere: «Sono fiero di quello che abbiamo fatto in Libia», ricevendo l’approvazione sia dei deputati socialisti che degli editorialisti dei giornali di sinistra. Ma è una scelta contestabile tanto a priori quanto a posteriori. Non è vero che il bagno di sangue annunciato da Gheddafi non poteva essere evitato con altri mezzi: d’altronde, non è stato evitato perché oggi sappiamo che la guerra ha fatto almeno 30.000 morti, contro le 300 vittime della repressione iniziale. E quando si ammetterà che la guerra non è uno strumento appropriato per imporre la democrazia, perché la sua lezione immediata consiste nell’affermare la superiorità della forza militare bruta e dunque la negoziazione, come la ricerca del compromesso, sono percepite come segnali di debolezza? Di per sé il risultato dell’intervento è tutt’altro che trionfale: la Libia è in preda a conflitti tribali, le milizie locali rifiutano di sottomettersi al potere centrale, l’islamismo salafita avanza sempre più, la repressione e le vendette contro i fedeli del vecchio regime proseguono, con atti di tortura che si aggiungono alle esecuzioni sommarie.

I dirigenti delle potenze occidentali, che amano credere di esprimere l’opinione della «comunità internazionale », non sembrano essere consapevoli del presupposto principale della loro politica, vale a dire che spetta a loro, come ai bei vecchi tempi degli imperi coloniali, decidere del destino di quei popoli privi di protettori potenti, in particolare in Africa e in Asia. Questi popoli, sembrano dirsi, sono condannati a restare eternamente minorenni e noi abbiamo la pesante responsabilità di decidere per loro. Come spiegarsi, altrimenti, il fatto che trovano legittimo destituire sulla punta del fucile i governi di così tanti Paesi, dalla Costa d’Avorio all’Afghanistan, perfino quando questi gesti spesso e volentieri hanno effetti controproducenti? Una simile mentalità del resto è condivisa da alcuni cittadini delle vecchie colonie residenti all’estero, che si indignano: ma che aspetta l’Occidente per venirci a liberare dal nostro tiranno?

Questi interventi sono tanto più problematici in quanto il contrario di un male non è necessariamente un bene.

Un potere tirannico può essere sostituito da un altro che lo è altrettanto. Oggi vediamo la complessità della situazione in Siria, per la quale si moltiplicano gli appelli all’aiuto. Il governo di Damasco reprime i suoi avversari nel sangue, ma si tratta di semplici manifestanti pacifici o di combattenti armati che cercano di impadronirsi del potere? Il governo orchestra la sua propaganda, ma c’è da credere a tutte le notizie diffuse dalla televisione al-Jazeera o dall’autoproclamato Osservatorio siriano dei diritti umani? Dobbiamo interpretare il conflitto come un confronto fra amici e nemici della democrazia o come un confronto fra maggioranza sunnita e minoranze di altre confessioni, o ancora come una lotta per il potere fra l’Arabia Saudita e l’Iran?

Certe situazioni politiche, come del resto certe configurazioni personali, non sono migliorabili attraverso interventi radicali, di alcun genere. È questo che le rende, propriamente parlando, tragiche”.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43572

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