Altiero Spinelli, un cattivo maestro

Altiero Spinelli, uno dei padri dell’europeismo, è stato descritto come machiavellico, autoritario, elitario, spregiudicato e cinico dai suoi stessi estimatori. I suoi pensatori di riferimento erano Lenin, Nietzsche, Meinecke, Machiavelli, Hobbes, Hegel, Mosca, Pareto, teorici dell’autoritarismo. Nelle sue prime stesure, il Manifesto di Ventotene proponeva un decennio di dittatura rivoluzionaria per imporre un governo federalista all’intero continente. Anche nella stesura definitiva, il testo rivela un solenne sprezzo per i democratici e le procedure democratiche, definite esplicitamente “un peso morto” quando si tratta di cambiare il mondo. Spinelli descriveva in questi termini, ed in terza persona, il suo rapporto con la libertà: “non è riuscito a trovare alla libertà nessun’altra base più solida della forza con cui chi ha da realizzare qualcosa si mette all’opera e non si fa sopraffare dagli altri. Non ama la libertà degli altri in virtù di un astratto ideale di libertà. Chi vuol fare una cosa tende a calpestare gli altri” (Graglia 2008, p. 140).

Questa, a mio parere, è una falsa idea di libertà, è la libertà del forte di prevalere sul debole, di far trionfare la sua volontà, sempre e comunque, è la libertà dell’anarchismo di destra, del pensiero libertario della frontiera americana. Si è più liberi quante più persone si relegano sotto di noi. Lo stesso Piero Graglia, che pure è un biografo particolarmente generoso nei suoi confronti, concede: “Può sorgere naturale il dubbio, fondato, che Spinelli in fin dei conti nutra un malcelato disprezzo per la pratica democratica e per il sistema rappresentativo” (Graglia, 1993, p. 55).

Lo pensava anche Riccardo Bauer, uno dei costituenti-ombra (Buratti/Fioravanti, 2010), ossia uno di quei fondatori della Repubblica che rifiutarono le luci dei riflettori  (Bauer, 1987, pp. 120-123):

“Ernesto mi consegnò un grosso plico col famoso programma. Che lessi allibito. Vi si osservava innanzitutto che il fascismo non poteva essere sconfitto e superato se non imitandone la disciplinare salvezza data da un capo investito di una superiore autorità ed al quale fosse prestata obbedienza assoluta. Per cui, sia per determinare la caduta del potere fascista, sia per organizzare la successione, doveva costituirsi, sotto la direzione di quel capo assoluto, una vera e propria ferrea dittatura della durata almeno di un decennio – dopo l’avvento del nuovo potere – che studiasse e preparasse un ordinamento democratico da concedere, nei suoi perfetti lineamenti, al popolo finalmente sovrano. […]. [Nella seconda stesura del Manifesto] il nuovo intento federalista partiva dalla premessa che, a guerra finita, una nazione, l’Italia, dovesse prendere l’iniziativa di portare l’idea federativa a compimento, anche con la forza, se necessario, secondo una tradizione giacobina di cui si rilevava il fortunato successo, almeno iniziale. E, conseguenza del principio stabilito, l’uscita eventuale dalla federazione costituita non doveva essere consentita. Obiettai anzitutto che l’azione giacobina nel secolo XVIII era finita male nonostante l’iniziale entusiastico successo. In secondo luogo che dalla guerra tutte le nazioni sarebbero uscite stremate e che l’idea stessa di una nuova iniziativa di forza non sarebbe stata accolta con favore da nessuno. […]. In linea generale osservavo che una forma di unificazione dell’Europa richiedeva una condizione di relativa omogeneità politica, economica e sociale tra le diverse nazioni, omogeneità che era ben lungi dall’esistere…per cui tutto il progetto doveva essere avviato con ben altre premesse che quelle di un esasperato volontarismo senza reale fondamento nella prevedibile situazione dopo il bagno di sangue che ancora durava”.

La libertà consona ad una democrazia matura è un’altra cosa.

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Tea Party – il totalitarismo anarchico alla conquista degli Stati Uniti

Tre anni fa, il Tea Party era un gruppo di qualche centinaio di pensionati diabetici incazzati coi neri e i gay perché li facevano sentire vecchi. Ora hanno 62 seggi al Congresso.
Bill Maher (comico)

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Il popolo italiano, gridiamolo a tutta voce, non si sentì mai, come sotto il regime fascista, più libero e franco…gli italiani non si sentirono mai più di ora liberi innanzi al dovere, liberi innanzi al destino, liberi innanzi alla morte.

Giuseppe Maggiore

Io sono liberale nel senso economico del termine…Il termine americano “liberale” significa qualcuno che pensa che si dovrebbe permettere a tutti di svilupparsi a proprio piacimento e fare quel che gli pare

Lee Kuan Yew, ex despota di Singapore, confonde liberalismo e libertarismo/neoliberismo/anarchismo di destra

Anche il Guardian dice quello che molti di noi pensano da lungo tempo. I repubblicani neoliberisti stanno deliberatamente sabotando l’economia per ricavarne dei vantaggi personali ed elettorali. Da quando hanno la maggioranza al congresso hanno impedito ogni misura che portasse alla crescita ed imposto austerità, austerità, austerità, tanto che l’economia americana è sul punto di affondare nuovamente, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Esaminiamo meglio la questione.

* La carriera giornalistica di Mussolini che lo proiettò verso il potere è stata finanziata dall’Ansaldo che, grazie all’intervento italiano nella Grande Guerra, diventò un gigante industriale.

* Oscar Giannino è l’importatore in Italia del movimento statunitense del Tea Party. Tea Party Italia è referente ufficiale italiano per

http://www.teapartypatriots.org/

* Il Tea Party americano è finanziato generosamente dai multimiliardari fratelli Koch (i ricchi sono sempre molto felici di finanziare un movimento anti-stato: senza stato possono fare più agevolmente i propri comodi)

http://it.wikipedia.org/wiki/David_H._Koch

* Tra i candidati alla presidenza degli USA targati Tea Party figurano Ron Paul, Sarah Palin e Michele Bachmann.

Sarah Palin è già notoria: una fondamentalista cristiana, omofoba, amante delle armi automatiche e credente nella necessità dell’Armageddon per il ritorno del Cristo (NB l’Armageddon prevede lo sterminio degli Ebrei non convertiti: lei si dice sionista perché senza un Israele aggressivo non ci può essere l’Armageddon, ovvero il Secondo Olocausto).

Michele Bachmann è un clone di Sarah Palin:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201108/110811faggioli.pdf

Christian Rocca (un libertario di destra) ha già detto molto di quel che andava detto riguardo a Ron Paul:

http://www.camilloblog.it/archivio/2011/12/29/ron-paul-non-e-un-libertario/

* Un altro beniamino dei Tea Party Patriots è il governatore del Wisconsin, il repubblicano Scott Walker, l’Attila del sindacato e del pubblico impiego e il Babbo Natale delle grandi imprese, sostenuto nella sua riconferma da 30 milioni di dollari di sponsorizzazioni repubblicane:

http://www.repubblica.it/esteri/2012/06/06/news/sindacati_tradiscono_obama-36678874/

“Appena eletto governatore nel 2010, Walker aveva affrontato il rapporto dipendenti pubblici sul disavanzo dello stato con decisione: aveva chiesto l’eliminazione del negoziato collettivo del contratto di lavoro, il licenziamento di circa 12.000 dipendenti dello stato del Wisconsin, aveva eliminato i diritti sindacali, autorizzando il licenziamento immediato di chiunque scioperasse, e un taglio di stipendio per 340.000 lavoratori statali”.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-06/vittoria-walker-wisconsin-pesante-120334.shtml?uuid=Ab6Uw6nF

Come si vede, nessun cittadino di sinistra dovrebbe avere a che spartire con questo movimento, in Italia o altrove.

* Ma c’è un ulteriore livello da esplorare. Il maggiore benefattore di Ron Paul è Peter Thiel, guarda caso un altro miliardario libertario che vuole costruire città-stato neofeudali in acque internazionali, dove le leggi degli stati non possono essere applicate (e quindi tutto è lecito, se hai i soldi):

http://www.liberazione.it/news-file/Benvenuti-a-Seasteading–la-citt–del-sole-del-capitalismo.htm

Orbene, questo Peter Thiel è anche un pezzo grosso del Bilderberg, un’organizzazione di potenti non nota per la sua passione democratica (eufemismo!):

http://www.bilderbergmeetings.org/governance.html

http://www.politico.com/news/stories/0512/76518_Page2.html

Il paladino delle libertà, sponsorizzato da un nemico della democrazia.

Come volevasi dimostrare.

L’ANELITO TOTALITARIO DELL’ANARCHISMO DI DESTRA: APPROFONDIMENTI

In linea generale, la differenza tra anarchismo di destra (libertarismo/neoliberismo) e liberalismo consiste nell’avversione del primo nei confronti dell’intervento governativo nell’economia e nel favore con il quale invece accoglie la difesa dei rapporti gerarchici in natura e nella società.

Il liberalismo democratico invece approva l’intervento statale nell’economia al fine di consentire ad un crescente numero di cittadini di porre in essere i propri progetti di vita, nella prospettiva della loro emancipazione – per quel che è lecito attendersi – dall’assistenza delle istituzioni, mentre condanna le intrusioni non richieste nella sfera privata. Questo dualismo era già evidente nel periodo tra le due guerre, quando la destra autoritaria promuoveva programmi di governo conservatori a livello culturale e liberisti a livello economico-fiscale (Soucy, 1995; Bobbio, 2008). Così, scrivendo sul Popolo d’Italia, nel 1921, Benito Mussolini, ormai burattino degli interessi industriali, asseriva che “lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale” (cf. Sternhell, 2008, p. 315).

 

FRIEDERICH NIETZSCHE

Il filosofo tedesco Friederich Nietzsche (1844-1900) fu tra coloro i quali scelsero di raccogliere la sfida della modernità e di perseguirne la logica fino alle conclusioni più sgradevoli. Egli si pose l’obiettivo di determinare quali approcci filosofici e sistemi morali sarebbero stati più o meno vantaggiosi per il prosperare della vita. Si badi bene, della “vita”, non dell’”umanità” nel suo complesso. Nietzsche, come Schopenhauer, era fondamentalmente un misantropo e come tale la sua antropologia non poteva che essere negativa. Lui stesso dichiarò in diverse occasioni che ben più importante dell’amore per il prossimo era l’amore per ciò che è remoto e futuro e che in lui l’amore per le cose e le idee eccedeva quello per l’essere umano. Nietzsche è famoso per la sua perorazione della causa del Superuomo. La visione superomistica era la sua risposta all’incedere del nichilismo nella modernità scettica, cinica e disillusa. La moralità del Superuomo era quella idealistica e sprezzante del signore e padrone ed andava contrapposta alla moralità utilitaristica dello “schiavo”, l’uomo debole e codardo destinato a rimanere succube del signore una volta che questi avesse preso coscienza della sua condizione di superiorità. La moralità dello schiavo – che per Nietzsche si identificava con quella cristiana, socialista e liberal-democratica – giudicava malvagio tutto ciò che era nell’interesse del Signore che, invece, avrebbe dovuto adottare se stesso ed il suo volere come supremo parametro etico, pronto a sacrificare gli altri nel perseguimento dei propri interessi, senza sentirsi in alcun modo in colpa. L’umanitarismo, la pazienza e la tolleranza, virtù predicate dallo schiavo come strategie di sopravvivenza ed espressione del risentimento del debole nei confronti del forte, erano solo d’intralcio alla superiore volontà dell’Uomo Padrone. Quelle della moralità dello schiavo erano dunque virtù negative, piuttosto che positive come quelle che informavano l’azione del Superuomo, ed il movimento liberal-democratico era solo un’altra forma di decadenza dell’organizzazione politica che sminuiva, svalutava e rendeva mediocre l’umanità. Questo Superuomo non era una figura chiaramente definita. Nietzsche sembrava volerne preparare l’avvento. Lui stesso affermava di scrivere per una specie d’uomo che doveva ancora nascere. In breve il Superuomo fu il parto delle fantasie di una classe privilegiata che si sentiva minacciata dalla concessione del suffragio universale e sognava un sistema istituzionale che ricreasse almeno in parte il sistema di rapporti semi-feudali pre-esistente. Una società mascolina e militante che rigenerasse e ringiovanisse l’umanità attraverso una cultura più autentica e vitale. Il risultato finale sarebbe stato, sempre secondo Nietzsche, che come la scimmia per l’uomo è oggetto di scherno o di doloroso imbarazzo, così l’uomo sarebbe stato trattato dal Superuomo, perché ogni miglioramento del tipo “uomo” è sempre stato e sempre sarà il prodotto di una società e di una mentalità aristocratica, che crede in un scala gerarchica lungo la quale i vari tipi umani sono ordinati per valore decrescente [il libertario di destra, narcisisticamente, non può immaginare che un giorno si troverà in fondo alla scala: lui/lei è speciale per definizione].

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/24/morbido-e-bello-perche-amo-il-femminino-e-detesto-nietzsche-pur-ammirandolo/#axzz1xCovAXps

 

BENITO MUSSOLINI

L’egocentrico Benito Mussolini si lasciò conquistare dal fascino del Superuomo, al punto da credere di rappresentarne l’incarnazione terrena, pioniere e messaggero di un’umanità futura, palingeneticamente rigenerata e superiore. Mentre “la società borghese ha creato l’uomo macchina, l’uomo funzionario, l’uomo orologiaio, l’uomo regola. Io sogno l’uomo eccezione” (Gentile, 1996: p. 65). Mussolini definisce il Superuomo un “inno alla vita – alla vita vissuta con tutte le energie in una tensione continua verso qualche cosa di più alto, di più fino, di più tentatore” (Gentile, 1996: p. 35). Tuttavia il libertarismo mussoliniano, come quello futurista, non poteva che tradursi nell’autoritarismo più sfrenato, perché le libere decisioni dell’individuo eccezionale dovevano per definizione essere vincolanti per tutti gli altri, anche quelli che non sapevano cogliere la presunta sagacia e lucidità del Duce. L’intolleranza più feroce nei confronti degli oppositori è infatti il tratto caratterizzante del libertarismo di destra che usa l’appello alla libertà per giustificare il diritto del forte di intimidire il debole, l’incerto, o l’avversario (vis = ius). Per questo il motto di questa dottrina dovrebbe essere: “Sono libero di fare quel che ritengo giusto e vantaggioso, e voi siete liberi di fare quel che ritengo giusto e vantaggioso”.

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/21/la-sindrome-dellanticristo/#axzz1xCovAXps

L’IDEOLOGIA DELLA FRONTIERA

La società libertaria trovò la sua piena realizzazione in California durante la corsa all’oro, quando centinaia di migliaia di cercatori d’oro e commercianti provenienti da tutto il mondo si riversarono in California, la nuova Terra Promessa. Molti di loro erano uomini che avevano lasciato le mogli a casa e che quindi costruirono una società completamente diversa dalle altre. Quasi interamente maschile (97 per cento di uomini), la violenza ed il sopruso erano parte della quotidianità, specialmente nei confronti delle minoranze etnico-razziali. Circa 4000 su alcune decine di migliaia di cercatori d’oro furono uccisi violentemente. L’ideologia della frontiera americana privilegia la libertà (irresponsabile, se non verso il proprio tornaconto), l’individualismo, l’autarchia, l’autogoverno, la violenza “legittima”, l’anti-intellettualismo, il vigilantismo, il paternalismo, una religiosità emozionale ed un’etica familista.

Libertà dalle gerarchie ecclesiastiche tradizionali, libertà dalla regolamentazione del mercato e libertà dal governo centrale e dalle indicazioni e prescrizioni degli esperti. L’invocazione della volontà popolare altro non è che una netta presa di posizione contro le élite del sapere, la democrazia liberale e, più in generale, la necessità di esaminare le questioni più spinose da molteplici punti di vista, tenendo aperti diversi percorsi esplicativi e rifuggendo dalle conclusioni affrettate. È una libertà populista, la libertà di poter agire come se la realtà fosse assai meno complessa di quel che appare o di quel che altri vorrebbero far credere. È la libertà che gode la gente comune di ritenersi immune dalle “balorde astrusità” della torre d’avorio e di poter attingere senza intermediari e senza soverchie difficoltà alla sorgente del buon senso e quindi della verità. È la libertà, infine, di poter credere che il troppo pensare e l’eccessivo sapere sviino la mente e lo spirito, facendoli deviare dal retto pensare e dal retto sentire – ritenuti frutto di una rivelazione che resiste alle interpretazioni razionali – e spingendo le persone verso l’infelicità e la cronica insubordinazione che, così si sostiene, sempre s’associano alla perenne incertezza del relativismo etico.

Fu in questo contesto che emerse la figura, profondamente misogina, asociale e reazionaria, del giustiziere solitario redentore che, dotato di straordinaria integrità morale, lealtà, coraggio, valore, determinazione e chiarezza d’intenti, tralascia le strade diplomatiche ed assume temporaneamente un potere assoluto di vita e di morte per rimettere a posto le cose in una piccola comunità minacciata dai malvagi, che saranno alla fine puniti. In questa tradizione narrativa un “vigilantismo” unilaterale e senza regole si trasforma nella più pura espressione della tutela della legge e dell’ordine in assenza di un governo democraticamente eletto. Il virile maschio bianco libertario, novello eroe omerico che si cura più dei compagni d’arme, della gloria, degli dèi e della propria gente che delle leggi umane, diviene l’incarnazione della sua legge e della sua giustizia e, laddove lo stato c’è, come nel contesto urbano, le sue azioni si contrappongono in modo stridente alle disposizioni ufficiali.

Il manicheismo della sua visione del mondo è sconfinato: solo lui ha ben chiaro in mente cosa impedisca alla società di evolvere naturalmente nella direzione da lui auspicata, solo lui e pochi altri sono realmente in grado di gestire la libertà personale e quindi si meritano di esercitarla. In fondo quel che l’eroe libertario cerca è un universo nel quale agire come un demiurgo. Il suo desiderio infantile è quello di sostituire la sua autorità a quella di un governo che ne limita le ambizioni. Per questo molto spesso l’eroe solitario si sente particolarmente a suo agio nel ruolo di tiranno.

Ayn Rand è un distillato dell’ideologia della frontiera

AYN RAND, LA PSICOPATIA E IL MOVIMENTO TEA PARTY ITALIA

Ayn Rand è il Marx dei neoliberisti/libertari/anarchici di destra. I suoi testi sono le sacre scritture del Tea Party, inclusa la sua filiale italiana (es. il manifesto del Tea Party italiano è corredato da una citazione di Ayn Rand).

Ron Paul ha chiamato suo figlio Rand Paul come tributo ad Ayn Rand.

Rand e Ron Paul

Diamo un’occhiata alle sue teorie, riunite nella filosofia oggettivista.

Può essere a buon diritto definita la peggiore filosofia partorita nel dopoguerra. L’egoismo, si sostiene, è un bene, l’altruismo un male, l’empatia e la compassione sono irrazionali e distruttive. I poveri meritano di morire, i ricchi meritano di esercitare una potenza senza limiti. È già stata testata ed ha fallito clamorosamente e catastroficamente. Eppure la dottrina di Ayn Rand, morta 30 anni fa, non è mai stato più popolare ed influente.

Rand era russa, di famiglia benestante emigrata negli Stati Uniti. Attraverso i suoi romanzi (come “La rivolta di Atlante”) e la sua saggistica (come “La virtù dell’egoismo”), ha illustrato una filosofia chiamata oggettivismo. Questa sostiene che l’unica morale è il puro interesse personale. Non dobbiamo nulla a nessuno, neppure ai membri delle nostre famiglie. Descrive i poveri e i deboli come “rifiuti” e “parassiti” e critica aspramente chiunque cerchi di aiutarli. Oltre polizia, tribunali e forze armate, non ci dovrebbe essere alcun altro ruolo per il governo: nessuna sicurezza sociale, né salute pubblica o istruzione pubblica, infrastrutture pubbliche o trasporti pubblici, nessuna regolamentazione, nessuna imposta sul reddito.

“La rivolta di Atlante”, pubblicato nel 1957, raffigura gli Stati Uniti come paralizzati dall’interventismo governativo, in cui eroici milionari lottano contro un popolo di parassiti. I milionari, che lei ritrae come Atlante che regge il mondo su di sé, scioperano, con il risultato che la nazione crolla. Si salva solo grazie all’avidità ed all’egoismo sconfinato, per mano di uno degli eroici plutocrati, John Galt.

I poveri muoiono come mosche a causa dei programmi di governo e della loro pigrizia ed irresponsabilità. Coloro che cercano di aiutarli sono gasati. In un passo famoso, Rand sostiene che tutti i passeggeri di un treno uccisi da fumi avvelenati meritavano la loro sorte. Uno, per esempio, era una maestra che aveva insegnato ai bambini a fare squadra, una era una madre sposata con un funzionario pubblico che si era presa cura dei suoi figli, uno era una casalinga “che credeva di avere il diritto di eleggere politici di cui sapeva nulla”.

Quella di Rand è la filosofia degli psicopatici, una fantasia misantropica di crudeltà, vendetta ed avidità. Eppure, come Gary Weiss mostra nel suo nuovo libro, “Ayn Rand Nation”, è diventata per la nuova destra ciò che Karl Marx una volta era a sinistra: un semidio a capo di un culto millenaristico. Quasi un terzo degli americani, secondo un recente sondaggio, ha letto “La rivolta di Atlante”, che ora vende centinaia di migliaia di copie ogni anno.

Ignorando l’ateismo evangelico di Rand, il movimento Tea Party l’ha adottata. Nessun loro raduno è completo senza cartelli con le scritte “Chi è John Galt?” e “Rand aveva ragione”.

Rand, afferma Weiss, fornisce quell’ideologia unificante che ha fornito un bersaglio ad una rabbia ed infelicità che non ce l’avevano. La filosofa è energicamente promossa dalle emittenti Glenn Beck, Rush Limbaugh e Rick Santelli. È lo spirito guida dei repubblicani al Congresso.

[…].

Non è difficile capire perché Rand piaccia ai miliardari. Offre loro qualcosa che è fondamentale per ogni movimento politico di successo: un senso di vittimismo. Dice loro che sono vampirizzati dai poveri ingrati ed oppressi da governi invadenti.

E invece più difficile capire che cosa ci guadagnino i militanti ordinari del Tea Party, che avrebbero molto da perdere se lo stato si ritraesse. Ma tale è il grado di disinformazione che satura questo movimento e così diffusa, negli Stati Uniti, è la sindrome di Willy Loman (il divario tra realtà e aspettative) che milioni, allegramente, si offrono volontari per fungere da zerbini ai miliardari. Mi chiedo quanti avrebbero continuato a venerare Ayn Rand se avessero saputo che, in età più avanzata, si iscrisse ai programmi di sanità e previdenza pubblica. Si era scagliata furiosamente contro entrambe, in quanto rappresentavano tutto quello che disprezzava dello stato invadente, ma il suo sistema di credenze non poteva competere con la realtà del’invecchiamento e della salute cagionevole.

[…].

Impregnata della sua filosofia, la nuova destra su entrambi i lati dell’Atlantico continua a chiedere il rimpicciolimento dello Stato, anche se i resti del naufragio di quella politica ci circondano. I poveri sprofondano, gli ultra-ricchi prosperano. Ayn Rand approverebbe”.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/mar/05/new-right-ayn-rand-marx

Ne consegue che l’anarchismo di destra è un concentrato di tutti i vizi umani, che però esalta come magnifiche virtù (cf. Bernard de Mandeville, “La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù”):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/18/la-vera-banalita-del-male-ovvero-perche-le-cose-non-stanno-andando-come-dovrebbero/

Non c’è altro da dire. I rest my case.

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