L’egoista

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Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri…la vita vive sempre a spese di un’altra vita – chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l’onestà.
Nietzsche, “Volontà di Potenza”, 369.

L’essenziale di una buona e sana aristocrazia è che essa…accolga con tranquilla coscienza il sacrificio di innumerevoli esseri umani che per amor suo devono essere spinti in basso e diminuiti fino a diventare uomini incompleti, schiavi, strumenti.
Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, 176.

Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico.
Martin Bormann, Memorandum, 1942.

La forza e la volontà di infiggere grandi sofferenze. Essere capace di soffrire è l’ultima cosa: anche le donne deboli e gli schiavi possono raggiungere l’eccellenza in questo campo. Ma non morire per il disagio interiore e l’insicurezza quando si infligge una grande sofferenza e si ascoltano le grida di dolore – questo è grande, questa è la vera grandezza.
Nietzsche, “La Gaia Scienza”.

La maggior parte di voi sa cosa significa un mucchio di 100 cadaveri, di 500, di mille cadaveri. Aver sopportato tutto ciò e, eccezion fatta per umane debolezze, essere rimasti persone decenti, è ciò che ci ha reso duri. Questa è una pagina gloriosa della nostra società che non è mai stata scritta né mai lo sarà.
Heinrich Himmler, Poznan, 4 ottobre 1943.

In malora il Terzo Mondo: è solo una zavorra.

In malora i PIIGS: vivono al di sopra delle loro possibilità.

In malora i tedeschi dell’est: non possiamo essere noi bavaresi a mantenerli tutti.

In malora gli italiani: non possiamo essere noi lombardi a mantenerli tutti.

In malora i parassiti del welfare: senza di loro ci sarebbero più risorse.

In malora gli immigrati: senza di loro il welfare funzionerebbe.

In malora chi vive nei quartieri poveri: la città è più brutta ed insicura per colpa loro.

In malora mio figlio: è solo un costo.

In malora mia moglie: spende più di quello che guadagna.

In malora la mia mano sinistra: è decisamente meno efficiente della destra.

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Il simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda. Medusa è il suo volto mitico più minaccioso, il volto dell’alienazione psicotica. Medusa interrompe il flusso dell’energia vitale, pietrifica ed uccide la vita nel suo accumularla egoistico e disperato.

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Carlo Emilio Gadda (“L’egoista”, 1953) descrive l’egoista come un ego che si considera autarchicamente indipendente da tutto il resto, per nulla in “simbiosi con l’universo”, quando invece “ognuno di noi è il no di infiniti sì, è il sì di infiniti no” e “se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me”. L’egoismo tirannico spadroneggia ovunque ed estingue la coscienza morale e lo spirito civico, per poi estinguere gli egoisti più estremi: “autostritolatosi nella sua pressione centripeta, nella sua propria ipergravità. La sua disumana forza-centripeta, la disumana coesione del suo io inutilmente io, lo hanno polverizzato, annichilato”.
Per Gadda, c’è un nesso evidente tra egoismo e consumo del prossimo:

L’egoismo è riferibile a un prepotere dell’io fàgico; sì, fàgico, da faghèin che significa manducare, manicare, mangiare: sgranare, come dicono a Firenze. L’egoismo interessa la nostra peristalsi, il nostro io gastro-enterico: discende dalla smania priméva di appropriarci il vitto, la maggior quantità possibile di cibo. è un impulso istintivo, non riflesso: è la liberazione dalla paura atavica, primordiale, belluina, di rimanere senza cibo: è la reviviscente fame dei millenni, ove il trasporto e la distribuzione del grano e delle cibarie non si operava, indi si operava a fatica, e le lunghe notti invernali e il coltrone diacciato delle nevi bloccavano sentieri e tratturi, e cadeva, il mulo, sulla neve, sotto la sferza del vento rovaio. […]. L’egoismo di discendenza fàgica, il duro senso del possesso, lo spietato esercizio del proprio tornaconto, la liruccia disputata alla serva, la schioppettata nella gobba del prossimo per una falciata di fieno; o viceversa quell’amore dei propri comodacci di che l’egoista non si smuove d’un millimetro nemmeno a veder crepare la su’ nonna, è condizione morale, è stato biopsichico oggigiorno così consueto e diffuso, da neppure doverci spendere parola.

L’egoismo dell’istinto di autoconservazione, il desiderio di ego di perseverare nella sua esistenza fisica, di non essere un semplice epifenomeno, di affermare la propria pienezza e permanenza, è anche quello di possedere, controllare, sfruttare chi è più debole. Nella psicologica junghiana il supremo egoista è associato al simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda, un emblema dell’individualismo possessivo e parassitario: una forma di vita attaccata alla terra, di sangue freddo e spesso velenosa, imprigionata nel proprio ciclo di morte e rinascita. L’archetipo dell’uroboro è il cerchio dell’eterna immutabilità, simbolo della stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione, della ricerca ossessiva della sicurezza e del controllo sul prossimo, il dominio sul proprio universo, non della maturazione.

Nella letteratura, un esempio particolarmente calzante è il personaggio del contadino Mazzarò nella novella di Giovanni Verga intitolata “La roba”. Nella filosofia, la più pura incarnazione è quella del superuomo nietzscheano, specchio del senso di inadeguatezza di Nietzsche, che lo cela dietro la sua autocelebrazione: “Perché sono una fatalità?”, “Perché sono tanto saggio”, “Perché sono tanto accorto”, “Perché scrivo così buoni libri”, “Io non sono un uomo, sono dinamite”, “Io sono per natura battagliero”. Nietzsche è “Dioniso”, è “l’Anticristo” è “il più grande filosofo della storia”, è una persona sofferente, sconfitta dalla vita che cerca un riscatto nelle sue fantasie e merita il nostro rispetto, perché è successo a molti di noi.

È questo il Male? Io credo di sì. Bene e Male sono concetti vaghi, largamente interpretabili. Egoismo ed altruismo sono concetti più facilmente circoscrivibili. Compie il male chi, da adulto, si comporta come un bimbo capriccioso, arrogante ed egoista. Chi, invece, ama se stesso attraverso l’amore per il prossimo, l’altruismo, la sollecitudine, la premura, la solidarietà, l’umiltà, l’accettazione della mutua interdipendenza, riconosce pari dignità all’altro, per quanto diverso. Per queste persone la coscienza è un’attività integrativa di interrelazione ed interdipendenza, perché nel prossimo si vede se stesso e proprio per questo lo si assiste, nel rispetto della sua diversità. Questa, a mio avviso, è la migliore approssimazione al Bene che sia concessa agli esseri umani ed è, non a caso, lo spirito della democrazia come è stata interpretata in Europa, in senso liberal-socialista, prima dell’idolatria dell’avidità neoliberista.

Credo che, in questo particolare momento della storia, segnato da un incrudelimento delle tendenze rapaci e cannibalistiche, particolarmente nelle persone più inclini a questo tipo di vulnerabilità, quello di cui le persone hanno bisogno più di ogni altra cosa è il riconoscimento dei loro meriti e della loro bontà, dello sforzo che fanno per restare umani in un mondo disumanizzante. Ci vuole incoraggiamento, non uno sterile imperversare di condanne misantropiche, di auspici che l’umanità si estingua e lasci in pace il pianeta, di cacce alle streghe di turno, di sacrifici al capro espiatorio di turno. Servono parole di incoraggiamento, di sostegno al valore ed alla dignità delle persone, espressioni concrete e quotidiane del rispetto che meritano, anche se pensiamo che c’è chi possa meritare più di altri. Diversamente, il futuro sarà fin troppo conforme al passato.

La geopolitica dei miti etnici – l’assassinio dell’Unione Europea e l’avvento dell’Impero

Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno.

PROLUSIONE

Sean Gervasi, La NATO in Jugoslavia. Perché? Praga, 13-14 gennaio 1996

Sean Gervasi, già consulente economico nell’amministrazione Kennedy – rassegnò le sue dimissioni come segno di protesta per la disastrosa tentata invasione di Cuba nel 1961, docente alla London School of Economics ed all’Università di Parigi- Vincennes, Consulente del Comitato delle Nazioni Unite sull’Apartheid

Nella visione tedesca, l’Europa in futuro sarà organizzata in cerchi concentrici intorno a un centro costituito dalla Germania [Europa a due o più velocità, NdR]. Il centro sarà la regione più sviluppata da tutti i punti di vista: sarà la più avanzata tecnologicamente e la più ricca; avrà i livelli salariali più alti e i redditi pro capite maggiori; si dedicherà esclusivamente alle attività economiche più profittevoli, quelle che la pongono in posizione di comando del sistema. La Germania si occuperà perciò di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attività insomma di programmazione e coordinamento dell’economia delle altre regioni.

Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi più bassi. L’anello immediatamente adiacente la Germania dovrebbe essere caratterizzato da molteplici attività produttive e di servizio ad elevato profitto e comprenderebbe parte della Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, l’Olanda e l’Italia settentrionale. Il livello generale del reddito vi sarebbe alto, ma inferiore a quello tedesco. L’anello successivo comprenderebbe le parti più povera e dell’Europa occidentale e parti dell’Europa orientale, con alcune produzioni, assemblaggio, produzioni alimentari. I livelli stipendiali e salariali vi sarebbero considerevolmente più bassi che al centro.

Inutile dire che in questo schema la maggior parte delle regioni dell’Europa orientale apparterrebbero a un anello periferico. L’Europa orientale sarebbe tributaria del centro. Produrrebbe alcuni generi di merci, ma non primariamente per il proprio consumo. Una parte considerevole della produzione, con el materie prime e anche i generi alimentari, verrebbe destinata all’estero. Anche l’industria pagherebbe inoltre stipendi e salari bassi e il livello generale di stipendi e salari, e dunque dei redditi, sarebbe più basso che in passato.

Insomma, nel nuovo sistema integrato la maggior parte dell’Europa orientale sarà più povera di quanto non sarebbe stata se i paesi dell’Europa orientale avessero potuto decidere autonomamente quale tipo di sviluppo perseguire. Il solo sviluppo perseguibile in società esposte alla potente penetrazione del capitale estero e bloccate dalle regole del Fondo Monetario Internazionale è lo sviluppo dipendente.

Ciò vale anche per la Russia e gli altri paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. Anch’essi diverrebbero tributari del centro e la Russia non avrebbe nessuna possibilità di perseguire una via di sviluppo indipendente. In Russia rimarranno beninteso alcune produzioni industriali, ma senza la minima possibilità di uno sviluppo industriale equilibrato, perché le priorità dello sviluppo saranno dettate sempre più dall’esterno. Le società occidentali, come dimostrano i dati sugli investimenti esteri, non hanno nessun interesse a promuovere lo sviluppo industriale della Russia.

La Germania dunque, coll’appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l’economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attività subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l’esportazione verso il nucleo e i mercati d’oltremare. L’Europa del futuro, se la si paragona all’Europa, tanto occidentale che orientale, degli anni ’80, dovrà essere ristrutturata da cima a fondo, con livelli di sviluppo sempre più bassi via via che ci si allontana dal centro tedesco.

Gran parte dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica è dunque destinata a rimanere un’area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica”.

Questa è una lettura più realistica di quella di Giorgo Gattei, storico del pensiero economico all’Università di Bologna, che vede Germania e USA contrapposti (pur essendo parte della NATO):
https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/23/la-guerra-in-corso-tra-germania-e-usa-uninterpretazione-della-crisi-gattei-di-unibo/

Qui alcune conferme esterne alla lettura di Gervasi

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/si-puo-evitare-una-terza-guerra-civile.html

http://www.vanderbiltuniversitypress.com/books/333/first-do-no-harm

PREMESSA

La seguente interpretazione (che risale alla fine degli anni Novanta ma è utile a capire le dinamiche in corso) a mio avviso sconta il limite di non tenere nel giusto conto la necessità di precisare che, se questi scenari fossero anche solo in parte reali, contrastarli sarebbe prima di tutto nell’interesse della popolazione tedesca, che rischia seriamente di essere pugnalata alle spalle una terza volta da UNA PARTE della sua élite. Se si tralascia questo nodo cruciale, si finisce per scadere nella più vieta teutonofobia del popolo tedesco congenitamente afflitto da pulsioni espansionistiche ed egemoniche. Nell’ultima guerra sono morti più tedeschi che ebrei, perciò è importante aiutare i tedeschi a sabotare qualunque progetto di questo genere, per il loro e per il nostro bene. Lo stesso discorso si applica ai sudtirolesi che, abbagliati da certa retorica etnopopulista separatista, rischiano a loro volta, come ai tempi di Andreas Hofer, di diventare carne da cannone per finalità che neppure intravedono. Il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” è nato con quello spirito, con buona pace delle miopie di alcuni critici e della malafede di altri. Sarà, come sempre, la storia a stabilire chi sia stato dalla parte della maturazione civile, morale e spirituale delle persone e chi, più o meno consapevolmente, l’abbia ostacolata.

Articoli precedenti sul tema dell’etnofederalismo e della geopolitica delle identità.

Articoli precedenti sulla questione dell’Europa a due velocità, o a cerchi concentrici, il cavallo di battaglia di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze della Germania e vero regista della deliberata malagestione della crisi dell’eurozona, nonché politico implicato in uno scandalo per un grosso finanziamento al partito da da parte di un industriale degli armamenti (di cui peraltro la sua pagina italiana di wikipedia non fa menzione).

TESTO

“In questi anni c’è stata una grave difficoltà nella comprensione della guerra nella vicina Jugoslavia [qui una mia rivisitazione di alcuni miti riguardanti quella guerra e qui sul Kosovo]. A sinistra si è spesso tralasciata l’analisi critica dei rapporti economici, per sostituirla con tematiche identitarie o con improbabili intellettualismi. Questa vicenda (non ancora terminata) ha dimostrato come la sinistra ed il pensiero democratico possano sfasciarsi completamente di fronte alla “questione nazionale”.

Appassionarsi ai “piccoli popoli oppressi” prescindendo completamente dai rapporti di classe, ad esempio la lotta tra le varie borghesie nazionali e quella detentrice del capitale monopolistico transnazionale, prescindendo dai cambiamenti macroeconomici, dalla storia, oppure richiamandosi ad episodi antichi o marginali a scapito di quelli attuali e significativi, spesso con lo scopo di inventare “radici di plastica” e motivi di identificazione per realtà “etniche” pompate artificialmente: si e’ visto che tutto questo non può che causare la completa deriva della teoria e della prassi.

[…]
Facciamo un esempio concreto: la “Gesellschaft für Bedrohte Völker” (GfBV, in Italia “Associazione per i Popoli Minacciati” – APM) è una “transnazionale” con centro in Germania, che si occupa della salvaguardia delle minoranze. Apparentemente si tratta di una organizzazione di sinistra. Dal suo sito WEB apprendiamo che essa ha una sezione in Bosnia, e che lavora con particolare zelo sui problemi del Kosovo e del Sangiaccato. La sezione sudtirolese, ad esempio – che è ovviamente distinta da quella italiana – ha gestito per anni la “cattedra di Germanistica” della “università parallela” di Pristina.
Non solo: essa si interessa anche ai popoli dei dintorni del Caucaso, compresi ceceni, tartari della Crimea, ed altri che a noi restano ancora pressoché sconosciuti, ma di cui gli storici specialisti conoscono l’appoggio fornito durante la II G. M. al progetto nazista di “Nuovo Ordine Europeo”.
Dulcis in fundo la GfBV è molto preoccupata per la maniera in cui vengono accolti in Germania gli “Aussiedler”, cioè gli appartenenti alle minoranze germaniche dell’Europa centro-orientale, e chiede che il governo faccia di più per la loro salvaguardia nei rispettivi paesi – che fino a 5-6 anni fa erano l’URSS, la Jugoslavia, eccetera, ed oggi sono insignificanti fantocci dell’imperialismo come Ucraina o Repubblica Ceca… D’altronde Tilman Zülch, fondatore e Presidente della GfBV, “è nato il 2 settembre 1939 a Deutsch-Libau (Sudeti)”, come è scritto nella sua biografia WEB: i Sudeti sono i territori
occidentali della Cecoslovacchia, al centro allora come oggi della disputa tra tedeschi e cechi. Il cerchio dunque si chiude.
In Italia il Comitato dei Garanti della APM annovera al suo interno il noto medievalista Franco Cardini, dichiaratamente di destra, ed un tale Sergio Salvi che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “L’Italia non esiste” (Camunia, Firenze 1996), nel quale viene dunque superata la celebre affermazione di Metternich (“L’Italia è soltanto un’espressione geografica”). L’APM ha rapporti con le riviste della “nuova” destra comunitarista-internazionalista (es. “Frontiere”) e, guarda caso, con i croati attraverso Sandro Damiani, giornalista fiumano, che gestisce la “Associazione Culturale Italia-Croazia”. La APM sottoscrive proclami per la “autodeterminazione del Kosovo” insieme a gruppi nonviolenti cattolici trovando spazio su pubblicazioni come “Il Manifesto” e “AlternativeEuropa”… Perché?
In effetti è almeno dagli anni ’80 che si è affermata una corrente di “antiimperialismo ingenuo”, a cavallo tra destra e sinistra. Inizialmente il discorso legava con la critica al socialismo reale (es: Afghanistan), oggi però gli “imperialismi” da scardinare sono un po’ tutti gli Stati che si vogliono prendere di mira.

Con la richiesta di una “Europa delle regioni” da parte di settori che con la sinistra non hanno mai avuto niente a che spartire è divenuto infine chiaro che la colorazione libertaria-ecologica-sociale di questi movimenti serve talvolta solamente come facciata. Tra danze bretoni ed amuleti celtici l’effettivo essere sociale degli individui si svilisce in comunità di stampo folkloristico: “Noi non vogliamo un’Europa d’un grigiore indistinto, ma bensì come un insieme di specificità nazionali e regionali” (Helmut Kohl):  si intende la parcellizzazione in frammenti territoriali al di sopra dei quali si erga il dominio unificatore del più forte.

UN PO’ DI STORIA

Sul numero 2/1995 del mensile marxista tedesco KONKRET appariva il primo di una serie di contributi di Walter von Goldenbach e Hans-Ruediger Minow, autori del libro “Deutschtum erwache!” (“Germanita’, sveglia! Spaccati di pangermanesimo visti dall’interno” – Dietz, Berlino). L’articolo, dal titolo “Saluti da Grosny”, esordiva nella seguente maniera:

«Al novero delle organizzazioni statali mascherate che fanno la politica estera tedesca pare appartenere una associazione particolarmente raffinata: La Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei>> [FUEV, vedi riquadro dopo la bibliografia]. La sua costituzione negli anni Venti avvenne ad opera di personaggi a cavallo tra ambienti governativi, fondazioni, mondo accademico e associazioni di tutela dei “tedeschi orientali”, le popolazioni di origine germanica stanziate nell’Europa Orientale, fino al Volga ed oltre. Secondo l’allora ministro degli Esteri Stresemann le necessità vitali della Germania erano “in contraddizione flagrante con la oggi ancora dominante tendenza (…) allo sviluppo degli Stati nazionali”:  << “Non esiste altra via d’uscita se non la rottura con le residue concezioni di Stato e di popolo“, affermarono gli emissari di Stresemann.  L’idea nata con le rivoluzioni americana e francese dello Stato nazionale sovrano, osservante i diritti umani, con i cittadini più diversi, apparterrebbe al passato (…) Il “popolo” [nel senso della nazionalità] sarebbe di valore più alto dello “Stato”: quello bretone, fiammingo o croato, il cui “diritto di natura” dovrebbe evertere lo Stato nazionale… ». Non è una idea originale: già su “Nazione e Stato – giornale tedesco per il problema delle minoranze in Europa”, nazionalsocialisti bellicosi sviluppavano la teoria del “Volk” che si erge al di sopra dello Stato. “Il Volk”, si leggeva nel 1932, “è una unità di sangue e di cultura”. Il “concetto di nazione [nel senso dello Stato nazionale moderno] è una conseguenza necessaria del mondo concettuale della democrazia, della conta meccanica nella moltitudine degli uguali, dell’individualismo e della rinunzia alla suddivisione dell’umanità per razza e per etnia. Tutto questo fa il servizio dell’ebraismo, che vuole uguaglianza dei diritti, sfruttamento e dominio“… >>
Nel 1936 il “Congresso delle Nazionalità” di Ginevra, riunione annuale della FUEV e di altre organizzazioni affini, si pronunciò per una “suddivisione” dell’Europa: “Il riconoscimento di una soggettività del “Volk” come base fondante dello sviluppo europeo non significa altro che tracciare i contorni di una nuova Europa”. Il serissimo relatore era uomo di fiducia dei servizi segreti nazionalsocialisti, impegnato proprio in quell’epoca contro lo Stato cecoslovacco. Mentre Adolf Hitler pianificava la creazione di uno “Stato” bretone, laddove la Borgogna sarebbe stata annessa al “Reich”, i “Congressi delle Nazionalità Europee” venivano sospesi: la trappola della politica estera tedesca si chiudeva di scatto.

L’idea di fondo però veniva portata avanti dall’apparato nazionalsocialista impegnato nella guerra di aggressione: in un documento riservato del 15/5/1940 il capo delle SS Himmler esprimeva la convinzione che “nel trattamento delle etnie straniere dell’Oriente dobbiamo vedere di riconoscere e di badare quanto più possibile alle singole popolazioni, vale a dire oltre ai Polacchi e gli Ebrei gli Ucraini, i Russi Bianchi, i Gorali, i Lemchi ed i Casciubi. Ed ovunque si trovino pure solo frammenti etnici, ebbene anche a quelli. Con questo voglio dire che noi non solo abbiamo il più grande interesse acché le popolazioni dell’Oriente non siano unite, ma che al contrario siano suddivise nel numero maggiore possibile di parti e di frammenti. Ma anche all’interno delle stesse popolazioni non abbiamo alcun interesse a portarle all’unità ed alla grandezza, a trasmettere loro forse pian piano una coscienza nazionale ed una cultura nazionale, bensì piuttosto a scioglierle in innumerevoli piccoli frammenti e particelle…” (1)

Già nell’introduzione di una “proposta di convenzione” che la FUEV fa oggi alle competenti istituzioni internazionali, si riconosce che “il Nuovo Ordine Europeo” si sarebbe realizzato già “dal 1990”, cosicché “la protezione dei gruppi etnici” ed una “regolamentazione valida in generale per le questioni relative alle etnie” mostrano di essere “una necessità imprescindibile”. Secondo la FUEV, nel novero delle “minoranze” e delle “nazionalità”  si può rientrare in base ad una “decisione soggettiva”, “liberamente riconoscendosi” in quanto “gruppo etnico”, riconoscimento che non può “essere contestato né tantomeno sottoposto a prova dimostrativa”… Sembra scritto apposta per la “nazione padana”!  Il vertice di tali concezioni è tuttavia il “diritto a contatti indisturbati”. In base a tale “diritto” formulato dalla FUEV, ai territori in parte già separati ed autogestiti bisogna lasciare espressamente la possibilità di curare “contatti in maniera indisturbata con organi statali o altri organi pubblici di altri Stati, soprattutto con quelli degli Stati co-nazionali” cioè rappresentanti lo stesso “Volk”, come la Germania per il Sudtirolo, ad esempio, o l’Albania per il Kosovo.
La FUEV «ha finanziato nel 1994 una conferenza internazionale che ha avuto luogo in Ungheria, ed è servita come estensione verso gli ambiti territori dell’Est delle fantasie di egemonia pangermanica: per la FUEV il 1994 è stato l’anno dell'”impegno per le minoranze in tutta Europa fino al Caucaso”. Secondo un comunicato stampa della FUEV (…) l’Europa si scompone in sei “regioni”, dove le “comunità di popolo” possono aspirare ad autonomia territoriale. La lista può anche essere letta come istruzioni per la dissezione degli Stati confinanti con la Germania. Nello spazio “NORD” i “tedeschi dello
Schleswig settentrionale” sono posti contro la Danimarca, i “frisoni” contro l’Olanda così come i “sami” ed i “finlandesi di Svezia” contro Stoccolma. Nello spazio “OVEST” la FUEV incoraggia tra l’altro le rivendicazioni territoriali dei “bretoni” e degli “alsaziano-loreni” contro Parigi, dei “tedeschi del Belgio” e dei “fiamminghi” contro Bruxelles così come dei “gallesi” e “cornovallesi” contro Londra. Nello spazio “SUD” contro Roma emergono i “sudtirolesi retoromanzi”, gli “aostani” ed i “ladini”. La sezione “CENTRO” è dominata dalle tendenze autonomiste che, a detta della FUEV, animerebbero i
“tedeschi nella Polonia settentrionale”, i “tedeschi dell’alta Slesia”, i “tedeschi sudeti in Cechia” ed anche i “tedeschi della Slovacchia”.
Infine, il ginepraio etnico si infittisce nelle zone “SUDEST” ed “EST”. “Ungheresi in Romania” e “rumeni in Ungheria”, “sassoni di Siebenbuerger”, “svevi del Banato” [tra Ungheria, Romania e Jugoslavia], “tedeschi, italiani ed ungheresi in Slovenia”, “tedeschi in Georgia”, “tedeschi nel Kazachistan”, “tedeschi in Kirghisia”, così come i tartari di Crimea, già varie volte arruolati dal Comando militare tedesco, tutti questi aspirano al “diritto di natura” dei “gruppi etnici”. >> Silenziosamente e sotto la copertura di alti rappresentanti dello Stato, tra i quali il Primo Ministro dello Schleswig-Holstein ed il Presidente del Parlamento del Land del Brandeburgo, ma anche come consulente per il Consiglio d’Europa, la CSCE, l’ONU ed il Parlamento Europeo la FUEV lavora alacremente alla costruzione del “Nuovo Ordine Europeo”…

L’ESTREMA DESTRA EUROREGIONALISTA

Bisogna a questo punto sottolineare la convergenza esistente tra codesti difensori delle minoranze d’ogni nazionalità ed organizzazioni di ispirazione direttamente pangermanica e per la tutela degli “Aussiedler”. Il problema degli “Aussiedler” viene sollevato costantemente in Germania sin dagli anni della annessione della Germania Est da parte della Repubblica Federale, come motivo di propaganda interna ma anche di pressione verso molti paesi. Quando alla fine del 1997 scoppiò un grosso scandalo internazionale in seguito alla conferenza tenuta alla Scuola Ufficiali di Amburgo dal leader neonazista Roeder, una cosa che rimase pressoché sconosciuta fu l’argomento trattato da questo personaggio nella sua “lezione”:  ebbene si trattava di come accrescere l’influenza tedesca nella zona di Kaliningrad – ovvero la Koenisberg capitale di quella che era la “Prussia Orientale”, tra Polonia e Lituania, oggi ancora territorio russo – attraverso la immigrazione massiccia di “tedeschi del Volga” in quell’area [se teniamo presente che si tratta di un’enclave russa di importanza strategica si può capire la follia di una tale proposta, NdR].
Tra le organizzazioni per gli “Aussiedler” sono note il “Verein fuer das Deutschtum im Ausland” (VDA, ovvero Associazione per la Germanità all’Estero) ed il “Verband der deutschen Volksgruppen in Europa” (Lega dei gruppi etnici tedeschi in Europa). La prima delle due è oggi assai attiva, e come la FUEV gode di autorevoli appoggi:  « Non diversamente dai suoi predecessori, [la FUEV] è legata al Ministero degli Esteri, a quello degli Interni ed alla Cancelleria Federale attraverso la VDA, agenzia sovversiva dalla storia secolare al servizio dello Stato tedesco. Il legame è assicurato dal membro del Consiglio Amministrativo [CA] della VDA Karl Mitterdorfer [ex-senatore della “italiana” Südtiroler Volkspartei – SVP], presidente per anni della FUEV (…) avente contatti di lavoro con rappresentanti dell’estremismo di destra e del razzismo europei. Questa cooperazione della FUEV avviene all’ombra di membri del CA della VDA del calibro di Hans Klein (Vicepresidente del Bundestag tedesco) ed Eberhard Diepgen (sindaco di Berlino in carica)». Il VDA all’inizio degli anni Novanta era presieduto da Hartmut Koschyk, pochi mesi prima della “riunificazione tedesca” autore, presso la ultrareazionaria casa editrice MUT (“Coraggio”), di un libro dal significativo titolo “Tutta la Germania deve essere unita”. Costui, esule dell’Alta Slesia (Polonia), afferma nel libro che “la fissazione dell’Oder-Neisse quale linea del confine tedesco-polacco non può essere considerata una soluzione valida per il futuro dei rapporti tedesco-polacchi”. Negli anni successivi Koschyk si fa personalmente promotore di iniziative di sostegno ai “Circoli per l’Amicizia con la Germania” nella Polonia occidentale, mettendo a disposizione dozzine di antenne satellitari e fotocopiatrici.

Ricordiamo che la “riunificazione” è stata possibile grazie ad una serie di accordi e trattati, tra i quali quello sui confini tedesco-polacchi del 14/11/1990 che in questi ambienti è ancora considerato vergognoso ma che ha rappresentato una necessaria concessione alla “Realpolitik” da parte di Kohl.
È da questi ambienti federalisti e pangermanici insieme che è nata una idea-guida della odierna Unione Europea, quella delle “Euroregioni“. Nel 1988 l’Intereg [vedi riquadro] crea il progetto di “Regio Egrensis”, a cavallo tra Baviera e Cecoslovacchia, che interessa quindi proprio i Sudeti. È sempre da questo istituto che emerge l’idea della Euroregione Tirolo, comprendente Alto Adige e Tirolo austriaco [il Trentino dev’essere escluso perché il gruppo etnolinguistico tedesco deve essere chiaramente dominante – per questo ogni sforzo del Tirolo e del Trentino di creare un’euregio che comprenda anche il Trentino sono visti come il fumo negli occhi, NdR].
[…]

Infine, nel dicembre 1996, con il sostegno del Ministero dell’Interno della Germania nasce l'”Europaeisches Zentrum fuer Minderheitenfragen” (EZM ovvero: Centro europeo per le questioni delle minoranze).

Su KONKRET 3/1997 Goldenbach e Minow precisano: «Nel grande mercato sotto dominio tedesco di nome “Europa” i confini statali nazionali disturbano. La loro distruzione è lo scopo della “etnopolitica” tedesca, che ora passa all’attacco con l’EZM (…). L’Ufficio Esteri [“Auswaertiges Amt”, AA] ed il Ministero degli Interni di Bonn [BMI] hanno impiegato cinque lunghi anni (…) ma ora ci siamo: da dicembre 1996 specialisti tedeschi lavorano affinché “si dia finalmente spazio ad una politica d’attacco sulle questioni dei gruppi etnici e delle minoranze, spazio che le è dovuto già da tempo”, nelle parole della Presidentessa del Landtag [il Parlamento del Land] Lianne Paulina-Muerl ad un Forum sulle minoranze del Landtag dello Schleswig-Holstein il 7 giugno 1991. Per i loro propositi in tema di minoranze hanno sistemato a Flensburg una scenografia europea, hanno incassato i contributi della UE ed hanno coinvolto nel nuovo “Centro per le questioni delle minoranze” anche gli ignari danesi. Che l’offensiva non riguardi quelli che in Germania sono socialmente svantaggiati, ossia i milioni di immigrati dalla Turchia o i lavoratori dal Vietnam e dall’Europa orientale, si capisce da sé. Si tratta delle minoranze e dei cosiddetti gruppi etnici ALL’ESTERNO della Repubblica Federale… Come spiegava il direttore dell’EZM Stefan Troebst a Flensburg, in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto (…) “il settore geografico di lavoro della nuova istituzione è l’Europa ed in certi casi anche i territori limitrofi come (…) il Mar Nero o il Caucaso”. Chi a causa di queste indicazioni ritenga che la politica tedesca sia alla ricerca di minoranze che possano aprirle la strada verso aree di intervento ricche di risorse, beh costui ha la vista corta: “Una particolare attenzione verrà prestata all’Europa orientale” concede l’esperto in tema di minoranze Troebst; “ma se ci ricordiamo dei titoloni dedicati in questi anni all’Irlanda del Nord, ai Paesi Baschi, alla Corsica e a Cipro è allora chiaro che pesanti conflitti etnici non covano solamente nella regione al di là della ex-cortina di ferro. Se si tratta dei diritti delle minoranze, bisogna aggiungere anche alcuni paesi occidentali (…)  Se, tanto per fare un esempio (…) gli occitani del sud della Francia propongono un programma nazionale, organizzano un movimento nazionale e rivendicano infine la creazione di un proprio Stato nazionale, e si mettono a lottare per ottenerlo, oppure no… queste sono domande difficili, in certi casi persino urgenti“…>> “Nessuna minoranza può essere lasciata in balia di un governo centralista repressivo” – dice ancora Troebst.  “A tal proposito, anche Stati sovrani devono contemplare l’intervento della comunità internazionale. In casi come quello del Kosovo (!) l’acuirsi delle tensioni tra gruppi etnici può essere evitato solo in questa maniera”. Secondo un calcolo ufficiale della FUEV, che è tra le componenti del consiglio amministrativo dell’EZM, in Europa 101.412.000 persone appartengono al potenziale delle “minoranze”, per un totale di 282 “gruppi etnici” in 36 Stati europei.… Questi numeri chiariscono che la politica estera tedesca non è solamente radicale, ma vuole anche andare fino in fondo. Ciò che ha avuto inizio con successo in Jugoslavia – la disgregazione “etnica” del continente in un grande mercato costituito da regioni marginalizzate – deve proseguire con gli albanesi del Kosovo (non a caso l’UCK è addestrato ed armato dai servizi segreti tedeschi), e forse anche con gli  “occitani”.
Sul numero 3/1997 di LIMES, a pagina 293, appariva un documento dal titolo “Dichiarazione per una carta Gentium et Regionum – Programma di
Brno”, portante in calce la firma di sette autori appartenenti alla GfBV, all’INTEREG, al Centre International de Formation Européenne, alla FUEV e all’Istituto di Ricerche sul Federalismo di Innsbruck. Nel documento si dice apertamente che :  «non è più possibile congelare le strutture attualmente dominanti e la sovranità nazionale come se esse fossero sacrosante… è sempre più necessario promuovere la diversità e l’autonomia delle piccole comunità vicine ai cittadini… è indispensabile per un nuovo ordine europeo [sic!] il superamento di vecchie concezioni relative al carattere illimitato della sovranità e del centralismo stato-nazionale, nel senso di un’unione europea da un lato e della maggiore autonomia possibile delle piccole comunità dall’altro… la cooperazione transfrontaliera regionale quale viene praticata in Europa (euro-regioni) costituisce un’innovazione che deve essere ulteriormente sviluppata… l’Europa può divenire un esempio per il resto del mondo se essa riesce a progredire dal modello di uno Stato nazionale più o meno centralistico verso un modello di diversità nell’unità fondato sul principio dei diritti dei gruppi etnici, dell’autonomia e dell’autodeterminazione…» Il documento prosegue declinando ad ogni pié sospinto ed in tutte le maniere l’aggettivo “etnico”, dichiarandosi a favore di “Stati regionali autonomi” che “dovranno essere istituiti anche là dove lo Stato centrale nel suo complesso non è organizzato in forma federale”, sentenziando infine: “le divisioni e le frontiere che non siano state fondate sull’autodeterminazione mascherano, dietro ad un federalismo di facciata, una dominazione straniera”, come a dire: non tutti i federalismi ci vanno bene – quello jugoslavo, ad esempio, a loro non piaceva.
Dunque i possibili effetti della strategia regionalista portata avanti dai tedeschi [alcune forze in seno alla classe dirigente tedesca ed austriaca, non certo tutte – altre forze, sempre austro-tedesche, le avversano, NdR] sono potenzialmente destabilizzanti per tutto il continente, e non solo per l’Europa dell’Est. La rivista italiana LIMES, che ha una collocazione politica apparentemente trasversale ma in effetti è portavoce degli ambienti militari che fanno la geopolitica italiana, pubblicava sul numero 4/1997 un’intervista a Pierre-Marie Gallois, ex-generale e fedelissimo di De Gaulle, dal titolo “Perché temo la Germania (e la televisione)”. Nella introduzione si parla dell’EZM, del suo recente battesimo a Flensburg e del suo Presidente, Stefan Troebst. Si dice tra l’altro:  «Poco dopo la presentazione del centro di Flensburg, un diplomatico ed un sociologo tedeschi, Walter Von Goldenbach e Hans-Rudiger Minow, scrivono il libro “Von Krieg zu Krieg” (Da guerra a guerra), sottotitolo: “La politica estera tedesca e il frazionamento etnico dell’Europa”. I due autori si recano a Parigi dal generale Pierre-Marie Gallois, uno dei maggiori esperti internazionali di geopolitica, e gli chiedono una prefazione. Presa visione della documentazione, Gallois li accontenta. Dopo l’uscita del libro, i due autori incominciano ad avere numerosi problemi, il sociologo Minow subisce anche un’aggressione fisica, al punto da desiderare di trasferirsi all’estero.>>

Nell’articolo, il generale Gallois sottolinea come proprio la diplomazia preventiva tedesca, auspicata da Stefan Troebst, ha fortemente contribuito allo smembramento della Jugoslavia. » Nell’intervista – che suggeriamo di leggere per intero – Gallois dice: « I tedeschi sono eccellenti cartografi. I popoli che non hanno confini naturali cercano sulle carte dove fissare le frontiere. Presumo che, come il Centro di Geopolitica di Haushofer – consigliere di Hitler ed anche di Stalin, nel 1937-’38 – vi siano, oggi, dei gruppi di studio tedeschi che lavorino nell’ombra per preparare un grande futuro alla Germania. Sanno di non poter più speculare sulla supremazia della letteratura o della lingua, per cui rimangono loro l’economia – il culto del marco – e la regionalizzazione… >> [sciovinismo francese che confonde invece di chiarire: c’è, com’è normale che sia, un conflitto di potere tra Francia e Germania intorno a chi avrà più peso all’interno dell’Europa che verrà. Questo conflitto si interseca con le tensioni tra Europa e Stati Uniti all’interno della NATO e con quelle tra neoliberismo della City di Londra e di Wall Street da un lato e politici anti-neoliberisti dall’altro, NdR].

EUROPA NEOLIBERISTA E DISGREGAZIONE DELLA CLASSE
Sarebbe tuttavia ingenuo e sciocco pensare che la strategia della regionalizzazione abbia la sua ragione ed origine esclusivamente in Germania.
Secondo una ricerca della Fiom piemontese (2), dopo l’unità monetaria l’operaio Fiat percepisce grossomodo, allo stato contrattuale vigente, 879 Euro, contro i 1458 del suo collega tedesco alla Volkswagen. Non va meglio anche il confronto con i francesi della Renault (1303 Euro) e con gli spagnoli della Ford (957 Euro). Infine gli inglesi: 1300 Euro.

“Prima di arrivare ad una parità salariale con i tedeschi e con i francesi avremmo da scioperare parecchi anni – commentava il segretario Giorgio Cremaschi – I salari italiani sono l’unica voce dell’economia nazionale già totalmente dentro i parametri di Maastricht. Dovrebbero prenderne visione la Confindustria e la Banca d’Italia”…  Se le tariffe sono cresciute vertiginosamente dappertutto in nome dell’adeguamento ai parametri di Maastricht, nel caso dei salari quali parametri sono da considerarsi “europei”? Lo studio della Fiom piemontese in effetti può essere visto da due punti di vista: da un lato sembra evidenziare un’ingiustizia palese; dall’altro indica chiaramente che gli accordi sul costo del lavoro in tutta Europa vanno perdendo completamente di significato con
l’unificazione. In effetti, cosa dovrebbe spingere la Confindustria italiana ad aumentare gli stipendi per “adeguarsi” agli standard tedeschi? Piuttosto, le statistiche Fiom potrebbero essere usate – poniamo – dal padronato tedesco per ammonire i lavoratori in lotta contro i tagli.  Ed infatti il padronato tedesco sottolinea proprio l’elevato costo del lavoro in Germania per chiederne la diminuzione, tacendo ovviamente sul fatto che ai salari più alti d’Europa corrisponde in Germania una altissima produttività del lavoro – gli imprenditori tedeschi in realtà possono permettersi tranquillamente corresponsioni “elevate”, tra l’altro utili a mantenere un elevato livello di consumi, visti i superprofitti derivanti dallo sfruttamento neocoloniale dei lavoratori e delle risorse dell’Est e del Sud. Contemporaneamente, la previdenza e tutte le forme di salario indiretto sono oggetto di un attacco violento. Quando i sindacati tedeschi alzano la voce vengono subito zittiti con l’accusa di essere “nazionalisti” (ed allora si fa riferimento al costo del lavoro all’estero o agli immigrati…) o “fuori dalla realtà” (la globalizzazione, il mercato, eccetera).
Si tratta di paradossi soltanto apparenti: se l’Europa è unita, ma i salari sono diversi, allora i contratti nazionali perdono veramente di senso. Dunque da una parte l’unificazione, dall’altra la regionalizzazione sono i “piedi di porco”  che il padronato usa per demolire i contratti nazionali di lavoro. Questa logica ovviamente non è una logica soltanto “tedesca”: ecco perché attorno alla unificazione europea ed al regionalismo si è creata una più vasta convergenza tra borghesie.

[…].
Il federalismo si prefigura sicuramente dal punto di vista fiscale come un alleggerimento per le tasche degli imprenditori, ma vedere solo questo aspetto è riduttivo: federalismo significa soprattutto deregulation e liberismo, ovvero gabbie salariali (retribuzione diversa per zone diverse) e fine dei contratti nazionali di lavoro. Ecco perché una riforma istituzionale in senso federalista, ovvero dell'”Europa delle regioni”, è ben vista anche dalle Confindustrie di tutti i paesi. Questa “Europa delle Regioni”, o delle minoranze, non è in contraddizione con l'”Europa delle grandi imprese”:  esse sono identiche.
Ecco dunque la soluzione del dilemma tra unificazione e frammentazione in Europa: si punta solo alla frammentazione della classe lavoratrice, alle divisioni (etniche-nazionali, categoriali) nel suo interno, e viceversa alla totale “libertà d’impresa” ed all’abbattimento dei confini per il mercato. I micronazionalismi sono solo un aspetto del violento attacco contro il proletariato nel suo insieme, un attacco riconoscibile anche nelle molteplici forme della precarizzazione [gergalità marxista che oscura il fatto che non è un attacco al proletariato che si sta verificando, ma la proletarizzazione della gran parte della popolazione, che tra l’altro spesso non ha neanche prole: la servitù per debiti è l’obiettivo, come negli USA, e qualunque proposta alternativa discesa dall’alto servirà solo a convogliare la rabbia verso finalità che convengono alle oligarchie, NdR].
In Europa determinate tendenze sono fortemente incoraggiate proprio dal capitale tedesco: la Germania è l’unica nazione in cui, come ha fatto notare qualcuno, l’europeismo coincide esattamente con il nazionalismo.

Si tratta in fondo della riproposizione di un leitmotiv storico. La struttura dell’Impero austroungarico era fortemente decentrata: Otto d’Asburgo dice esplicitamente che la nuova Europa assomiglierà a quella asburgica. In tempi non lontani Hitler costruiva l’Europa Nazione sotto l’egida della svastica, chiamandosi tra l’altro a difesa delle minoranze tedesche nell’Europa orientale, accolto a braccia aperte però anche dai croati, dagli ucraini, dai ceceni… Ma forse l’analogia più calzante è quella con l’Europa medioevale: la struttura contemporaneamente decentrata e centralizzata del Sacro Romano Impero, il riaffiorare di valori ultrareazionari e dell’oscurantismo religioso, la strutturazione di tipo feudale della politica e dell’economia [esattamente! Bando ai paralleli col nazismo: il progetto è molto più sofisticato e subdolo].
Ecco perché il processo di unificazione europea, pur in parte implicando l’abbattimento di confini tra Stati, è tutt’altro che un processo dal carattere progressista e liberatorio: peraltro è parziale e non del tutto reale. La frammentazione dell’Europa centroorientale – anche dei paesi che “un domani” dovrebbero entrare a far parte della UE – ha comportato negli ultimi anni una crescita smodata dei chilometri di nuovi confini e quindi un notevole aumento dei posti di frontiera da superare per spostarsi, oltreché la moltiplicazione degli Stati e dei relativi eserciti. In pratica si sta generando un sistema “a cerchi concentrici” [nucleo paracarolingio lo chiama Lucio Caracciolo: è l’Europa a due velocità] tale che il nocciolo germanico si unifica, si consolida ed usufruisce di manodopera e risorse a basso costo, le realtà immediatamente vicine si disgregano e perdono prerogative di sovranità, mentre tutto attorno si crea una serie di protettorati, Stati-fantoccio, Stati con governi fascisti e parafascisti in grado di ingabbiare le proprie classi lavoratrici, di ricattarle con il nazionalismo e di garantire la presenza economica e militare occidentale che mira a depredare le risorse umane e naturali di quei paesi.

LEGA NORD E MACROREGIONI

Non a caso dunque la Lega Nord può essere considerata la più europeista delle forze politiche italiane. Sul suo terreno si muove in realtà una costellazione di gruppi o associazioni di categoria come la LIFE (“Liberi Imprenditori Federalisti Europei”), divenuta celebre per l’appoggio prestato ai militanti del Veneto Serenissimo Governo durante il processo.

Proprio la vicenda dell’assalto al campanile offre una quantità di motivi su cui ragionare. In un articolo di Raffaele Crocco apparso su “Guerre&Pace” (n.41/1998) si dimostra come tutta quella storia fosse il risultato dell’intreccio di tre filoni: “quello del neofascismo e del neonazismo, quello del durissimo integralismo cattolico e quello del secessionismo, leghista e non.” Già all’inizio del 1995 erano state perquisite “le case di 27 militanti di organizzazioni
integraliste cattoliche, tutte a Verona. I gruppi hanno nomi espliciti quanto i loro programmi. Sono il “Comitato Principe Eugenio”, che prende il nome dal Savoia che nel XVI secolo difese Vienna assediata dai Turchi; il gruppo “Sacrum Imperium”, che chiede il ritorno all’Europa medievale precedente la Rivoluzione Francese; l’Associazione “Famiglia e Civiltà” e i Gruppi di Famiglie Cattoliche.” Crocco analizza questo terreno di coltura, all’interno del quale troviamo anche alcuni leghisti, notandone la impostazione ideologica: oltre alle tendenze razziste, tutti questi raggruppamenti “individuano in Napoleone Bonaparte il male dell’Europa e aspirano al ritorno allo stato di cose precedente la Rivoluzione di Francia”, che ha posto le basi per il crollo degli imperi e del potere temporale della Chiesa e per la formazione degli Stati nazionali borghesi nel continente. Infine, nel suo articolo Crocco fa un po’ di storia dell’autonomismo veneto ricordando i legami di questo con la CIA e gli ambienti ordinovisti: Franco Rocchetta, ad esempio, prima di essere per anni capo della Liga Veneta, poi leghista ed ora aderente al “Movimento Nord Est”  con Cacciari e (per un periodo) Luca Casarini, fu tra i partecipanti al “viaggio di studio” rautiano nella Grecia dei colonnelli. Che il Veneto sia da decenni laboratorio dell’eversione nera è cosa nota, ma l’articolo apparso su Guerre&Pace” getta lo sguardo su scenari tutto sommato inaspettati. Particolarmente importante è rendersi conto della fisionomia di questa destra, che non è nazionalista in senso tradizionale, bensì europeista, anzi “mitteleuropea” e legata alle mitologie medioevali a cui si richiamavano anche i nazisti.
Recentemente Francesco Cossiga, convinto europeista, ha sorpreso molti per avere “esternato” la sua simpatia nei confronti dei baschi durante una visita in Spagna; da tempo era però nota la sua passione per il Sudtirolo (Cossiga conosce benissimo il tedesco) e soprattutto per l’Irlanda. Inoltre, da Presidente della Repubblica Cossiga ha svolto un ruolo fondamentale di sostegno a Slovenia e Croazia (è amico personale di Tudjman). Anche la Lega ha contatti con gli ambienti governativi croati e sloveni: in particolare, è l’unica formazione politica del nostro paese ad inviare sue delegazioni ai congressi dell’HDZ. In Friuli-Venezia Giulia molti personaggi transitati per la Lega Nord, mischiati a gladiatori e radicali pannelliani, hanno animato la vita politica in regione con la creazione-distruzione di microraggruppamenti autonomisti al centro di strane manovre: difficile risulta infatti in quell’area la dialettica italiano-sloveno-friulano-giuliano-padana. Questo non ha però certo impedito le “relazioni pericolose” con le varie parti in conflitto nei Balcani, anzi. Nel 1992 Bossi ironizzava su un possibile golpe antileghista osservando quanto poco ci volesse a far arrivare “qualche camion di armi DALLA Slovenia o dalla Croazia”, ma nel 1994 ricordava invece “camion carichi di armi PER la Slovenia” transitati nel 1986-’87 nelle valli bergamasche. Messaggi cifrati? Fatto sta che alcuni parlano di traffici di armi gestiti da leghisti della provincia di Trieste forse anche per armare il movimento (3).
Altri contatti preoccupanti sono quelli che la Lega ha instaurato con la destra fascista austriaca di Jörg Haider, che ha sviluppato posizioni europeiste-regionaliste. Diverse sono le pubblicazioni austriache sul tema delle “etnie”, sulle quali trovano spazio teorici della “nuova destra” come Alain de Benoist e Pierre Krebs o storici revisionisti come David Irving.  Nel libro “L’Europa delle Regioni” (Graz 1993) un contributo di Umberto Bossi appare fianco a fianco a scritti di Guy Heraud e dello stesso Haider. I “Freiheitlichen” (Liberali) di Haider sono invitati ai congressi leghisti, e viceversa. L’europarlamentare leghista Luigi Moretti ha costruito tutta una serie di contatti “internazionalisti”  con fiamminghi e tedeschi del Belgio, frisoni olandesi, scozzesi, irlandesi, gallesi, l'”Unione di u Populu Corsu”, savoiardi, alsaziani, il “Parti occitain”, i bretoni, i baschi di “Eusko Askatasuna”, catalani, andalusi e galleghi.
La Lega, peraltro, non è l’unica realtà secessionista italiana. Oltre ai sudtirolesi, dei quali abbiamo già parlato, solo nel Nord Est ci sono alcuni altri “piccoli popoli”  vezzeggiati dalla “internazionale regionalista”. Sono le minoranze slovene, ladine e friulane che tra il ’43 ed il ’45 furono inglobate nella “Zona di Operazioni Litorale Adriatico”, sotto il comando di Rainer che ben seppe sfruttare la loro “alterità”  e la loro storia austro-ungarica: esse si trovano oggi tutte comprese nella Euroregione Alpe Adria. La creazione del “gruppo Adria” negli anni Settanta aveva apparentemente degli obbiettivi culturali, ovvero il risveglio della “Mitteleuropa” asburgica, riunendo austriaci, ungheresi, sloveni, croati, questi italiani del Nord e i bavaresi. Le secessioni croata e slovena hanno però dimostrato quanto ambiguo sia lo slogan della “Mitteleuropa”…

Oggi Alpe Adria cura alcune tra le principali iniziative culturali del Nord-Est, sostenuta in questo soprattutto dai sindaci di Venezia, Cacciari, e Trieste, Illy (l’imprenditore del caffè), che sono in prima fila nel “sinistro” schieramento “federalista soft”. Infatti esiste una versione “minimalista” del regionalismo, che salvaguardando una unità formale del paese – comunque priva di senso nel momento in cui l’Italia si “scioglie” in Europa – mira comodamente alla
disgregazione del tessuto di classe.
Nel 1992 la Fondazione Agnelli lanciò un grande programma di ricerca dal titolo: “Padania, una regione d’Italia in Europa”, i cui risultati furono pubblicati in un grosso volume (4). Il succo dei risultati della ricerca è che la dimensione ottimale per le nuove istituzioni da dare al nostro paese sarebbe quella delle “macroregioni”. Niente di nuovo: anche il Piano di Rinascita nazionale della Loggia massonica segreta P2 individuava nelle macroregioni le nuove unità politico-istituzionali con cui governare il paese. Ecco perché sul federalismo, a parte le sfumature, esiste un coro unanime, ed ecco perché quasi tutti i partiti si alternano in convergenze ed accordi tattici con la Lega. La nostra borghesia da una parte vede la possibile destabilizzazione che viene dalla strategia regionalista, ma giocando da “apprendista stregone” cerca comunque di sfruttarla fintantoché fa comodo. Questo è ovviamente possibile solo nella misura in cui si tagliano le gambe alle tendenze più eversive insite in quel movimento, secessioniste filotedesche, giungendo a continue soluzioni di compromesso con l’ultradestra europeista, un po’ come è successo con la moneta unica [tuttavia non è una scelta stupida, se ci si gioca bene la partita, come hanno fatto i francesi. Può invece essere suicida se la si gioca come ha fatto Israele, NdR]
Si tratta insomma di una partita assai rischiosa che si sta giocando, sempre sulla pelle dei lavoratori [devono cominciare a giocare anche loro, invece di farsi manovrare come pedine, magari rovesciando il tavolo su cui si gioca, NdR], i cui attori sono molteplici e che può alla fine risultare truccata: sulla scorta di quanto analizzato da Crocco, chi può infatti escludere che gli USA non stiano facendo anche il loro specifico gioco per destabilizzare questo o quel paese – se ad esempio l’Italia risultasse un fattore di disturbo nel contesto dei nuovi equilibri geopolitici, nei Balcani o all’Assemblea dell’ONU… – ovvero per destabilizzare il polo imperialista europeo nel suo insieme?
A completare questo quadro preoccupante manca solo qualcosa che dimostri un coinvolgimento diretto di personalità tedesche nel progetto eversivo per la spaccatura dell’Italia. Niente paura: sul numero 4/1997 di LIMES è apparsa una intervista a Saverio Vertone intitolata “L’oro dal Reno? Finanza tedesca e Lega Nord”, nella quale il senatore di Forza Italia sostiene che la Lega è finanziata da gruppi bavaresi ed altri legati ai passati fasti dell’Impero asburgico: egli cita la finanziaria Matuschka, di Monaco di Baviera, che avrebbe”aiutato” in precedenza sloveni e croati, e le famiglie del Nord-Est Stock e Strassoldo.

NOTE:

(1) Citato in: R. Opitz, “Europa-Strategien des deutschen Kapitals 1900-1945”, Colonia 1977 – da pag. 653.

(2) Cfr. Avvenimenti 1/1/1997.

(3) Cfr. A. Sema su LIMES 3/1996.

(4) Cfr. Marco Revelli su “Rifondazione” n.0, dic.1996.

PER APPROFONDIMENTI: Oltre alle fonti citate cfr. tutto il volume di LIMES 3/6 ed il libro di B. Luverà, “Oltre il confine” (Il Mulino, Bologna 1996).

RIQUADRO: LA FUEV

La “Federalistische Union Europaeischer Volksgruppen” [trad. Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei] ha sede a Flensburg, nello Schleswig, al confine con la Danimarca.

Apparentemente privata, questa organizzazione si occupa di minoranze quasi esclusivamente non tedesche diffuse sul continente, e rivendica i “diritti dei gruppi etnici” – sin dagli anni ’20 un beneamato strumento per lo smembramento degli Stati vicini alla Germania in unità territoriali separate. La FUEV nasce infatti nel marzo 1928 e viene “rifondata” a Versailles nel 1949. Noncurante degli eventi accaduti nel frattempo, che si pensava avessero seppellito il  “Nuovo Ordine Europeo” sotto alle macerie della II G. M., la FUEV rivendica l’eredità dei “Congressi Europei delle Nazionalità” (1925-1938), che oggi si tengono infatti regolarmente ogni due anni.  In un suo proprio documento la FUEV afferma di voler rappresentare “quasi 100 milioni di abitanti dell’Europa”. Con rispetto per la tradizione, la sede di Flensburg dell’organizzazione rievoca la rivista “Nazione e Stato” senza minimamente distanziarsi dai suoi contenuti. Al contrario: è proprio una casa editrice già implicata nella produzione di propaganda antisemita in nome dei “gruppi etnici” (Braumueller, di Vienna) a diffondere le “nuove” concezioni della FUEV. Mentre la casa editrice viennese di cui sopra risulterebbe iscritta nei libri-paga governativi, la “Fondazione Hermann-Niermann” di Duesseldorf, che ha finanziato un opuscolo di presentazione della FUEV, è legata a personaggi di estrema destra come Norbert Burger, condannato all’ergastolo in Italia per gli attentati commessi in Alto Adige.

La FUEV tuttavia è riconosciuta e collabora ufficialmente con le  Province di Trento e Bolzano. Ma non solo: essa gode dello status di consulente presso il Consiglio d’Europa e presso l’ONU, tanto che  nel  1996 ha per la prima volta partecipato ai lavori della Commissione ONU per i diritti umani.

La sua influenza arriva anche al Parlamento Europeo ed alla CSCE, cosicché qualcuno ha osservato che la sua importanza non le deriva tanto dall’effettiva rappresentanza dei gruppi etnici, in molti casi dubbia, quanto proprio dall’accesso privilegiato nelle istituzioni nazionali ed internazionali.
RIQUADRO: IL “PENTAGONO” ETNO-SECESSIONISTA
Insieme alla FUEV (vedi riquadro) ed al VDA (vedi testo) altri tre organismi costituiscono quello che su LIMES 3/1996 veniva definito il “pentagono” del federalismo etno-secessionista: si tratta del Movimento PANEUROPA, dell’INTEREG e del Bund der Vertriebenen (BdV).
PANEUROPA: movimento guidato da Otto d’Asburgo, figlio di Francesco Giuseppe d’Austria, eurodeputato per i cristianosociali della Baviera, resosi noto negli ultimi anni per le esplicite dichiarazioni di appoggio alle secessioni jugoslave. Il termine “Paneuropa” sta ad indicare qualcosa di simile alla Unione Europea che si sta oggi costruendo. Negli anni Venti il suo ideologo Coudenhove-Kalergi riteneva che “l’annessione dell’Austria e della Germania alla Paneuropa significa indirettamente l’annessione dell’Austria alla Germania nel quadro dell’Europa… Perciò la politica paneuropea è una politica nazionale in prospettiva… Per un tedesco nazionalista esistono solo due strade per far uscire il suo popolo dal vicolo cieco in cui si trova oggi: o la preparazione di una guerra di rivincita contro i suoi vicini per la creazione di uno spazio imperiale i cui confini corrispondano a quelli dello spazio linguistico tedesco – oppure viceversa la preparazione della Paneuropa, che assicura a tutti i tedeschi in Europa l’indipendenza nazionale e l’unità all’interno di una più grande federazione.” (citato su KONKRET 12/95).
INTEREG: Istituto internazionale per i diritti delle nazionalità ed il regionalismo. fondato nel 1977 in Baviera, ha sede a Monaco e gode del sostegno completo, anche finanziario, da parte della Centrale Bavarese per la Formazione Politica, che è un ente statale. Ha visto tra i suoi membri anche Otto d’Asburgo, Karl Mitterdorfer, vari professori universitari tedeschi ed austriaci nonché il francese Guy Heraud autore del libro “Les principes du federalisme et la Federation Europeenne” (1968), vero e proprio ideologo del federalismo integrale o “etnico”. Il nucleo fondativo consisteva comunque in un gruppo di “tedeschi dei Sudeti” federato al BdV. Si noti comunque che tra i più attivi membri c’è persino l’esperto di politica estera della SPD (socialdemocratici, oggi al governo) Peter Glotz, a sua volta tedesco dei Sudeti, secondo il quale nello scenario di fine secolo lo Stato nazionale “deve essere considerato superato e a livello culturale si deve tornare alle tribù, alle piccole unità linguistiche, etniche, paesaggistiche”. Insieme alla FUEV l’Intereg organizza i “Congressi” biennali e pubblica la rivista “Europa Ethnica”, che si richiama esplicitamente a “Nazione e Stato”, una rivista ideologica del nazionalsocialismo.
– BdV: Questa “Lega degli Esuli” e’ la potente federazione dei tedescofoni giunti in Germania Occidentale da tutta l’Europa dell’Est dopo la guerra. Ne fa parte anche Koschyk, del quale si parla nel testo. Si è recentemente distinta per la formulazione di una serie di progetti di euroregioni “tedesche” in Polonia (Slesia, Pomerania, Prussia Orientale) per cui ad esempio Stettino diventerà porto franco.

http://www.cnj.it/documentazione/europaquemada.htm

Perché non c’è pace? (Perché non c’è libertà?)

 

Questo grande male… da dove proviene? Come ha fatto a contaminare il mondo? Da che seme, da quale radice è cresciuto? Chi ci sta facendo questo? Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l’erba a crescere, il sole a splendere? Questo buio ha preso anche te? Sei passato per questa notte?

Terrence Malick, “La sottile linea rossa”

Il più grande messaggero di pace della storia, Gesù il Cristo, ammoniva: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma una spada” (Mt 10, 34; cf. 12, 51-53). Altrove, precisava: “Non sanno che sono venuto a portare il conflitto nel mondo: fuoco, ferro, guerra” (Tommaso, 16). Dichiarazioni piuttosto paradossali. Che cosa intendeva dire? Immagino fosse pienamente consapevole del fatto che il pensiero pacifista sarebbe stato ostacolato in ogni modo. Così è stato. I martiri della pace sono stati numerosi, i nemici della pace anche di più.

Realisticamente, poteva avere successo la satyāgraha gandhiana, se posta di fronte a gente come Martin Bormann – “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Memorandum, 1942) – e come Heinrich Himmler – “I più di voi sanno cosa significa trovarsi davanti a cento cadaveri, a cinquecento o a mille. Aver provveduto a tutto questo e, a parte le eccezioni costituite da alcuni episodi di umana debolezza, essere rimasti ugualmente corretti: ecco cosa ci ha resi duri” (discorso di Posen, 1943)? O avrebbe invece causato il sacrificio di altri milioni di persone disarmate?

Siamo come le pecore tra i lupi? Il colmo dell’ironia è scoprire che Hitler stesso lodava il pacifismo: “In verità, l’idea pacifista umanitaria va forse abbastanza bene una volta che l’uomo del più alto livello abbia conquistato ed assoggettato il mondo a tal punto da essere diventato il padrone assoluto di questo globo”. La pace totalitaria, l’annichilimento del dissenso e della diversità.

La vita del corpo e dell’anima non è una faccenda di pacifica contemplazione e quieta devozione. Spesso, dentro e fuori di noi, c’è un terribile caos, una lotta disarmante e crudele. Non è sempre facile affrontarla ed esiste il pericolo che il senso di impotenza che pervade la gente con forza sempre crescente ci porti a credere disfattisticamente che la guerra non possa essere evitata perché è il risultato di una mania di distruzione, propria della natura umana. Come vedremo, però, l’intensità degli impulsi distruttivi non significa che essi siano invincibili ed irrefrenabili. In fondo, se ci pensiamo bene, le democrazie entrano in conflitto quasi sempre proclamando che si tratta di una guerra difensiva. Generalmente gli esseri umani non sembrano contenti di assumere il ruolo di aggressori. Qualcosa vorrà pur dire. Ma allora perché continuiamo a farci prendere per i fondelli?

La mia ipotesi è che non ci sia niente di irrimediabilmente sbagliato nella natura umana e che il problema sia invece che noi tutti viviamo in oligarchie camuffate da democrazie liberali e laiche. La pace non ha alcuna chance in questo tipo di società, che non condanna apertamente l’egocentrismo, il narcisismo, il distacco emotivo, l’indifferenza, il nepotismo, l’egoismo, la meschinità, la volgarità, la superficialità, la manipolazione delle menti, la propaganda, l’arrivismo, l’anti-intellettualismo, ecc. Questi vizi primari e secondari sono tollerati ed in certi ambienti sono persino additati ad esempio, come segno di pragmatismo ed avvedutezza. Queste false democrazie, che ignorano lo spirito delle loro carte costituzionali, dei loro valori fondanti, sono terreno fertile per tutte le tragiche debolezze umane, dall’egotismo all’autoinganno, dalla propensione alla fallacia logica al bisogno di appartenenza e fusione, dalla dipendenza nei confronti delle figure autoritarie al manicheismo, al conformismo, all’orgogliosa ignoranza, alla percezione selettiva, all’inerzia ed all’isterilimento psichico e spirituale. Per questo continuano a farci fessi.
Non siamo malvagi di natura, ma…

Nessuno sa definire cosa sia la natura umana, eppure ci sono scienziati e filosofi che continuano ad imputarle ogni nefandezza, sebbene il diritto e la dottrina dei diritti umani possano fondarsi solo su una visione positiva dell’umanità. Si attacca non solo la consapevolezza di quel che potremmo realizzare se solo mettessimo a frutto le conoscenze scientifiche già disponibili, ma soprattutto la fiducia nell’essere umano in quanto tale e nelle sue capacità di scegliere con raziocinio e buon senso, che è poi l’essenza della cultura umanista ed illuminista.

Secondo Konrad Lorenz tutti i nostri mali sono causati dalla cessazione della selezione naturale. Siamo animali auto-addomesticati, e come tali ci siamo degradati. Il sociobiologo Edward Wilson auspica interventi genetici sulla nostra specie mirati ad imitare l’armoniosa comunità delle api. Il filosofo politico britannico John Gray ha dichiarato che “chi ama la terra non sogna di diventare il saggio custode del pianeta, sogna un’epoca in cui gli umani non contino più nulla”. Richard Wrangham, docente di bioantropologia ad Harvard, reputa che dentro ciascuno di noi alligni un Uomo Selvaggio, un atavismo, un retaggio del nostro passato preistorico che condiziona il nostro comportamento. Secondo lui “se presupponiamo che gli esseri umani siano fondamentalmente simili agli scimpanzé…questa intuizione biologica (sic!) ci insegna che gli uomini continueranno a cercare nuove opportunità per massacrare i propri rivali e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. La brutta notizia è che dobbiamo lavorare sodo per impedire agli uomini di coalizzarsi per uccidere gli avversari”.

La misantropia “scientifica” è gravida di questo genere di stravaganti asserzioni. Esse partono da una premessa che la quotidianità stessa rivela essere manifestamente errata, e cioè che gli esseri umani passino il tempo ad aggredirsi invece di badare agli affari loro o cooperare tra loro. Se le cose stessero davvero così nessuna società umana potrebbe operare. Questo abbaglio nasce dall’attaccamento a due dogmi ben precisi: quello dell’innata malvagità dei maschi umani e degli scimpanzé maschi e quello secondo cui la civiltà umana è solo una sottile patina che fatica a trattenere le pulsioni spesso incontrastabili della biologia evolutiva, inscritte nel nostro corredo genetico, che ci ha resi eterni predatori e carnefici. Tutto questo naturalmente elude la questione delle considerevoli variazioni nell’incidenza di comportamenti violenti tra individui e tra culture ed il dato di fatto che la stragrande maggioranza degli uomini non ha mai assalito, violentato o ucciso qualcuno nella sua intera esistenza. Forse questi pensatori ritengono con tragica supponenza di essere tra i pochi esemplari della specie umana in grado di tenere a bada il selvaggio vigore dei loro geni.

Eppure, lo studio del comportamento dei soldati in combattimento dimostra che la gran parte degli esseri umani non prova alcun piacere nell’uccidere o usare violenza contro un proprio simile. Anzi, la necessità di un rigido, meticoloso e prolungato addestramento, che si avvale di ogni possibile tecnica inventata dagli scienziati del comportamento per placare le remore ed ansie di una coscienza colpevole (bestializzazione del nemico, trasferimento della responsabilità verso le autorità, cameratismo, uso di psicofarmaci ed alcolici, ecc.), è la prova migliore del fatto che la guerra non è un “fatto naturale”.

Patriottismo ed idealismo non sono mai stati sufficienti a convincere i soldati a massacrare e farsi massacrare, a vincere le inibizioni, l’ansia, i rimorsi ed i sensi di colpa. Si è stimato infatti che, durante i due conflitti mondiali, solo il 15-20 per cento dei soldati al fronte sparava contro il nemico ed in molti di questi casi si sparava in aria. Percentuali analoghe sono state riscontrate dall’esercito inglese nella guerra delle Falkland. A Gettysburg, dei 27.574 fucili recuperati, il 90 per cento non aveva sparato un sol colpo, ed altri 6000 avevano sparato solo qualche colpo. In uno scontro con gli Zulu, 12 pallottole inglesi su 13, pur sparate a bruciapelo, riuscirono a mancare il bersaglio. A Rosebud Creek, nel 1876, furono sparate 252 pallottole per ogni nativo americano colpito. Quando si abbandonano le chiacchiere e ci si affida ai dati empirici, ai fatti, si scopre che quel che ci hanno fatto credere erano sciocchezze.

Siamo violenti, siamo aggressivi, siamo egoisti, ma non lo siano irrimediabilmente, non lo siamo incessantemente, spesso lo siamo contro il nostro migliore istinto, contro “gli angeli migliori della nostra natura”, diceva Lincoln.

Di norma, quindi, gli esseri umani non sono capaci di uccidere un altro essere umano a distanza ravvicinata, neppure quando è in gioco la loro stessa sopravvivenza. Il costo psicologico dell’uccidere un proprio simile e, più in generale, del fare la guerra, è fatale alla psiche di milioni di soldati. I soli Stati Uniti, nella Seconda Guerra Mondiale, dovettero rimpatriare oltre mezzo milione di uomini in seguito a collasso psichico. Dopo due mesi di combattimento continuo il 98 per cento dei soldati subiva danni psicologici tali da ridurli ad uno stato vegetativo. Le allarmanti statistiche sui suicidi, divorzi, dipendenze, accattonaggio, ecc. tra i veterani del Vietnam parlano chiaro e molti psicologi temono che l’uso di psicofarmaci in Iraq ed Afghanistan produrrà un’epidemia di sociopatia tra i veterani.

Per questo gli strateghi consigliano di usare armi automatiche, l’aviazione, armi a lunga gittata (obici, cannoni, missili) ed armi robotiche. I fatti danno loro ragione: l’efficienza di combattimento è cresciuta stabilmente. Insomma l’unico modo per convincere gli esseri umani ad uccidersi tra loro è quello di robotizzarli e di distanziarli fisicamente e psicologicamente il più possibile, oggettificandoli. Per poter fare la guerra una società deve prima desensitivizzare e de-umanizzare chi la combatterà, nonché il fronte interno. Si deve sopprimere l’empatia:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/i-cyloni-sono-gia-tra-noi.html

Chi è normale?

Le discipline scientifiche che si interessano della specie umana hanno raggiunto un punto di convergenza nell’affermazione dell’unicità dei singoli individui. Per la genetica ogni organismo è un prodotto squisitamente univoco dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. I genetisti di popolazione concordano nel dire che se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione netta e significativa è quella tra individui. I neurologi hanno dimostrato che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli omozigoti, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Secondo i linguisti le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza. Idee e valori personali potrebbero essere di enorme beneficio per la collettività, se fossero re-indirizzati in una direzione costruttiva e non distruttiva.

Quel che conta è che, stando ai dati scientifici disponibili, non esiste un’anima nera dell’umanità. La malvagità, la crudeltà, l’egoismo, l’aggressività sono fenomeni comuni all’intera specie ma in forme ed intensità sensibilmente diverse, in diretta correlazione con il grado di soppressione dell’intelligenza emozionale (cognizione sociale) e del pensiero morale, cioè dell’empatia – la capacità di sentire e fare propri gli stati emotivi altrui – e della capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. La propensione ad una condotta morale deriva dalla capacità empatica ed è importante indirizzare la nostra attenzione e i nostri sforzi in quella direzione.

Su questo pianeta esistono decine di milioni di esseri umani completamente privi di empatia e coscienza o con una coscienza residua, ridotta o menomata (narcisisti, psicotici, psicopatici, sadici, istrionici, schizoidi, pedofili, ecc.). Sono nati così o lo sono diventati in certi ambienti familiari caratterizzati da negligenza o abuso. Gli individui privi di empatia si definiscono psicopatici:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/19/300-milioni-di-psicopatici-se-ne-fregano-della-nonviolenza-e-dei-diritti-ci-si-difende-informandosi/#axzz1iZkF2V7T

http://www.informarexresistere.fr/2011/11/18/psicopatici-in-giacca-e-cravatta/#axzz1iZkF2V7T

Esistono diversi modelli eziologici che spiegano l’insorgere della psicopatia, ma quello che mi convince di più considera la psicopatia come una variazione estrema di certi tratti distintivi di una personalità normale (qualunque sia il significato attribuibile a “normale”). È altamente probabile che all’origine di questa patologia vi sia una disfunzione o lesione del lobo frontale che determina la differenziazione tra psicopatia/sociopatia congenita o acquisita. Non esistono stime univoche sulla percentuale di psicopatici: il valore oscilla tra il 2 per cento ed il 6 per cento della popolazione nei paesi del Nord America e dell’Europa settentrionale e sembra diminuire gradualmente procedendo oltre gli Urali e verso l’Africa o il Centro-America. Gli psicopatici possono avere un grado elevato di intelligenza cognitiva ma sono incapaci di interpretare gli stati emotivi altrui e di discriminare fra bene e male. Pongono invariabilmente il proprio interesse davanti a tutto il resto. Di conseguenza tendono ad essere seduttori, bugiardi patologici, manipolatori, privi di scrupoli, rimorsi e di autocontrollo, emotivamente superficiali, irresponsabili, sessualmente promiscui, impulsivi, narcisi e megalomani. Insomma, sono dei perfetti predatori di esseri umani che mirano ai più alti livelli di affermazione sociale in termini di status e di potere. Il loro successo dipende dal grado di tolleranza di una società nei confronti di questo tipo di personalità. Per fortuna sono anche molto deboli nei ragionamenti contro-fattuali, quelli che consentono di immaginare scenari alternativi derivanti da scelte comportamentali diverse. Poiché non riescono a visualizzare una sufficientemente ampia selezione di opzioni, è possibile sfuggire alle loro trame.

Pur tenendo conto del fatto che molti di noi non hanno le capacità e le competenze necessarie a diagnosticare un disturbo mentale e che quindi non ha senso etichettare questa o quella persona, bisogna comunque essere consapevoli del fatto che il problema esiste. Secondo una dozzina di studi condotti in Nord America e nell’Europa settentrionale e centrale, mediamente fino al 14-15 per cento della popolazione soffre di disordini mentali, spesso più di uno (ossessivo-compulsivi, schizoidi, paranoidi, antisociali, dipendenti ed evitanti, istrionici, narcisisti, sadici e masochisti, schizotipici, passivi-aggressivi, borderline). Quasi una persona su sette non è in grado di pensare obiettivamente e vivere bene, serenamente. E queste statistiche non includono anoressia, bulimia, psicopatia e varie turbe psichiche che limitano drasticamente le normali attività delle persone.

La maggior parte delle persone non riesce a concepire l’idea che altri esseri umani possano ragionare e sentire in un modo sensibilmente diverso dal loro senza essere necessariamente “pazze”. È altrettanto difficile accettare l’idea che le ideologie attivino solo ciò che è latente. Non sono infatti le idee a deformare la personalità di un individuo, ma il contrario. Le idee tirano semplicemente fuori quel che di buono o cattivo c’è già dentro. Purtroppo la maggior parte di noi ha bisogno di credere che tutto sia sotto controllo perché la nostra autostima, la nostra psiche, necessitano di conferme, mentre l’ammissione di errori di giudizio o di deficienze cognitive e morali distruggerebbero le nostre fragili certezze e l’immagine di noi stessi che ci siamo creati negli anni.

Come uccidere l’empatia in tre mosse

La pace si uccide sopprimendo l’empatia. La prima mossa è quella di creare una rete di persone tendenzialmente anempatiche in un ambiente tossico per l’empatia, cioè impregnato di stimoli esterni che indirizzano la società verso una condizione di sociopatia prevalente. Chi ha letto le sconvolgenti pagine della fondamentale ed informatissima inchiesta “Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri”, della giornalista canadese Naomi Klein, non potrà fare a meno di sospettare che l’assetto socio-economico della cosiddetta civiltà occidentale renda più facile l’inserimento e la promozione di individui dalla coscienza molto debole. Questi, favoriti dall’assenza di scrupoli e dal maniacale perseguimento di obiettivi categorici, riescono ad esercitare un notevole ed insospettato potere di influenza sulla società.

Contemporaneamente, questa stessa civiltà sembra altresì votata a contribuire all’emergere di tendenze psicopatiche o schizoidi in persone altrimenti psicologicamente “sane”. Klein dimostra che i vizi e le dottrine di pochi hanno causato una buona fetta del male nel mondo negli ultimi decenni. Stiamo parlando di esseri umani di vasto potere ed ingenti risorse che si comportano esattamente come un branco di avvoltoi o iene, avventandosi sull’animale ferito per scarnificarlo. L’aggressione avviene attraverso guerre, colpi di stato, omicidi eccellenti, torture, ricatti, indebitamenti coatti, controllo dell’informazione e manipolazioni varie. Non è certamente un male “banale”, quotidiano. Realisticamente, la maggior parte delle persone non si comporterebbe così. Sono ricchi, sono istruiti ma commettono il male e non sentono rimorsi. Non è falsa coscienza, è assenza di coscienza. Perché? Numerosi studi sulla responsabilità imprenditoriale hanno rivelato che le multinazionali tendono a seguire le logiche e norme di condotta tipiche degli psicopatici. Sono genuinamente amorali, guidate unicamente dall’esigenza di generare profitto, programmate per crescere costantemente e distruggere i concorrenti più deboli. Non appena il sistema giuridico non può perseguirle, l’impunibilità si traduce in violazione sistematica delle leggi e dei diritti. Gli esempi sono ormai innumerevoli.

In generale un essere umano si astiene dall’uccidere qualcuno non perché ci siano leggi che lo vietano e puniscono gli assassini, ma perché sa/sente che è sbagliato. Il giroscopio interiore della coscienza stabilisce quali siano gli imperativi categorici e mantiene il più possibile fisso il baricentro morale. Le grandi aziende, specialmente le multinazionali, non possiedono questo senso morale ed è legittimo chiedersi se ce lo abbiano le nazioni, per quanto intensi siano gli sforzi di ammantarsi di una qualche legittimità superiore. È difficile discernere la differenza tra l’esportazione della democrazia e quella di un prodotto. Nel caso iracheno la differenza la fanno le centinaia di migliaia di vittime.

Gli ambienti patogenetici come questo sono il terreno di coltura ideale del fanatismo. Il fanatico, diceva George Santayana, “è un uomo che raddoppia gli sforzi quando si dimentica dei fini”. Comune a tutti i fanatici è l’amore per l’odio: “Odio, dunque sono”, oppure “ci odiano, dunque siamo”. C’è il fanatico che non tollera critiche al governo perché sono antipatriottiche e lui si identifica con la patria. C’è il fanatico che denuncia complotti internazionali contro la sua terra, la sua fede, il suo stile di vita (es. Eurabia). Ci sono poi i fanatici dalla “coscienza infelice”, quelli che detestano il loro tempo e la gente che li circonda e si sentono ostaggi nati troppo presto o troppo tardi. Vorrebbero stravolgere la loro epoca, muovendo la storia in avanti più celermente, oppure ricreando il tempo che fu, e sono disposti a sacrificare del “materiale umano” nel farlo. Ci sono fanatici che credono che ciascuno di noi sia stato plasmato dalla propria cultura e tradizione e che per questo esiste un rapporto quasi mistico tra noi ed i nostri antenati che va preservato ad ogni costo. Ogni fanatico si ritiene prima di tutto una vittima – piccola, fragile e vulnerabile – e per questo è innocente, puro ed infallibile per definizione. Le vittime sono incolpevoli e non riconoscono o non si curano del dolore che causano agli altri. Ma in fondo l’odio nasce proprio dal disprezzo per se stessi e da un senso di colpa represso. Il fanatico ha bisogno di un nemico che ripristini la fiducia in se stesso, nel significato della sua esistenza e nella giustezza della sua casa. Perde di vista l’obiettività, confonde il bene con i suoi desideri ed il male con tutto ciò che si oppone alla loro realizzazione, si aggrappa al dogmatismo e rifugge il dialogo.

I politici più cinici e scaltri sanno fare buon uso dei fanatici, che sono facilmente sedotti dalla trappola dell’autorità e potere. Li asserviscono educandoli all’odio, che annulla la personalità ed impedisce la comunicazione fra gli uomini, e li ricompensano con altro odio, un odio che ha bisogno di essere costantemente alimentato, pena il rischio di rivolta contro i loro stessi compagni d’odio o persino i loro capi. È un odio mistificante che si fa passare per amore e lealtà, quando invece non è altro che l’impulso egoistico e materialista di chi tenta disperatamente di garantirsi stabilità psichica e la certezza della sopravvivenza fisica. I suoi sforzi sono condannati al fallimento e svelano la sua mediocrità e l’ordinaria immoralità del suo contesto, popolato da mostri – i nazionalismi, i razzismi, i campanilismi, gli integralismi – che torcono l’anima delle loro vittime, per poi tramutarle in carnefici. È fin troppo facile per noi esseri umani ripudiare un comportamento morale razionalizzando le nostre azioni.

Il Golem

La seconda mossa necessaria ad ingannare l’opinione pubblica incline alla pace ed indebolire l’empatia consiste proprio nel dar vita ai summenzionati mostri ideologici, i golem. Abbiamo visto che in cima alla piramide dell’iniquità risiedono solitamente gli individui cronicamente privi di coscienza o dalla coscienza affievolita – a causa del mancato sviluppo della corteccia cingolata anteriore o per ragioni biografiche (es. infanzia traumatizzante).

Al livello inferiore s’incontrano i fanatici, quelli che una coscienza ce l’hanno ma l’hanno consegnata ad un Moloch ideologico (Razza, Etnia, Fede, Classe, Patria, Corporazione, ecc.).

Ancora più in basso sono collocati gli utili idioti, masse di conformisti de-individuati disposti a servire il maschio-alfa o il “comune sentire”. Hanno una mentalità autoritaria, quella di chi è forte coi deboli e debole coi forti. Anche il loro è male, ma solo questo è il male superficiale denunciato da Hannah Arendt, un male di ordine inferiore, appunto, che si può spiegare antropologicamente e sociologicamente senza ricorrere alle categorie della patologia mentale o dell’estremismo. Non sono fanatici o psicopatici a tempo pieno, ma agiscono in un contesto che genera tendenze di questo tipo. Sarebbero perfettamente in grado di comprendere i loro errori e pentirsi, una volta che le circostanze lo consentissero.

Il problema è che troppe persone continuano a credere che la Patria, lo Stato, l’Azienda, la Marca, la Squadra siano entità reali, vive, animate, con una propria identità e coscienza. Come umanizziamo gli animali, così antropomorfizziamo istituzioni, imprese, organizzazioni, ecc., cioè oggetti ed astrazioni. Riversiamo in loro affetti, risentimenti, sogni, aspettative, paure, desideri, ecc. e non ci accorgiamo che non è diverso dal credere in Babbo Natale. Soprattutto, non ci accorgiamo che ciascuno di questi golem è un mortale nemico dell’empatia perché per sua natura tende a dividere, a rendere le società più fredde, centripete, irreggimentate, rigide, turgide, confinate.

I golem avversano la fluidità, la sensualità, l’eterogenea frammentazione del reale, sono programmati per devivificare e desensitivizzare la realtà, per narcotizzare l’empatia. I golem non amano la vita, perché questa scorre ed è promiscua, mentre la società fredda è intransigentemente moralista, convinta di detenere la verità definitiva, in tutta la sua interezza, di rappresentare la purezza, l’autenticità assoluta, l’innocenza incarnata. Pur di vivere, pur di preservare la sua forma materiale, l’amante delle astrazioni (patria, etnia, lingua, cultura, società, stato, ecc.) tende a reificarle, a crederle vere, concrete, tangibili, dotate di volontà e coscienza. Un muro di auto-inganni, idolatria e feticci si frappone tra lui e la verità. Paradossalmente ed autolesionisticamente si lega a ciò che non è mai stato vivo, nell’illusione che lo sia. Tutto questo in luogo dell’amore per ciò che è vitale, spontaneo, creativo, evolvente, caldo, amorevole, fluido, imprevedibile, cangiante, liquido, sensuale, impuro, promiscuo come lo è la vita – panta rei, tutto scorre.

Le società calde, femminee, sono in perenne ebollizione, amano la complessità, la pluralità, la malleabilità, la sofficità, la liquidità, la costante trasformazione, l’ignoto e rifuggono ciò che è inturgidito, fisso, immobile, definito, tassidermico, tassonomico, corazzato, aggressivo, granitico, immutabile, ecc. Sono attratte dal vivente, dall’impulso vitale d’amore, dall’integrazione del tutto.

I suddetti golem dipendono dal nostro consenso per la loro esistenza; se non li rigenerassimo continuamente, si estinguerebbero. Eppure non ce la sentiamo di lasciarli morire, lasciamo che assorbano le nostre energie creative e vitali, ci lasciamo dominare da questi despoti, senza ribellarci. Facciamo loro indossare delle maschere allegre e giovali, benevole e rassicuranti, ma mostri sono e mostri rimarranno, perché è nella natura dello scorpione pungere la rana che lo sta aiutando a guadare il corso d’acqua.

La sopravvivenza di questi mostri dipende dalla quantità di energia che riescono a strappare a chi li venera. Sono espressioni di quella forma di vita che nella lingua hopi si chiama Powaqqatsi “la vita che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita”. Sono come l’Anticristo di Solovev, che “credeva in Dio ma nel profondo del suo cuore preferiva se stesso”.

L’adoratore del golem commette un grossolano errore di falsa coscienza: percepisce un io insufflato, ma si tratta di un’illusione. Beandosi della sua “meritata” grandezza, non muove un dito per irrobustire l’individualità reale. Si autoinfantilizza e permette che il sistema ne tragga beneficio, mantenendolo in quello stato per addomesticarlo meglio. Perde la capacità di prendere le distanze, di ponderare la sua situazione e guardare la società in cui vive con un certo distacco, con l’occhio di un forestiero o di un nemico. Perde la capacità di essere un agente di pace e non di guerra. Finisce per lasciarsi arruolare in progetti che non sono mai stati suoi, magari autodistruttivi, ma ai quali si accoda per senso del dovere e sconfinata fiducia nella logica retrostante. È l’alienazione finale: non è più sé stesso, ma l’idea che qualcuno si è fatto di lui; è pronto per essere sacrificato, magari in una guerra tra golem.

Il Terrore

Chi ha paura di morire non si cura della sorte del prossimo, non si cura della pace. “E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura… guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi…è straordinario…”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. L’ex agente dell’organizzazione clandestina Gladio, Vincenzo Vinciguerra, ha svelato sotto giuramento qual è la terza mossa della strategia volta all’annichilimento dell’empatia, ossia la disseminazione della paura di morire: “Si dovevano attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da ogni disegno politico. La ragione era alquanto semplice: costringere … l’opinione pubblica a rivolgersi allo stato per chiedere maggiore sicurezza”. Lo scaltro Agente di Guerra sa che i golem operano al meglio solo se la parte “sana” della popolazione teme di morire e perciò si aggrappa ai golem per fare in modo che la loro estinzione non sia priva di significato.

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/25/della-paura-e-del-potere/#axzz1iZkF2V7T

La gente ha un’enorme paura della propria insignificanza, della propria fragilità e vulnerabilità. Troppe persone non vedono l’egocentrismo come un problema perché sono ossessionate dalla sopravvivenza personale, che rimane l’obiettivo primario della nostra componente animale. Abbiamo paura di morire ed il modo migliore di controllarci è attraverso il terrore (ed il senso di colpa). Tutti noi ci troviamo a lottare per conciliare la realtà della nostra mortalità fisica e la speranza (o fede) nell’immortalità dello spirito, in modo da riaffermare il significato della nostra esistenza in un universo apparentemente assurdo. I golem sono dei crudeli tiranni che produciamo per aprirci un varco di senso in un cosmo apparentemente indifferente alle vicende umane e soprattutto dall’oblio che segue il decesso di chi non ha lasciato un segno indelebile nella storia.

Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha esaminato questo secondo fattore, la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile. Tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Scrivere un libro di successo può essere un buon modo di placare l’ansia esistenziale, ma in generale si opta per la fusione delle identità personali in miti collettivizzanti – progetti d’immortalità – che negano la morte: l’ossessione per l’estinzione della propria cultura ed identità di popolo coincide con l’ossessione per la propria morte e per la possibile mancanza di significato della propria esistenza e dell’ordine cosmico. Il culto per le celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. È la guerra.
Difendere l’umanità dai suoi detrattori

Come si contrastano le strategie empatocide? Come si possono tutelare delle oasi di pace negli anni a venire? Abbiamo una vera scelta? C’è sempre una scelta, anche se ci conforta l’illusione che sia tutto predeterminato o troppo più vasto e potente di noi per subire la nostra influenza. Innanzitutto è indispensabile astenersi dal dare ai loro corifei e paladini ciò che vogliono, ciò che pretendono, in special modo la nostra anima. La crudeltà, la tortura distruggono la coscienza/anima dei responsabili e feriscono quella delle vittime. Occorre mantenere le distanze, per quanto possibile. L’antropologo francese René Girard ci ricorda che non si deve mai scherzare col fuoco: “Hanno la violenza dalla loro, ma non possono esercitarla apertamente. L’importante è ottenere il libero consenso della vittima al suo supplizio – spezzare la resistenza di Giobbe, ma senza costrizione apparente – l’esigenza di una vittima consenziente caratterizza tanto il totalitarismo moderno quanto certe forme religiose e parareligiose del mondo primitivo”. Per questo è essenziale giovarsi della nostra conoscenza del fenomeno per auto-immunizzarci.

La ponerocrazia, il “governo dei malvagi” (dal greco ponēros, “malvagio, nocivo”), odia visceralmente la vita spirituale ed odia l’empatia, che è l’alimento della vita più elevata, quella spirituale. Dunque si può sconfiggere attraverso l’amore per l’umanità, la coscienza e la natura, l’integrità (la volontà di essere onesti con se stessi e con gli altri rispetto alle proprie motivazioni), l’indipendenza di giudizio, la forza di volontà, l’assertività e la libertà, l’immedesimazione nell’altro e non la proiezione della propria auto-percezione nell’altro. Si devono coltivare il senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Si deve ricercare la giustizia e tutelare il libero arbitrio. La volontà di seguire la voce della ragione, della conoscenza e della coscienza contro la voce delle passioni irrazionali è l’unica che ci permetta di approssimare la verità, la comprensione obiettiva della realtà e del proprio ruolo in essa. Bisogna cercare la verità sopra ogni altra cosa. La vigilanza, la circospezione e la curiosità, che portano alla conoscenza, sono la nostra miglior difesa, l’autocompiacimento il nostro tallone d’Achille.

La conoscenza ci protegge perché più si conosce, meno si ha paura, meno ci si angoscia e meno pericoli si corrono perché si capisce cosa sia necessario per proteggersi. La conoscenza è sconfinata, non ha limiti, dunque il suo valore è infinito.

La conoscenza ci fa capire che è nostro preciso dovere difenderci dai bulli, se non vogliamo che siano loro a determinare il futuro della nostra specie e della nostra civiltà:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/02/la-collera-dei-miti-sullimmoralita-di-pacifismo-e-nonviolenza/#axzz1iZkF2V7T

Citazioni per un Mondo Nuovo (2)

a cura di Stefano Fait

“Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”
Proverbio cinese

“Si ritiene che la politica mondiale sia tremendamente complicata e quindi incomprensibile, ma si tratta solo di un poker per il potere, spesso incredibilmente semplice, grossolano, rpimitivo. L’unica cosa che conferisce ai politici un alone di superiorità è il fatto che essi mantengono segrete le loro mosse e poi ci mettono di fronte ai fatti compiuti. La nostra sorpresa e il nostro stupore ci inducono a pensare che dietro il tutto debbano esserci state manovre estremamente complicate, ma in realtà la cosa si distingue appena dai giochi di guerra dei bambini: si tratta solo di un gioco di banditi, di assassini di massa, di psicopatici. […]. Basta solo leggere le biografie degli uomini di Stato, dei condottieri, dei magnati dell’industria, per rimanere colpiti dalla banalità, dalal scarsità di variazioni nei motivi che li spingono ad agire”
Peter Weiss, Notizbücher 1971-1980, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981, p. 600.

“No, se parliamo di ragione abbiamo chiuso e si va a letto. La virilità e l’onore avrebbero cuore di lepre, se ingrassassero i loro pensieri con delle abboffate di ragione”
Shakespeare, Troilo e Cressida, II, 2, 46-50

“Il significato ultimo della guerra non risiede solamente nell’imporre il proprio interesse al nemico, e nemmeno nell’imporre un certo ordine più o meno gerarchico nelle relazioni internazionali, ma anche in quello di imporre un ordine sociale e politico determinato al proprio interno, nel proprio paese. La guerra, e ancora di più la guerra nella sua versione attuale, è una forma di violenza che tende a “mettere in ordine” la realtà contemporaneamente all’esterno e all’interno. Anche questo, del resto, è un effetto dello sfumarsi delle categorie di nemico, di soldato, di campo di battaglia. La guerra si impone anche come progetto di società all’interno del proprio paese molto più che in passato. Dunque la nostra civiltà, il nostro sistema politico e materiale sono sempre più impregnati di violenza e nemmeno ce ne rendiamo conto. Non riusciamo ancora a immaginarci fino in fondo la dimensione e l’estensione che sta assumendo la guerra e la violenza nel nostro pianeta…È all’opera, dunque, una colonizzazione del linguaggio che mira ad addomesticare, a normalizzare la mostruosità della guerra e a lasciare letteralmente senza parole chi si oppone alla logica delle armi”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Dobbiamo sottolineare, dunque, nella maniera più sistematica l’esistenza di un’intera classe di parole – globalizzazione, crescita, sviluppo, diritti umani, democrazia, interventi umanitari, guerra chirurgica, bombe intelligenti, effetti collaterali, conflitto etnico, lotta al terrorismo, sicurezza, difesa preventiva, operazione di polizia internazionale, peace-keeping, conflict resolution, institution- building, nation-building – con cui i paesi occidentali leggono il contesto internazionale, le proprie alterità e i loro rapporti con esse, che vanno considerate come dispositivi di adulterazione, manipolazione e irreggimentazione della realtà. Più che concetti per intendersi e accordarsi, sono armi o meglio “proiettili culturali” che vengono sparati in continuazione contro le alterità per indurle a piegarsi all’ordine prestabilito. Senza accorgercene noi stessi maneggiamo “proiettili ideologici”, partecipiamo a una tempesta di fuoco che sta devastando interi paesi e popolazioni senza che ne diveniamo minimamente consapevoli. […]. In qualsiasi modo, data la norma stabilita attraverso le nostre categorie concettuali, gli altri risultano ai nostri occhi esseri incompleti, mancanti o devianti, gente da guidare o correggere con severo paternalismo o addirittura da punire militarmente, nella misura in cui non si adeguano al nostro verbo culturale, economico, politico. Ci attribuiamo il compito di educarli ai diritti umani e alla tolleranza, di prepararli alla risoluzione dei conflitti, di prendere in mano la ricostruzione delle istituzioni o del paese stesso dall’industria alla rete telefonica, dal sistema giuridico a quello scolastico, decidendo ogni cosa per conto loro. È tutta un’operazione di colossale negazione e subordinazione dell’alterità, ma le nostre categorie, le nostre parole ci rendono ciechi e incapaci di riconoscerlo. Io credo che sia questo diniego del vissuto dell’altro che ci permette di proiettare tutto il male sugli altri e quindi di giustificare la nostra aggressività e la loro eliminazione.
Se solo potessimo per un attimo vedere, raggiungere una visione più chiara, ci renderemmo conto della mostruosità di questa operazione. Saremmo presi dallo sconforto, ma forse acquisiremmo più umiltà. Un’umiltà, un procedere scettico e autocritico, di cui abbiamo così profondamente bisogno. Per liberarsi di questa assuefazione a un ordine ingiusto e controproducente, è probabile che il primo e fondamentale passaggio sia quello di arrivare a sentirsi chiusi in una specie di trappola. Credo che dovremmo provare a pensare che l’attuale intera crisi internazionale (bellica ed ecologica) non sia altro che una patologia costruita su una “rete di adattamento nevrotico”, una “rete di assuefazioni” differenti ma tra loro intrecciate: un’assuefazione alla crescita tecnica ed economica, alla crescita del consumo e della produzione, alla corsa agli armamenti, al controllo strategico delle risorse, alla competizione e all’esclusione, al controllo politico, alla violenza terroristica, all’intervento militare, all’intervento umanitario, all’intervento per la ricostruzione. Dovremmo crescere nella nostra capacità di vedere questo intreccio di nevrosi come nodi di un’unica ideologia arrogante che dobbiamo drasticamente mettere in crisi: la fissazione produttiva e accumulativa che porta con sé il suo complemento oscuro del consumo distruttivo. E dobbiamo soprattutto riconoscere che anche noi – noi pacifisti, terzomondisti, umanitaristi, ecologisti – siamo profondamente implicati in questo adattamento nevrotico e che non ne usciremo semplicemente additando Bush e l’impero o l’Occidente in contrapposizione a chi incolpa Bin Laden e il fondamentalismo islamico. Con questo non si vuole affatto diminuire le responsabilità di nessuno, è evidente infatti che per una certa élite (poi neanche tanto piccola) la guerra è un progetto politico economico razionale, pianificato e pervicacemente perseguito e che è nostro compito opporci con tutte le nostre forze a questi piani. Ma il problema, come abbiamo cercato di dire, è che la guerra è profondamente intrecciata con la nostra normalità e che senza rendercene conto la maggioranza di noi partecipa più o meno inconsapevolmente e più o meno indirettamente a questa realtà”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“All’immagine di un male banale ma contagioso ed epidemico Rumiz affianca quella di un bene ingenuo e cieco, di un bene imbecille e infermo che ha il pericoloso difetto di non saper fiutare il pericolo. Egli sottolinea, da questo punto di vista, come sia molto rischioso continuare a parlare di integrazione, di convivenza in Europa solamente a livello retorico, “nella beata ignoranza dei meccanismi della disintegrazione” (ibidem, p. 9). Nel suo Maschere per un massacro Rumiz ha insistito molto su questo aspetto, sottolineando che tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte in gran parte alla luce del sole, e che nonostante questo la maggioranza delle persone fino all’ultimo non voleva credere che l’efferatezza potesse scatenarsi tra di loro. “La velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla sua lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale. Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall’odio – come fa comodo a troppi supporre – ma da una diffusa ignoranza dell’odio” (Rumiz, 1996, p. 7). Paradossalmente, racconta Rumiz, a Sarajevo è la “piccola criminalità” a fiutare prima l’arrivo della guerra e organizzare un minimo di difesa perché più consapevole delle possibilità e dei meccanismi del male e della violenza. […].l’insegnamento che ci viene dall’esperienza balcanica è che ciò che ci trasforma in carne da cannone è lo stesso imbonimento, la stessa inerte apatia, la stessa acquiescenza che ci porta a seguire tutti lo stesso programma televisivo, o a comprare lo stesso prodotto reclamizzato, o a votare in massa il primo pagliaccio che scende in campo promettendoci di risolvere tutti i nostri problemi se solo acconsentiamo ad affidargli un po’ più di potere”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Spiegare una guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso con il grado di infiammabilità del legno e non con il fiammifero gettato da qualcuno”.
Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”

“Un importante studio ci fa comprendere la perdita dell’istinto autoprotettivo…All’inizio degli anni Sessanta alcuni scienziati condussero degli esperimenti su animali per scoprire qualcosa sull'<istinto> di fuga degli esseri umani. In un esperimento collegarono metà pavimento di una grande gabbia in modo che il cane in essa rinchiuso ricevesse una scossa ogni volta che poggiava una zampa sulla parte destra della gabbia. Ben presto il cane imparò a stare sulla sinistra. Poi fu collegata la parte sinistra della gabbia, e sulla destra non si prendevano scosse. Rapidamente il cane si riorientò e imparò a restare a destra. Poi tutto il pavimento della gabbia venne collegato, sicché, ovunque si mettesse, il cane prima o poi riceveva una scossa. A tutta prima confuso, il cane fu poi in preda al panico. Alla fine rinunciò: se ne restò sdraiato a ricevere le scosse quando arrivavano. Ma l’esperimento non era ancora finito. Venne aperta la porta della gabbia. Gli scienziati si aspettavano che il cane si slanciasse fuori, ma non fu così: pur potendo tranquillamente uscire, il cane restava lì a prendersi qualche scossa. Gli scienziati ne dedussero che quando una creatura viene esposta alla violenza, cerca di adattarsi, sicché quando la violenza cessa o alla creatura è restituita la libertà, il sano istinto di fuggire è fortemente ridotto e la creatura resta dov’è. Questa normalizzazione della violenza.. è quel che gli scienziati chiamarono poi impotenza appresa”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

“I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi”.
Alessandro Manzoni

“Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”.
Lord Acton

“Il potere uccide, il potere assoluto uccide assolutamente”
R. J. Rummel

“Quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.
Italo Calvino, “Il Sentiero dei Nidi di Ragno”

« J’ai toujours condamné la terreur. Je dois condamner aussi un terrorisme qui s’exerce aveuglément, dans les rues d’Alger par exemple, et qui un jour peut frapper ma mère ou ma famille. Je crois à la justice, mais je défendrai ma mère avant la justice ».
Albert Camus (risposta ad un algerino che lo accusa di aver preso sempre le difese degli asiatici e mai degli algerini –  Casa dello Studente dell’Università di Stoccolma, dopo il conferimento del premio Nobel)

“Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri”.
Lettera di Giacomo – I secolo

“Si racconta che Solone abbia accolto amichevolmente Anacarsi, e che l’abbia ospitato a casa propria per qualche tempo, quando già aveva intrapreso la sua attività pubblica e andava compilando le sue leggi. Quando Anacarsi lo venne a sapere, derise l’impegno di Solone: egli credeva di trattenere le ingiustizie e le violenze dei suoi concittadini tramite degli scritti che non differivano in nulla dalle ragnatele; come le ragnatele, essi avrebbero trattenuto, fra chi vi incappava, i deboli e gli umili, mentre i potenti e i ricchi le avrebbero spezzate. Ma Solone – si racconta – gli rispose che gli uomini rispettano quei patti che a nessuno dei contraenti conviene trasgredire, e che egli rendeva le sue leggi adeguate ai concittadini, in modo da mostrare a tutti che agire rettamente era meglio che andare contro la legge. Tuttavia, i fatti si svolsero come Anacarsi aveva immaginato, più che come aveva sperato Solone”.
Plutarco, “Vita di Solone”, 5, 3-6

“Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? No, un’idea. Persistente, contagiosa. Una volta che si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, compresa, si avvinghia qui dentro, da qualche parte”
Inception.

“Vieni ora, e il mondo con il gaio aspetto inganniamo: un falso viso nasconda ciò che nel falso cuore sappiamo”.
Macbeth, atto I, scena VII
“Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso”.
Macbeth, atto I, scena V
“Più bella è l’apparenza e peggiore l’inganno”.
Pericle, il principe di Tiro, atto I, scena V
“E non c’è da maravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce”.
2 Corinzi 11:14

“Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.
Un consigliere di George W. Bush, forse Karl Rove, a Ron Suskind (2002)

“Aggiungerei il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia”.
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”.

“Fine della Neolingua non era soltanto quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l’Archeolingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso. Il suo lessico era costituito in modo tale da fornire espressione esatta e spesso assai sottile a ogni significato che un membro del Partito potesse desiderare propriamente di intendere. Ma escludeva, nel contempo, tutti gli altri possibili significati, così come la possibilità di arrivarvi per metodi indiretti. Ciò era stato ottenuto in parte mediante la soppressione di parole, ma soprattutto mediante la soppressione di parole indesiderabili e l’eliminazione di quei significati eterodossi che potevano essere restati e, per quanto era possibile, dei significati in qualunque modo secondari. […] La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole”.
George Orwell, “1984”

“Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile”.
Teoria e prassi del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein – da 1984 di George Orwell

“[…] i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. […] La ricettività della grande massa è molto limitata, la sua intelligenza mediocre, e grande la sua smemoratezza. Da ciò ne segue che una propaganda efficace deve limitarsi a pochissimi punti, ma questi deve poi ribatterli continuamente, i finché anche i più tapini siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi”.
Adolf Hitler, „Mein Kampf“

Un novizio chiese al priore: “Padre, posso fumare mentre prego?” E venne severamente redarguito.
Un secondo novizio chiese allo stesso priore: “Padre, posso pregare mentre fumo?” e fu lodato per la sua devozione.

“Il linguaggio oppressivo non si limita a rappresentare la violenza: è violenza. Non si limita a rappresentare i confini della conoscenza: confina la conoscenza. Che si tratti del linguaggio ottenebrante del potere o del linguaggio menzognero di stolidi mezzi di comunicazione; che sia il linguaggio meramente funzionale delle scienze; che si tratti del linguaggio malefico della legge priva di etica, o del linguaggio pensato per l’esclusione e l’alienazione delle minoranze, che occulta la sua violenza razzista sotto una facciata di cultura – il linguaggio dell’oppressione  deve essere respinto, modificato e smascherato. È il linguaggio che succhia il sangue, blandisce chi è vulnerabile, infila i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo, mentre si muove incessantemente fino all’ultima riga, fino all’ultimo angolo della mente svuotata. Il linguaggio sessista, il linguaggio razzista, il linguaggio fideistico – sono tutte forme del linguaggio del controllo e del potere, e non possono consentire, non consentono nuova conoscenza, né promuovono lo scambio reciproco di idee”.
Toni Morrison

– Quando io uso una parola, – disse Unto Dunto in tono d’alterigia, – essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
– Si tratta di sapere, – disse Alice, – se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
– Si tratta di sapere, – disse Unto Dunto, – chi ha da essere il padrone… Questo è tutto.
Lewis Carroll, “Attraverso lo specchio”

“Oh mio Dio! Alieni dallo spazio! Vi prego.. non mangiatemi! Ho moglie e figli, …. mangiate loro!”
Homer Simpson, “La paura fa novanta VII”

“Oh mio Dio! Mi sono lasciato tanto trascinare dalla ricerca di capri espiatori e dal divertimento della Legge 24 (che deporta gli immigrati illegali da Springfield) da non fermarmi mai a pensare che poteva toccare qualcuno a cui voglio bene. Lo sai, Apu? Sentirò davvero la tua mancanza”.
Homer Simpson, “Tanto Apu per niente”

“Persecutori dei buoni, odiatori della verità, amanti della menzogna, che non conoscono la ricompensa della giustizia, che non si attengono al bene né alla giusta causa, che sono vigilanti non per il bene ma per il male; dai quali è lontana la mansuetudine e la pazienza, che amano la vanità, che vanno a caccia della ricompensa, non hanno pietà del povero, non soffrono con chi soffre, non riconoscono il loro creatore, uccisori dei figli, che sopprimono con l’aborto una creatura di Dio, respingono il bisognoso, opprimono i miseri, avvocati dei ricchi, giudici ingiusti dei poveri, pieni di ogni peccato. Guardatevi, o figli, da tutte queste colpe”.
“Didaché, Dottrina degli Apostoli” V, 2, I secolo

“Meravigliarsi della mancanza di una coscienza colpevole negli altri, mentre si accetta la propria innocenza come un’evidenza, riflette perfettamente una certa mentalità moderna”.
Glenn Grey

“Non essendo loro stessi giunti alla maturità – dopotutto, lo scopo fondamentale di ogni tradizione spirituale è la trasformazione e il dominio del proprio spirito – impongono agli altri una trasformazione che non sono riusciti a compiere, imposizione che è all’origine di odio, di attaccamento e di molte altre passioni negative che sono tipiche dell’integralismo”.
Dalai Lama, “Oltre i dogmi”

“Perché mai chi propugnava una teoria liberatrice e umanistica come il socialismo ha finito per fare del patibolo, delle prigioni, delle deportazioni e dei massacri i suoi mezzi? Davvero la pressione delle minacce contingenti giustifica tutto?”
Valerio Evangelisti, recensione a Stalin di Losurdo

“Almeno due terzi delle miserie umane derivano dalla stupidità degli uomini, dalla loro malvagità e da quei grandi istigatori e giustificatori della malvagità e della stupidità: idealismo, dogmatismo e zelante proselitismo, frutti della religione o del pensiero politico”.
Aldous Huxley

“A weak mind is like a microscope, which magnifies trifling things but cannot receive great ones”.
Lord Chesterfield

“Discutere con gente siffatta, sarebbe gettare via le perle. Basta semplicemente mantenere con loro una posizione ferma, che non implica inutili sforzi. Discutere con loro è non solo inutile, ma anche dannoso al nostro scopo. Essi vi costringono a dire più di quanto voi non vorreste, vi fanno irritare, vi provocano a sostenere cose inutili e poco precise, ad esagerare il vostro pensiero, e poi, lasciando da parte il nucleo essenziale del vostro discorso, si attaccano solo a questo”.
Lev Tolstoj, lettera a M. A. Enghelgardt.

“In cuor mio sapevo che l’oppressore ha bisogno di essere liberato tanto quanto l’oppresso. Un uomo che toglie la libertà a un altro uomo è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza di pensiero”.
Nelson Mandela, “Lungo cammino verso la libertà: autobiografia”

“Comprese ad un tratto che tutto quel male di cui era stato testimone nelle case di pena e l’imperturbabilità di chi lo commetteva, proveniva dal fatto che gli uomini volevano compiere un’impresa impossibile: correggere il male, essendo essi stessi malvagi. Uomini corrotti pretendevano di correggere altri uomini corrotti e pretendevano di arrivare allo scopo per via meccanica. E come unico risultato, uomini bisognosi e avidi, che s’eran fatti una professione di questo preteso punire e correggere la gente, erano essi stessi corrotti fino all’estremo limite e non facevano che peggiorare le persone costrette a subire i loro maltrattamenti”.
Lev Tolstoj, “Resurrezione”

“[Satana] sa di aver forza solo se si fa passare per uno che sta dalla parte di Dio, per uno che sostiene la sua causa. Solo se si presenta come devoto a Dio il serpente può essere malvagio. […] Se il male si mostra nella propria totale separazione da Dio, allora è del tutto privo di forza, è uno spauracchio per bambini, non occorre temerlo, anzi il male non concentra lì la sua forza, e per lo più su questo punto attrae l’attenzione per distrarla da quell’altro punto in cui effettivamente vuole aprirsi la breccia ed irrompere”.
Dietrich Bonhoeffer

“La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente; ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano, che vive della Bibbia, è appunto la conferma della abissale malvagità del male”.
Dietrich Bonhoeffer

DON JUAN: «Rifletti per un momento e dimmi come spiegheresti la contraddizione esistente fra l’intelligenza dell’uomo che costruisce, organizza e la stupidità del suo sistema di credenze, oppure la stupidità del suo comportamento contraddittorio. Secondo gli sciamani, sono stati i predatori a instillarci questi sistemi di credenza, il concetto di bene e di male, le consuetudini sociali. Sono stati loro a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento. Ci hanno dato avidità, desiderio smodato e codardia. Ci hanno resi abitudinari, centrati nell’ego e inclini all’autocompiacimento».
CARLOS CASTANEDA: «Perché questo predatore ci avrebbe sottomessi nel modo che stai descrivendo, don Juan? Dev’esserci una spiegazione logica.»Don Juan: «Una spiegazione c’è ed è la più semplice che si possa immaginare. I predatori hanno preso il sopravvento perché siamo il loro cibo, la loro fonte di sostentamento. Ecco perché ci spremono senza pietà. Proprio come noi alleviamo i polli nelle stie…»
«sfruttiamo noi stessi senza ritegno i nostri animali: li mungiamo, li tosiamo, prendiamo loro le uova e poi li macelliamo o li rendiamo in diversi modi sottomessi e mansueti. Li leghiamo, li mettiamo in gabbia, tagliamo loro le ali, le corna, gli artigli ed i becchi, li ammaestriamo rendendoli dipendenti e gli togliamo poco a poco l’aggressività e l’istinto naturale per la libertà».
«La coscienza delle suole rispecchia la nostra immagine, la nostra superbia e il nostro ego, i quali alla fine non sono altro che la nostra vera gabbia.»
«La nostra mentalità da schiavi, che nella cultura giudeo-cristiana ci promette consolazione nell’aldilà, non porta alcuna vantaggio a noi stessi, bensì ad una forza estranea, che in cambio della nostra energia ci fornisce credenze, fedi e modi di vedere che limitano le nostre possibilità e ci fanno cadere nella dipendenza».
CARLOS CASTANEDA: «Ma come ci riescono, don Juan?» chiesi, sempre più irritato. «Ci sussurrano queste cose all’orecchio mentre dormiamo?»
DON JUAN: Sorrise. «Certamente no. Sarebbe idiota! Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per mantenerci obbidienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, dal punto di vista dello stratega. Orrenda, nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente! Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente, che è diventata la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene, garantendosi un certo livello di sicurezza che va a mitigare la loro paura».
Carlos: «Ma se gli sciamani dell’antico Messico e quelli attuali vedono i predatori, perché non fanno nulla?»
Don Juan: «Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci inaccessibili.Ma pensi forse di poter convincere i tuoi simili ad affrontare tali rigori? Si metterebbero a ridere e si farebbero beffe di te, e i più aggressivi ti picchierebbero a morte. Non perché non ti credano. Nel profondo di ogni essere umano c’è una consapevolezza ancestrale, viscerale, dell’esistenza dei predatori».
Carlos Castaneda, “Il Lato Attivo dell’Infinito”

“I nostri padri per noi erano come Dio, se loro se la svignavano questo cosa ti fa pensare di Dio? Stammi a sentire, devi considerare la possibilità che a Dio tu non piaccia, che non ti abbia mai voluto, che con ogni probabilità lui ti odi, non è la cosa peggiore della tua vita? Non abbiamo bisogno di lui! Al diavolo la dannazione e la redenzione, siamo i figli indesiderati di Dio? E così sia!” (Satanismo puro e semplice);
“Sentite balordi, non siete speciali, non siete un pezzo bello, unico e raro. Siete materia organica che si decompone come ogni altra cosa. Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo. Facciamo tutti parte dello stesso mucchio di letame” (nichilismo misantropico);
“L’automiglioramento è masturbazione, invece l’autodistruzione…” (narcisismo autodistruttivo);
“Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d’un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie” (moralismo amorale);
“Quelli a cui dai la caccia sono le persone da cui dipendi, noi cuciniamo i tuoi pasti, togliamo la tua immondizia, colleghiamo le tue telefonate, guidiamo le tue ambulanze, ti sorvegliamo mentre stai dormendo. Non fare lo stronzo con noi!” (inversione della realtà: non sono i miserabili ad esercitare il potere ma chi sta in cima alla piramide – l’inversione serve a gratificare fittiziamente chi sta alla base della piramide);
“Lo sa che mescolando parti uguali di benzina e succo d’arancia congelato si può fare il Napalm?” (incitamento alla violenza eversiva);
“Il primo sapone fu fatto con le ceneri di eroi, come le prime scimmie mandate nello spazio. Senza dolore, senza sacrificio, non avremo niente” (titanismo romantico, autolesionistico).
Fight Club

“Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno”.
1 Tessalonicesi 5:3

“Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, “affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo”. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime. Hanno oscurato il suo messaggio. L’hanno occidentalizzato, mentre per noi aveva un significato di liberazione universale. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi. Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura. Tutti quei nuovi “intellettuali” emersi dal loro sonno -risvegliati dalla sollevazione di miliardi di uomini coperti di stracci, atterriti dalla minaccia di questa moltitudine guidata dalla fame che pesa sulla loro digestione- iniziano a riscrivere i propri discorsi, e ancora una volta ansiosamente cercano concetti miracolosi e nuove forme di sviluppo per i nostri paesi. Basta leggere i numerosi atti di innumerevoli forum e seminari per rendersene conto. Non voglio certo ridicolizzare i pazienti sforzi di intellettuali onesti che, avendo gli occhi per vedere, scoprono le terribili conseguenze delle devastazioni che ci hanno imposto i cosiddetti “specialisti” dello sviluppo del Terzo mondo. Il mio timore è che i frutti di tanta energia siano confiscati dai Prospero di tutti i tipi che -con un giro della loro bacchetta magica- ci rimandano in un mondo di schiavitù in abiti moderni. […]. Naturalmente incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale. Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere ad una maggiore felicità. Abbiamo scelto di applicare nuove tecniche. Stiamo cercando forme organizzative più adatte alla nostra civiltà, respingendo duramente e definitivamente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire.[…]. Promettiamo solennemente che d’ora in avanti nulla in Burkina Faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabé. D’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. Non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità”.
Thomas Sankara, “Parlo in nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo”, New York, 4 ottobre 1984, XXXIX Assemblea Generale delle Nazioni Unite

“Siamo nel tempo della premeditazione e del delitto perfetto. I nostri criminali non sono più quei bimbi inermi che adducevano la scusa dell’amore. Sono adulti, al contrario, e il loro alibi è irrefutabile: è la filosofia, che può servire a tutto, fino a tramutare in giudici gli assassini…Ai tempi ingenui in cui il tiranno radeva al suolo qualche città a propria maggior gloria, in cui lo schiavo aggiogato al carro del vincitore sfilava per le città festanti, e il nemico veniva gettato alle belve davanti al popolo adunato, di fronte a delitti così candidi, la coscienza poteva essere salda, e chiaro il giudizio. Ma i campi di schiavi sotto il vessillo della libertà, i massacri giustificati dall’amore per l’uomo o dal sogno di una super-umanità, disarmano, in certo senso, il giudizio. Il giorno in cui il delitto si adorna delle spoglie dell’innocenza, quella cui viene intimato di fornire le proprie giustificazioni, per una strana inversione propria al nostro tempo, è l’innocenza stessa”.
Albert Camus, introduzione a “L’uomo in rivolta”

“Tutte le cattive azioni, a questo mondo, si è sempre trovato il modo di giustificarle con buone ragioni”
Hegel

“Il diritto o la morale non sostenuti dalla forza rischiano di essere impotenti, ma la forza senza diritto e senza morale conduce al crimine”.
Tzvetan Todorov, introduzione a “Humanitaire, diplomatie et droits de l’homme”, di Rony Brauman (2009)

“Un’adesione volontaria ad una certa visione delle cose perché era più tranquillizzante guardarle in quella prospettiva. Il non crederci, ovvero l’assumere la consapevolezza di essere pedine o spettatori passivi di una politica di potenza ingiusta e colpevole, significava assumersi un costo emotivo e cognitivo pesante. […] Provare a riconoscere che non si tratta di semplice manipolazione ma anche in parte di un’adesione volontaria a una “narrazione ufficiale” significa osservare le forme di rimozione della sofferenza dell’altro, della morte, del dolore presenti fra di noi, dei nostri concittadini e probabilmente – almeno in parte – anche in noi stessi”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Il buon pastore è sempre convinto di essere dalla parte della ragione, visto che vuole solo il meglio. Fare il cacasenno, lo considera addirittura un obbligo. Se incontra delle critiche, compie sì, a volte, qualche ritirata strategica, ma al proprio secondo fine rimane irremovibilmente attaccato, ben deciso a farlo valere, alla prossima occasione, su un altro punto. Non che il buon pastore sia assolutamente infallibile; infallibile è soltanto la totalità ideale che egli incarna sia pure in modo imperfetto e provvisorio. Da educatore nato, sa di poter raggiungere il suo scopo, il perfezionamento dell’uomo, solo parzialmente e che deve aver pazienza con i suoi allievi, quando si mostrano poco giudiziosi. È difficile esprimere un giudizio sul buon pastore. Ciò dipende dall’ambiguità del suo operare. Offre un servizio, un grado di assistenza esistenziale senza pari; ma esercita anche un “terrorismo morbido” che mi atterrisce”.
Hans Magnus Enzensberger, “Ah, Europa”.

“L’idea di un uso della forza non più collegato alla pura e semplice potenza nazionale, ma messo al servizio del bene comune dei popoli, comporta molti rischi in termini di vite umane, ma è un classico esempio giusto di globalizzazione dei diritti e dei valori assolutamente irrinunciabile, come recita la Costituzione. Se la vita umana diviene l’obiettivo essenziale delle imprese militari, allora esse sono imprescindibili per la pace nel mondo. Se poi ciascuna forza armata lega il proprio compito ad una missione umanitaria che non appartiene più, di fatto, al solo interesse sovrano dello Stato di cui è parte, allora abbiamo una funzione nazionale che si amplia fino a diventare un’istituzione etica globale”.
Joaquín Navarro-Valls (Opus Dei), “Gli eserciti globali”, La Repubblica, mercoledì 10 novembre 2010

“Stavo riflettendo su quella specie di filantropo che sembra repellente sul piano umano non malgrado la sua carità, ma per via di essa: a un certo livello si capisce che lui vede coloro che ricevono la sua carità non come persone, ma piuttosto come strumenti attraverso i quali può sviluppare la sua virtù”.
David Foster Wallace, “Infinite Jest”.

“Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare”
Machiavelli, “Il Principe”.

“Un’arte del condurre, del dirigere, dell’accompagnare, del guidare, del prendere per mano, del manipolare gli uomini, del seguirli passo passo. Un’arte che ha la funzione di farsi carico degli uomini per tutto il corso della loro vita e in ogni momento della loro esistenza”.
Michel Foucault, “Sicurezza, territorio, popolazione”

“Talitha Cumi”, X-Files, Episodio 3X24
L’uomo che fuma ce l’ha con Jeremiah Smith perché offre speranza agli uomini e la speranza gli impedisce di controllarli:
L’Uomo Che Fuma: “Noi gli diamo la felicità, loro ci conferiscono l’autorità”
J.S.: “l’autorità di toglierli la libertà dietro la maschera della democrazia”
UCF: “gli uomini non possono essere liberi, perché sono deboli, corrotti, inutili ed irrequieti. La gente crede nell’autorità, si sono stufati di aspettare miracoli e misteri. La scienza è la loro religione. Non esiste una spiegazione più grande di questa per loro. E non devono mai credere in qualcos’altro se vogliamo che il piano proceda…Noi plachiamo la loro coscienza. Chiunque sappia quietare la coscienza di un uomo può spogliarlo della sua libertà”.

“Lei quel cibo non lo aveva neppure guardato, anche se lui glielo indicava, con entrambe le mani, proprio per strapparla – così come aveva fatto con le altre – da ciò che da dentro la colmava, da ciò che aveva di personale, individuale, e condurla per la via più breve all’elemento comune, istintivo, che esiste in ognuno e che in ognuno deve essere il più forte. “Ecco che cosa ho da offrirti” aveva detto, dandole del tu, secondo l’uso del lager, e anche per sottolineare il suo potere, il potere di colui che possiede e dispone, anche se la vedeva per la prima volta”.
Aleksandar Tišma, “Kapò”

“Forse la gente pensa che io sia venuto a portare la pace nel mondo. Non sanno che sono venuto a portare il conflitto nel mondo: fuoco, ferro, guerra. Perché saranno in cinque in una casa: ce ne saranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e saranno soli”.
Vangelo di Tommaso, 16

Dio: “Ho bisogno di qualcuno che mi veneri. Avverto una certa mancanza di adorazione e il mio ego necessita di una spinta”
Spirito Santo: “Perché non generare una creatura che puoi istruire con i comandamenti in modo che ti lodi e veneri, oh Signore delle Vanità?”
Dio: “Buona idea. Ma che aspetto dovrebbe avere?”
SS: “Immagino una tua copia carbone”.
Dio: “incluso l’ombelico e l’ano?”
SS: “Certo, anche se non mi è mai stato chiaro perché tu abbia quelle cose”.
Dio: “Bada a come parli o ti spedisco all’inferno a soffrire eternamente, perché sono il Dio dell’Amore”.
SS: “Scusa”.
Dio: “Cosa stavo dicendo? Ah sì, fabbricare una creatura al servizio del mio Ego”.
SS: “Sì, oh spaventosamente irragionevole mio Signore”.
Dio: “Beh, vediamo, penso che lo farò fallibile, dandogli la possibilità di farmi girare le balle”.
SS: “Ma perché, ti piace che ti facciano incazzare?”
Dio: “Ovviamente no, lo detesto e sono pronto alle ire più funeste se anche uno solo di loro mi irrita”.
SS: “È davvero questo che vuoi?”
Dio: “In effetti sì. Uno zombie che mi veneri ma che sia anche fesso e nel contempo ribelle in modo da darmi la scusa per fare un gran casino e rendere il pianeta a tratti invivibile”.
SS. “E poi?”
Dio: “Poi dopo qualche migliaio di anni, pongo termine a tutto all’improvviso”.
SS. “Come?”
Dio: “Creo un uomo-Dio, che è segretamente me, ma al tempo stesso non è me, e che deve essere torturato e sacrificato per placare la mia ira per tutto questo, ma non morirà davvero perché è me. Poi lo rimando giù in un secondo momento, dopo altri duemila anni o giù di lì, a fermare l’ira, la vendicatività, la stupidità, la vanità e la violenza umana”.

“La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”.
Efesini 6, 10

“Tutto quanto esiste nell’universo, probabilmente, serve a un fine positivo, cioè agli scopi dell’universo. Ma alcune parti o sottosistemi di esso possono essere contrari alla vita. Dobbiamo affrontarli come tali, senza pensare al loro ruolo all’interno della struttura complessiva”.
Philip K. Dick

“…Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timori: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare…”
Bruce Chatwin, “Le vie dei Canti”

“Questo tipo siamo ora in grado di comprenderlo. È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei. È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. Aderendo all’antisemitismo, non adotta semplicemente un’opinione, ma si sceglie come persona. Sceglie la permanenza e l’impenetrabilità della pietra, l’irresponsabilità totale del guerriero che obbedisce ai suoi capi, ed egli non ha un capo. Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo”.
Jean-Paul Sartre, « Réflexions sur la question iuive »

‎”Non sappiamo più chi dobbiamo stimare e rispettare e chi no. In questo senso siamo diventati barbari l’uno verso l’altro. Difatti per natura tutti sono eguali, barbari o greci che siano. Ciò consegue da quanto per natura è necessario a tutti gli uomini. Respiriamo tutti attraverso la bocca e il naso e mangiamo tutti con le mani”.
Antifonte, “Della verità”, V secolo a.C.

“Due passeggeri in uno scompartimento ferroviario. Non sappiamo nulla della loro storia, non sappiamo da dove vengono, né dove vanno. Si sono sistemati comodamente, hanno preso possesso di tavolino, attaccapanni, portabagagli. Sui sedili liberi sono sparsi giornali, cappotti, borse. La porta si apre, e nello scompartimento entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non è accolto con favore. Si avverte una chiara riluttanza a stringersi, a sgombrare i posti liberi, a dividere lo spazio disponibile del portabagagli. Anche se non si conoscono affatto, fra i passeggeri originari nasce in questo frangente un singolare senso di solidarietà. Essi affrontano i nuovi arrivati come un gruppo compatto. È loro il territorio che è a disposizione. Considerano un intruso ogni nuovo arrivato. La loro autoconsapevolezza è quella dell’autoctono che rivendica per sé tutto lo spazio. Questa visione delle cose non ha una motivazione razionale ma sembra essere profondamente radicata. Questo innocente modello non è privo di lati assurdi. Lo scompartimento ferroviario è un soggiorno transitorio, un luogo che serve solo a cambiar luogo. E’ destinato alla fluttuazione. Il passeggero è di per sé la negazione del sedentario. Ha cambiato un territorio reale con uno virtuale. Ciononostante difende la sua precaria dimora con silenzioso accanimento.
Eppure quasi mai si arriva a uno scontro aperto. Ciò si deve al fatto che tutti i passeggeri sottostanno a un insieme di regole sul quale non possono influire. Il loro istinto territoriale viene frenato da un lato dal codice istituzionale delle ferrovie, dall’altro da norme di comportamento non scritte, come quelle della cortesia. Quindi ci si limita a qualche occhiata e a mormorare fra i denti formule di scusa. I nuovi passeggeri vengono tollerati. Ci si abitua a loro. Ma restano bollati, anche se in misura decrescente. […]. Ora altri due passeggeri aprono la porta dello scompartimento. A partire da questo momento cambia lo status di quelli entrati prima di loro. Solo un attimo prima erano loro gli intrusi, gli estranei; adesso invece si sono improvvisamente trasformati in autoctoni. Appartengono al clan dei sedentari, dei proprietari dello scompartimento e rivendicano per sé tutti i privilegi che questi credono spettino loro. Paradossale appare in questo contesto la difesa di un territorio «ereditario» appena occupato, e degna di nota la totale mancanza di empatia per i nuovi arrivati che si accingono a combattere contro le stesse resistenze e devono sottoporsi alla stessa difficile iniziazione a cui si sono dovuti sottoporre i loro predecessori; peculiare con quanta rapidità si riesca a dimenticare la propria origine che viene nascosta e negata”.
Hans Magnus Enzensberger, “La grande migrazione”

“Lo stato d’eccezione, la riduzione o la sospensione delle libertà fondamentali e delle relative istituzioni di garanzia, e dunque la fine o la pericolosa sospensione sine die delle procedure e delle garanzie dello stato democratico costituzionale, rappresenterebbero assai probabilmente la risposta legittimata come “inevitabile” da parte di tutte quelle forze che lavorano allo svuotamento della democrazia costituzionale…ed alla sua trasformazione in autocrazia (elettiva) come vertice di una piramide del potere alla cui base si trova una società conformista ed indifferente, che ha completamente metabolizzato la violenza strutturale, e per questo motivo forse peggiore di quella che secondo Toqueville realizzava le condizioni del “dispotismo mite”.
Ermanno Vitale, “Difendersi dal potere”

“Che la pace sia un valore è cosa che nessuno discute (anche i folli e i fanatici, a modo loro, vogliono la pace), ma non bisogna confonderla con la resa. Chi vuole la pace con Hitler, meriterebbe appunto di averla, e di godersela sino in fondo. Col male politico non si viene a patti, e pur di estirparlo è sensato pagare anche un alto prezzo di sofferenza. Il punto essenziale è che non si creda di lottare per il bene, se no si dà immediatamente ragione all’avversario: è appunto perché è buono che ci uccide. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l’incertezza. Per il tentativo. Per l’esperimento. Per l’avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all’avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c’è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all’imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità”.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall’11 settembre)”

“Anche se la riproduzione controllata degli umani potesse produrre una razza che assecondasse i desideri degli eugenisti, rischieremmo comunque di perdere molto di quel che è prezioso. È pressoché impossibile selezionare certe qualità senza che ciò comporti lo scartarne altre. Personalmente mi allarma la superba persuasione di chi promuove questo sogno. Tremo di fronte alla feroce determinazione con la quale interferiscono con la vita. Mi irrita la loro egoistica e rigida pretesa di rettitudine. Mi ritraggo dal loro giudizio dei loro simili. Chiunque emetta un giudizio è per forza di cose sicuro di essere nel giusto. A me pare che l’uomo possa ricavare agio e felicità dalla vita solo ricorrendo alla tolleranza, al buon cuore, alla compassione, virtù che non trovano posto nel credo degli eugenisti. L’intero programma implica una totale violazione di ciò che gli uomini sentono istintivamente essere un diritto intrinseco”.
Clarence Darrow, “The Eugenics Cult.” The American Mercury, vol VIII, June 1926, p. 137.

“So, the computer is coming up in the world, not only in the factories, but also it’s going to make your brains something different. Which is – you’ve heard of genetic engineering – oh god, don’t you hear all these things? They’re trying to, whether you like it or not, to change your whole behaviour. That is genetic engineering. They are trying to change your way of thinking. You understand what I’m saying? So, genetic engineering and the computer, when the two meet together – they’re going to presently, in a number of years – what are you? You understand what I’m asking, sir? What are you; as a human being what are you? Your brains are going to be altered. Your way of behaviour is going to be changed. Right? They may altogether remove fear, remove sorrow, remove all your gods. They’re going to, sir, don’t fool yourself. Because it all ends up either in war or in death. Right? So, this is what is happening in the world actually. Genetic engineering on the one side and computer on the other and when they meet, as they’re inevitably going to meet, what are you as a human being?”
Jiddu Krishnamurti, 1986

“Ma il destino ha voluto che il mantello si trasformasse in una gabbia di durissimo acciaio….da cui lo spirito è fuggito. In ogni caso il capitalismo vittorioso non ha più bisogno di questo sostegno, da quando poggia su una base meccanica…e la ricerca del profitto si è spogliata del suo senso etico-religioso, e oggi tende ad associarsi con passioni puramente agonali, competitive…Nessuno sa ancora chi in futuro abiterà in quella gabbia, e se alla fine di tale sviluppo immane ci saranno profezie nuovissime…o se invece avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza spasmodicamente autoattribuitesi. Poiché, invero, per gli “ultimi uomini” dello svolgimento di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: “Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore; delle nullità che si immaginano di essere ascesi a un grado di umanità mai prima raggiunto”.
Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”

“Se i nostri figli crescono addestrati dai robot, considereranno la tecnologia come il loro istruttore. Il passo successivo è rischioso: potranno pensare che la tecnologia è il loro signore e padrone”.
Mitchel Resnick, MIT, da “Instancabile e paziente quel maestro è un robot”, Federico Rampini, la repubblica.it Lunedì 12 luglio 2010

“Non solo tra gli uomini, come è ben noto, ma, per quanto se ne sa, anche tra gli dei, un impulso necessario e naturale spinge a dominare su colui che puoi sopraffare. Questa legge non l’abbiamo stabilita noi, né siamo stati noi i primi a valercene; l’abbiamo ricevuta che già c’era, e a nostra volta la consegneremo a chi verrà dopo, ed avrà valore eterno. E sappiamo bene che chiunque altro, ed anche voi, se vi trovaste a disporre di una forza pari alla nostra, vi comportereste così. Ecco perché, per quel che riguarda il divino, abbiamo motivo di ritenere che il suo favore non verrà meno neanche a noi”.
Ateniesi imperialisti e genocidari. Da: Tucidide, “Le guerre del Peloponneso”

“Eichmann era stato complice di un crimine contro la creazione stessa. Lui e i suoi colleghi avevano cercato di prendere il posto del creatore nel mondo e guidare la natura secondo le proprie regole: quella dello sterminio e della superiorità volte a creare un mondo entro la sfera della crudeltà e del male e del trionfo belligerante. La cultura umana si è in fondo – e spero lo sia ancora – racchiusa nell’idea di sottrarre l’uomo alle leggi animali e a un comportamento darwinista, secondo cui a dominare è il più forte. Per tutta la mia vita ho lottato in questo senso, mettendo all’apice dei valori da difendere i principi della responsabilità morale, della sensibilità e gli strumenti del discorso, il pensiero, la possibilità di agire. All’opposto c’è il nazismo, cioè l’universo di Eichmann, fautore di un ritorno ad un’umanità di natura, un’umanità monolitica, quasi divina, che tratta il diverso come un ratto appestatore”.
Avraham Burg, “Sconfiggere Hitler”

“L’analisi distrugge l’interezza. Ci sono cose, cose magiche, che devono restare intere. Se cominci a guardarne le singole parti, svaniscono”
R.J. Waller

“Nulla mi appare più vacuo e inconsistente delle raffinate corone di ragionamenti volte a mascherare un punto di partenza insostenibile. Ne ho sentiti tanti, di questi ragionamenti, in Germania; e ho facilmente imparato a ridurli alla loro essenza mistificatrice”.
Mario Spinella, “Memoria della Resistenza”

“Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza”
Benjamin Franklin, “Risposta al Governatore”, Assemblea della Pennsylvania, 11 novembre 1755; in: The Papers of Benjamin Franklin, ed. Leonard W. Labaree, 1963, vol. 6, p. 242.

“La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l’innocente. Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli sono addirittura sacerdoti  vescovi che hanno come primo compito quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli per adempiere il loro magistero. Ci può essere peccato più grave di questo?”
Carlo Maria Martini, Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione, La Repubblica, 13 maggio 2010

“Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo”
Johann Wolfgang Goethe.

“The man whose whole life is spent in performing a few simple operations, of which the effects are perhaps always the same, or very nearly the same, has no occasion to exert his understanding or to exercise his invention in finding out expedients for removing difficulties which never occur. He naturally loses, therefore, the habit of such exertion, and generally becomes as stupid and ignorant as it is possible for a human creature to become”
Adam Smith

“La parola greca hybris esprime meglio di qualunque altra la natura di questo atteggiamento. Per i greci indicava l’arroganza dell’eccesso, l’orgogliosa tracotanza, la sconfinata presunzione dell’uomo che cerca di acquistare gli attributi di Dio. Certamente gli Stati Uniti vivono sempre più in un regime di hybris e in pochi si rendono conto che con questo atteggiamento si stanno guadagnando un’ostilità crescente da parte del resto del mondo e in particolare da parte delle vittime della loro arroganza. […] raggiungeremo un senso del limite quando riusciremo a percepire questa ricerca dell’eccesso, della crescita illimitata, del dominio sulle alterità come un tentativo di rimozione della propria mortalità”.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”

“Io credo che ci sia anche una crudeltà che non è affatto follia, che è una lucida e razionale scelta del male, che è un peccato, pensato e pianificato, che è un mezzo voluto per mantenere e accrescere il potere proprio e quello del sistema”.
Marianella Garcia Villas

“Nel folklore innumerevoli sono gli apprendisti stregoni che scioccamente osano avventurarsi oltre le loro reali capacità, cercando di contravvenire alla Natura. Vengono puniti con mali e cataclismi. Esaminando questi leitmotiv vediamo che i predatori desiderano superiorità e potere sugli altri. Sono portatori di una sorta di ampollosità psicologica per cui l’entità desidera essere più in alto dell’Ineffabile, altrettanto grande e a questo pari, a quell’Ineffabile che tradizionalmente distribuisce e controlla le forze misteriose della Natura, compresi i sistemi della Vita e della Morte, le regole della natura umana e così via….Possiamo immaginare come speri, raccogliendo abbastanza anima (o anime), di poter fare una vampa di luci capace di annullare alfine la sua oscurità e porre rimedio alla sua solitudine…un essere formidabile nel suo aspetto irredento….anche se possiamo provarne pietà, le nostre prime azioni devono essere di riconoscerla, di proteggerci dalle sue devastazioni, e infine di privarla della sua energia sanguinaria”.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”.
Primo Levi, 8 maggio 1974

“L’essenziale di una buona e sana aristocrazia è che essa…accolga con tranquilla coscienza il sacrificio di innumerevoli esseri umani che per amor suo devono essere spinti in basso e diminuiti fino a diventare uomini incompleti, schiavi, strumenti”.
Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, 176

“Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico”.
Martin Bormann, “Memorandum”, 1942

“La forza e la volontà di infiggere grandi sofferenze. Essere capace di soffrire è l’ultima cosa: anche le donne deboli e gli schiavi possono raggiungere l’eccellenza in questo campo. Ma non morire per il disagio interiore e l’insicurezza quando si infligge una grande sofferenza e si ascoltano le grida di dolore – questo è grande, questa è la vera grandezza”.
Nietzsche, la Gaia Scienza

“La maggior parte di voi sa cosa significa un mucchio di 100 cadaveri, di 500, di mille cadaveri. Aver sopportato tutto ciò e, eccezion fatta per umane debolezze, essere rimasti persone decenti, è ciò che ci ha reso duri. Questa è una pagina gloriosa della nostra società che non è mai stata scritta né mai lo sarà”.
Heinrich Himmler, Poznan, 4 ottobre 1943

Credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà.
Furio Jesi a Kerényi, 16 maggio 1965; Jesi & Kerényi, 1999

 

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