“La situazione è irta di difficoltà e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione” (Risposta a Mauro Poggi)

I dogmi di un passato tranquillo sono inadeguati al presente tempestoso. La situazione è irta di difficoltà, e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione. Poiché il nostro caso è nuovo, dobbiamo pensare in modo nuovo e agire in modo nuovo. Dobbiamo emanciparci.

Abraham Lincoln

Il post sullo sciopero europeo ha dato il via ad uno scontro sul futuro dell’Unione che non si vedeva dai tempi di Lincoln e Jefferson Davis ;oDDDDD

Io sono unionista (ma solo a certe condizioni) e Mauro è secessionista (dall’eurozona e non solo).

La mia più recente e massiccia contro-offensiva (“il nemico è alle porte”!) richiede un post specifico.

[le metafore belliche sono frivolo intrattenimento: il dibattito tra noi due è civilissimo anche se il tema è di importanza storica].

Ecco la mia più recente replica.

“Bernanke non è certo Mr. Trasparenza. Ha il compito di mentire per rassicurare i mercati. Gli Stati Uniti hanno deciso di potersi indebitare a piacere per sostenere l’export mondiale stampando dollari a manetta come se non ci dovessero mai essere delle conseguenze, come se il dollaro dovesse restare per sempre la valuta di riferimento globale. Ma se i soldi stampati servono solo per gonfiare bolle e non per investire nell’economia reale, gli effetti non possono che essere catastrofici.

Lincoln: “Il Governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessario per soddisfare il potere di vendita del Governo ed il potere d’acquisto dei Cittadini consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solo la suprema prerogativa del Governo, ma è anche la sua più grande opportunità creativa. Con l’adozione di questi princìpi, ai Contribuenti saranno risparmiate enormi quantità di interessi. Il denaro cesserà di essere il padrone e diventerà il servitore dell’Umanità“.

Quanti paesi hanno la massa critica necessaria per dirottare i loro investimenti nell’economia, lasciando che la finanza sia esposta ai suoi stessi marosi, senza dover pagare un dazio terribile a chi, per il momento, ha il coltello dalla parte del manico?

Non certo l’Argentina, per citare uno di quegli esempi che sempre si tirano in ballo in questo dibattito.

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Non mi pare che l’Argentina sia libera da turbamenti nei suoi rapporti con FMI e Banca Mondiale. Mi pare invece che sia perennemente sotto attacco e che le cose potrebbero andare anche peggio, se l’obiettivo primario non fosse l’eurozona:

http://www.ft.com/cms/s/0/d0213464-22b5-11e2-938d-00144feabdc0.html#axzz2BzeIa6Xg

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-25/ultimatum-argentina-ecco-perche-204319.shtml?uuid=Abnc8djG

E non sono solo le agenzie internazionali a tenerla sotto pressione:

“Il recente voto a sfavore dei tedeschi, insieme a Stati Uniti e Spagna, a una richiesta di prestito di 60 miliardi di dollari fatta dall’Argentina alla Banca Inter-Americana di Sviluppo per un progetto nella provincia di San Juan”

http://www.eurasia-rivista.org/argentina-e-fmi-a-confronto/17452/

Al di là dell’indegna faziosità dell’articolo che segue, i problemi esistono e l’Argentina si sta comportando proprio come la Germania e come la Grecia (su istruzione dell’FMI): riduce le importazioni ed espande le esportazioni (ma qualcuno però dovrà pure importare più di quel che esporta se vogliamo evitare che l’economia globale collassi – pio desiderio) e, ciò nonostante, “l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo”: http://www.linkiesta.it/buenos-aires-argentina#ixzz2BzmbsIZn

Le critiche a questo articolo di linkiesta del lettore Dave sono intelligenti:

“Fermo restando che l’incidente di Once non è una sorpresa per chi abbia almeno visto “La próxima estación” di Solanas e la relativa analisi del decadimento della rete ferroviaria argentina, l’articolo mi pare ingannevole.

È vero, infatti, che la situazione del Paese è assai meno florida di quanto possa apparire ad un osservatore idealizzante: l’inflazione è tale che non ha senso affiggere i prezzi sulle vetrine dei negozi, il pagamento a rate comporta interessi da strozzino anche solo per pagamenti da terminare in sei mesi. Ed è vero che il sistema di sussidi rende quasi più conveniente la disoccupazione (ma questa critica era stata rivolta anche al Regno Unito durante i disordini della scorsa estate), creando una sorta di clientelismo “io ti voto, tu mi mantieni”.

Tuttavia, non si vede come questo supporti il titolo per cui sarebbe una balla che “senza l’FMI si [stia] meglio”. L’Argentina ha dei problemi strutturali che non possono certo essere superati in dieci anni dopo una crisi, specialmente da un governo come quello dei “K”. L’articolo non storicizza la situazione attuale, sembra piuttosto uno stizzito cahier de doléances, talvolta basato su generalizzazioni (tutti cattolici appassionati di Evangelina Anderson: un’analisi profonda e per nulla razzista).

Storicizzando, si vedrebbe quanto le ricette dell’FMI abbiano contribuito alla situazione attuale: durante la stagione in cui l’Argentina veniva lodata dal FMI, le maggiori imprese e i servizi pubblici vennero svenduti ad offerenti esterni (p.es. Iberia e Marsans con Aerolíneas Argentinas) interessati a far profitto, socializzando le eventuali perdite. Infatti, anche TBA rientrò nel quadro di privatizzazioni selvagge effettuate da Menem.

In sintesi, la mia idea è che, se non si può dire che l’Argentina ora stia meglio, è forse plausibile affermare che stia “meno peggio”. D’altronde, se la situazione attuale, per difficile che sia, sembra un miglioramento, questo non depone certo a favore delle precedenti politiche iperliberiste. Prima di trasformare l’Argentina post-2001 in uno spot a favore dell’FMI, però, ce ne vuole”.

Anche il lettore “Andrea Corno” dice cose sensate senza nascondere i problemi:

“Vivo da 6 anni in Argentina, non sarebbe male che chi scrive sull’Argentina facesse un giro da queste parti e parlasse con chi ci vive, stante che i media principali hanno ormai la credibilita’ di Studio Aperto. Il riassuntino di 2 anni di Clarin che vediamo qui sopra, coglie molti punti rilevanti ma manca della profondita’ di analisi che solitamente contraddistingue linkiesta.

Le origini del disagio profondo sono di lunga data e collegano a doppio filo Argentina ed Italia, dai legami tra Peron ed i fascismi europei, all’ultima dittatura piduista degli anni 70 che ha fatto le prime voragini nei bilanci pubblici e distrutto l’industria nazionale, al governo Menem degli anni 90 che ha Craxianamente distrutto economia e senso dello stato. Non a caso Menem ha privatizzato cio’ di cui si parla nell’articolo, Treni, Energia, Aerei, intascandosi tangenti smisurate e favorendo imprese Statunitensi ed Europee, senza tralasciare l’Italia che in Argentina ha fatto affari come pochi altri paesi, lasciando gli argentini con un pugno di debiti.

In questo contesto, andrebbero affrontate alcune inesattezze o precisazioni:

1) le importazioni non vengono bloccate solo per riequilibrare la bilancia commerciale, ma anche e soprattutto perche’ il piano dell’Argentina e’ quello di ricostruire il suo tessuto industriale per ricominciare a creare lavoro. Non a caso si tratta del secondo paese al mondo dopo la Cina per creazione di posti di lavoro negli ultimi 10 anni. Senza copiare pedissequamente, dovremmo rifletterci.

2) ovviamente una crescita del 5/8% l’anno per 10 anni, con una riconversione industriale, e con un notevole miglioramento della qualita’ di vita delle fasce basse della popolazione, porta ad un aumento della matrice energetica del 15/18% l’anno, ovvero a piu’ che duplicare il consumo energetico in 10 anni. YPF che controlla gas e petrolio e’ ancora (si spera per poco) in mani straniere. L’Argentina ha un piano di generazione di energia sul nucleare che farebbe invidia alle destre piu’ destre d’europa ed uno su eolico e solare che farebbero invidia ai verdi piu’ verdi del mondo (guardare il sito ENARSA).

3) i sussidi per le famiglie con bambini poveri hanno come condizionante il fatto che i bambini partecipino alle attivita’ scolastiche ed a controlli medici. questo, assieme agli investimenti in educazione, passati dall’1,8 % sul PIL al 6.8% (!), sta ricomponendo la breccia culturale tra classi svantaggiate e classi alte.

4) piuttosto logico che quando cresci in forma sostenuta per diversi anni, riconvertendoti da una politica di importazione ad una di produzione nazionale, si generi un’inflazione a due cifre. concordo sull’articolo della scarsa affidabilita’ degli organismi di statistica ufficiali … ma non mi pare molto diverso dalle risate che ci facevamo sull’ISTAT in periodi similari italiani

… senza voler a tutti i costi difendere un governo che ha mille pecche, mi pare che l’Argentina abbia un progetto, che viene portato avanti tra mille problemi storici ed attuali, che le cose funzionino anche perche’ tenute assieme con il fil di ferro … ma quanto meno un’idea di futuro c’e’, sicuramente perfettibile, ma c’e’. A differenza di un’Europa senza piu’ idee e visione che quando avra’ finito di tagliare, si sara’ accorta di essersi letteralmente tagliata anche gli organi produttivi …”

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Il vincolo esterno non è di per sé un concetto sbagliato. Siamo e dobbiamo essere interdipendenti e dobbiamo assumerci delle responsabilità, per migliorare tutti assieme. Il problema è che invece di essere impiegato per creare un circolo virtuoso che tenga conto dei modi e dei tempi più idonei per popoli che hanno stili di vita diversi e che non vanno omologati, è diventato un circolo vizioso in cui lo standard è quello neoliberista e tutti si devono adeguare, volenti o nolenti. Se ci si disfacesse di questo dogma, resterebbero valide le osservazioni di un critico (censurato, come tanti altri) di Bagnai:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/11/emilio-l-un-punto-di-vista-scomodo-su-eurozona-ed-economia-italiana/

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Sui separatismi non te la puoi cavare così ;op
è pressoché certo che la scissione in un’Europa di serie A ed una di serie B porterebbe al collasso di qualche stato nazionale, incluso il Belgio, se dovesse essere lasciato fuori dall’euronucleo assieme alla Francia, evento non improbabile, dato l’andamento dell’economia belga. Io sono contro la dicotomia “tutto proceda come sta procedendo” vs. “usciamo dall’eurozona”. Non puoi appiattirmi sul primo estremo per difendere il secondo. Uscire dall’eurozona avrebbe delle conseguenze geopolitiche immense e non si può far finta che tanto le cose vanno male comunque. Questa è proprio una delle ragioni per cui occorre restarci e combattere (lincolnianamente) per cambiarla.

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Ho già spiegato in molti post perché:

  1. per difendere il dollaro, ossia l’egemonia NATO nel mondo. Per lo stesso motivo entreremo in guerra con la Cina e la Russia;
  2. per portare avanti il progetto (razzista ed imperialista) dell’euronucleo (euro-marco):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/lucio-caracciolo-leuropa-e-finita-considerazioni-di-immenso-buon-senso-sulleuropa-sullitalia-e-su-altro-ancora/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

Nei progetti delle oligarchie anglo-americane e di quelle europee continentali l’Unione Europea doveva essere serva della NATO (cf Brzezinski) e l’unione mitteleuropea fa parte di questo schema geopolitico (che Caracciolo e Luverà hanno denunciato qui sopra).

Naturalmente all’interno dello schema generale squali e squaletti portano avanti i propri rispettivi progetti, non sempre in linea con le linee guida – dubito ad esempio che la Germania non abbia un piano B se gli USA dovessero implodere in seguito all’ennesima crisi dei derivati e/o di una sconfitta bellica (la posizione sulla Libia farebbe intendere una volontà di dialogare con la Russia, come nelle intenzioni di Karl Haushofer) -, e quindi non esisterà mai una spiegazione generale perfettamente coerente.
Anche quella di Giorgio Gattei di UniBo ha le sue pecche.

Se ti ostini a non porti delle domande sulle motivazioni di chi sta muovendo i pezzi continuerai a vedere solo una parte della realtà e non sarai in grado di fare delle valutazioni realistiche di decisioni che avranno enormi ripercussioni per tutti noi. Peggio: farai il gioco di altri.

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CALIFORNIA: appunto e non vedo quale sia il problema nell’unificazione europea (anzi, euro-mediterranea) sul modello americano, se portata avanti con lo spirito di un F.D. Roosevelt o di un De Gaulle o di un Tsipras, ossia senza abolire gli stati e riservando loro una forte autonomia/sovranità. Lo sciopero generale europeo servirà ad infondere coraggio ai politici, intellettuali ed imprenditori di buona volontà.

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In precedenza la situazione non era mai stata così grave e le famiglie italiane non erano mai state così prossime al baratro. Perciò non si può dare per scontato che “anche stavolta ce la caveremo”.

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Il protezionismo lo fanno l’Argentina, lo fanno gli USA e lo facciamo noi nei confronti del Terzo Mondo (+ sussidi all’agribusiness che mettono fuori gioco i contadini africani). Figurati se Francia e Germania accetterebbero di lasciarci uscire dall’eurozona per poi distruggere le loro esportazioni, ossia l’unica possibilità che hanno di tirare avanti (nonché uno dei dogmi del neoliberismo che punta tutto sull’aumento delle esportazioni). Persino la Cina ci romperà i maroni, dato che rischia sommosse mastodontiche se solo la crescita scende sotto una certa soglia. Non solo, ci saranno guerre commerciali anche tra gli stessi PIIGS, in lotta per la sopravvivenza. Credere che le cose andranno diversamente è credere alle favole. La realtà non corrisponde ai nostri desideri.

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Senza capitali non ci può essere alcun rilancio dell’economia.

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La geopolitica dei miti etnici – l’assassinio dell’Unione Europea e l’avvento dell’Impero

Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno.

PROLUSIONE

Sean Gervasi, La NATO in Jugoslavia. Perché? Praga, 13-14 gennaio 1996

Sean Gervasi, già consulente economico nell’amministrazione Kennedy – rassegnò le sue dimissioni come segno di protesta per la disastrosa tentata invasione di Cuba nel 1961, docente alla London School of Economics ed all’Università di Parigi- Vincennes, Consulente del Comitato delle Nazioni Unite sull’Apartheid

Nella visione tedesca, l’Europa in futuro sarà organizzata in cerchi concentrici intorno a un centro costituito dalla Germania [Europa a due o più velocità, NdR]. Il centro sarà la regione più sviluppata da tutti i punti di vista: sarà la più avanzata tecnologicamente e la più ricca; avrà i livelli salariali più alti e i redditi pro capite maggiori; si dedicherà esclusivamente alle attività economiche più profittevoli, quelle che la pongono in posizione di comando del sistema. La Germania si occuperà perciò di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attività insomma di programmazione e coordinamento dell’economia delle altre regioni.

Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi più bassi. L’anello immediatamente adiacente la Germania dovrebbe essere caratterizzato da molteplici attività produttive e di servizio ad elevato profitto e comprenderebbe parte della Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, l’Olanda e l’Italia settentrionale. Il livello generale del reddito vi sarebbe alto, ma inferiore a quello tedesco. L’anello successivo comprenderebbe le parti più povera e dell’Europa occidentale e parti dell’Europa orientale, con alcune produzioni, assemblaggio, produzioni alimentari. I livelli stipendiali e salariali vi sarebbero considerevolmente più bassi che al centro.

Inutile dire che in questo schema la maggior parte delle regioni dell’Europa orientale apparterrebbero a un anello periferico. L’Europa orientale sarebbe tributaria del centro. Produrrebbe alcuni generi di merci, ma non primariamente per il proprio consumo. Una parte considerevole della produzione, con el materie prime e anche i generi alimentari, verrebbe destinata all’estero. Anche l’industria pagherebbe inoltre stipendi e salari bassi e il livello generale di stipendi e salari, e dunque dei redditi, sarebbe più basso che in passato.

Insomma, nel nuovo sistema integrato la maggior parte dell’Europa orientale sarà più povera di quanto non sarebbe stata se i paesi dell’Europa orientale avessero potuto decidere autonomamente quale tipo di sviluppo perseguire. Il solo sviluppo perseguibile in società esposte alla potente penetrazione del capitale estero e bloccate dalle regole del Fondo Monetario Internazionale è lo sviluppo dipendente.

Ciò vale anche per la Russia e gli altri paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. Anch’essi diverrebbero tributari del centro e la Russia non avrebbe nessuna possibilità di perseguire una via di sviluppo indipendente. In Russia rimarranno beninteso alcune produzioni industriali, ma senza la minima possibilità di uno sviluppo industriale equilibrato, perché le priorità dello sviluppo saranno dettate sempre più dall’esterno. Le società occidentali, come dimostrano i dati sugli investimenti esteri, non hanno nessun interesse a promuovere lo sviluppo industriale della Russia.

La Germania dunque, coll’appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l’economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attività subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l’esportazione verso il nucleo e i mercati d’oltremare. L’Europa del futuro, se la si paragona all’Europa, tanto occidentale che orientale, degli anni ’80, dovrà essere ristrutturata da cima a fondo, con livelli di sviluppo sempre più bassi via via che ci si allontana dal centro tedesco.

Gran parte dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica è dunque destinata a rimanere un’area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica”.

Questa è una lettura più realistica di quella di Giorgo Gattei, storico del pensiero economico all’Università di Bologna, che vede Germania e USA contrapposti (pur essendo parte della NATO):
https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/23/la-guerra-in-corso-tra-germania-e-usa-uninterpretazione-della-crisi-gattei-di-unibo/

Qui alcune conferme esterne alla lettura di Gervasi

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/si-puo-evitare-una-terza-guerra-civile.html

http://www.vanderbiltuniversitypress.com/books/333/first-do-no-harm

PREMESSA

La seguente interpretazione (che risale alla fine degli anni Novanta ma è utile a capire le dinamiche in corso) a mio avviso sconta il limite di non tenere nel giusto conto la necessità di precisare che, se questi scenari fossero anche solo in parte reali, contrastarli sarebbe prima di tutto nell’interesse della popolazione tedesca, che rischia seriamente di essere pugnalata alle spalle una terza volta da UNA PARTE della sua élite. Se si tralascia questo nodo cruciale, si finisce per scadere nella più vieta teutonofobia del popolo tedesco congenitamente afflitto da pulsioni espansionistiche ed egemoniche. Nell’ultima guerra sono morti più tedeschi che ebrei, perciò è importante aiutare i tedeschi a sabotare qualunque progetto di questo genere, per il loro e per il nostro bene. Lo stesso discorso si applica ai sudtirolesi che, abbagliati da certa retorica etnopopulista separatista, rischiano a loro volta, come ai tempi di Andreas Hofer, di diventare carne da cannone per finalità che neppure intravedono. Il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” è nato con quello spirito, con buona pace delle miopie di alcuni critici e della malafede di altri. Sarà, come sempre, la storia a stabilire chi sia stato dalla parte della maturazione civile, morale e spirituale delle persone e chi, più o meno consapevolmente, l’abbia ostacolata.

Articoli precedenti sul tema dell’etnofederalismo e della geopolitica delle identità.

Articoli precedenti sulla questione dell’Europa a due velocità, o a cerchi concentrici, il cavallo di battaglia di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze della Germania e vero regista della deliberata malagestione della crisi dell’eurozona, nonché politico implicato in uno scandalo per un grosso finanziamento al partito da da parte di un industriale degli armamenti (di cui peraltro la sua pagina italiana di wikipedia non fa menzione).

TESTO

“In questi anni c’è stata una grave difficoltà nella comprensione della guerra nella vicina Jugoslavia [qui una mia rivisitazione di alcuni miti riguardanti quella guerra e qui sul Kosovo]. A sinistra si è spesso tralasciata l’analisi critica dei rapporti economici, per sostituirla con tematiche identitarie o con improbabili intellettualismi. Questa vicenda (non ancora terminata) ha dimostrato come la sinistra ed il pensiero democratico possano sfasciarsi completamente di fronte alla “questione nazionale”.

Appassionarsi ai “piccoli popoli oppressi” prescindendo completamente dai rapporti di classe, ad esempio la lotta tra le varie borghesie nazionali e quella detentrice del capitale monopolistico transnazionale, prescindendo dai cambiamenti macroeconomici, dalla storia, oppure richiamandosi ad episodi antichi o marginali a scapito di quelli attuali e significativi, spesso con lo scopo di inventare “radici di plastica” e motivi di identificazione per realtà “etniche” pompate artificialmente: si e’ visto che tutto questo non può che causare la completa deriva della teoria e della prassi.

[…]
Facciamo un esempio concreto: la “Gesellschaft für Bedrohte Völker” (GfBV, in Italia “Associazione per i Popoli Minacciati” – APM) è una “transnazionale” con centro in Germania, che si occupa della salvaguardia delle minoranze. Apparentemente si tratta di una organizzazione di sinistra. Dal suo sito WEB apprendiamo che essa ha una sezione in Bosnia, e che lavora con particolare zelo sui problemi del Kosovo e del Sangiaccato. La sezione sudtirolese, ad esempio – che è ovviamente distinta da quella italiana – ha gestito per anni la “cattedra di Germanistica” della “università parallela” di Pristina.
Non solo: essa si interessa anche ai popoli dei dintorni del Caucaso, compresi ceceni, tartari della Crimea, ed altri che a noi restano ancora pressoché sconosciuti, ma di cui gli storici specialisti conoscono l’appoggio fornito durante la II G. M. al progetto nazista di “Nuovo Ordine Europeo”.
Dulcis in fundo la GfBV è molto preoccupata per la maniera in cui vengono accolti in Germania gli “Aussiedler”, cioè gli appartenenti alle minoranze germaniche dell’Europa centro-orientale, e chiede che il governo faccia di più per la loro salvaguardia nei rispettivi paesi – che fino a 5-6 anni fa erano l’URSS, la Jugoslavia, eccetera, ed oggi sono insignificanti fantocci dell’imperialismo come Ucraina o Repubblica Ceca… D’altronde Tilman Zülch, fondatore e Presidente della GfBV, “è nato il 2 settembre 1939 a Deutsch-Libau (Sudeti)”, come è scritto nella sua biografia WEB: i Sudeti sono i territori
occidentali della Cecoslovacchia, al centro allora come oggi della disputa tra tedeschi e cechi. Il cerchio dunque si chiude.
In Italia il Comitato dei Garanti della APM annovera al suo interno il noto medievalista Franco Cardini, dichiaratamente di destra, ed un tale Sergio Salvi che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “L’Italia non esiste” (Camunia, Firenze 1996), nel quale viene dunque superata la celebre affermazione di Metternich (“L’Italia è soltanto un’espressione geografica”). L’APM ha rapporti con le riviste della “nuova” destra comunitarista-internazionalista (es. “Frontiere”) e, guarda caso, con i croati attraverso Sandro Damiani, giornalista fiumano, che gestisce la “Associazione Culturale Italia-Croazia”. La APM sottoscrive proclami per la “autodeterminazione del Kosovo” insieme a gruppi nonviolenti cattolici trovando spazio su pubblicazioni come “Il Manifesto” e “AlternativeEuropa”… Perché?
In effetti è almeno dagli anni ’80 che si è affermata una corrente di “antiimperialismo ingenuo”, a cavallo tra destra e sinistra. Inizialmente il discorso legava con la critica al socialismo reale (es: Afghanistan), oggi però gli “imperialismi” da scardinare sono un po’ tutti gli Stati che si vogliono prendere di mira.

Con la richiesta di una “Europa delle regioni” da parte di settori che con la sinistra non hanno mai avuto niente a che spartire è divenuto infine chiaro che la colorazione libertaria-ecologica-sociale di questi movimenti serve talvolta solamente come facciata. Tra danze bretoni ed amuleti celtici l’effettivo essere sociale degli individui si svilisce in comunità di stampo folkloristico: “Noi non vogliamo un’Europa d’un grigiore indistinto, ma bensì come un insieme di specificità nazionali e regionali” (Helmut Kohl):  si intende la parcellizzazione in frammenti territoriali al di sopra dei quali si erga il dominio unificatore del più forte.

UN PO’ DI STORIA

Sul numero 2/1995 del mensile marxista tedesco KONKRET appariva il primo di una serie di contributi di Walter von Goldenbach e Hans-Ruediger Minow, autori del libro “Deutschtum erwache!” (“Germanita’, sveglia! Spaccati di pangermanesimo visti dall’interno” – Dietz, Berlino). L’articolo, dal titolo “Saluti da Grosny”, esordiva nella seguente maniera:

«Al novero delle organizzazioni statali mascherate che fanno la politica estera tedesca pare appartenere una associazione particolarmente raffinata: La Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei>> [FUEV, vedi riquadro dopo la bibliografia]. La sua costituzione negli anni Venti avvenne ad opera di personaggi a cavallo tra ambienti governativi, fondazioni, mondo accademico e associazioni di tutela dei “tedeschi orientali”, le popolazioni di origine germanica stanziate nell’Europa Orientale, fino al Volga ed oltre. Secondo l’allora ministro degli Esteri Stresemann le necessità vitali della Germania erano “in contraddizione flagrante con la oggi ancora dominante tendenza (…) allo sviluppo degli Stati nazionali”:  << “Non esiste altra via d’uscita se non la rottura con le residue concezioni di Stato e di popolo“, affermarono gli emissari di Stresemann.  L’idea nata con le rivoluzioni americana e francese dello Stato nazionale sovrano, osservante i diritti umani, con i cittadini più diversi, apparterrebbe al passato (…) Il “popolo” [nel senso della nazionalità] sarebbe di valore più alto dello “Stato”: quello bretone, fiammingo o croato, il cui “diritto di natura” dovrebbe evertere lo Stato nazionale… ». Non è una idea originale: già su “Nazione e Stato – giornale tedesco per il problema delle minoranze in Europa”, nazionalsocialisti bellicosi sviluppavano la teoria del “Volk” che si erge al di sopra dello Stato. “Il Volk”, si leggeva nel 1932, “è una unità di sangue e di cultura”. Il “concetto di nazione [nel senso dello Stato nazionale moderno] è una conseguenza necessaria del mondo concettuale della democrazia, della conta meccanica nella moltitudine degli uguali, dell’individualismo e della rinunzia alla suddivisione dell’umanità per razza e per etnia. Tutto questo fa il servizio dell’ebraismo, che vuole uguaglianza dei diritti, sfruttamento e dominio“… >>
Nel 1936 il “Congresso delle Nazionalità” di Ginevra, riunione annuale della FUEV e di altre organizzazioni affini, si pronunciò per una “suddivisione” dell’Europa: “Il riconoscimento di una soggettività del “Volk” come base fondante dello sviluppo europeo non significa altro che tracciare i contorni di una nuova Europa”. Il serissimo relatore era uomo di fiducia dei servizi segreti nazionalsocialisti, impegnato proprio in quell’epoca contro lo Stato cecoslovacco. Mentre Adolf Hitler pianificava la creazione di uno “Stato” bretone, laddove la Borgogna sarebbe stata annessa al “Reich”, i “Congressi delle Nazionalità Europee” venivano sospesi: la trappola della politica estera tedesca si chiudeva di scatto.

L’idea di fondo però veniva portata avanti dall’apparato nazionalsocialista impegnato nella guerra di aggressione: in un documento riservato del 15/5/1940 il capo delle SS Himmler esprimeva la convinzione che “nel trattamento delle etnie straniere dell’Oriente dobbiamo vedere di riconoscere e di badare quanto più possibile alle singole popolazioni, vale a dire oltre ai Polacchi e gli Ebrei gli Ucraini, i Russi Bianchi, i Gorali, i Lemchi ed i Casciubi. Ed ovunque si trovino pure solo frammenti etnici, ebbene anche a quelli. Con questo voglio dire che noi non solo abbiamo il più grande interesse acché le popolazioni dell’Oriente non siano unite, ma che al contrario siano suddivise nel numero maggiore possibile di parti e di frammenti. Ma anche all’interno delle stesse popolazioni non abbiamo alcun interesse a portarle all’unità ed alla grandezza, a trasmettere loro forse pian piano una coscienza nazionale ed una cultura nazionale, bensì piuttosto a scioglierle in innumerevoli piccoli frammenti e particelle…” (1)

Già nell’introduzione di una “proposta di convenzione” che la FUEV fa oggi alle competenti istituzioni internazionali, si riconosce che “il Nuovo Ordine Europeo” si sarebbe realizzato già “dal 1990”, cosicché “la protezione dei gruppi etnici” ed una “regolamentazione valida in generale per le questioni relative alle etnie” mostrano di essere “una necessità imprescindibile”. Secondo la FUEV, nel novero delle “minoranze” e delle “nazionalità”  si può rientrare in base ad una “decisione soggettiva”, “liberamente riconoscendosi” in quanto “gruppo etnico”, riconoscimento che non può “essere contestato né tantomeno sottoposto a prova dimostrativa”… Sembra scritto apposta per la “nazione padana”!  Il vertice di tali concezioni è tuttavia il “diritto a contatti indisturbati”. In base a tale “diritto” formulato dalla FUEV, ai territori in parte già separati ed autogestiti bisogna lasciare espressamente la possibilità di curare “contatti in maniera indisturbata con organi statali o altri organi pubblici di altri Stati, soprattutto con quelli degli Stati co-nazionali” cioè rappresentanti lo stesso “Volk”, come la Germania per il Sudtirolo, ad esempio, o l’Albania per il Kosovo.
La FUEV «ha finanziato nel 1994 una conferenza internazionale che ha avuto luogo in Ungheria, ed è servita come estensione verso gli ambiti territori dell’Est delle fantasie di egemonia pangermanica: per la FUEV il 1994 è stato l’anno dell'”impegno per le minoranze in tutta Europa fino al Caucaso”. Secondo un comunicato stampa della FUEV (…) l’Europa si scompone in sei “regioni”, dove le “comunità di popolo” possono aspirare ad autonomia territoriale. La lista può anche essere letta come istruzioni per la dissezione degli Stati confinanti con la Germania. Nello spazio “NORD” i “tedeschi dello
Schleswig settentrionale” sono posti contro la Danimarca, i “frisoni” contro l’Olanda così come i “sami” ed i “finlandesi di Svezia” contro Stoccolma. Nello spazio “OVEST” la FUEV incoraggia tra l’altro le rivendicazioni territoriali dei “bretoni” e degli “alsaziano-loreni” contro Parigi, dei “tedeschi del Belgio” e dei “fiamminghi” contro Bruxelles così come dei “gallesi” e “cornovallesi” contro Londra. Nello spazio “SUD” contro Roma emergono i “sudtirolesi retoromanzi”, gli “aostani” ed i “ladini”. La sezione “CENTRO” è dominata dalle tendenze autonomiste che, a detta della FUEV, animerebbero i
“tedeschi nella Polonia settentrionale”, i “tedeschi dell’alta Slesia”, i “tedeschi sudeti in Cechia” ed anche i “tedeschi della Slovacchia”.
Infine, il ginepraio etnico si infittisce nelle zone “SUDEST” ed “EST”. “Ungheresi in Romania” e “rumeni in Ungheria”, “sassoni di Siebenbuerger”, “svevi del Banato” [tra Ungheria, Romania e Jugoslavia], “tedeschi, italiani ed ungheresi in Slovenia”, “tedeschi in Georgia”, “tedeschi nel Kazachistan”, “tedeschi in Kirghisia”, così come i tartari di Crimea, già varie volte arruolati dal Comando militare tedesco, tutti questi aspirano al “diritto di natura” dei “gruppi etnici”. >> Silenziosamente e sotto la copertura di alti rappresentanti dello Stato, tra i quali il Primo Ministro dello Schleswig-Holstein ed il Presidente del Parlamento del Land del Brandeburgo, ma anche come consulente per il Consiglio d’Europa, la CSCE, l’ONU ed il Parlamento Europeo la FUEV lavora alacremente alla costruzione del “Nuovo Ordine Europeo”…

L’ESTREMA DESTRA EUROREGIONALISTA

Bisogna a questo punto sottolineare la convergenza esistente tra codesti difensori delle minoranze d’ogni nazionalità ed organizzazioni di ispirazione direttamente pangermanica e per la tutela degli “Aussiedler”. Il problema degli “Aussiedler” viene sollevato costantemente in Germania sin dagli anni della annessione della Germania Est da parte della Repubblica Federale, come motivo di propaganda interna ma anche di pressione verso molti paesi. Quando alla fine del 1997 scoppiò un grosso scandalo internazionale in seguito alla conferenza tenuta alla Scuola Ufficiali di Amburgo dal leader neonazista Roeder, una cosa che rimase pressoché sconosciuta fu l’argomento trattato da questo personaggio nella sua “lezione”:  ebbene si trattava di come accrescere l’influenza tedesca nella zona di Kaliningrad – ovvero la Koenisberg capitale di quella che era la “Prussia Orientale”, tra Polonia e Lituania, oggi ancora territorio russo – attraverso la immigrazione massiccia di “tedeschi del Volga” in quell’area [se teniamo presente che si tratta di un’enclave russa di importanza strategica si può capire la follia di una tale proposta, NdR].
Tra le organizzazioni per gli “Aussiedler” sono note il “Verein fuer das Deutschtum im Ausland” (VDA, ovvero Associazione per la Germanità all’Estero) ed il “Verband der deutschen Volksgruppen in Europa” (Lega dei gruppi etnici tedeschi in Europa). La prima delle due è oggi assai attiva, e come la FUEV gode di autorevoli appoggi:  « Non diversamente dai suoi predecessori, [la FUEV] è legata al Ministero degli Esteri, a quello degli Interni ed alla Cancelleria Federale attraverso la VDA, agenzia sovversiva dalla storia secolare al servizio dello Stato tedesco. Il legame è assicurato dal membro del Consiglio Amministrativo [CA] della VDA Karl Mitterdorfer [ex-senatore della “italiana” Südtiroler Volkspartei – SVP], presidente per anni della FUEV (…) avente contatti di lavoro con rappresentanti dell’estremismo di destra e del razzismo europei. Questa cooperazione della FUEV avviene all’ombra di membri del CA della VDA del calibro di Hans Klein (Vicepresidente del Bundestag tedesco) ed Eberhard Diepgen (sindaco di Berlino in carica)». Il VDA all’inizio degli anni Novanta era presieduto da Hartmut Koschyk, pochi mesi prima della “riunificazione tedesca” autore, presso la ultrareazionaria casa editrice MUT (“Coraggio”), di un libro dal significativo titolo “Tutta la Germania deve essere unita”. Costui, esule dell’Alta Slesia (Polonia), afferma nel libro che “la fissazione dell’Oder-Neisse quale linea del confine tedesco-polacco non può essere considerata una soluzione valida per il futuro dei rapporti tedesco-polacchi”. Negli anni successivi Koschyk si fa personalmente promotore di iniziative di sostegno ai “Circoli per l’Amicizia con la Germania” nella Polonia occidentale, mettendo a disposizione dozzine di antenne satellitari e fotocopiatrici.

Ricordiamo che la “riunificazione” è stata possibile grazie ad una serie di accordi e trattati, tra i quali quello sui confini tedesco-polacchi del 14/11/1990 che in questi ambienti è ancora considerato vergognoso ma che ha rappresentato una necessaria concessione alla “Realpolitik” da parte di Kohl.
È da questi ambienti federalisti e pangermanici insieme che è nata una idea-guida della odierna Unione Europea, quella delle “Euroregioni“. Nel 1988 l’Intereg [vedi riquadro] crea il progetto di “Regio Egrensis”, a cavallo tra Baviera e Cecoslovacchia, che interessa quindi proprio i Sudeti. È sempre da questo istituto che emerge l’idea della Euroregione Tirolo, comprendente Alto Adige e Tirolo austriaco [il Trentino dev’essere escluso perché il gruppo etnolinguistico tedesco deve essere chiaramente dominante – per questo ogni sforzo del Tirolo e del Trentino di creare un’euregio che comprenda anche il Trentino sono visti come il fumo negli occhi, NdR].
[…]

Infine, nel dicembre 1996, con il sostegno del Ministero dell’Interno della Germania nasce l'”Europaeisches Zentrum fuer Minderheitenfragen” (EZM ovvero: Centro europeo per le questioni delle minoranze).

Su KONKRET 3/1997 Goldenbach e Minow precisano: «Nel grande mercato sotto dominio tedesco di nome “Europa” i confini statali nazionali disturbano. La loro distruzione è lo scopo della “etnopolitica” tedesca, che ora passa all’attacco con l’EZM (…). L’Ufficio Esteri [“Auswaertiges Amt”, AA] ed il Ministero degli Interni di Bonn [BMI] hanno impiegato cinque lunghi anni (…) ma ora ci siamo: da dicembre 1996 specialisti tedeschi lavorano affinché “si dia finalmente spazio ad una politica d’attacco sulle questioni dei gruppi etnici e delle minoranze, spazio che le è dovuto già da tempo”, nelle parole della Presidentessa del Landtag [il Parlamento del Land] Lianne Paulina-Muerl ad un Forum sulle minoranze del Landtag dello Schleswig-Holstein il 7 giugno 1991. Per i loro propositi in tema di minoranze hanno sistemato a Flensburg una scenografia europea, hanno incassato i contributi della UE ed hanno coinvolto nel nuovo “Centro per le questioni delle minoranze” anche gli ignari danesi. Che l’offensiva non riguardi quelli che in Germania sono socialmente svantaggiati, ossia i milioni di immigrati dalla Turchia o i lavoratori dal Vietnam e dall’Europa orientale, si capisce da sé. Si tratta delle minoranze e dei cosiddetti gruppi etnici ALL’ESTERNO della Repubblica Federale… Come spiegava il direttore dell’EZM Stefan Troebst a Flensburg, in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto (…) “il settore geografico di lavoro della nuova istituzione è l’Europa ed in certi casi anche i territori limitrofi come (…) il Mar Nero o il Caucaso”. Chi a causa di queste indicazioni ritenga che la politica tedesca sia alla ricerca di minoranze che possano aprirle la strada verso aree di intervento ricche di risorse, beh costui ha la vista corta: “Una particolare attenzione verrà prestata all’Europa orientale” concede l’esperto in tema di minoranze Troebst; “ma se ci ricordiamo dei titoloni dedicati in questi anni all’Irlanda del Nord, ai Paesi Baschi, alla Corsica e a Cipro è allora chiaro che pesanti conflitti etnici non covano solamente nella regione al di là della ex-cortina di ferro. Se si tratta dei diritti delle minoranze, bisogna aggiungere anche alcuni paesi occidentali (…)  Se, tanto per fare un esempio (…) gli occitani del sud della Francia propongono un programma nazionale, organizzano un movimento nazionale e rivendicano infine la creazione di un proprio Stato nazionale, e si mettono a lottare per ottenerlo, oppure no… queste sono domande difficili, in certi casi persino urgenti“…>> “Nessuna minoranza può essere lasciata in balia di un governo centralista repressivo” – dice ancora Troebst.  “A tal proposito, anche Stati sovrani devono contemplare l’intervento della comunità internazionale. In casi come quello del Kosovo (!) l’acuirsi delle tensioni tra gruppi etnici può essere evitato solo in questa maniera”. Secondo un calcolo ufficiale della FUEV, che è tra le componenti del consiglio amministrativo dell’EZM, in Europa 101.412.000 persone appartengono al potenziale delle “minoranze”, per un totale di 282 “gruppi etnici” in 36 Stati europei.… Questi numeri chiariscono che la politica estera tedesca non è solamente radicale, ma vuole anche andare fino in fondo. Ciò che ha avuto inizio con successo in Jugoslavia – la disgregazione “etnica” del continente in un grande mercato costituito da regioni marginalizzate – deve proseguire con gli albanesi del Kosovo (non a caso l’UCK è addestrato ed armato dai servizi segreti tedeschi), e forse anche con gli  “occitani”.
Sul numero 3/1997 di LIMES, a pagina 293, appariva un documento dal titolo “Dichiarazione per una carta Gentium et Regionum – Programma di
Brno”, portante in calce la firma di sette autori appartenenti alla GfBV, all’INTEREG, al Centre International de Formation Européenne, alla FUEV e all’Istituto di Ricerche sul Federalismo di Innsbruck. Nel documento si dice apertamente che :  «non è più possibile congelare le strutture attualmente dominanti e la sovranità nazionale come se esse fossero sacrosante… è sempre più necessario promuovere la diversità e l’autonomia delle piccole comunità vicine ai cittadini… è indispensabile per un nuovo ordine europeo [sic!] il superamento di vecchie concezioni relative al carattere illimitato della sovranità e del centralismo stato-nazionale, nel senso di un’unione europea da un lato e della maggiore autonomia possibile delle piccole comunità dall’altro… la cooperazione transfrontaliera regionale quale viene praticata in Europa (euro-regioni) costituisce un’innovazione che deve essere ulteriormente sviluppata… l’Europa può divenire un esempio per il resto del mondo se essa riesce a progredire dal modello di uno Stato nazionale più o meno centralistico verso un modello di diversità nell’unità fondato sul principio dei diritti dei gruppi etnici, dell’autonomia e dell’autodeterminazione…» Il documento prosegue declinando ad ogni pié sospinto ed in tutte le maniere l’aggettivo “etnico”, dichiarandosi a favore di “Stati regionali autonomi” che “dovranno essere istituiti anche là dove lo Stato centrale nel suo complesso non è organizzato in forma federale”, sentenziando infine: “le divisioni e le frontiere che non siano state fondate sull’autodeterminazione mascherano, dietro ad un federalismo di facciata, una dominazione straniera”, come a dire: non tutti i federalismi ci vanno bene – quello jugoslavo, ad esempio, a loro non piaceva.
Dunque i possibili effetti della strategia regionalista portata avanti dai tedeschi [alcune forze in seno alla classe dirigente tedesca ed austriaca, non certo tutte – altre forze, sempre austro-tedesche, le avversano, NdR] sono potenzialmente destabilizzanti per tutto il continente, e non solo per l’Europa dell’Est. La rivista italiana LIMES, che ha una collocazione politica apparentemente trasversale ma in effetti è portavoce degli ambienti militari che fanno la geopolitica italiana, pubblicava sul numero 4/1997 un’intervista a Pierre-Marie Gallois, ex-generale e fedelissimo di De Gaulle, dal titolo “Perché temo la Germania (e la televisione)”. Nella introduzione si parla dell’EZM, del suo recente battesimo a Flensburg e del suo Presidente, Stefan Troebst. Si dice tra l’altro:  «Poco dopo la presentazione del centro di Flensburg, un diplomatico ed un sociologo tedeschi, Walter Von Goldenbach e Hans-Rudiger Minow, scrivono il libro “Von Krieg zu Krieg” (Da guerra a guerra), sottotitolo: “La politica estera tedesca e il frazionamento etnico dell’Europa”. I due autori si recano a Parigi dal generale Pierre-Marie Gallois, uno dei maggiori esperti internazionali di geopolitica, e gli chiedono una prefazione. Presa visione della documentazione, Gallois li accontenta. Dopo l’uscita del libro, i due autori incominciano ad avere numerosi problemi, il sociologo Minow subisce anche un’aggressione fisica, al punto da desiderare di trasferirsi all’estero.>>

Nell’articolo, il generale Gallois sottolinea come proprio la diplomazia preventiva tedesca, auspicata da Stefan Troebst, ha fortemente contribuito allo smembramento della Jugoslavia. » Nell’intervista – che suggeriamo di leggere per intero – Gallois dice: « I tedeschi sono eccellenti cartografi. I popoli che non hanno confini naturali cercano sulle carte dove fissare le frontiere. Presumo che, come il Centro di Geopolitica di Haushofer – consigliere di Hitler ed anche di Stalin, nel 1937-’38 – vi siano, oggi, dei gruppi di studio tedeschi che lavorino nell’ombra per preparare un grande futuro alla Germania. Sanno di non poter più speculare sulla supremazia della letteratura o della lingua, per cui rimangono loro l’economia – il culto del marco – e la regionalizzazione… >> [sciovinismo francese che confonde invece di chiarire: c’è, com’è normale che sia, un conflitto di potere tra Francia e Germania intorno a chi avrà più peso all’interno dell’Europa che verrà. Questo conflitto si interseca con le tensioni tra Europa e Stati Uniti all’interno della NATO e con quelle tra neoliberismo della City di Londra e di Wall Street da un lato e politici anti-neoliberisti dall’altro, NdR].

EUROPA NEOLIBERISTA E DISGREGAZIONE DELLA CLASSE
Sarebbe tuttavia ingenuo e sciocco pensare che la strategia della regionalizzazione abbia la sua ragione ed origine esclusivamente in Germania.
Secondo una ricerca della Fiom piemontese (2), dopo l’unità monetaria l’operaio Fiat percepisce grossomodo, allo stato contrattuale vigente, 879 Euro, contro i 1458 del suo collega tedesco alla Volkswagen. Non va meglio anche il confronto con i francesi della Renault (1303 Euro) e con gli spagnoli della Ford (957 Euro). Infine gli inglesi: 1300 Euro.

“Prima di arrivare ad una parità salariale con i tedeschi e con i francesi avremmo da scioperare parecchi anni – commentava il segretario Giorgio Cremaschi – I salari italiani sono l’unica voce dell’economia nazionale già totalmente dentro i parametri di Maastricht. Dovrebbero prenderne visione la Confindustria e la Banca d’Italia”…  Se le tariffe sono cresciute vertiginosamente dappertutto in nome dell’adeguamento ai parametri di Maastricht, nel caso dei salari quali parametri sono da considerarsi “europei”? Lo studio della Fiom piemontese in effetti può essere visto da due punti di vista: da un lato sembra evidenziare un’ingiustizia palese; dall’altro indica chiaramente che gli accordi sul costo del lavoro in tutta Europa vanno perdendo completamente di significato con
l’unificazione. In effetti, cosa dovrebbe spingere la Confindustria italiana ad aumentare gli stipendi per “adeguarsi” agli standard tedeschi? Piuttosto, le statistiche Fiom potrebbero essere usate – poniamo – dal padronato tedesco per ammonire i lavoratori in lotta contro i tagli.  Ed infatti il padronato tedesco sottolinea proprio l’elevato costo del lavoro in Germania per chiederne la diminuzione, tacendo ovviamente sul fatto che ai salari più alti d’Europa corrisponde in Germania una altissima produttività del lavoro – gli imprenditori tedeschi in realtà possono permettersi tranquillamente corresponsioni “elevate”, tra l’altro utili a mantenere un elevato livello di consumi, visti i superprofitti derivanti dallo sfruttamento neocoloniale dei lavoratori e delle risorse dell’Est e del Sud. Contemporaneamente, la previdenza e tutte le forme di salario indiretto sono oggetto di un attacco violento. Quando i sindacati tedeschi alzano la voce vengono subito zittiti con l’accusa di essere “nazionalisti” (ed allora si fa riferimento al costo del lavoro all’estero o agli immigrati…) o “fuori dalla realtà” (la globalizzazione, il mercato, eccetera).
Si tratta di paradossi soltanto apparenti: se l’Europa è unita, ma i salari sono diversi, allora i contratti nazionali perdono veramente di senso. Dunque da una parte l’unificazione, dall’altra la regionalizzazione sono i “piedi di porco”  che il padronato usa per demolire i contratti nazionali di lavoro. Questa logica ovviamente non è una logica soltanto “tedesca”: ecco perché attorno alla unificazione europea ed al regionalismo si è creata una più vasta convergenza tra borghesie.

[…].
Il federalismo si prefigura sicuramente dal punto di vista fiscale come un alleggerimento per le tasche degli imprenditori, ma vedere solo questo aspetto è riduttivo: federalismo significa soprattutto deregulation e liberismo, ovvero gabbie salariali (retribuzione diversa per zone diverse) e fine dei contratti nazionali di lavoro. Ecco perché una riforma istituzionale in senso federalista, ovvero dell'”Europa delle regioni”, è ben vista anche dalle Confindustrie di tutti i paesi. Questa “Europa delle Regioni”, o delle minoranze, non è in contraddizione con l'”Europa delle grandi imprese”:  esse sono identiche.
Ecco dunque la soluzione del dilemma tra unificazione e frammentazione in Europa: si punta solo alla frammentazione della classe lavoratrice, alle divisioni (etniche-nazionali, categoriali) nel suo interno, e viceversa alla totale “libertà d’impresa” ed all’abbattimento dei confini per il mercato. I micronazionalismi sono solo un aspetto del violento attacco contro il proletariato nel suo insieme, un attacco riconoscibile anche nelle molteplici forme della precarizzazione [gergalità marxista che oscura il fatto che non è un attacco al proletariato che si sta verificando, ma la proletarizzazione della gran parte della popolazione, che tra l’altro spesso non ha neanche prole: la servitù per debiti è l’obiettivo, come negli USA, e qualunque proposta alternativa discesa dall’alto servirà solo a convogliare la rabbia verso finalità che convengono alle oligarchie, NdR].
In Europa determinate tendenze sono fortemente incoraggiate proprio dal capitale tedesco: la Germania è l’unica nazione in cui, come ha fatto notare qualcuno, l’europeismo coincide esattamente con il nazionalismo.

Si tratta in fondo della riproposizione di un leitmotiv storico. La struttura dell’Impero austroungarico era fortemente decentrata: Otto d’Asburgo dice esplicitamente che la nuova Europa assomiglierà a quella asburgica. In tempi non lontani Hitler costruiva l’Europa Nazione sotto l’egida della svastica, chiamandosi tra l’altro a difesa delle minoranze tedesche nell’Europa orientale, accolto a braccia aperte però anche dai croati, dagli ucraini, dai ceceni… Ma forse l’analogia più calzante è quella con l’Europa medioevale: la struttura contemporaneamente decentrata e centralizzata del Sacro Romano Impero, il riaffiorare di valori ultrareazionari e dell’oscurantismo religioso, la strutturazione di tipo feudale della politica e dell’economia [esattamente! Bando ai paralleli col nazismo: il progetto è molto più sofisticato e subdolo].
Ecco perché il processo di unificazione europea, pur in parte implicando l’abbattimento di confini tra Stati, è tutt’altro che un processo dal carattere progressista e liberatorio: peraltro è parziale e non del tutto reale. La frammentazione dell’Europa centroorientale – anche dei paesi che “un domani” dovrebbero entrare a far parte della UE – ha comportato negli ultimi anni una crescita smodata dei chilometri di nuovi confini e quindi un notevole aumento dei posti di frontiera da superare per spostarsi, oltreché la moltiplicazione degli Stati e dei relativi eserciti. In pratica si sta generando un sistema “a cerchi concentrici” [nucleo paracarolingio lo chiama Lucio Caracciolo: è l’Europa a due velocità] tale che il nocciolo germanico si unifica, si consolida ed usufruisce di manodopera e risorse a basso costo, le realtà immediatamente vicine si disgregano e perdono prerogative di sovranità, mentre tutto attorno si crea una serie di protettorati, Stati-fantoccio, Stati con governi fascisti e parafascisti in grado di ingabbiare le proprie classi lavoratrici, di ricattarle con il nazionalismo e di garantire la presenza economica e militare occidentale che mira a depredare le risorse umane e naturali di quei paesi.

LEGA NORD E MACROREGIONI

Non a caso dunque la Lega Nord può essere considerata la più europeista delle forze politiche italiane. Sul suo terreno si muove in realtà una costellazione di gruppi o associazioni di categoria come la LIFE (“Liberi Imprenditori Federalisti Europei”), divenuta celebre per l’appoggio prestato ai militanti del Veneto Serenissimo Governo durante il processo.

Proprio la vicenda dell’assalto al campanile offre una quantità di motivi su cui ragionare. In un articolo di Raffaele Crocco apparso su “Guerre&Pace” (n.41/1998) si dimostra come tutta quella storia fosse il risultato dell’intreccio di tre filoni: “quello del neofascismo e del neonazismo, quello del durissimo integralismo cattolico e quello del secessionismo, leghista e non.” Già all’inizio del 1995 erano state perquisite “le case di 27 militanti di organizzazioni
integraliste cattoliche, tutte a Verona. I gruppi hanno nomi espliciti quanto i loro programmi. Sono il “Comitato Principe Eugenio”, che prende il nome dal Savoia che nel XVI secolo difese Vienna assediata dai Turchi; il gruppo “Sacrum Imperium”, che chiede il ritorno all’Europa medievale precedente la Rivoluzione Francese; l’Associazione “Famiglia e Civiltà” e i Gruppi di Famiglie Cattoliche.” Crocco analizza questo terreno di coltura, all’interno del quale troviamo anche alcuni leghisti, notandone la impostazione ideologica: oltre alle tendenze razziste, tutti questi raggruppamenti “individuano in Napoleone Bonaparte il male dell’Europa e aspirano al ritorno allo stato di cose precedente la Rivoluzione di Francia”, che ha posto le basi per il crollo degli imperi e del potere temporale della Chiesa e per la formazione degli Stati nazionali borghesi nel continente. Infine, nel suo articolo Crocco fa un po’ di storia dell’autonomismo veneto ricordando i legami di questo con la CIA e gli ambienti ordinovisti: Franco Rocchetta, ad esempio, prima di essere per anni capo della Liga Veneta, poi leghista ed ora aderente al “Movimento Nord Est”  con Cacciari e (per un periodo) Luca Casarini, fu tra i partecipanti al “viaggio di studio” rautiano nella Grecia dei colonnelli. Che il Veneto sia da decenni laboratorio dell’eversione nera è cosa nota, ma l’articolo apparso su Guerre&Pace” getta lo sguardo su scenari tutto sommato inaspettati. Particolarmente importante è rendersi conto della fisionomia di questa destra, che non è nazionalista in senso tradizionale, bensì europeista, anzi “mitteleuropea” e legata alle mitologie medioevali a cui si richiamavano anche i nazisti.
Recentemente Francesco Cossiga, convinto europeista, ha sorpreso molti per avere “esternato” la sua simpatia nei confronti dei baschi durante una visita in Spagna; da tempo era però nota la sua passione per il Sudtirolo (Cossiga conosce benissimo il tedesco) e soprattutto per l’Irlanda. Inoltre, da Presidente della Repubblica Cossiga ha svolto un ruolo fondamentale di sostegno a Slovenia e Croazia (è amico personale di Tudjman). Anche la Lega ha contatti con gli ambienti governativi croati e sloveni: in particolare, è l’unica formazione politica del nostro paese ad inviare sue delegazioni ai congressi dell’HDZ. In Friuli-Venezia Giulia molti personaggi transitati per la Lega Nord, mischiati a gladiatori e radicali pannelliani, hanno animato la vita politica in regione con la creazione-distruzione di microraggruppamenti autonomisti al centro di strane manovre: difficile risulta infatti in quell’area la dialettica italiano-sloveno-friulano-giuliano-padana. Questo non ha però certo impedito le “relazioni pericolose” con le varie parti in conflitto nei Balcani, anzi. Nel 1992 Bossi ironizzava su un possibile golpe antileghista osservando quanto poco ci volesse a far arrivare “qualche camion di armi DALLA Slovenia o dalla Croazia”, ma nel 1994 ricordava invece “camion carichi di armi PER la Slovenia” transitati nel 1986-’87 nelle valli bergamasche. Messaggi cifrati? Fatto sta che alcuni parlano di traffici di armi gestiti da leghisti della provincia di Trieste forse anche per armare il movimento (3).
Altri contatti preoccupanti sono quelli che la Lega ha instaurato con la destra fascista austriaca di Jörg Haider, che ha sviluppato posizioni europeiste-regionaliste. Diverse sono le pubblicazioni austriache sul tema delle “etnie”, sulle quali trovano spazio teorici della “nuova destra” come Alain de Benoist e Pierre Krebs o storici revisionisti come David Irving.  Nel libro “L’Europa delle Regioni” (Graz 1993) un contributo di Umberto Bossi appare fianco a fianco a scritti di Guy Heraud e dello stesso Haider. I “Freiheitlichen” (Liberali) di Haider sono invitati ai congressi leghisti, e viceversa. L’europarlamentare leghista Luigi Moretti ha costruito tutta una serie di contatti “internazionalisti”  con fiamminghi e tedeschi del Belgio, frisoni olandesi, scozzesi, irlandesi, gallesi, l'”Unione di u Populu Corsu”, savoiardi, alsaziani, il “Parti occitain”, i bretoni, i baschi di “Eusko Askatasuna”, catalani, andalusi e galleghi.
La Lega, peraltro, non è l’unica realtà secessionista italiana. Oltre ai sudtirolesi, dei quali abbiamo già parlato, solo nel Nord Est ci sono alcuni altri “piccoli popoli”  vezzeggiati dalla “internazionale regionalista”. Sono le minoranze slovene, ladine e friulane che tra il ’43 ed il ’45 furono inglobate nella “Zona di Operazioni Litorale Adriatico”, sotto il comando di Rainer che ben seppe sfruttare la loro “alterità”  e la loro storia austro-ungarica: esse si trovano oggi tutte comprese nella Euroregione Alpe Adria. La creazione del “gruppo Adria” negli anni Settanta aveva apparentemente degli obbiettivi culturali, ovvero il risveglio della “Mitteleuropa” asburgica, riunendo austriaci, ungheresi, sloveni, croati, questi italiani del Nord e i bavaresi. Le secessioni croata e slovena hanno però dimostrato quanto ambiguo sia lo slogan della “Mitteleuropa”…

Oggi Alpe Adria cura alcune tra le principali iniziative culturali del Nord-Est, sostenuta in questo soprattutto dai sindaci di Venezia, Cacciari, e Trieste, Illy (l’imprenditore del caffè), che sono in prima fila nel “sinistro” schieramento “federalista soft”. Infatti esiste una versione “minimalista” del regionalismo, che salvaguardando una unità formale del paese – comunque priva di senso nel momento in cui l’Italia si “scioglie” in Europa – mira comodamente alla
disgregazione del tessuto di classe.
Nel 1992 la Fondazione Agnelli lanciò un grande programma di ricerca dal titolo: “Padania, una regione d’Italia in Europa”, i cui risultati furono pubblicati in un grosso volume (4). Il succo dei risultati della ricerca è che la dimensione ottimale per le nuove istituzioni da dare al nostro paese sarebbe quella delle “macroregioni”. Niente di nuovo: anche il Piano di Rinascita nazionale della Loggia massonica segreta P2 individuava nelle macroregioni le nuove unità politico-istituzionali con cui governare il paese. Ecco perché sul federalismo, a parte le sfumature, esiste un coro unanime, ed ecco perché quasi tutti i partiti si alternano in convergenze ed accordi tattici con la Lega. La nostra borghesia da una parte vede la possibile destabilizzazione che viene dalla strategia regionalista, ma giocando da “apprendista stregone” cerca comunque di sfruttarla fintantoché fa comodo. Questo è ovviamente possibile solo nella misura in cui si tagliano le gambe alle tendenze più eversive insite in quel movimento, secessioniste filotedesche, giungendo a continue soluzioni di compromesso con l’ultradestra europeista, un po’ come è successo con la moneta unica [tuttavia non è una scelta stupida, se ci si gioca bene la partita, come hanno fatto i francesi. Può invece essere suicida se la si gioca come ha fatto Israele, NdR]
Si tratta insomma di una partita assai rischiosa che si sta giocando, sempre sulla pelle dei lavoratori [devono cominciare a giocare anche loro, invece di farsi manovrare come pedine, magari rovesciando il tavolo su cui si gioca, NdR], i cui attori sono molteplici e che può alla fine risultare truccata: sulla scorta di quanto analizzato da Crocco, chi può infatti escludere che gli USA non stiano facendo anche il loro specifico gioco per destabilizzare questo o quel paese – se ad esempio l’Italia risultasse un fattore di disturbo nel contesto dei nuovi equilibri geopolitici, nei Balcani o all’Assemblea dell’ONU… – ovvero per destabilizzare il polo imperialista europeo nel suo insieme?
A completare questo quadro preoccupante manca solo qualcosa che dimostri un coinvolgimento diretto di personalità tedesche nel progetto eversivo per la spaccatura dell’Italia. Niente paura: sul numero 4/1997 di LIMES è apparsa una intervista a Saverio Vertone intitolata “L’oro dal Reno? Finanza tedesca e Lega Nord”, nella quale il senatore di Forza Italia sostiene che la Lega è finanziata da gruppi bavaresi ed altri legati ai passati fasti dell’Impero asburgico: egli cita la finanziaria Matuschka, di Monaco di Baviera, che avrebbe”aiutato” in precedenza sloveni e croati, e le famiglie del Nord-Est Stock e Strassoldo.

NOTE:

(1) Citato in: R. Opitz, “Europa-Strategien des deutschen Kapitals 1900-1945”, Colonia 1977 – da pag. 653.

(2) Cfr. Avvenimenti 1/1/1997.

(3) Cfr. A. Sema su LIMES 3/1996.

(4) Cfr. Marco Revelli su “Rifondazione” n.0, dic.1996.

PER APPROFONDIMENTI: Oltre alle fonti citate cfr. tutto il volume di LIMES 3/6 ed il libro di B. Luverà, “Oltre il confine” (Il Mulino, Bologna 1996).

RIQUADRO: LA FUEV

La “Federalistische Union Europaeischer Volksgruppen” [trad. Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei] ha sede a Flensburg, nello Schleswig, al confine con la Danimarca.

Apparentemente privata, questa organizzazione si occupa di minoranze quasi esclusivamente non tedesche diffuse sul continente, e rivendica i “diritti dei gruppi etnici” – sin dagli anni ’20 un beneamato strumento per lo smembramento degli Stati vicini alla Germania in unità territoriali separate. La FUEV nasce infatti nel marzo 1928 e viene “rifondata” a Versailles nel 1949. Noncurante degli eventi accaduti nel frattempo, che si pensava avessero seppellito il  “Nuovo Ordine Europeo” sotto alle macerie della II G. M., la FUEV rivendica l’eredità dei “Congressi Europei delle Nazionalità” (1925-1938), che oggi si tengono infatti regolarmente ogni due anni.  In un suo proprio documento la FUEV afferma di voler rappresentare “quasi 100 milioni di abitanti dell’Europa”. Con rispetto per la tradizione, la sede di Flensburg dell’organizzazione rievoca la rivista “Nazione e Stato” senza minimamente distanziarsi dai suoi contenuti. Al contrario: è proprio una casa editrice già implicata nella produzione di propaganda antisemita in nome dei “gruppi etnici” (Braumueller, di Vienna) a diffondere le “nuove” concezioni della FUEV. Mentre la casa editrice viennese di cui sopra risulterebbe iscritta nei libri-paga governativi, la “Fondazione Hermann-Niermann” di Duesseldorf, che ha finanziato un opuscolo di presentazione della FUEV, è legata a personaggi di estrema destra come Norbert Burger, condannato all’ergastolo in Italia per gli attentati commessi in Alto Adige.

La FUEV tuttavia è riconosciuta e collabora ufficialmente con le  Province di Trento e Bolzano. Ma non solo: essa gode dello status di consulente presso il Consiglio d’Europa e presso l’ONU, tanto che  nel  1996 ha per la prima volta partecipato ai lavori della Commissione ONU per i diritti umani.

La sua influenza arriva anche al Parlamento Europeo ed alla CSCE, cosicché qualcuno ha osservato che la sua importanza non le deriva tanto dall’effettiva rappresentanza dei gruppi etnici, in molti casi dubbia, quanto proprio dall’accesso privilegiato nelle istituzioni nazionali ed internazionali.
RIQUADRO: IL “PENTAGONO” ETNO-SECESSIONISTA
Insieme alla FUEV (vedi riquadro) ed al VDA (vedi testo) altri tre organismi costituiscono quello che su LIMES 3/1996 veniva definito il “pentagono” del federalismo etno-secessionista: si tratta del Movimento PANEUROPA, dell’INTEREG e del Bund der Vertriebenen (BdV).
PANEUROPA: movimento guidato da Otto d’Asburgo, figlio di Francesco Giuseppe d’Austria, eurodeputato per i cristianosociali della Baviera, resosi noto negli ultimi anni per le esplicite dichiarazioni di appoggio alle secessioni jugoslave. Il termine “Paneuropa” sta ad indicare qualcosa di simile alla Unione Europea che si sta oggi costruendo. Negli anni Venti il suo ideologo Coudenhove-Kalergi riteneva che “l’annessione dell’Austria e della Germania alla Paneuropa significa indirettamente l’annessione dell’Austria alla Germania nel quadro dell’Europa… Perciò la politica paneuropea è una politica nazionale in prospettiva… Per un tedesco nazionalista esistono solo due strade per far uscire il suo popolo dal vicolo cieco in cui si trova oggi: o la preparazione di una guerra di rivincita contro i suoi vicini per la creazione di uno spazio imperiale i cui confini corrispondano a quelli dello spazio linguistico tedesco – oppure viceversa la preparazione della Paneuropa, che assicura a tutti i tedeschi in Europa l’indipendenza nazionale e l’unità all’interno di una più grande federazione.” (citato su KONKRET 12/95).
INTEREG: Istituto internazionale per i diritti delle nazionalità ed il regionalismo. fondato nel 1977 in Baviera, ha sede a Monaco e gode del sostegno completo, anche finanziario, da parte della Centrale Bavarese per la Formazione Politica, che è un ente statale. Ha visto tra i suoi membri anche Otto d’Asburgo, Karl Mitterdorfer, vari professori universitari tedeschi ed austriaci nonché il francese Guy Heraud autore del libro “Les principes du federalisme et la Federation Europeenne” (1968), vero e proprio ideologo del federalismo integrale o “etnico”. Il nucleo fondativo consisteva comunque in un gruppo di “tedeschi dei Sudeti” federato al BdV. Si noti comunque che tra i più attivi membri c’è persino l’esperto di politica estera della SPD (socialdemocratici, oggi al governo) Peter Glotz, a sua volta tedesco dei Sudeti, secondo il quale nello scenario di fine secolo lo Stato nazionale “deve essere considerato superato e a livello culturale si deve tornare alle tribù, alle piccole unità linguistiche, etniche, paesaggistiche”. Insieme alla FUEV l’Intereg organizza i “Congressi” biennali e pubblica la rivista “Europa Ethnica”, che si richiama esplicitamente a “Nazione e Stato”, una rivista ideologica del nazionalsocialismo.
– BdV: Questa “Lega degli Esuli” e’ la potente federazione dei tedescofoni giunti in Germania Occidentale da tutta l’Europa dell’Est dopo la guerra. Ne fa parte anche Koschyk, del quale si parla nel testo. Si è recentemente distinta per la formulazione di una serie di progetti di euroregioni “tedesche” in Polonia (Slesia, Pomerania, Prussia Orientale) per cui ad esempio Stettino diventerà porto franco.

http://www.cnj.it/documentazione/europaquemada.htm

La guerra in corso tra Germania e USA – un’interpretazione della crisi (Gattei di UniBo)

Premetto il commento critico di un lettore
“Una buona sintesi del pensiero repubblichino, cioè una costruzione basata su articoli di Repubblica, che tende raggiungere gli obiettivi prefissati in partenza:
– la colpa è della Germania (da personalizzare come Merkel per avere un migliore effetto antropomorfo, il nemico deve essere un umano);
– non c’è alternativa a questo pensiero economico;
– la NATO non c’entra niente;
– Goldman Sachs poverina, cerca di aiutare questi europei disastrati;
– le agenzie di rating fanno del loro meglio per riportare onestamente il valore delle valute.
C’è una parte iniziale promettente sul partito della finanza (citazione inziale di Giannuli) ma serve solo per colpire l’attenzione, perchè poi si devono raggiungere le conclusioni prefissate.
In realtà siamo in un gioco dove tutti barano e la prima regola per ristabilire ordine al tavolo da gioco è cacciare i bari. Con le buone o con le cattive”.

Giudizio mio: Gattei aggira un po’ troppo facilonamente un paio di contraddizioni fondamentali nel suo ragionamento, attribuendo il comportamento dei politici tedeschi allo choc dell’iperinflazione di un secolo fa e ad un atteggiamento dottrinale in materia di politiche economiche. Mi pare francamente implausibile. C’è del buono in quest’analisi e c’è del meno buono, ossia buchi, segnalati dal lettore summenzionato che ha ragione da vendere nel sottolineare come lo studioso abbia preso per buona la lettura della crisi fatta dalla Repubblica, che non è certo imparziale. Tali buchi andrebbero riempiti con argomentazioni solide, che qui non ci sono. Non credo che Gattei sia in malafede. E’ che un economista tende a vedere solo alcuni aspetti di certe questioni e non altri, come tutti. Se, per di più, fa un eccessivo affidamento sul punto di vista di un quotidiano dell’establishment, difficilmente potrà procedere spediatamente sulla strada della ricerca della verità.
Comunque ecco l’analisi in questione.

“La Germania contro tutti”

di Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia di Bologna.

1. Se la Grande Germania ritorna.

Quando i giornali raccontano la speculazione finanziaria in atto come un attacco dei “mercati” contro l’Europa, non la dicono giusta. Innanzi tutto, cosa sono mai questi “mercati”? «Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome e cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta di più dell’intera classe politica mondiale?» (M. Serra, “La Repubblica”, 19.6.2012).

E poi, siamo proprio sicuri che essi si muovano contro l’Europa od il suo omologo monetario, l’euro, e non piuttosto contro qualcosa di ben più specifico e nazionale come la Germania? Per capirlo, bisogna partire da lontano.

Si è ormai costituito da tempo a livello planetario un vero e proprio partito della finanza che comprende tutti coloro che guadagnano dai movimenti dl capitale speculativo. Stimabile attorno ai 90 milioni di persone, questo vero e proprio “blocco sociale” opera sui mercati di Borsa «come un partito informale ma solidissimo, in grado di determinare l’andamento dell’economia e di condizionare in modo determinante la politica» (A. Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Milano 2012, p. 43). È questo “partito della finanza” che agita i “mercati”, i quali però vanno declinati al plurale perché non hanno un comportamento univoco secondo a come si muovono nei confronti delle due valute monetarie che si contendono gli scambi internazionali: il dollaro e l’euro. Conseguentemente due sono i suoi poli geografici di riferimento: da un lato gli Stati Uniti e dall’altro la Germania, che è la vera custode della solidità di quella moneta unica europea decisa a fare concorrenza al dollaro.

È questa una contrapposizione recente. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 avevano consegnato agli Stati Uniti il monopolio della emissione della moneta mondiale e nemmeno la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 era riuscita a scalfirne la supremazia valutaria. È solo con la ricomposizione delle due Germanie nel 1990 che le cose sono cambiate. La divisione della Germania in due unità separate e contrapposte era stata la conseguenza/punizione per i due disastrosi “assalti al potere mondiale” che aveva tentato manu militari nel 1914-1918 e nel 1939-1945. Per evitarne un terzo gli alleati vincitori l’avevano smilitarizzata e tagliata in due come una sogliola. Ma con la riunificazione successiva alla implosione dell’URSS, il problema geopolitico si è ripresentato: quale collocazione internazionale, adeguata alla sua potenza non più militare bensì economica, dare alla rinata Grande Germania?

 

2. Due visioni geopolitiche.

Secondo la dottrina geopolitica anglosassone, come è stata elaborata da Halford Mackinder e Nicholas Spykman, ci sarebbe nel mondo un luogo privilegiato, detto il “Cuore della terra” (Heartland), il cui controllo politico assicurerebbe il governo del pianeta [NOTA MIA: il famigerato ed in fluentissimo Zbigniew Brzezinski sottoscrive questa visione geopolitica]. Questo centro strategico della storia è posizionato nelle grande steppe euroasiatiche, così che soltanto la Russia può impadronirsene. Con una limitazione, però: che per esercitare nei fatti la supremazia geopolitica, essa deve traboccare su qualcuna delle “Terre di contorno” (Rimlands) che la circondano e che si affacciano sui mari caldi degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico. Da qui l’obiettivo permanente della Russia (zarista, sovietica o quant’altro) di muoversi verso l’Europa, il Medio Oriente, l’Afghanistan o la Corea, ma con la Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi a contrapporle una accorta ed efficace (finora) azione di “contenimento-respingimento”.
Però la Germania ha dato alla geopolitica un proprio ed originale contributo per opera di Karl Haushofer (1869-1946). Secondo questa diversa “visione” del mondo non è più questione di “Cuore della terra” e “Terre di contorno” ad esso concentriche, bensì di Pan-Regioni che si estendono nel senso dei meridiani, da polo a polo, avendo ciascuna uno stato-guida dominante [NOTA MIA: Carl Schmitt, l’eminente giurista filo-nazista che tanto influenzò Leo Strauss, il padre dei neocon americani, apparteneva a questa stessa scuola di pensiero].

Esse sono quattro, e quindi Pan-America con a capo gli Stati Uniti, Pan-Asia guidata dal Giappone (ma oggi si dovrebbe dire meglio la Cina), Pan-Eurasia dominata dalla Russia e Pan-Europa a direzione tedesca. E siccome ogni Pan-Regione dovrebbe godere del proprio “spazio vitale geopolitico” in reciproco rispetto con quello di ogni altra, alla Germania, in rapporti di buon vicinato con la Russia (il capolavoro di Haushofer è stato il patto Ribbentrop-Molotov del 1939), il Giappone e pure gli Stati Uniti, avrebbe dovuto spettare la guida delle penisole mediterranee che allora era facilitata dalla somiglianza di regime fascista presente in Portogallo (Salazar), Italia (Mussolini), Grecia (Metaxas) e Spagna (Franco): quattro paesi che nell’insieme già facevano in sigla PIGS = “maiali”.

Restavano estranee a questo Nuovo Ordine Europeo con mire espansionistiche sul Medio Oriente ed il continente africano soltanto le democrazie di Francia e Gran Bretagna, che comunque sarebbero state ridotte all’obbedienza con la forza. Si sa però che, se con la Francia la sottomissione riuscì, non altrettanto avvenne con la più ostica Gran Bretagna, nonostante il volo conciliatore tentato nel 1941 da Rudolph Hess (il vice di Hitler che era anche il migliore allievo di Haushofer) per trovare un accomodamento spartitorio col governo britannico. Ma proprio in quello stesso anno Hitler, smentendo le buone regole della geopolitica tedesca, dichiarava guerra all’Unione Sovietica ed agli Stati Uniti (fu solo allora che la guerra “europea” divenne “mondiale”), votandosi a quella clamorosa sconfitta da cui dovevano nascere le due Germanie separate da una “cortina di ferro”, poi materializzatasi fisicamente nel Muro di Berlino, che doveva sancire la fine di una Pan-Europa autonoma dalle altre Pan-Regioni.

 

3. “Framania” e i suoi “maiali”.

Con la riunificazione del 1990 il gioco geopolitico tedesco si è però riaperto e ha trovato una esplicita manifestazione di volontà nel documento elaborato nel 1994 per conto della CDU/CSU da Wolfgang Schäuble (cfr. Bonn va avanti con pochi sponsor, “Il Sole-24 Ore”, 12.9.1994 – artefice del progetto dell’Europa a due velocità:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/14/che-fine-fara-litalia-dopo-leutanasia-dellunione-europea/

http://www.alternativaeuropea.org/documenti/aemag/Edit26.htm).

Vi si teorizzava che senza un consolidamento interno l’Unione Europea avrebbe rischiato «di crollare per tornare ad essere un debole raggruppamento di Stati incapaci di soddisfare il bisogno di stabilità della Germania,… che è in linea di principio identico a quello dell’Europa considerata nel suo insieme,… in quanto gli USA non possono più svolgere il loro ruolo tradizionale ora che il conflitto Est-Ovest è un ricordo del passato». Però questa volta a «nocciolo duro» della rinascente Pan-Europa doveva essere posta una alleanza organica con la Francia, che da De Gaulle in poi si era mostrata insofferente della stretta tutela americana sulle cose europee. Attorno a questa Framania avrebbero ovviamente gravitato nazioni “satelliti” come l’Olanda, mentre i paesi “maiali” del Mediterraneo, ad esempio Spagna ed Italia, e perfino la Gran Bretagna avrebbero dovuto essere «convinti» ad aderire al Nuovo-Nuovo Ordine Europeo non appena avessero «risolto alcuni dei loro attuali problemi». Ma quali?

Se nella sua nuova offensiva geopolitica la Grande Germania non avrebbe fatto questione di supremazia militare (lasciando alla Francia il compito di assicurare all’Europa unita la deterrenza nucleare) bensì soltanto di egemonia finanziaria, ad essa i paesi mediterranei e la Gran Bretagna si sottraevano, come doveva vedersi negli anni successivi, per ragioni differenti. Intanto la Gran Bretagna, che batteva una moneta propria come la sterlina, ad essa non avrebbe rinunciato quando è nato l’euro, la moneta unica europea esemplata sul marco tedesco. A loro volta i paesi “maiali” vi hanno aderito gravati da debiti sovrani esagerati che i c.d. “parametri di Maastricht” non sono arrivati nel tempo a ridimensionare.

C’è però da dire che questo indebitamento sovrano non è tanto l’effetto di governi eccessivamente spendaccioni (come di solito si giudica), bensì del mal riuscito amalgama, all’interno dell’Unione Monetaria Europea, di economie nazionali organicamente difformi per capacità di produzione e, soprattutto, di esportazione – e questo proprio quando la moneta unica toglieva ai paesi in deficit commerciale la possibilità di adottare “svalutazioni competitive” della propria moneta per pareggiare i conti con l’estero, come era stato il caso della svalutazione della lira nel 1992. All’ombra dell’euro si è così “cronicizzato” lo squilibrio tra i paesi esportatori netti di merci (il “nocciolo duro” con esportazioni maggiori delle importazioni) e quelli che invece importano più di quanto esportano (che è la vera causa del loro essere “maiali”). Ma ciò nemmeno basta perché, se lo scompenso della bilancia commerciale è stato pagato dai “maiali” in moneta comune, essi se la sono vista restituire dal “nocciolo duro” in cambio di titoli dei loro debiti sovrani così da lucrare interessi fino al loro rimborso. Se quindi il “nocciolo duro” ha finito per risultare esportatore netto di merci e creditore di capitali ed i paesi “maiali” importatori netti e debitori, tuttavia si riteneva che l’asimmetria si sarebbe sanata quando quei capitali ricevuti in prestito si fossero indirizzati alla produzione di merci per l’estero, riportando progressivamente la bilancia commerciale in pareggio. Nell’attesa di tanto risultato in Europa si pazientava, finché a mezzo 2011 non è successo qualcosa che ha fatto precipitare la situazione.

 

4. I “mercati” tra dollaro ed euro.

Nel pieno dell’estate del 2011, quale conseguenza del duro braccio di ferro dei “mercati” contro il governo di Washington che era necessitato a violare il limite di legge posto all’indebitamento pubblico, quel limite è stato sforato ma le agenzie di rating (longa manus dei “mercati”) hanno punito il debito sovrano americano togliendogli la valutazione massima di tripla A (cfr. G. Gattei, La grande guerra dei rating (2011-2011), Bologna, 2012). Siccome però il debito sovrano tedesco manteneva la valutazione AAA, si è creata una fastidiosa disparità di rating che avrebbe potuto portare i risparmiatori internazionali, nelle proprie scelte d’investimento, a preferire i Bund di Berlino ai Bond di Washington. Che i “mercati” avessero finito per fare gli interessi della Germania? A ciò bisognava porre urgentemente rimedio, ma senza rinnegare la punizione inflitta al governo di Obama.

I titoli pubblici tedeschi a tripla A sono espressi in euro. Ed è un paradosso che in euro siano espressi anche i debiti sovrani dei paesi “maiali” che costituiscono l’anello debole della Unione Monetaria Europea e che godono (si fa per dire…) di rating di bassa, se non di pessima qualità. Perché allora non approfittare del difficile momento congiunturale per deprezzare ulteriormente i loro rating, così da allontanare i risparmiatori dall’acquisto di titoli sempre più “maiali” ma più di tutto svalutando il portafoglio di quanti (siano Stati, banche o imprese) li detengono? È stata così innescata l’arma micidiale dello spread che paragona il prezzo d’acquisto dei titoli in euro dei paesi “maiali” con i migliori sul mercato quali sono, per l’appunto, i Bund tedeschi. Se i risparmiatori, a fronte di rating peggiorati, si fanno riluttanti ad acquistarli, per indurli a sottoscrivere bisognerà offrire loro migliori condizioni di rendimento, da cui consegue l’aumento dello spread. Ma a tassi d’interesse più alti peggiorano i bilanci pubblici dei paesi “maiali” che potrebbero finire per trovarsi addirittura costretti a ripudiare quei debiti diventati troppo onerosi per le loro finanze (qualcosa di simile non è forse successo in Argentina qualche tempo fa e non si è ripetuto in Islanda nel 2010?). In caso di default di Grecia, Portogallo, Spagna o Italia i possessori dei loro titoli si troverebbero con quella loro parte di portafoglio inesigibile e le agenzie di rating avrebbero tutte le buone ragioni per abbassare i rating delle imprese private e degli Stati “incagliati” in quei crediti a rischio. Sia uno di questi Stati la Germania: non si meriterebbe allora di perdere la tripla A equiparandosi al rating americano?

 

5. “Fiscal compact”.

Di fonte alla minaccia la Germania è corsa subito ai ripari. Ma come difendere la massima valutazione del proprio debito sovrano? Imponendo ai paesi “maiali” di non far scherzi e di obbligarsi a ripagare i loro creditori “senza se e senza ma”. Lo strumento è stato l’accordo di fiscal compact sottoscritto dai governi europei nel marzo 2012 (solo Gran Bretagna e Repubblica Ceca non hanno firmato) poi passato alla ratifica dei parlamenti nazionali. La “filosofia” del fiscal compact è presto detta: se lo spread peggiora la situazione finanziaria dei bilanci pubblici dei paesi “maiali” minacciandone il default, il rimedio sta nel rimborsare la più parte del debito sovrano esistente vincolandosi contemporaneamente a non accenderne più altro. È per questo che due sono i termini del patto a cui i governi si sono impegnati a dare esecuzione a partire dal 2013.

Il primo vincolo è l’obbligo del bilancio statale in pareggio, così che le spese pubbliche vengano interamente coperte dal gettito fiscale. Ma siccome tra le spese sono compresi pure gli interessi da pagare sul debito esistente, i governi firmatari si obbligano in verità a realizzare un avanzo di bilancio primario, che è il saldo positivo d’imposte e tasse sulle spese statali. Se così non verrebbero più contratti nuovi debiti, per quelli vecchi che fare? Qui interviene il secondo vincolo che prevede il rientro in vent’anni della parte di debito eccedente il 60% del PIL, che è la percentuale originariamente prevista dagli accordi di Maastricht. Allo scopo di capire l’entità dello sforzo finanziario richiesto ai paesi “maiali”, si consideri il caso dell’Italia: a fronte di un debito pubblico che sfiora i 2000 miliardi di euro (120% del PIL), in vent’anni lo si dovrebbe ridurre della metà a colpi di 50 miliardi all’anno (50×20 = 1000). Ma considerando che ci sono anche gli interessi dai pagare sul debito esistente (sebbene in diminuzione per la riduzione progressiva del suo ammontare), si stima la necessità di un avanzo primario di 65 miliardi di euro all’anno da coprirsi con l’imposizione fiscale anche in assenza di qualsiasi spesa pubblica!

Comunque tanta severità di manovra era giustificata dall’idea della c.d. austerità espansionistica: se gli investimenti privati oggi difettano perché il risparmio viene “spiazzato” dallo Stato che lo sequestra per i propri fini improduttivi, con il bilancio in pareggio ed il rientro (almeno parziale) del debito sovrano si rimetterebbero in circolo capitali che affluirebbero spontaneamente verso i migliori impieghi occupazionali. Per questo (come spiegato da Wolfgang Schäuble, l’autore del programma geopolitico del 1994 che adesso è ministro delle finanze) «i piani di austerità non creano recessione» (“La Repubblica”, 1.3.2012), bensì sviluppo. Ma chi garantisce che, restituito dallo Stato ai creditori il “maltolto”, essi lo rivolgano ad investimenti produttivi e non invece a speculazioni finanziarie senza ricaduta in termini di produzione e occupazione? E poi nello specifico dei paesi “maiali”, essendo buona parte dei creditori straniera (quasi il 50% per l’Italia), a rimborsarla il risparmio nazionale non andrebbe a finire all’estero rilanciando altrove, ad esempio in Germania, la produzione per l’esportazione? Ma per esportare dove (si replica) se non proprio verso quei paesi “maiali” penalizzati dalla fuoriuscita dei propri capitali? Non ci sarebbe quindi convenienza per la Germania ad un programma di austerità, a meno che non si trovassero altri mercati di sbocco al posto di quelli, ormai avviati ad estinzione, dell’Europa mediterranea. È giusto, ma non è un caso che la Cancelliera Merkel sia corsa più volte a Pechino per concordare contratti d’esportazione con la Cina, ferrovia transiberiana coadiuvando.

 

6. I “mercati” contro la Germania.

La prospettiva di un’alleanza, anche solo logistica, della Germania con la Russia (che nella geopolitica anglosassone resta pur sempre il “Cuore della Terra”) preoccupa il governo di Washington, educato alla visione di Spykman-Mackinder. Per questo oltre Atlantico si giudica pericolosa una repressione finanziaria che finisca per marginalizzare il Mediterraneo spostando gli interessi commerciali della Germania verso l’Eurasia. Da qui nasce il sostegno ad un diverso trattamento dei debiti sovrani “maiali” che non passi attraverso quel loro rimborso coatto imposto dalle regole del fiscal compact.
Il soggetto dell’alternativa dovrebbe essere la Banca Centrale Europea che, rinunciando al proprio “principio di nascita” di sola difesa della stabilità dei prezzi, dovrebbe stabilire un livello tollerabile dello spread e, qualora i “mercati” lo superassero, intervenire acquistando i titoli sovrani dei paesi in sofferenza, così da riportarlo a quel giusto livello. Con peso finanziario ridotto i paesi “maiali” non dovrebbero più ricercare avanzi primari di bilancio esagerati e potrebbero dedicare le maggiori risorse a disposizione se non proprio ad aumenti della spesa pubblica (sempre malvista di questi tempi), almeno a riduzioni della pressione fiscale ormai a livelli insopportabili. Con più denaro in tasca, i cittadini potrebbero aumentare la domanda trascinando nella sua scia la produzione e l’occupazione. E quindi sarebbe crescita invece di austerità.

Ma come dovrebbe finanziarsi la BCE? Anche con la stampa di più moneta, così che i prezzi interni della zona-euro in aumento incentivassero le imprese alla produzione. Ma su quali sbocchi piazzare le maggiori merci prodotte? Intanto sul mercato europeo dove la domanda sarebbe in aumento anche per la sola crescita dell’occupazione; ma poi sui mercati esteri perché la maggior moneta circolante porterebbe ad una svalutazione dell’euro sul mercato dei cambi favorendo le esportazioni, anche dei paesi “maiali”, fuori dalla zona-euro. E qualcuno ha provato a quantificare la svalutazione che sarebbe necessaria per far riprendere a correre l’Europa: secondo Nouriel Roubini la BCE dovrebbe «mettere in circolazione più moneta e abbassare ancora i tassi, se non altro per far svalutare l’euro fino alla parità col dollaro» (“La Repubblica”, 2.4.2012).

Ma accetterebbe mai spontaneamente la Germania che la BCE si facesse artefice di una inflazione che nell’immaginario tedesco è parola (e cosa) tabù? La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!). Ma tant’è. E allora, per superare la resistenza tedesca non resta che far agire i “mercati” che dovrebbero porre l’aut-aut a Berlino: o impegnare la BCE al salvataggio dei paesi “maiali” caricandosi in parte di quei debiti sovrani anche al prezzo d’indebolire l’euro, oppure spingere i “maiali” verso il default, così che le agenzie di rating siano giustificate ad abbassare le valutazioni di tutte le istituzioni (statali e non) che ne posseggono i titoli. Insomma, delle due l’una: o l’euro si svaluta rispetto al dollaro oppure la Germania perderà la tripla A.

7. “La finanza è un’arma e la politica è sapere quando tirare il grilletto” (F. F. Coppola, Il padrino, parte III).

A mezzo del 2011 l’asse “framanico” tra Angela Merkel e Nicholas Sarkozy sembra veramente inossidabile. Ne fa le spese Silvio Berlusconi, vaso di coccio tra due vasi di ferro, che quando si vede intimare ai primi di agosto dalla BCE di Jean Claude Trichet e del suo successore subentrante Mario Draghi di «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» adottando misure d’austerità estrema (leggere per credere!) da prendersi «il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011» (cfr. “Corriere della Sera”, 29.9.2011), tergiversa e lascia passare la scadenza di settembre. Ma ci si può fidare di un governo così “maiale”? Secondo i retroscena giornalistici è stata la Cancelliera tedesca, il 20 ottobre, a chiedere la testa di Berlusconi (cfr. “La Repubblica, 31.12.2011), eppure occorrono ancora tre settimane di pressioni concentriche perché quelle «dimissioni volontarie» giungano finalmente il 12 novembre, lasciando il posto ad un più malleabile (così si spera) Mario Monti, appena nominato senatore a vita perché la sostituzione non sembri extra-parlamentare.

E Monti, sebbene in precedenza “uomo Goldman Sachs”, sul momento viene incontro ai suoi sponsor europei facendo approvare da una alleanza parlamentare tripartisan (PD-UDC-PdL) l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013 e quindi una manovra Salva-Italia d’inusitata durezza: i partiti, commenta, «non avrebbero potuto permettersi di correre il rischio di diventare così impopolari. Noi non abbiamo questo problema, non dobbiamo presentarci alle prossime elezioni» (cit. in C. Bastasin, Tra Atene e Berlino, Milano, 2012, p. 45). Però Monti è come Badoglio: proclama che la guerra continua, mentre già tratta l’armistizio con gli alleati. Infatti gli basta appena un viaggio a Washington nel febbraio 2012 per rivelarsi il migliore “amico americano”, come dimostra il 20 febbraio firmando, insieme ad altri 11 capi di governo europei (quello inglese in testa), una lettera di «misure coraggiose» per ripensare alla «crescita oltre l’austerità». Ma è fatica sprecata perché Merkel e Sarkozy non recepiscono. Comunque ad aprile lui ci riprova, in compagnia del presidente della Commissione Europea, per chiedere almeno un ripensamento delle regole del fiscal compact, ma la Merkel gli risponde che «il fiscal compact non si tocca» (“La Repubblica”, 28.4.2012).

Siamo quindi allo stallo e solo le elezioni francesi, che sostituiscono Sarkozy con il “socialista” Hollande, possono venire a fare la differenza. Lo si capisce il 30 maggio quando, in una teleconferenza, Obama e Monti ed Hollande vanno per tre volte alla carica del rigore di Berlino e «per tre volte Angela Merkel dice di no. In inglese e, per non sbagliare, anche in tedesco» (“La Repubblica”, 1.6.2012). Ma la resa dei conti non può tardare perché, come Obama ha suggerito a Monti, «se la Merkel non cede va messa spalle al muro» (“La Repubblica”, 7.6.2012). E’ il 28 giugno, al summit europeo di Bruxelles, quando va in scena lo psico-dramma: alle 19,30, in coincidenza con la partita di calcio Italia-Germania, Monti pone il veto dell’Italia su qualsiasi decisione comunitaria se prima non si costituisce un Fondo salva-Stati “maiali”. Lo spalleggia subito il presidente spagnolo Rajoy e «nella sala scende il gelo». Per il momento si sospende la seduta e si va a cena, così da vedersi anche la partita che finisce con l’Italia che batte la Germania e passa alla finale… con la Spagna! «Congratulations, Italy played very well», ammette alle 22,30 Angela Merkel, ma ben più esplicito è il commento del premier irlandese Enda Kenny perché (dice) adesso il veto di Italia e Spagna è diventato «di tutto rispetto perché è stato posto dalle due finaliste». Eppure esso potrebbe ancora non bastare se non vi si aggiungesse a sorpresa quello ben più pesante della Francia. La Germania è isolata e «alle 4,20 del mattino, dopo 15 ore di negoziati, la Merkel capitola» (“La Repubblica”, 30.6.2012). Lo scudo anti-spread si farà e «Vaffanmerkel» è il titolo liberatorio, ma poco elegante, di un giornale italiano di quel dì (però l’Italia dovrà pagare lo scotto di perdere la finale di calcio a ringraziamento di quell’aiuto spagnolo ricevuto a Bruxelles…).

 

8. Tempi supplementari.

Alla sconfitta la risposta di Berlino è rabbiosa. Il giorno dopo parte un ricorso alla Corte Costituzionale per verificare se possa la Germania firmare una partecipazione al Fondo salva-Stati senza preventiva autorizzazione del Parlamento nazionale. Contemporaneamente un altro ricorso arriva sul tavolo della Corte. In simultanea con il summit di Bruxelles è stato approvato dal Parlamento tedesco, con voto bipartisan CDU/CSU e SPD, l’accordo di fiscal compact. Questa volta è die Linke a non starci, promuovendo il giudizio di costituzionalità su di una misura che dall’estero condizionerebbe la libertà di decidere la politica di bilancio nazionale. Però la Corte prende tempo, annunciando il 17 luglio che darà il proprio parere solo il 12 settembre e che nel frattempo ci si affidi alla buona sorte. Subito, il 24 luglio, l’agenzia Moody’s ammonisce che la Germania mantiene ancora la tripla A, ma che il suo outlook (la previsione) da positivo passa a negativo dipendendo dall’esito della sentenza che sarà emessa su fiscal compact e scudo anti-spread.

Per più di un mese Borsa e spread vanno sulle montagne russe e solo il 6 settembre il presidente della BCE Mario Draghi riesce a mettere le mani avanti strappando al suo Consiglio Direttivo, col solo voto contrario della Bundesbank, l’autorizzazione di principio ad acquistare quantità «illimitate» di titoli dei paesi aggrediti dalla speculazione, qualora questi ne facciano esplicita richiesta. Ma c’è un codicillo. L’intervento della BCE non dovrà essere inflazionistico perché per l’ammontare del suo intervento dovranno essere ritirati altrettanti titoli dal mercato. Tecnicamente funzionerebbe così: la BCE immette moneta per acquistare i titoli “maiali” con vita residua da 1 a 3 anni (l’autorizzazione concessa consente solo questo), ma in contropartita venderà titoli che già possiede, non necessariamente “maiali” ed anche con scadenze superiori, per recuperare la maggior liquidità che ha messo in circolazione. Insomma, non ci sarà nessun aumento dei prezzi, men che meno svalutazione dell’euro e solo la BCE pagherebbe il proprio intervento peggiorando la qualità e la scadenza del proprio portafoglio titoli.

Poi finalmente arriva, il 12 settembre, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca. Il Fondo salva-Stati è dichiarato legittimo (e quindi il presidente della BCE potrà dare esecuzione effettiva alla decisione di principio del 6 settembre), ma la Germania vi parteciperà solo fino al massimo di 190 miliardi di euro, così che quell’intervento “illimitato” diventa, almeno per i tedeschi, limitato. Ma pure il fiscal compact è dichiarato costituzionale, così che la sua approvazione da parte di Berlino può far legge per tutti i Parlamenti degli altri governi firmatari (in Italia si è già provveduto approvandolo ai primi di luglio). Come già spiegato, gli Stati aderenti si impegnano a rientrare del proprio debito sovrano fino al limite del 60% del PIL. Ma naturalmente non saranno i governi a rimborsarne i creditori, bensì i cittadini tutti a colpi di avanzi primari di bilancio che siano l’effetto di meno spese pubbliche e più tasse.
Così per il prossimo ventennio, che è il tempo stabilito per il rientro dell’eccedenza di debito sovrano, non ci potrà essere denaro per la crescita in Europa. E’ come nel Nuovo Ordine Europeo di nazista memoria: allora il Terzo Reich aveva risucchiato, come una enorme idrovora, nelle proprie fabbriche (anche di morte) la manodopera dei paesi vicini, alleati o sottomessi; adesso, nel Nuovo-Nuovo Ordine Europeo la Grande Germania ci riprova, ma questa volta più pacificamente risucchiando il denaro degli altri.

Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia di Bologna

http://www.carmillaonline.com/archives/2012/09/004458.html

20.09.2012

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