La fatale (?) divergenza di visione strategica tra imprese trentine e sudtirolesi-tirolesi

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Se vuoi essere libero, non indossare vestiti prodotti da schiavi

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Ha senso lamentarsi dello sfruttamento a cui siamo sottoposti e poi indossare quotidianamente indumenti e accessori prodotti da esseri umani trattati come bestie?

Pensiamo forse che le pratiche consentite in un certo angolo del mondo non ci riguardino?

Non saranno mai importate qui perché l’effetto boomerang non esiste?

E allora perché una volta un salario per famiglia era sufficiente a campare?

E allora perché vi sentite costrette/i ad acquistare cheap/fast fashion “per risparmiare”?

Siamo tutti interdipendenti: nessuno può essere realmente libero finché qualcun altro è schiavo. Chi non lo capisce è abituato a vedere il singolo albero e non la foresta, a vivere alla giornata senza prendere in considerazione la prospettiva storica e il lungo periodo.

Un discorso analogo vale per il cibo: possiamo scegliere tra mangiare cibo salutare o comunque meno inquinato, spendendo di più (ma facendo amicizia con chi li produce o li vende), o rovinarci la salute per risparmiare. Alimentare l’industria del risparmio a ogni costo porta al congelamento o alla riduzione dei nostri salari, in un circolo vizioso che ci porterà alla badante e poi alla tomba diversi anni in anticipo.

Al giorno d’oggi, quando uno compra un diamante, cerca anche di capire la sua provenienza, accertandosi che non sia insanguinato (Il contrasto al traffico di ‘diamanti insanguinati’, fra guerre civili e violazioni dei diritti umani, Diritti umani e diritto internazionale, 2010).

È una buona pratica che dovrebbe essere estesa ad ogni nostro acquisto (es. come scegliere le uova).

Per il resto dell’articolo:

Se vuoi essere libero, non indossare vestiti prodotti da schiavi

Nord vs Sud – Germania vs Italia

 

La tesi è quella classica: il sistema capitalistico tende per sua natura a produrre differenziali locali e globali (crescenti polarizzazioni) ed una moneta unica (o cambi fissi) porterà, nel lungo termine, alla deindustrializzazione dell’area geostrategicamente svantaggiata (il baricentro economico europeo è nel Mare del Nord, non nel Mediterraneo). Un’altra ragione per cui il neoliberismo è suicida: servono pianificazioni su vasta scala e a lungo termine per organizzare socio-economicamente milioni di cittadini.

Questo articolo del Sole 24 Ore va letto tenendo conto di quest’altro, che riguarda l’eurozona:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/28/un-tecnico-degli-anni-ottanta-parla-della-crisi-delleuro-di-andreotti-e-della-deindustrializzazione-italiana/

“Sono passati 150 anni dall’Unità nazionale, ma l’Italia rimane ancora un Paese a due velocità. Dal 1861 al 2010 il Pil del Mezzogiorno, a prezzi costanti, è cresciuto di 18 volte, anche grazie agli interventi degli anni ’60. Ma allo stesso tempo anche il divario con il Centro-Nord è aumentato, soprattutto a causa della carenza di occupazione. Lo rivela il volume «150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011», edito da Il Mulino e presentato oggi alla Camera dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Svimez.

Per il presidente di Svimez, Adriano Giannola, non è vero che oggi «c’è un problema di crescita che riguarda soprattutto il Sud», mentre da solo il Nord «sarebbe una molla pronta a scattare al primo segno di ripresa: il Mezzogiorno si propone come opportunità strategica del sistema Italia».

Il Pil del Sud vale il 60% di quello del Nord. Dal 1950 cresce anche il gap occupazionale. L’emigrazione di ieri e di oggi

Ma il divario fra le due aree persiste: nel 1861 il Pil pro capite del Sud era all’incirca lo stesso del Nord, per poi subire un vero e proprio crollo sino al 1951, per poi registrare una crescita discontinua negli anni seguenti con una lieve ripresa a partire dal ’99. Oggi il Pil del Sud vale solo il 60% di quello del Nord. Anche il tasso di occupazione del Sud, dal 1950 ad oggi, ha visto crescere progressivamente il gap con il Nord. Un divario, ha spiegato il vicedirettore di Svimez Luca Bianchi, che si è ampliato soprattutto a partire dal 1973. Da quella data, «si sviluppa soprattutto l’industria del Nord e i posti di lavoro che si perdono nell’agricoltura non si riescono a recuperare negli altri settori». La situazione non è esplosa «solo grazie allo sfogo dell’emigrazione che ha visto in quegli anni andare via oltre 2 milioni e mezzo di persone» e che oggi portano nuovamente i talenti lontano.

Fino al 1860 sviluppo industriale alla pari fra Nord e Sud, poi il sorpasso

Dopo il grande sviluppo degli anni compresi fra il 1952 e il 1973, grazie alla grande industria e alla Cassa del Mezzogiorno, quando il pil pro capite crebbe del 4,6% all’anno nel Sud, rispetto al 4,8 del Centro-Nord, in seguito alla brusca battuta d’arresto avvenuta dopo gli anni ’70, quando i grandi impianti delle aziende più importanti del Paese cominciano a chiudere i battenti dopo aver alimentato la speranza di un nuovo futuro, il Sud comincia a perdere terreno: «Nel 1860 – ha affermato Bianchi – in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale (Milano-Torino-Genova) e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo. L’unica fase di recupero è tra gli anni ’50 e il ’73. Poi comincia a perdere di nuovo e comunque il tasso di industrializzazione del Mezzogiorno resterà la metà di quello del Centro-Nord».

Un trend simile sugli investimenti: a partire dalla metà degli anni ’80 subiscono un calo quando la politica per il Sud cambia natura e viene dirottata «verso interventi di carattere assistenziale» che non guardano allo sviluppo del territorio.

Ma il Sud recupera in qualità della vita e istruzione

Nel 1910 il divario tra Nord e Sud per speranza di vita era molto forte: in Veneto si viveva 4 anni in più che in Campania (47,8 rispetto a 43,6), 8 anni più che in Puglia (47,8 rispetto a 39,2). Nel 1970 la speranza di vita al Sud arrivava invece a 69,9 anni contro i 69 della media nazionale, due anni in più del Nord-Ovest (68).

Dal punto di vista dell’istruzione, nel 1861 gli analfabeti al Sud erano l’87% della popolazione, contro il 67% del Centro-Nord. Nel 1951 erano scesi al 24,4%. Quanto al tasso di scolarizzazione, la rincorsa ha fatto addirittura segnare un sorpasso: nel 2009 il tasso di iscrizione all’Università era del 33,5% al Sud e del 33,1% al Centro-Nord (nel 2009 51,5% contro 42%). Guardando agli anni di istruzione pro capite, la differenza tra Mezzogiorno e Centro-Nord nel 2010 si era ridotta a mezzo punto percentuale (9,6 anni contro 10,1).

Infrastrutture: il caso Ferrovie

Situazione altalenante sul fronte del trasporto ferroviario: se nel 1861 il divario tra le due aree era enorme in tutto il Mezzogiorno (i km di ferrovie erano soltanto 184, contro i 2.336 del Centro-Nord), nel 1912 i km di binari erano aumentati di 5 volte al Centro-Nord, arrivando a 10.274, mentre al Sud l’aumento era stato di ben 70 volte, arrivando a 7.101km. Guardando però alla percentuale di km di ferrovie su 1.000 km di superficie, già nel 1938 il Sud superava il Nord, con 76,8 km rispetto a 73,7. Situazione di sostanziale pareggio venti anni dopo, nel 1958, con 71 km di ferrovie su 1.000 di superficie al Centro-Nord e 72,1 al Sud.

Interessante notare le tendenze degli ultimi anni: nel 2009 i km di ferrovie al Centro-Nord erano 10.895, pari a 61,1 su 1.000 di superficie. al Sud, invece, 5.731, pari a 46,6 km ogni 1.000.

Strategie sul Mediterraneo, politica fiscale e industriale per rilanciare il Sud

«Il Mezzogiorno – ha concluso Bianchi – è partito con condizioni di assoluto svantaggio che erano legate ad indicatori sociali che hanno pesato e condizionato la crescita nel primo secolo dopo l’Unità d’Italia. Dal dopoguerra ad oggi si evidenzia una prima fase di forte recupero quando c’era una politica nazionale orientata al riequilibrio dei territori che però poi dagli anni ’80 si è interrotta e stiamo ancora aspettando di ridefinire un quadro organico di interventi per il Sud. Nel frattempo il Sud è cresciuto ed è cambiato: gli indicatori sociali infatti sono più o meno gli stessi rispetto al Nord, ma a questo non ha corrisposto una crescita degli indicatori economici». Se non si saprà porre rimedio «il Paese nel suo complesso non può crescere. La nostra storia ci insegna che le due aree crescono insieme e declinano insieme».

Oggi il Mezzogiorno si propone come «opportunità strategica del Sistema Italia», ha detto il presidente dello Svimez, Giannola, secondo il quale però è necessario puntare su tre direttrici: centralità del Mediterraneo, fiscalità differenziata, politica industriale centrata su logistica e fonti energetiche alternative e tradizionali. Senza un progetto Sud forte e condiviso, infatti, il rischio è che, se non contrastato, il «silenzioso tsunami demografico ci consegnerà nel giro di poco più di trent’anni un Sud spopolato, anziano, cronicamente e ben più “patologicamente dipendente” di oggi per l’ effetto congiunto di un declino nella fertilità, del progredire della speranza di vita e di una ben peculiare ripresa dell’emigrazione».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-30/nord-anni-economie-confronto-130630.shtml?uuid=Aazf1obD

Il 99% contro l’1% non è populismo spicciolo: eccone la prova

Come si può osservare, nel 2010, l’aumento dei redditi complessivo negli Stati Uniti è stato ripartito come segue:
37% allo 0,01% della popolazione (gli straricchi), con un incremento del 21,5% rispetto al 2009;
56% all’1% della popolazione (i ricchi, che guadagnavano già oltre 1 milione di dollari all’anno), con un incremento dell’11,6%;
7% al 99% della popolazione, con un incremento dello 0,2%;

Nel complesso, il 93% dei benefici pecuniari prodotti dal capitalismo finisce nelle mani dell’1% della popolazione americana, come volevasi dimostrare.

Ai tempi di Clinton era il 45%, ai tempi di Bush il 65%. Obama non ha fatto quel che doveva fare, ossia seguire l’esempio di F.D. Roosevelt. Quando il secondo maggior finanziatore della tua campagna elettorale è Goldman Sachs, non sei probabilmente nella posizione di governare un paese con la necessaria decenza e l’indispensabile buon senso. Si è ritagliato il ruolo del Robin Hood all’incontrario.

Dovrebbe perciò essere evidente a chi ha occhi per vedere che la situazione è completamente insostenibile, come lo era nel 1789.

The Big Squeeze – US and UK income drop (2002-2013)

Prices: 10 years ago (2002)

oil ($22 / barrel)
gasoline ($1.45 / gallon)
bread  ($2.00 / loaf)
milk ($2.00 / gallon)
gold ($300 / ounce)

Prices: today (2012)

oil ($110 / barrel)
gasoline ($4.00 / gallon)
bread  ($3.75 / loaf)
milk ($3.75 / gallon)
gold ($1,700 / ounce)

Prices: percentage increase

oil (500%)
gasoline (276%)
bread  (188%)
milk (188%)
gold (567%)

“In a grim sign of the enduring nature of the economic slump, household income declined more in the two years after the recession ended than it did during the recession itself, new research has found”.

http://www.nytimes.com/2011/10/10/us/recession-officially-over-us-incomes-kept-falling.html

 

UNITED KINGDOM

“An Institute for Fiscal Studies analysis predicted that average incomes, adjusted for inflation, will fall by 3% this year and further in 2012. The director of the IFS, Paul Johnson, said: “In the period 2009-10 to 2012-13, real median household incomes will drop by a whopping 7.4% – a record matched only by the falls seen between 1974 and 1977Pay growth for workers in Britain hit a record low between 2010 and 2011, according to official data last week. Pay was up just 0.4% on a year ago in terms of gross weekly earnings, meaning that incomes are tumbling in real terms, given that inflation stands at 5%. The Office for National Statistics also said the gap between Britain’s highest and lowest paid workers had widened dramatically over the past year“.
http://www.guardian.co.uk/uk/2011/nov/30/austerity-biggest-fall-family-income

 

MEANWHILE…


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