Gli insorti le stanno prendendo e fanno capolino le consuete “Armi di Distruzione di Massa”

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Qualora il governo di Israele fosse costretto ad intraprendere un’azione militare di legittima auto-difesa contro il programma di armamento nucleare iraniano, il governo degli Stati Uniti affiancherà Israele, fornendo, nel rispetto della legge americana e delle responsabilità costituzionali del Congresso ad autorizzare l’uso della forza militare, supporto diplomatico militare ed economico al governo di Israele nella difesa del suo territorio, del suo popolo e della sua esistenza.
Risoluzione 65 del Senato americano

Il 23 aprile il segretario di stato americano Kerry aveva avvertito la NATO che l’esercito siriano avrebbe potuto cominciare ad usare armi chimiche

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Siria-Kerry-su-armi-chimiche-non-ho-elementi-a-conferma_32121313153.html

ma il 25 aprile Hagel lo contraddice sostenendo che ci sono prove di un loro uso

http://www.agi.it/ultime/notizie/articoli/201304251740-est-rom0068-siria_hagel_usate_piccole_quantita_di_armi_chimiche

Finora Qatar, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita e Israele – vassalli degli Stati Uniti – erano stati i paesi più interventisti, con gli Stati Uniti a recitare la parte della potenza misurata e responsabile (pragmatica).

Ora un po’ tutti sostengono di avere prove inequivocabili che Assad ha usato queste famigerate armi di distruzione di massa:
http://amanpour.blogs.cnn.com/2013/04/24/free-syrian-army-general-clear-proof-chemical-weapons-used/

http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/apr/25/syria-rebels-claim-proof-of-chemical-weapons-live

http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/apr/26/syria-chemical-weapons-red-line-live#start-of-comments

La spiegazione è semplice: l’esercito regolare del governo siriano ha cominciato a fare progressi sostanziali già da alcuni mesi, senza aver alcun bisogno di usare sarin e l’Occidente teme l’ennesima sconfitta (dopo Afghanistan, Iraq, Somalia e, sembra di capire, Libia – in Mali si combatte ancora).
La redazione della Repubblica, come sempre, funge da grancassa della propaganda NATO e ha ripudiato ogni principio deontologico (trasparenza, analisi critica, ricerca dell’obiettività, approfondimento, rispetto per l’intelligenza dei lettori). Parla già di prove inequivocabili dell’uso del sarin da parte del regime di Assad.
Mi permetto di suggerire un elenco di domande che un giornalista serio avrebbe dovuto porsi e porre alle sue fonti:

1. perché dovremmo fidarci di analisi compiute dalle stesse nazioni che premono per un intervento in Siria?
2. Perché dovremmo credere alla valutazione di un medico inglese che assiste i ribelli quando sostiene che la schiuma alla bocca sia un sintomo dell’avvelenamento da sarin, sebbene sia dimostrabilmente falso, come testimoniano anche le immagini degli attentati alla metropolitana di Tokyo?
3. Perché dovremmo pensare che il gas al cloro debba provenire dagli arsenali di Assad quando Al-Qaeda ne ha fatto largo uso in Iraq e gli alqaedisti stanno combattendo contro Assad?
4. La lezione delle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq è già stata dimenticata?
5. Perché Assad, sapendo che le armi chimiche provocherebbero l’attacco americano, le dovrebbe usare con il contagocce (una sola famiglia colpita, il vicinato incolume) e non in un attacco decisivo?
6. Perché dovrebbe farlo proprio ora che l’esercito regolare fa progressi?
7. Gli insorti siriani non erano riusciti a conquistare un magazzino militare dell’esercito che conteneva armi chimiche, mostrandole in TV?
8. Già una volta una fabbrica farmaceutica sudanese fu bombardata dagli americani (1998), convinti che fosse un impianto per la produzione di armi chimiche. E’ rilevante?
9. Armi chimiche sono state usate CONTRO le truppe siriane e gli Occidentali sostengono che sia stato un episodio di “fuoco amico”. Quanto credibile è questa valutazione?
10. Non sarebbe indispensabile un’inchiesta INDIPENDENTE delle Nazioni Unite prima di parlare di intervento, specialmente alla luce dell’infame comportamento di Tony Blair e George W. Bush, che dovrebbero essere processati per crimini di guerra in Iraq?
11. Perché Israele e gli Stati Uniti possono usare il fosforo bianco sui civili (cf. rapporto di Amnesty International) senza che la stampa occidentale strepiti in una misura anche solo lontanamente paragonabile?
12. Chi è Obama per stabilire dove vada tracciata la linea rossa attraversata la quale sarà giustificabile un intervento armato della NATO e di Israele? Il diritto internazionale è opzionale anche per lui come per il suo predecessore?
13. Andava bene quando erano tedeschi, americani ed inglesi (Thatcher) a fornire armi chimiche a Saddam Hussein, loro alleato, per attaccare l’Iran?
14. Il fatto che i soldati siriani dichiarino di combattere per la Siria (contro Israele, Qatar, Arabia Saudita e i salafiti/alqaedisti) e non necessariamente per Assad, cambia qualcosa?

In conclusione: è una montatura-casus belli che serve ad aggirare il veto di Cina e Russia.

*****

QUANTO AI SUCCESSI DELL’ESERCITO REGOLARE:

Un rapporto di intelligence consegnato al Dipartimento di Stato da fonti siriane che lavorano con l’esercito siriano libero (FSA) descrive la situazione nei territori liberati a tinte fosche: combattenti disorganizzati, avidi trafficanti di armi e signori della guerra intenti a fare affari.

http://articles.washingtonpost.com/2013-01-11/opinions/36312167_1_al-nusra-aleppo-idlib

Il Washington post parla di “progressiva erosione della popolarità i ribelli”: A Homs, i ribelli sono circondati ed immobilizzati in alcuni quartieri sparsi che stanno diventando sempre più difficili da rifornire. L’offensiva lanciata in pompa magna il mese scorso nella provincia di Hama è svanita”. Musab al-Hamawi, un attivista dell’opposizione in provincia di Hama dichiarava: “Assad è fiducioso perché sa che stiamo perdendo terreno in termini di popolarità tra la gente…L’esercito siriano libero ha dimostrato di non essere in grado di proteggere i civili e liberare il paese senza provocare morte e distruzione”.

http://www.washingtonpost.com/world/assad-still-confident-that-he-control-syria/2013/01/12/2e24a62e-5d01-11e2-b8b2-0d18a64c8dfa_story_1.html

Malik al Abdeh, un giornalista siriano con sede a Londra: “I ribelli…non hanno dimostrato la capacità di fare progressi verso Damasco, la chiave per controllare il paese”.

http://articles.washingtonpost.com/2013-01-12/world/36312287_1_syrian-president-bashar-al-assad-syrian-army-rebels

In questi ultimi giorni l’avanzata delle forze regolari ha portato alla ripresa di una città strategica nei pressi della capitale, interrompendo la principale linea di rifornimento degli armamenti per i ribelli.
http://www.foxnews.com/world/2013/04/25/syrian-government-troops-capture-strategic-town-near-damascus-cut-arms-route/

Le brigate di insorti non collaborano, essendo divise da ragioni ideologiche e dalla competizione per l’influenza e gli armamenti forniti dai paesi del Golfo e dall’Occidente. Tutto lascia pensare che siano uniti unicamente dalla volontà di detronizzare Assad ma, una volta sconfittolo, i signori della guerra comincerebbero a combattersi, come avviene in Libia, o in Somalia, dopo gli interventi occidentali

http://www.reuters.com/article/2013/04/24/us-syria-crisis-mortars-idUSBRE93N0RB20130424

http://www.linkiesta.it/libia-attentato-ambasciata-francese-terrorismo

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/04/14/Somalia-due-attentati-almeno-20-morti_8551543.html

Qusayr, una cittadina controllata dai ribelli fin dall’inizio dell’insurrezione, è ora circondata

http://english.al-akhbar.com/content/syria-national-defense-forces-forefront-qusayr-fighting

La verità è che quel 70% della popolazione di credo sunnita che dovrebbe essere ostile ad Assad deve aver deciso che salafiti e alqaedisti sono il male peggiore, si è turato il naso e non appoggia più attivamente la rivolta. Gli alawiti e le varie denominazioni cristiane hanno già scelto da tempo di schierarsi con Assad, un leader laico, temendo le rappresaglie dei fondamentalisti in caso di loro vittoria.

Mubarak aveva un esercito molto più forte di quello di Assad, eppure nulla ha potuto contro una rivolta che pure non aveva conquistato le masse contadine ed era confinata alle grandi metropoli. Se la NATO (e Israele) avessero voluto rimuovere Mubarak avrebbero immediatamente inviato agenti provocatori per creare violenza, come hanno fatto in Libia e Siria.

In pratica – e come dar loro torto? – i siriani hanno concluso che non vogliono fare la fine dell’Afghanistan o della Libia. L’insignificante tasso di diserzioni nell’esercito siriano (che è in gran parte sunnita) ne è un’importante conferma. Solo un pilota ha disertato, anche se la maggioranza dei piloti è sunnita e potrebbe facilmente varcare i confini.

Il ministro degli esteri russo Lavrov ha rilevato che persino i governi occidentali ammettono che Assad gode della simpatia di almeno un terzo dei siriani

http://rt.com/politics/syria-russia-human-rights-lavrov-024/

E così andremo in guerra, con il benestare di Enrico Letta, più filoamericano di Veltroni.

Chi vuole la morte dell’euro e perché? Dell’insostenibile superficialità e/o malafede degli eurofobi

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Il 99% dei climatologi crede nel riscaldamento globale perché ha delle ottime ragioni per farlo: è (è stato?) un evento reale. Il disaccordo è ristretto alle cause (cicliche?) e conseguenze (glaciazione?) di un fenomeno innegabile.

Al contrario, gli eurofobi, per difendere la loro fede, devono cosiderare validi i seguenti (irrazionali) enunciati:
1. Il 99% ( stragrande maggioranza) degli economisti ed analisti finanziari ha torto, in quanto contrario all’uscita dall’euro [qui e qui per un’analisi marxista europeista della crisi dell’eurozona e delle sue soluzioni];
2. Il 99% (stragrande maggioranza) dei politici della sinistra anti-liberista non ha capito niente, in quanto contrario all’uscita dall’euro;
3. Le proprie competenze macroeconomiche sono sufficienti per stabilire che Bagnai – professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara – e Messora – responsabile del gruppo di comunicazione del Senato per il M5S – sono nel giusto mentre tutti i premi Nobel per l’Economia (inclusi quelli citati con favore dalla sinistra, come Krugman e Stiglitz, che considerano l’uscita dall’euro l’extrema ratio, da usare solo se Francia, Italia, Spagna & co. non fanno fronte comune contro il governo tedesco) sbagliano.
Contenti loro.
D’altronde molti eurofobi sono anche convinti che l’Islanda abbia sconfitto l’FMI e la finanza internazionale e che l’Argentina se la passi bene. Ma questa è un’altra, triste, storia.

*****

La (deliberatamente) irresponsabile gestione della crisi cipriota – tra parentesi, pare che i ricchi siano riusciti a mettere in salvo i loro soldi durante il congelamento dei conti – dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che non esiste la benché minima volontà di unificare l’Europa. In questi anni è stato fatto di tutto per distruggere l’unione, fomentando localismi, razzismi e nazionalismi ed ostacolando qualunque sforzo di correggere i gravi difetti strutturali, realizzare un autentico risanamento, ridurre la disoccupazione. Lungi dall’unire, ogni possibile iniziativa divisoria è stata intrapresa.

Non riesco a capire come mai così tante persone credano alla favola del complotto europeista. Con il passare del tempo il capitale di eurofilia è stato sprecato, mentre l’eurofobia aumenta. I dirigenti della troika vedono che l’austerità aumenta l’indebitamento e scatena l’eurofobia ma continuano imperterriti. Li crediamo davvero così idioti? E’ molto più probabile che sappiano perfettamente quel che stanno facendo e che si stiano avvicinando alla meta  (divide et impera).

Stanno eutanasizzando l’eurozona e l’Unione Europea: Cipro è solo la più recente dimostrazione di questo fatto.

Se di complotto si tratta, ha evidentemente l’obiettivo di far odiare l’Unione Europea e di avviare la sua disgregazione. Washington, Wall Street, City di Londra e Francoforte sentitamente ringraziano: un temibile avversario in meno.

Tra il 2010 ed il 2013 si sono espressi a favore della dissoluzione o frazionamento dell’eurozona:: Bundesbank, Lega Nord (Borghezio, Speroni), Berlusconi, UKIP, destra sudtirolese, destra austriaca, destra bavarese e tedesca, Marine Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders (destra olandese), “Veri finlandesi” (destra finnica) una parte del M5S, Magdi “ex Cristiano” Allam, BRZEZINSKI, SOROS, Thilo Sarrazin, The Economist, Wall Street Journal, Luigi Zingales, Otmar Issing (ex dirigente Bundesbank, ora GOLDMAN SACHS). C’è anche Claudio Borghi Aquilini, editorialista del GIORNALE, ex managing director di DEUTSCHE BANK, esperto di intermediazione finanziaria e di economia e mercato dell’arte, legato agli ambienti neoliberisti e reazionari che vogliono una scissione semi-permanente tra Nord e Sud Europa (Bundesbank e confindustria tedesca).
Il gotha del neoliberismo odia l’euro e non l’ha mai nascosto: David Cameron e le redazioni del Telegraph e della Frankfurter Allgemeine Zeitung, due quotidiani ultraconservatori.

Antonio Fazio: “l’ultimo Governatore di Bankitalia a vita, poiché a causa del suo comportamento si è ritenuto necessario prevedere una durata di 6 anni, con mandato rinnovabile una sola volta, per questa carica” (wikipedia)

Milton Friedman, padre del neoliberismo, l’ideologia di riferimento delle banche d’affari e della Bundesbank. Martin Feldstein, già consigliere di Ronald Reagan. Cesare Romiti.

Barbara Spinelli: “Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall’altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell’Agenda, e quello di chi vuol rifondare l’Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d’Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l’Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un’unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava”.

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/27/news/moderatamente_europeo-49496435/

E se scoprissimo che le “autorità europee” in realtà sono anti-europee, un virus che sta uccidendo l’organismo europeo dall’interno, nella maniera più subdola?

Scrive Alfonso Gianni: “Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti…Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti. In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità…”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-otto-punti-del-pd-sono-inadeguati-ad-affrontare-la-crisi-europea/

Esasperi i popoli europei e ripeti, ossessivamente, il mantra “ce lo chiede l’Europa”. Sai perfettamente che non otterrai alcuna legittimazione al disegno di unificazione europeo, ma semmai il contrario.

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MARIO MONTI È EUROPEISTA?

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di crisi gravi, per fare dei passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali al livello comunitario… è chiaro che (…) i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle, perché c’è una crisi grave, conclamata».

(M. Monti, alla Luiss 22 febbraio 2011)

Machiavellismo conclamato: benzina sul fuoco del complottismo. La crisi dell’eurozona è stata pianificata per imporre l’Unione Europea a popoli riottosi? Difficile liberarsi dal sospetto quando uno si esprime pubblicamente in questi termini, ben sapendo che il video circolerà viralmente.

Perché spiattellare tutto con questa sfacciataggine?

Forse per alimentare l’anti-europeismo?

Barbara Spinelli dubita che Monti sia un sincero europeista: “Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unicoCulturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant’anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni ’20-’30, più che la ripresa cosmopolitica del ’45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività…La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l’Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre?”

http://www.repubblica.it/politica/2012/02/22/news/tentazione_muro-30294783/

Italien/ Merkel-Karikatur

ANGELA MERKEL È EUROPEISTA?

«Sta rovinando la mia Europa».

Helmut Kohl, riferendosi alla Merkel

 “Per alcuni questo rimandare all’unione politica, questo discorso che vola alto sul piano diplomatico e che rimanda all’arco di almeno dieci anni è un modo per apparire più europeista di quanto non sia: le misure a breve termine per uscire dalla crisi la Germania non è disposta a vararle. […]. La presa di posizione della cancelliera continua a ricevere critiche. Angela Merkel “Dia un segnale che il futuro dell’Europa è più importante della pace interna nella sua coalizione” ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico al Parlamento Ue, l’austriaco Hannes Swoboda. “E’ scandaloso – aggiunge Swoboda – che mentre la casa brucia, la cancelliera chieda piani di lungo termine per attrezzare il dipartimento dei vigili del fuoco“.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=166060

È peraltro la stessa Angela Merkel che a Strasburgo ha bloccato qualunque soluzione ipotizzata per risolvere la crisi, impedendo ulteriori interventi mirati della Bce sui titoli degli Stati membri e negando ogni possibile emissione di eurobonds. Eppure è sempre la stessa Angela Merkel che una settimana prima, al Congresso a Lipsia del suo partito, la Cdu, rivendicava il ruolo dell’Europa per la pace nel mondo.

Il cancelliere citava i suoi predecessori Adenauer e Kohl, paladini di una integrazione europea nello stesso evidente interesse della Germania. Si è trattato ovviamente di dichiarazioni generiche e vuote che corrispondono esattamente al contrario del suo comportamento, proprio mentre all’interno della stessa Cdu si rivendica anche la possibilità di lasciare agli Stati membri la possibilità di uscire volontariamente dall’euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

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Thilo Sarrazin

PERCHÉ? CUI PRODEST?

I comportamenti del cancelliere sembrano essere dettati da Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’aiuto alla finanza degli Stati membri è assolutamente illegale e che l’opera della Bce come prestatore di ultima istanza per il debito dei Paesi membri è contro la lettera dei Trattati e finirebbe per ridurre la pressione per le riforme di austerity volute dalla Germania per gli altri. Una Germania che addirittura, per farsi forte del suo scetticismo verso l’Europa che l’ha così possentemente risollevata, ricorre a cavilli legali con la grande soddisfazione del leader della Cdu al Parlamento tedesco, V. Kauder, che ha dichiarato trionfante: «Improvvisamente l’Europa sta parlando tedesco».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

Posto che la posizione del governo tedesco è ufficialmente diversa da quella di Weidmann, si deve credere che il capo della Buba stia facendo le scarpe alla signora Merkel, o che i due stiano camminando assieme, fingendo di andare in direzioni diverse? Formulata in modo diverso: è una divergenza reale, o non potendo tenere il punto più di tanto, il governo tedesco usa la propria banca centrale per sabotare le scelte che non condivide? Se il governatore della Banca d’Italia giungesse ad una tale proclamazione di dissenso dal governo italiano, su questioni di tale rilievo, è certo che trenta secondi dopo si chiederebbe la sua testa. Non per negarne l’autonomia, ma per sradicarne la tentazione di soppiantare il governo. Non tocca a noi chiedere le dimissioni di Weidmann, ma ai politici e ai commentatori tedeschi. Una cosa deve essere chiara: se fosse fondato (il cielo non voglia) il sospetto di gioco delle parti, allora i tedeschi sarebbero sulla via d’assumersi una gravissima responsabilità storica. Gli altri europei sarebbero non solo autorizzati, ma tenuti a fare il necessario per fermarli. Il tutto senza mai cedere all’alibi che sia tutta colpa loro, perché il nostro debito, la nostra spesa pubblica dissennata e la nostra bassa produttività solo tutte e solo colpe nostre.

http://www.iltempo.it/economia/2012/09/14/bundesbank-e-merkel-un-gioco-delle-parti-1.7729

La Bce e Draghi sono ormai apertamente nel mirino della stampa tedesca e non solo. Uno stillicidio di critiche e attacchi contro la linea interventista tracciata all’inizio di agosto, con l’impegno ad acquisti illimitati, ma condizionati, dei bond dei Paesi in crisi. Il fronte vede schierati appunto la Bundesbank, parlamentari della coalizione di Governo e dell’opposizione e ampi settori dei media. In un’editoriale di prima pagina, dal titolo «Salvataggi senza frontiere», il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, venerdì scorso aveva accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower: «Anche l’Italia chiede aiuti finanziari a voce sempre più alta e Draghi si offre. Per i politici che vogliono salvare l’euro è bello che Draghi abbia imparato dalla Banca d’Italia come una banca centrale può essere messa al servizio delle casse dello Stato». Alla Faz aveva fatto eco la Süddeutsche Zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’università di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann. Neumann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della Repubblica di Weimar.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-26/weidmann-eu-144607.shtml?uuid=AbARwvTG

Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro. Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, sta infatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra, e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/2/14/FINANZA-Dalla-Bundesbank-un-nuovo-attacco-alla-Bce-di-Draghi/363610/

Voci autorevoli che non la pensano come Bersani sulla guerra nel Mali

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8 indizi (per una volta debitamente riportati dalla stampa internazionale) che fanno supporre che la questione sia un po’ più complicata di come la descrive Pierluigi Bersani:
1. La base di droni americana che sarà costruita nel Niger, vicino al confine con il Mali;
2. I numerosi testimoni che hanno segnalato la presenza di un canadese e di due francesi alla testa della banda di jihadisti che ha sconfinato in Algeria per prendere degli ostaggi (Tigantourine);
3. La presenza sul terreno di forze speciali americane per operazioni clandestine qualche mese prima dell’intervento francese;
4. Il fatto che nell’area tra Mali e Niger vi siano alcune tra le più importanti riserve mondiali di uranio (terzo posto nel mondo), oltre a petrolio e gas;
5. I recenti accordi commerciali e di sfruttamento delle risorse siglati da Mali, Niger e Cina;
6. Il fatto che gli jihadisti siano finanziati quasi certamente dal Qatar e probabilmente anche dall’Arabia Saudita, entrambi alleati della NATO;
7. L’opposizione algerina alle politiche NATO nel Nord-Africa (ma potrebbero anche cambiare casacca);
8. Il coinvolgimento dei presunti fondamentalisti islamici nel narcotraffico e nel traffico d’armi e il loro precedente servizio reso alla coalizione anti-Gheddafi (= il fattore religioso è secondario ma ai governi occidentali fa comodo continuare a sfruttare l’infinita Guerra al Terrore);

**********

Senza alcun dibattito parlamentare, il governo inglese ha già deciso che invierà un corpo di spedizione nel Mali.
Solo due settimane fa Cameron l’aveva escluso categoricamente.
Giusto perché sia chiaro che la guerra è appena agli inizi.
Dovremo partecipare anche noi? Ce lo chiederà l’Europa? Qualche caduto italiano per poterci sedere al tavolo delle trattative e delle spartizioni?

Anche tralasciando la parte in cui Al-Qaeda viene creata a tavolino dagli americani (cf. Brzezinski) per combattere i russi in Afghanistan, la parte in cui l’amministrazione Bush ignora sistematicamente ogni avvertimento dell’intelligence statunitense pre-11 settembre 2001 e la parte in cui Al-Qaeda viene incolpata di tutto, dal riscaldamento globale, alle fantasmatiche armi di distruzione di massa irachene, al tasso di obesità americano, la Guerra al Terrore rimane una criminale bestialità.

Serve solo ad ingigantire lo status dei terroristi: “l’America contro i terroristi yemeniti”, “Israele contro Gaza”, “la Francia contro i terroristi maliani”, “gli Stati Uniti e la Francia contro i terroristi somali”: i terroristi si spostano, riaffiorano carsicamente in un altro paese, godono di un’aura di invincibilità e di persecuzione da parte dei poteri forti che li rende “cool” e l’immagine dell’occidente finisce per deteriorarsi fino a rassomigliare a quella del patetico Wile E. Coyote alle prese con l’imprendibile ed invincibile “struzzo” Beep Beep.

In questo modo gli jihadisti sono consacrati agli occhi di migliaia di giovani musulmani che vedono i droni e i missili occidentali che causano eccidi di civili e che decidono a loro discrezione quali siano i tiranni da abbattere e quali invece quelli da sostenere anche contro la volontà dei loro sudditi.

In particolare, nel Mali, l’intervento francese in appoggio al Sud del Mali servirà solo a rinsaldare un’alleanza tra tuareg e jihadisti che era in crisi e che ora troverà nuovo vigore, con migliaia di combattenti che conoscono molto bene la regione e le tecniche di guerriglia.

Invece di isolare i terroristi dalla popolazione, quest’ultima si rassegnerà all’idea che sono l’unica autorità che possa tenere insieme il nord del Mali e proteggerli dalla pulizia etnica dei maliani del sud.

Contemporaneamente, il Sud del Mali diventerà uno stato fantoccio della Francia, tenuto in vita a forza per evitare l’anarchia, non diversamente dal Vietnam del Sud degli anni Sessanta e Settanta. L’unico risultato sarà quello classico (es. Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan): frammentazione e partizione dello stato, islamizzazione e terrorismo.

Poiché queste cose ormai non possono non saperle, ne consegue che lo fanno apposta: ordo ab chao.

L’obiettivo primario è la destabilizzazione dell’Algeria

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/23/fallimento-in-siria-ci-si-gioca-lalgeria/

e il controllo del Niger

http://www.lettera43.it/cronaca/africa-occidentale-forse-una-base-per-droni-usa_4367581683.htm
il Mali consente di prendere due piccioni con una fava.

Non tengono però conto del fatto che il boccone è troppo grosso persino per la NATO – evidentemente danno per persa la Siria, ma poi dovranno spiegare la cosa a milioni di persone che per mesi hanno ascoltato una singola versione dei fatti (“mancano pochi giorni alla caduta di Assad”, “la popolazione siriana non lo tollera più”, ecc.). Hanno commesso un enorme errore strategico.

LE VOCI DEL DISSENSO

“Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara”.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

“Il Mali, un paese amico, crolla. Gli jihadisti avanzano verso sud, e c’è una certa urgenza.

Ma non facciamoci prendere dal riflesso condizionato della guerra per la guerra. Quest’unanimità per l’andare in guerra, questa evidente precipitazione, argomenti già sentiti sulla “guerra al terrore”, mi preoccupano. Questa non è la Francia. Dovremmo aver tratto delle lezioni dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia. Queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario, hanno rinfocolato il separatismo, il fallimento degli Stati, la ferrea legge delle milizie armate.

Non hanno permesso di sconfiggere i terroristi che sciamano nella regione. Al contrario, ne hanno legittimate di ancora più radicali.

Nessuna di queste guerre ha assicurato la pace in una data regione. Al contrario, l’intervento occidentale ha consentito a tutti di scaricare le proprie responsabilità.
Peggio ancora, queste guerre sono un ingranaggio. Ciascuna crea le precondizioni per la prossima. Sono le battaglie di una singola guerra che si sta espandendo dall’Iraq verso la Libia e la Siria, dalla Libia verso il Mali inondando il Sahara con il traffico di armi di contrabbando. Tutto questo deve finire.

Nel Mali, non esiste una sola premessa per un successo finale. Combatteremo al buio, privi di un obiettivo bellico. Arrestare la progressione jihadista verso sud, riconquistare il nord, sradicare le basi AQIM: ciascuna di queste è una guerra a parte.

Noi ci dovremo battere da soli, senza un solido partenariato maliano. La rimozione del presidente a marzo e del primo ministro a dicembre, il collasso di un esercito del Mali segnato dalle divisioni, il generale fallimento dello Stato, a cosa ci appoggeremo?

Combatteremo nel vuoto per mancanza di un forte sostegno regionale. La Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale si muove al rallentatore e l’Algeria ha espresso la sua contrarietà.

Solo un processo politico è in grado di portare la pace nel Mali.

Ci vuole una dinamica nazionale per la ricostruzione dello stato del Mali. Puntiamo sull’unità nazionale, sulle pressioni sulla giunta militare, sul processo di garanzie democratiche e dello Stato di diritto attraverso politiche di cooperazione forti.

Occorre anche una dinamica regionale, coinvolgendo l’Algeria, che ha un ruolo centrale in quell’area, e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, per promuovere un piano di stabilizzazione del Sahel.

Serve infine una dinamica politica per negoziare, isolando gli islamisti ed accordandosi con i tuareg su una soluzione ragionevole.

Come è possibile che il virus neoconservatore abbia potuto conquistare tutte le menti? No, la guerra non è la Francia. È tempo di porre fine ad un decennio di sconfitte. Dieci anni fa, in questi giorni, eravamo riuniti alle Nazioni Unite per intensificare la lotta contro il terrorismo. Due mesi dopo è iniziato l’intervento in Iraq. Da allora in poi non ho mai smesso di impegnarmi per risolvere le crisi politiche e per uscire dal circolo vizioso della forza. Oggi il nostro paese può fare da battistrada per abbandonare questo stallo bellico, se si inventa un nuovo modello di impegno, fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni dei popoli e sul rispetto per la diversità. Questa è la responsabilità della Francia di fronte alla storia”.

Dominique de Villepin, ex primo ministro francese

http://www.lejdd.fr/International/Afrique/Actualite/Villepin-Non-la-guerre-ce-n-est-pas-la-France-585627

Autore del celebre ed “eroico” discorso contro la guerra in Iraq, che non gli è mai stato perdonato dai neocon

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/25/la-nostra-capacita-di-costruire-un-mondo-migliore-buon-natale/

“La questione della guerra è entrata prepotentemente dentro la campagna elettorale. Si è aperta un’interessante dialettica fra Sel e il Pd, quest’ultimo immediatamente pronto a sostenere Hollande e a rendersi disponibile per un’avventura italiana. In effetti che non si tratterà di una marcia trionfale se ne è accorto anche Il Sole 24 Ore che dedica al tema l’editoriale di oggi firmato da Vittorio Emanuele Parsi (docente alla Cattolica di Milano, se non ricordo male): “Le guerre inutili dell’Occidente“, un articolo e un titolo sorprendenti per il luogo dove sono collocati. Come giustamente scrive Parsi: “più diventavamo consapevoli della insufficiente efficacia dello strumento militare e più ci abbiamo fatto ricorso: in parte perchè le circostanze lo consentivano in virtù della nostra straordinaria superiorità logistica e tecnologica; in parte perchè non sapevamo che altro fare in assenza di un altrettanto rampante superiorità politica”. Eh già, proprio così: l’Europa come soggetto politico non esiste”.

Alfonso Gianni, 18 gennaio 2013

“Sono deluso dalle potenze occidentali. Adesso, ad esempio, c’è la Francia che si è impegnata in Mali. Vorrei chiedere: qual è lo scopo reale del coinvolgimento militare, adesso, della Francia? È ancora una ri-colonizzazione? … Quando vedo interventi di altri Paesi europei, quando si decide – ad esempio – che non si daranno più aiuti finanziari a questo Paese, non si concederà più questo o quell’intervento, io mi domando: è proprio per fare fronte a quella crisi, oppure per creare una situazione molto più difficile, di dipendenza sempre maggiore dall’Europa?”

Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, capitale del Ghana

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“L’intervento francese sa molto di un’ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi.  Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano”.

padre Alberto Rovelli, per vent’anni missionario dei Padri Bianchi in Mali

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“Quando si entra in un conflitto, si accendono dei fuochi che poi non si possono spegnere. E se la cura fosse peggiore del male? Il Burkina Faso e l’Algeria sono particolarmente restii all’idea di un intervento militare e sono due paesi estremamente importanti in quell’area. Senza un loro coinvolgimento le difficoltà si moltiplicheranno. Non sarà un intervento militare a risolvere la questione dell’unità del Mali, soprattutto quando si vede che il Mali è uno stato al collasso. Prendere il controllo del Nord senza che vi sia alcun fattore di disciplinamento equivale a fondare l’intera impresa sul vuoto”.

Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere – Francia, attuale direttore di ricerca presso la Fondazione Medici Senza Frontiere

http://www.journaldumali.com/article.php?aid=5513

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In Mali per ragioni umanitarie

“È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa – anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” – ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima”.

Lucio Caracciolo

http://temi.repubblica.it/limes/quel-che-resta-del-colonialismo/41614

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“Mali, la guerra per l’uranio. Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio, oltre a petrolio e gas”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37528.html

“I movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger. La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e ad avanzare verso Bamako.

Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigerini cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012″.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37532.html

“Per il momento, non vogliono testimoni nè giornalisti pullulando nella zona del conflitto. Non vi chiedete per caso perchè non avete ancora visto nessuna immagine di quello che sta succedendo sul terreno? Dove sono le vittime? I feriti? Gli edifici bombardati? Le truppe in combattimento?

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente si può pensare che si stia cercando di evitare che si producano nuovi sequestri o di garantire la nostra sicurezza. Ma il risultato è solo uno: si sta occultando la possibilità di informare, e pertanto, si sta attaccando la libertà di stampa, e la verità. Ricordo una frase che ho imparato all’università (credo che non sia stato al bar, ma non ne sono sicuro), e diceva che “nelle guerre la prima vittima è la verità”. E in questa, come in altre, si corre lo stesso rischio se non arrivano presto i giornalisti al fronte.

E se il problema è la nostra sicurezza, solo aggiungo che ognuno dei giornalisti presenti in Mali è cosciente dei pericoli che può o che vuole assumere, e ognuno arriverà fino a dove gli sembri ragionevole nel suo desiderio di informare nella maniera più veridica e adeguata. Quello che voglio dire è che siamo persone adulte. Quello che voglio dire è che non mi piace che mi si limiti nel mio dovere di informare. E che i miei rischi sono miei, e solo miei. Non so come voi la vedete”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37538.html

Fallimento in Siria? Ci si gioca l’Algeria

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Bloccata in Siria, la NATO si butta sul Mali e, soprattutto, sull’Algeria, rea di aver preso posizione contro l’intervento in Libia, prevedendo che avrebbe destabilizzato tutto il Nord Africa. L’Algeria è anche colpevole di aver sconfitto il colonialismo francese e di non voler diventare un satellite della NATO: una sacca di resistensa intollerabile per i nostri strateghi. L’Algeria sta al Mali come il Pachistan sta all’Afghanistan: droni in arrivo anche per lei.

Degli occidentali, tra i quali un uomo con i capelli biondi e gli occhi azzurri, si ritiene siano stati tra i militanti islamici che hanno lanciato l’attacco della scorsa settimana al complesso Tigantourine vicino al confine algerino con la Libia. Si sospetta che un jihadista francese, sconosciuto alle autorità, e due canadesi siano stati coinvolti nella cattura di ostaggi, e le testimonianze concordano sul fatto che un uomo con un accento occidentale è stato tra gli estremisti che hanno attirato fuori dalle loro stanze i terrorizzati lavoratori dell’impianto di estrazione del gas durante la crisi degli ostaggi.

http://www.independent.co.uk/news/world/africa/terror-in-north-africa-are-westerners-pulling-the-strings-8460832.html

E meditate anche su questo singolare evento di qualche mese fa: specialisti americani di operazioni clandestine trovati morti nel Mali qualche mese prima dell’intervento francese:

http://articles.washingtonpost.com/2012-07-08/world/35488661_1_malian-counterterrorism-commando

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manifestazione pro-Assad

“Il crescente caos nelle zone liberate della Siria settentrionale ha convinto alcuni membri dell’opposizione siriana che il paese collasserà senza una transizione controllata che sostituisca il presidente Bashar al-Assad.

Questa dura analisi è contenuta in un rapporto di intelligence consegnato al Dipartimento di Stato la settimana scorsa da fonti siriane che lavorano con l’esercito siriano libero (FSA). Descrivendo la situazione nella zona di Aleppo al confine turco, in gran parte evacuata dall’esercito di Assad, il rapporto traccia un quadro di combattenti disorganizzati, avidi trafficanti di armi e signori della guerra intenti a fare affari.

Questo vuoto di sicurezza nella regione di Aleppo sembra aver aiutato al-Jabhat Nusra, che è alleata di al-Qaeda. Il gruppo sta beneficiando non solo dalla sua abilità sul campo di battaglia, ma anche del suo rifiuto di impegnarsi in saccheggi e altri comportamenti predatori. Nella sua enfasi su una giustizia cruda ma equa e sul ripristino dei servizi ai cittadini, al-Jabhat Nusra emula altre organizzazioni estremiste musulmane di successo, come Hezbollah in Libano e i talebani in Afghanistan”.

http://articles.washingtonpost.com/2013-01-11/opinions/36312167_1_al-nusra-aleppo-idlib

“La progressiva erosione della popolarità i ribelli.

Nel resto del paese, la situazione è più critica. A Homs, i ribelli sono circondati ed immobilizzati in alcuni quartieri sparsi che stanno diventando sempre più difficili da rifornire. L’offensiva lanciata in pompa magna il mese scorso nella provincia di Hama è svanita. Le battaglie per il controllo dei sobborghi di Damasco hanno registrato alti e bassi per mesi, con la perdita di migliaia di vite…ed ora sono in una fase di stallo che potrebbe essere prolungato e sanguinoso…

Nel frattempo le condizioni stanno peggiorando drammaticamente nelle aree controllate dai ribelli. Attacchi aerei e bombardamenti da parte delle forze governative, assieme alla grave carenza di carburante, cibo e medicinali stanno erodendo gran parte del sostegno ai ribelli di cui godevano inizialmente presso i residenti, ha detto Musab al-Hamawi, un attivista dell’opposizione in provincia di Hama.

Assad è fiducioso perché sa che stiamo perdendo terreno in termini di popolarità tra la gente”, ha detto. “L’esercito siriano libero ha dimostrato di non essere in grado di proteggere i civili e liberare il paese senza provocare morte e distruzione”.

http://www.washingtonpost.com/world/assad-still-confident-that-he-control-syria/2013/01/12/2e24a62e-5d01-11e2-b8b2-0d18a64c8dfa_story_1.html

“Dal primo giorno, Bashar al-Assad è stata sottovalutato dalla opposizione e dalla comunità internazionale”, ha detto Malik al Abdeh, un giornalista siriano con sede a Londra, uno di una serie di attivisti dell’opposizione che sta diventando sempre più pessimista sulla possibilità che la fine del sanguinoso conflitto possa essere vicina. “Sta giocando una partita decisiva, se la sta giocando in maniera molto intelligente e sembra vincere per il semplice fatto che è ancora al potere

Quando Assad ha rivolto ai sostenitori un discorso con aria di sfida e senza compromessi la scorsa settimana (discorso di inizio anno), il Dipartimento di Stato lo ha condannato per aver “perso il contatto con la realtà.” Ma molti siriani si chiedono se non siano gli Stati Uniti ed i loro alleati ad averlo perso nei loro continui tentativi di soluzione negoziata ad un conflitto che Assad ha ancora ragione di credere di poter vincere, spiega Abdeh.
Anche se l’esercito siriano è stato indebolito da migliaia di defezioni e perdite pesanti, sta ancora combattendo…Le defezioni dal suo governo sono state sporadiche. I ribelli…non hanno dimostrato la capacità di fare progressi verso Damasco, la chiave per controllare il paese.

Gli alleati Russia e Iran non hanno dato segno di tentennare nel loro sostegno e hanno le loro ragioni per non cedere terreno nella lotta per l’influenza su un paese la cui posizione strategica lo mette al crocevia di molteplici conflitti regionali. Sabato scorso, il ministero degli Esteri russo ha ribadito che la partenza di Assad non può far parte di una qualsiasi soluzione negoziata.

Siamo ancora fermamente dell’avviso che la questione del futuro della Siria debba essere decisa dagli stessi siriani senza interferenze dall’esterno o l’imposizione di ricette preconfezionate”, ha detto il ministero degli esteri russi in un comunicato.

Soprattutto, dicono i siriani, Assad resta convinto del fatto che né gli Stati Uniti né i suoi alleati interverranno militarmente per aiutare i ribelli a battere le sue forze. Tale convinzione è corroborata da indicazioni di una crescente preoccupazione degli Stati Uniti per il ruolo crescente degli estremisti islamici nel già frammentato esercito ribelle.

[…].

Assad non ha altra scelta che continuare a cercare di schiacciare la rivolta. I 2 milioni di membri della comunità alawita da cui dipende temono per il loro annientamento se ci dovesse essere una vittoria schiacciante dei ribelli sunniti, ha detto Joshua Landis, un professore di storia presso l’Università di Oklahoma, che ha sposato una alawita e rimane regolarmente in contatto con la comunità”.

http://articles.washingtonpost.com/2013-01-12/world/36312287_1_syrian-president-bashar-al-assad-syrian-army-rebels

La Guerra al Terrore arriva in Mali – l’intervento anglo-franco-americano

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“Ciò che ci ha veramente colpito è quanto avanzato sia il loro equipaggiamento e il modo in cui sono stati addestrati ad usarlo …” ha dichiarato un funzionario francese. “All’inizio pensavamo che sarebbe stato solo un gruppo di tizi armati di pistola che circolavano coi loro pick-up, ma la realtà è che sono ben addestrati, ben attrezzati e ben armati. Si sono armati in Libia di un sacco di apparecchiature sofisticate, molto più robusto ed efficace di quanto avremmo potuto immaginare” [li avete armati, avete chiuso un occhio quando saccheggiavano gli arsenali di Gheddafi e ora ce li avete contro: chi è causa del suo mal…]

http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-21002918

Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

7 Gennaio 2013: In Libia la polizia non c’è: ci sono le milizie. Lo Stato non c’ è, ci sono le tribù, le città, i gruppi di potere, le fazioni religiose. La gente è evidentemente frustrata dalla mancanza di sicurezza, seguita alla caduta dell’ex Rais. Molti gruppi islamici, che hanno aiutato a mettere fine alla dittatura del colonnello, non vogliono sciogliersi né accettare di entrare nelle forze dell’ordine. Essi agiscono spesso come bande di fuorilegge, attaccando gruppi e persone che non ubbidiscono alla loro visione di un islam fondamentalista. Anche la morte dell’ambasciatore Usa Chris Stevens è il frutto di una situazione di caos che regna in Libia nel dopo Gheddafi. È ancora presto per delineare con esattezza il ruolo salafita nel panorama politico mediorientale, ma di certo non lo si può ignorare.

http://www.linkiesta.it/salafiti-primavera-araba-egitto#ixzz2HlPKAllp

Che la situazione in Mali fosse potenzialmente esplosiva era evidente da tempo. Come è evidente la strategia destabilizzante di Francia e Stati Uniti: Gheddafi è caduto per volontà francese, e con lui è caduto uno dei principali nemici commerciali di Parigi”. Con una Libia poco influente e filo-europea, la politica estera francese ha consolidato uno spazio coloniale che collega l’esagono al Congo, tramite gli stati amici di Ciad, Niger, Camerun e tutto il corno d’Africa francofono, Costa d’Avorio e Mali inclusi. “A questo – sottolinea il ricercatore – si uniscono gli interessi U.S.A: la penetrazione commerciale nord-americana parte dal Ghana e mira alle risorse di tutto il Sahel. Destabilizzare quest’area diventa dunque un mezzo per giustificare un intervento armato e riaffermare interessi neo-coloniali”.

Marco Massoni, studioso del Centro Alti Studi per la Difesa

http://www.unimondo.org/Notizie/Mali-una-esplosiva-crisi-nascosta-136701

Non è il caso di gridare all’usurpazione perché il Mali è di fatto uno stato fallito. Due terzi del territorio sono occupati dai ribelli e a Bamako, la capitale, c’è un precario condominio fra una giunta militare e un governo civile provvisorio insediato dall’esercito impegnati in una gara a chi è più irresponsabile e impotente. Il beau geste di Parigi diventa per ciò stesso ancora più insensato e ipocrita perché non sarà facile per nessuno ristabilire la sovranità in quel che resta del Mali. Per parte sua, il capitano Sanogo, autore del colpo di stato del marzo 2012 contro il presidente in carica e di un secondo colpo in dicembre per togliere di mezzo un capo del governo che si era rivelato indigesto, non ha nascosto di giudicare forze «neocoloniali» tutti coloro che si prodigano per «aiutare» il Mali senza distinguere apparentemente fra paesi vicini e grandi potenze.

Gian Paolo Calchi Novati, Il vizio coloniale, Il Manifesto, 13 gennaio 2013

Il ruolo che l’emiro del Qatar Hamad Bin Khalifa Al-Thani e i suoi diplomatici stanno svolgendo in Mali è al centro di indiscrezioni,  proprio mentre il paese sprofonda nell’abisso della disgregazione. Da mesi si parla di trasferimenti di denaro da parte del monarca multimiliardario ad Ansar Dine e al Movimento per l’Unicità e la Jihad nel Africa Occidentale (Mujao), i gruppi che insieme ai tuareg di Mnla controllano il triangolo Kidal-Gao-Timbuktu e destabilizzano il Sahel in affiliazione con al Qaeda nel Maghreb islamico. Una questione spinosa per Francia e Stati Uniti, da anni vicini all’emirato qatariota.

http://www.meridianionline.org/2012/12/22/ruolo-diplomatico-qatar-mali/

Il Qatar, alleato di Francia e Stati Uniti, finanzia i salafiti anti-Gheddafi in Libia ed anti-Assad in Siria, con l’entusiastica approvazione di entrambi, ma anche quelli del Mali, bombardati dai francesi dopo essere stati armati anche dai francesi in Libia (!). Fino al 2011 Gheddafi ed Assad erano eroi dell’Occidente perché contrastavano anche con la forza il fondamentalismo islamico e partecipavano alla Guerra al Terrore, oggi l’eroe è Hollande, perché fa lo stesso in Mali (ma non in Siria, dove le agenziedi stampa internazionali ci informano che siamo alleati di Al-Qaeda).

La buona, vecchia Guerra al Terrore. L’ancor più classica e rassicurante ingerenza umanitaria. E, immancabile, arriva il rafforzamento ed irrigidimento delle misure di sicurezza previste da Vigipirate (in una nazione con una fortissima percentuale di residenti di origine araba e maghrebina):
La guerra contro il terrorismo è una guerra di durata indeterminata contro un nemico sconosciuto. Ha permesso di introdurre leggi eccezionali nel diritto comune con il consenso della popolazione, sottolinea Dan van Raemdonck, vice-presidente della Federazione Internazionale per i Diritti Umani. Si è banalizzata la nozione di controllo. Le persone hanno finito per accettare di essere sorvegliate, controllate, con il pretesto che non hanno niente da nascondere. Siamo entrati nell’era del sospetto…L’ultima versione del piano, in vigore dal gennaio 2007, è fondata su un chiaro postulato: ”la minaccia terrorista dev’essere ormai considerata permanente”. Vigipirate definisce delle misure applicate da quel momento in tutte le circostanze, ”anche in assenza di segni precisi di minaccia” (Le Monde, 9 settembre 2011).
http://sois.fr/fileadmin/pdf/11_sett_2011.pdf

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L’aviazione francese ha cominciato a bombardare i talebani (e lo sono e alcuni di loro sono pure narcotrafficanti!) del Mali (e ha già perso due elicotteri ed un pilota in poche ore) mentre Hollande grida “Al-Qaeda! Al Qaeda!” (se non avesse chiamato in causa Al-Qaeda avrei anche potuto ipotizzare che potesse trattarsi di un’autentica missione umanitaria) ed interviene per puntellare un sistema di potere corrotto fino al midollo, tanto che la popolazione era favorevole ad un golpe militare contro il governo “democraticamente” eletto (dopo aver annullato un quarto dei voti, perché “scomodi”), autocratico nei fatti e che intascava gran parte degli aiuti allo sviluppo:
http://www.lrb.co.uk/v34/n16/bruce-whitehouse/what-went-wrong-in-mali

Gli inglesi hanno assicurato il loro appoggio logistico ed una brigata americana (3500 uomini) è pronta ad essere schierata in Mali (paese ricco d’oro, uranio e gas naturale).

http://www.armytimes.com/news/2012/06/army-3000-soldiers-serve-in-africa-next-year-060812/

Ci siamo di mezzo anche noi, giacché la loro sede operativa è alla Caserma Ederle di Vicenza:

http://www.disarmo.org/rete/a/36791.html

Catherine Ashton preannuncia il coinvolgimento europeo nel Mali

http://www.ilmondo.it/esteri/2013-01-10/mali-ashton-missione-addestramento-ue-necessaria-urgente_175208.shtml

per combattere quegli stessi jihadisti che, stando al rapporto del West Point Combating Terrorism Center da Bengasi sono arrivati in Afghanistan e Iraq,

http://www.scribd.com/doc/111001074/West-Point-CTC-s-Al-Qa-ida-s-Foreign-Fighters-in-Iraq

per poi tornare in Libia a combattere contro Gheddafi e in Siria contro Assad (dopo tutto sono dei mercenari):

http://uk.reuters.com/article/2012/08/14/uk-syria-crisis-rebels-idUKBRE87D06M20120814

http://edition.cnn.com/2012/07/28/world/meast/syria-libya-fighters/index.html?iid=article_sidebar

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8919057/Leading-Libyan-Islamist-met-Free-Syrian-Army-opposition-group.html

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/8917265/Libyas-new-rulers-offer-weapons-to-Syrian-rebels.html

http://www.albawaba.com/news/libyan-fighters-join-free-syrian-army-forces-403268

Una parte di questi mercenari fondamentalisti, terminato il servizio in Libia, si è spostata nel vicino Mali, seguendo i compagni d’arme berberi maliani, e portandosi dietro le armi saccheggiate nei depositi del regime:

http://abcnews.go.com/Blotter/al-qaeda-terror-group-benefit-libya-weapons/story?id=14923795

Per usare un eufemismo, questi guerriglieri non amano i neri. Non li amano in Libia, non li amano nel Mali:

http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_16/cremonesi-incendi-terrore-caccia-uomo_75667202-f7c6-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml

http://www.ilfoglio.it/soloqui/10804

Adesso il Nord berbero è contrapposto al Sud “nero” anche se i berberi volevano solo l’autonomia ed erano contrari al fondamentalismo:

http://www.unimondo.org/Notizie/I-tuareg-e-la-difficile-partita-dell-indipendenza-136881

Quanti dei 120 morti erano guerriglieri jihadisti e quanti erano tuareg o civili?

La cosa terminerà verosimilmente con l’ennesimo frazionamento di uno stato e nel proliferare di signori della guerra in tutta l’area (libanizzazione/balcanizzazone). Una situazione analoga si sta verificando nel Medio Oriente, dove i media occidentali caldeggiano la nascita di uno stato kurdo che però, per sorgere, dovrebbe disgregare Iran, Iraq, Siria e Turchia, gettando nel caos l’intera regione.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/09/birth-kurdish-state-ottoman-syria-arab-spring?INTCMP=SRCH

Le conseguenze nell’Africa occidentale non sarebbero meno gravi: i Berberi (70-80 milioni) sono molto numerosi in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mali, Niger. Il re del Marocco, alleato della NATO e di Israele, ha messo le mani avanti proclamando il cabilo (lingua dei berberi occidentali) la seconda lingua ufficiale del Marocco.

L’Algeria, molto critica dell’intervento in Libia e bersaglio predestinato

http://nationalinterest.org/commentary/algeria-will-be-next-fall-5782

rischia di diventare quel che il Pachistan è diventato per l’Afghanistan: luogo di rifugio dei guerriglieri, bombardato dai droni.

Non penso che quei quasi 2 milioni di immigrati o figli di immigrati algerini che vivono in Francia la prenderanno troppo bene.

Due cose sono certe:

* gli stati sovrani hanno una certa capacità negoziale, i signori della guerra sono più facili da corrompere e svendono più facilmente le risorse delle popolazioni che controllano.

* l’anarchia nel Medio Oriente impedisce alla Russia di fare affari in quella regione (ma si veda anche il tentato accordo con i Russi per la fornitura di armi al governo maliano) mentre l’anarchia nel Nord Africa e nell’Africa occidentale rende queste due aree off-limits per gli investimenti cinesi.

La baggianata di Kony 2012 ha preparato il terreno per la loro espulsione dall’Africa Orientale:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/12/kony-2012-la-stucchevole-pornografia-umanitaria-i-bambini-pensate-ai-bambini/

Non bisogna mai dimenticare che è in corso una partita a scacchi decisiva tra NATO e Eurasia: la si gioca nel Medio Oriente, la sia gioca nell’Asia Centrale, nel Pacifico, nei Caraibi (Cuba e Venezuela) e, naturalmente, in un continente ricchissimo di risorse (oro, diamanti, petrolio, metalli e, soprattutto, terre rare) come l’Africa. La nascita del Sud Sudan (ricco di petrolio e anti-cinese) è un magnifico esempio delle dinamiche in corso.

Siamo nuovamente gettati in una Guerra Fredda e questo non sarebbe così male per i paesi più piccoli, che possono cercare di assicurarsi un trattamento migliore mettendo in concorrenza le grandi potenze. È già successo al tempo dell’Unione Sovietica e potrebbe funzionare ancora. Il problema è, però, che questa volta pare destinata a prendere fuoco, per almeno quattro ragioni (quelle che vedo io: ce ne possono essere altre che mi sfuggono):

1. Lo stallo in Siria e sul programma atomico iraniano;

2. L’aggressività di Israele ed il suo rifiuto di tollerare l’esistenza di uno stato palestinese;

3. Internet rende pressoché istantanea la circolazione di informazioni in grado di smascherare le manipolazioni e quindi ostacola le manovre clandestine degli uni e degli altri;

4. il sistema finanziario globale è tenuto in vita con ogni mezzo (a spese dei contribuenti) ma è un malato terminale, a causa della sfrenata avidità di quelle poche migliaia di oligopolisti che determinano il corso della storia umana contemporanea – dovranno far succedere qualcosa per poter passare alla fase successiva (post- dollaro e post-euro).

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Un’altra cosa certa, come detto, è che, in questo momento, Hollande si trova nella curiosa situazione di appoggiare i salafiti che combattono in Siria mentre li bombarda nel Mali.

Non è troppo diverso da Sarkozy, anche lui un volonteroso interventista in Africa, a sostegno del locale candidato del FMI (sorpresona!):

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/costa-davorio-unaltra-guerra.html

Hanno tempo fino a maggio. Poi iniziano i monsoni.

La luce nera in fondo al tunnel

 

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E’ proprio come la medicina medievale: salassavano i pazienti per curare i loro malanni, e quando il sanguinamento li faceva star peggio, li salassavano ancora di più.

Paul Krugman, NYT, dicembre 2012

FINLANDIA – recessione

http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201212051014108874&chkAgenzie=TMFI

FRANCIA – recessione

http://www.agi.it/economia/notizie/201212100903-eco-rt10027-francia_banca_centrale_prevede_recessione_a_fine_2012

GERMANIA – contrazione nel quarto trimestre.

http://it.reuters.com/article/itEuroRpt/idITL5E8NA1L820121210

Su base annua la produzione industriale tedesca ha registrato ad ottobre un calo del 3,7%.

http://www.borsainside.com/mercati_europei/2012/12/42241-crisi-la-produzione-industriale-tedesca-crolla-ad-ottobre.shtm

PAESI BASSI – contrazione dell’1,1%

http://www.tradingeconomics.com/netherlands/gdp-growth

AUSTRIA E DANIMARCA – crescita dello 0,1%

http://articles.economictimes.indiatimes.com/2012-11-30/news/35483426_1_growth-forecast-gdp-forecast-growth-view

REGNO UNITO – in recessione fino alle Olimpiadi, si prevede una ricaduta nella recessione

http://www.telegraph.co.uk/finance/festival-of-business/9620479/Accuracy-of-UK-GDP-data-worse-than-China-says-Jim-ONeill.html#

POLONIA – crescita quasi dimezzata

http://www.bloomberg.com/news/2011-11-28/poland-s-2012-2013-gdp-growth-forecasts-cut-to-2-5-by-oecd.html

ITALIA

Più di un miliardo di ore in 9 mesi…gli ultimi dati dell’Inps sulla cassa integrazione guadagni (cig), che è tornata ai livelli del 2010: l’anno nero della crisi economica internazionale….Una situazione simile si registra anche per gli altri due ammortizzatori sociali che, oltre alla cig, vengono erogati nel nostro paese, cioè i sussidi ordinari di disoccupazione e gli assegni di mobilità. Per questi ultimi, a ottobre, si sono registrate oltre 17mila richieste, con una crescita di ben il 67% rispetto al mese precedente. Per i sussidi alla disoccupazione, invece, da gennaio a novembre del 2012 sono state presentate 1 milione e 146mila domande, con un incremento del 16% rispetto ai primi 10 mesi del 2011.

http://economia.panorama.it/lavoro/cassa-integrazione-record

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Luciano Gallino, La strada da seguire per creare più lavoro, La Repubblica, 03/11/2012.

Sotto il profilo economico, quasi tre milioni di disoccupati comportano una riduzione del Pil potenziale dell’ordine di 70-80 miliardi l’anno… Quanto al rischio politico, qualcuno dovrebbe ricordarsi che uno dei fattori alla base dell’ascesa del fascismo e ancor più del nazismo è stata la disoccupazione di massa. E la capacità di ridurla mostrata da tali regimi dopo la crisi del ’29 è una delle ragioni del sostegno popolare di cui hanno goduto fino alla guerra che li ha abbattuti.

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Luciano Gallino, Sulla crisi pesano i debiti delle banche, La Repubblica, 30/07/2012.

IL 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032. Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.

[…]

la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benché molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società, tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare né il rischio di insolvenza. Ciò avviene perché al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore. La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari.

[…]

La finanza ombra è stata una delle cause determinanti della crisi finanziaria esplosa nel 2007. In Usa essa è discussa e studiata fin dall’estate di quell’anno. Nella Ue sembrano essersi svegliati pochi mesi fa. Un rapporto del Financial Stability Board dell’ottobre 2011 stimava la sua consistenza nel 2010 in 60 trilioni di dollari, di cui circa 25 in Usa e altrettanti in cinque paesi europei: Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. La cifra si suppone corrisponda alla metà di tutti gli attivi dell’eurozona. […]. Nella sua genesi le banche europee hanno avuto un ruolo di primissimo piano a causa delle acrobazie finanziarie in cui si sono impegnate, emulando e in certi casi superando quelle americane. Ogni tanto qualche acrobata cade rovinosamente a terra; tra gli ultimi, come noto, vi sono state grandi banche spagnole. Frattanto in pochi mesi i governi europei hanno tagliato pensioni, salari, fondi per l’istruzione e la sanità, personale della PA, adducendo a motivo l’inaridimento dei bilanci pubblici. Che è reale, ma è dovuto principalmente ai 4 trilioni di euro spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanziari: parola di José Manuel Barroso.

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La gestione del welfare è un bottino che fa gola ai privati. Le imprese, con la complicità dei governi europei, puntano a mercificare lo stato sociale e la spesa pubblica. Per loro parliamo di 3mila 800 miliardi l’anno di merci da comprare e da vendere, non più servizi da erogare.

http://pubblicogiornale.it/politica/i-tecnici-non-esistono-parola-di-luciano-gallino/

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«Le manovre tecniche hanno creato recessione»

Pubblicato da: Vladimiro Giacchè il 03 ottobre 2012 alle 04:58

I magistrati della Corte dei Conti hanno esaminato la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e hanno sottolineato con la matita blu la dubbia efficacia delle politiche governative e i loro sicuri effetti negativi sulla crescita del nostro Paese.

Per quanto riguarda gli effetti negativi, non hanno dovuto faticare molto. Come giustamente rilevano in apertura della loro relazione, infatti, «sul fronte delle prospettive economiche, il peggioramento rispetto all’aprile scorso appare assai netto e, per l’Italia, drammatico».

[….]

«secondo gli stessi parametri offerti dal documento governativo, quasi due terzi della riduzione del pil devono essere imputati alle dimensioni e alla composizione della mano- vra complessiva della finanza pubblica attuata a partire dall’estate 2011».

[…]

Il calo del prodotto comporta un peggioramento delle entrate fiscali.

http://pubblicogiornale.it/economia-2/corte-dei-conti-le-manovre-tecniche-hanno-creato-recessione/

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«Al punto in cui siamo, le politiche adottate per risolvere la crisi dell’eurozona stanno facendo più danni di qualunque cosa possa aver causato originariamente quei problemi». Con queste parole l’editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau ha salutato giorni fa le più recenti proposte della cosiddetta troika (Fmi, Bce e Commissione europea) per aggiustare i conti della Grecia. […]. Il problema, fa osservare Münchau, è che quel crollo è dovuto in primo luogo proprio alle misure di austerity adottate. Ma questo la troika si ostina a ignorarlo. Così, quando «gli obiettivi economici vengono mancati, si applicano dosi maggiori di austerità, il che provoca una caduta ulteriore del pil, seguita da un ulteriore fallimento nel conseguire gli obiettivi», e così via. Questo è il girone infernale in cui sono ormai precipitati paesi come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Con l’ennesima manovra messa in campo dal governo Monti, l’Italia scende un ulteriore gradino di quel girone.

Vladimiro Giacchè il 17 ottobre 2012 Pubblico

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La spesa complessiva per i dipendenti pubblici? In Italia è di 172 miliardi, nel Regno Unito e in Germania di 194 miliardi, e in Francia addirittura di 259 miliardi.

Altro tema su cui l’uso dei dati è piuttosto opinabile è quello delle pensioni. La spesa pensionistica, ci dice Serra, nel 2010 è stata pari al 15,3% del prodotto interno lordo, a fronte di un 14,6% della Francia, di un 10,8% della Germania e via a scendere. Ma nello stesso grafico proposto si vede molto bene che questa spesa non crescerà di qui al 2050, mentre tutti gli altri paesi vedranno aumentare la loro in misura significativa. Del resto è ben noto a chiunque che il trattamento pensionistico italiano, grazie alle ultime “riforme”, è ormai tra i meno generosi del continente.

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secondo i dati Istat i redditi da lavoro nel periodo 2000-2011 sono cresciuti soltanto del 2% rispetto all’inflazione (e quel piccolo vantaggio è stato perso nel 2012).

Pubblicato da: Vladimiro Giacchè il 21 ottobre 2012 Pubblico del 21 ottobre 2012

Omosessualità, islam ed europa

 

Ho notato una certa ritrosia da parte di molti blogger eterosessuali ad occuparsi di questioni relative ai diritti dei loro fratelli omosessuali (fratelli nell’umanità). Io stesso non mi sono degnato di farmi sfiorare dall’idea di farlo. Tempo di cambiare, tempo di comportarsi da fratello e non da estraneo.

Articolo di Gaelle Roux tratto dal sito France24 del 30 marzo 2012, liberamente tradotto da Marco Galvagno.

“Ludovic Mohammed Zahed, il primo musulmano francese a essersi sposato religiosamente con un uomo, ha appena pubblicato “Le Coran et la Chair” (Il Corano e la carne). Racconta il suo percorso difficile e ci rivela un’audace interpretazione del Corano.

“Oggi sono convinto che se il profeta Maometto fosse vivo unirebbe in matrimonio coppie di omosessuali“.

L’autore di queste righe, Ludovic Mohammed Zahed, è un fervente musulmano, fine conoscitore del Corano, omosessuale e sposato dalla fine di febbraio con la benedizione di un imam francese a Quiya, un sudafricano, anche lui musulmano.

Nella sua opera “Le coran et la chair”, edizione Max Milo, uscito (ndr in Francia) il ventinove marzo (2012) in libreria, ci fornisce una testimonianza  straziante sul percorso  difficile di un omosessuale musulmano, pieno di dubbi ed umiliazioni.

“L’omosessualità […] non è una scelta e bisognerebbe essere matti per scegliere d’essere omosessuali quando si proviene dall’ambiente socio-culturale dal quale vengo”, scrive. Intellettuale brillante, scrittore dotato e militante intrepido, Ludovic Mohammed ha fatto dell’islam e dell’omosessualità, la propria ragione di vita, grazie alla sua associazione d’aiuto e difesa degli omosessuali musulmani, HM2F (Homosexuels musulmans de France), ma anche attraverso le sue ricerche universitarie. Il giovane che studia antropologia e psicologia nella prestigiosa École des hautes études en sciences sociales (EHESS) e sta preparando da diversi anni una tesi di dottorato appunto su islam e omosessualità.

Bastonate per imparare a essere un uomo

Nato in Algeria, nel 1977, Ludovic Mohammed è il secondo di tre fratelli. All’età di 3 anni i suoi genitori lasciano l’Algeria per trasferirsi nella regione parigina. La famiglia tornerà nel proprio paese solo l’estate durante le vacanze e durante la difficile situazione algerina degli anni 90.

Ludovic Mohammed è un bambino timido ed effeminato. “Ero una via di mezzo: un po’ bambino un po’ bambina”, si rende conto, a otto anni. Ma suo padre, una canaglia maschilista, e suo fratello non ci sentono da questo lato… Ho passato la mia infanzia con un padre che mi diceva che ero solo una femminuccia, una bambinetta, un piagnucolone. Per insegnarli a essere un uomo il fratello maggiore lo picchia di santa ragione fino a spaccargli il naso. Aveva  vergogna di avere un fratello malato.

In cerca  della propria identità

L’adolescente s’immerge nella religione, preso a carico da un gruppo di salafiti, impara a memoria in arabo una parte del Corano, prega cinque volte al giorno, osserva scrupolosamente gli insegnamenti dei maestri.

Ma anche là i suoi modi considerati troppo effeminati finiscono  con il disturbare “i fratelli” che lo emarginano dalla comunità. Siamo nel 1995, l’ Algeria s’impantana nella guerra civile. Il 30 gennaio un camion pieno d’esplosivi devasta il centro d’Algeri. Quarantadue persone perdono la vita. L’attentato è rivendicato dal gruppo salafita GIA.

Deserto spirituale

Quel giorno mi sono sentito sconvolto al solo pensiero che quella gente aveva anche solo una qualche vaga parentela con me. L’attentato e l’esclusione dal gruppo dei salafiti algerini segnano l’inizio di un lunghissimo deserto spirituale. Quindici anni durante i quali rifiuterà violentemente l’islam.
A ventun anni confessa alla famiglia di essere omosessuale. Sua madre é inconsolabile per vari mesi, ma suo padre, proprio lui che per anni, non rivolgeva nemmeno la parola a quel figlio ritenuto poco virile, risponde: “é così, capisco, bisogna accettare”, una mano tesa, alla fine benevola. A quell’epoca Ludovic Mohammed è sieropositivo da due anni.

Nonostante la rottura con i salafiti, la sete di spiritualità gli cova dentro. Il giovane per un breve periodo si avvicina al buddismo. “Mi sono reso conto che l’omofobia e la misoginia sono presenti ovunque” aggiunge con lo sguardo fisso dietro gli occhiali rotondi. A poco a poco l’islam prende di nuovo piede in lui.

“Ho ricominciato a poco a poco a pregare e poi sono andato per la prima volta a fare il pellegrinaggio alla Mecca, alle fonti dell’Islam per riappropriarmi della mia religione. Ho riscoperto una pace interiore che avevo perso dall’infanzia”. Dopo essere tornato in Francia fonda l’associazione “Les Enfants du sida” per la quale viaggia in tutto il mondo per un anno.

“Mi sono reso conto d’essere una persona buona, asserisce oggi. Ho capito anche che potevo essere omosessuale e praticare la mia religione”. Fonda allora una seconda associazione Hm2F (omosessuali musulmani francesi).

L’etica islamica attuale condanna questo orientamento sessuale, ma in effetti niente nel Corano lo vieta. Del resto nel corso dei secoli i musulmani non concepivano l’omosessualità come abominio, come vizio assoluto come invece fanno ora.

 La pace

Sul tema islam e omosessualità Ludovic Mohammed è inesauribile: “L’omosessualità non ha niente contro natura, secondo una certa rappresentazione dell’islam, al contrario […]”, scrive così nel Coran et la chair. H2Mf lo porta a viaggiare soprattutto in Sud Africa dove partecipa a una conferenza organizzata da un’associazione simile alla sua, fondata da un ex imam, che scoprendosi omosessuale, ha divorziato e si è consacrato all’organizzazione.
Ludovic ha incontrato Quiyammuden. Si sono sposati civilmente nel giugno 2011, il matrimonio legale in Sud Africa non è riconosciuto in Francia, poi nell’ottobre dello stesso anno, si trasferiscono alla periferia di Parigi. E li che il 18 febbraio celebrano religiosamente la loro unione, la prima in Francia.
Nonostante le lungaggini amministrative per ottenere i documenti per Quiyamuden, nonostante le email e le minacce telefoniche dopo che ha deciso di vivere alla luce del sole islam e l’omosessualità, Ludovic Mohammed ha infine trovato pace.

“Sono pacificato” afferma con un lieve sorriso disegnato sulle labbra. “Potrei andarmene domani, alla fine sono sereno”.

Testo originale: Concilier islam et homosexualité. Le combat de Ludovic Mohammed Zahed

http://www.gionata.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3885:conciliare-islam-e-omosessualita-la-battaglia-di-ludovic-mohammed-zahed&catid=28&Itemid=100517

 

L’esecutivo francese ha approvato un progetto di legge per consentire il matrimonio omosessuale e permettere l’adozione alle coppie gay. L’organizzazione Calem , prima associazione europea che difende i diritti degli omosessuali di fede islamica, ha fatto molte pressioni per ottenere questa controversa norma. Un impegno che nasce dalla storia personale di Ludovic Mohamed Zahed, fondatore di questo gruppo. Questo ragazzo francese di origine algerina si è sposato con il suo compagno qualche anno fa in Sudafrica, ha celebrato la sua unione in Francia, alla presenza di un Imam, e aspetta di poter riconoscere le nozze anche nel suo Paese.

È stato difficile accettare la tua omosessualità?

All’ inizio non è stato facile. L’Islam mi è sempre interessato molto, sia perché fa parte della mia identità, sia perché è la mia guida morale e spirituale. Sono cresciuto in una famiglia musulmana non particolarmente praticante e mi sono avvicinato alla religione per una scelta personale. Durante la mia adolescenza, frequentavo la moschea e studiavo il Corano per memorizzarlo. A diciotto anni, quando ho scoperto di essere omosessuale, mi sono iniziato a domandare perché la mia religione, che avevo sempre considerato universale ed ecumenica, escludesse alcune persone a causa dell’orientamento sessuale. Quando mi sono trasferito in Francia, ho vissuto da omosessuale per un certo periodo, senza praticare la mia religione, ma non ero felice.

Questa sofferenza ha cambiato la tua opinione sull’Islam?

Ho imparato a distinguere tra religione e tradizione. Avevo appreso l’Islam in un ambiente conservatore e questo mi aveva allontanato dalla fede, perché mi sentivo escluso dalla comunità. Ho perciò cercato di ritrovare la mia spiritualità in un’altra filosofia di vita e ho fatto un pellegrinaggio in Tibet per approfondire la mia conoscenza del Buddismo. Tuttavia, anche in quel contesto, ho scoperto che c’erano delle idee e degli atteggiamenti omofobi e misogini. Ad esempio, alcuni monaci mi hanno detto che le persone, quando non hanno un “buon karma”, si reincarnano in un corpo femminile. Così sono tornato in Francia e ho ricominciato ad approfondire la mia conoscenza dell’Islam.

Come hai fatto a convincerti che non c’è contraddizione tra omosessualità e Islam?

Ho conosciuto alcuni membri dell’organizzazione “David and Jonathan”, un gruppo che difende i diritti degli omosessuali cristiani, e ho capito che dovevo studiare meglio la mia religione. Ho letto molto sulla storia dell’Islam, in particolare alcuni libri che trattano della presenza di omosessuali nel periodo di Maometto. Alcuni di loro partecipavano alla vita di diverse famiglie e il loro orientamento sessuale era, a volte, tollerato o accettato. Secondo alcune interpretazioni di un Hadith di Abu Dawood (libro 32, 4095), lo stesso Profeta avrebbe ammesso un “mukhannath” (effemminato o eunuco) alla presenza delle sue mogli per un certo periodo. Nel 2010 ho fondato l’organizzazione per i diritti dei musulmani omosessuali Calem. Ora prego cinque volte al giorno e studio il Corano. Recentemente ho fatto un pellegrinaggio alla Mecca.

Che tipo di discriminazioni subiscono i ragazzi omosessuali che aiutate in Francia?

Ci sono delle differenze tra gli omosessuali islamici che ho conosciuto in Algeria e in Francia. Nel Paese africano molti si nascondono, in Europa è più facile parlare. Tuttavia esistono delle discriminazioni anche in Francia. Una ricerca IFOP ha evidenziato che più del 75% dei musulmani francesi considera l’omosessualità un tabù. I musulmani più giovani sono invece più aperti e soltanto il 29% condivide questa opinione. In generale, molti dei problemi vengono dalla famiglia. La nostra sfida più importante è convincere i genitori che non c’è nulla di male ad avere un figlio omosessuale.

Che valore ha avuto per te il matrimonio?

Nella tradizione islamica, il matrimonio è un contratto, una testimonianza di fedeltà di fronte alla comunità, non un sacramento. Per me e mio marito è stata una festa ed una promessa pubblica di amore. Ovviamente, per noi il matrimonio ha anche un valore religioso e perciò abbiamo voluto la presenza di un Imam alla cerimonia. Inoltre volevamo dare un segnale a tanti altri musulmani che sono discriminati a causa del loro orientamento sessuale e dimostrare che si può essere gay e praticare la propria fede.

http://mondo.panorama.it/tra-istanbul-e-il-cairo/matrimonio-gay-Imam-Ludovic-Mohamed-Zahed

Emilio L.: un punto di vista “scomodo” su eurozona ed economia italiana

Mi sembrano considerazioni degne di essere dibattute, ma non hanno ricevuto l’attenzione che secondo me meritavano. Sono “scomode” perché contraddicono alcune mie convinzioni e mi sembrano più solide delle medesime. Le condivido nella speranza che qualcuno accetti la sfida di Emilio L.

“Buongiorno.
Ho letto il lavoro del Prof. Bagnai “Crisi finanziarie e governo dell’economia” e desidero condividere con l’Autore e con i Lettori alcune considerazioni, con l’auspicio di proporre spunti utili a stimolare l’approfondimento ed il confronto su tematiche così importanti per il futuro del nostro paese e scusandomi della lunghezza dell’intervento (spezzata in due post).

Facendo uno sforzo di estrema sintesi, la tesi esposta nel paper potrebbe essere così riassunta:

• Nonostante la lezione ricevuta con la crisi finanziaria del 1992, l’Italia ha perseverato nell’errore di entrare nella moneta unica, per motivazioni politiche che nulla hanno a che fare con il benessere della gente.

• Purtroppo l’Italia è meno competitiva della Germania e degli altri paesi dell’area marco, ed avendo perso ogni possibilità di riequilibrio delle ragioni di scambio attraverso la svalutazione, questo riequilibrio può avvenire solo sulla pelle dei lavoratori, attraverso moderazione salariale e flessibilità. Né la politica fiscale può più essere utilizzata liberamente in funzione anticiclica, a causa dell’introduzione di criteri di convergenza che hanno posto un tetto al disavanzo pubblico.

• In queste circostanze il nostro deficit delle partite correnti ha finito per ampliarsi, anche a causa della politica “sleale” attuata dalla Germania di contenimento del tasso di crescita dei propri prezzi e salari, al di sotto del livello degli altri paesi.

• Questa nuova crisi finanziaria trae dunque origine proprio dal deficit strutturale delle partite correnti, piuttosto che dal debito pubblico, che anzi negli anni pre-crisi si era ridotto.

• Per concludere, la moneta unica è uno strumento di dominio e sopraffazione della Germania: l’unica, inevitabile soluzione è uscirne al più presto!

Seguono adesso alcune considerazioni.

• Come scrive l’Autore, la crisi finanziaria c’è perché qualcuno ha preso in prestito dei soldi che non riesce a restituire ed è internazionale perché creditore e debitore risiedono in paesi diversi. Nella crisi italiana, esplosa nella seconda metà del 2011, i debitori sono lo Stato e le banche nazionali, l’insolvenza non si è ancora verificata, ma il rischio percepito ha fatto schizzare in alto il premio che i creditori pretendono per continuare a rifinanziare il debito.
• I problemi di affidabilità delle banche sono in realtà riconducibili a quello dello Stato: fino a metà dello scorso anno ci si compiaceva che le nostre banche fossero uscite praticamente indenni dalla crisi in quanto, a differenza di quelle degli altri paesi, non avevano finanziato grosse bolle immobiliari e non avevano investito in titoli tossici o di paesi a rischio. La credibilità delle banche italiane è iniziata a colare a picco insieme a quella dello Stato, quando gli investitori internazionali si sono resi conto che esse avevano in portafoglio ingenti quantità di titoli di stato e che in caso di avversità lo Stato non avrebbe trovato facilmente le risorse per ripatrimonializzarle.

• Il debitore in crisi è dunque lo Stato italiano, ma l’Autore sembra non volerlo ammettere.

È vero che le evidenze non hanno permesso agli economisti di sviluppare una teoria universalmente accettata della sostenibilità del debito pubblico, ciò non di meno il problema della sostenibilità del debito pubblico italiano esiste nel concreto. È vero che negli anni precedenti la crisi il debito pubblico si è ridotto in rapporto al PIL, ma considerato il livello da cui si partiva esso si è comunque mantenuto troppo elevato (forse non per gli economisti, ma sicuramente per i creditori).

• Il ragionamento dell’Autore sulla sostenibilità del debito sembra essere questo: trattandosi del rapporto tra due grandezze, l’entità del debito pubblico al numeratore e la capacità del paese di creare ricchezza al denominatore, misurabile dal PIL, non sarebbe il debito ad essere troppo elevato, bensì il PIL troppo basso, in quanto la sua crescita sarebbe stata minata dal deficit strutturale delle partite correnti verso l’estero provocato dalla moneta unica.
• La causa della crisi finanziaria italiana sarebbe dunque da ricondurre non tanto all’entità del debito pubblico in sé, bensì ai vincoli della moneta unica imposti dai perfidi tedeschi, che ci hanno impedito di ricorrere ancora una volta alla svalutazione per rendere i nostri prodotti più convenienti e riequilibrare il deficit della bilancia commerciale, che è alla base del saldo delle partite correnti.

• Tale situazione sarebbe poi esasperata dal fatto che la Germania opera per rendere i propri prodotti ancora più competitivi attraverso il controllo dell’inflazione ed una crescita salariale contenuta entro i limiti della produttività, attuando così un’odiosa politica di svalutazione reale competitiva (beggar-thy-neisurplusghbour) che andrebbe punita dagli altri paesi.

• Il primo dubbio è di natura etica: se si depreca la Germania per la sua svalutazione reale non è chiaro il motivo per il quale la svalutazione del cambio che l’Autore propone per l’Italia dovrebbe risultare invece più legittima e meno odiosa per i paesi vicini…

• Venendo alla tesi centrale, che la crisi del nostro debito pubblico sia da attribuirsi non tanto alla sua dimensione bensì alla particolare debolezza delle nostre ragioni di scambio con l’estero, non si comprende allora perché gli investitori avrebbero dovuto colpire proprio l’Italia, una delle poche economie a livello mondiale che presenta ancora un surplus negli scambi di prodotti industriali non alimentari, lasciando invece indenne la Francia che presenta una bilancia commerciale strutturalmente peggiore rispetto alla nostra!

• Né si comprende perché l’indebolimento della nostra bilancia commerciale, che pure c’è stato ma non solo per l’Italia, debba essere attribuito alla concorrenza tedesca, quando in gran parte esso è dipeso dall’espansione commerciale della Cina, che hanno sottratto quote di mercato alle nostre produzioni più tradizionali (tessile, abbigliamento, mobili, etc.).

• Se si hanno a cuore le sorti delle imprese che si confrontano quotidianamente con la competizione internazionale, si provi a chiedere ai diretti interessati quali siano i fattori di freno: carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, alto costo dell’energia, risorse insufficienti per la politica industriale, giustizia inefficiente. Tutti problemi che chiamano in causa l’entità delle spesa pubblica e l’efficacia delle politiche attuate. Nessuno parla di euro e di svalutazione competitiva.
• Volendo concludere, la personale opinione è che abbiamo più che mai bisogno della lucidità e coesione necessari ad affrontare tre grandi nodi rimasti irrisolti: 1) la riqualificazione della spesa pubblica ed il reperimento delle risorse da destinare allo sviluppo; 2) una riforma del sistema fiscale, che contemperi l’obiettivo di incentivare nuovi investimenti produttivi, con quello di ridistribuire il carico su redditi evasi e patrimoni; 3) un approccio cooperativo tra lavoratori e imprese, basato sulla programmazione di obiettivi comuni di competitività, investimento e compartecipazione ai risultati.
• Per raggiungere questi obiettivi non sembra utile addossare ad altri la responsabilità dei nostri malanni e proporre fughe indietro nel tempo, ad un “età dell’oro” che non c’è mai stata (altrimenti, chi ci avrebbe potuto costringere ad abbandonarla per cercare nuove strade ?).

Cordiali saluti.

Emilio L.

DIALOGO IMMAGINARIO CON IL PROF. ALBERTO BAGNAI

Gentile Professore,

ho iniziato a frequentare con interesse il suo blog per comprendere ragioni e prospettive della proposta di abbandono dall’euro, che sta alimentando tanta parte del dibattito a sinistra.

A tale fine, ho letto con attenzione il suo paper e ne ho tratto spunto per alcune considerazioni che mi piacerebbe poter condividere con Lei e con i Lettori del blog, nell’auspicio che possano essere di stimolo per ulteriori approfondimenti e confronti di opinione.

Ho inviato tali mie considerazioni nella mattina di domenica 23, in risposta al suo post “Liquidità o compensazione: quale Bretton Woods?”. Ma non avendo finora visto la pubblicazione, ne ho desunto che sicuramente si doveva essere verificato un problema tecnico e mi sono permesso di inviarLe la presente per riproporre nuovamente quanto sopra.

Nel ringraziare per l’attenzione e lo spazio che vorrà riservarmi, desidero esprimerLe apprezzamento per lo sforzo di ricerca e divulgazione di nuove linee di pensiero, nonché il mio augurio per l’esercizio equilibrato della sua responsabilità di accompagnare crescita culturale e apertura mentale dei giovani studenti che le sono affidati.

Un cordiale saluto.

RISPOSTA
Guardi, nel mio blog mi sono dato la regola di non pubblicare commenti a puntate, come lei saprebbe se avesse letto le istruzioni. Trovo molto significative le sue considerazioni e le pubblicherò in un post, in tempi direttamente proporzionali all’insistenza dei suoi solleciti (cosa altresì chiarita nelle istruzioni).
Cordialmente.

REPLICA
La ringrazio, non era mia intenzione forzarle la mano.

Cordiali saluti.

RISPOSTA
Non si preoccupi, è che sono molto preso dal libro del quale lei ha praticamente scritto la recensione. Mi interesserà molto vedere su quali dati e competenze la appoggia, ma prima occorre che la pubblichi, è inutile che ne parliamo in privato.

A presto.

REPLICA
Buonasera,
spero stia bene.

Ieri verso le 14.00 ho inviato un contributo sul post “Catalano alla riscossa”. In sintesi: la tesi da lei sostenuta nel post è che l’esplosione del debito pubblico negli anni Ottanta sia stata causata dalla crescita dei tassi di interesse, conseguente la svolta in senso restrittivo delle politiche monetarie a livello internazionale, piuttosto che dai disavanzi pubblici (eccesso di spesa rispetto alle entrate fiscali o viceversa).

La mia osservazione era circa questa

• tra 1980 e 1992 il debito pubblico italiano è esploso dal 58 al 116% del PIL (+60 p.p.);

• nello stesso periodo il debito pubblico delle altre grandi economie industriali con cui siamo usi confrontarci (ger, fra, uk, us, jpn) è cresciuto molto meno;

• come si spiega questa divergenza, considerato che il tasso di interesse reale sul debito pubblico italiano, sebbene in forte crescita rispetto ai valori negativi degli anni Settanta, si manteneva comunque inferiore a quello degli altri paesi?

• Hanno forse sbagliato gli altri paesi … ?

Salvo che non sia dipeso da un problema tecnico (nel qual caso la prego di non considerare quanto segue) riterrei che la sua decisione di non dare visibilità al mio punto di vista possa essere interpretata in uno dei modi seguenti:

1.sta valutando la risposta più opportuna, in quanto non ne ha una immediatamente pronta;

2.non ha intenzione di rispondere, in quanto la risposta potrebbe instillare nella sua piccola corte la sensazione che la realtà è sempre più complessa dell’interpretazione data secondo schemi ideologici predefiniti (sia ortodossi che eterodossi).

Se invece ritiene che la mia osservazione sia basata sull’errore e vuole evitarmi il pubblico ludibrio, beh! la ringrazio, ma ho le spalle grosse e in fondo “sbagliando si impara”.

Per concludere, so bene che si tratta di casa sua e che lei può farci entrare chi vuole … ma non conoscendola di persona desideravo solo comprendere di che pasta è fatto veramente. Capire se lei, che dimostra così tanta passione e capacità nel denunciare il pensiero unico, i condizionamenti del potere, etc. etc. … nel suo piccolo usa poi le stesse odiose strategie per creare e difendere il piedistallo su cui si è issato.

Un cordiale saluto.

ALESSIO

@Emilio L.
Secondo me ha fatto benissimo il prof. Bagnai a non risponderti. D’altronde perché dovrebbe perdere tempo con una persona che non conosce la differenza tra la bilancia commerciale dei beni industriali e la bilancia dei pagamenti? E poi, ti è mai venuto in mente che usare la svalutazione attraverso la flessibilità del cambio della moneta serva semplicemente per difendersi dalla svalutazione reale attuata da un paese che, in un regime di cambi fissi, ha violato i trattati non rispettando il tetto del 2% dell’inflazione? Delle due, l’una, o sei ignorante, per cui ti mancano le conoscenze basilari per fare una ricostruzione cronologica dei fatti che hanno scatenato la crisi dell’eurozona, oppure sei in malafede.

Gentile Alessio,

ti ringrazio per la risposta. Personalmente mi sento ancora “in ricerca”: desidero capire, non ho risposte pronte e verità incontrovertibili in tasca. Apprezzo taluni aspetti della democrazia che purtroppo sono stati persi nel dibattito politico, quali il confronto basato sui fatti ed il rispetto delle persone. Io apprezzo il Prof. Bagnai e ne seguo costantemente il blog, quello che mi ha ferito è stato appunto il vedere applicate su di me quelle stesse forme di censura che si erge a denunciare. Da questo punto di vista, è più apprezzabile un blog come questo che mi concede liberamente spazio e mi permette di entrare in contatto e confrontarmi con persone come te. Quanto ai contenuti, ti faccio solo alcune domande:

1) Se trovi odiosa la svalutazione reale della Germania, come pensi che i tedeschi abbiano reagito alle continue svalutazioni nominali cui l’Italia è dovuta ricorrere dagli anni Settanta fino al 1992-94 ? Credi che sia politicamente possibile mantenere una zona di libero scambio senza stabilità valutaria?

2) Cosa o chi credi che abbia generato la maggiore inflazione che l’Italia ha sperimentato dall’entrata dell’euro in poi e che ne ha rivalutato il cambio reale? Credi tale fenomeno sia stato un bene per i lavoratori ? Credi che uscendo dall’euro le cause di questo zoccolo di inflazione si risolvano?

3) Da ultimo, in un mondo che è radicalmente cambiato rispetto a quello della grande svalutazione 1992-94, credi che svalutare risolva tutti i nostri problemi: saremo in grado di riprenderci le produzioni che sono state progressivamente trasferite in Cina e nell’Europa dell’est (tessile, abbigliamento, mobili, etc.) ? Saremo all’altezza di fare concorrenza alle produzioni ad elevata intensità di capitale/ricerca su cui la Germania ha costruito il suo export e che le permettono alle aziende tedesche di pagare già oggi un costo del lavoro superiore del 40% rispetto all’Italia ? L’unica certezza è che pagheremo di più petrolio e materie prime (70 mld di import netto nel 2011) e tutte le altre cose che non siamo più in grado di realizzare in Italia (chimica fine, farmaceutica, elettronica, aeromobili, etc.).

Un cordiale (e democratico) saluto.

Emilio L.

http://www.sinistrainrete.info/europa/2288-alberto-bagnai-tecnica-e-politica.html

Se Romney vince siamo tutti nel guano

Anche se arriveranno con carta e penna [uno strano esercito, che non ha armi, ma solo carta e penna!] e avranno l’aspetto serio e pulito dei chierici, da questo segno li riconoscerete, dalla rovina e dal buio che portano; da masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone.

“La ballata del cavallo bianco” di G.K. Chesterton (1911)

La Siria è strategica perché consente all’Iran l’accesso al mare

Mitt Romney, ottobre 2012

 Arriverà un momento in cui le banche falliranno e il destino della nazione e della Costituzione sarà appeso a un filo, allora un Cavallo Bianco – un mormone – apparirà per guidare l’America verso la grandezza.

Profezia di Joseph Smith, fondatore del Mormonismo (1843)

Sono convinto che arriverà una fase in cui ci dovremo interrogare sul nostro agire in base alla Costituzione e credo che saranno i seguaci dei Santi degli ultimi giorni ad offrire una risposta.

George Wilcken Romney, imprenditore e politico repubblicano, padre di Mitt Romney

Lo Utah è noto per essere la sede dei Mormoni e dell’Archivio dei Mormoni, una biblioteca genealogica situata in un deposito blindatissimo all’interno di una montagna a qualche decina di miglia a sud di Salt Lake City. Dovrebbe idealmente contenere gli alberi genealogici e i dati anagrafici (inclusa razza e censo) di tutti gli esseri umani. Nel 2007 Marco D’Eramo scriveva sul Manifesto (“Mormoni. Una caccia fino all’ultimo antenato”): “Nel 1959 l’immagazzinamento cominciò a diventare un problema. Si iniziarono a scavare 6 enormi gallerie nel granito delle montagne del Little Cottonwood Canyon, a 40 km da Salt Lake City, e nel 1963 furono inaugurati i Granite Mountain Record Vaults, abbastanza spaziosi da poter contenere l’equivalente di 25 milioni di volumi. Secondo il sito della Family History Library, la biblioteca include 2,4 milioni di registrazioni genealogiche, 742.000 microfiches, 310.000 libri, 4.500 periodici. Il database Ancestral File contiene più di 36 milioni di nomi collegati in famiglie. L’Indice genealogico internazionale registra 725 milioni di nomi. Complessivamente il database contiene più di 2 miliardi di nomi, la maggior parte vissuta prima del 1930. In questo momento 200 macchine fotografiche in 45 paesi stanno microfilmando archivi”

http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=9176

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/21/utah-2013-dal-grande-fratello-allimmenso-fratello/

C’è un 47 per cento di persone che voteranno per il presidente in qualsiasi caso. C’è un 47 per cento di persone che stanno dalla sua parte perché dipendono dal governo, perché si ritengono delle vittime, perché credono che il governo abbia la responsabilità di occuparsi di loro, che credono di avere il diritto a copertura sanitaria, cibo, casa, qualsiasi cosa. Che sia un diritto e che il governo dovrebbe fornirgli tutto. E loro voteranno questo presidente in qualsiasi caso… questa è gente che non paga le imposte sul reddito da lavoro. […] Quello che io devo fare è non preoccuparmi di queste persone. Non le convincerò mai che dovrebbero prendersi la responsabilità di pensare alle proprie vite.

Mitt Romney

http://www.ilpost.it/2012/09/18/video-segreti-romney/

Se avessi genitori messicani, avrei più possibilità di vincere. […]. Stiamo avendo problemi con il sostegno degli elettori ispanici, e se gli ispanici votano in blocco i democratici come avviene già con gli afroamericani, siamo nei guai come partito e come nazione.

http://www.ilpost.it/2012/09/18/video-segreti-romney/

Qualche anno fa con l’auto carica di bagagli e pargoli ha legato il cane Seamus sul tetto della macchina e ha guidato da Boston al Canada senza battere ciglio, neppure quando il povero Seamus non si è sentito bene [dissenteria da trauma, NdR]. Si è semplicemente fermato a una stazione di servizio, lo ha aiutato [lo ha sciacquato con una pompa] e dopo averlo risistemato sul portapacchi è tornato al volante, come hanno raccontato i giornalisti Michael Kranish e Scott Helman nel loro recente libro: “The Real Mitt”.

http://www.linkiesta.it/romney-primarie-michigan#ixzz2B4ZZwuRK

Il tema dei redditi e delle finanze di Romney è delicato: Obama gli ha chiesto di fare chiarezza sul suo ruolo nel fondo Bain Capital, dopo un’inchiesta pubblicata dal Boston Globe. Secondo il quotidiano americano ci sarebbero dei documenti della Commissione Titoli e Scambi (SEC) conservati dalla Bain Capital e una dichiarazione dei redditi (la FDS, una dichiarazione dei redditi obbligatoria per chi ricopre incarichi pubblici) firmati da Mitt Romney nel 2002. Questo confermerebbe che «all’epoca risultava ancora azionista unico, presidente e CEO della Bain Capital». Se Romney dopo il 1999 era ancora proprietario del 100% di Bain Capital (lui sostiene che ne sia uscito allora), Obama ipotizza che sia stato quindi lui a ordinare l’acquisto di una serie di aziende americane in difficoltà e averle portate in bancarotta e vendendone dei pezzi per fare profitti, licenziando tantissime persone.

http://www.ilpost.it/2012/07/18/le-tasse-di-romney/

 

In Michigan, uno Stato in cui nonostante la ripresa dell’industria automobilistica il 9.3% della popolazione è ancora disoccupata, una casa su 354 è pignorata e il 14.4% della gente sopravvive sotto il livello di povertà, venerdì scorso Romney in un comizio ha dichiarato: «Mi fa piacere constatare che la maggior parte della macchine che vedo i giro sono prodotte a Detroit. Io ho una Mustang e un Chevrolet pick-up. Mia moglie Ann guida un paio di Cadillac». Poi in un successivo intervento sulla Cnn a chi gli chiedeva se non si era pentito di quel commento a fronte di una situazione economica difficile per molti americani, Romney ha chiarito: «Certo, non sono perfetto, sono quello che sono, e riguardo alle macchine (le Cadillac), di cui si è già discusso lo scorso settembre, beh ne abbiamo una in California e una a Boston. Chi pensa sia sbagliato avere successo, voti qualcun altro, io sono uno che ha fatto fortuna».

http://www.linkiesta.it/romney-primarie-michigan#ixzz2B4ZE9C00

I Repubblicani negli Stati Uniti sono un partito che, in Italia, sarebbe alla destra della Lega Nord e in Grecia appena più a sinistra di Alba Dorata.

Mitt Romney è poco meno incompetente di Sarah Palin, disprezza gli animali, le donne

http://www.gqitalia.it/viral-news/articles/2012/ottobre/le-gaffe-di-romney-e-dei-repubblicani-contro-donne-fascicoli-sesso-e-stupro

http://video.corriere.it/gaffe-romney-donne-/af6e2132-1847-11e2-a20d-0e1ab53dafde

i poveri, i non-bianchi.

Ha dichiarato che considera la Russia il nemico principale (da bravo Mormone: si veda sotto al profezia del Cavallo Bianco) e che contro questo avversario dimostrerà di avere più spina dorsale di Obama:

http://www.washingtonpost.com/world/europe/romney-at-least-hes-direct-says-putin/2012/09/17/99435c2c-0188-11e2-9367-4e1bafb958db_story.html

È amico personale di Netanyahu, col quale è stato collega di lavoro (consulenti finanziari) alla Boston Consulting Group negli anni Settanta

http://www.nytimes.com/2012/04/08/us/politics/mitt-romney-and-benjamin-netanyahu-are-old-friends.html?pagewanted=all

È nemico di tutto ciò per cui ci siamo battuti nei secoli: costituzionalismo e diritti universali, laicità, stato sociale, pace, giustizia sociale, diritto internazionale, ecc.

Paul Ryan è il beniamino dei fondamentalisti cristiani ma anche di molti militanti del Tea Party, in quanto grande ammiratore di Ayn Rand

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/10/tea-party-il-totalitarismo-anarchico-alla-conquista-degli-stati-uniti/

I Mormoni sono in degna compagnia.

Senatore Pryor: “Gesù non è venuto per prendere le parti di qualcuno, ma per prendersi tutto”.
Consiglio di Doug Coe (leader): “più invisibile è l’organizzazione, più influenza eserciterà”.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/fascismo-cristianista-il-quarto-reich.html

The Family è lo sponsor di Kony 2012

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/12/kony-2012-la-stucchevole-pornografia-umanitaria-i-bambini-pensate-ai-bambini/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/25/la-tirannia-umanitaria-e-i-falsi-profeti-cosa-ci-ha-insegnato-kony-2012/

E poi, naturalmente ci sono i Dominionisti, con le loro migliaia di mercenari

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/dominio-mercenario.html

I MORMONI E I NERI, LE DONNE, LA PRIVACY

Molte sue teorie, nonostante fossero state presentate come cardini del credo mormone, furono soggette a variazioni dai successori del profeta.

Nel 1843, infatti, Joseph Smith aveva dichiarato che la poligamia era “nuova ed eterna alleanza”, vincolante per tutti coloro che desideravano una benedizione da parte di Dio. Del resto Orson Pratt proclamò che Gesù Cristo stesso era poligamo, che si era sposato a Cana di Galilea, che Maria e Marta erano sue mogli, e che da questi rapporti egli aveva avuto anche dei bambini. Nonostante questo avvertimento, il quarto presidente mormone Wilford Woodruff abolì questo comandamento.

Un cambiamento si verificò anche per quanto riguarda il problema razziale. I Mormoni infatti asserendo che l’oscuramento del colore della pelle sarebbe il risultato di una condanna divina, hanno permesso solo dal 1978 agli uomini di colore di accedere ai gradi del sacerdozio.

Intanto quella dei mormoni è una delle religioni che si espande più velocemente sul pianeta. Sono in possesso dei più sofisticati computer con i quali registrano tutti i morti della Terra che un giorno, dopo la resurrezione, dovranno evangelizzare e mentre continuano la diffusione del loro singolare messaggio, attendono il ritorno del Cristo in una particolare zona del Sinai che dicono hanno addirittura acquistato in occasione di un tale storico evento.

https://sites.google.com/site/illinguaggiodeglidei/religioni-nel-mondo/mormoni/i-mormoni

L’ORIGINE DELL’UMANITÀ SECONDO I MORMONI (SPIRITUALISMO MATERIALISTA)

Uno degli insegnamenti illuminanti, caratteristici del credo mormone, è quello dell’universalità della materia: tutto ciò che esiste è materia, anche se questa si presenta in diversi stadi che vanno dai più solidi ai più sottili.

Per cui, ogni volta che essi parlano di “spiriti”, non si riferiscono ad esseri assolutamente privi di materia, ma ad entità costituite di una materia più sottile che sfugge ai nostri sensi terrestri. Gli spiriti, infatti, secondo i Mormoni, abitano su dei pianeti con caratteristiche simili a quelle terrestri, lo stesso è per Dio.

In un testo canonico è detto, in maniera molto esplicita: “Il Padre ha un corpo in carne e ossa, altrettanto tangibile quanto quello dell’uomo“. Nel “Libro di Abrahamo” scritto dal “Profeta” troviamo addirittura delle indicazioni relative al pianeta sul quale Dio sembra risiedere. Esso si troverebbe nelle vicinanze di una stella chiamata Kolob.

Il Signore avrebbe spiegato ad Abrahamo che sul “pianeta” Kolob, il più grande dopo la “Creazione Celeste”, dimora di Dio, il tempo non scorrerebbe come sulla Terra, (esso sarebbe, infatti, relativo alla massa dei pianeti) e che un giorno, sul pianeta Kolob, equivarrebbe invece a mille anni terrestri.

Secondo la dottrina mormone la nostra esistenza prevede vari periodi che non iniziano con la vita sulla Terra. Infatti essi credono che tutte le cose, compresi gli uomini, siano state create prima in forma spirituale e poi trasformate in materia. È importante anche sottolineare che la parola “creazione” ha per i mormoni un significato ben diverso da quello che noi comunemente conosciamo. Infatti insegnano che tale termine indichi un atto di trasformazione, di organizzazione di una materia preesistente e non un “produrre dal nulla”.

Per quanto riguarda gli uomini, essi sarebbero stati generati da un rapporto avvenuto tra una coppia divina composta da Dio Padre e Sua moglie. Essi insegnano che tale credenza sarebbe il risultato di una deduzione logica, in quanto Dio non potrebbe essere definito vero Padre se non esistesse anche una Madre, e visto che le Scritture ci parlano di un Dio Padre, si può avere il diritto di sostenere che questo Padre abbia una moglie con la quale ha procreato gli uomini in forma spirituale.

https://sites.google.com/site/illinguaggiodeglidei/religioni-nel-mondo/mormoni/i-mormoni

LA PROFEZIA DEL CAVALLO BIANCO (maggio 1843)

[N.B. certe profezie sono importanti proprio perché certi uomini le vogliono far avverare]

SINTESI: Verrà il tempo in cui le banche di ogni nazione falliranno e solo due luoghi saranno sicuri per chi vorrà depositare il suo oro e tesori: il Cavallo Bianco e i forzieri inglesi. In America scoppierà una terribile rivoluzione, come non si è mai vista prima, il paese resterà senza governo ed accadrà ogni genere di atrocità. L’unico luogo che resterà pacifico saranno le Montagne Rocciose. È lì che si recheranno migliaia di persone in cerca di rifugio, da voi Mormoni. Sarete ammirati per la vostra organizzazione, ordine, unità.

L’Impero Turco sarà una delle prime nazioni a disgregarsi perché solo così il Verbo penetrerà nella Terra Santa.

Dio ha concentrato il sangue migliore in Gran Bretagna ed è lì che continuerà a risiedere il potere globale, perché solo così si impedirà alla Russia di usurparlo. L’Inghilterra e la Francia saranno unite contro la Russia.

Nel corso della rivoluzione l’Inghilterra resterà neutrale, finché questa non degenererà a tal punto che si sentirà in dovere di intervenire per porre fine al bagno di sangue. Assieme alla Francia, cercherà di assoggettare le altre nazioni, che saranno già frazionate (broken up) e gettate nel caos, prive di un governo responsabile.

I neri saranno alleati dell’Inghilterra, perché fu tra le prime nazioni ad abolire la schiavitù: equipaggiati con armi inglesi, le azioni del Cavallo Nero saranno terribili.

Nel frattempo il Cavallo Bianco avrà raccolto le sue forze e si ergerà a difesa della Costituzione, che è un dono di Dio. In quei giorni Dio instaurerà un regno che non sarà mai abbattuto e gli altri regni che non accettano il Vangelo saranno umiliati finché non lo faranno.

Inghilterra, Germania, Norvegia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Belgio possiedono una considerevole proporzione del sangue di Israele (= degli eletti, di Sion), sangue che dovrà essere riunito in sottomissione al regno di Dio. L’Inghilterra sarà l’ultimo dei regni a volersi arrendere, ma alla fine lo farà senza tentennamenti. I potenti si inchineranno a loro volta quando vedranno che potere esercita il Vangelo. Il Messia ritornerà tra il suo popolo e porterà le leggi di Sion, governando il suo popolo.

Le terre ad ovest delle Montagne Rocciose saranno invase dai Cinesi pagani se non si avrà l’accortezza di difenderle.

Ma la battaglia finale di Sion si avrà quando le Americhe riunite si scontreranno con i loro nemici, che saranno chiamati Gog e Magog e saranno guidati dallo zar della Russia. Il potere degli avversari sarà grande ma alla fine Sion trionferà.

http://beforeitsnews.com/prophecy/2012/07/mitt-romney-and-the-white-horse-prophecy-bank-failure-and-revolution-foreseen-2337835.html

 

IL DESTINO DELL’UMANITÀ SECONDO I MORMONI (GESÙ COME LEADER POLITICO)

I Mormoni attendono in questo periodo della storia dell’umanità il ritorno di Gesù Cristo sulla Terra. Oltre a diversi segni catastrofici ce ne saranno anche di quelli che invece porteranno gioia nel mondo. Uno di essi è la restaurazione del Vangelo avvenuta attraverso l’angelo Moroni quando diede le tavole a Joseph Smith. Interpretando un passo biblico (Ezechiele 37: 16-20) in maniera molto arbitraria, essi indicano la venuta alla luce del Libro di Mormon come un ulteriore segno del tempo che si è avvicinato.

La venuta del Cristo introdurrà un periodo di mille anni durante il quale egli regnerà sulla Terra. All’inizio di questo periodo di tempo, i giusti saranno portati ad incontrare Gesù alla Sua venuta che darà inizio al Regno millenario. Soltanto loro continueranno a vivere sulla Terra durante questo periodo. Durante il millennio i membri della Chiesa saranno incaricati di compiere due grandi opere: il lavoro di tempio e il lavoro missionario. Durante tale periodo la Terra tornerà come al tempo di Adamo ed Eva, Satana sarà legato e quindi regnerà la pace ovunque. Gesù Cristo si preoccuperà di guidare il governo politico del nostro pianeta utilizzando la collaborazione dei membri della Chiesa.

Sorgeranno quindi due capitali, una a Gerusalemme e l’altra in America (i Mormoni sostengono che l’Eden, il paradiso terrestre, in realtà si trovava nel Nord America). Le malattie e la morte spariranno, nuove rivelazioni saranno svelate e gli animali cominceranno a vivere in armonia con la natura e con gli uomini.

Con lo scadere del millennio e con il giudizio finale, avrà anche termine definitivamente la condizione di separazione dl corpo che gli spiriti hanno dovuto subire con la morte. Infatti alla fine del millennio sarà terminata la prima resurrezione, quella dei giusti, e avrà luogo anche la seconda resurrezione e così tutti i figli di Dio avranno di nuovo un corpo in carne e ossa.

NOTA BENE: lo spirititualismo materialista è antitetico al messaggio di Gesù il Cristo.

Gesù disse, “I cieli e la terra si apriranno al vostro cospetto, e chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte.” Non dice Gesù, “Di quelli che hanno trovato se stessi, il mondo non è degno?” [Tommaso, 111 – nel vangelo c’è spesso l’espressione “colui che vive”]. “Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” [Matteo 7:14] / “Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” [Matteo 16: 25] / “E se la tua mano ti fa intoppare, mozzala; meglio è per te entrar monco nella vita, che aver due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile” [Marco 9:43] / “In lei (la Parola, il Logos) era la vita; e la vita era la luce degli uomini” [Giovanni 1:4] / “In verità, in verità io vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” [Giovanni 5:24] / eppure non volete venire a me per aver la vita! [Giovanni 5:40] / “E’ lo spirito quel che vivifica; la carne non giova nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” [Giovanni 6, 63] / Il ladro non viene se non per rubare e ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza” [Giovanni 10, 10]/ Gesù le disse: Io son la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muoia, vivrà [Giovanni 11: 25] / “Chi ama la sua vita, la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna” [Giovanni 12: 25]/ “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo spirito ha l’animo, è vita e pace” [Romani 8:6].

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/idee-e-virtu-di-gesu-il-cristo-un.html

La morte delle cicale che si spacciavano per formiche (Deutsche Bank agonizzante?)

di Vladimiro Giacché

 Mentre le istituzioni europee e i governi nazionali sembrano ipnotizzati dal problema del debito pubblico, è probabile che la prossima crisi in Europa sarà una crisi bancaria. La cosa, visti i soldi già spesi dai governi per salvare le banche in Europa (all’incirca 4mila miliardi di euro), può sembrare parecchio strana. Ma la cosa più strana è un’altra: probabilmente questa crisi avrà il suo epicentro non nei cosiddetti “paesi periferici” ma nel centro dell’Europa. Ossia in Francia e – soprattutto – in Germania.

In Francia, a dire il vero, una crisi bancaria è già in corso: una banca specializzata (guarda un po’) in mutui immobiliari, il Crédit Immobilier de France, è prossima al fallimento. Quasi certamente non riuscirà a ripagare un’obbligazione da 1,75 miliardi di euro in scadenza questo mese, e dovrà provvedere lo Stato francese. Ma si stima che complessivamente le garanzie pubbliche che dovranno essere messe in campo a sostegno di questa banca saranno dell’ordine di 20 miliardi di euro. Come dire, due terzi della manovra di Hollande. Non c’è male.

Ma il fronte più caldo, almeno potenzialmente, è un altro, e riguarda la banche più grandi del paese: il valore delle attività di trading di BNP, Société Générale, Crédit Agricole e Natixis ammonta attualmente a qualcosa come 2.050 miliardi di euro, una cifra non molto inferiore all’intero prodotto interno lordo della Francia. Le attività di trading in azioni, obbligazioni e derivati sono cresciute del 21% in un anno e per quanto riguarda BNP e Société Générale superano ormai il 30% del totale delle attività di queste banche. Ma se prendiamo il trading in derivati la crescita è ancora maggiore: +48% per BNP, +38% per Société Générale.

Queste cifre significano due cose: che i rischi di mercato assunti da queste banche crescono, e – viste le cifre in gioco – che si può parlare di rischio sistemico. Ma in confronto a quello che accade in Germania i problemi delle maggiori banche francesi impallidiscono. La Germania ha tuttora uno dei sistemi bancari meno concentrati e meno efficienti dell’intera Europa (circa 1200 banche).

Basti pensare alle numerose Sparkassen (tradizionalmente vicine alla CDU), alle Landesbanken (fu una di esse la prima banca a fallire nel 2007, e molte sono tuttora in cattive acque) e alle Volksbanken. Ma il governo tedesco, che mesi fa poneva come condizione per ulteriori interventi europei a sostegno delle banche spagnole la realizzazione di un’unione bancaria europea, non appena questa unione bancaria ha assunto la forma di una concreta proposta di accentrare la sorveglianza bancaria in Europa presso la Bce, ha cominciato a frenare: con il ministro delle finanze tedesco Schäuble che è subito intervenuto chiedendo che questa sorveglianza valesse soltanto per pochissime grandi banche.

È stato fin troppo facile rispondergli che non sono soltanto le grandi banche a esprimere rischi sistemici: basti pensare a quello che è successo dopo il fallimento (con salvataggio governativo in extremis) di Northern Rock nel Regno Unito. E del resto è la stessa situazione spagnola a mostrarci che effetti possono avere i fallimenti di tante banche piccole e medie.

È corretto però affermare che oggi i maggiori rischi del sistema bancario tedesco non vengono dalle banche piccole e medie, ma da quella più grande: la Deutsche Bank. Con un bilancio pari all’80% circa dell’intero prodotto interno lordo della Germania, Deutsche Bank è una delle maggiori banche mondiali. Ma è anche una delle più sottocapitalizzate. Secondo i dati forniti da Bloomberg, il 30 giugno scorso di quest’anno era al quintultimo posto tra le 24 maggiori banche europee quanto a patrimonio (il cosiddetto “Tier 1 capital ratio”).

In apparenza sembrerebbe non passarsela troppo male, con un Tier 1 al 10,1% (le banche italiane, ad esempio, stanno peggio). Il problema però è che questo dato è ottenuto utilizzando “risk-weighted assets”, ossia una ponderazione di rischio diversa a seconda delle attività. Questo tipo di misurazione è apparentemente corretta, perché i rischi di perdita sono effettivamente diversi a seconda delle attività della banca. Ma è anche alquanto arbitraria: basti pensare che sino a non molto tempo fa i titoli di Stato e dell’Eurozona erano considerati tutti indistintamente a rischio zero.

Il modo più corretto per valutare l’adeguatezza del capitale di una banca è quindi un altro: misurare la “leva” (leverage ratio), cioè mettere a confronto il bilancio complessivo della banca con la sua dotazione di capitale. Bene, recentemente Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale e oggi al Peterson Institute, ha fatto questo esercizio. E il risultato è questo: le attività di Deutsche Bank ammontano a 2.241 miliardi di euro, a fronte di un capitale di 55,75 miliardi di euro. In altre parole, il capitale di Deutsche Bank ammonta a poco meno del 2,5% rispetto agli assets della banca. Che è come dire che perdite del 3% sul totale del portafoglio della banca sarebbero più che sufficienti ad azzerare il capitale della banca. Ossia a farla fallire. Né più né meno di quanto è successo a Lehman Brothers, la banca d’affari americana fallita nel 2008, la quale del resto aveva una leva di appena 24 volte il capitale, a fronte del 40 medio delle banche tedesche.

Ma nonostante questo i nuovi coamministratori delegati della Deutsche Bank, Anshu Jain e Jürgen Fitschen, così come il loro predecessore Josef Ackermann, continuano a ritenere che la priorità non sia il rafforzamento del capitale, ma il suo rendimento: e hanno fissato un obiettivo di rendimento annuo del 12,5% dopo le tasse. Questo significa necessariamente continuare ad assumere rischi molto rilevanti.

Al momento il tutto è reso più semplice, tanto per Deutsche Bank, quanto per le altre banche tedesche, dal fatto che il basso rendimento dei titoli di Stato tedeschi (di fatto negativo, ossia inferiore al tasso di inflazione) si riflette positivamente anche sul costo di raccolta delle banche: in concreto, oggi una banca tedesca ha un costo del capitale inferiore del 2-3% a quello di una banca italiana.

Ma è una situazione che non può durare all’infinito. Un peggioramento della situazione economica europea è tutt’altro che una remota possibilità. È ormai molto probabile che l’approfondirsi della recessione in Europa coinvolga anche la Germania (già ora le previsioni di crescita per il 2013 sono prossime allo zero). Ma più in generale l’economia mondiale è in vistoso rallentamento, e alla luce di quanto sta accadendo in Medio Oriente anche uno shock sul prezzo delle materie prime energetiche non può affatto essere escluso.

Per evitare che tutto questo si traduca in una crisi bancaria, bisognerebbe fare anche in Germania (e in Francia) quello che è stato fatto in Svizzera: dove UBS e Crédit Suisse sono state costrette a fare ingenti aumenti di capitale.

Anche per questo sarebbe importante arrivare quanto prima a una sorveglianza bancaria europea. Ma le mosse più recenti proprio del governo tedesco, dalle schermaglie sulle banche di minori dimensioni per le quali dovrebbero restare competenti organi di vigilanza nazionali, alla richiesta – di pochi giorni fa – di estendere anche ai paesi europei che non fanno parte dell’euro la possibilità di decidere sulla configurazione della sorveglianza bancaria europea, sembrano avere un unico obiettivo: ritardare questo processo per proteggere ancora una volta le proprie grandi banche.

http://pubblicogiornale.it/economia-2/le-banche-tedesche-una-bomba-a-orologeria/

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