I due fuochi, l’uovo di serpente, la lotta per un Mondo Nuovo

Le autonomie europee alla sfida dell’immigrazione. Quali diritti-doveri per i nuovi cittadini glocali?

21 settembre 2012, 18.00

Incontro pubblico

La crisi europea offre una grande opportunità per le autonomie locali come Trentino e Alto Adige, ma anche Catalogna, Baviera, Scozia, Paesi Baschi, Corsica. Queste regioni sono protagoniste di un processo di costruzione di una identità propria sempre più fortemente proiettata sullo scenario internazionale. Tale processo crea tuttavia una fortissima tensione attorno al concetto di cittadinanza: aperta all’inclusione degli immigrati come nuovi cittadini delle autonomie europee, o chiusa su una concezione attenta alla difesa della propria identità storica e delle radici etniche e territoriali?
Ne parliamo con Lorenzo Piccoli, Stefano Fait e Piergiorgio Cattani. Introduce Michele Nardelli.

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Luogo: Sala Aurora, c/o Sede Consiglio Provinciale – Trento

http://www.tcic.eu/web/guest/eventi/-/asset_publisher/8ZdO/content/storie-di-immigrazione-appunti-di-cittadinanza?redirect=%2Fweb%2Fguest%2Feventi

LINEE GUIDA DEL MIO INTERVENTO

La crisi dell’eurozona e la crisi globale aprono scenari nuovi per il futuro.

Un cambiamento positivo è quello che consente di diventare più liberi, più consapevoli, più responsabili e più miti (ossia meno prevaricatori).

Un cambiamento negativo è quello in cui la piramide sociale diventa più ripida, la dignità delle persone è mortificata, la libertà è compressa, l’iniquità è diffusa, la fratellanza umana è vilipesa.

Al momento attuale il Trentino-Alto Adige, come il resto del mondo, si trova preso tra due fuochi: quello della destra neoliberista, esportato dal mondo anglo-americano (Wall Street e la City di Londra) – il suo verbo è incapsulato in quel “a me non interessano i poveri” di Mitt Romney – , e quello della destra etnopopulista/etnofederalista, particolarmente forte nell’area che si estende tra i confini settentrionali della Baviera ed il Po e che, localmente, preme per la soppressione della regione Trentino-Alto Adige e vuole che il Trentino sia escluso dalla candidatura alle Olimpiadi Invernali del 2022.

Il rischio che corriamo è quello di un ritorno al passato, addirittura ad un sistema neo-feudale su base etnica-sciovinista che si proponga come rimedio (falso) alle catastrofi prodotte dal neoliberismo (vere); cioè a dire, ad una ridotta alpina (Alpenfestung) in un’Europa unita di stampo “imperiale” (“Fortezza Europa” la chiamano i critici), tenuta insieme solo dalla bramosia di potere e risorse e dalla paura di ciò che sta fuori e di ciò che è sgusciato dentro (milioni di immigrati, molti di loro musulmani).  

Alcune citazioni aiuteranno a delineare meglio i contorni e la natura del problema.

Vergérus, “L’uovo del serpente”, di Ingmar Bergman:

Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia nitido e preciso: proprio come l’interno dell’uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfettamente formato.

Lucio Caracciolo (prefazione a “I confini dell’odio”, 1999):

In discussione non è la dimensione geopolitica, economica o demografica della mia, della vostra, o forse della nostra patria di domani. In gioco è il carattere delle sue istituzioni e della sua società civile. Prima di decidere pro o contro l’Europa – l’Europa delle nazioni, l’Europa delle Regioni, lo Stato europeo o l’Europa ineffabile ed esoterica degli europeisti – dobbiamo decidere per o contro la democrazia liberale. Il resto viene dopo.

La decisione, come abbiamo oramai capito, non è purtroppo così scontata.

Ho parlato di due fuochi.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) descrive il primo fuoco:

Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile, del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista.

Bruno Luverà (“Il razzismo del rispetto”, Una Città, 1999) descrive il secondo fuoco:

Nel nuovo regionalismo europeo ci sono due correnti: il regionalismo autonomista della Svp in Alto Adige o di Pujol in Catalogna, che hanno come idea-guida quella dell’autonomia dinamica, con l’acquisizione di sempre maggiori competenze per arrivare a forme forti di autogoverno, senza però che si arrivi a mettere in discussione la lealtà rispetto allo Stato nazionale, se non in una prospettiva lontana (per esempio, il diritto di autodeterminazione viene posto come valore, ma non se ne chiede l’esercizio immediato). L’altra corrente è quella, invece, micronazionalista, secondo la quale la regione diventa sinonimo di nazione, di piccola nazione, di piccola patria, e il richiamo alla regione serve per creare dei meccanismi di esclusione, serve per innalzare dei muri attorno a un luogo molto facile da controllare, potenzialmente più sicuro, in cui il criterio fondante la cittadinanza è quello dell’omogeneità etnica… La Baviera ha giocato fino in fondo la carta dell’Europa a due velocità perché questa poteva aprire scenari geopolitici interessanti. I quali, guarda caso, sarebbero andati nella direzione dell’Europa delle Regioni; l’Europa delle due velocità era uno scenario che poteva rimettere in discussione i confini.

Lucio Caracciolo, in un dibattito con Enrico Letta (Caracciolo/Letta, 2010, p. 22), illustra il punto di contatto tra i due fuochi: la distruzione del progetto europeo pluralista, democratico e liberal-socialista e degli stessi stati-nazione che lo compongono, attraverso la creazione di un’Europa a due velocità:

L’attuale crisi economica, che è sempre più una crisi sociale, rischia poi di mettere in questione il senso concreto degli Stati nazionali, a cominciare dal nostro. Quando i tedeschi riscoprono l’Euronucleo come insieme riservato ai Paesi connessi all’economia e alla cultura monetaria germanica, constatiamo che ne risulta rafforzata la tesi «padana» per cui il Nord Italia pertiene a questo spazio, il Sud niente affatto. […]. Se davvero si costituisse un Euronucleo paracarolingio, forse ne saremmo esclusi. In tal caso metteremmo a rischio l’unità nazionale. Perché se il criterio di quel nucleo è l’appartenenza alla sfera economica tedesca, fino a Verona ci siamo, più a sud molto meno. Bossi avrebbe buon gioco a rispolverare i suoi argomenti secessionisti. Per la Lega l’Euronucleo tornerebbe a rivelarsi la leva per dividere l’Italia, non per unire l’Europa.

Zbigniew Brzezinski, architetto della politica estera statunitense in Eurasia dagli anni Settanta, mentore del giovane Obama e co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale, ha espresso la sua approvazione per questo genere di sviluppo, che si integra perfettamente nelle strategie della NATO (Christian Science Monitor, 24 gennaio 2012):

Io credo che, alla fine, la risoluzione della crisi odierna in Europa non funzionerà poi tanto male…Inevitabilmente, una vera unione politica prenderà gradualmente forma, all’inizio probabilmente attraverso un trattato di fatto, che sarà raggiunto con un accordo intergovernativo nel prossimo futuro. Sarà un’Europa a due velocità. Non c’è niente di male in un’Europa che è in parte e contemporaneamente un’unione politica e monetaria nel suo nucleo centrale e che accetta di essere diretta da Bruxelles, circondata da un’Europa più ampia che non fa parte dell’eurozona ma condivide tutti gli altri vantaggi dell’Unione, per esempio la libera circolazione delle persone e delle merci. È un progetto in linea con la visione post-Guerra Fredda di un’Europa in espansione, unita e libera.

Questo è un progetto che piace molto alle fondazioni e think tank neoliberisti e che potenzierebbe a dismisura le spinte secessioniste nei paesi relegati in “serie B”. Catalogna, Paesi Baschi, Scozia, Alto Adige e “Padania” difficilmente tollererebbero l’esclusione.

In un’intervista per il Corriere della Sera (“Ispiratevi alle città del Rinascimento”, 14 luglio 2012), Marcia Christoff Kurapovna, sfegatata paladina del neoliberismo residente a Vienna, ha perciò esortato la Grecia e l’Italia a seguire l’esempio jugoslavo, smembrandosi in piccoli staterelli sul modello dell’Alto Adige/Sudtirolo. Ha sorvolato però sul dettaglio che tali micro-entità sarebbero istantaneamente e completamente alla mercé dei mercati, delle oligarchie finanziarie, delle multinazionali.

Esaminiamo dunque questo progetto di uno Stato Libero del Sudtirolo.

Il politologo Günther Pallaver, intervistato nel febbraio del 2009 da Gabriele Di Luca, in vista di un dibattito pubblico sul tema “Stato libero: una visione” ha dichiarato, in modo piuttosto perentorio:

Chi rivendica il diritto all’autodeterminazione sottolinea in continuazione che gli italiani – in uno Stato autonomo o nell’ambito dello Stato austriaco – sarebbero tutelati come lo sono i tedeschi in Italia. Ciò significa che la tutela attuale non può essere poi così male. Ma se penso a come l’Austria tutela le sue minoranze, allora il mio scetticismo si acuisce. Basta dare uno sguardo alla Carinzia, dove vive la minoranza slovena. Confesso che in uno Stato sovrano avrei paura del nazionalismo tedesco, dei suoi impulsi vendicativi. Solo fino a pochi anni fa gli Schützen dichiaravano che gli italiani sono solo ospiti in questa terra, un’assurdità che contrasta con i diritti fondamentali dell’uomo, poiché ogni cittadino dell’Unione Europea ha il diritto di residenza in tutti i suoi Stati membri. Preferisco dunque le certezze di oggi: garanzie costituzionali e internazionali e una cultura politica europea di democrazia e tolleranza. Alle promesse di un radioso futuro preferisco le sicurezze del presente.

I Freiheitlichen hanno commissionato la stesura della bozza di una possibile costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo. Tale bozza corrobora i timori di Pallaver, stabilendo che lo strumento referendario consentirebbe di emendare la costituzione: il che introduce la prospettiva di una tirannia della maggioranza che stravolga quegli articoli che tutelano i diritti civili di chiunque risieda in Alto Adige – in primis gli immigrati, che non sono particolarmente ben visti –, lasciando intatti quelli più problematici, come quello che consente ai ladini veneti di chiedere l’annessione al nuovo stato, generando ulteriori tensioni con l’Italia e quello che sancisce il diritto per ogni gruppo etnolinguistico di difendere la propria identità, aprendo la strada ad ogni possibile interpretazione. Infatti, molti si ricorderanno della famosa vicenda della rana verde che stringe un boccale di birra ed un uovo tra le zampe, autoritratto dell’artista Martin Kippenberger, torturato dall’alcolismo, la sua croce. Fu esposta al Museion di Bolzano e scatenò la furia di una parte della popolazione locale. Il presidente del Consiglio Regionale, Franz Pahl, arrivò a dire che “la Rana è un oltraggio alla nostra cultura. Se continueremo di questo passo arriveremo alla totale anarchia”. Ora, al di là del fatto che la stessa destra che mandava gli Schützen a presidiare l’accesso al Museion ora bolla come primitivi i musulmani che si sentono ingiuriati da una pellicola trash che ritrae Maometto come un pedofilo-stupratore-pappone-sterminatore, questa è una dichiarazione che esplicita la bizzarra credenza che non insegnare ai bambini la (presunta) verità di una particolare religione equivalga ad educarli al nichilismo. Bizzarra perché c’è da augurarsi che molti concordino nel dire che la fonte più affidabile per una condotta autenticamente morale è imparare a metterci nei panni degli altri – pur tenendo conto dei loro gusti. Chiunque dovrebbe essere in grado di farlo, ma sono proprio le militanze ed identificazioni forti (incluso l’ateismo) ad essere di grave ostacolo. Pichler-Rolle, il presidente del partito di governo in Alto Adige, l’SVP, chiese la rimozione dell’opera perché “troppi sudtirolesi si sono sentiti feriti nei loro sentimenti religiosi”.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012,  p. 45) ci ragguaglia rispetto al potere dei simboli ed alla necessità di democratizzarli:

“Il simbolo che non è di tutti, ma è solo di qualcuno, cessa di essere simbolo e diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti d’unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza…Se qualcuno se ne impadronisce, governandone i contenuti, inculcandoli come propaganda o come pubblicità nella testa degli altri, facendone così strumento di governo e di dominio delle coscienze, il simbolo cambia natura…Il simbolo-diabolo può diventare il diapason del potere totalitario.

Chi controlla certi simboli controlla le coscienze attratte da tali simboli; può così dominare intere nazioni (pensiamo ad Hitler, alla swastika, all’Ariano) e magari perfino interi pianeti.

Quel che vogliono i Freiheitlichen è, molto semplicemente, una piccola fortezza, una ridotta alpina, all’interno della Fortezza Europa.

Proprio sul tema delle fortezze in Alto Adige e della loro vacuità, la celebre scrittrice indiana Arundhati Roy ha qualcosa da dire (da “The Briefing”, Manifesta 7, 2008):

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida…Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.

Per concludere, un intervento (Alto Adige, 25 luglio 2012) di Luigi Gallo, assessore alla Partecipazione, al Personale e ai Lavori Pubblici del comune di Bolzano, che va dritto al cuore del problema. Rispondendo a due lettori impregnati di luoghi comuni xenofobici, mostra il nesso tra i due fuochi, l’immigrazione e l’unica, concreta, attuabile soluzione ai nostri problemi, un autentico viatico verso un Mondo Nuovo:

I due lettori hanno sacrosanta ragione a lamentare una drammatica crisi economica che colpisce giovani, pensionati, lavoratori; ma dovrebbero rivolgere i propri strali verso altri bersagli; mentre loro guardano male il carrello della spesa del vicino immigrato o notano con invidia la marca della sua auto di “seconda mano”, qualche decina di speculatori a livello mondiale – con un clic sulla tastiera di un computer – guadagna miliardi di euro con operazioni di Borsa che mandano sul lastrico interi paesi, Italia compresa; le conseguenze sono poi che i governi di quei paesi devono tagliare gli ospedali, le scuole e le pensioni per risparmiare e pagare interessi astronomici sui titoli di stato. Forse i due lettori potrebbero prendersela con queste politiche economiche che tagliano pensioni e diritti del lavoro mentre gli evasori fiscali rimangono salvi. Certo, è più facile guardare il vicino di casa che viene dal Marocco o dal Pakistan e pensare che sia colpa sua, ma non è così. Piaccia o meno, semplicemente non è così. Avete tante ragioni cari signori ma la guerra fra poveri serve solo a distruggere la solidarietà fra le persone e a far ridere “quelli in alto, ma molto in alto” che decidono la nostra vita. Sta a voi decidere da che parte stare

Ponti contro muri – Israele, la Palestina e la sindrome di Korsakoff

 

Ho letto con imbarazzo (imbarazzo per gli autori), la replica a Michele Nardelli di Giuseppe Franchetti e Ilda Sangalli Riedmiller (entrambi i testi li trovate sotto).

Imbarazzo per chi minimizza quel che succede nei Territori Occupati:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/07/la-macchina-infernale-che-distrugge-le-coscienze-israeliane/#axzz1vVqmrs7x

e agli Israeliani nel loro complesso:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/27/auschwitz-in-israele-un-suicidio-collettivo/

A questi difensori della loro personale “obiettività”, non basterà una provvidenziale sindrome di Korsakoff a lenire la sofferenza causata dal senso di colpa per le orribili ed immancabili conseguenze del loro etnocentrismo e nazionalismo. Non riusciranno a tacitarlo, perché su di loro graverà il peso di una colpa inestinguibile. Se ne accorgeranno quando ormai sarà troppo tardi.

La sindrome di Korsakoff: “ (…) essi non possono organizzare nuovi ricordi. Perciò essi potrebbero avervi incontrato oggi all’una: voi potreste uscire dalla camera e rientrare all’una e cinque ed essi non vi riconoscerebbero. Essi crederanno di non avervi mai incontrato. Ciò che sto descrivendo non è qualche rarità esoterica; è piuttosto comune. (…) vivono di minuto in minuto senza aver ricordo alcuno di cosa sia accaduto nell’attimo appena passato. Questa amnesia colpisce soprattutto gli eventi più recenti, specialmente quelli che compaiono dopo la comparsa della malattia. Tuttavia questa amnesia colpisce anche i ricordi più antichi, ma progressivamente in minor grado; così abbiamo un gradiente temporale: più si va indietro nel tempo, più i ricordi sono sicuri. Più i ricordi sono recenti, più sono inaffidabili (o non esistenti)”.

http://www.lorenzomagri.it/2008052840/psicologia-clinica-e-patologie/memoria-e-identitla-sindrome-di-korsakoff.html

Michele Nardelli, “Ponti da ricostruire, appartenenze da tradire”, 21/05/2012

“Gaza, 1.645.500 abitanti in una piccola striscia di terra di 360 kmq, viene considerata la più grande prigione a cielo aperto del mondo. In questo inferno, dove la densità è di 4.587 abitanti per kmq (quella del Trentino con una superficie di 6.206 kmq è di 85 abitanti per kmq), nel gennaio 2009 si è consumato l’ennesimo capitolo di una guerra infinita, venti giorni di bombardamenti che portarono alla morte di più di mille palestinesi, molti dei quali donne e bambini.

In quei giorni Desmond Tutu e il compianto Václav Havel così scrivevano «… quello che è in gioco a Gaza è l’etica fondamentale del genere umano. … Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la “Mezzaluna fertile” del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».

Fu proprio a partire da queste parole che prese le mosse una delle prime mozioni approvate dal Consiglio Provinciale in questa legislatura della quale ero primo firmatario e che non casualmente era intitolata “Israele e Palestina. Ricostruire i ponti che la guerra abbatte”.

Narrava di “guerre moderne” che non si accaniscono contro gli eserciti nemici, con i quali piuttosto si fanno affari, ma contro le popolazioni civili, la cultura, la storia, le dimensioni urbane simbolo di incontro e di cosmopolitismo. Nella mozione promettevamo di adoperarci non solo per superare l’emergenza, ma di riannodare i fili del dialogo, dando voce fra le parti ai costruttori di pace.

Il Trentino in relazione

Proprio questa mozione costituì la premessa che avrebbe dato vita, qualche mese più tardi, a “Officina Medio Oriente”. Protagonisti i soggetti che nel corso degli anni hanno realizzato progetti di cooperazione, attività di solidarietà, relazioni di conoscenza, scambio ed amicizia. Aboud, Betlemme, Beit Jala, Gerusalemme, Haifa, Hebron, Jenin, Nazareth, Tulkarem, Gaza…: una fitta rete di esperienze che hanno permesso alla comunità trentina di crescere nella relazione e di mettere in campo esperienze di volontariato, cooperazione, programmi condivisi fra università e luoghi della ricerca, scambi fra gruppi culturali ed artistici, istituzioni. Verso la Palestina, ovvero verso lo stato di Israele e verso i territori governati dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Elaborare i conflitti

Insistere sulle relazioni è risultato ed è decisivo. In primo luogo perché sono proprio le relazioni a rendere sostenibili una cooperazione che, per essere efficace, richiede conoscenza dei contesti. E poi perché è nella conoscenza e nello scambio di esperienze che si possono creare le condizioni per il superamento del pregiudizio e per la realizzazione di quei processi di elaborazione del conflitto che della pace sono il presupposto ineludibile. Proprio nell’elaborazione dei conflitti si costruiscono le condizioni per uscire da quell’ossessione che invece immobilizza le parti nelle loro narrazioni, trasformandole in un vero e proprio incubo. Si tratta di un lavoro faticoso, fatto di ascolto e di riconoscimento del dolore, che rischia di essere cancellato tanto dagli atti unilaterali in spregio al diritto internazionale, quanto dalle guerre che lasciano una scia di morte, dolore e rancore.

Rumori sordi

Dobbiamo dirci senza infingimenti che oggi a prevalere non è la pace, non è l’abbassamento del conflitto, non sono il dialogo e tanto meno l’elaborazione del conflitto e di una storia condivisa. E’ piuttosto il sopruso, nella costruzione del muro della vergogna o nel proseguire degli insediamenti israeliani nelle “zone C” assegnate all’Autorità Palestinese, ad avere il sopravvento. E’ l’ostilità verso la primavera dei gelsomini, preferendo i regimi piuttosto che il cambiamento democratico nei paesi arabi. A far sentire il loro sordo rumore sono i motori dei cacciabombardieri israeliani, suggellati dall’accordo di “unità nazionale” fra il Likud e Kadima che – secondo la grande maggioranza degli osservatori internazionali – costituisce il preludio all’attacco contro l’Iran. E, come sempre accade quando si è sotto assedio, a guadagnarci saranno i fondamentalismi, di qualsiasi colore o religione essi siano.

Serve buona politica

Noi ci proviamo, certo, a dare voce al dialogo in tutte le sue forme, politica, culturale, religiosa… ma non possiamo non vedere l’addensarsi delle nubi di una nuova guerra, le cui proporzioni sarebbero incalcolabili non solo per quella Terra che le grandi religioni chiamano santa ma per tutto il Vicino Oriente. Per evitare un esito che avrebbe effetti devastanti sulla vita delle persone e nella radicalizzazione del conflitto, occorre mettere in moto la politica. Non la politica che si muove per calcolo elettorale, ma la buona politica che sa andare contro l’euforia delle chiamate alle armi, che sa osare nei territori dell’improbabile, che comincia a dire cose che possono anche risultare sgradite. E che prova a far emergere quel bisogno di pace che proprio i giovani di Gaza, prima ancora che la primavera araba prendesse corpo, esprimevano nel loro irriverente manifesto che iniziava mandando “affanculo” tutti i protagonisti, regionali ed internazionali, di un conflitto che è diventato funzionale alle parti in guerra.

Tradire

Quel che serve in questo momento è scartare di lato per trovare nuove strade rispetto a quelle sin qui seguite. Non abbiamo bisogno di chiamare a raccolta le tifoserie, ma di testimoni scomodi della pace, di sguardi infedeli disposti a tradire la propria parte per affermare un corso nuovo. Consapevoli che le culture e i popoli danno il meglio di sé quando l’appartenenza identitaria s’incrina”.

*Michele Nardelli è presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

Giuseppe Franchetti e Ilda Sangalli Riedmiller*, “Gaza non è un inferno”, 22 maggio 2012

[Questo articolo è stato pubblicato martedì 22 maggio 2012 dal quotidiano “L’Adige”]

Vorremmo replicare l’intervento di ieri di Michele Nardelli intitolato “Officina di pace per l’inferno di Gaza”. Gaza non è un inferno e non è una prigione. Esistono zone nel mondo dove le condizioni di vita sono enormemente peggiori e da dove veramente è molto difficile uscire. A Gaza esiste tutto ciò che è indispensabile per una vita normale. Naturalmente tutto è più difficile per i poveri e per i disoccupati. Uscire da Gaza per andare in Egitto non è molto facile, ma non è nemmeno difficile, si tratta quindi tutt’al più di un purgatorio, certo non un inferno, certo non una prigione.

La guerra di Gaza è stata determinata dal fatto che quando gli israeliani si sono ritirati dalla striscia di Gaza, lasciando case, attrezzature ed infrastrutture, i gazani anziché dedicarsi a costruire uno Stato ed un circuito produttivo hanno iniziato a lanciare i missili su Israele. Se andate a rivedere i giornali dell’epoca, vedrete le ipotesi di fare di Gaza la Singapore del medio oriente, cioè una zona dove potessero svilupparsi iniziative industriali e commerciali, eventualmente in collaborazione con Israele, dando nel contempo la possibilità di stabilire strutture statuali nell’indipendenza politica.

I palestinesi però hanno preferito l’offensiva missilistica nel tentativo di indurre Israele a ritirarsi ulteriormente, non solo dal West Bank occupato ma anche dal territorio di Israele proprio che i palestinesi considerano tutto territorio occupato (cioè anche Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme ovest!). Ritirarsi e magari andarsene del tutto!

Parlare dei bombardamenti su Gaza e non su quelli sul territorio di Israele significa vedere solo un lato della realtà e dare importanza solo alle sofferenze di uno dei due contendenti, per ostilità preconcetta verso Israele e gli ebrei. Si tratta di razzismo antisemita? O semplicemente di ignoranza? Quando l’intensità dei bombardamenti missilistici contro Israele ha raggiunto limiti insopportabili, è stato necessario entrare con le forze armate per cercare di mettere fine alla vera e propria offensiva militare dei palestinesi di Gaza. Oggi, infatti, l’offensiva missilistica è sporadica.

L’entità delle vittime civili palestinesi è dovuta al fatto che i militari israeliani in divisa militare dovevano combattere contro un nemico che indossava abiti civili, che si rifugiava in zone densamente popolate da civili non armati ma non distinguibili da quelli armati, e che sparava da case private, addirittura da scuole e da ospedali.

Le istruzioni dei militari israeliani erano di fare tutto il possibile per evitare vittime civili, ma si sa bene che quando si spara possono succedere le cose più terribili, quando vi è in corso una guerra non sempre le pallottole vanno dove si vorrebbe: metà delle vittime israeliane sono state dovute da fuoco amico. Comunque la maggior parte dei morti palestinesi erano militanti armati.

Vi sono stati dei casi di violazioni da parte dei soldati israeliani degli ordini di rispettare la popolazioni civile, ma sono stati casi limitati e comunque perseguiti dalle autorità militari israeliane. Non ci risulta che i palestinesi abbiano preso iniziative di questo genere quando sono stati uccisi i civili israeliani, anzi le imprese terroristiche sono state bloccate ed additate a simbolo di come deve essere condotta una lotta contro il nemico!

L’Officina medio oriente, se vuole “riannodare i fili del dialogo, dando voce ai costruttori di pace”, deve in primo luogo evitare di prendere posizioni unilaterali come nell’articolo di Nardelli. Riconoscere i diritti dell’altro è necessario parlando dei fatti, anche se contrastano con il pregiudizio ideologico per cui una parte ha fondamentalmente ragione qualsiasi cosa faccia. Il “muro della vergogna” è stato quello che ha evitato la possibilità di attentati verso i civili israeliani. Cogliamo l’occasione per ricordare che i terroristi palestinesi hanno attaccato civili e scuola bus senza tanti riguardi.

In quanto agli insediamenti israeliani nel West Bank bisogna ricordare che sono ormai proibiti dalle Autorità israeliane, anzi, la Suprema Corte israeliana ha accolto i reclami di cittadini palestinesi che reclamavano contro gli insediamenti costruiti su terreno di privati e ne ha ordinato la distruzione.

Sono in corso tentativi da parte dei coloni di far rinviare l’attuazione di questa decisione. In quanto all’ostilità verso la “primavera dei gelsomini” l’affermazione di Nardelli non corrisponde al vero: Israele non ha espresso alcuna ostilità, se non la preoccupazione di vedere destituito il presidente egiziano, con cui vi erano rapporti più o meno civili, senza sapere da chi sarebbe stato sostituito. Affermare che l’accordo fra Likud e Kadima “costituisce il preludio all’attacco contro l’Iran” è una delle tante possibilità che si aprono secondo gli osservatori internazionali. E’ falso che sia la grande maggioranza. E’ da rilevare invece che buona parte dei politici israeliani nonché la maggioranza dei militari sono contrari alla possibilità di questo attacco. L’accordo tra Likud e Kadima è dovuto principalmente a questioni di politica interna israeliana, con Netaniahu che cerca di sganciarsi dagli estremisti dei coloni israeliani.

Siamo sicuri che bisogna dare voce al dialogo ed il lavoro fatto durante Officina medio oriente, promosso dall’assessore Lia Beltrami Giovanazzi, dalle otto donne di cinque religioni diverse che sul territorio di Israele e di Palestina collaborano insieme in progetti di convivenza ne sono un esempio estremamente positivo. Certo vi sono le nubi di una nuova guerra, ma se si vuole aiutare questo dialogo ed evitare l’addensarsi delle nubi non si possono fare affermazioni partigiane e, quantomeno, inesatte. Pensiamo non sia vero che “le culture ed i popoli danno il meglio di sé quando l’appartenenza identitaria si incrina” ma che le appartenenze identitarie ben definite e sicure di sé possono meglio andare incontro alle appartenenze identitarie dell’altro.

* rispettivamente: Presidente Federazione sionistica e Sinistra per Israele

 

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