Piccolo nel grande è meglio

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PICCOLO È BRUTTO

Piccolo è bello e soprattutto è più facile prendere a calci chi sta sui cojones.

Anonimo

Si parla tanto di superare la prospettiva degli stati-nazione, ma la tendenza è diametralmente opposta. Invece di accorpare gli stati in organizzazioni transnazionali si stanno formando dei poli confederali circondati da una sovrabbondanza di micro e nano-stati, microscopiche entità amministrative con un Pil spesso inferiore al fatturato di una multinazionale o di una grande banca d’affari. C’erano circa una cinquantina di stati dopo la fine della seconda guerra mondiale. Oggi dopo la decolonizzazione, ma anche dopo la balcanizzazione del globo, sono quasi 200, senza contare certi distretti (es. City di Londra) o aree metropolitane (es. Chicago o New York) che si comportano come città-stato. Gli egoismi collettivi stanno spingendo verso la frammentazione, dividendo le aree più ricche da quelle meno privilegiate

Più frontiere ci sono, maggiori sono i rischi di frizione. Più piccoli sono gli stati, minori saranno le loro prospettiva economiche e militari (diventare un paradiso fiscale o un protettorato significa dipendere interamente dall’interesse altrui) e maggiori le probabilità che divengano delle pedine per i grandi giocatori dello scacchiere inglobale.

Quanto contano nel mondo Croazia, Slovenia, Macedonia, Serbia? Davvero poco. La Jugoslavia era il leader di un centinaio di paesi non-allineati.

Le nazioni più piccole e più deboli possono opporre ben poca resistenza agli oligopoli economico-finanziari e alle potenze egemoni. Così, per loro, la globalizzazione dei mercati si traduce in coercizione, intimidazione, sfruttamento, corruzione, autoritarismo: culture, valori, tradizioni, comunità locali contano davvero poco agli occhi dei grandi manovratori di ricchezze, che sono nella posizione di decidere che cosa e come debbano produrre le nazioni emergenti, quando e dove possano vendere la loro produzione, a che prezzo, quale debba essere il salario dei lavoratori, le condizioni di lavoro, le tutele, i sussidi, ecc. E, attraverso le istituzioni globali, possono anche decretare le politiche monetarie, fiscali, commerciali e bancarie di queste nazioni, punendo i riottosi. Gli abitanti del Terzo Mondo sanno molto bene che piccolo non è per niente bello in un mondo iniquo e prevaricatore.

Anche le piccole nazioni più ricche patiscono le conseguenze delle loro dimensioni ridotte. Le popolazioni di Belgio, Austria, Olanda, Svizzera, Danimarca sono in parte accomunate dalla paura di essere sommerse dagli immigrati, specialmente quelli musulmani, e di essere sminuzzate dal processo di integrazione europea e dalla globalizzazione. Molti cittadini di queste piccole patrie si sentono vittime di una manovra a tenaglia che li sta progressivamente snazionalizzando e votano in massa per dei partiti xenofobi e per dei quesiti referendari discriminatori. La paura è una cattiva consigliera e chi è piccolo tende ad essere più insicuro ed ad ingigantire i problemi.

Senza entità nazionali e federali chi amministrerebbe i parchi nazionali, la viabilità transcontinentale, i soccorsi ed aiuti di emergenza, la difesa, la lotta alla criminalità transnazionale? Chi tamponerebbe le conseguenze delle crisi cicliche della finanza? Chi si sforzerebbe di contrastare le disparità dovute alle rendite di posizione che nascono dalla concentrazione di ricchezze e di competenze in certi luoghi strategici? Migliaia di micro-comunità diventerebbero un gradito dono per quella porzione avida e priva di scrupoli delle élites, che prenderebbe il controllo di tutto le esistenti strutture di potere sfruttandole per i propri fini egoistici.

PICCOLO NEL GRANDE È MEGLIO

Il piccolo non è bello in quanto tale, come vuole un retorico slogan; lo è se rappresenta e fa sentire il grande, se è una finestra aperta sul mondo, un cortile di casa in cui i bambini giocando si aprono alla vita e all’avventura di tutti. L’identità autentica assomiglia alle Matrioske, ognuna delle quali contiene un’altra e s’inserisce a sua volta in un’altra più grande. Essere emiliani ha senso solo se implica essere e sentirsi italiani, il che vuol dire essere e sentirsi pure europei. La nostra identità è contemporaneamente regionale, nazionale — senza contare tutte le vitali mescolanze che sparigliano ogni rigido gioco — ed europea; del nostro Dna culturale fanno parte Manzoni come Cervantes, Shakespeare o Kafka o come Noventa, grande poeta classico che scrive in veneto. È una realtà europea, occidentale, che a sua volta si apre all’universale cultura umana, foglia o ramo di quel grande, unico e variegato albero che era per Herder l’umanità.

Claudio Magris

“Piccolo è bello” è un titolo che non è mai piaciuto a E.F. Schumacher, che lo considerava ingannevole, in quanto era convinto che l’obiettivo dovesse essere quello di realizzare il piccolo nel grande, non certo quello di ridimensionare tutte le attività umane. Fu scelto dall’editore perché “suonava bene”, ma l’economista restò convinto che offuscasse quello che era il messaggio del suo studio: non conta che un progetto sia piccolo o grande, conta che sia la scala appropriata e sostenibile, nel quadro di un consumo ottimale. Schumacher rigettava l’idea della decrescita, della miniaturizzazione dei cicli economici e delle società: “non è questione di scegliere tra crescita moderna e stagnazione tradizionale. Si tratta di trovare il giusto percorso di sviluppo, la Via di Mezzo tra materialismo dissennato e immobilismo tradizionalista”.
Ciò che importava, per lui, è che un’intrapresa non sia affetta da hybris (illusione di un potere illimitato) e avidità, che l’obiettivo non sia quello di dominare la natura, espandere illimitatamente i bisogni non spirituali (e quindi la dipendenza), addomesticare la natura umana meccanizzandola e focalizzando la sua attenzione su aspirazioni esclusivamente materiali e quantitative e monetizzare ogni valore non legato al profitto, bensì quello di garantire una prosperità universale che permetta di seguire un percorso di progresso qualitativo e morale.

Per farlo, Schumacher non raccomandava di tornare indietro: “L’uomo non può vivere senza la scienza e la tecnologia più di quanto egli possa vivere contrapposto alla natura”. Chiedeva una tecnologia dal volto umano, non in guerra con la natura, più originalità e creatività, più educazione e consapevolezza, più autodeterminazione a livello locale, più democrazia partecipata, meno gerarchie piramidali. Il che vuol dire anteporre le persone a tutto il resto: teorie, macchine, produzione, merci, profitto, ecc.

Dobbiamo uscire dalle logiche dicotomiche, dai dualismi che ci imprigionano: piccolo e grande possono e devono stare assieme (cf. Tao). Scegliere tra l’uno e l’altro è suicida.

“Mare Calmo” di Nicol Ljubić (Keller editore) – recensione

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https://twitter.com/stefanofait

“Mio padre è accusato di essere coinvolto nell’omicidio di quarantadue persone. Sarebbero state bruciate. Agli occhi della gente è un criminale di guerra. Ti sei innamorato della figlia di un criminale di guerra”.

Ecco una rivelazione che può mettere a  dura prova la vita di coppia.

Accade a Robert, storico tedesco di genitori croati, protagonista di “Mare Calmo”, di Nicol Ljubić, anch’egli tedesco di origini croate. Il romanzo, vincitore del premio Adalbert-Chamisso nel 2011, edito da Keller, ha già entusiasmato migliaia di lettori europei.

Robert si è innamorato di Ana Šimiç, una serba che ha vissuto l’esperienza del bombardamento di Belgrado ed è figlia di Zlatko Šimiç, anglista all’università di Sarajevo e probabilmente il massimo conoscitore jugoslavo di Shakespeare.

Quattordicenne al tempo della guerra civile jugoslava, il giovane protagonista non conosce il serbo-croato e sa poco della tragedia jugoslava, perché il padre ha voluto bruciarsi i ponti alle spalle e risparmiare al figlio il peso di un passato terribile.

Ana non vuole perderlo e per diversi mesi non gli rivela che suo padre è sotto processo all’Aia, accusato dall’unica superstite e testimone, una bambina di 11 anni, di aver ingannato un gruppo di bosniaci per poterli infilare in una trappola mortale.

La famiglia croata di Robert è per lo più convinta che la sua ragazza sia tedesca, “altrimenti – gli assicura il padre – non capirebbero”.

Romeo e Giulietta uniti e divisi dal non-detto e dall’ignorato, da uno stile prevalentemente asciutto nell’affrontare dilemmi profondi, mai banalmente, a tratti anche poeticamente.

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  Perché Zlatko si paragona allo shakespeariano Tito Andronico, il vendicatore per antonomasia, dopo Ulisse? C’entra forse qualcosa la sorte di Lavinia, la più commovente  vittima di questa prima tragedia di Shakespeare, con la nefandezza di cui è imputato al Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia?

Robert vorrebbe capire. Ana vorrebbe al contrario dimenticare. Non insegue una verità forse inconoscibile ma piuttosto, per la verità senza troppa fortuna, la bonaca, il “mare calmo” (in serbo), l’atarassia, uno stoico distacco da emozioni lancinanti.

C’è sfiducia, c’è scontento, c’è risentimento.

Pur innamorati, i due si lasciano.

Temporaneamente?

Robert si reca allora ad assistere al processo di quell’uomo che, visto solo in foto, sperava potesse un giorno diventare suo suocero; e poi in Bosnia, a rivivere pagine di storia non sua, ma che hanno fatto irruzione nella sua vita, imprevedibilmente.

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