La via maestra è sempre quella diplomatica – Miliband (UK) e Villepin (Francia)

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Vers un monde nouveau sans rien rompre de ses liens avec son milieu originel, son ambiance antérieure et ses affinités profondes.

Saint-John Perse

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Netanyahu, lo sconfitto

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Se Giordania, Egitto, Canada e Italia si rifiutano di assistere l’attacco americano è perché questa è la volontà della Casa Bianca e del Pentagono. La decisione di Obama di lasciare che sia il Congresso a decidere – ben sapendo che il voto sarà contrario (e farà in modo che lo sia) – è la riprova che Putin, Cameron, Obama e Hollande erano contro un’escalation e si sono accordati per salvare la faccia a tutti e mettere nel sacco Netanyahu; il quale ha ricevuto un messaggio forte e chiaro: NESSUNO INTENDE ATTACCARE L’IRAN.

301199_296336940377443_1554510342_nIl monocolo Polifemo è da sempre il riferimento simbolico degli psicopatici, che vedono il mondo a due dimensioni e non sono in grado di prevedere le conseguenze delle loro azioni (wishful thinking). Vignetta magistrale.

Solo Israele e i neoconservatori americani (che al Congresso saranno attaccati dal Tea Party quando si voterà sull’attacco) vogliono questa guerra e, per qualche ragione che va forse ricondotta agli eventi dell’11 settembre, pare che molti governi cerchino di compiacere questa piccola Prussia mediorientale, anche se solo all’apparenza. Un false flag contro la Tour Eiffel e/o il Big Ben non è un’eventualità piacevole.

http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/09/news/parigi_evacuata_tour_eiffel_per_un_allarme_bomba-64543469/

Israele non la prenderà bene e agirà d’impulso, commettendo quasi certamente un errore grossolano. Attendiamo speranzosi che Netanyahu si impicchi con la sua stessa corda e che lo stesso succeda a Bandar e all’Arabia Saudita

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Nel frattempo, riporto i pareri di due leader politici, uno inglese e l’altro francese, che prediligono il dialogo e l’accordo con la Russia e la Cina.

 Mandate for Change

Ed Miliband, leader dell’opposizione laburista al governo conservatore britannico di David Cameron:

“Ci sarà chi crede che il voto di giovedì alla Camera dei Comuni significa che la Gran Bretagna non può aiutare concretamente i civili siriani innocenti che soffrono per una simile catastrofe umanitaria. Non sono d’accordo. Dobbiamo usare l’incontro del G20 della prossima settimana in Russia, che avrà gli occhi del mondo puntati sulla Siria, per cercare di riunire la comunità internazionale e costringere le parti coinvolte nel conflitto verso quella soluzione politica che è indispensabile.

[…].

Alcune persone hanno sostenuto che il significato di questo episodio è che la Gran Bretagna sta facendo un passo indietro rispetto al suo ruolo da protagonista nel mondo. Si è parlato di un giorno cupo e deprimente. Ci sono stati avvertimenti che la Gran Bretagna sta scivolando in un gretto isolazionismo, una dottrina che danneggia nel lungo termine gli interessi del nostro paese e che minaccia la pace e la sicurezza del mondo.

Non sono d’accordo. Gli inglesi sanno che il nostro paese prospera quando ci vogliamo al mondo, non quando ci ritiriamo in noi stessi. E il popolo britannico è disposto ad accettare i nostri obblighi verso gli altri, come lo era quando i miei genitori sono stati accolti come rifugiati in questi lidi al tempo della seconda guerra mondiale.

[…].

I britannici si aspettano però che la politica estera del nostro paese sia condotta in modo diverso da come è stato fatto in questi ultimi anni. A dieci anni dall’inizio della guerra in Iraq, è fondamentale dimostrare che abbiamo imparato la lezione. Ci ricordiamo come le decisioni di allora sono state raggiunte sulla base di prove meno che convincenti, con una perentorietà che ha impedito agli ispettori delle Nazioni Unite di avere il tempo di cui avevano bisogno per riferire. Dobbiamo ricordare anche che le vitali istituzioni internazionali vitali sono state aggirate in momenti cruciali. E dobbiamo ricordare che le conseguenze di un’azione militare non sono stati ponderate a sufficienza.

[…]

Il voto in parlamento ha dimostrato che…ci aspettiamo che la serietà delle nostre deliberazioni corrisponda alla gravità delle decisioni che siamo chiamati a prendere. L’evidenza delle prove deve sempre precedere le decisioni e, indipendentemente dalla forza delle emozioni, i britannici hanno il diritto di attendersi una leadership pacata e riflessiva.

In secondo luogo, quando si tratta di interventi militari, è chiaro che un impegno efficace con le istituzioni internazionali è essenziale. La Gran Bretagna deve quindi sempre cercare di lavorare con le Nazioni Unite e in conformità con il diritto internazionale, non respingendo l’ONU come nel migliore dei casi un fastidio e nel peggiore un ostacolo.

[…]”.

http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/aug/30/britain-still-difference-syria

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Dominique de Villepin, ex primo ministro francese e uno dei leader dell’opposizione gollista al governo Hollande:

Non cediamo all’illusione della scorciatoia militare – apparso su Le Figaro, 29 agosto 2013

“L’indignazione per i massacri perpetrati in Siria gas è unanime. Non ci sarebbe peggior politica che non fare nulla. Ma una politica del peggio sarebbe quella di aggiungere guerra alla guerra senza prove inconfutabili e senza strategia. La determinazione del presidente Hollande e dei nostri partner è lodevole, ma  che cosa vogliamo veramente? Punire? Non è il ruolo di un esercito, ma quello di un tribunale internazionale. Placare la nostra coscienza? Farlo a rischio di peggiorare la situazione dei civili sarebbe cinico. Un cambio di regime? Non sta a noi decidere, soprattutto in assenza di un’alternativa credibile.

No, proteggere i civili è il compito primario della comunità internazionale. L’unico dibattito deve riguardare come farlo.

Ciò implica riflettere sulle esperienze passate. La strategia occidentale in Medio Oriente è un vicolo cieco basato sull’illusione di forza che non ho mai smesso di denunciare.

Si oscilla infatti tra la guerra contro il terrorismo e la guerra contro i tiranni. Vorremmo unificare i due obiettivi, ma abbiamo imparato a nostre spese che non è così che funziona la cosa. L’occupazione dell’Iraq ha alimentato un terrorismo senza fine. L’operazione in Libia ha armato, direttamente o indirettamente, tutti i jihadisti del Sahara, portando a una nuova guerra in Mali. Il circolo vizioso non si ferma qui. Preoccupati per l’islamismo in Egitto, consentiamo nuovi colpi di stato che, da sempre, sono un terreno fertile per i tiranni di domani. Dobbiamo una buona volta imparare la lezione in merito al ricorso alla forza. Ovunque, in Libia, Iraq, Afghanistan si è verificato il collasso di una nazione e la destabilizzazione della regione.

[…].
La spedizione punitiva simbolica che incombe su di noi metterebbe a rischio ingranaggi regionali che coinvolgono Libano, Iran e Israele, con pochi benefici per i siriani. Il futuro della Siria, dopo una nuova avventura militare, sarebbe la frantumazione etnica e territoriale e la radicalizzazione degli estremismi.

La Siria non esisterebbe più.

Attacchi di droni su personalità ritenute responsabili della strage sarebbero in linea con la nuova guerra al terrorismo dell’America di Obama. Ma possiamo uccidere gli assassini senza abbattere l’idea stessa di giustizia internazionale ?

Una grande offensiva, con l’obiettivo di un cambio di regime ? Gli stessi stati maggiori occidentali hanno smesso di crederci.

La guerra per procura armando ulteriormente l’opposizione? Ma come prevedere contro chi saranno rivolte queste armi, domani?

Rimane un’ultima opzione, l’azione a fini umanitari, combinando strumenti politici e militari per una strategia sostenibile di corridoi umanitari, zone cuscinetto e soprattutto zone interdizione al volo, l’unica soluzione per evitare massacri ed assumersi la responsabilità di proteggere la comunità internazionale.

Riducendo la violenza, creeremo le condizioni per un necessario intervento.

A volte è necessario effettuare la politica del “meno peggio”. Oggi potrebbe portare a una risoluzione delle Nazioni Unite, sostenuta dal Sud del mondo, e dare un mandato per attuare una no-fly zone o per creare una forza di pace internazionale. Penso che sia possibile, i russi potrebbero accettarla [N.B. Villepin mantiene rapporti molto amichevoli con l’establishment russo, essendo ostile alle politiche anti-russe della NATO].

Con questi strumenti la comunità internazionale avrebbe la migliore occasione per rilanciare i negoziati politici che per il momento si trovano in un vicolo cieco, coinvolgendo le potenze regionali e la Lega Araba.

Non dobbiamo cedere alla tentazione della scorciatoia militare che aumenterà i problemi della regione.

Dobbiamo scegliere invece la via della pace e della responsabilità collettiva”.

http://www.republiquesolidaire.fr/11791-ne-cedons-pas-aux-illusions-du-raccourci-militaire-29082013/

“La politica internazionale , non è un’avventura”.

Nel 2003 si oppose alla guerra in Iraq. Dieci anni più tardi Dominique de Villepin ritiene che l’intervento militare in Siria “non è la soluzione giusta”

“Non credo che possiamo decidere una strategia militare senza una visione politica”, ha detto mercoledì a BFM TV.

Dopo aver precisato che non ci sono prove che Assad abbia usato le armi chimiche [inizio dell’intervista, non riportata dalla sintesi che sto traducendo], pur comprendendo “la volontà del presidente di non rimanere con le mani in mano” dopo la strage di Damasco, l’ex primo ministro ha detto che “degli attacchi militari allontaneranno una soluzione politica e non daranno alcun sollievo al popolo siriano”.

[…].

Per Dominique de Villepin la Francia e la comunità internazionale devono concentrarsi principalmente sulla risposta umanitaria in Siria per proteggere le persone. Questo implica, secondo lui, una migliore organizzazione di “zone cuscinetto”, con “la possibilità di utilizzare corridoi umanitari” e la creazione di una no-fly zone [concordata con i russi e i cinesi, “dettaglio” che la sintesi omette, facendo pensare ad un pretesto per un “cambio di regime” come in Libia che Villepin ha sempre rifiutato categoricamente e condannato nel caso libico].

“Se è per evitare stragi, non è troppo tardi”, dice l’ex inquilino di Matignon .

“L’attacco è un salto nel buio…cosa faremmo se non cambiasse nulla?”. Ha continuato dicendo di aspettarsi una “vera e propria strategia” sul lungo termine e non una “strategia cieca”. “La politica internazionale non è un’avventura ( … ) non credo che la scorciatoia militare sia la soluzione ideale in emergenze complesse”. “La scelta non è tra fare qualcosa o non fare nulla, ma cosa fare e come farlo”.

Perché, secondo lui, “se la Francia decide di impegnarsi militarmente nella guerra civile siriana, ne diventerà parte e sarà responsabile del destino siriano, mese dopo mese, anno dopo anno”.

http://www.republiquesolidaire.fr/11788-villepin-la-politique-internationale-ce-nest-pas-laventure-jdd/

“Qual è il senso di un’azione da parte dei paesi europei o paesi occidentali se viene eseguita al di fuori del diritto internazionale e perfino al di fuori di una logica di efficienza, con il solo desiderio di placare le nostre coscienze?”

“Per almeno un decennio si è prodotta una militarizzazione delle menti nelle democrazie occidentali”. “L’ipotesi è che la risposta a tali disastri dovrebbe essere quasi sempre essere di natura militare”. “Io non la penso così”, ha detto de Villepin, che si era opposto all’intervento francese in Mali nel gennaio 2013.

http://www.republiquesolidaire.fr/11780-villepin-en-syrie-la-solution-militaire-nest-pas-la-bonne-28082013/

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La pace si conquista ogni giorno, dicendo no alle menzogne

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Le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà. La preghiera che implora un particolare rendiconto è viziosa. La preghiera è la contemplazione degli eventi della vita dal punto di vista più elevato. Ė il soliloquio di un’anima che percepisce ed esulta. Ma la preghiera usata come mezzo per ottenere un soddisfacimento privato è un furto e una meschinità. Essa suppone dualismo e non Unità nella natura e nella coscienza. Quando l’uomo sarà uno con Dio, allora non implorerà più, ma trasformerà ogni preghiera in azione.

Ralph Waldo Emerson

Nessuno può fare esperienza per un altro, nessuno;
Nessuno può progredire per un altro, nessuno!”

Walt Whitman

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Un grande no come quello del Parlamento britannico. La prima volta che un governo del Regno Unito subisce una sconfitta in Parlamento in materia di iniziative belliche dai tempi di Palmerston (1784 – 1865)
https://theconversation.com/commons-rejects-cameron-plea-for-syria-strikes-rewrites-special-relationship-17674

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Un grande no come quello dell’ex primo ministro francese Dominique de Villepin in quest’intervista televisiva [in francese]

Tutta l’umanità deve concordare sul fatto che ci stanno mentendo, chiamare le menzogne e le montature con il loro nome e smetterla di servire questi poteri. Gli esempi sono numerosi, da Mandela a Martin Luther King a Étienne de La Boétie a Aung San Suu Kyi. Il semplice atto di non credere alle loro falsità e deriderli li rende impotenti. La loro forza deriva unicamente dal nostro volontario asservimento, dalla nostra credulità, dall’oblio di chi siamo veramente e di quel che potremo fare una volta liberi

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Nessun paese può fare una guerra se la popolazione è contraria e blocca la nazione con scioperi continui, nessun governo/regime può restare al potere se la popolazione non collabora (per questo Assad è ancora lì dopo due anni e mezzo; per questo i golpisti egiziani saranno spazzati via entro primavera e al loro posto s’insedierà un governo misto di unità nazionale, con diversi ministeri assegnati ai fratelli musulmani).

Basta con la scusa che loro e i loro burattinai sono onnipotenti. La colpa è nostra! Votiamo turandoci il naso (voto utile), continuiamo a leggere quotidiani faziosi pro-establishment nella convinzione che è quello che fanno le persone istruite, continuiamo a comprare prodotti delle multinazionali, continuiamo a credere che non ci siano alternative, che così va il mondo, che c’è poco da fare se non ricavarsi una nicchia e rispettare regole e relazioni di potere rivoltanti, ad ogni livello. 

Il nostro futuro è nostro. Siamo noi che lo determiniamo, non loro. Ci volevano far credere che siamo piccoli, deboli, vulnerabili, impotenti e ce l’hanno fatta. Un grande successo. Milioni di persone credono che l’unico cambiamento possa provenire da fuori (da una catastrofe, dagli alieni, dal Cristo, ecc.), non da loro stessi.
Ma, badate bene, se hanno inscenato tutto questo gigantesco teatrino è perché sanno che c’è qualcosa di incredibile potente in noi, che non possono controllare e che non vogliono che scopriamo che c’è e come usarlo.
Altrimenti come si spiegano i loro immensi sforzi? Forse sono loro i piccoli, deboli, vulnerabili, impotenti, perennemente tormentati all’idea del nostro risveglio, della nostra presa di coscienza, della nostra maturazione?
La loro ossessione per il controllo, per la sorveglianza, per la prevenzione è tipica degli insicuri, dei vigliacchi, di chi deve convincersi di essere quello che non è e di poter controllare tutto ciò che lo circonda, perché le incertezze della vita e del futuro lo terrorizzano. I loro think tank, le loro intelligenze artificiali, i loro modelli, i loro media, l’intera macchina della propaganda, della paura, del senso si colpa e di inadeguatezza è costruita a loro immagine e somiglianza.
Il loro è l’unico linguaggio che conoscono: potere, sfruttamento, paura, subordinazione, prevaricazione, possesso, dominio.

Ci accusano di invidiarli, ma le loro esistenze sono l’inferno di chi investe ogni sua energia nel negare ciò che sa essere vero: la destinazione finale è l’estinzione fisica e la perdita di tutta la loro “roba”.

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La macchina della paura e del controllo è comunque riuscita a farci fessi, ossia a farci pensare e agire come loro: reattivamente, aggressivamente, paranoicamente, psicopaticamente, territorialmente. È il cervello rettiliano / R-complex:

http://it.wikipedia.org/wiki/Triune_Brain

Invece di pensare alla vita, agli affetti, ai sogni, alla creatività, inventiva, ecc., siamo sempre più maniacalmente concentrati su ciò che decade, sulla morte, proprio come questi necrofili. Da creatori siamo diventati distruttori, proprio come loro, proprio come ogni essere demonico.

L’orrore di guardarci allo specchio, di capire che il loro mondo ideale, quello delle loro pubblicità e della loro “arte”, è entropico, satanico, privo di qualunque sbocco che non sia l’involuzione e il degrado della coscienza e di tutto il resto. Non c’è nulla, nel loro mondo, per cui valga la pena di battersi. Il loro è un futuro vuoto, fittizio come le loro anime, simulacri di anime.

Sono la pelle di serpente abbandonata dopo la muta, sono un involucro dall’apparenza umana, ma che non pensa, non sente, non si comporta umanamente:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/05/15/cose-il-male/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/14/legoista/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/16/la-banalita-del-male-e-una-cagata-pazzesca/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/28/del-potere-della-pedofilia-del-male-categorico/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/15/psicopatia-portami-via-la-gente-ce-lha-sotto-il-naso-ma-non-la-vuole-vedere/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/03/06/alcibiade-il-rottamatore/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/10/tea-party-il-totalitarismo-anarchico-alla-conquista-degli-stati-uniti/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/06/perche-non-ce-pace-perche-non-ce-liberta/

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Intanto un nuovo mondo sta prendendo forma, come frutto collettivo di un diverso modo di intendere il mondo e il nostro ruolo in esso

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/20/un-mondo-nuovo-sta-prendendo-forma-canti-da-mat-chants-for-a-nut/

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Una delle ragioni per cui la gente è apatica è per sfuggire alla disperazione. D’altra parte gli speranzosi idealismi non supportati da sano pragmatismo non hanno mai un lieto fine.

Il problema, a mio avviso, è che spesso ci facciamo governare dalla speranza (“l’audacia della speranza”, diceva un Nobel per la Pace degno di Kissinger) e/o dalla disperazione e così affidiamo il nostro destino a queste forze emotive, invece che alla nostra creatività ed inventiva. Paura, senso di colpa, speranza messianica, apatia/indifferenza e disperazione sono probabilmente le migliori armi di distruzione di massa delle coscienze e sono usate precisamente a questo scopo e per indirizzare la civiltà umana sulla via della perdizione, la via dell’egoismo, del materialismo, della violenza, del sopruso, della dismisura.

È per questa ragione che diventa necessario che almeno una minoranza di persone competenti e motivate da buona volontà e dalla volontà di servire l’interesse generale si coordini per realizzare un cambiamento positivo nelle loro rispettive aree di competenza.

Questo può avvenire solo se il pragmatismo sconfigge la disperazione (bastone, poliziotto cattivo) e la speranza fideistica (carota, poliziotto buono) in un cambiamento che non provenga da noi e dalle nostre iniziative.

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Per esempio, una volta che tutto ciò che ostacola la ricerca e lo sviluppo di fonti di energia abbondanti ed economiche – non mi riferisco alle rinnovabili: c’è di meglio: http://peswiki.com/index.php/Main_Page – sarà rimosso, l’intero sistema di infrastrutture e modello socioeconomico globale (che si fonda sul profitto derivato da un regime di scarsità e competizione creato artificialmente – la “decrescita felice” eccita i plutocrati) sarà rivoluzionato in maniera completa e definitiva, a meno che le oligarchie non riescano ad imporre un ulteriore monopolio.

Dobbiamo capire, tra le tante cose, come sostituire un’economia di scarsità e concorrenza basata sulle risorse, in un’economia dell’abbondanza basata sull’energia, ossia l’esatto opposto di quel che crede Luca Mercalli (che è davvero poco stimato tra i ben informati, ma continua ad essere invitato ovunque, purtroppo):

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Molti pensano di dover combattere contro qualcosa, ma quello di cui hanno bisogno è lottare per qualcosa.

Inoltre molti non sanno che farsene dell’ideale della libertà, perché pensa di essere già libera a sufficienza: ciò che li può motivare è la presa di coscienza della loro miseria, o della prospettiva del loro impoverimento. Su questa cosa non possono ingannarsi a lungo, non possono tollerare che così va il mondo e molti ricevono le briciole mentre pochi se la spassano. Se sapessero come potrebbe essere trasformato il mondo una volta che certe tecnologie, conoscenze e risorse fossero rese disponibili, potrebbero cominciare a pensare ad un’esistenza in termini più concreti e lungimiranti.
Capire queste semplici verità e agire conseguentemente significa essere pragmatici, non cinici.
Una minoranza guidata dalla voglia di capire, dalla buona volontà, dall’empatia, dal sapere, dalla capacità di trasformare responsabilmente, costruttivamente e di rendere partecipi tutti, nei loro modi e nei loro tempi, senza paternalismi e autoritarismi neogiacobini (“noi sappiamo cosa è meglio per voi”).
Una maggioranza la seguirebbe a ruota se capisse che è nel suo interesse farlo e se potesse dire la sua
.
Nessuna mobilitazione di massa è possibile senza questa presa di coscienza.

Un vantaggio della propaganda immaginifica dei potentati è che ha creato un terreno fertile per immaginare il nuovo in termini concreti anche in persone che non sanno neanche che per andare da Trento a Trieste servono 3 ore d’auto, perché non sono come Massa e Carrara.

Siamo entrati nell’era dei tecno-miti, della mitologia scientifica. Mentre Omero trasmetteva una visione del mondo parlando delle gesta degli eroi e degli avventurieri, gli Omeri del nostro tempo possono avvalersi della fantascienza e delle invenzioni al servizio del nostro spirito, delle nostre coscienze. Le possibilità di cambiamento sono infinite, nel bene e nel male. “Non ci sono alternative” è un mantra che ormai convince solo chi vuole crederlo vero. I nostri orizzonti si stanno espandendo, inesorabilmente: il futuro è sempre più aperto. Si tratta di scegliere e, soprattutto, di voler scegliere, rifiutando la falsa alternativa tra un futuro neo-medievale e un futuro tecnocratico.

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/05/la-democrazia-nella-via-lattea-dirittidoveri-di-un-mondo-nuovo/

Voci autorevoli che non la pensano come Bersani sulla guerra nel Mali

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8 indizi (per una volta debitamente riportati dalla stampa internazionale) che fanno supporre che la questione sia un po’ più complicata di come la descrive Pierluigi Bersani:
1. La base di droni americana che sarà costruita nel Niger, vicino al confine con il Mali;
2. I numerosi testimoni che hanno segnalato la presenza di un canadese e di due francesi alla testa della banda di jihadisti che ha sconfinato in Algeria per prendere degli ostaggi (Tigantourine);
3. La presenza sul terreno di forze speciali americane per operazioni clandestine qualche mese prima dell’intervento francese;
4. Il fatto che nell’area tra Mali e Niger vi siano alcune tra le più importanti riserve mondiali di uranio (terzo posto nel mondo), oltre a petrolio e gas;
5. I recenti accordi commerciali e di sfruttamento delle risorse siglati da Mali, Niger e Cina;
6. Il fatto che gli jihadisti siano finanziati quasi certamente dal Qatar e probabilmente anche dall’Arabia Saudita, entrambi alleati della NATO;
7. L’opposizione algerina alle politiche NATO nel Nord-Africa (ma potrebbero anche cambiare casacca);
8. Il coinvolgimento dei presunti fondamentalisti islamici nel narcotraffico e nel traffico d’armi e il loro precedente servizio reso alla coalizione anti-Gheddafi (= il fattore religioso è secondario ma ai governi occidentali fa comodo continuare a sfruttare l’infinita Guerra al Terrore);

**********

Senza alcun dibattito parlamentare, il governo inglese ha già deciso che invierà un corpo di spedizione nel Mali.
Solo due settimane fa Cameron l’aveva escluso categoricamente.
Giusto perché sia chiaro che la guerra è appena agli inizi.
Dovremo partecipare anche noi? Ce lo chiederà l’Europa? Qualche caduto italiano per poterci sedere al tavolo delle trattative e delle spartizioni?

Anche tralasciando la parte in cui Al-Qaeda viene creata a tavolino dagli americani (cf. Brzezinski) per combattere i russi in Afghanistan, la parte in cui l’amministrazione Bush ignora sistematicamente ogni avvertimento dell’intelligence statunitense pre-11 settembre 2001 e la parte in cui Al-Qaeda viene incolpata di tutto, dal riscaldamento globale, alle fantasmatiche armi di distruzione di massa irachene, al tasso di obesità americano, la Guerra al Terrore rimane una criminale bestialità.

Serve solo ad ingigantire lo status dei terroristi: “l’America contro i terroristi yemeniti”, “Israele contro Gaza”, “la Francia contro i terroristi maliani”, “gli Stati Uniti e la Francia contro i terroristi somali”: i terroristi si spostano, riaffiorano carsicamente in un altro paese, godono di un’aura di invincibilità e di persecuzione da parte dei poteri forti che li rende “cool” e l’immagine dell’occidente finisce per deteriorarsi fino a rassomigliare a quella del patetico Wile E. Coyote alle prese con l’imprendibile ed invincibile “struzzo” Beep Beep.

In questo modo gli jihadisti sono consacrati agli occhi di migliaia di giovani musulmani che vedono i droni e i missili occidentali che causano eccidi di civili e che decidono a loro discrezione quali siano i tiranni da abbattere e quali invece quelli da sostenere anche contro la volontà dei loro sudditi.

In particolare, nel Mali, l’intervento francese in appoggio al Sud del Mali servirà solo a rinsaldare un’alleanza tra tuareg e jihadisti che era in crisi e che ora troverà nuovo vigore, con migliaia di combattenti che conoscono molto bene la regione e le tecniche di guerriglia.

Invece di isolare i terroristi dalla popolazione, quest’ultima si rassegnerà all’idea che sono l’unica autorità che possa tenere insieme il nord del Mali e proteggerli dalla pulizia etnica dei maliani del sud.

Contemporaneamente, il Sud del Mali diventerà uno stato fantoccio della Francia, tenuto in vita a forza per evitare l’anarchia, non diversamente dal Vietnam del Sud degli anni Sessanta e Settanta. L’unico risultato sarà quello classico (es. Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan): frammentazione e partizione dello stato, islamizzazione e terrorismo.

Poiché queste cose ormai non possono non saperle, ne consegue che lo fanno apposta: ordo ab chao.

L’obiettivo primario è la destabilizzazione dell’Algeria

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/23/fallimento-in-siria-ci-si-gioca-lalgeria/

e il controllo del Niger

http://www.lettera43.it/cronaca/africa-occidentale-forse-una-base-per-droni-usa_4367581683.htm
il Mali consente di prendere due piccioni con una fava.

Non tengono però conto del fatto che il boccone è troppo grosso persino per la NATO – evidentemente danno per persa la Siria, ma poi dovranno spiegare la cosa a milioni di persone che per mesi hanno ascoltato una singola versione dei fatti (“mancano pochi giorni alla caduta di Assad”, “la popolazione siriana non lo tollera più”, ecc.). Hanno commesso un enorme errore strategico.

LE VOCI DEL DISSENSO

“Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara”.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

“Il Mali, un paese amico, crolla. Gli jihadisti avanzano verso sud, e c’è una certa urgenza.

Ma non facciamoci prendere dal riflesso condizionato della guerra per la guerra. Quest’unanimità per l’andare in guerra, questa evidente precipitazione, argomenti già sentiti sulla “guerra al terrore”, mi preoccupano. Questa non è la Francia. Dovremmo aver tratto delle lezioni dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia. Queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario, hanno rinfocolato il separatismo, il fallimento degli Stati, la ferrea legge delle milizie armate.

Non hanno permesso di sconfiggere i terroristi che sciamano nella regione. Al contrario, ne hanno legittimate di ancora più radicali.

Nessuna di queste guerre ha assicurato la pace in una data regione. Al contrario, l’intervento occidentale ha consentito a tutti di scaricare le proprie responsabilità.
Peggio ancora, queste guerre sono un ingranaggio. Ciascuna crea le precondizioni per la prossima. Sono le battaglie di una singola guerra che si sta espandendo dall’Iraq verso la Libia e la Siria, dalla Libia verso il Mali inondando il Sahara con il traffico di armi di contrabbando. Tutto questo deve finire.

Nel Mali, non esiste una sola premessa per un successo finale. Combatteremo al buio, privi di un obiettivo bellico. Arrestare la progressione jihadista verso sud, riconquistare il nord, sradicare le basi AQIM: ciascuna di queste è una guerra a parte.

Noi ci dovremo battere da soli, senza un solido partenariato maliano. La rimozione del presidente a marzo e del primo ministro a dicembre, il collasso di un esercito del Mali segnato dalle divisioni, il generale fallimento dello Stato, a cosa ci appoggeremo?

Combatteremo nel vuoto per mancanza di un forte sostegno regionale. La Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale si muove al rallentatore e l’Algeria ha espresso la sua contrarietà.

Solo un processo politico è in grado di portare la pace nel Mali.

Ci vuole una dinamica nazionale per la ricostruzione dello stato del Mali. Puntiamo sull’unità nazionale, sulle pressioni sulla giunta militare, sul processo di garanzie democratiche e dello Stato di diritto attraverso politiche di cooperazione forti.

Occorre anche una dinamica regionale, coinvolgendo l’Algeria, che ha un ruolo centrale in quell’area, e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, per promuovere un piano di stabilizzazione del Sahel.

Serve infine una dinamica politica per negoziare, isolando gli islamisti ed accordandosi con i tuareg su una soluzione ragionevole.

Come è possibile che il virus neoconservatore abbia potuto conquistare tutte le menti? No, la guerra non è la Francia. È tempo di porre fine ad un decennio di sconfitte. Dieci anni fa, in questi giorni, eravamo riuniti alle Nazioni Unite per intensificare la lotta contro il terrorismo. Due mesi dopo è iniziato l’intervento in Iraq. Da allora in poi non ho mai smesso di impegnarmi per risolvere le crisi politiche e per uscire dal circolo vizioso della forza. Oggi il nostro paese può fare da battistrada per abbandonare questo stallo bellico, se si inventa un nuovo modello di impegno, fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni dei popoli e sul rispetto per la diversità. Questa è la responsabilità della Francia di fronte alla storia”.

Dominique de Villepin, ex primo ministro francese

http://www.lejdd.fr/International/Afrique/Actualite/Villepin-Non-la-guerre-ce-n-est-pas-la-France-585627

Autore del celebre ed “eroico” discorso contro la guerra in Iraq, che non gli è mai stato perdonato dai neocon

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/25/la-nostra-capacita-di-costruire-un-mondo-migliore-buon-natale/

“La questione della guerra è entrata prepotentemente dentro la campagna elettorale. Si è aperta un’interessante dialettica fra Sel e il Pd, quest’ultimo immediatamente pronto a sostenere Hollande e a rendersi disponibile per un’avventura italiana. In effetti che non si tratterà di una marcia trionfale se ne è accorto anche Il Sole 24 Ore che dedica al tema l’editoriale di oggi firmato da Vittorio Emanuele Parsi (docente alla Cattolica di Milano, se non ricordo male): “Le guerre inutili dell’Occidente“, un articolo e un titolo sorprendenti per il luogo dove sono collocati. Come giustamente scrive Parsi: “più diventavamo consapevoli della insufficiente efficacia dello strumento militare e più ci abbiamo fatto ricorso: in parte perchè le circostanze lo consentivano in virtù della nostra straordinaria superiorità logistica e tecnologica; in parte perchè non sapevamo che altro fare in assenza di un altrettanto rampante superiorità politica”. Eh già, proprio così: l’Europa come soggetto politico non esiste”.

Alfonso Gianni, 18 gennaio 2013

“Sono deluso dalle potenze occidentali. Adesso, ad esempio, c’è la Francia che si è impegnata in Mali. Vorrei chiedere: qual è lo scopo reale del coinvolgimento militare, adesso, della Francia? È ancora una ri-colonizzazione? … Quando vedo interventi di altri Paesi europei, quando si decide – ad esempio – che non si daranno più aiuti finanziari a questo Paese, non si concederà più questo o quell’intervento, io mi domando: è proprio per fare fronte a quella crisi, oppure per creare una situazione molto più difficile, di dipendenza sempre maggiore dall’Europa?”

Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, capitale del Ghana

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“L’intervento francese sa molto di un’ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi.  Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano”.

padre Alberto Rovelli, per vent’anni missionario dei Padri Bianchi in Mali

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“Quando si entra in un conflitto, si accendono dei fuochi che poi non si possono spegnere. E se la cura fosse peggiore del male? Il Burkina Faso e l’Algeria sono particolarmente restii all’idea di un intervento militare e sono due paesi estremamente importanti in quell’area. Senza un loro coinvolgimento le difficoltà si moltiplicheranno. Non sarà un intervento militare a risolvere la questione dell’unità del Mali, soprattutto quando si vede che il Mali è uno stato al collasso. Prendere il controllo del Nord senza che vi sia alcun fattore di disciplinamento equivale a fondare l’intera impresa sul vuoto”.

Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere – Francia, attuale direttore di ricerca presso la Fondazione Medici Senza Frontiere

http://www.journaldumali.com/article.php?aid=5513

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In Mali per ragioni umanitarie

“È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa – anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” – ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima”.

Lucio Caracciolo

http://temi.repubblica.it/limes/quel-che-resta-del-colonialismo/41614

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“Mali, la guerra per l’uranio. Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio, oltre a petrolio e gas”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37528.html

“I movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger. La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e ad avanzare verso Bamako.

Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigerini cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012″.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37532.html

“Per il momento, non vogliono testimoni nè giornalisti pullulando nella zona del conflitto. Non vi chiedete per caso perchè non avete ancora visto nessuna immagine di quello che sta succedendo sul terreno? Dove sono le vittime? I feriti? Gli edifici bombardati? Le truppe in combattimento?

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente si può pensare che si stia cercando di evitare che si producano nuovi sequestri o di garantire la nostra sicurezza. Ma il risultato è solo uno: si sta occultando la possibilità di informare, e pertanto, si sta attaccando la libertà di stampa, e la verità. Ricordo una frase che ho imparato all’università (credo che non sia stato al bar, ma non ne sono sicuro), e diceva che “nelle guerre la prima vittima è la verità”. E in questa, come in altre, si corre lo stesso rischio se non arrivano presto i giornalisti al fronte.

E se il problema è la nostra sicurezza, solo aggiungo che ognuno dei giornalisti presenti in Mali è cosciente dei pericoli che può o che vuole assumere, e ognuno arriverà fino a dove gli sembri ragionevole nel suo desiderio di informare nella maniera più veridica e adeguata. Quello che voglio dire è che siamo persone adulte. Quello che voglio dire è che non mi piace che mi si limiti nel mio dovere di informare. E che i miei rischi sono miei, e solo miei. Non so come voi la vedete”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37538.html

La nostra capacità di costruire un mondo migliore – Buon Natale

 

dominique-de-villepin

In questo tempio delle Nazioni Unite, noi siamo i guardiani di un ideale, noi siamo i guardiani di una coscienza. La pesante responsabilità e l’immenso onore che sono i nostri, ci devono portare a dare la priorità al disarmo nella pace. Ed è un vecchio paese, la Francia, di un vecchio continente come il mio, l’Europa, che ve lo dice oggi, che ha conosciuto le guerre, l’occupazione, la barbarie. Un paese che non dimentica e che sa tutto ciò che deve ai combattenti della libertà venuti dall’America e altrove. E che tuttavia non ha smesso di restare in piedi di fronte alla Storia e di fronte agli uomini. Fedele ai suoi valori, esso vuole agire risolutamente con tutti i membri della comunità internazionale. Esso crede nella nostra capacità di costruire un mondo migliore.

Dominique de Villepin, discorso pronunciato all’ONU contro la guerra all’Iraq, il 14 febbraio 2003.

Perché proprio ora? Riguardo alla pubblicazione di uno studio sull’impatto di un attacco terroristico nucleare a Washington

Forse è una coincidenza, o forse no. Quel che mi pare certo è che Randy Larsen ragiona come uno psicopatico.

Questo è ciò che il governo degli Stati Uniti immagina sarebbe successo se i terroristi avessero fatto esplodere una bomba nucleare a pochi isolati dalla Casa Bianca: l’esplosione avrebbe distrutto tutto nel raggio di un miglio e mezzo. Un’intenso flash accecherebbe gli automobilisti a diverse miglia di distanza. Una nube radioattiva potrebbe spingersi verso Baltimora.

Ma c’è una conclusione sorprendente: una bomba da 10 chilotoni fatta esplodere da dei terroristi a Washington non  spazzerebbe via la metropoli: “Non è la fine del mondo”, ha detto Randy Larsen, un colonnello in pensione dell’Aeronautica Militare e fondatore dell’Institute for Homeland Security. “Non è uno scenario da guerra fredda”.

Il Campidoglio (United States Capitol), la Corte Suprema, i monumenti a Washington, Lincoln e Jefferson, nonché il Pentagono, si troverebbero in aree caratterizzate da “danni leggeri” e lievi lesioni.

Lo studio intitolato “I fattori chiave di una risposta pianificata ad un attentato terroristico nucleare,” è stato realizzato nel mese di novembre dal Dipartimento della sicurezza nazionale (Homeland Security) e dalla National Nuclear Security Administration.

Martedì scorso, la Casa Bianca ha rivelato che la minaccia del terrorismo nucleare è stata una delle questioni centrali nei recenti colloqui tra il presidente Barack Obama e il primo ministro del Pakistan.

C’è un precedente importante.

Il 27 maggio del 2004 il Washington Post pubblicò un articolo dal titolo “Haig disse che Nixon aveva ironizzato sull’idea di far esplodere una bomba atomica sul Congresso”. Era il marzo del 1974, alcuni mesi prima del suo impeachment, il capo di stato maggiore era il generale Alexander Haig, il segretario di stato era Henry Kissinger. Haig rivelò a Kissinger che Nixon gli aveva chiesto di “portargli la palla”, che nel gergo significava i codici per ordinare degli attacchi nucleari, e che intendeva usarla contro la Collina, ossia il Congresso – un messaggio in stile mafioso per chi intendeva farlo destituire. La scelta del quotidiano principe dell’establishment di riesumare la notizia in piena Guerra al Terrore forse non fu casuale.

Webster Tarpley ha ipotizzato che in quei mesi che fosse in preparazione un superattentato che sarebbe servito a provocare una guerra con l’Iran, per sventare il fallimento dell’occupazione dell’Iraq, con una disperata fuga in avanti. L’attacco si sarebbe verificato verosimilmente nell’ottobre del 2004. Lo temevano anche Jacques Chirac e Dominique de Villepin  che si spesero in prima persona per scongiurarlo e si meriterebbero il Nobel per la Pace di Obama. Invece hanno ricevuto fango:

http://www.serendipity.li/wot/tarpley/tarpley.htm

http://www.meforum.org/772/the-chirac-doctrine
http://dust.it/articolo-diario/la-strategia-del-fango/

http://www.eurasia-rivista.org/silvia-coattori-intervista-giorgio-s-frankel-israele-non-cedera-mai-i-territori-occupati/9570/

Il piano prevedeva un bombardamento preventivo israelo-statunitense dei siti nucleari iraniani ed un possibile attacco terroristico con uso di armi di distruzione di massa sul suolo americano di cui i media avrebbero incolpato l’Iran. Per mesi si era parlato dell’imminente conflitto con l’Iran, giudicato responsabile del vigore con cui la resistenza irachena resisteva agli occupanti e, secondo Webster Tarpley, non si procedette con il piano solo perché una fazione ostile ai neocon e vicina alle forze armate americane, anch’esse contrarie a quest’azione, spifferò tempestivamente il nome di un sospetto agente del Mossad invischiato con i neocon.

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