Nuovo Ordine Mondiale di incultura e chiacchiere – senza distintivo (Roberto Vacca su M5S)

Nuovo Ordine Mondiale di incultura e chiacchiere – senza distintivo –

di Roberto Vacca, 17/3/2013

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto contributi pubblici. I messaggi programmatici del movimento, poi, sono in gran parte vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da tante parole disseminate in rete con video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano tristemente la Dianetica dello scrittore di FS Ron Hubbard, movimento trasformato in Scientology (chiesa condannata per vari reati, ma che soprattutto ha diffuso confusione di idee inutili).

Pare che una delle basi culturali di M5S sia un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio) che si chiama NWO, New World Order e descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto ferme e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, informa che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse non solo da messaggeri e anche da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire con il Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare e arruolare gli italiani. Hitler si assicurò il successo con i film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri – riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò pesantemente la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Poi vaticina che nel 2020 scoppierà la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccideranno miliardi di persone. Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. È vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. [Molti decenni fa, lo aveva già detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante].

Così comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee [quali?] e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy” – democrazia in rete. Nel 2047 Google, che avrà comprato Microsoft, realizzerà “Earthlink” la nostra identità online – chi non l’avrà non esisterà più. Nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolverà i problemi più difficili con una struttura chiamata “braintrust”. Nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte. Nel 2054 ci sarà GAIA [1] – il governo mondiale senza partiti, né religioni, né ideologie. Saremo tutti liberi e parteciperemo della “collected knowledge” – conoscenza raccolta. Con tutta questa conoscenza, un altro video apre con: MAN IS GOD di stantio sapore Nietzschano.

Questa accozzaglia informe denota l’incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Meno volgarmente proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non hanno studiato. Usano un linguaggio scheletrico e invece di descrizioni e analisi riesumano “catchword” [neologismi di moda] prendendole in prestito ovunque senza discriminazione. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (productor + consumer). Però manca ogni riflesso degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Occorre valutare e controllare la qualità: prescrizione alla base dei successi della tecnologia, dell’innovazione, dell’alto rendimento di gruppi umani organizzati. Questi sedicenti guru sembrano credere che diffondere conoscenza sia un lavoretto facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemini, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale è l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare  e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati. Liberalizzare tutto è concetto molto attraente, ma non è un modo di ottimizzare la qualità. Fra gli esempi citati, c’è la “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la può fare da sé. Non solo. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati spesso inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari.

Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin non è una patente di competenza professionale.

Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri, interessanti, utili non si improvvisano. Aiutare il pubblico e i giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole e necessario, ma la scuola lo sta facendo troppo poco.

Chi è a favore della rivoluzione M5S farebbe bene a meditare su quanto ho scritto e ad informarsi.

Mi sembra probabile che M5S sia un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di G Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

Diritto all’informazione e dovere di comunicazione: prospettive divergenti, convergenti o parallele?

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Diritto all’informazione e dovere di comunicazione

prospettive divergenti, convergenti o parallele?

L’incontro vuole costituire occasione di confronto su come nell’epoca di Internet il diritto all’informazione rivendicato dai cittadini trovi corrispondenza nella comunicazione garantita dai mass media e dai suoi principali attori, i giornalisti. Le due componenti non sempre sembrano convergere su prospettive e visioni comuni e anzi, sempre più spesso, si avverte una sorta di distanza fra le aspettative degli uni e le proposte degli altri, cui sembrano porre rimedio canali alternativi di comunicazione autogestita quali i blog o l’uso dei social network.

Cosa si deve intendere allora per diritto all’informazione e per dovere alla comunicazione? In che relazione si pongono queste due diversi livelli d’azione? Quanto il diritto all’informazione è soddisfatto oggi dall’esercizio della comunicazione, o meglio come il mondo della comunicazione interpreta e fa proprio il diritto all’informazione? Cosa significa essere informati e comunicare oggi? Internet e l’uso diffuso dei social network quanto hanno influenzato la percezione di questi due livelli d’azione? I mass media in generale sono ancora in grado di soddisfare la richiesta d’informazione diffusa e di fornire modelli di comunicazione indipendenti o sono anch’essi sempre più ripiegati sulle esigenze poste dalle nuove domande informative e dai nuovi modelli comunicativi imposti dalla rivoluzione telematica? Per chi opera nel mondo della comunicazione che tipo di controllo e selezione viene esercitato sulle notizie e quanto è importante la cross medialità dell’informazione? E infine, l’accesso apparentemente libero ad Internet può essere causa suo malgrado di una limitazione oggettiva del diritto d’informazione?

Sono solo alcune delle domande o suggestioni cui i partecipanti alla tavola rotonda (Stefano Fait, Alberto Faustini, Enrico Franco, Adele Gerardi, Pierangelo Giovanetti e Giampaolo Pedrotti) cercheranno di rispondere nel corso in un dibattito che si preannuncia ricco di spunti interessanti sia per i temi al centro della discussione sia per il profilo professionale dei partecipanti stessi.

La tavola rotonda è organizzata dal Club Unesco di Trento, sorto nel 2011, con la collaborazione della Biblioteca comunale di Trento e dell’Associazione «Francesco Gelmi di Caporiacco».

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foto sfocata a tutela della privacy dei partecipanti
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BOZZA DEL MIO INTERVENTO IN ANTEPRIMA

(critiche ed osservazioni sono benvenute!)

Ma ognuno di noi, in una certa misura, è ormai direttore responsabile di quella microcentrale di news che è se stesso

Michele Serra

Sondaggio dell’Eurobarometro su dati di novembre 2011:

in Italia, in un anno (autunno 2010-autunno 2011), la fiducia nella carta stampata è crollata al 34% (-6%), la sfiducia è al 53% (+2%)

Fiducia in internet al 37% (-3%), sfiducia al 40% (stabile)

TV 40%, sfiducia al 49%

Radio 39% (crollo del 10%), sfiducia 42% (+2%)

Importante, analisi sociodemografica mostra che al crescere del titolo di studio cresce la fiducia in internet

Nel 2010 il 57 percento degli Americani aveva scarsa o nessuna fiducia nella capacità e volontà dei media di fare informazione in modo obiettivo ed accurato, il livello più alto degli ultimi quarant’anni.

Un altro sondaggio riportava addirittura un 63% di sfiducia.

Dal 1998 in poi il numero degli scettici non è mai sceso sotto la soglia del 44% e dal 2006 è nettamente maggioritario.

In un sondaggio mondiale la percentuale sale al 68%. Solo il 2% pensa che i media riescano ad essere obiettivi.

Internet è il mezzo di informazione di cui ci si fida di meno ma, paradossalmente, è simultaneamente quello che si considera più affidabile. In altre parole, tutti sanno che su Internet c’è di tutto, ma molti pensano di essere in grado di trovare informazioni più affidabili che sui media ufficiali. La TV è all’ultimo posto per fiducia.

Internet è di gran lunga la più importante fonte di approvvigionamento di informazioni: 49% su scala globale. E l’11% si informa attraverso i social network. 19% in Africa. Un quarto circa degli Europei si affida alla stampa ed un altro quarto alla TV.

Dato importante, quasi ovunque i giornali locali godono di una reputazione molto migliore di quelli nazionali.

L’informazione nazionale negli Stati Uniti è controllata da 6 megaimprese: Time Warner, Walt Disney, Viacom, Rupert Murdoch’s News Corp., CBS Corporation and NBC Universal. Fino a trent’anni fa ce n’erano decine: tutte assimilate dalle ultime rimaste.

Italia al 61° posto al mondo per la libertà di stampa, dietro la Nuova Guinea

Nel suo brillante “The return of the public” (2010), Dan Hind, giornalista di fama internazionale, ha proposto una visione semplice e rivoluzionaria al tempo stesso del giornalismo del futuro. I cittadini dovrebbero poter commissionare inchieste ed articoli a giornalisti indipendenti che sarebbero pagati con un canone e che risponderebbero del loro operato direttamente ai cittadini e non più ai tycoon dell’informazione. In questo modo la stampa locale e nazionale sarebbe sottoposta a pressioni competitive virtuose, mentre ci sarebbero dei giornalisti freelance specializzati in certi campi, disposti ad approfondire tematiche che i quotidiani sono impossibilitati a seguire per un lungo periodo di tempo e globalmente (perché non è questo il loro compito). In questo modello di giornalismo civile (o civico, o pubblico che dir si voglia), chiunque avesse una certa esperienza di giornalismo potrebbe presentare delle proposte per ricevere dei fondi da impiegare in inchieste specifiche in un settore di sua competenza. Questi giornalisti civici sarebbero tenuti a presentare il loro progetto alla cittadinanza prima e dopo l’inchiesta. La loro reputazione sarebbe legata non alla testata per cui scrivono, ma alla qualità del servizio che garantiscono in prima persona ed alla loro disponibilità ad impegnarsi su temi che interessano alla gente ma sono trattati solo occasionalmente dai media ordinari.

I vantaggi sarebbero molteplici: si riconquisterebbero all’informazione quei cittadini che non leggono più i quotidiani e si sperimenterebbero nuove forme di associazionismo e partecipazione civile. La gente si dovrebbe assumere la responsabilità di formarsi una visione più obiettiva della realtà invece di limitarsi ad accusare i giornalisti di incompetenza, pressapochismo e corruzione. Questo stesso modello, se si dimostrasse efficace, potrebbe essere esteso a ricercatori scientifici ed operatori museali. La valutazione delle proposte e delle attività sarebbe affidata ad assemblee di cittadini.

Partecipando all’indagine nella selezione dei suoi ricercatori, le persone comincerebbero ad interessarsi all’informazione ed alla scienza, ossia alla conoscenza nel suo complesso, che è l’architrave di una democrazia sana, di una società civile vitale. Si abituerebbero ad interrogarsi ed informarsi invece di abbandonarsi ad una certa passività. Nascerebbero nuove questioni, nuove controversie, nuove ricerche. Politici e cittadini commetterebbero meno errori, risparmiando risorse, grazie ad una maggiore attenzione alla realtà ed una percezione più obiettiva dei fatti.

Non bisogna aver paura di ciò che è vero mentre ciò che è falso va messo in discussione. Si è liberi solo se si fa uno sforzo per restarlo elaborando le circostanze in cui ci si trova a vivere, altrimenti la libertà diventa una finzione

Alan Rusbridger, direttore del quotidiano britannico “Guardian”, si muove in questa direzione ed ha elencato le dieci regole dell’open journalism (The future of open journalism”, Guardian, 25 marzo 2012):

  1. incoraggia la partecipazione;
  2. non è un rapporto tra “noi” e “loro”;
  3. stimola il dibattito;
  4. favorisce la nascita di comunità intorno a interessi condivisi;
  5. è aperto al web;
  6. aggrega e seleziona il lavoro degli altri;
  7. ammette che i giornalisti non sono le uniche voci autorevoli e interessanti;
  8. promuove la diversità ma anche i valori comuni;
  9. riconosce che il giornale può essere l’inizio e non la fine del lavoro giornalistico;
  10. è trasparente e aperto alle osservazioni, comprese le correzioni, le spiegazioni e le aggiunte.


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