“La situazione è irta di difficoltà e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione” (Risposta a Mauro Poggi)

I dogmi di un passato tranquillo sono inadeguati al presente tempestoso. La situazione è irta di difficoltà, e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione. Poiché il nostro caso è nuovo, dobbiamo pensare in modo nuovo e agire in modo nuovo. Dobbiamo emanciparci.

Abraham Lincoln

Il post sullo sciopero europeo ha dato il via ad uno scontro sul futuro dell’Unione che non si vedeva dai tempi di Lincoln e Jefferson Davis ;oDDDDD

Io sono unionista (ma solo a certe condizioni) e Mauro è secessionista (dall’eurozona e non solo).

La mia più recente e massiccia contro-offensiva (“il nemico è alle porte”!) richiede un post specifico.

[le metafore belliche sono frivolo intrattenimento: il dibattito tra noi due è civilissimo anche se il tema è di importanza storica].

Ecco la mia più recente replica.

“Bernanke non è certo Mr. Trasparenza. Ha il compito di mentire per rassicurare i mercati. Gli Stati Uniti hanno deciso di potersi indebitare a piacere per sostenere l’export mondiale stampando dollari a manetta come se non ci dovessero mai essere delle conseguenze, come se il dollaro dovesse restare per sempre la valuta di riferimento globale. Ma se i soldi stampati servono solo per gonfiare bolle e non per investire nell’economia reale, gli effetti non possono che essere catastrofici.

Lincoln: “Il Governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessario per soddisfare il potere di vendita del Governo ed il potere d’acquisto dei Cittadini consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solo la suprema prerogativa del Governo, ma è anche la sua più grande opportunità creativa. Con l’adozione di questi princìpi, ai Contribuenti saranno risparmiate enormi quantità di interessi. Il denaro cesserà di essere il padrone e diventerà il servitore dell’Umanità“.

Quanti paesi hanno la massa critica necessaria per dirottare i loro investimenti nell’economia, lasciando che la finanza sia esposta ai suoi stessi marosi, senza dover pagare un dazio terribile a chi, per il momento, ha il coltello dalla parte del manico?

Non certo l’Argentina, per citare uno di quegli esempi che sempre si tirano in ballo in questo dibattito.

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Non mi pare che l’Argentina sia libera da turbamenti nei suoi rapporti con FMI e Banca Mondiale. Mi pare invece che sia perennemente sotto attacco e che le cose potrebbero andare anche peggio, se l’obiettivo primario non fosse l’eurozona:

http://www.ft.com/cms/s/0/d0213464-22b5-11e2-938d-00144feabdc0.html#axzz2BzeIa6Xg

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-25/ultimatum-argentina-ecco-perche-204319.shtml?uuid=Abnc8djG

E non sono solo le agenzie internazionali a tenerla sotto pressione:

“Il recente voto a sfavore dei tedeschi, insieme a Stati Uniti e Spagna, a una richiesta di prestito di 60 miliardi di dollari fatta dall’Argentina alla Banca Inter-Americana di Sviluppo per un progetto nella provincia di San Juan”

http://www.eurasia-rivista.org/argentina-e-fmi-a-confronto/17452/

Al di là dell’indegna faziosità dell’articolo che segue, i problemi esistono e l’Argentina si sta comportando proprio come la Germania e come la Grecia (su istruzione dell’FMI): riduce le importazioni ed espande le esportazioni (ma qualcuno però dovrà pure importare più di quel che esporta se vogliamo evitare che l’economia globale collassi – pio desiderio) e, ciò nonostante, “l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo”: http://www.linkiesta.it/buenos-aires-argentina#ixzz2BzmbsIZn

Le critiche a questo articolo di linkiesta del lettore Dave sono intelligenti:

“Fermo restando che l’incidente di Once non è una sorpresa per chi abbia almeno visto “La próxima estación” di Solanas e la relativa analisi del decadimento della rete ferroviaria argentina, l’articolo mi pare ingannevole.

È vero, infatti, che la situazione del Paese è assai meno florida di quanto possa apparire ad un osservatore idealizzante: l’inflazione è tale che non ha senso affiggere i prezzi sulle vetrine dei negozi, il pagamento a rate comporta interessi da strozzino anche solo per pagamenti da terminare in sei mesi. Ed è vero che il sistema di sussidi rende quasi più conveniente la disoccupazione (ma questa critica era stata rivolta anche al Regno Unito durante i disordini della scorsa estate), creando una sorta di clientelismo “io ti voto, tu mi mantieni”.

Tuttavia, non si vede come questo supporti il titolo per cui sarebbe una balla che “senza l’FMI si [stia] meglio”. L’Argentina ha dei problemi strutturali che non possono certo essere superati in dieci anni dopo una crisi, specialmente da un governo come quello dei “K”. L’articolo non storicizza la situazione attuale, sembra piuttosto uno stizzito cahier de doléances, talvolta basato su generalizzazioni (tutti cattolici appassionati di Evangelina Anderson: un’analisi profonda e per nulla razzista).

Storicizzando, si vedrebbe quanto le ricette dell’FMI abbiano contribuito alla situazione attuale: durante la stagione in cui l’Argentina veniva lodata dal FMI, le maggiori imprese e i servizi pubblici vennero svenduti ad offerenti esterni (p.es. Iberia e Marsans con Aerolíneas Argentinas) interessati a far profitto, socializzando le eventuali perdite. Infatti, anche TBA rientrò nel quadro di privatizzazioni selvagge effettuate da Menem.

In sintesi, la mia idea è che, se non si può dire che l’Argentina ora stia meglio, è forse plausibile affermare che stia “meno peggio”. D’altronde, se la situazione attuale, per difficile che sia, sembra un miglioramento, questo non depone certo a favore delle precedenti politiche iperliberiste. Prima di trasformare l’Argentina post-2001 in uno spot a favore dell’FMI, però, ce ne vuole”.

Anche il lettore “Andrea Corno” dice cose sensate senza nascondere i problemi:

“Vivo da 6 anni in Argentina, non sarebbe male che chi scrive sull’Argentina facesse un giro da queste parti e parlasse con chi ci vive, stante che i media principali hanno ormai la credibilita’ di Studio Aperto. Il riassuntino di 2 anni di Clarin che vediamo qui sopra, coglie molti punti rilevanti ma manca della profondita’ di analisi che solitamente contraddistingue linkiesta.

Le origini del disagio profondo sono di lunga data e collegano a doppio filo Argentina ed Italia, dai legami tra Peron ed i fascismi europei, all’ultima dittatura piduista degli anni 70 che ha fatto le prime voragini nei bilanci pubblici e distrutto l’industria nazionale, al governo Menem degli anni 90 che ha Craxianamente distrutto economia e senso dello stato. Non a caso Menem ha privatizzato cio’ di cui si parla nell’articolo, Treni, Energia, Aerei, intascandosi tangenti smisurate e favorendo imprese Statunitensi ed Europee, senza tralasciare l’Italia che in Argentina ha fatto affari come pochi altri paesi, lasciando gli argentini con un pugno di debiti.

In questo contesto, andrebbero affrontate alcune inesattezze o precisazioni:

1) le importazioni non vengono bloccate solo per riequilibrare la bilancia commerciale, ma anche e soprattutto perche’ il piano dell’Argentina e’ quello di ricostruire il suo tessuto industriale per ricominciare a creare lavoro. Non a caso si tratta del secondo paese al mondo dopo la Cina per creazione di posti di lavoro negli ultimi 10 anni. Senza copiare pedissequamente, dovremmo rifletterci.

2) ovviamente una crescita del 5/8% l’anno per 10 anni, con una riconversione industriale, e con un notevole miglioramento della qualita’ di vita delle fasce basse della popolazione, porta ad un aumento della matrice energetica del 15/18% l’anno, ovvero a piu’ che duplicare il consumo energetico in 10 anni. YPF che controlla gas e petrolio e’ ancora (si spera per poco) in mani straniere. L’Argentina ha un piano di generazione di energia sul nucleare che farebbe invidia alle destre piu’ destre d’europa ed uno su eolico e solare che farebbero invidia ai verdi piu’ verdi del mondo (guardare il sito ENARSA).

3) i sussidi per le famiglie con bambini poveri hanno come condizionante il fatto che i bambini partecipino alle attivita’ scolastiche ed a controlli medici. questo, assieme agli investimenti in educazione, passati dall’1,8 % sul PIL al 6.8% (!), sta ricomponendo la breccia culturale tra classi svantaggiate e classi alte.

4) piuttosto logico che quando cresci in forma sostenuta per diversi anni, riconvertendoti da una politica di importazione ad una di produzione nazionale, si generi un’inflazione a due cifre. concordo sull’articolo della scarsa affidabilita’ degli organismi di statistica ufficiali … ma non mi pare molto diverso dalle risate che ci facevamo sull’ISTAT in periodi similari italiani

… senza voler a tutti i costi difendere un governo che ha mille pecche, mi pare che l’Argentina abbia un progetto, che viene portato avanti tra mille problemi storici ed attuali, che le cose funzionino anche perche’ tenute assieme con il fil di ferro … ma quanto meno un’idea di futuro c’e’, sicuramente perfettibile, ma c’e’. A differenza di un’Europa senza piu’ idee e visione che quando avra’ finito di tagliare, si sara’ accorta di essersi letteralmente tagliata anche gli organi produttivi …”

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Il vincolo esterno non è di per sé un concetto sbagliato. Siamo e dobbiamo essere interdipendenti e dobbiamo assumerci delle responsabilità, per migliorare tutti assieme. Il problema è che invece di essere impiegato per creare un circolo virtuoso che tenga conto dei modi e dei tempi più idonei per popoli che hanno stili di vita diversi e che non vanno omologati, è diventato un circolo vizioso in cui lo standard è quello neoliberista e tutti si devono adeguare, volenti o nolenti. Se ci si disfacesse di questo dogma, resterebbero valide le osservazioni di un critico (censurato, come tanti altri) di Bagnai:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/11/emilio-l-un-punto-di-vista-scomodo-su-eurozona-ed-economia-italiana/

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Sui separatismi non te la puoi cavare così ;op
è pressoché certo che la scissione in un’Europa di serie A ed una di serie B porterebbe al collasso di qualche stato nazionale, incluso il Belgio, se dovesse essere lasciato fuori dall’euronucleo assieme alla Francia, evento non improbabile, dato l’andamento dell’economia belga. Io sono contro la dicotomia “tutto proceda come sta procedendo” vs. “usciamo dall’eurozona”. Non puoi appiattirmi sul primo estremo per difendere il secondo. Uscire dall’eurozona avrebbe delle conseguenze geopolitiche immense e non si può far finta che tanto le cose vanno male comunque. Questa è proprio una delle ragioni per cui occorre restarci e combattere (lincolnianamente) per cambiarla.

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Ho già spiegato in molti post perché:

  1. per difendere il dollaro, ossia l’egemonia NATO nel mondo. Per lo stesso motivo entreremo in guerra con la Cina e la Russia;
  2. per portare avanti il progetto (razzista ed imperialista) dell’euronucleo (euro-marco):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/lucio-caracciolo-leuropa-e-finita-considerazioni-di-immenso-buon-senso-sulleuropa-sullitalia-e-su-altro-ancora/

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

Nei progetti delle oligarchie anglo-americane e di quelle europee continentali l’Unione Europea doveva essere serva della NATO (cf Brzezinski) e l’unione mitteleuropea fa parte di questo schema geopolitico (che Caracciolo e Luverà hanno denunciato qui sopra).

Naturalmente all’interno dello schema generale squali e squaletti portano avanti i propri rispettivi progetti, non sempre in linea con le linee guida – dubito ad esempio che la Germania non abbia un piano B se gli USA dovessero implodere in seguito all’ennesima crisi dei derivati e/o di una sconfitta bellica (la posizione sulla Libia farebbe intendere una volontà di dialogare con la Russia, come nelle intenzioni di Karl Haushofer) -, e quindi non esisterà mai una spiegazione generale perfettamente coerente.
Anche quella di Giorgio Gattei di UniBo ha le sue pecche.

Se ti ostini a non porti delle domande sulle motivazioni di chi sta muovendo i pezzi continuerai a vedere solo una parte della realtà e non sarai in grado di fare delle valutazioni realistiche di decisioni che avranno enormi ripercussioni per tutti noi. Peggio: farai il gioco di altri.

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CALIFORNIA: appunto e non vedo quale sia il problema nell’unificazione europea (anzi, euro-mediterranea) sul modello americano, se portata avanti con lo spirito di un F.D. Roosevelt o di un De Gaulle o di un Tsipras, ossia senza abolire gli stati e riservando loro una forte autonomia/sovranità. Lo sciopero generale europeo servirà ad infondere coraggio ai politici, intellettuali ed imprenditori di buona volontà.

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In precedenza la situazione non era mai stata così grave e le famiglie italiane non erano mai state così prossime al baratro. Perciò non si può dare per scontato che “anche stavolta ce la caveremo”.

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Il protezionismo lo fanno l’Argentina, lo fanno gli USA e lo facciamo noi nei confronti del Terzo Mondo (+ sussidi all’agribusiness che mettono fuori gioco i contadini africani). Figurati se Francia e Germania accetterebbero di lasciarci uscire dall’eurozona per poi distruggere le loro esportazioni, ossia l’unica possibilità che hanno di tirare avanti (nonché uno dei dogmi del neoliberismo che punta tutto sull’aumento delle esportazioni). Persino la Cina ci romperà i maroni, dato che rischia sommosse mastodontiche se solo la crescita scende sotto una certa soglia. Non solo, ci saranno guerre commerciali anche tra gli stessi PIIGS, in lotta per la sopravvivenza. Credere che le cose andranno diversamente è credere alle favole. La realtà non corrisponde ai nostri desideri.

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Senza capitali non ci può essere alcun rilancio dell’economia.

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Le cause della Rivoluzione in Europa – L’hanno fatto una volta, lo rifaranno ancora

All’improvviso è lì, l’ospite di un altro mondo. Potrebbe venire tra mille anni, o anche domani. Che cosa faremo allora? Come ci proteggeremo da noi stessi, se assumerà ancora una volta la forma di un essere umano – uno che ovviamente non rassomiglierà per nulla ad Hitler, ma che potrebbe ad esempio essere calvo, con una lunga barba ed una voce paterna? Oppure giovane e in forma, dall’aspetto sveglio ed irresistibile? […]. Sedurrà la gente dalla testa ai piedi, come fece Hitler, e non solo la testa come fa il marxismo, o la pancia come fa il capitalismo. Gli crederanno, come credono in un dio, e saranno disposti a morire per lui, al fianco delle sue vittime, sentendosi finalmente vivi.

Harry Mulisch, “Criminal Case 40/61, the Trial of Adolf Eichmann An Eyewitness Account”, 2005, pp. 149-150.

L’hanno fatto in passato e probabilmente lo rifaranno anche in futuro.

Robert Servatius, avvocato difensore di Adolf Eichmann.

Quali furono le cause del contagio rivoluzionario che attraversò l’Europa nel corso del 2012?

Erano già state individuate in un oscuro e prezioso libricino, pubblicato proprio all’inizio dell’anno da Vladimiro Giacché, economista e giornalista del Fatto Quotidiano.

S’intitolava “Titanic-Europa: la crisi che non ci hanno raccontato” e fu, naturalmente, ignorato dai media ufficiali. Fu il passaparola degli internauti a decretarne il meritato successo.

Ecco una sintesi dei punti-chiave.

CAUSE DELLA CRISI

Il settore edilizio statunitense era in affanno già dal 2005 per un eccesso di offerta che non era compensato dalle facilitazioni creditizie. Risultato: cittadini indebitati, crollo del valore degli immobili, crisi dei mutui subprime. Questi sono poi cartolarizzati, ossia trasformati in titoli obbligazionari per essere rivenduti a banche e fondi di investimento per coprire fittiziamente le insolvenze, come nelle scatole cinesi. La montagna di liquidità si rivela essere un’illusione, consistendo in realtà in una montagna di debiti.

A questo proposito, Giacché segnala che i debiti della banche sono superiori a quelli delle famiglie, negli USA ed in molti altri paesi.

Per questo le banche hanno stretto i cordoni della borsa, causando un congelamento degli investimenti.

PERCHÉ IL RUOLO DELLA FINANZA È DIVENTATO COSÌ PROMINENTE?

L’ipertrofia finanziaria è l’inevitabile conseguenza della diminuzione della crescita dell’economia mondiale.

Tra 1973 e 2008 il tasso di crescita è di poco superiore alla metà di quello registrato tra 1950 e 1973. Senza includere la Cina equivarrebbe ad un terzo.

I profitti si dimezzano in Germania, Francia e Italia, tra gli anni Sessanta e i primi anni del terzo millennio.

Nel 2009 Marchionne rivela che il mercato assorbe solo 2/3 delle auto prodotte. Ossia, ogni anno, si fabbricano 30 milioni di auto invendibili. Nel 2002 erano 22 milioni (fonte: Wall Street Journal). Le case automobilistiche sopravvivono solo grazie agli aiuti di stato. Lo stesso Marchionne infatti aggiunge che “le autovetture finanziate in Europa sono 3 su 4”. Alla faccia del liberismo!

La finanza è la via di fuga dal rallentamento dell’economia, ma comporta un’impressionante crescita del debito e la moltiplicazione delle crisi: tra 1945 e 1971 non si verifica nessuna crisi finanziaria. Tra 1975 e 2010, ce ne sono 160 (e 54 crisi bancarie).

Negli anni Novanta scoppia la bolla finanziaria giapponese e comincia la sua stagnazione che, salvo brevi intervalli dovuti alla crescita cinese, dura ancora oggi.

Nel marzo del 2001 scoppia la bolla della New Economy e la recessione colpisce gli Stati Uniti. I profitti delle prime 500 imprese dell’indice di Standard & Poor’s nel secondo trimestre del 2001 erano calati mediamente del 60%. Il 10 settembre la Banca dei Regolamenti Internazionali certifica che la recessione riguarda l’economia globale.

Apro una parentesi sulla BRI: “I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati”. Lo scrive Carroll Quigley – docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown, una delle massime autorità mondiali del suo tempo nel suo campo e mentore del giovane Bill Clinton, quando era uno studente universitario – in “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).

http://www.scribd.com/doc/71732657/Carroll-Quigley-Tragedy-and-Hope-2011-Ed

Chiusa parentesi.

Il mondo si salva dalla crisi che scoppierà nel 2008 solo grazie all’11 settembre. Nel novembre del 2001 la recessione ha termine.

Le imprese cercano di sfuggire alla contrazione dei profitti attraverso le attività finanziarie (la quota dei profitti generati in questo modo arriva al 40% del totale nel 2007), pretendendo (ed ottenendo) una marcata riduzione del carico fiscale, ma anche congelando o riducendo i salari.

Per questo, nel 2007 i lavoratori si ritrovano con un tenore di vita pari a quello del 1970. Se non se ne sono accorti è stato perché le banche hanno concesso prestiti agevolati e mutui ad alto rischio. Se vivono meglio è perché si indebitano di più. Si realizza il sogno del capitalista: i lavoratori guadagnano di meno ma consumano di più!

Nel 2007 il tasso di indebitamento in rapporto al reddito disponibile è del 176% in Irlanda, 145% nel Regno Unito, 138% negli Stati Uniti, 123% in Canada, 115% in Spagna

La cosa ha funzionato finché il valore degli immobili continuava a crescere e restava salda la percezione che la tendenza sarebbe continuata. Da 5 anni questo credenza si è infranta.

Successivamente, la retorica del libero mercato ha lasciato il posto agli aiuti di stato per “il salvataggio dei mercati” (Ben Bernanke).

Così, tra autunno 2008 e primavera 2009, almeno la metà delle 20 maggiori banche mondiali riceve un sostegno governativo diretto. Fino al giugno del 2009 il sistema bancario riceve, nel complesso, 14mila miliardi di dollari (equivalenti al colossale debito degli Stati Uniti!!!). Ora le autorità monetarie e i governanti europei ci spiegano che sono stati i cittadini comuni a vivere al di sopra delle proprie possibilità. D’improvviso, le nazionalizzazioni di Northern Rock, Royal Bank of Scotland e Dexia sono diventate un aspetto marginalissimo della questione.

I dati indicano, invece, che si è verificato “un gigantesco trasferimento del debito privato nel debito pubblico, ossia a una semplice socializzazione delle perdite” (Giacché, p. 43). Senza che peraltro si sia provveduto ad introdurre regole per evitare che questi eventi si ripetano. Non è per caso che il mercato dei derivati abbia toccato livelli record.

Contemporaneamente, le banche usano i soldi ricevuti non per risanarsi e concedere prestiti ai cittadini (rilanciando l’economia), ma per investire nei titoli di stato, i cui rendimenti sono superiori al tasso d’interesse a cui hanno ricevuto i prestiti dalle banche centrali.

 

IL PROBLEMA DEL DEBITO

Il debito complessivo, nel 2011, è pari al 310% del PIL mondiale.

Il governo italiano interviene con 30 miliardi annui di incentivi pubblici.

Chi paga? Per circa il 70% del totale i lavoratori dipendenti, in Germania come in Italia.

Così, dal 2007 al 2010 l’indebitamento della Germania cresce del 30%.

Quali sono le nazioni più indebitate?

In termini assoluti, gli Stati Uniti (oltre 14mila miliardi di dollari di debito e un deficit annuale di 1.300 miliardi di dollari).

In rapporto al PIL, il Giappone (229% contro il 120% italiano). Per ripagare il suo debito il Giappone dovrebbe devolvere tutte le sue entrate annue per vent’anni!

Se invece sommiamo debito pubblico e debito privato, vince la Gran Bretagna: già nel 2008 aveva raggiunto il 469% del PIL. Al secondo posto il Giappone (459%), Spagna (342%), Francia (308%), Italia (298%). Il Regno Unito manterrà o allargherà verosimilmente questo margine di vantaggio, dato che il suo deficit statale era del 10,4% nel 2010 e dell’11,7% nel 2011. Quello statunitense ha raggiunto la soglia del 10% del PIL. Gli USA sono una nazione allo stremo:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-zombificazione-degli-stati-uniti-e-pensano-di-potersi-permettere-unaltra-guerra/#axzz1od3sL7a5

che, nel 2010, ha dedicato il 20% delle sue spese alle forze armate. Con Obama si è raggiunto il 5% del PIL, superiore a quello dell’amministrazione Bush. Gli Stati Uniti non hanno mai speso così tanto per la voce armamenti dal tempo della fine della Seconda Guerra Mondiale. Intanto l’aspettativa di vita dei suoi cittadini li colloca ad un miserevole 37º posto nel mondo e le tasse sulle imprese sono pari a ¼ di quelle pagate dai cittadini (durante la Grande Depressione il rapporto era 1:1 e durante la Seconda Guerra Mondiale le imprese pagavano il 50% in più). Nel 2010 la General Electric non ha pagato un dollaro di tasse negli Stati Uniti. Il calo dei redditi è stato del 3,2% tra 2007 e 2009 e del 6,7% tra 2009 e 2011.

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/the-big-squeeze-us-and-uk-income-drop-2002-2013/

Ho già descritto altrove la crisi del debito eurozona:

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/basta-prendersela-coi-tedeschi-siamo-tutti-sulla-stessa-barca/

I lavoratori tedeschi hanno già subito molto, avendo perso il 4,5% del salario in termini reali (al netto dell’inflazione) dopo l’introduzione dell’euro. In nessun altro paese dell’eurozona si è registrata una diminuzione paragonabile a questa.

MENZOGNE SUI PIIGS E L’EURO:

Lavorano troppo poco: prima della crisi i Greci lavoravano in media 44,3 ore in settimana, contro una media europea di 41,7 e quella tedesca di 41 ore;

Sono sempre in ferie: avevano 23 giorni di vacanze contro i 30 dei Tedeschi;

Hanno stipendi eccessivi: ricevevano il 73% del salario medio dell’eurozona e gli insegnanti erano pagati il 40% in meno che in Germania;

Pensioni d’oro e pensioni baby: andavano in pensione dopo i Tedeschi e ricevevano il 55% della media del’eurozona;

Il grande problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e, in misura minore ma sostanziale, Italia e Francia, è che all’ingresso nell’eurozona è corrisposta la deindustrializzazione. Nessuno di questi paesi poteva competere con la Germania senza svalutare (la dracma era stata svalutata del 45% rispetto al marco nel decennio precedente all’introduzione dell’euro). Così le esportazioni tedesche verso la Grecia sono aumentate a dismisura, tra il 47% ed il 94% a seconda dei settori.

Ciò nonostante, la Grecia non se la stava cavano male, fino al 2008. Poi si è trovata a dover salvare le due maggiori banche private del Paese. Questo ha fatto esplodere il deficit, che è passato da un ATTIVO del 2,9% nel 2006 ad un passivo del 32% nel 2010.

Dal 2010 le misure di austerità dei governi greci hanno ridotto il reddito dei Greci del 20%. Il conseguente crollo dei consumi e degli investimenti ha fatto esplodere il rapporto debito/PIL, che potrebbe arrivare al 180% nel 2012. Il deficit ha superato il 10% nel 2010.

Se, nel 2010, le autorità europee avessero speso 167 miliardi di euro per riportare il debito greco sotto controllo, all’80% del PIL, pari a quello tedesco, si sarebbe evitato questo buco nero. Quella stessa cifra è stata però spesa nel 2008-2009 per salvare Bank of America, Royal Bank of Scotland, Ing e Goldman Sachs.

Non contenti di aver fallito con la Grecia, gli eurocrati hanno applicato le stesse “terapie” alle altre nazioni, ad esempio in Irlanda per salvare le banche tedesche e britanniche (esposte rispettivamente per 184 e 188 miliardi di euro). L’Italia, che aveva un debito pubblico sotto controllo ed il più grande avanzo primario cumulato dell’intero Occidente, è stata (è) un’altra vittima: “il buco è stato colmato con l’IVA…un’imposta regressiva: le tasse indirette infatti colpiscono i poveri più dei ricchi, e questo perché la proporzione del reddito speso in beni di consumo è maggiore per gli stupendi bassi che per quelli alti” (p. 103-104).

Anche la Francia è a rischio. Il debito è cresciuto di quasi il 28% tra 2007 e 2010 e la bilancia commerciale ha un disavanzo annuo di oltre 100 miliardi di euro.

IN PRINCIPIO ERA HITLER (NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI, LA DIRIGENZA EUROPEA È COMPOSTA DA FANATICI)

Nouriel Roubini dixit: “come negli anni trenta, stagnazione prolungata, depressione, guerre valutarie e commerciali, controlli sui capitali, crisi finanziaria, insolvenze dei debiti sovrani e grande instabilità sociale e politica”.

Dylan Grice, analista di Société Génerale, osserva che sono state le politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning a far balzare la disoccupazione al 30%, regalando milioni di voti ai nazisti.

Giacché cita lo storico dell’economia Derek Aldcroft: “Per tutta la seconda metà del 1930 e del 1931 la situazione economica si deteriorò costantemente ovunque. Con la caduta dei redditi il bilancio statale e i conti con l’estero divennero squilibrati e la prima reazione dei governi fu quella di varare provvedimenti deflazionistici, che non fecero che peggiorare le cose”.

Si associa ed aggiunge: “Quello che allora ne seguì è noto: ascesa al potere di Hitler, guerre valutarie, protezionismo e guerre commerciali, e infine la seconda guerra mondiale. Fu quest’ultima a risolvere la crisi, uccidendo oltre 50 milioni di persone e distruggendo capitali e forze produttive in misura senza precedenti per la storia dell’umanità” (pp. 130-131).

Cosa succederà? “Il processo di rientro dai deficit pubblici sta aggravando la crisi della domanda interna…siccome il settore privato sta già diminuendo i propri investimenti a causa della crisi, la forte diminuzione anche degli investimenti pubblici non farà che peggiorare la situazione. Non solo. Siccome questi risparmi sono attuati contemporaneamente in tutti i Paesi europei, e siccome il mercato europeo è fortemente integrato e interconnesso…la crisi della domanda interna diventa immediatamente crisi dell’export reciproco” (p. 133).

Repetita iuvant: “La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana per la crescita, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale contro la disoccupazione: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato…si tratta di un fenomeno evidentissimo a chiunque provi a ragionare con la propria testa su quanto sta accadendo, senza farsi intrappolare dai cliché e dalla frasi vuote sull’argomento” (pp. 138-139).

I governanti europei sono colpevoli di crimini contro l’umanità: “bisogna avere il coraggio di dire che il raddoppio in tre anni del livello di suicidi in Grecia non è un effetto collaterale “naturale” della crisi, ma un vero e proprio crimine che ha mandanti ed esecutori” (p. 140).

I governanti europei sono nemici della democrazia: “Chi avrebbe detto che proprio quell’Europa che pretende di insegnare la democrazia a tutto il mondo, e talvolta di esportarla con i bombardieri, avrebbe impedito a un governo di organizzare un referendum popolare sulle misure di austerity da assumere come è avvenuto in Grecia? Chi avrebbe mai considerato normale che l’esito delle elezioni in Portogallo fosse ritenuto irrilevante, perché comunque il programma da seguire era già stato scritto a Bruxelles e a Francoforte? E che dire dell’Italia, dove si è ritenuto un atto di alta responsabilità nazionale impedire che si andasse alle elezioni anticipate dopo il catastrofico fallimento di un governo, oltretutto ormai privo di maggioranza parlamentare? In questi anni in Europa è successo letteralmente di tutto. La guida di fatto dell’unione Europea assegnata a Francia e Germania senza che questo sia previsto da nessun Trattato. Una Banca Centrale Europea che non può fare il prestatore di ultima istanza perché i Trattati le legano le mani, ma che in compenso manda lettera minatorie a governi di Paesi sovrani, dettando il proprio programma di governo (per giunta sbagliato). Parlamenti ricattati e costretti a votare l’inserimento in Costituzione di norme assurde e controproducenti come il vincolo del pareggio di bilancio. Tutto ciò mentre l’Europa degli accordi intergovernativi si adopera per modificare (in peggio) i Trattati esistenti facendo accuratamente in modo che nessun popolo europeo possa esprimersi con il voto su di essi” (p. 157).

La spada di Damocle sospesa sull’Italia: “La regola delirante della dimunizione del debito in ragione di 1/20 all’anno della quota che eccede il 60% del PIL resta appesa come una spada di Damocle sulle nostre teste: se applicata alla lettera essa comporterà per il nostro Paese manovre correttive annue da 50 miliardi di euro per 20 anni. Nietne paura, comunque: con i tassi d’interesse attuali, andremo in default molto prima” (p. 160).

La spada di Damocle sospesa su UK, USA e Giappone: “il contagio della crisi del debito sovrano difficilmente lascerà indenni tre grandi debitori pubblici quali il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone. In particolare la situazione del Regno Unito sarà aggravata dall’entità abnorme del debito delle banche che va aggiungendo a quello pubblico” (p. 160).

Rivoluzione o distruzione: “Ma davvero non c’è via d’uscita? È davvero un destino ineluttabile che una classe dirigente inadeguata riesca a provocare tutto questo? Forse no. Se il timoniere non vuole cambiare idee e rotta, resta pur sempre un’altra possibilità: cambiare il timoniere” (p. 161).

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