Se vuoi essere libero, non indossare vestiti prodotti da schiavi

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Ha senso lamentarsi dello sfruttamento a cui siamo sottoposti e poi indossare quotidianamente indumenti e accessori prodotti da esseri umani trattati come bestie?

Pensiamo forse che le pratiche consentite in un certo angolo del mondo non ci riguardino?

Non saranno mai importate qui perché l’effetto boomerang non esiste?

E allora perché una volta un salario per famiglia era sufficiente a campare?

E allora perché vi sentite costrette/i ad acquistare cheap/fast fashion “per risparmiare”?

Siamo tutti interdipendenti: nessuno può essere realmente libero finché qualcun altro è schiavo. Chi non lo capisce è abituato a vedere il singolo albero e non la foresta, a vivere alla giornata senza prendere in considerazione la prospettiva storica e il lungo periodo.

Un discorso analogo vale per il cibo: possiamo scegliere tra mangiare cibo salutare o comunque meno inquinato, spendendo di più (ma facendo amicizia con chi li produce o li vende), o rovinarci la salute per risparmiare. Alimentare l’industria del risparmio a ogni costo porta al congelamento o alla riduzione dei nostri salari, in un circolo vizioso che ci porterà alla badante e poi alla tomba diversi anni in anticipo.

Al giorno d’oggi, quando uno compra un diamante, cerca anche di capire la sua provenienza, accertandosi che non sia insanguinato (Il contrasto al traffico di ‘diamanti insanguinati’, fra guerre civili e violazioni dei diritti umani, Diritti umani e diritto internazionale, 2010).

È una buona pratica che dovrebbe essere estesa ad ogni nostro acquisto (es. come scegliere le uova).

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Se vuoi essere libero, non indossare vestiti prodotti da schiavi

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