Kissinger, Brzezinski e Putin stanno cercando di salvare Obama (un’altra volta)?

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

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Si tende a restringere lo spettro delle variabili in gioco in Ucraina a coppie di contrapposizioni schematiche e nette: Russia contro Stati Uniti, Russia vs Europa, neo-fascisti contro sinistra, Ucraina occidentale vs Ucraina orientale, ecc.

Ma ci sono varie fazioni tra gli oligarchi che compongono l’establishment e non è detto che tutte quelle associate, più o meno strettamente, agli Stati Uniti, siano impegnate a difendere il dollaro, o Wall Street.

È ipotizzabile che, in questa fase, Washington (lo Stato Profondo, per usare un’espressione alla moda) e Wall Street (banche d’affari) non siano in sintonia.

A questo proposito, mi interessa approfondire la questione della convergenza dei vecchi nemici della guerra fredda – Brzezinski, Kissinger e Putin – su delle possibili soluzioni della crisi ucraina e di quella siriana. Sull’Ucraina, come sulla Siria, le loro posizioni sono  sorprendentemente conciliabili.

Chi ragiona in termini rigidamente dicotomici preferirà aggirare questa dissonanza cognitiva, che invece va spiegata.

Partiamo da Obama, pupillo di Brzezinski. Sapeva a cosa andava incontro quando ha accettato di candidarsi, ma ora il gioco si sta facendo pesante.

Il Washington Post lo sta demolendo, paragonandolo a Jimmy Carter.

Leggendo l’editoriale si può capire meglio il significato di un paragone per nulla casuale: l’affaire Iran Contra servì a screditare Carter e far vincere Reagan. Il Washington Post non spiega ai suoi lettori che si trattò di uno sporco complotto interno che aveva precisamente quello scopo.

Coincidenza vuole che proprio il giorno del referendum in Crimea sia l’anniversario dell’incriminazione per complotto ai danni degli Stati Uniti di Oliver North e del vice-ammiraglio John Poindexter, orchestratori della crisi degli ostaggi con l’Iran.

E’ insomma in atto la carterizzazione di Obama.

Da un punto di vista caratteriale-psicologico Obama non è probabilmente la persona più indicata per quella carica, ma ci sono sicuramente stati molti presidenti meno idonei di lui, nella storia americana. La sua amministrazione è stata nel segno della continuità con quella repubblicana che l’ha preceduta, nella piena consapevolezza che, ai giorni nostri, senza l’appoggio di Wall Street e del Pentagono un presidente americano è completamente impotente, specialmente se il Congresso gli è ostile a prescindere.

Ma almeno, finora, ci ha evitati quel temuto conflitto in Medio Oriente che produrrebbe automaticamente un’escalation incontrollabile. Non ama Netanyahu.

Sarà la storia a giudicarlo.

Quel che ci interessa è che Obama è un presidente zoppo. Le varie rivelazioni sul sistema di sorveglianza totale creato dopo l’11 settembre da Bush e da lui perpetuato lo hanno messo in pessima luce; i suoi tentennamenti in politica estera lo hanno trasformato nel bersaglio degli editoriali neocon; la sua timidezza sul fronte della tutela dei diritti dei cittadini e dei consumatori gli hanno alienato le simpatie di moltissimi elettori progressisti.

Domani si vota il referendum in Crimea e sembra sempre più chiaro che questa, come la faccenda delle armi chimiche di Assad, sia l’ennesima trappola tesagli dai suoi nemici, che controllano il nuovo governo ucraino ma anche alcune posizioni chiave della sua amministrazione (Victoria Nuland, lo sponsor del primo ministro ad interim Arseniy Yatsenyuk, è la moglie di Robert Kagan, l’imperialista per antonomasia).

Se è vero che è stato il nuovo governatore di Donetsk, il multimiliardario Taruta, a pagare gli autobus che hanno portato decine di militanti anti-russi a manifestare nell’est filo-russo proprio in coincidenza con una manifestazione anti-governativa – scontri, due morti – allora è chiaro che il nuovo governo che l’ha nominato gli ha dato espressamente l’incarico di gettare le basi per quel caos che potrebbe provocare un intervento russo.

Anche se quest’idea non è facile da accettare, la crisi ucraina ha molti obiettivi (espandere la NATO, togliere di mezzo Putin, inventarsi una nuova guerra perpetua dopo la morte di Osama Bin Laden, “risolvere” la crisi finanziaria), però quello principale è di politica interna.

I neocon/sionisti reazionari (Kagan, McCain, Soros, Netanyahu, ecc.) vogliono un loro uomo al posto di Obama, se possibile anche prima del 2016, e hanno agito in vista delle elezioni del Parlamento europeo (22-25 maggio) e soprattutto delle elezioni congressuali USA (4 novembre).

Sapendo bene come avrebbe reagito Putin alla prospettiva di perdere il controllo di Sebastopoli, hanno infilato Obama in un vicolo cieco in cui può solo perdere la faccia. Obama e Putin: due piccioni con una fava.

Altri oligarchi si oppongono a questa offensiva. In altre circostanze le alleanze saranno diverse. Non ci sono buoni in questa disfida. Queste persone giocano a scacchi con le nazioni e le vite di milioni di persone.

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3 commenti

  1. bortocal said,

    15 marzo 2014 a 16:45

    sono – stranamente – in accordo con tutte le tue analisi ucraine e le trovo molto documentate e ben fatte.

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  2. 17 marzo 2014 a 20:32

    Il senatore McCain è una delle “repubblicanaglie” più candidamente spudorate; si fa fotografare abbracciato a fondamentalisti islamici (Libia e Siria) e a nazisti (Ucraina), tutto fa brodo, basta “esportare la democrazia (?!?)”
    Comunque, queste pazzesche contraddizioni preannunciano…contraddizioni future ancora più pazzesche, che, sempre più difficili da nascondere e/o giustificare dai media controllati, contribuiranno non poco a minare la credibilità del neoliberismo atlantico armi in pugno.

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