La principessa sorridente e il futuro dell’Afghanistan

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Ho reso il Messico, e specialmente Tampico, sicuro per gli interessi petroliferi statunitensi nel 1914. Ho contribuito a rendere Haiti e Cuba dei posti decenti per i tizi della National City Bank che raccoglievano le tasse; ho contribuito a stuprare mezza dozzina di repubbliche centroamericane a beneficio di Wall Street. Ho rastrellato il Nicaragua per la banca internazionale Brown Brothers, nel 1902-1912. Ho illuminato la Repubblica Dominicana per gli interessi degli zuccherieri statunitensi nel 1916. Ho reso l’Honduras il posto giusto per le aziende della frutta statunitensi, nel 1903. In Cina nel 1927 ho fatto in modo che la Standard Oil potesse agire indisturbata …. Guardando indietro, dire che avrei potuto dare ad Al Capone alcuni suggerimenti. Il meglio che poteva fare era imporre il racket in tre quartieri di una città. Noi marines operiamo su tre continenti.

Generale Smedley D. Butler

La situazione è particolarmente confusa, in Afghanistan, almeno dai tempi di re Amanullah Khan, l’Ataturk afgano, monarca riformatore che ebbe il merito di pacificare il paese, ridimensionare l’influenza britannica, introdurre la prima costituzione, contrastare la mentalità patriarcale e tribale tutelando i diritti delle donne e promuovendo la loro educazione. Fu deposto con un colpo di stato nel 1929 ordito dagli inglesi, che si avvalsero del malcontento dei capi tribali più reazionari. Morì in esilio in Svizzera, dopo un lungo soggiorno in Italia.

Dopo gli inglesi arrivarono i sovietici e in seguito gli americani che crearono forze di guerriglia, i mujaheddin, che non si comportavano meglio di volgari predoni e narcotrafficanti, arrivando a uccidere l’amatissimo comandante Massoūd, un potenziale nuovo Amanullah Khan, due giorni prima del famigerato 11 settembre 2001.

Oggi ci sono decine di migliaia di soldati di decine di Paesi che combattono contro quegli stessi talebani che ora sono schierati contro Assad in Siria. Si sono avuti ripetuti casi di violenze e abusi perpetrati da soldati occidentali ai danni della popolazione, ma anche di reclute delle forze armate e forze dell’ordine afgane che hanno attaccato i soldati internazionali. La popolazione si sente presa tra due fuochi, in uno stallo bellico. In caso di attacco israeliano all’Iran, il caos ingolferebbe di nuovo il paese e questi contingenti, isolati nel centro dell’Asia.

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Forse è anche per tutto questo che la sala conferenze del Grand Hotel Terme di Levico, lo scorso venerdì 26 luglio, si è riempita di un folto pubblico che nel corso della serata si è dimostrato smaliziato e ha rivolto a Soraya Malek, nipote romano-afghana di Amanullah Khan, e a Luca Costa, esperto del  Ministero degli Affari Esteri e consulente penale per la missione europea di polizia in Afghanistan (EUPOL), una serie di domande per nulla scontate, che hanno reso giustizia al titolo dell’incontro: “Afghanistan, tra passato e futuro”.

La “principessa” vuole per quel paese quel che chiunque vorrebbe per il proprio: una società libera, prospera, in pace. Anche tenendo conto di questi precedenti, ha pragmaticamente intrapreso un percorso di riforme dal basso, attraverso la solidarietà internazionale: un modello di impegno fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni della popolazione, in particolare quella femminile, e sul rispetto per la diversità.

La sua intenzione era quella di mostrare al pubblico l’altra faccia dell’Afghanistan: milioni di persone ordinarie che ne hanno abbastanza e non vogliono dover emigrare per poter garantire ai propri figli una vita dignitosa.

Tuttavia il filmato ambientato tra le truppe del contingente italiano –  “Il Ballo”, del fotoreporter Romano Martinis (accessibile su youtube e vimeo) –, che a chi scrive ha trasmesso l’impressione di un Vietnam italiano, le foto dell’archivio della famiglia reale e un’intervista ai protagonisti di un’impresa tessile locale che produce magnifiche sciarpe di seta (Azezana), non hanno soddisfatto il palato esigente del pubblico.

Il vivace dibattito ha toccato temi come l’imperialismo occidentale dal tempo degli inglesi; le ambiguità e distorsioni dell’umanitarismo emergenziale; la controversa figura di Karzai; un sistema sanitario in cui i medici maschi non possono toccare le pazienti donne; un’economia implosa e dipendente dal sostegno finanziario occidentale, costretta ad importare persino uova e fiammiferi dal Pachistan; l’ipotesi che a Pachistan e Stati Uniti faccia comodo che il paese resti immerso nel caos, così come a molte bande di briganti e narcotrafficanti; gli investitori cinesi intralciati dalla logistica inesistente; i contingenti stranieri visti sempre più spesso come truppe di occupazione.

Che lezione possiamo trarre dalla tragedia di un paese eternamente in guerra a causa della sua posizione strategica e delle sue risorse? Probabilmente che nell’anarchia i deboli soccombono ai bruti, che il riflesso condizionato della guerra non ha mai costruito uno Stato forte e democratico e non ha mai assicurato la pace ma, al contrario, ha rinfocolato il separatismo e il terrorismo, ha rafforzato la ferrea legge delle milizie armate e ha prodotto le precondizioni per altre guerre.

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