Natalino Balasso, discorso di fine anno alla nazione + perle di saggezza (vera)

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

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“Sono un essere pensante abbastanza contemporaneo. Vivo tra la via Emilia e il Nord Est. Per campare faccio l’attore soprattutto in teatro, ma anche nel cinema e in televisione. Qualche volta faccio ridere. Scrivo libri di narrativa, meno di quanti vorrei scriverne. Ritengo che il Ministero per la Semplificazione dovrebbe cominciare tagliando se stesso. In una lingua sanscrita di 4000 anni fa la parola “stelle” si diceva “staras”, oggi gli americani dicono “stars”; credo che negli ultimi 4000 anni non abbiamo detto niente di nuovo sotto le stelle”.
Natalino Balasso
http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/nbalasso/

Ho un sogno: vorrei che il calcio diventasse uno sport.

Se il calcio fosse uno sport gli arbitri sarebbero estratti a sorteggio e anche i calciatori, perché se il calcio fosse uno sport i calciatori più bravi non giocherebbero necessariamente con le squadre più ricche.

Se il calcio fosse uno sport nelle scuole calcio s’insegnerebbe ai ragazzini ad amare la lealtà, il rispetto per le regole e per gli avversari e gli s’insegnerebbe ad odiare  quello squallido repertorio di menzogne, furberie, disonestà che i giornalisti sportivi descrivono come “mestiere“.

Se il calcio fosse uno sport non ci sarebbero né tifosi ultras, ma solo gioiosi sostenitori.

Se il calcio fosse uno sport nessuno tirerebbe un avversario per la maglia, nessuno farebbe finta di essersi fatto molto male, nessuno restituirebbe all’avversario la palla cinquanta metri più lontano di dove l’avversario l’aveva concessa.

Se il calcio fosse uno sport segnare un gol con la mano e non farsene accorgere non sarebbe considerata una cosa geniale, ma una cosa di cui vergognarsi.

Se il calcio fosse uno sport gli ex calciatori sarebbero più sani.

Se il calcio fosse uno sport i giornalisti sportivi sarebbero molti di meno.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/20/se-il-calcio-fosse-uno-sport/27384/

E’ più importante il lavoro o è più importante l’uomo? E’ più importante la nostra sicurezza dai criminali o è più importante che questi smettano di essere criminali?

Che ci sia un regresso delle civiltà occidentali a livelli preottocenteschi è sotto gli occhi di tutti. Oggi è purtroppo ancora valida la frase contenuta nel libro del Siracide (nella Bibbia): “Il ricco commette ingiustizia e per di più alza la voce, il povero subisce ingiustizia e per di più deve chiedere scusa”.

[…].

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Peccato. Chi dice che il lavoro è una bella cosa o non ha bisogno di lavorare o ha un bel lavoro.

Che cos’è oggi il lavoro? Il lavoro moderno è inserito in una roba antichissima che si chiama Mercato. Siccome non è il mio campo (dedico la mia vita a rifuggire il lavoro) mi limito a 3 piccoli paradossi.

PARADOSSO 1: Io possiedo una fabbrica che ricicla bottiglie di plastica. Secondo le regole del mercato devo riciclare sempre più bottiglie per essere al passo con la concorrenza. Dunque, per il mio benessere e quello (minore) dei miei operai devo sperare che ogni anno si producano sempre più bottiglie di plastica. In conclusione: affinché la missione ecologista della mia fabbrica sia efficace devo sperare che si inquini sempre di più.

PARADOSSO 2: Io sono un poliziotto con uno stipendio decente. Il mio scopo è quello di catturare e incarcerare i delinquenti. Ma per il mantenimento del mio stipendio e della mia famiglia ho bisogno che continuino ad esserci criminali da catturare. Se domani all’improvviso tutti smettessero di delinquere io non avrei più un lavoro. Dunque, se io voglio continuare a mantenere la mia famiglia dovrò sperare di sconfiggere i criminali ma non il crimine.

PARADOSSO 3: Io gestisco un ospedale che, come tutti sanno, è un luogo che per poter esistere ha bisogno di malati. Se domani all’improvviso tutti fossero sani il mio ospedale chiuderebbe, io non potrei pagare la mia bella casa e i medici del mio ospedale non saprebbero come campare. Dunque, quando dico che la ricerca deve sconfiggere poniamo caso il cancro, non intendo esattamente dire quello che dico. Per il mio benessere il cancro va curato ma non sconfitto.

Ed eccoci per forza arrivati al paradosso dei paradossi: autoconvincerci che non c’è alternativa al profitto, alla concorrenza, all’arricchimento di pochi, equivale a offrire vittime sacrificali a un drago che non esiste. E’ la paura del drago che ci tiene tutti buoni e ci fa accettare la barbarie odierna. D’accordo, ma perché non provare a costruire una civiltà diversa? Veramente diversa. In questa civiltà le nazioni non dovrebbero essere fondate sul lavoro, ma sul benessere di tutti, quello vero, quello che mira a inquinare di meno, a non delinquere, a sconfiggere le malattie e il bisogno. Oppure, se proprio vogliamo tenerci questa, chiamiamo le cose col loro nome, diciamo che siamo per il privilegio di pochi e non raccontiamoci balle. L’Italia è una repubblica fondata sulla paura.

Come diceva un altro figo che tutti dovrebbero leggere, Henry Laborit: “Nell’esame di un problema, non dovremmo limitarci mai al sottoinsieme che ci viene proposto. Non dovremmo limitarci nell’analisi di un’azione all’interesse di un individuo, di un gruppo, ma considerare se possibile il significato di quell’azione rispetto alla specie, cioè all’intera umanità” [cf. Kant].

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/litalia-e-una-repubblica-fondata-sul-lavoro-peccato/35938/

Ho letto una statistica che afferma che se non esistessero le multe, le amministrazioni comunali crollerebbero dall’oggi al domani. Si potrebbe dire che l’economia delle nostre città si basa sul fatto che i cittadini delinquono.  E se ci fosse una tassa sulla disonestà la nostra nazione sarebbe ricchissima. Ma forse la tassa sulla disonestà la paghiamo già versando oboli per lavori incompiuti da decine di anni i cui soldi sono andati nelle tasche di politici puttanieri, festaioli, drogati e amici dei mafiosi.

[…].

…non si può a parole dire di amare il prossimo, di stare dalla parte dei poveri e nello stesso tempo applaudire gente che si vanta di scacciare dall’Italia dei poveracci verso un destino di probabile morte. E cosa c’è da vantarsi, quant’è onorevole scacciare dei morti di fame come fossero terrifici nemici?

Quando passo dal Vaticano e vedo quei castelli, quei torrioni, quelle mura fatte per tenere lontani i nemici, quei portoni fatti per chiudere fuori i morti di fame non ci vedo proprio niente di sacro. E niente di santo vedo in quelle madonne scolpite in serie, in quei crocifissi nelle vetrine di Roma, esposti e sanguinanti come salami. Anzi c’è sicuramente qualcosa di sacro nel salame, che rappresenta la morte e l’involontario sacrificio del povero maiale che per ingrassare me affronta il macello. Vendere il sacro non è onesto e questo vale anche per le edizioni Paoline. Se dio esistesse, la Bibbia sarebbe gratis e le antenne di radio Vaticana non provocherebbero tumori nei bambini.

Ma allora esistono gli onesti in questa nazione? Si. Gli onesti esistono, ma nessuno li nomina, nessuno li premia….E allora oggi lo voglio fare io il nome di una persona onesta: Zanarini Albino, sul suo camion c’è scritto “Spurgo fognature e pozzi neri”. Un paio d’anni fa è venuto a casa mia per liberare un tubo. La missione era improba, il tubo era sottodimensionato, un lavoro in cui edilizia e idraulica erano mal combinate. Il signor Zanarini ha lavorato con suo figlio per 4 ore e mezza, impiegando svariate tecniche ma alla fine le incrostazioni erano tali che il tubo non si è sturato. Gli ho chiesto quanto dovessi pagare per il suo lavoro, mi ha risposto: “Niente. Il lavoro non è riuscito”. Saremmo disposti noi a rinunciare a questa porzione? rinunciare al giusto compenso per quattro ore e mezza di lavoro? E quanti politici, manager milionari, artisti incapaci, sarebbero disposti a rinunciare ai loro milioni perché “Il lavoro non è riuscito”?

Io credo che in quell’uomo, che passa le proprie giornate a levare di torno la merda degli altri, ci sia più dignità e nobiltà che in tutti i cardinali messi insieme.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/15/siamo-una-nazione-di-disonesti/40503/

[…]. Sembra proprio che l’unica estetica che la chirurgia estetica è in grado di migliorare sia quella delle ville dei chirurghi estetici.

Intendiamoci, ciascuno è libero di far ciò che vuole del proprio corpo e se tingere i capelli ti fa star bene, vivaddìo, coloriamo il mondo. E’ chiaro che c’è tutto un indotto che riguarda il desiderio del corpo che porta con sé una vasta problematica dell’accettazione. Ma tutto questo voler cambiare se stessi deve avere un significato più profondo. Non accettare i nostri cambiamenti naturali, che sono la nostra storia o, peggio, non accettare quello che appariamo volendo apparire altro da noi significa non accettare la nostra stessa esistenza, voler dare agli altri un’immagine che spesso non è nemmeno un’immagine migliore, ma solo ciò che noi pensiamo che gli altri si aspetterebbero. Con la conseguenza che cominciamo ad avere tutti le tette uguali, i nasi uguali, i capelli uguali, secondo una logica estetica imposta dall’alto attraverso i soliti modelli del cinema, dei personaggi famosi, dei miti più o meno reali del contemporaneo.

La chirurgia ha un compito importante, riuscire a dare gambe e braccia a chi non le ha, ricostruire un seno che si è perduto per un incidente o una cura, ricreare parti di un volto sfigurato. Sarebbe bello che chi ha questo tipo di problemi potesse risolverli anche se non ne ha le possibilità economiche. A volte sembra che abbiamo voglia di concentrarci sulle sfumature ignorando i fondamentali.

Tutti noi vorremmo “migliorare” il nostro corpo, è comprensibile, è umano e ci sforziamo molto per farlo, ma se ogni tanto usassimo lo stesso impegno per provare a migliorare anche il nostro cervello forse avremmo meno ansie inutili.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/23/lestetica-delle-ville-dei-chirurghi-estetici/43393/

Quando si dice comunismo si pensa, a torto, alle nazioni che negli ultimi due secoli hanno sperimentato il così detto “socialismo reale“. In verità molte epoche hanno sperimentato (qualcuna, si dice, con successo) il comunismo. Ce n’è traccia addirittura nelle sacre scritture, negli atti degli apostoli (l’episodio di Anania e Safira) quando due vecchietti vennero fulminati dal cielo per non aver voluto mettere in comune i propri beni. Era l’epoca in cui Dio seccava i capitalisti.

[…]

Fatto sta che dato il momento favorevole arrivò una fortissima esplosione demografica, regioni diverse ebbero un diversificato sviluppo. I gruppi divennero aggressivi e cominciarono i conflitti. Furono inventate armi sofisticate e i gruppi dominanti, quelli che erano in grado di produrre di più, imposero grazie alla loro tecnologia superiore le proprie leggi e i propri dei agli altri gruppi.

Se ci pensiamo è difficile trovare sulla faccia della Terra una regione che non sia frutto di conquista, e quando si dice conquista si intende dire rapina. La proprietà privata, che oggi santifichiamo come un bene, inizialmente si impose con la forza, visto che nessuno aveva il diritto divino di possedere un pezzo di terra o delle piante o degli animali. Sicuramente c’è stata un’epoca in cui qualcuno, massacrando qualcun altro si è impossessato di un territorio, il suo gruppo ha difeso quel territorio tramandando alle generazioni successive la balla delle radici, della difesa del suolo e delle abitudini accumulate vivendo in quel luogo. Per giustificare la rapina si è spesso detto che gli abitanti del luogo erano malvagi, selvaggi, semi-animali: vedi gli spagnoli prima e gli inglesi poi coi nativi americani; vedi gli aborigeni australiani o come i Boeri hanno “colonizzato” il Sudafrica, ma gli esempi sarebbero a migliaia e in tutte le epoche storiche. Possiamo anche dire che il capitalismo è la risultante di una serie di rapine.

Sarebbe forse fuori luogo però rimpiangere quell’età dell’oro, non solo i tempi, ma anche gli esseri umani sono cambiati. Sembra evidente che per essere comunisti bisognerebbe esserlo tutti, senza imposizioni e senza condizioni; dovrebbe essere uno stato mentale, un istinto. Ma dandoci un’occhiata in giro, si ha l’impressione che questo stato mentale sia assai lontano dalla nostra natura, almeno in questa epoca storica nella quale un pulmino per la scuola viene definito dai felici liberisti (quelli, non dimentichiamolo mai, che ci hanno trascinato in questo pantano economico) una “sacca di socialismo reale”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/16/essere-comunisti-e-impossibile/50663/

Per iniziare, un piccolo paradosso sull’amore.

Un uomo innamorato dice a una donna: “Io ti amo, voglio il tuo bene”.

La donna gli risponde: “Il mio bene è la tua assenza”.

Ora, se l’uomo non sparisce dalla vita della donna e tenta in ogni modo di conquistare il suo amore, dimostra solo di non amarla perché non si comporta assecondando il “suo bene”. Se l’uomo sparisce dalla sua vita, dimostra di amare quella donna, ma in tal caso l’amore è assenza totale di rapporto.

A volte mi stupisco di come si faccia fatica a cogliere l’ipocrisia nascosta nella maggior parte delle canzoni d’amore. Sembra di capire, analizzando quei testi, che il più delle volte, dietro una canzone d’amore, si nasconde un mutuo per la casa.

L’amore come rapporto esclusivo racconta molte balle sulla condivisione e l’altruismo, mentre in realtà nasce dall’istinto del possesso. Forse l’aggettivo che più si associa al concetto dell’amore è “mio”. L’amore assoluto per la madre è un sentimento felice fin quando sappiamo (nella primissima infanzia) di poter disporre della madre, di averla tutta per noi; il sentimento cambia di molto quando scopriamo di doverla “condividere” con altri.

[…].

In realtà l’amore spesso è il contrario dell’altruismo, è egoismo spinto persino alle estreme conseguenze. Anche a livello religioso, cosa significa per gli Ebrei essere il “popolo eletto” se non godere dell’esclusivo amore di Dio? E quando in tempo di guerra, la madre cattolica di un soldato chiede protezione a Dio, non intende forse chiedergli di fare preferenze? Gli chiede cioè il favore di far sopravvivere suo figlio e di far crepare i nemici. La morte è una perdita, ma noi piangiamo per la morte dei nostri cari, non per quella degli sconosciuti. Non che una persona sia morta ci dispiace, ma che non sia con noi, che non sia più a nostra disposizione.

Anziché sentirsi dire “Voglio che tu mi ami” è più facile sentirsi dire: “Voglio che ami solo me”, quindi l’amore più totale ancor più che desiderare qualcuno consiste nel non desiderare altre persone. E’ molto facile se si esprimono luoghi comuni come: “Tu sei bellissima” sentirsi rispondere: “Chissà a quante altre l’avrai detto…”. Non è quindi importante che l’innamorato trovi bella una persona, ma piuttosto che non trovi belle le altre. Un sentimento che viene associato all’amore è quello della gelosia, che non è altro che paura di perdere l’esclusività del possesso di una persona. Ancora più egoistica è l’idea che il proprio innamorato, dopo che non è riuscito a resistere al nostro fascino, debba invece resistere a quello degli altri.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/26/la-balla-dellamore/53298/

Se mettessimo in fila un po’ di slogan pubblicitari degli ultimi quarant’anni, eliminando i prodotti e ascoltando solo il “discorso logico” fatto attorno ad essi, ne risulterebbe un invito a farsi gli affaracci propri fregandosene del prossimo. Ecco un piccolo estratto:

“Io ce l’ho profumato… L’alito. Perché io valgo. Per l’uomo che non deve chiedere mai. Il contorno che ti vizia. La ricerca protegge il tuo mondo. Al servizio delle tue idee. Il tuo prossimo desiderio. Il tuo modo di gustarti la vita. Voglio il meglio. Chi segue gli altri non arriva mai primo. Ti tenta tre volte tanto! Se non ti lecchi le dita, godi solo a metà. A me… me piace. Ti dà, gusto a volontà! O ce l’hai o ne hai bisogno. Per te e per gli amici. La tua bionda naturale. Miglioriamo il tuo mondo. Prenditi cura di te. Per chi non si accontenta. Tutta la vita che vuoi. Tutto intorno a te.” [Perché io valgo]

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/10/comprare-un-suv/59007/

[…] Ogni volta che sentiamo al tg la notizia di un assassino, di uno stupratore, di un seviziatore, tutta gente odiosa, sia chiaro…nei commenti ai quali tutti ci lasciamo andare, nei quali suggeriamo di impiccarli per le palle, di tagliargli le mani, di seviziarli in mille modi anche molto fantasiosi, c’è lo sfogo dei nostri istinti più bassi, della nostra ansia di violenza quasi gratuita, visto che il male non è stato fatto direttamente a noi.

Tutte le volte che viene intervistato chi ha subìto un grave torto e gli viene chiesto cosa chiede ai tribunali, costui risponde “giustizia” ma sulla faccia si legge “vendetta”. È umano e comprensibile, ma va chiamata col suo nome.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/11/si-dice-giustizia-si-pensa-vendetta/71048/

[…]. Negli ultimi 50 anni è stato costruito un secondo medioevo, con i “famosi” al posto dei nobili, i mezzi di comunicazione al posto degli editti e le banche al posto delle chiese, un medioevo in cui la gente viene talmente riempita di problemi di sopravvivenza da attaccarsi al primo che arriva, senza aver modo e tempo di capire chi sia. Al popolo viene indicato persino chi odiare, attraverso gogne mediatiche e processi televisivi e spende il proprio tempo in insulti alimentando una guerra tra disperati. Il crescente investimento del potere nell’enfasi della lotteria e del gioco d’azzardo serve ad alimentare questa sensazione di aleatorietà. Il popolo non ha più tempo. Non ha tempo per informarsi, non ha tempo per organizzarsi, non ha nemmeno il tempo per capire quanto profonda sia diventata la sodomizzazione sociale cui è giornalmente sottoposto. Chi ha soldi, potere e mezzi di produzione di beni (siano essi materiali o intellettuali) può permettersi di pensare a cosa potrebbe fare tra cinque anni, chi è precario, ha un salario all’osso con la mannaia del licenziamento, è afflitto dalla ricerca di un lavoro che non arriva, deve assistere familiari malati senza nessun aiuto, riesce a malapena a pensare a cosa potrebbe fare il mese prossimo. Questa differenza è la chiave. Il potere ha tutto il tempo e può comprarsi il tempo altrui per studiare il popolo e conoscerlo più di quanto egli conosca il potere, anzi, più di quanto conosca se stesso, come ammette amaramente Noam Chomsky:

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su se stesso”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/15/il-popolo-e-gia-fottuto/71860/

A Vicenza, che è da sempre città civilissima checché ne dicano gli antisettentrionalisti, nel ’500 è stata affissa e ancora si può vedere una lapide in Piazza dei Signori per ricordare un certo signor Baldus (cerco nella memoria e potrei sbagliare nome), il quale, essendo stato connestabile in quella città, si rese meritevole di vergogna imperitura per aver creato un “grave ammanco di cassa”; perché nelle città civili rubare i soldi di tutti è un crimine.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/20/veneto-i-soldi-per-lalluvione-ci-sono-gia-tutti/82849/

Nei lunghi viaggi in cui sono da solo in macchina, mi diverto a fare un gioco: se incrocio per strada un’auto uguale ad una macchina che ho posseduto, immagino che al volante di quella macchina ci sia il me stesso degli anni passati, di quando guidavo quella macchina e lui mi chiede: “Sei contento di quello che fai, di come la pensi?” perché quell’altro me stesso era un po’ diverso, magari aveva una macchina meno costosa e si recava a fare lavori meno gratificanti, ma talvolta mi capita di vergognarmi di fronte a lui.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/25/e-la-maggioranza-a-decidere-come-sbagliare/88217/

L’orgoglio è un sentimento pericoloso, non vedo perché dovrei sentirmi orgoglioso di essere italiano, quando questo dovrebbe significare che preferisco essere italiano invece di francese o lèttone o curdo o israeliano o americano. Mi sarebbe indifferente appartenere a qualsiasi nazionalità, perché ritengo che l’amor patrio sia una cosa vuota oltre che pericolosa. E in fondo non è da questo che nascono le guerre? Non è dagli inni nazionali? Non è dallo stringiamci a coorte? Dalle bandiere?

Quando al telegiornale danno notizia di un disastro o di un attentato all’estero, si affrettano a dire che fra le vittime non vi sono italiani. Ma, fatte salve le preoccupazioni degli eventuali parenti delle vittime, per quale motivo dovrei sentirmi sollevato se fra centinaia di morti non ci sono italiani? Non sono morti gli altri? C’è da dispiacersi meno se i morti non parlavano la nostra lingua? Rispondere alla retorica della Lega con una retorica ancor più vecchia non mi sembra cosa utile. No, Benigni che canta l’inno nazionale non mi commuove affatto e a dire il vero mi preoccupa una sinistra che sembra rispondere alla mancanza di moralità e all’arroganza dei governanti con un bigottismo cieco o una vacua retorica.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/20/retorica-di-sinistra/93129/

Caro Gigi, lo so che secondo la tua professione di lucido ateismo, ora che sei morto, sei convinto di non esistere più. Io ti voglio scrivere lo stesso, un po’ perché mi rimproveravi di non farlo, un po’ perché c’è una cosa che ti devo dire. Tu hai reso noto il tuo paese natale: Malo, grazie al tuo celebre romanzo e a Malo riposi, nel cimitero del paese. E’ giusto quindi che tu sappia che il tuo paese natale non ha più un assessorato alla cultura.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/10/lettera-a-luigi-meneghello-sulla-cultura/144435/

La gerarchia è un astuto stratagemma per moltiplicare a cascata il meccanismo di dominanza-sottomissione. A parte il vertice, tutti sono sottomessi, ma tutti hanno l’illusione di dominare qualcun altro, via via, fino agli ultimi in un meccanismo che dà l’illusione della libertà, ma che visto da lontano ci rimanda l’immagine di una guerra di tutti contro tutti.

Probabilmente gli esseri umani hanno cominciato a collaborare tra loro quando hanno compreso che collaborare è più utile che lottare. La collaborazione, il lavoro comune, è l’unico meccanismo che permette di sfuggire alla trappola delle tre opzioni: sottomissione-lotta-fuga. La collaborazione estromette dalla società l’idea di dominanza e di privilegio. Ma la classe dei privilegiati dominanti, da sempre la più potente, allo scopo di tenersi in vita cercherà sempre di rendere ostico il concetto di collaborazione ed esaltare il culto della persona. Ecco perché, nonostante sia sconveniente ai più, il vecchio e rugginoso sistema dominanza-sottomissione torna a più riprese in auge corroborato da amplificatori sociali regolati ad arte per invitare alla lotta o alla sottomissione.

A tutti i livelli, in ogni classe sociale, anche tra i più umili, vengono creati miti che spingono tutti nella trappola a suon di coraggio, di fierezza, di sicurezza, di ordine, di patriottismo, di concorrenza, di speranza, di onore, di ambizione, di avidità e di altri euforizzanti sociali.

[…].

Fino al giorno in cui non avremo compreso veramente l’utilità del lavoro comune, fino a quando non difenderemo questa opzione dagli assalti del meccanismo dominanza-sottomissione, saremo vittime e compici dell’arroganza dei potenti.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/larroganza-degli-umili/148330/

Cari amici di Cittadella in provincia (molto in provincia) di Padova, per chi ama la carne il kebab è una trovata alimentare davvero buona, privarvi di questa opportunità non è solo stupido, è anche una possibilità di conoscenza in meno. Perché conoscere i cibi significa conoscere le persone. La giunta leghista di Cittadella, privando quelli che (immagino senza costrizione alcuna) vogliono assaggiare un cibo diverso da quelli della propria zona, non credo riuscirà davvero a dare – come dicono loro – un “giro di vite” alle abitudini esterofile che tanto minano l’identità delle persone di Cittadella. La motivazione principale (ma anche un bambino immagina che non è quella) è che “Non sono certo alimenti che fanno parte della nostra tradizione e della nostra identità”.

Io vorrei fare una proposta alle amministrazioni venete che si riempiono la bocca con parole di cui non conoscono il significato, di smetterla di tirare fuori l’identità. Cosa sarebbe dunque l’identità dei cittadini di Cittadella? Forse i suv tedeschi o giapponesi? Forse le pizzerie napoletane? O si hanno notizie di pizzerie celtiche a Cittadella? Cosa rende peculiari i cittadini di Cittadella da doverli definire quasi identici, forse i ristoranti che preparano pesce di mare? Sono cibi tradizionali il limoncello o l’ananas servito a fine pasto? Perché questi coraggiosi sindaci così bravi a fare i forti coi deboli non chiudono i McDonald’s? Perché non chiudono i pub che vendono birre irlandesi? o tedesche? Persino lo spritz non è di origine italiana e, diciamolo pure, fa veramente male al fegato. Io mi chiedo se ad esempio gli abitanti di Saronno debbano passare il proprio tempo a mangiare amaretti e bere liquore o se gli abitanti di Battipaglia debbano mangiare tutti i giorni mozzarella. E sono davvero preoccupato per il fegato degli abitanti di Prosecco. La biodiversità sarebbe un miraggio con queste idee. Cari amministratori leghisti di Cittadella, cercate nei vostri vecchi sussidiari di quinta elementare, lì troverete scritto che l’uomo è onnivoro.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/si-ai-mcdonalds-no-ai-kebab/150058/

E’ il 14 settembre. Siamo fuori Padova. Un ladro sfugge ai carabinieri col motorino rubato. Si butta nel Brenta ma non sa nuotare. Muore annegato. Quel ladro ha commesso due errori: il primo è stato scegliere, così giovane, la morte anziché la galera, il secondo è stato nascere in Moldavia. Si, perché Ruslan Moisei, di anni 23, in questo modo non avrà pace neanche da morto. Essere moldavo e morire braccati in Veneto è un errore. Il Mattino di Padova ne ha dato notizia e sul sito in rete fioccano commenti che vanno da “San Brenta” a “Uno di meno”. E tutto il discorso si sposta sul tema “Io non sono razzista ma ne abbiamo le palle piene”.

Ora, ripetendo per l’ennesima volta che non si capisce perché per un imprenditore che truffa o un politico che intasca bustarelle si debbano coniare termini come “concussione” e “corruzione”, mentre per uno che ruba nelle macchine, anche quando lo fa per la prima volta, si dice che è un ladro, la deriva morale e culturale della nostra società si fa sempre più evidente. Così come non si capisce come si possa invidiare politici corrotti e cocainomani e diventare all’improvviso moralisti e forcaioli quando si tratta di un disgraziato. Il problema è che anche i giornali sembrano perdere il senso dei fatti. E il fatto è che un giovane di 23 anni è morto.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/17/i-forcaioli-con-lo-spritz/158162/

 

Nella confusione totale che governa il Paese, un Paese in cui governanti pagati con soldi pubblici scelgono le politiche in base alle direttive di una Banca Privata (la Bce) ci si mette anche il localismo di sinistra ad offuscare un quadro già abbastanza surreale di per sé. Il concetto è: se la Lega dicendo stupidaggini vince, proviamo a dirne anche noi.

Nel Comune di Albignasego (provincia di Padova) un consigliere comunale del Pd propone che sia permesso a chi lo vuole, nei Consigli comunali e nelle sedute pubbliche, di parlare in “Lingua Veneta”, avete capito bene, proprio quella lingua propugnata dalla Lega (veneta) e i cui studi sono sovieticamente foraggiati dalla Regione con la solita solfa dell’identità, e che non esiste al pari della Padania.

Perché forse quello che Mirco Cecchinato del Pd, così pronto a seguire la Lega sui suoi stessi errori, non ha ancora capito è che il dialetto che parla lui, probabilmente una specie di padovano, non può essere la stessa lingua che parla un bellunese, non ha ancora capito che in Veneto c’è una lingua che si chiama veneziano e una miriade di dialetti come un po’ in tutte le regioni.

Perché dunque un esponente di paese del Pd parla di “Lingua Veneta” al pari dei linguisti leghisti? Forse non sa che un vicentino non capisce quello che dice un rovigotto (o rodigino)? Che i veronesi capiscono molto male il trevigiano? E’ davvero bizzarro che una regione che convince i propri cittadini sulla base del settarismo e della divisione, poi cerchi unità e coesione proprio dove non può esserci.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/01/caro-pd-la-lingua-veneta-non-esiste/161399/

Una di queste voci a mio avviso è quella di Piero Calamandrei, uomo dell’800, morto nel 1956, costituzionalista e del quale si può dire senza abusare dell’espressione “libero pensatore”. Ad esempio leggo dall’instant book di fresca pubblicazione Lo Stato siamo noi (Chiarelettere) ciò che lui dice del federalismo: La libertà è indivisibile, basta che sia minacciata in una sola città, perché subito si trovi in pericolo in tutti i continenti… I popoli saranno veramente liberi quando si sentiranno anche giuridicamente “interdipendenti”. Il federalismo, prima che una dottrina politica, è la espressione di questa raggiunta coscienza morale della interdipendenza della sorte umana.

Quando leggo questo penso alla distanza abissale con chi parla oggi di federalismo che parte dall’idea esattamente opposta, di compartimenti stagni, penso all’illustre trevigiano Gentilini che a dispetto del proprio cognome ha dichiarato: “Voglio eliminare tutti i figli dei zingari”, penso al leghista Cavallotto, che in Liguria gioisce perché l’alluvione fa sgomberare i campi nomadi, penso che costoro non abbiano capito nulla del federalismo di cui si riempiono la bocca e che spesso anche noi usiamo frasi e parole copiaeincolla senza averle capite.

Parlando dell’Italia come di una “Repubblica pontificia”, lui che ha fatto parte dell’assemblea costituente dice che se si dovesse poi scoprire che in Italia i cittadini professanti una certa religione hanno diritti maggiori degli altri, o che i cittadini seguaci di una certa opinione politica hanno diritti minori degli altri o addirittura non ne hanno alcuno, bisognerebbe allora concludere che la democrazia scritta sulla Carta costituzionale è una menzogna. Non posso non pensare alle mille disparità che questo Paese è riuscito a mettere insieme nei 60 anni che sono trascorsi da quando Calamandrei diceva questo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/11/federalismo-labisso-calamandrei-lega/169970/

Che le banche stiano governando gli Stati e non da adesso è cosa risaputa. Che la Politica, dopo essersi trasformata in Economia, si stia mestamente trasformando in Finanza, è sotto gli occhi di tutti. Ma c’è un lato nascosto di questa crisi che sembra essersi insediata nelle vite di tutti e non volerne uscire più.

Da teatrante ho osservato un fenomeno che sta avvenendo nel mondo dei teatri, un mondo che conosce la crisi (finanziaria) da molti anni. Da qualche tempo molti teatri si sono messi in rete. La cosa è sempre più frequente. Ciò può avvenire per questioni meramente economiche, per condividere spese di materiale e di promozione, ma anche per questioni più profonde: teatri piccoli, facenti parte di un territorio ristretto, condividono gli spettatori creando un unico cartellone il quale, formato dai cartelloni dei singoli teatri, diventa ricco ed interessante. Si possono così condividere gli abbonati, programmare le date in modo che non si accavallino e incassare più denari. Il momento di difficoltà spinge al consociativismo.

Il mio maestro e regista Gabriele Vacis dice sempre agli attori che un oggetto che cade, un vestito che impaccia, un qualsiasi impedimento sulla scena non deve mai essere considerato un ostacolo, ma un’opportunità per avere un’idea scenica o per dare veridicità alla scena che si sta interpretando. L’ostacolo può essere un’opportunità, che bella intuizione.  Trasferendo questo ragionamento al momento attuale di crisi, credo che le difficoltà economiche spingeranno necessariamente la gente a cercare nuove soluzioni attraverso una maggiore apertura agli altri, a mettersi in rete, a consociarsi, a condividere.

[…].

Abbiamo ora due scelte: o approfittiamo di questo momento per metterci in rete, per cercare nuovi spunti e nuovi modelli di società, rinunciando a ciò che abbiamo acquisito per tentare di guadagnare terreno in campi che ora non frequentiamo, oppure continuiamo a lamentarci cercando di “arrangiarci” al meglio attraverso conoscenze e truffe varie. La prima ipotesi credo sia portatrice di civiltà, la seconda mi sembra un grosso passo indietro.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/14/approfittiamo-della-crisi-mettiamoci-rete/177397/

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2 commenti

  1. imbuteria said,

    4 gennaio 2013 a 09:07

    Reblogged this on Imbuteria's Blog.

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  2. 20 gennaio 2013 a 14:17

    Ahahaha….Uno dei migliori comici italiani degli ultimi anni. Purtoppo un po’ sottovalutato. Bellissimi i paradossi. Profondamente ironico.

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