Dal caimano al caymanino

Davide Serra io lo conosco bene: una persona di grandissima qualità non solo professionale ma anche personale.
Corrado Passera, ministro dello sviluppo economico di un governo tecnico, imparziale, neutrale e, se proprio proprio, dalla parte dei cittadini comuni (e che bello sviluppo economico nell’Italia di Monti!)

Dal Corriere della Sera: “…Resta però il fatto che la holding proprietaria del gruppo di Serra, la Algebris Investments (Cayman) Ltd, sia stata costituita a suo tempo nelle Cayman Islands, riconosciuto e intoccabile paradiso fiscale. Luogo che non spicca per trasparenza… … Dalla holding delle Cayman sono stati versati nel 2011 alla società londinese di Serra (dati di bilancio) 6,94 milioni di sterline di commissioni. Nel 2010 erano 9,68 milioni. …”

Commento di Gaetano, lettore di Repubblica: “Va a pranzare ad Arcore, non si sa chi partecipa, di che parlano: e che c’è di male, sono andato a pranzo mica a cena. Non espone alcun simbolo del PD sul camper e nei comizi: e che c’è di male, sanno tutti che il PD è il mio partito. Cambiano lo statuto per lui: coerentemente, dice che le regole non si cambiano! Riunione a porta chiusa con banchieri-finanzieri-manager e frequentatori di paradisi fiscali: e che c’è di male, pecunia non olet! E risponde con stupide battute alla giornalista. Renzi può fare tutto: offendere persone e PD, riunioni segrete con tutti. Gli altri no: subito fa la vittima, invoca la trasparenza per gli altri. Dice che se perde resta a dare una mano a Bersani, se vince manda a casa tutti, compreso Bersani. Un fuoriclasse, non c’è che dire!”

«Oltre alla faccia di Renzi sui camper ci saranno simboli evocativi: sarà una campagna comunicativa rivoluzionaria» assicurano dal suo entourage. La decisione di rinunciare al simbolo del Pd, a meno di un improvviso cambio di rotta per evitare ulteriori attacchi da parte dei compagni di partito, muove da un presupposto: «Le primarie sono di tutto il centrosinistra, non solo del Pd — riflettono i consiglieri per la comunicazione — e quindi non vediamo perché Matteo debba esibire un simbolo che potrebbe allontanare una parte dei suoi potenziali elettori».

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/31-agosto-2012/idea-renzi-niente-pd-camper-2111634610748.shtml

Mondi nuovi, mentalità vecchie – la profezia maya come specchio di un’epoca

Non vi fate tesori sulla terra, ove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri sconficcano e rubano, ma fatevi tesori in cielo”.

Matteo 6: 6, 19

Mancano due mesi.

La fatidica data del 21 dicembre 2012 è stata rinvenuta solamente in due iscrizioni maya, a Tortuguero e, qualche mese fa, a La Corona in Guatemala. Data la relativa sporadicità della sua ricorrenza epigrafica, è lecito suggerire che i Maya non abbiano assegnato a quel particolare giorno un significato epocale, come si tende invece a fare nelle società del consumo mediatico. Questo anche perché, essendo suddivisi in città-stato, non possedevano una cosmologia unificata ed univoca e i loro calendari non erano sincronizzati. Come non lo erano quelli degli altri popoli mesoamericani. La data di fine del mondo (di un’era) per gli Aztechi è il 4-Movimento di un anno 2-Canna. Sarebbe il 2027, o il 2079. I Mixtechi hanno altre date ancora.

Gli stessi indigeni maya dei nostri giorni sono venuti in gran parte a sapere della “loro” profezia su internet o per bocca dei turisti occidentali; il che spiega come mai, tra quelli che divulgano questa credenza, abbondino le allusioni tipicamente euro-americane ai teschi di cristallo, agli alieni e ad Atlantide.

Ciò nonostante, tra un paio di mesi, nella notte tra venerdì e sabato, migliaia di pellegrini si raduneranno in vari centri maya ed una recentissima ricerca Ipsos ha rilevato che, su un campione di 16.262 adulti in 21 paesi, 1 persona su 10 crede che la fine arriverà nel 2012 ed un 14% pensa che sarà testimone della fine del mondo. Mi pare significativo che, indipendentemente dalla fatidica data del 21 dicembre 2012, circa 1 persona 7 ritenga che la civiltà umana e forse l’intero pianeta si stiano avvicinando al capolinea. Dunque molti rifiutano la rigida e semplicistica dicotomia che vede contrapposti i due scenari: distruzione certa in quella data, oppure non succede nulla e ci si fa una risata.

La verità è che, periodicamente, si verificano delle enormi catastrofi, perché la crosta terrestre è sottoposta a pressioni endogene che la scuotono e perché alla Terra, per forza di cose, può capitare di trovarsi sul percorso di asteroidi e comete. Le grandi catastrofi del passato hanno lasciato tracce nelle tradizioni mitologiche di tutto il mondo che solo ora sono indagate da una disciplina di recente affermazione, la geomitologia. Nelle Metamorfosi di Ovidio leggiamo di Fetonte, “con le fiamme che gli divorano i capelli di fuoco, precipita vorticosamente su sé stesso e lascia nell’aria una lunga scia, come a volte una stella che sembra cadere”.

Proprio in Messico abbiamo appreso della terrificante industria del sacrificio umano degli Aztechi, del loro imperialismo finalizzato ad alimentarla, della loro assoluta devozione a dèi spietati, schiavisti e mortiferi che, presentatisi nella notte dei tempi come educatori e civilizzatori, avrebbero fatto la felicità dei superuomini ariani che popolavano i sogni e le visioni di Hitler. Un sistema di potere e distruzione del genere non avrebbe potuto sopravvivere così a lungo se le popolazioni sottomesse non avessero avuto ragione di credere che qualcosa di ancora più mostruoso era accaduto in passato e si sarebbe potuto ripetere.

 

Detto questo, un’obiezione generale alle ansie apocalittiche legate alla “profezia” maya è che i Maya non hanno saputo prevedere l’estinzione della propria civiltà: perché dovremmo prendere sul serio un computo di cui non conosciamo neppure il significato? E perché dovremmo credere che il futuro sia predeterminato e che nessuna variabile possa influenzare il corso degli eventi? E ancora: com’è possibile che la gente sia precipitata in un tale abisso di disperato fatalismo da rinunciare a tentare di cambiare le cose in prima persona, costruendo un Mondo Nuovo più umano, equo e dignitoso di quello del presente, con le sue forze, la sua iniziativa, la sua immaginazione, ingegnosità, industriosità e buona volontà? Come mai è prevalsa la via della fede millenaristica nella distruzione rigeneratrice e/o nella razza aliena salvifica?

Le radici dell’odierna credenza nella profezia apocalittica dei Maya vanno cercate negli anni Settanta, con la pubblicazione di alcuni libri che determineranno il corso delle successive interpretazioni. Gli autori di questi saggi del genere new age erano Terence McKenna, Jose Arguelles, Peter Tompkins, Luis Arochi e Frank Waters. Nessuno di loro è noto per l’uso rigoroso delle fonti e della logica. Sono autori che, per loro stessa ammissione e scelta, ripudiano il metodo scientifico, considerandolo inadeguato. Diversamente da loro, pur essendo un fiero critico dello scientismo, ritengo che la razionalità sia un dono, non una menomazione, e osservo che la stragrande maggioranza delle società “indigene”, incluse quelle con una tradizione sciamanica e quelle spiritualmente più avanzate – in termini New Age – come l’aborigena australiana e la tibetana,non ha fatto e non fa ricorso a “stimolanti” psichedelici, a differenza di McKenna e soci, preferendo sollecitazioni visive ed acustiche per indurre le trance.

Più significativo è il contributo di Michael D. Coe, uno dei giganti dell’archeologia ed antropologia mesoamericana che, nel suo “I Maya”, pubblicato nel 1966 (una curiosità: è il libro su cui ho imparato a leggere l’inglese): “Si propone che ognuno di questi [cicli] misuri 13 baktun, ossia un po’ meno di 5.200 anni,  e che l’Armageddon annichilirà i popoli depravati e l’intera creazione l’ultimo giorno del tredicesimo bantu…Il nostro universo sarebbe stato creato nel 3113 a.C. per essere distrutto il 24 dicembre del 2011, quando il grande ciclo del lungo computogiunge a compimento”. La data di inizio sarà poi corretta all’11 agosto 3114 a.C. e quella di fine ciclo al 21 oppure al 23 dicembre del 2012. Non è ancora chiaro quale dei due sia il giorno cruciale anche se in rete e sui media domina incontrastato il primo, sebbene i solstizi non rivestissero alcun ruolo particolare nella liturgia maya.

Sorprende che un luminare come lui, pur affermando di aver calcato i toni, abbia disinvoltamente precisato di non aver mai voluto rivedere quel passaggio nelle numerose edizioni successive.

Nel 2009 il massimo specialista di archeostronomia mesoamericana del mondo, Anthony Aveni, ha pubblicato un suo libricino, intitolato “The End of Time: The Maya Mystery of 2012” che prendeva spunto da uno scambio epistolare con un giovane inglese seriamente preoccupato di dover abbandonare prematuramente il suo corpo alla fine del 2012 e che, conoscendo la sua fama, si era rivolto a lui per chiedere lumi. Aveni esclude recisamente che i Maya avessero in mente un Armageddon ma rimarca che la stele C di Quiriguá in Guatemala registra la cronaca della discesa degli dèi celesti che imposero ai Maya il loro ordine sociale (non particolarmente pacifico, democratico o umano) dando l’avvio a quell’epoca che i Maya descrivevano come la più oscura, quella che precede la necessaria e fortemente sospirata rigenerazione/palingenesi. Poi aggiunge che quella di Tortuguero accenna ad un ritorno dei medesimi. Il che non ha fatto atro che piacere agli adepti del culto degli fratelli cosmici salvatori. Una lettura alternativa è stata fornita da nientemeno che la serie X-Files, che ha scelto proprio il 22 dicembre 2012 come data d’inizio della fase conclusiva dell’invasione aliena.

Infine, come ultimo punto-chiave dell’odierno canone neo-maya, il famoso allineamento galattico di quella notte è già avvenuto molte volte, ad esempio, a partire dal 1983 e continuerà a verificarsi in quella data fino al 2019.

Insomma, l’apocalisse maya è diventata un fenomeno planetario, epocale, una vera e propria industria a se stante, con enormi profitti per chi ha saputo cavalcare l’onda. Rivela molte più cose sulla nostra cultura che su quella maya.

Una credenza sintetica è stata partorita da sogni e desideri di alcuni psiconauti dediti all’assunzione di allucinogeni e diffusa capillarmente dalla macchina mediatica occidentale nella più completa indifferenza delle tradizioni locali, investite improvvisamente dalla mania apocalittica maya e da torme di turisti in preda a smanie millenaristiche.

Per concludere. La nostra conoscenza della civiltà maya non è più avanzata dell’egittologia del diciannovesimo secolo, però su una cosa possiamo concordare: nessun documento maya classico, post-classico o coloniale afferma che il mondo finirà in quel giorno. Semplicemente, si azzererà il computo e si ricomincerà con una nuova sequenza, a partire da 13.0.0.0.0, per un altro milione e 872mila giorni, pari a 5.125,366 anni.Infatti esistono altre iscrizioni che citano date successive a questa, come ad esempio l’incoronazione di Pacal, eccelso sovrano che dovrebbe tornare a regnare su Palenque nel 1.0.0.0.0.8, (21 ottobre 4772 d.C.) ed alcune che abbracciano milioni di anni.

Per ulteriori, affidabili, informazioni:

http://www.famsi.org/research/vanstone/2012/index.html

“Giove le sta prendendo di santa ragione!” (Glenn Orton, scienziato NASA)

“Giove, il mitico dio del cielo e del tuono, certamente sarebbe contento di constatare tutti i cambiamenti in atto sul suo omonimo pianeta. Mentre il pianeta viene colpito continuamente da piccoli frammenti spaziali, larghe fasce dell’atmosfera stanno cambiando colore, hotspot stanno sparendo e riapparendo, e le nuvole si addensano in una parte di Giove, dissipandosi nell’altra. I risultati sono stati presentati oggi da Glenn Orton, uno scienziato di lungo corso presso il NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California, ad un incontro della American Astronomical Society a Reno, nel Nevada.

“I cambiamenti che stiamo vedendo su Giove hanno una scala globale”, ha detto Orton. “Abbiamo già visto alcune di queste cose, ma mai con una strumentazione moderna che ci permetta di investigare ciò che sta succedendo. Altri cambiamenti in corso non sono stati osservati da decenni ed alcune regioni non sono mai state nelle condizioni in cui appaiono ora. Allo stesso tempo, non abbiamo mai visto così tanti oggetti colpire Giove. In questo momento, stiamo cercando di capire perché tutto questo stia succedendo”

[…].

“Pare che Giove, insolitamente, le stia prendendo di brutto [tempestato di meteoriti/asteroidi], ma immaginiamo che questo aumento abbia più a che fare con una schiera crescente di esperti astrofili che aiutano gli scienziati a tener d’occhio Giove”, ha detto Orton. “è proprio questo coordinamento tra amatori-comunità astronomica che vogliamo promuovere.”

http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2012-328

Quell’ultima dichiarazione fa a pugni con quanto ha dichiarato prima e non può non saperlo – gli eventi sono più probabilmente collegati a quel che sta accadendo sulla Terra (cambiamento climatico e bolidi):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/28/scende-la-pioggia-di-meteore-ma-che-fa-crolla-il-mondo-addosso-a-me/

Pare plausibile ipotizzare che, improvvisamente, dal 2009 in poi, gli astrofili che prima per ragioni misteriose se ne stavano buoni e tranquilli abbiano deciso di coordinarsi con gli astronomi professionisti per fare a gare a chi ne vede di più? Perché solo negli ultimi 3 anni? E perché un numero di avvistamenti raddoppiato nell’ultimo anno? E perché quest’improvviso interesse per Giove? E perché Orton non fa alcun riferimento al costante aumento nel numero di avvistamenti di comete, che certamente non potevano passare inosservate in precedenza?
Ma, più di tutto, perché la gente invoca il rasoio di Occam solo per le cose che preferisce credere?

Il fatto è che se gli scienziati continuano a compartimentalizzare/parcellizzare lo studio degli eventi cosmici non potranno mai esaminare con la dovuta attenzione quelli scenari che hanno il vantaggio di spiegare elegantemente e compiutamente la situazione attuale e che sono stati già ipotizzati da un numero considerevole di colleghi, come appunto Nemesis/Nemesi, che dà conto dell’aumento di corpi celesti vaganti senza dover ricorrere ad un improbabile, repentina smania documentativa degli astrofili (che è l’unica alternativa possibile, tant’è che è l’unica citata da Orton):

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/02/nemesi-la-stella-della-morte-chiarimenti-ed-aggiornamenti/

Il mio sospetto, poiché non credo assolutamente che possa perpetuarsi un complotto di centinaia di scienziati, è che Orton si occupi solo di Giove e di alcuni altri pianeti e, per questa ragione, non si sia minimamente preoccupato di chiedere ai suoi colleghi “geofili” se un fenomeno analogo si stia verificando anche sulla Terra.

Questo è ancora più “problematico”, se si tiene conto della maggiore frequenza di anomalie registrate nel sistema solare negli ultimi anni (e non da amatori/dilettanti):
http://www.newscientist.com/article/dn9100-saturns-rotation-puts-astronomers-in-a-spin.html
http://www.phenomenica.com/2012/02/venus-could-be-shifting-gears.html
http://spaceweather.com/archive.php?view=1&day=11&month=09&year=2012
http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/8179067.stm
http://mars.jpl.nasa.gov/odyssey/newsroom/pressreleases/20031208a.html
http://www.universetoday.com/94127/jupiters-jet-streams-get-thrown-off-course/
http://www.universetoday.com/98049/uranus-has-bizarre-weather/
http://www.scienceagogo.com/news/19980526052143data_trunc_sys.shtml
http://news.sciencemag.org/sciencenow/2011/04/plutos-expanding-atmosphere-conf.html?ref=hp
Queste sono solo alcune tra le tante.

Il paragone che mi sorge spontaneo è quello sulle cause della crisi. Ad alcuni fa comodo dare la colpa al debito pubblico, ma se uno comincia a fare delle analisi comparate, osserva che l’indebitamento ha molto poco a che vedere con la crisi o la relativa gravità della crisi.

Un altro buon paragone è l’innaturale rigidità di chi persiste nel credere fermamente che il riscaldamento globale è causato unicamente dalle attività umane, ignorando e attaccando ogni dato discordante, come se fosse possibile farlo scomparire.

E c’è un altro fatto che mi lascia perplesso. Il telescopio WISE doveva far luce sull’esistenza o inesistenza della compagna del Sole. Ha avuto due anni di tempo per osservare e fotografare. A questo punto si dovrebbe poter raggiungere una qualche conclusione, per quanto provvisoria. Se Nemesi esiste ed è la concausa di queste anomalie dovrebbe essere piuttosto vicina. Però non c’è stato alcun comunicato. Non si sa nulla, né in un senso né nell’altro e così il dibattito continua, specialmente ora che ci si avvicina al “fatidico” 21 dicembre 2012 (specchietto per le allodole).

Perché non ne hanno parlato? Una possibilità è che sia così vicina che i loro dinieghi sarebbero smascherati nel giro di pochi mesi da qualunque astronomo e da molti astrofili ed abbiano quindi scelto di mantenere il silenzio stampa come ultima tecnica di procrastinazione delle inevitabili rivelazioni.
Pertanto, sebbene escluda l’ipotesi di un complotto di scienziati, non posso fare a meno di sospettare che le agenzie che dovrebbero coordinarli, prima fra tutte la NASA, abbiano scelto di non farlo, di non avanzare dei quesiti di fondamentale importanza, di non incentivare i necessari confronti, di non far incontrare gli specialisti di vari campi per dibattere di questi temi delicati. E’ anzi possibile che disincentivino deliberatamente lo scambio di dati e facciano pressioni su chi li realizza per conto suo.

E questo perché qualcuno, in alto, sa perfettamente che sta realmente succedendo qualcosa di grosso.

L’unico aspetto positivo di tutto questo è che, sia nel caso dell’ipotesi glacialista, sia in quello dell’ipotesi Nemesis, l’incertezza è destinata a durare davvero poco. Nel giro di al massimo un paio di anni e forse molto meno, dovrebbe essere chiaro a tutti chi aveva ragione e chi torto, con tutto ciò che ne consegue.

Se dovesse emergere che avevo torto, non chiederò scusa, perché non ho mai pubblicato dati falsi o provenienti di fonti non ufficiali.

Sarà messa in discussione l’interpretazione degli stessi, non certo la mia o altrui integrità. 

Nel caso in cui io e quelli che la pensano come me dovessero aver ragione, non mi aspetto scuse, ma mi aspetto che, se c’è stato dolo, i responsabili siano processati per alto tradimento (ai danni della specie umana e della sua civiltà).

 

Prossima mossa neoliberista: chi non paga abbastanza tasse perde il diritto di voto (George Monbiot sul Guardian)

Ogni volta che sul Fatto Quotidiano o su qualunque altro quotidiano o rivista leggerete un articolo di supporto agli studi dell’Istituto Bruno Leoni – che è un covo di neoliberisti assatanati ed orgogliosi di esserlo – ricordatevi della seguente analisi di George Monbiot, uno dei giornalisti britannici più quotati ed uno dei pochi che si può ancora permettere di criticare l’establishment.

“Sovvertire significa rovesciare dal basso. Abbiamo bisogno di una nuova parola, che significhi rovesciare dall’alto. La principale minaccia per lo Stato democratico e le sue funzioni non è il governo della masse o un’insurrezione di sinistra, ma è costituita dai più ricchi e dalle multinazionali sotto il loro controllo.
Queste forze hanno affinato la loro strategia di assalto alla gestione democratica della società. Non c’è più bisogno – come invece facevano Sir James Goldsmith, John Aspinall, Lord Lucan e altri negli anni Settanta – di discutere la possibilità di lanciare un colpo di stato militare contro il governo britannico: i plutocrati hanno altri mezzi di sovvertirlo.

Nel corso degli ultimi anni ho cercato di capire meglio in che modo le esigenze delle grandi imprese e dei più ricchi vengano implementate nelle politiche statali, e sono arrivato a capire il ruolo centrale dei think tank neoliberisti in questo processo. Questi sono gruppi che pretendono di difendere il libero mercato, ma le cui proposte spesso appaiono come raccomandazioni per un più ampio potere delle imprese.

David Frum, ex membro di uno di questi think tank – l’American Enterprise Institute – sostiene che “funzionano sempre più come agenzie di pubbliche relazioni”. Ma in questo caso, non sappiamo chi siano i clienti. Come il lobbista Jeff Judson ribadisce entusiasticamente, sono “virtualmente immuni da qualsiasi punizione … l’identità dei finanziatori dei think tank è protetta dall’anonimato”. Un consulente che ha lavorato per i miliardari fratelli Koch [i responsabili della creazione del movimento Tea Party, quello di Oscar Giannino] sostiene che vedono il finanziamento dei think tank “come un modo per ottenere quello che vogliono senza sporcarsi le mani”.

Questo mi era già chiaro, ma negli ultimi giorni ho imparato molto di più. In Think Tank: la storia dell’Adam Smith Institute [Think Tank: the story of the Adam Smith Institute], il fondatore dell’Istituto, Madsen Pirie, fornisce una guida, involontaria ma inestimabile, su come opera realmente  il potere in Gran Bretagna.

Poco dopo la sua fondazione (nel 1977), l’istituto si avvicinò a “tutte le principali aziende”. Circa 20 di loro risposero con l’invio di assegni. Il suo sostenitore più entusiasta fu James Goldsmith, uno degli aspiranti golpisti, una degli speculatori più spietati del suo tempo. Prima di fare una delle sue donazioni, scrive Pirie, “ascoltò con attenzione la descrizione del nostro progetto, i suoi occhi brillavano per la sua audacia e la sua scala. Poi ci fece consegnare dalla sua segretaria un assegno di 12mila sterline [sterline degli anni Settanta!]”.

Fin dall’inizio, giornalisti veterani del Telegraph, Times e Daily Mail offrirono volontariamente i loro servigi. Ogni sabato, in una vineria chiamata “the Cork and Bottle”, i ricercatori di Margaret Thatcher e gli editorialisti e giornalisti del Times e Telegraph incontravano il personale dell’Adam Smith Institute e dell’Institute of Economic Affairs. Durante il pranzo, “pianificavano la strategia per la settimana successiva”. Queste riunioni “coordinavano le nostre attività per massimizzare la nostra efficacia collettiva”. I giornalisti poi si incaricavano di tradurre in editoriali le proposte dell’istituto mentre i ricercatori s’incollavano ai ministri ombra.

Molto presto, riferisce Pirie, il Mail iniziò a pubblicare articoli di sostegno volta che l’Adam Smith Institute pubblicava qualcosa. L’allora direttore del giornale, David English, curava in prima persona la loro stesura ed aiutava l’istituto a migliorare le sue argomentazioni.

[…]

Pirie si prende, tutto o in parte (e fornisce un mucchio di prove a sostegno) il merito della privatizzazione delle ferrovie e di altre industrie, dell’appalto di servizi pubblici a società private, dell’imposta procapite (indipendente dal reddito e quindi favorevole ai ricchi), della vendita di case popolari, delle liberalizzazioni nel campo dell’istruzione e della sanità, della creazione di penitenziari privati e, successivamente, delle politiche fiscali dell’attuale governo Cameron [neoliberista].

Pirie, restando anonimo, scrisse anche il manifesto dell’ala neoliberista del governo Thatcher, “No Turning Back”.

[…]

Successivamente Monbiot stabilisce un parallelo con il think tank neoliberista “Free Enterprise Group”, che ha raccolto il testimone.

“Ancora una volta la stampa ha risposto alla chiamata. Il Telegraph ha commissionato una serie di articoli che promuovono lo stesso desolante programma a base di meno tasse per i ricchi, meno assistenza ai poveri e meno regolamentazione delle attività delle imprese. Un altro articolo sullo stesso giornale, pubblicato una quindicina di giorni fa dal responsabile delle questioni finanziarie dell’istituto Ian Cowie, propone che non sia prevista alcun rappresentanza per chi non paga le tasse. In pratica chi non paga abbastanza tasse sul reddito perderebbe il diritto al voto.

Considero queste persone come gli avanguardisti della destra, mobilitati per sfasciare prima e assumere il controllo poi di un sistema politico che è stato concepito per appartenere a tutti noi. Come sovversivi marxisti, parlano spesso di rompere le cose, di “distruzione creativa”, di spezzare le catene e togliere il guinzaglio. Ma pare che stiano più che altro tentando di liberare i ricchi dai vincoli della democrazia. E al momento stanno vincendo.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/oct/01/rightwing-insurrection-usurps-democracy

Qui un’altra traduzione in italiano, con il testo completo:

http://znetitaly.altervista.org/art/7947

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Sul potere e le “profezie” dei think tank

http://www.informarexresistere.fr/2012/10/12/la-perniciosa-influenza-planetaria-delle-fondazioni-e-think-tank-degli-stati-uniti/#axzz29HXJDac0

https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/15/il-futuro-visto-da-un-think-tank-della-rockefeller-foundation/

Thé à la menthe – La Caution

Jeune, j’ai souvenir d’une « Mme Nicole »
instit’ qui pensait qu’un Bougnoule n’était pas fait pour l’école !
J’portais un velours troué, des bottes rouges en plastique,
une cagoule en laine, un chandail ou des « Play-Basket ».
Le coiffeur ne savait même pas encore que j’existais !
Mais , soit sûr que le 1er qui nous a vus s’est désisté !
Pourtant jeune et innocent, la morve au nez sans Kleenex,
on squatte le bac à sable avec nos « Shabs » et nos idées
afin de faire du vandalisme même sans le savoir !
Nos parents n’ont pas donc on erre sans avoir !
D’après nos voisins, de gros racistes, je le précise,
nous étions mal élevés et leurs bergers allemands mieux dressés !
Moi, j’y crois pas , d’ailleurs j’y ai jamais cru
car , parental est le seul amour que j’ai jamais eu !
Donc pour pas se véner, ce qui me met à l’amende :
les vertus du « Naanaa » donc du thé à la menthe !

HI-TEKK :

1ère époque bidonville, ambiance clandestine dans un bar à Barbès :
thé à la menthe, couscous et tagines à la carte.
Plus de scopitones pour Mouloud et Saïd AbdAllah.
Avec un sale accent, pas de salamaleks me dit Hassan l’athlète
originaires d’Algérie , d’Hollywood à Tamanrasset.
Plus de thé à la menthe, juste des palabres amères !
Comme un malade mental, j’ai mal à la tête, je cavale en
stan-smith adidas, jean 501, ça va j’m’en tape !
Ici c’est v’là l’attentat, pour quelques douzes de plus, y a des
carnages dans l’air.
Cette France me désintègre : on classe l’Arabe comme un barbare bancal !
Nique la culture du barbecue, du steak et des fast-foods !
Au bled , c’est la djellaba et les sandales, d’Oujda à Casablanca,
c’est banal en bas de la tess, je m’emmerde et je pèse que dalle.
Ça se balafre en bas de mon hall, ma peine et ma joie se confondent,
et c’est tout ce qui reste de notre héritage culturel !

NIKKFURIE :

Une adolescence « Nastase et 501, Pento, cassette de funk et le daron en 505 ».
Mais vint le mot « Problème » avec un grand P,
face auquel tout le monde a tremblé ou trempé !
Après l’innocence, le pessimisme s’est ancré,
devant l’incandescence, le droit chemin s’est cambré !
Je lui ai tendu la main et le bonheur m’a crampé,
genre « seul l’argent et l’honneur peut me rendre vrai » !
Mais ici, on peut t ‘accuser de choses que si t’avais fait : tu te pendrais !
Il leur faut un arabe, un noir, c’que tu veux , bref du concret !
On a eu la chance de ne jamais se prendre au sérieux…
Côtoyer le vice sans jamais faire le saut périlleux.
Modelant notre vie loin du saut de l’ange…
A l’école , nous, vautours, contre l’albatros de Baudelaire !
On s’est retrouvé dans le rap contre toute réelle attente…
La recette : Sampler, stylo et thé à la menthe !

English Translation via:
http://www.williamsonday.com/morocco/archives/2007/02/boy-i-remember.html

NIKKFURIE:

Boy, I remember Mrs. Nicole
A teacher who thought a raghead wasn’t made for school!
I wore ragged velour, and red boots made of plastic,
A wool jacket, a t-shirt or some “Play-Basket”.
The barber didn’t even know that I existed!
However young and innocent, the snot on our noses with no Kleenex,
we squatted in the sandbox with our “Buds” and our ideas,
born to vandalize without even knowing it!
Our parents didn’t have so we erred without having!
According to our neighbors, blatant racists, to put it best,
we were badly raised and their German shepherds better dressed!
Me, I don’t believe it, and I never did
because parental is the only love that I ever had!
Thus for not loving myself, what puts me on the mend:
The virtues of “Naanaa” or some tea with mint!

HI-TEKK:

First generation slum, clandestine environment in a bar in Barbès:
tea with mint, couscous and tagines a la carte.
More scopitones for Mouloud and Said Abdullah.
With a dirty accent, no “Peace to you” said Hassan the athlete
originally from Algiers, from Hollywood to Tamanrasset.
More tea with mint, just bitter words!
Like a mental illness, I have a headache, I cavort
in stan-smith adidas, 501 jeans, it’s O.K., I’m stuck with them.
Here, there’s the assault, for a dozen more, there will be blood in the air.
This France tears me apart: an Arab is classed as a bandy-legged barbarian!
Fuck the culture of barbecue, steak and fast food!
In the bled, it’s djellaba and sandals, from Oujda to Casablanca,
it’s banal at the bottom of the city, I’m pissed and I don’t give a shit.
It slashes at the base of my home; my pain and my joy are mingled
and that’s all that remains of our cultural heritage.

NIKKFURIE:

An adolescence “Nastase and 501, Pento, funk cassettes and Daron in 505”.
But as soon as the the word “Problem” comes with a capital P,
in the face of which all the world trembles or deceives!
After innocence, pessimism takes root
before incandescence, the right road bends,
I took his hand and my happiness cramped me,
along the lines of “only money and honor can make me real!”
But here, one can accuse you of things that if you did them, you would hang!
They need an Arab, a black, what you will, in short something concrete!
One is lucky never to be taken seriously . . .
Approach vice without ever going over the edge.
Modeling our long life on the flight of an angel . .
In school, we, vultures, against the albatross of Baudelaire!
One finds oneself in rap despite every real expectation . . .
The recipe: Sampler, pen, and tea with mint!

Breve lista dei crimini commessi contro il popolo greco dai premi Nobel per la Pace

C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto, servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
— Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno

I Greci sono stati letteralmente calpestati, trattati come una casta di paria, come dei parassiti, per salvare le banche europee dall’effetto domino che tanto arriverà comunque.

Ecco alcuni degli effetti (a un certo punto ho interrotto l’elencazione perché mi mancava il respiro) dei diktat della troika.

Un greco su quattro è disoccupato (oltre il 55% dei giovani), un lavoratore su tre non si può permettere assicurazioni sanitarie e non riceverà una pensione, ogni giorno mille greci perdono il lavoro o il sussidio di disoccupazione, l’inflazione è in costante crescita, oltre 400mila bambini greci soffrono la fame (fonte: Unicef), le organizzazioni mediche internazionali lanciano insistenti allarmi sui rischi epidemici causati dal collasso del sistema sanitario e della prevenzione, i manifestanti vengono torturati dalla polizia, l’estrema destra perpetra pogrom contro gli immigrati, un possibile golpe militare è stato sventato nel novembre del 2011 con la sostituzione di alcune figure chiave delle forze armate elleniche, migliaia di disabili e pazienti di ospedali psichiatrici sono stati abbandonati alla loro sorte, malati di cancro non si possono permettere le cure e reparti di oncologia rinviano le operazioni per mancanza di fondi e personale, suicidi in forte aumento, un negozio su tre nel centro di Atene costretto a chiudere per cessata attività, uffici comunali devono sospendere le attività per mancanza di fondi, deputati tedeschi e ministri finlandesi raccomandano alla Grecia di svendere i suoi beni, incluse le isole e i monumenti e di impegnare il Partenone, la Bild titola in prima pagina “Vendete le vostre isole, Greci bancarottieri!”, i prodotti scaduti sono venduti legalmente nei supermercati ad un terzo del prezzo per aiutare la gente a procurarsi i pasti quotidiani, creditori suggeriscono al governo greco di far evacuare le isole con una popolazione inferiore a 150 residenti per poter risparmiare (e magari per renderle disponibili a ricchi acquirenti stranieri? Per il momento sono 40 le isole disabitate disponibili per leasing della durata di 50 anni).
Per inciso, il ministro delle finanze fiammingo Philippe Muyters ha proposto di alzare le tasse a chi vuole vivere in aree remote delle Fiandre: migliaia di persone che vivono da generazioni nelle borgate rurali costrette a trapiantarsi nelle aree metropolitane per non finire in galera per debiti. Il criterio è identico, nella sua disumanità.

I rapporti del FMI ammettono di aver commesso gravi errori nel gestire la crisi greca e nel 1953 tutti i paesi creditori abbuonarono i debiti tedeschi. Qualche anno prima si era messo in piedi il piano Marshall per salvare la democrazia in Europa e far ripartire l’economia (il nome ufficiale era “Piano per la ripresa europea”).

Ciò nonostante, proseguono le iniziative prive di giudizio, di senno, di buon senso, che rischiano di forze impossibili da controllare. Come si può pensare di poter fare tutto questo senza pagare uno scotto, senza fare la fine degli apprendisti stregoni?

Com’è possibile che milioni di persone chiudano volontariamente gli occhi e le orecchie e le bocche per non vedere, per non sentire, per non protestare, per non capire.

Si faceva lo stesso con gli Ebrei nell’Europa di qualche decennio fa. La storia ha condannato gli aguzzini di allora e condannerà quelli di oggi che impongono ad un popolo i lavori forzati: “Arbeit macht frei!” spiegano ai Greci mentre milioni di loro vivono sotto la soglia di povertà.

Il prossimo passo, possiamo supporre, saranno i lavori forzati per i disoccupati greci insolventi in campi di lavoro gestiti da imprese e banche del Nord Europa.

Chi non ha denunciato queste iniquità, chi ha fatto il gioco delle tre scimmiette, è complice di tutto questo. Se ha una coscienza, non gli/le sarà facile placarla quando il velo della propaganda sarà stracciato e sociologi, storici, economisti, antropologi, medici e politici potranno dire quel che andava detto e queste diventeranno pagine nerissime del passato della “civiltà” europea, degna del premio Nobel per la Pace!

Ditology

La perniciosa influenza planetaria delle fondazioni e think tank degli Stati Uniti

 

Le fondazioni…esercitano un’influenza corrosiva sulla società democratica; rappresentano concentrazioni di potere e ricchezza relativamente incontrollate e che non devono rispondere delle proprie azioni, che comprano i talenti, promuovono cause e, di fatto, determinano che cosa meriti l’attenzione della società…un sistema che…ha operato a svantaggio degli interessi delle minoranze, dei lavoratori e dei popoli del Terzo Mondo

Robert F. Arnove, “Philanthropy and Cultural Imperialism. The Foundations at Home and Abroad”.

Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori.

Conclusioni di un’indagine conoscitiva sulle fondazioni statunitensi effettuata da un comitato del Congresso americano nel 1952

Non ci si dovrebbe aspettare che ingenti patrimoni privati siano donati in maniera tale da innescare nella società redistribuzioni delle ricchezze e trasformazioni politiche.

Ruth Crocker, in“Charity, Philanthropy, and Civility in American History”

Il miglior programma in assoluto di educazione alla democrazia si chiama “Esercito degli Stati Uniti”

Michael Ledeen, American Enterprise Institute for Public Policy Research (AEI), collaboratore di Matteo Renzi

 

I think tank, pensatoi che dovrebbero partorire soluzioni per i grandi problemi di una comunità, sono armi a doppio taglio, perché danno alla luce idee e simboli, che sono il cibo della mente umana, ma anche la sua droga ed il suo veleno. Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda. Sono fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati (Fait/Fattor 2010).

La ragion d’essere delle principali fondazioni e think tank (pensatoi, gruppi di riflessione ed approfondimento, reti di esperti) è quella di migliorare il mondo in accordo con le preferenze di chi le crea e le finanzia, ossia, in genere, dei magnati o dei politici, cioè a dire di persone che esercitano già una considerevole influenza sulla società, ma intendono esercitarne ancora di più. Queste organizzazioni, in termini pratici, servono a giustificare la permanenza di rapporti di poteri vantaggiosi per chi è già economicamente e politicamente egemone, pensando al posto nostro. Dato il loro profilo così prominente nella contemporaneità, sono stati oggetto di innumerevoli studi sociologici. Usando un gioco di parole, possiamo dire che il think tank è un carro armato (tank, in inglese) nella guerra delle idee che mira al controllo delle menti di 7 miliardi di persone.
Stephen Boucher e Martine Royo (2006) definiscono i “think tank” degli organismi permanenti non pubblici che hanno l’incarico di formulare soluzioni su scala nazionale o internazionale che possano essere tradotte in politiche pubbliche. Quasi tutte le fondazioni si sono dotate di uno o più think tank, perciò è pressoché inutile cercare di separarli. La loro missione li rende inscindibili. La fondazione si occupa della parte strategica, il think tank di quella tattica. Alcune fondazioni esistono da oltre un secolo, come ad esempio il trittico Ford, Rockefeller e Carnegie, dai nomi dei magnati che hanno fatto la storia dell’economia e dell’industria americana moderna. Un altro gigante si è aggiunto di recente, la Gates Foundation di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, e di sua moglie. In Germania, la Friedrich Ebert Stiftung è vicina ai socialdemocratici, la Konrad Adenauer Stiftung è nella sfera democristiana.

Anche se ufficialmente i loro think tank dovrebbero produrre ricerca seria e rigorosa, non conosco nessuno studio accademico (ossia non promosso da un qualche think tank e quindi apologetico) che non li consideri delle vere e proprie macchine ideologiche al servizio di un qualche specifico interesse e/o ideologia. Boucher e Royo parlano di “pensiero mercenario”, un eufemismo per quello che altri chiamerebbero, meno sottilmente, “prostituzione intellettuale”.

Con questo non si vuol dire che tutti i think tank e tutte le fondazioni siano da mettere sullo stesso piano e demonizzare. Ma è indubbio che all’intensificarsi dei legami con la politica ed il capitale l’indipendenza di giudizio e l’integrità morale dei componenti di un think tank subiscono un inevitabile processo involutivo e la loro attività finisce per rassomigliare sempre più al marketing ed al lobbismo, con un impatto mediatico rapido e massiccio nel mercato delle idee (Boucher/Royo, ibidem). Gli intellettuali e gli stessi scienziati sono degli esseri umani come gli altri, né peggiori né migliori degli altri, anche se loro, non-ufficialmente, sono inclini a ritenersi migliori ed esenti da certe influenze corruttrici. Non citerò la cospicua produzione di studi sociologici che smentiscono le loro più intime convinzioni. Per questo sarebbe meglio che le politiche pubbliche fossero formulate da commissioni pubbliche temporanee, allo stesso modo in cui si sottopongono periodicamente al voto i rappresentanti parlamentari che poi le vaglieranno. A meno che non si creda, con Mandeville, che i vizi privati sono alla base delle virtù pubbliche, uno slogan screditato da millenni di storia umana ma che piace molto ai neoliberisti.

L’influenza dei think tank è poderosa in una molteplicità di settori: dall’ecologismo alla bioetica ed alle biotecnologie, dagli studi sulla pace alla geopolitica, dalle risorse energetiche alle politiche socio-economiche, carcerarie e monetarie, dalla Guerra al Terrore alla globalizzazione, all’arte ed alla cultura, al razzismo, al federalismo ed alla tutela delle minoranze etno-linguistiche.

Gli esempi della loro egemonia culturale non si contano, ma due sono forse i più eclatanti. Il primo è quello delle politiche di sterilizzazione involontaria di decine di migliaia di donne nel mondo occidentale e di milioni di donne nel Terzo Mondo a fini eugenetici prima e di controllo della popolazione non-bianca (ad esempio i quechua ed aymara del Perù) poi (Connelly, 2008). L’altro è il “Progetto per un nuovo secolo americano”, una strategia neoconservatrice imperialista statunitense che risale alla fine degli anni Novanta e che ha condotto all’invasione dell’Iraq nel 2003. È notorio perché al centro delle teorie del complotto riguardo all’11 settembre 2001, in quanto un suo rapporto del settembre del 2000, intitolato “Rebuilding America’s Defenses: Strategies, Forces, and Resources for a New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”), auspicava il verificarsi di un evento del tipo Pearl Harbor che autorizzasse gli Stati Uniti a prendere il controllo dell’Asia Centrale, considerata la chiave per mantenere in una posizione subalterna Russia, India e Cina e quindi per conservare lo status di unica superpotenza egemone. Altri casi degni di menzione sono l’amministrazione Reagan, che selezionò lo staff presidenziale (150 specialisti!) nel vivaio della Hoover Institution, della Heritage Foundation e dell’American Enterprise Institute, tutte fondazioni ultraconservatrici, con relativi think tank.

Tra gli studiosi che hanno approfondito il ruolo delle fondazioni e dei think tank nella formazione della percezione della realtà da parte dei cittadini delle democrazie occidentali figura anche il celebre Pierre Bourdieu, che anche dopo la morte, avvenuta nel 2002, resta il più influente sociologo francese. Nel 1998, assieme al collega francese (docente a Berkeley) Loïc Wacquant, riconosciuto specialista nel campo del razzismo e dei sistemi carcerari, pubblicò un saggio dagli effetti dirompenti, intitolato “Sulle astuzie della ragione imperialista” (“Sur les ruses de la raison impérialiste”), in cui si argomentava la tesi che le grandi fondazioni americane che si occupano di razzismo, in particolare la Rockefeller e la Ford, cerchino deliberatamente di incoraggiare i leader delle minoranze etno-razziali al di fuori degli Stati Uniti ad adottare le stesse tecniche di autoaffermazione identitaria, oggettivamente fallimentari, impiegate negli Stati Uniti. Tecniche, per intendersi, che sono state ripudiate dallo stesso Martin Luther King, un uomo dall’enorme perspicacia ed onestà, e che non sono mai state prese in seria considerazione da Aung San Suu Kyi o da qualunque attivista che rivendichi i diritti umani e civili per tutti e non solo per una fazione.

Bourdieu e Wacquant sono finiti al centro di una vigorosa polemica non tanto per aver denunciato il carattere fallimentare dell’identitarismo particolaristico e settario, ma per aver affermato che la contrapposizione tra neri e bianchi, che volutamente cancella l’esistenza dei meticci/mulatti, fa parte di una strategia globale neocolonialista all’insegna del divide et impera che, insistendo sulla componente somatica (il colore della pelle), conduce ad una guerra tra poveri che avvantaggia chi teme che le classi subordinate possano creare una piattaforma di rivendicazioni comuni che metta in difficoltà lo status quo. Le loro conclusioni sono in linea con quanto si apprende dalle ricerche di Anthony W. Marx (nessuna relazione con il più celebre Karl) su Stati Uniti, Sudafrica e Brasile, Livio Sansone sul Brasile (2002, 2003), Mark Clapson sul Regno Unito (2006), Donald E. Abelson (1996), Yves Dezalay & Brian G. Garth (2002), Noliwe Rooks (2006), Inderjeet Parmar (2012) e Thomas Medvetz (2012) sugli Stati Uniti e le loro relazioni interrazziali ed internazionali, Rafael Loayza Bueno ed Ajoy Datta sulla Bolivia (2011).

A dire il vero, Bourdieu e Wacquant non sono stati dei pionieri. Già negli anni Quaranta il giornalista e storico statunitense Joel A. Rogers lamentava il fatto che gli attivisti neri per i diritti civili fossero usati dai filantropi delle maggiori fondazioni per diffondere un’immagine omogenea, omologata, monolitica e caricaturale dei neri che sarebbe servita a “tenerli al loro posto” e a “mettere in cattiva luce quei pochi neri in grado di ragionare con la propria testa” (cit. in Plummer, 1996, p. 228). Uno dei più ammirati sociologi americani, C. Wright Mills, aveva gettato le basi per un’analisi scientifica di questo fenomeno già a cavallo degli Cinquanta e Sessanta, ma scomparve prematuramente prima di riuscire a portare al termine il suo ambiziosissimo progetto sociologico di studio delle élite e delle loro strategie. Solo negli anni Ottanta, grazie ad Edward Berman ed al suo magnifico e scrupoloso saggio (“The Ideology of Philanthropy”) e, più recentemente, Sally Covington (1998), Frances Stonor Saunders (1999, ed. it. 2004) e Joan Roelofs (2003) sono riusciti a mettere in luce i legami tra le fondazioni filantropiche, le militanze identitarie, gli architetti della politica estera americana e la CIA. Centinaia di milioni di dollari investiti in una guerra di idee e per il controllo dei media, di interi dipartimenti universitari e della lealtà di membri del Congresso (Saunders, op. cit., p. 122):

L’uso delle fondazioni filantropiche si rivelò il modo più efficace per far pervenire consistenti somme di denaro ai progetti della CIA, senza mettere in allarme i destinatari sulla loro origine…Nel 1976, una commissione d’inchiesta nominata per indagare le attività dell’intelligence statunitense riportò i seguenti dati relativi alla penetrazione della CIA nella fondazioni: durante il periodo 1963-1966, delle 700 donazioni superiori ai 10.000 dollari erogate da 164 fondazioni, almeno 108 furono totalmente o parzialmente fondi della CIA. Ancor più rilevante è che finanziamenti della CIA fossero presenti in quasi metà delle elargizioni, fatte da queste 164 fondazioni durante lo stesso periodo nel campo delle attività internazionali durante lo stesso periodo.

Sempre negli anni Ottanta, Robert Arnove, oggi professore emerito all’Università dell’Indiana, allora un insider con accesso ad informazioni riservate, curò la pubblicazione di un volume collettaneo (“Philantropy and cultural imperialism: the foundations at home and abroad”, 1980) in cui puntava il dito contro le fondazioni Ford, Rockefeller e Carnegie e la loro “corrosiva influenza sulla società democratica”, resa possibile da una concentrazione di potere e capitali non adeguatamente regolamentata, in grado letteralmente di comprare la lealtà degli esperti e di promuovere certe cause secondo certe modalità in modo tale da indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica in certe direzioni piuttosto che in altre. Lo stesso Arnove, in seguito, assieme alla collega sociologa Nadine Pinede (“Revisiting the Big Three Foundations”, 2003), ha potuto confermare la validità dei precedenti giudizi sulle politiche di deradicalizzazione (leggi: castrazione e frammentazione) del movimento per i diritti civili attuate dalle suddette fondazioni in nome dell’ideologia dell’identitarismo culturale che sottrasse al più vasto movimento le importanti energie di una larga porzione di attivisti afro-americani, non più disposti a condividere la lotta con esponenti di altre culture ed etnie (si veda anche Roelofs 2003).

Il povero Martin Luther King non poté sfuggire a questo gorgo e ne finì risucchiato, lui che contrastava ogni tentativo di spezzare il movimento dei diritti civili in fazioni concorrenti. Nel febbraio del 1967 prese la decisione di opporsi alla politica americana in Vietnam, pur sapendo che così facendo avrebbe causato l’interruzione del flusso di erogazioni da parte di varie fondazioni e in particolare della Ford Foundation. Aveva ben chiaro in mente che, com’era più che logico, le politiche di finanziamento delle maggiori fondazioni favorivano le valvole di sfogo, ossia quelle organizzazioni che davano voce alla protesta ma senza mai mettere in discussione l’establishment nel suo complesso (Walker, 1983).

Molte persone fanno fatica ad immaginare che delle fondazioni possano realmente cambiare il corso della storia di un’intera nazione. Ma si considerino le somme a loro disposizione. Nel 2011 il valore del patrimonio complessivo delle fondazioni americane ammontava a quasi 622 miliardi di dollari. Se fossero una nazione, sarebbero al ventesimo posto nella classifica del PIL, poco dietro la Svizzera. Nel 2010 decine di migliaia di fondazioni filantropiche hanno distribuito finanziamenti per un valore totale che eccede i 46 miliardi di dollari (valore raddoppiato rispetto al 1999). Ciò significa che, in questi anni, solo negli Stati Uniti, le fondazioni movimentano l’equivalente di una manovra finanziaria italiana importante o del PIL della Tunisia o dell’Uruguay. Nel 2000 il solo “Programma per la pace e la giustizia sociale” della Ford Foundation ha devoluto 26 milioni di dollari per i “diritti delle minoranze e la giustizia razziale”, su un totale di 80 milioni di dollari di finanziamenti a livello globale. La Bill e Melinda Gates Foundation distribuisce annualmente almeno 3 miliardi di dollari ad organizzazioni ed individui che ritiene meritevoli e dispone di un patrimonio del valore di oltre 33 miliardi di dollari (poco meno del PIL del Kenya, più di quello della Lettonia). Era a 37 miliardi nel 2010. Ford Foundation, Paul Getty Trust, Robert Wood Johnson Foundation dispongono tutte di circa 10 miliardi di dollari di beni: in termini di PIL, si collocherebbero davanti all’Armenia. In termini pratici, non devono rispondere del loro operato né ai mercati, né alla stampa, né tantomeno all’elettorato.

Con queste cifre e questo potere in ballo, non è sorprendente che i saggi dedicati a questo argomento così cruciale siano, globalmente, poche decine e tutti o quasi tutti ad opera di accademici non dipendenti da sovvenzioni private. Non sono molti i giovani ricercatori disposti a sputare nel piatto in cui sperano di mangiare e ancor meno quelli, più maturi, pronti a farlo in quello in cui stanno già mangiando. La falsa coscienza fa il resto: si razionalizza il proprio comportamento e quello di chi ci sovvenziona e ci si convince che l’utile giustifica i mezzi. D’altronde, stante il feroce antistatalismo americano, quasi tutte le organizzazioni per i diritti civili, la giustizia sociale e la difesa dell’ambiente, per poter restare in vita, sono costrette a rivolgersi alle fondazioni “filantropiche” ed alla loro per nulla disinteressata filantropia. Lo stato non è quindi in grado di assicurarsi che l’elaborazione e discussione delle questioni pubbliche non vengano monopolizzate da interessi privati. È un fenomeno che si sta verificando anche in Europa, specialmente ora che la crisi e l’austerità hanno prosciugato le casse degli stati europei.

Ora, limitatamente alle fondazioni maggiori, emanazioni del capitale finanziario-industriale, alla luce degli studi summenzionati, possiamo dire che quelle di destra sono anti-democratiche e non fanno molto per nasconderlo; quelle “progressiste” sembrano più orientate a provare a migliorare la situazione, ma solo per poter mantenere le cose come stanno. Queste ultime sono espressioni di centri di interesse che non disprezzano apertamente la democrazia, ma preferiscono gestirla in modo accentrato e tecnocratico, a causa della scarsa stima che nutrono nei confronti delle masse. Ciò che accomuna le fondazioni di destra (es. praticamente tutte quelle legate agli interessi delle multinazionali farmaceutiche e petrolifere, o il Pioneer Fund) e i think tank di destra da un lato (es. Freedom House, Council on Foreign Relations, Hudson Institute) e quelle di sinistra (es. Open Society di George Soros, Gates Foundation) con i rispettivi think tank (es. la New America Foundation vicina a Zbigniew Brzezinski, una delle figure più influenti nelle scelte di politica estera dell’amministrazione Obama) dall’altro è, a grandi linee, il rifiuto del principio della pari dignità e il trionfo dell’elitismo e dell’oligarchismo più o meno benevolo (o malevolo, a seconda dei punti di vista, naturalmente). Come documentano Robert Arnove e Nadine Pinede, tutte le grandi fondazioni “progressiste” sono ispirate ai principi del conservatorismo sofisticato ed appoggiano dei cambiamenti che assicurano una maggiore efficienza del sistema esistente ed una minore frizione con i privilegi già acquisiti. In questo modo, però, perpetuano le dinamiche che generano quelle disuguaglianze ed ingiustizie alle quali ufficialmente desiderano porre rimedio.

Altiero Spinelli, un cattivo maestro

Altiero Spinelli, uno dei padri dell’europeismo, è stato descritto come machiavellico, autoritario, elitario, spregiudicato e cinico dai suoi stessi estimatori. I suoi pensatori di riferimento erano Lenin, Nietzsche, Meinecke, Machiavelli, Hobbes, Hegel, Mosca, Pareto, teorici dell’autoritarismo. Nelle sue prime stesure, il Manifesto di Ventotene proponeva un decennio di dittatura rivoluzionaria per imporre un governo federalista all’intero continente. Anche nella stesura definitiva, il testo rivela un solenne sprezzo per i democratici e le procedure democratiche, definite esplicitamente “un peso morto” quando si tratta di cambiare il mondo. Spinelli descriveva in questi termini, ed in terza persona, il suo rapporto con la libertà: “non è riuscito a trovare alla libertà nessun’altra base più solida della forza con cui chi ha da realizzare qualcosa si mette all’opera e non si fa sopraffare dagli altri. Non ama la libertà degli altri in virtù di un astratto ideale di libertà. Chi vuol fare una cosa tende a calpestare gli altri” (Graglia 2008, p. 140).

Questa, a mio parere, è una falsa idea di libertà, è la libertà del forte di prevalere sul debole, di far trionfare la sua volontà, sempre e comunque, è la libertà dell’anarchismo di destra, del pensiero libertario della frontiera americana. Si è più liberi quante più persone si relegano sotto di noi. Lo stesso Piero Graglia, che pure è un biografo particolarmente generoso nei suoi confronti, concede: “Può sorgere naturale il dubbio, fondato, che Spinelli in fin dei conti nutra un malcelato disprezzo per la pratica democratica e per il sistema rappresentativo” (Graglia, 1993, p. 55).

Lo pensava anche Riccardo Bauer, uno dei costituenti-ombra (Buratti/Fioravanti, 2010), ossia uno di quei fondatori della Repubblica che rifiutarono le luci dei riflettori  (Bauer, 1987, pp. 120-123):

“Ernesto mi consegnò un grosso plico col famoso programma. Che lessi allibito. Vi si osservava innanzitutto che il fascismo non poteva essere sconfitto e superato se non imitandone la disciplinare salvezza data da un capo investito di una superiore autorità ed al quale fosse prestata obbedienza assoluta. Per cui, sia per determinare la caduta del potere fascista, sia per organizzare la successione, doveva costituirsi, sotto la direzione di quel capo assoluto, una vera e propria ferrea dittatura della durata almeno di un decennio – dopo l’avvento del nuovo potere – che studiasse e preparasse un ordinamento democratico da concedere, nei suoi perfetti lineamenti, al popolo finalmente sovrano. […]. [Nella seconda stesura del Manifesto] il nuovo intento federalista partiva dalla premessa che, a guerra finita, una nazione, l’Italia, dovesse prendere l’iniziativa di portare l’idea federativa a compimento, anche con la forza, se necessario, secondo una tradizione giacobina di cui si rilevava il fortunato successo, almeno iniziale. E, conseguenza del principio stabilito, l’uscita eventuale dalla federazione costituita non doveva essere consentita. Obiettai anzitutto che l’azione giacobina nel secolo XVIII era finita male nonostante l’iniziale entusiastico successo. In secondo luogo che dalla guerra tutte le nazioni sarebbero uscite stremate e che l’idea stessa di una nuova iniziativa di forza non sarebbe stata accolta con favore da nessuno. […]. In linea generale osservavo che una forma di unificazione dell’Europa richiedeva una condizione di relativa omogeneità politica, economica e sociale tra le diverse nazioni, omogeneità che era ben lungi dall’esistere…per cui tutto il progetto doveva essere avviato con ben altre premesse che quelle di un esasperato volontarismo senza reale fondamento nella prevedibile situazione dopo il bagno di sangue che ancora durava”.

La libertà consona ad una democrazia matura è un’altra cosa.

Psicopatia, portami via – La gente ce l’ha sotto il naso, ma non la vuole vedere

Romney nega spudoratamente davanti a milioni di Americani di aver detto o scritto cose che ha detto e scritto (il che è facilmente documentabile). Obama, interdetto, perde il confronto (lui, le molte volte che mente, non lo fa con così tanta disinvoltura, non con quel godimento).
Cameron presenta i conservatori inglesi (quelli che hanno tolto l’assistenza ai disabili relegandoli in casa) come “il partito della compassione”.
Serve davvero altro per capire che queste persone sono psicopatiche?
Se vedete una persona di colore, riuscite a chiamarlo “nero” anche se è politicamente scorretto accennare al colore della pelle?
Se uno è un imbecille non si può definirlo tale perché non sta bene e allora non lo è più?

Perché molti trovano così difficile accettare l’idea che una considerevole parte dell’umanità è diversa, è priva di empatia e coscienza e non ci può fare niente?
Un nero è nero, non è bianco. E uno psicopatico è quello che è, non ha scelto lui di essere così. Mentre il nero non è meno innocuo in quanto nero, lo psicopatico si comporta come la sua natura gli detta di comportarsi ed è nocivo per tutti gli altri, inclusi gli altri psicopatici (circa il 3-6% dell’umanità).

“Nel libro di Claude Steiner “l’alfabeto delle emozioni” ci vengono presentate due categorie di persone destinate ad esercitare “potere” nel mondo: gli psicopatici e gli empatici .

Gli psicopatici sono emotivamente “freddi”, non hanno contatto emotivo, sono bloccati nel “sentire”, agiscono senza freni. Possono mentire, rubare, estorcere, manipolare, senza sensi di colpa. Giocano con l’altro, lo usano, lo seducono, lo commuovono in funzione del potere, del possesso, del successo. Per gli psicopatici l’altro è solo un voto, un corpo, una cosa e non una persona. Raccontano verità diverse, giocano con le parole in funzione dell’interlocutore che ascolta. Ciò che è stato detto ieri oggi viene smentito. Tutto è strumentale e strumentalizzato. Hanno una grande capacità di intuire che cosa le persone vogliono sentire, lo dicono senza crederci, ma lo fanno sorridendo. Intuiscono se c’è un prezzo per il quale l’interlocutore è disposto a vendersi . Inventano nemici e traditori su cui indirizzare l’aggressività e le responsabilità degli insuccessi. Nella loro storia personale il cuore non è stato considerato e lo hanno dimenticato. Hanno un grande buco nell’anima, sono insaziabili e tutto ciò che conquistano, strappano, costruiscono, possiedono non placa il loro “vuoto”.

Gli empatici sono attenti ai sentimenti altrui. Cercano di cooperare con gli altri, di ottenere il meglio da sé e dalle persone. Si sentono impegnati a costruire percorsi e relazioni leali, autentiche, emozionalmente oneste. Il politico empatico ascolta il dolore e si è dato un metro con cui misurare i comportamenti: il rispetto del cittadino e dell’avversario. L’empatico è capace di forza e di tenerezza. Sa che il potere è importante e lo considera un prestito. È consapevole che la vita è fragile, che la storia è tragica e cerca di non barare né con l’una né con l’altra. Il politico empatico insegue sogni, ma è libero nel suo procedere. Sa che ogni essere umano ha una dignità sacra e si impegna a non calpestarla. Conosce gli idoli del suo cuore e sente che ha bisogno di guarigione interiore.

Laddove il politico psicopatico distrugge l’empatico costruisce, laddove il politico psicopatico calpesta l’empatico consola e progetta speranze.

Chiaramente l’empatia e la psicopatia sono due estremi. Nessuno è totalmente empatico o psicopatico, ma riconoscere i comportamenti prevalenti in noi e negli altri è un primo passo per capire e cambiare.

Capire quanti psicopatici nel panorama politico italiano detengono posti di potere è una necessità per custodire il futuro. Sono tanti, troppi coloro che avendo problemi in sospeso con la vita sono stati arruolati come classe dirigente dai vari partiti. E sono tanti, troppi i politici psicopatici a cui abbiamo consegnato il nostro consenso”.

http://www.insiemeragusa.it/node/396

Fenomenologia della psicopatia

Indossano sempre delle maschere (metaforiche): in pubblico vanno incontro alle aspettative altrui, per mimetizzarsi meglio (sanno di essere diversi dagli altri). Lo facciamo tutti, ma loro hanno come unico obiettivo la manipolazione del prossimo per realizzare i propri scopi.

Feriscono gli altri ma cercano costantemente di suscitare pietà o sensi di colpa, sentimenti che li avvantaggiano nelle loro manipolazioni.

Non sanno cos’è la coscienza e l’empatia ma la vedono negli altri e si convincono che sia un handicap. Terraformano la società in modo da allinearla alla loro percezione di come debbano andare le cose (vizi diventano virtù, virtù diventano vizi o patologie)

Sono guidati dalla necessità di dominare gli altri in un modo o nell’altro e di accumulare, ingoiare, spinti da un appetito inestinguibile.

Hanno unicamente e sempiternamente i propri interessi in mente.

Sono seduttori nati perché, almeno inizialmente, si conformano perfettamente alle aspettative degli altri. Sono dei camaleonti in forma umana.

Credono di essere più importanti di quello che realmente sono (e si sforzano di convincere gli altri di esserlo). In genere si prendono dannatamente sul serio.

Per difendere la loro credibilità e status gonfiato a dismisura mentono metodicamente.

Se non possono manipolare direttamente qualcuno seminano zizzania, mettono gli uni contro gli altri, diffondendo malelingue e calunnie.

Le loro emozioni (salvo il risentimento, la delusione, la rabbia, la bramosia) sono false e non sono bravi a calibrarle, perché sono privi di empatia, sono come dei principianti assoluti. Esagerano (“lacrime di coccodrillo”) oppure si mostrano singolarmente freddi. Sono spesso fuori luogo.

Non hanno assolutamente alcun riguardo per i sentimenti degli altri e li accusano di reagire sproporzionatamente alle loro azioni.

Sono completamente irresponsabili, privi di rimorsi e scrupoli, non si assumono mai alcuna responsabilità. Se rimpiangono qualcosa, è per non averla ottenuta.

Se chiedono scusa è solo perché la situazione lo richiede per poter continuare a manipolare il prossimo.

Sono amorali e promiscui, incapaci di essere fedeli, vogliono sempre prendere e se danno un po’ e perché sanno di potere ottenere molto di più.

Vivere in mezzo a persone dotate di coscienza è per loro estenuante. Per questo si prendono delle vacanze di completa depravazione. Vogliono sentirsi sporchi, impuri, corrotti, per ripulirsi dei “buoni sentimenti” che sono costretti a subire quotidianamente e che li fanno sentire a disagio. Droghe, prostituzione, pedofilia, abusi e torture possono essere degli ottimi sfoghi.

La loro prospettiva è fissata sul breve termine. Non sono lungimiranti e questo è il loro Tallone d’Achille: vedono la realtà come desiderano vederla, non come è. Prima o poi fanno un passo più lungo della gamba e crollano rovinosamente. È solo una questione di tempo.

Si annoiano facilmente, sono drogati di eccitazione e quindi impulsivi. Il che li rende ancora più vulnerabili all’autolesionismo (es. DSK).

Se non succede prima è perché, di norma, sono molto intelligenti ed abili nella mimesi. Quelli non sufficientemente acuti commettono errori grossolani e finiscono in galera. Gli altri arrivano al potere sfruttando la benevolenza, compassione, altruismo, spirito di sacrificio, devozione, dedizione, ingenuità, idealismo e credulità (imbecillità) dei “normali”. Fregare il prossimo facendo leva sulle sue virtù (che per loro sono debolezze) li fa godere, letteralmente.

Può capitare che fissino gli altri intensamente, come un predatore che mira alla sua preda.

http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/golpe-psicopatico.html

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