Mercati, Mercatini e Monti bis (+ un complotto)

I tiranni più saccheggiano e più esigono, più distruggono e più ottengono mano libera, più li si serve e più diventano potenti, forti e disposti a distruggere tutto; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti a un niente proprio come un albero che non ricevendo più la linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore.
Étienne de La Boétie

Le popolazioni più vulnerabili sono danneggiate dai salvataggi, mentre i ben pagati professionisti della finanza che in primo luogo hanno finanziato il disavanzo greco e spagnolo, continuano a trarre un profitto non indifferente. “Imporre i sacrifici ai Greci è … un prezzo di sangue per i ripetuti salvataggi i cui i beneficiari effettivi si dice che sono i Greci, ma in realtà sono i banchieri francesi e tedeschi”, ha dichiarato Galbraith.
Huffington Post, “A Thousand Cuts”

Gli anticomplottisti godono del tacito appoggio della massa, spinta a farlo dai naturali meccanismi di difesa della psiche (nessuno vuole immaginare che ci sia qualcuno che ce l’ha con lui e che sia molto più potente di lui – meglio classificare il tutto come “paranoia”). Gli anticomplottisti sono, volenti o nolenti, i migliori puntelli dello status quo.
http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/complottisti-ed-anticomplottisti-sono.html

I cosiddetti “mercati finanziari” si sono costruiti, in anni recenti, la fama di autorevoli giudici delle politiche economiche dei vari Paesi. Si dice “bocciato dai mercati” o “promosso dai mercati” come se un superiore e magistrale vaglio tecnico intervenisse a decretare la sapienza o l’insipienza di ogni mossa politico-economica. Poi però accade che “i mercati” commentino con un certo vigore (per esempio facendo cadere gli indici di Borsa) non una legge finanziaria, o una  manovra economica, ma un esito elettorale, come è accaduto in Francia  con la vittoria di Hollande e in Germania con il crollo della Merkel.  Si capisce, allora, che i mercati non sono giudici imparziali, ma attori  politici tanto quanto i governi che tremano al loro cospetto. Non rappresentano interessi collettivi più di quanto possa rappresentarli un qualunque partito politico: rappresentano interessi di parte (di una parte, per giunta, ristretta della società) tanto quanto qualunque  partito politico. Questo, ovviamente, non nega il loro peso, e neppure leva loro la dignità che spetta a una rilevante parte in causa nel gioco economico e politico. Ma dovrebbe suggerire alla politica un poco di indipendenza e di coraggio in più: quando arriva “il giudizio dei mercati” non è Dio che ha parlato, e dunque non è strettamente necessario stare in ginocchio.

Michele Serra, La Repubblica, 15 maggio 2012.

Si legge che il voto greco “non basta ai mercati” e ci si ingegna di capire che cosa basti, ai mercati: la consegna immediata  di tutte le ragazze vergini? La testa del Battista su un  piatto d’argento? La donazione di ogni bene pubblico e privato al circolo ricreativo dei banchieri? L’uso obbligatorio del papillon? Ma poi, soprattutto:chi diavolo sono, questi misteriosi “mercati”? Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome o cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha  mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta più del giudizio dell’intera classe politica mondiale? Perfino i più esecrabili dittatori ci mettono la propria faccia, e a  volte finiscono la carriera appesi a un lampione. Perché i mercati  no? Se contano tanto (tanto da affamare i popoli, volendo, e tanto da salvarli, sempre volendo) perché sono l’unico potere, in tutto l’Occidente, che non si espone mai, non parla nei telegiornali,  non viene intervistato, fotografato, incalzato? Perché siamo tutti ai piedi di un’entità metafisica che per giunta non dispensa alcun genere di risarcimento spirituale, anche scadente?

Michele Serra, La Repubblica, 19 giugno 2012.

C’è davvero una “incompatibilità tra le regole dominanti dell’economia e le regole, ad essa sottomesse, della democrazia”, come si chiedeva ieri su questo giornale Gad Lerner riflettendo sulla situazione greca? Guardate che la domanda, specie se a porla non è un giovane rivoluzionario ma un maturo socialdemocratico come Lerner (e come me), è di quelle che fanno tremare le vene ai polsi. Perché se è vero, che le regole di questa economia sono monocratiche e sopraffattrici, prima o poi si tratterà di sovvertirle — o almeno correggerle radicalmente — prima che la democrazia ne esca definitivamente commissariata. E non sono le frange radicali, è la sinistra di massa, quella oramai incanutita nel quasi placido tran tran del parlamentarismo, delle elezioni, di un’alternanza che di alternativo ha davvero pochino, che si gioca il futuro se non sarà in grado di scuotersi. Il socialismo europeo, scrive ancora Lerner, rischia l’irrilevanza se si rassegna a considerare velleitaria una riforma democratica dell’architettura dell’Unione. Dato (quasi) per scontato che i socialisti non credono più nel socialismo, possiamo sperare che credano almeno nel primato della democrazia, e nella possibilità di sottomettere i famosi “mercati” ad essa, e non essa ai “mercati”? Vendola sappiamo già quello che pensa. Ma Bersani? Qui non serve la cavalleria. Serve la fanteria.

Michele Serra, La Repubblica, 21 giugno 2012.

Finché siamo noi della sinistra incanutita, a borbottare contro la dittatura dei mercati finanziari, possiamo anche credere di star ripetendo le solite vecchie solfe, come ufficiali in congedo nel loro circolo polveroso. Ma quando è la signora Merkel a dire che i mercati finanziari «non sono al servizio del popolo perché negli ultimi cinque anni hanno consentito a poca gente di arricchirsi a spese della maggioranza”, aggiungendo che “non bisogna consentire ai mercati di distruggere i frutti del lavoro della gente”, beh, ci sentiamo un poco rinfrancati. Forse alcune delle fole novecentesche attorno alle quali ci siamo formati — per esempio che il lavoro degli esseri umani deve avere più valore della speculazione, per il semplice fatto che vale di più — andrebbero rivalutate, visto che seducono anche una valorosa scampata al comunismo della Ddr, nemicissima dell’economia pianificata e statalizzata, leader autorevole del liberismo applicato.

Non per tartufismo, ma per evidente comodità tattica, di qui in poi potremmo sempre aggiungere ad ogni critica ai mercati finanziari una postilla invincibile: “Credete che l’abbia detto Nichi Vendola? Macché! L’ha detto la Merkel”.

Michele Serra, La Repubblica, 4 settembre 2012.

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La “cupola” dello spread tra teoria del complotto e attacco finale all’eurozona.

di Federico Rampini, La Repubblica, 25 luglio 2012

NEW YORK — IL TAM TAM CI AVVISA DA SETTIMANE: L’ATTACCO (FINALE?) ALL’EUROZONA È FISSATO PER AGOSTO.

Le voci s’infittiscono a Wall Street, le ha riprese ieri il New York Times in prima pagina: «L’estate sarà al cardiopalmo». La previsione di un’ondata speculativa contro gli anelli deboli dell’eurozona è razionale: agosto è un mese di attività ridotta sui mercati, i volumi degli scambi sono sottili, dunque è il periodo ideale per chi voglia ottenere il massimo effetto con le sue “puntate”. Ma il tam tam rischia anche di alimentare le teorie del complotto: dietro previsioni così insistenti esiste una regìa, un’azione concertata che prende di mira Grecia, Spagna, Italia? I patiti della dietrologia hanno qualche elemento a cui appoggiarsi. Oltre ai complotti immaginari, che usiamo per dare un volto e un nome alle forze impersonali dei mercati, qualche volta esistono le congiure autentiche.

NELLA CRONACA RECENTE, ALCUNI CASI SPECIFICI EVOCANO MANOVRE CONCERTATE CONTRO L’EUROZONA.

La prima data è l’8 febbraio 2010: i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) concordano un attacco simultaneo all’euro in una cena segreta a Wall Street. Goldman Sachs e Barclays partecipano. L’accusa è contenuta in una dettagliata inchiesta del Dipartimento di Giustizia Usa.

Un episodio successivo è datato 12 dicembre 2010. Quel giorno il New York Times rivela le «cene del terzo mercoledì di ogni mese»: riuniscono 9 membri di una élite di banchieri a Midtown Manhattan che rappresentano Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs e Credit Suisse. In quella “cupola” si concordano operazioni sui derivati. Fonte dell’accusa è nientemeno che Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading Commission cioè proprio l’authority di vigilanza sui derivati.

Il primo settembre 2011 è il Wall Street Journal a rivelare che lo stratega di Goldman Sachs Alan Brazil, in un rapporto confidenziale di 54 pagine, consiglia ad alcune centinaia di grossi clienti della banca delle operazioni di speculazione ribassista contro l’euro, con l’uso dei credit default swaps per lucrare dai fallimenti delle banche europee, spagnole in testa. In conflitto d’interessi, perché al tempo stesso Goldman Sachs è consulente del governo di Madrid.

Infine è del 10 novembre 2011 il “giallo” mai chiarito della falsa notizia su un imminente downgrading della Francia: l’indiscrezione esce dalla Standard & Poor’s, suscitando violente oscillazioni sui mercati. Viene seguita da una smentita, ma intanto il danno è fatto: l’indagine della magistratura francese è tuttora in corso.

http://www.modena.legacoop.it/rassegna/2012/07/pressline20120725_339983.pdf

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WALL STREET FA IL TIFO PER IL MONTI-BIS

Dopo Goldman Sachs anche Morgan Stanley e Citigroup auspicano che l’Italia non abbandoni la linea del premier che dovrebbe restare al governo alla guida di una grande coalizione o in alternativa salire al Colle.

Il messaggio è chiaro, Wall Street punta su un Monti-bis, o comunque su un governo che non esca dal solco tracciato dall’attuale presidente del Consiglio. Goldman Sachs pochi giorni fa, in un lungo report dedicato alle prospettive politiche italiane, aveva spezzato una lancia per il Pd, motivando però l’implicito endorsement con la constatazione che la vittoria di una coalizione di Centrosinistra guidata dal partito di Pierluigi Bersani avrebbe sostanzialmente proseguito la politica di rigore del governo Monti.

Ora è la volta di Citigroup e Morgan Stanley, che hanno appena pubblicato due studi aggiornati (tengono conto anche della crisi politica nella Regione Lazio) ed entrambe finiscono per auspicare che le prossime elezioni conducano ad una grande coalizione che riporti Monti a Palazzo Chigi, o anche al Quirinale. Una soluzione del genere, scrivono gli analisti di Citi, sarebbe la migliore per «mettere l’Italia sulla strada della ripresa». Di Monti, è scritto ancora nel report, si può dire che «ha fatto un eccellente lavoro nel ristabilire la credibilità dell’Italia all’estero», non ha avuto altrettanto successo però nel tagliare il debito o cambiare mentalità e abitudini degli italiani.

Ciononostante è emerso come un leader notevole (anche se si aggiunge che lo stesso non si può dire di alcuni ministri). Tracciando diversi scenari per il futuro Citi arriva quindi ad auspicare un prossimo governo, sostenuto da una grande coalizione e basato su una formula ibrida tecnico-politica, che sarebbe nella migliore posizione per chiedere «un programma tipo Troika con condizioni lievi, che consenta alla Bce di iniziare a comprare titoli di Stato italiani». Uno scenario, insomma, che avrebbe come completamento l’elezione di Monti al Quirinale, con «un ruolo che probabilmente sarebbe molto più importante di quello di premier per preservare i futuri rapporti dell’Italia con i suoi partner europei»

Altre soluzioni, per Citi, sarebbero molto più pericolose, e con un chiaro riferimento al ritorno in campo di Silvio Berlusconi, gli analisti si chiedono: «Compreremmo titoli di Stato di un Paese il cui premier possa proporre un altro ponte sullo Stretto?».

Anche Morgan Stanley auspica che l’Italia non abbandoni il Montismo. Del resto, scrivono gli analisti della banca d’affari: «Il rischio è che in vista delle elezioni, la volontà e la capacità di implementare le riforma venga meno». MS crede che «una situazione politica non risolta», che veda «nessun partito in grado di ottenere una maggioranza assoluta, e la crescente importanza dei partiti marginali, potrebbe trasformarsi in un canale di contagio».
«Se tutti i pezzi del puzzle politico andranno a posto», concludono gli analisti di Citigroup, che pure mantengono negativo l’outlook a breve, «crediamo che l’azionario italiano, che scambia circa il 60% al di sotto dei livelli del 2007 e con il minor P/E 2013 di qualsiasi altro Paese europeo, offra un potenziale per ritorni notevoli dopo anni di sottoperformance»”.

Antonio Satta

Fonte: www.milanofinanza.it

26.09.2012

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4 commenti

  1. 4 novembre 2012 a 11:28

    […] L’uscita dall’eurozona sarebbe una catastrofe pazzesca e, soprattutto, è esattamente quel che vogliono gli hedge fund, che puntano proprio a quell’esito per spolpare le carcasse degli stati lasciati dietro. Non per altro hanno cominciato attaccando proprio quelli. È quel che fanno i predatori: separano le prede più deboli dal branco e poi le aggrediscono assiem…. […]

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  2. 4 novembre 2012 a 17:24

    […] quotidiani internazionali, come ad esempio il New York Times, l’Huffington Post e la Repubblica: https://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/02/mercati-mercatini-e-monti-bis/, […]

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  3. 15 febbraio 2013 a 15:21

    […] È quella la nostra destinazione, l’unica degna di un’umanità possibile. Ma accelerare i tempi sfruttando delle crisi chiaramente pianificate a tavolino per estorcere alla popolazione un consenso che altrimenti non si sentirebbe di dare significa […]

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