Simboli e maschere del potere, simboli di resistenza ed emancipazione

 

 

 

Attraversando il segno simbolico, si dischiude una dimensione supra-sensibile e supra-razionale dove gli esseri umani incontrano un mondo che è per loro realtà, come il divino e il diabolico, l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, l’infinitamente alto o l’infinitamente profondo, la giustizia e l’ingiustizia, l’ordine e il caos, il potere e l’arbitrio, l’amore e l’odio, l’unione e la divisione, il puro e l’impuro, la riscossa e la rassegnazione, la pace e la guerra: realtà anch’essere, per chi le percepisce, le desidera o le teme, pur se appartenenti ad un altro “ordine di realtà” rispetto a quelle empiriche e razionali

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere”

Nelle democrazie ci sono molti che vorrebbero vedere il sopravvento di un mito chiuso. Alcuni sono isterici, come i membri della John Birch Society che vorrebbero imporre a tutti il loro mito della “way of life” americana, o come il querulo teutonismo che una generazione fa accolse con entusiasmo la formulazione della mitologia chiusa nazista del “Mito del ventesimo secolo” di Alfred Rosenberg….Poi ci sono gli intellettuali nostalgici, generalmente con forti tendenze religiose, che sono abbagliati dall’unità delle cultura medievale e vorrebbero assistere a una sorta di “ritorno” ad essa. Poi vengono le persone che sarebbero ben felici di far parte di quella sorta di élite che un mito chiuso produrrebbe. E ancora, ci sono gli individui che credono sinceramente nella democrazia e sono dell’opinione che la democrazia sia svantaggiata dal fatto di non avere un programma chiaro e indiscusso delle proprie credenze. Ma la democrazia difficilmente funziona come un mito chiuso…Una mitologia aperta non può avere un canone.

Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”

Il grande antropologo statunitense Eric R. Wolf (1923 – 1999) esortava i colleghi ad “esplorare il nesso tra idee e potere”, ad esaminare il modo in cui “le idee divengono monopolio dei gruppi di potere” e come “le vecchie idee sono riformulate alla luce della diversità di contesto, mentre le nuove idee sono presentate come verità ancestrali”. Per capire la storia ed il presente di una società, bisogna prima di tutto comprendere le conseguenze dell’esercizio del potere ed analizzare l’intersezione di cultura e potere nella storia del presente.

C’è un’antropologia superficiale, postmodernista e patinata, à la Clifford Geertz, che studia la società balinese e si “dimentica” di menzionare la dittatura di Suharto. Poi c’è un’antropologia più profonda che non si riduce a contemplare estaticamente, astrattamente ed imperturbabilmente il caleidoscopio culturale, ma cerca spiegazioni concrete. Ogni simbolismo può nascondere, e spesso nasconde, una relazione di potere, ossia una sperequazione nella distribuzione del potere. La cultura ufficiale è anche una strategia per la preservazione dell’ordine costituito, ossia di una struttura di potere. Insomma, ogni cultura è un’ideologia ed un insieme di relazioni dialettiche di potere in un dato momento ed in un determinato luogo e la società non è quasi mai lo specchio di una cultura, ma solo l’espressione di una dimensione di quella cultura che fa comodo a chi detiene il potere. Si inventa o si ingigantisce una specificità antropologica che puntella lo status quo e la si trasforma nella chiave di lettura di un certo popolo. Il mascheramento del potere dietro una cortina fumogena di tradizioni inventate è una delle piaghe della società umana da quando esistono le organizzazioni complesse (Wolf, 1974; Wolf, 1999; Wolf/Silverman 1999).

La verità è, invece, che nessuna persona può entrare due volte nello stesso fiume. Nazioni e culture sono in costante flusso, non esistono e non sono mai esistiti sistemi isolati, puri, autentici, ecc. Il futuro è aperto, il passato è una costruzione, il presente è una convenzione. L’unica costante nella storia delle società umane è il rapporto di potere: al mondo ci saranno sempre persone che hanno più potere di altre. Questi rapporti di potere acquistano una forma simbolica, perché gli Homo Sapiens sono l’unico ominide pienamente simbolico, anzi impregnato di simbolismi, incapace di esistere senza il pensiero simbolico e, allo stesso tempo, rivelano un decisivo quanto misterioso legame tra capacità simbolica e quello che è il fondamento della condotta morale, ossia l’empatia (Tattersall, 2012). Ogni essere vivente è unico e prezioso ma, come osservava il celebre genetista e biologo evolutivo Theodosius Dobzhansky, con un riuscito gioco di parole, “ogni specie vivente è unica, ma la specie umana è la più unica”. E ciò che ci rende più unici degli altri è la nostra capacità di rimodellare il mondo nella nostra mente. Possiamo immaginare mondi nuovi, inesistenti, dissolvere la realtà in vocaboli e simboli e ricombinarla in nuove fogge. Non sappiamo come e perché abbiamo acquisito questa capacità, ma il risultato è che non v’è alcuna natura umana al di fuori della cultura. Nel suo percorso evolutivo la nostra specie ha completato una transizione essenziale, dal corpo alla mente: le prodezze della nostra mente trascendono largamente il nostro DNA e, in parte, la nostra corporeità. Esistono certamente numerosi istinti innati, ma la nostra specie, unica fra tutte, non deve per forza sottostarvi.La fisicità ci è di ostacolo, viviamo in un corpo e questo corpo plasma e limita la nostra comprensione della realtà, ma possiamo impiegare metafore ed archetipi che ricapitolano universi di significato troppo estesi per essere metabolizzati dalle nostre menti.

Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda, dalla carità spontanea del Buon Samaritano ai raduni di massa dei totalitarismi. Sono fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati (Fait/Fattor 2010). È quello che sta accadendo a tutti noi, negli attuali frangenti, ed è bene che ci rendiamo tutti conto di quale sia la posta in gioco e che occorre rimboccarsi le maniche per costruire al più presto un’alternativa sostenibile ed umana. Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) riesce, in poche righe, a definire con estrema precisione la questione centrale del nostro tempo, delle nostre esistenze, ma anche la direzione che dovremmo prendere (ma si veda anche la missione emancipatrice di Parnassus e la sua interpretazione simbolico-esoterica):

“Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile? Del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista. Ma a quale prezzo? A un prezzo molto elevato: il sacrificio della politica. La politica non può essere il luogo di decisioni solo esecutive. Se così fosse, non sarebbe politica, bensì tecnica. La politica è, per definizione, il luogo delle possibilità e delle scelte tra le possibilità, aperto al futuro. Se le possibilità, al plurale, scomparissero per lasciare il posto a un’unica grande possibilità, cioè alla necessità, avente come alternativa soltanto la catastrofe, allora avremmo fatto un passo decisivo all’indietro, perdendo la nostra libertà politica. Perché dovrebbero esistere allora partiti politici, movimenti social, ideali, visioni del mondo? Tutto ciò che si distacca dall’unico pensiero conforme al mondo che si è dato sarebbe solo devianza. Ma proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente“.

 

 

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