L’Italia farà la fine della Spagna e la Spagna sta facendo la fine della Grecia e del Portogallo

a cura di jcassociati

“Con moderazione ma giustificata soddisfazione, la stampa finanziaria ha annunciato che dopo oltre sei mesi il rendimento dei titoli di stato italiani è tornato al di sotto di quello delle obbligazioni spagnole.

È evidente che questa circostanza rappresenta un’evoluzione molto positiva rispetto a solo poche settimane fa, soprattutto perché è stata raggiunta grazie ad un significativo calo dei rendimenti delle nostre obbligazioni.

Le operazioni di finanziamento a lungo termine della BCE hanno certamente contribuito in maniera sostanziale alla riduzione dei rendimenti, ma i titoli italiani ne hanno beneficiato in maniera enormemente maggiore rispetto a quelli spagnoli (per non parlare poi dei portoghesi).

Il merito va certamente all’azione del nuovo governo, che ha ridato fiducia ai mercati attraverso l’approvazione di importanti riforme, che aiuteranno il paese a tornare al pareggio di bilancio nel 2013, iniziando così un percorso “virtuoso” di rientro dell’indebitamento.

Tutto bene quindi? Può darsi.

Noi però abbiamo (forse) la memoria un po’ più attenta di tanti giornalisti e analisti, o forse ci piace fare l’avvocato del diavolo, e siamo andati a ripescare le motivazioni che, circa un anno fa, fecero iniziare un movimento inverso a quello attuale, con i rendimenti dei bond spagnoli in forte discesa rispetto a quelli italiani.

Allora, erano i mesi di marzo e aprile 2011, il governo Zapatero passò una serie di riforme, tra cui quelle delle pensioni e del contenimento della spesa pubblica (vi ricorda qualcosa?). I mercati finanziari apprezzarono, indicando la Spagna come un esempio da seguire per la serietà e l’impegno con i quali si stavano perseguendo gli obiettivi di risanamento. Proprio in quei mesi iniziò il movimento a ribasso dei rendimenti spagnoli, che li portò a fine 2011 di quasi 2 punti percentuali (sulle scadenze decennali) al di sotto di quelli italiani.

Cosa è cambiato quindi nei primi due mesi del 2012?

Oltre alla percezione nettamente migliorata sull’Italia, due “tegole” si sono abbattute sulla Spagna: la prima riguarda i dati di deficit di bilancio decisamente peggiori delle attese, sia per il consuntivo 2011 che per la previsione del 2012. Oltre a ciò il “vicino” Portogallo sembra avviarsi verso un “avvitamento” della propria posizione finanziaria in stile Grecia, con dati di deficit nettamente peggiori delle attese. Va sottolineato che anche il Portogallo aveva approvato nel corso del 2011 misure drastiche di austerità e risanamento, tanto da meritarsi il plauso delle autorità europee e del Fondo Monetario Internazionale.

È accaduto che nei paesi iberici, l’implementazione delle riforme di austerità durante una fase di generale difficoltà economica, ha creato i presupposti per una recessione più profonda delle attese; quindi meno entrate fiscali e deficit più elevati.

In un certo senso, le stesse riforme che avevano “convinto” i mercati nel 2011, hanno contribuito al peggioramento dei conti pubblici di Spagna e Portogallo invertendo la percezione e la propensione degli investitori.

La storia non si deve necessariamente ripetere, ma le similitudini tra il percorso intrapreso dalla Spagna un anno fa e quello iniziato dal governo Monti tra fine 2011 e inizio 2012 sembrano davvero numerose.

Come cittadini italiani auguriamoci che l’Italia non segua lo stesso percorso della Spagna, come investitori però non possiamo non sottolineare il rischio che la “luna di miele” tra gli investitori e i titoli di stato italiani iniziata a gennaio, potrebbe avere basi meno solide rispetto a quanto molti danno per scontato”.

http://www.soldionline.it/network/idee-investire/il-sorpasso-i-bond-italiani-rendono-meno-di-quelli-spagnoli.html

2 commenti

  1. Salvatore Pennisi said,

    7 marzo 2012 a 13:20

    La verità è che il pensiero dominante è prigioniero più o meno interessato di una “forma mentis” ormai divenuta luogo comune. Quella secondo cui il funzionamento delle società e degli stati risponda alla stessa logica di un bilancio famigliare. I guru dell’economia e della finanza sono convinti, se capita anche in buona fede (!), che per curare la malattie dell’economia mondiale sia sufficiente seguire la strategia del “buon padre di famiglia”, e quindi risparmiare, tagliare le spese, lavorare di più, sostamziallmente evitare di vivere. Il problema per loro è che la società non è affatto una famiglia, e che i modelli “virtuosi” che funzionano all’interno di un gruppo omogeneo e ristretto come quello famigliare non possono essere meccanicamente trasposti a livello macroeconomico. Mi sembra inverosimile che ad una verità così lapalissiana non arrivino cervelli abituati a confrontarsi con problemi complessi ed equazioni al limite dell’umano. Forse la mia è una meraviglia ingenua, in quanto non tiene conto di quanto di ideologico, interessato, connivente ci sia alla base delle analisi e dei rimedi che la nostra classe dirigente dovrebbe porre alla devastante malattia che ha contagiato l’economia di gran parte degli stati dell’Occidente. Il fatto è che i medici sono parte della malattia. Essi non hanno alcun interesse, anzi hanno l’interesse contrario, a che la ricchezza reale sia ricondotta al lavoro e venga prodotta in modo equo e sostenibile, che la sua distribuzione avvenga sulla base della partecipazione di ciascuno alla sua produzione, che il parassitismo sociale (rendite di posizione, corporativismo camuffato da merito, interesse pubblico in ostaggio degli interessi privati) venga debellato, che il dominio esercitato dal capitale finanziario sul capitale e sul lavoro venga se non eliminato almeno sottoposto a controllo, regolamentazione e sanzione nel caso di mancato rispetto delle regole (già, ma chi ha interesse a mettere queste regole?). In una parola, la classe dirigente, quella che una volta si chiamava classe dominante ha interessi che confliggono con quelli della classe produttiva, quella che una volta si chiamava classe dominata.
    In una famiglia, queste divergenze, vere e proprire fratture, non esistono, le dinamiche non sono conflittuali, al contrario, sono dinamiche sinergiche e convergenti alla vera soluzione dei problemi. I buoni Monti, Visco, Draghi ecc. si propongono come bravi padri di famiglia che esortano il propri figli a tenere comportamenti “virtuosi” in attesa che vengano tempi migliori. Loro non lo sanno (o forse sì, chi lo sa), ma sono oggettivamente dalla parte di coloro che diffondono la malattia e non sono credibili come medici della stessa, non lo sono perché sono prigionieri di una concezione dell’economia sostanzialmente ridotta a pura finanza e anche perché non sanno o non possono sottrarsi alla ferrea legge degli interessi speculativi e monetari, la stessa legge che fa della vita di milioni di persone un’appendice secondaria di un sistema sostanziato da ingiustizia e sopraffazione. La loro stessa vita privata si sorregge sul presupposto che il mondo in cui viviamo, un mondo di speculatori, parassiti, malfattori finanziari, corrotti, corruttori, maestri del raggiro, pescacani grandi e piccoli, questo mondo sia il migliore dei mondi possibile. E in effetti lo è, ma unicamente per un manipolo di privilegiati che si impancano a maestri dell’umanità e non hanno neanche il pudore di starsene zitti, risparmiandoci storielle da favola buone solo per cullare i fanciulli.
    Ci vorrebbe molto coraggio da parte loro a mettere in questione le radici stesse di questo sistema, me ne rendo conto, ma non riesco proprio a capire perché, a fronte di una crisi che si avvita sempre più su se stessa, ci si ostini a cercare nel vecchio neoliberismo le ricette per uscirne, a fronte della possibilità di ricorrere ad un modello diverso, quello keynesiano, che per quanto non rivoluzionario, ha dimostrato di funzionare nei momenti più tragici della storia del novecento. Tant’è, Keynes è diventato una specie di spauracchio per i nostri liberisti d’accatto, e ogni economista convinto che la società non sia altro che una grande famiglia se ne tiene alla larga. Temo che sia proprio attuale il vecchio motto latino: “quos deus perdere vult, dementat prius”.

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  2. Stefano Fait said,

    7 marzo 2012 a 13:54

    “A coloro che vuol perdere, Dio prima toglie il senno”.
    Oso dire che questa è la chiave di lettura perfetta per il nostro tempo. Da un lato le masse più o meno consapevole di quel che accade, dall’altra una cricca di oligarchi più o meno capaci di empatia ma completamente incapaci di esaminare obiettivamente le conseguenze delle proprie azioni (per loro stessi!), a causa della loro sconfinata hybris.
    Temo che il motto valga per entrambe le parti. Chi non vuol vedere non saprà vedere e sarà perduto.

    E mi si lasci dire che sono contento che Salvatore abbia scritto un commento molto lungo e molto bello.
    Sarà la natura slow food del blog che stimola le riflessioni slow food ;o)

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