Gandhi o Arundhati Roy? La scelta che determinerà il futuro dell’umanità

 

a cura di Stefano Fait

 

 

Le grosse imprese commerciali e industriali hanno la loro personale scaltra strategia per trattare il dissenso. Con una minuscola parte dei loro profitti gestiscono ospedali, istituti educativi e fondazioni, che a loro volta finanziano ONG, università, giornalisti, artisti, cineasti, festival letterari e perfino movimenti di protesta. Usano la beneficenza per attirare nella loro sfera di influenza coloro che plasmano ed orientano l’opinione pubblica. È un modo di infiltrare la normalità, di colonizzare l’ordinarietà, così che sfidarle sembri tanto  assurdo  (o esoterico) quanto lo è sfidare la “realtà” stessa. Da qui a “non esiste alcuna alternativa”, il passo è breve ed agevole.

Arundhati Roy

http://www.ft.com/intl/cms/s/0/925376ca-3d1d-11e1-8129-00144feabdc0.html

Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. Inverità, il guanto di ferro c’è. Ma poiché la forza (la violenza) è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un’attenzione speciale. […] Il mio dubbio fondamentale riguarda il fatto che queste riforme sono attuate mediante la costrizione. Ma accade anche nelle istituzioni democratiche. Ciò che mi colpisce è che, dietro l’implacabilità di Mussolini, c’è il disegno di servire il proprio popolo. Anche dietro i suoi discorsi enfatici c’è un nocciolo di sincerità e di amore appassionato per il suo popolo. Mi sembra anche che la massa degli italiani ami il governo di ferro di Mussolini.

M.K. Gandhi, Lettera a Romaine Rolland, dicembre 1931

Democrazia indiana? Non ci può essere alcuna democrazia in una società divisa in caste, pervasa di religioni fatalistiche  e misantropiche. L’India non è la più grande democrazia del mondo, non è moderna e non è laica. È dominata da un’élite oligopolista neofeudale che intrattiene rapporti neocoloniali con l’impero anglo-americano (potenza militare di Washington, potenza finanziaria della City di Londra) e sbatte in faccia a centinaia di milioni di poveri la sua opulenza in una nazione che si permette di esportare cibo mentre milioni di suoi cittadini vivono nella miseria più nera. Il sistema giudiziario protegge i ricchi (che possono uccidere restando impuniti) ed opprime i poveri (specialmente le donne). L’esercito è impiegato per tutelare gli interessi di pochi latifondisti a detrimento delle popolazioni degli stati di Tamil Nadu, Jharkand, Madya Pradesh, Orissa, Bengala, Bihar, che sono perennemente in rivolta, nell’indifferenza del mondo.

La struttura reazionaria dell’India fu molto utile al dominio britannico, che perciò non fece nulla per smantellarla, anzi la coltivò assiduamente. Oggi conviene agli oligopoli capitalisti, un terribile mix di oscurantismo orientale e avidità rapace occidentale: il peggio immaginabile. Tra la civiltà di un’umanità solidale e la barbarie della legge della giungla imposta da un’èlite che ha come unico obiettivo quello di restare tale, l’India è stata costretta a scegliere quest’ultima. L’ascesa del marchionnismo in Italia è un monito: non possiamo permetterci di sentirci al sicuro da questo genere di derive.

Qui si inserisce il discorso sull’ipocrisia della nonviolenza gandhiana. Gandhi ha predicato la nonviolenza a masse di oppressi in una della società più brutalizzanti che si possa immaginare. Che senso aveva convincere le masse a stare calme e non reagire, come una placida mandria, senza mai condannare la classe/casta dominante che con le sue consuetudini, leggi e politiche economiche diffondeva ed acuiva le disparità sociali, traendone lauti profitti? Non era e non è ancora oggi la peggiore delle violenze, questa? La violenza di interessi di parte mascherati da fatalismo, da “così va il mondo, è sempre stato così e così sempre sarà”? La violenza di una concezione nietzscheana del mondo?

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/24/morbido-e-bello-perche-amo-il-femminino-e-detesto-nietzsche-pur-ammirandolo/#axzz1nNrT1Utx

Con questa sua scelta di campo, Gandhi indossò i panni dell’apostolo di pace a beneficio del capitalismo più selvaggio e dell’imperialismo occidentale, persino di quello nazista, quando implorò Ebrei ed Inglesi di arrendersi mansuetamente all’aggressione nazista:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/chi-era-veramente-gandhi.html

Ben diverso il comportamento di Arundhati Roy, che alle comode astrazioni di una realtà depurata dalle sue contraddizioni e ingiustizie preferisce la lotta contro una lurida quotidianità fatta di patimenti, iniquità, violenza incessante e multiforme, sfiducia e morte della speranza.

Gandhi annunciava al mondo di essere l’erede della migliore tradizione indiana, ma il Dharma dello Kshatriya gli ingiunge di proteggere i deboli e di aiutarli a proteggersi, non di esporli alla violenza contando sul fatto che, essendo numerosissimi, alla fine prevarranno quando l’oppressore sarà esausto. Questa è la logica utilitaristica dello scacchista, non di un autoproclamato campione dei diritti degli oppressi.

La Gita chiama ad essere correttori delle ingiustizie, non ad immolarsi senza resistere, senza neppure difendersi, come prescritto dalla Satyagraha, che raccomanda di essere pronti a morire e patire ogni sofferenza, purché non sia mai ricambiata. Il Satyagrahi rinuncia al diritto all’autodifesa e si vota al sacrificio supremo, alla sua dipartita. Lo spiega Gandhi: “l’unico dovere di un Satyagrahi è quello di sacrificare la sua vita a qualunque compito gli sia toccato. Questo è il fine più nobile che possa realizzare. Una causa spalleggiata da Satyagrahi così nobili non può mai essere sconfitta”. In questa maniera, assicurava Gandhi, il cambiamento sarebbe avvenuto spontaneamente, i forti si sarebbero sentiti in obbligo di effettuare le necessarie riforme.

Abbiamo visto che la storia ha dato torto a Gandhi. L’India indipendente non è un’India sensibilmente migliore di quella coloniale e i “nobili Satyagrahi” sono morti portando con sé nella tomba (nella cenere dei crematori) la loro causa.

Il Kshatriya, come il Satyagrahi, non temeva la morte, ma assegnava un valore alla vita, inclusa quella degli altri che si affidavano a lui cercando protezione. Per lui le due condizioni non erano esattamente intercambiabili come per Gandhi, che non sembrava dare valore alle vite dei suoi seguaci se non in funzione del trionfo della sua dottrina. Anche il semplice buon senso ci insegna che se una persona si trova a dover sostenere l’impegno di proteggere degli indifesi, l’ultima cosa che dovrebbe fare è cercare una morte “eroica” (patetica) ed “esemplare” (pessimo esempio) per mano di chi poi passerà ad eliminare le persone ora completamente indifese. Gandhi non comprese mai il senso di questa responsabilità, che gli spettava in quanto figura pubblica che sfidava, a suo modo, il potere ed in quanto esponente del Partito del Congresso (Indian National Congress) e del Congresso indiano per il Sudafrica (South African Indian Congress – SAIC); non la ritenne mai quell’ovvietà che appare come tale a qualunque persona di buon senso ed il cui raziocinio non sia obnubilato dal fanatismo ideologico.

Perché un avversario determinato ad averla vinta dovrebbe mostrare del buon cuore nel vedere che i suoi bersagli sono risoluti a non combattere e a non difendersi? È come rubare un leccalecca ad un bambino. L’aggressore consegue i suoi fini con inattesa ed eccitante disinvoltura. Lo Kshatriya, al contrario, è perfettamente consapevole del fatto che un cuore indomito ed una volontà di ferro non ottengono alcun risultato se non si è propensi ad usare la forza per proteggere se stesi e gli altri dall’aggressione e far valere i propri diritti e quegli degli altri. Tutti i più nobili rivoluzionari della storia, da Spartaco, a Zapata, a Sun Yat-sen l’hanno dato per scontato, molto assennatamente. È necessario combattere per proteggere la gente dalla sofferenza o per non esporla ad ulteriore sofferenza, se necessario fino alla neutralizzazione dell’aggressore/bullo, come si fece con i nazisti e come si è sempre fatto con chi è recidivo e dimostra di capire solo il linguaggio della forza (es. psicopatici/bulli):

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/16/golpe-psicopatico/#axzz1nNrT1Utx

Una difesa efficace, per lo Kshatriya, si basa sulla negoziazione (in cui si cercano di strappare i termini migliori), sull’approntamento di difese efficaci, sull’alleanza con i nemici dei propri nemici.

L’ahimsa era il monopolio del bramino, che non era tenuto a difendere la comunità, non essendo parte del suo dharma: il contributo del bramino apparteneva alla sfera intellettuale ed educativa (a volte esoterica e mistico-sciamanica) e gli era ben chiaro che qualcuno doveva sporcarsi le mani al posto suo, lo Kshatriya appunto, che doveva consigliare al meglio, se voleva avere ancora una comunità a cui impartire i suoi insegnamenti. Per di più l’ahimsa era ristretta ad una parte dei bramini, i Sannyasi, gli individui che aspiravano alla liberazione, non era certo pensata per le masse che non avevano alcun desiderio/predisposizione in tal senso. L’ahimsa era un mezzo per un ben determinato fine, non uno strumento di universale pacificazione.

Non si capisce come un devoto della Bhagavad Gita quale si considerava Gandhi potesse fraintendere il messaggio centrale del testo, contenuto nel discorso di Krishna ad Arjuna, che è tutto fuorché non-violento, essendo un’esortazione a combattere per ristabilire un equilibrio tra le forze – il Dharma, appunto – che era stato compromesso dall’altra fazione, che comprendeva alcuni suoi cugini (di qui i crucci di Arjuna).

L’interpretazione gandhiana di questo documento è intellettualmente disonesta ed equivale a dire che Gesù in realtà stava dalla parte delle autorità, contro le masse: un totale sovvertimento del messaggio originario. Per far valere il suo punto di vista Gandhi fu costretto a concludere che le descrizioni delle azioni e delle situazioni della Gita dovevano essere puramente allegoriche. Il che può anche essere vero, ma è insensato (o disonesto, appunto) dedurne che le forze che si scontrano a livello spirituale non debbano estroflettersi anche a livello materiale e che quindi l’insegnamento di Krishna non sia applicabile alla realtà fisica. Tanto più che proprio il dio spiega che le azioni umane non sono determinate unicamente dal loro libero arbitrio, che la realtà è un campo di battaglia tra forze cosmiche soverchianti (cf. Lost: Jacob e l’Uomo in Nero) e che ciascuno è chiamato a recitare una parte sul palcoscenico della storia:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/08/lost-eroi-nella-tempesta/

L’equivoco gandhiano non può che essere il frutto di una fanatica avversione alla violenza che, peraltro, non sembra averlo guidato nel suo ruolo di marito e di genitore (inflessibile, ma solo quando gli conveniva!):

http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/il-vero-gandhi-nulla-di-cui-essere.html

Gandhi era convinto che solo una persona depurata da ogni difetto poteva farsi giudice del prossimo e delle sue malefatte. Era dunque un manicheo, un intellettuale che vede il mondo in bianco e nero: i puri (virtualmente inesistenti) e gli impuri (onnipresenti). La realtà è invece policroma. Gli Alleati, durante la Seconda Guerra Mondiale non erano certo puri, anzi, ma il nemico, il nazismo, era quanto di più impuro si fosse visto fino ad allora sulla faccia della terra e fu dunque correttamente contrastato con ogni mezzo disponibile. Falcone e Borsellino non erano forse sufficientemente puri per giudicare i mafiosi? Pertini non era sufficientemente puro per ricoprire il ruolo di Presidente della Repubblica?

Gandhi era un moralista troppo rigido, convinto che fosse possibile stabilire cosa fosse bene e male in senso assoluto, quando invece a noi umani è concesso solo di vedere le ombre del bene e del male, del giusto e dello sbagliato: vediamo i raggi del sole senza poter vedere il Sole, come suggeriva Agostino di Ippona.

Furono la sua vanità e la sua ambizione a renderlo inflessibile e spietato nei suoi rapporti con il prossimo e fin troppo indulgente in quelli con il suo ego, spingendolo a costringere una popolazione di centinaia di milioni di individui a redimersi ai suoi occhi, come quando affermò di pretendere che i musulmani indiani confessassero le loro colpe e si pentissero delle loro malefatte davanti a lui, come avevano fatto gli Hindu di Calcutta. Quanta superbia, quanta vanagloria in questa pretesa! Proprio lui che non riteneva che nessuno potesse essere giudice del prossimo e quindi fosse autorizzato ad usare la forza contro un antagonista: caduto, come Adamo, nella trappola del narcisismo, dell’hybris, dell’autobeatificazione:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/il-narcisista-umanitario-parte-prima_14.html

http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/limperialismo-umanitario-e-la.html

FONTE: http://www.scribd.com/doc/29991057/Violator-of-the-Kshatriya-Dharma

L’ALTERNATIVA A GANDHI È ARUNDHATI ROY

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/31/arundhati-roy-e-i-gattoni-tracotanti/#axzz1nNrT1Utx

 

La trascrizione tradotta del suo discorso a Zuccotti park, rivolto agli occupanti/indignati, il 16 novembre 2011:

Il capitalismo non può garantire benessere e giustizia sociale per tutte le persone.

Ieri la polizia ha sgombrato Zuccotti park, ma oggi le persone sono tornate. La polizia dovrebbe sapere che la protesta di Occupy Wall street non è una lotta per il territorio. Non stiamo combattendo per occupare un parco, ma per la giustizia. Giustizia non solo per il popolo degli Stati Uniti, ma per tutti. Con la protesta cominciata il 17 settembre, siete riusciti a introdurre un nuovo immaginario, un nuovo linguaggio politico nel cuore dell’impero.

Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.

Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia. L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.

Quattro proposte

Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.

Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del pae­se, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.

Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi.

L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza. Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso.

La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali.

In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi.

Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli. Ma ecco alcune proposte – alcuni miei pensieri “prerivoluzionari” – su cui possiamo riflettere insieme.

Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società. Ecco le nostre richieste.

Primo. Mettere fine alle proprietà incrociate nel mondo degli affari. I produttori di armamenti, per esempio, non possono controllare reti televisive, le società minerarie non possono gestire i giornali, le aziende non possono finanziare le università, i gruppi farmaceutici non possono controllare i fondi per la sanità pubblica.

Secondo. Le risorse naturali e i servizi essenziali – acqua, elettricità, sanità e istruzione – non possono essere privatizzati.

Terzo. Tutti hanno diritto a una casa, all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

Quarto. I figli dei ricchi non possono ereditare la ricchezza dei genitori.

Questa lotta ha risvegliato la nostra immaginazione. Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito. Da militante, rendo omaggio alla vostra lotta.

Salaam e zindabad.

Traduzione di Giuseppina Cavallo.

Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

Arundhati Roy è una scrittrice indiana. Il suo libro più famoso è Il dio delle piccole cose (Guanda 1997).

http://www.internazionale.it/news/arundhati-roy/2011/12/27/lo-chiamano-progresso/

L’alternativa alla nonviolenza ipocrita e disfattista di Gandhi è la libertà, quella vera:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-liberta-quella-vera/#axzz1nNrT1Utx


è l’autodifesa (in stile aikido), l’uso della forza e della violenza difensiva temperata da onestà intellettuale, equità, rispetto per i diritti e la dignità altrui e per i principi democratici, rifiuto di vedere nel prossimo una propria appendice o unicamente uno strumento per il proprio tornaconto, rifiuto di trasformarsi da vittime in aggressori:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/02/la-collera-dei-miti-sullimmoralita-di-pacifismo-e-nonviolenza/#axzz1nNrT1Utx

L’indignato dei nostri giorni può essere un vero Kshatriya:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/21/vendetta-e-rivoluzione-globale-leroe-indignato-in-omero-e-in-shakespeare/#axzz1nNrT1Utx

 

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5 commenti

  1. Salvatore Pennisi said,

    26 febbraio 2012 a 15:31

    Complimenti per la ricchezza delle informazioni e l’articolazione dell’analisi. Purtroppo non sono in grado di esprimere un parere motivato rispetto a quanto a scrivi. Troppo scarsi sono gli elementi che ho in mano e soprattutto troppo scarsa o poco approfondita è la mia conoscenza dell’argomento. Posso, piuttosto, esternare una mia sensazione e un mio dubbio. La sensazione è che il tuo modo di delineare la figura di Gandhi, il suo fondamentale egocentrismo, la sua insensibilità per le ragioni delle masse, il suo sostanziale conservatorismo, la sua indifferenza per le sofferenze del popolo, il suo classismo, e altro ancora, tenga poco o scarso conto di un minimo di contestualizzazione storica. I tuoi giudizi sono netti, taglienti, senza appello. La sensazione, dicevo, è che tu parli (scriva) più sulla spinta dell’indignazione che sulla base di un esame pacato dei dati di fatto e soprattutto delle circostanze. Non intendo, con questo, prendere le difese di Gandhi, ma mi piacerebbe che il pensiero e la prassi di quest’uomo così importante nella storia del suo paese (e della lotta al colonialismo) venissero messi anche in relazione dialettica con quanto succedeva ai suoi tempi intorno a lui. Questo, non per giustificarne le teorie classiste o per minimizzare quanto di negativo la sua azione può aver prodotto, ma per tener conto anche di ciò che può spiegarne i limiti e insieme giustiificarne i successi. Insomma, non dico tanto, ma un poco di storicismo in più nell’analisi, a mio parere, non guasterebbe. D’altra parte, devi considerare il fatto che l’alternativa al metodo gandiano, negli anni Cinquanta, non era quello di Arundhati Roy, bensì quello dell’insurrezione “manu militari” che ha prodotto regimi instabili e soprattutto non ha per niente risolto il problema della giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani nei diversi paesi africani e asiatici liberati dal colonialismo.
    Il dubbio di cui parlavo all’inizio riguarda la stessa impostazione del titolo del tuo articolo: “Gandhi o Arundhati Roy? La scelta che determinerà il futuro dell’umanità”. Della contrapposizione, secondo me, storicamente improbabile, ho già fatto cenno. Il dubbio vero concerne la parola “scelta”. Scelta di chi? Scelta sulla base di quali presupposti? Ho seri dubbi che nei processi storici avvengano delle vere e proprie scelte da parte degli attori in scena. O meglio, le scelte che vongono fatte sono sempre il frutto di un compromesso fra i diversi orientamenti e interessi. Solo nelle dittature la scelta si identifica ipso facto nella scelta del capo. Se questo è vero, allora bisogna essere consapevoli che le dinamiche sociali non vengono determinate dalle scelte consapevoli di un unico leader carismatico, ma che anzi un leader è tanto più carismatico in quanto sa cogliere le istanze che vengono dal “ventre” della società e farle assurgere ad ordine del giorno dell’azione politica. E’ quindi nel rapporto fra leader e masse che va ricercato il vero nodo della questione. Per questo l’accostamento del nome Arundhati Roy al nome Gandhi non mi convince. Con tutti i limiti che Gandhi aveva, con tutta la sua dissimulata tracotanza e quant’altro, rimane il fatto che lui era un leadere carismatico, mentre Arundhati Roy, con tutta la sua sensibilità sociale e la sua maestria di scrittrice, mi dispiace, ma leader non è. Che su questo si rimanga dispiaciuti è più che legittimo; ma che equivalga alla realtà il semplice desiderio che le idee di Arundhati Roy diventino le idee dominanti del secondo decennio del secolo, questo è non solo illusorio ma addirittura rischioso. Intendiamoci, nel contenuto oggi come oggi i punti programmatici della Roy sono infinitamente più condivisibili di eventuali punti programmatici alternativi basati sulla non violenza tout court, ma purtroppo ciò non ne fa ipso facto dei punti che tutti realmente condividono. Questo, se mai, è un compito per i prossimi decenni per tutti gli uomini di buona volontà.

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    • 27 febbraio 2012 a 09:35

      Grazie Salvatore per il vero e proprio articolo di risposta che impreziosisce il testo di apertura e ci consente di affrontare quasi tutti i nodi della questione che occuperà le nostre menti/coscienze negli anni a venire.
      Passo quindi a replicare a mia volta.
      Se ho usato toni netti è perché mi sono convinto che Orwell e Rushdie avevano ragione in merito a Gandhi. Spiego meglio il loro punto di vista nella sezione “GANDHI FU UN BURATTINO DEGLI INGLESI?” che trovi qui:
      http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/chi-era-veramente-gandhi.html
      Gandhi, a mio avviso, non era in malafede, ma si fece manovrare facilmente perché non riuscì mai a mantenere il necessario distacco critico dalla sua missione. Se noti, è più o meno la ragione per cui sto cercando di dare più spazio ad articoli non miei in questo nuovo blog, per tenere a bada il naturale egocentrismo/narcisismo che affligge ogni membro della specie umana (inclusa Arundhati Roy, chiaramente) e che spinge chi si occupa di certe tematiche (riscatto umano, progressismo, riformismo, giustizia sociale, emancipazione, diritti, dignità, ecc.) ad imboccare la via salvazionista/messianica. Questo fu il più grave errore di Gandhi.
      A ciò aggiungo anche la sua fenomenale ipocrisia (la penosa contraddizione tra figura pubblica e padre/marito che non fu mai sanata), che ho analizzato nel dettaglio qui:
      http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/il-vero-gandhi-nulla-di-cui-essere.html
      Per queste due ragioni considero Gandhi una figura negativa che è stata esaltata perché faceva il gioco di chi non ama il cambiamento, ossia delle classi privilegiate.

      “D’altra parte, devi considerare il fatto che l’alternativa al metodo gandiano, negli anni Cinquanta, non era quello di Arundhati Roy, bensì quello dell’insurrezione “manu militari” che ha prodotto regimi instabili e soprattutto non ha per niente risolto il problema della giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani nei diversi paesi africani e asiatici liberati dal colonialismo”.
      Certo, perché chi ha provato a cambiare le cose in modo intelligente è stato ucciso:
      http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/arduo-da-vedere-illato-oscuro-e.html
      Aggiungo anche Thomas Sankara:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Sankara
      E l’oblio in cui sono caduti gli zapatisti (ancora attivi forse unicamente perché impegnati a cambiare solo una piccola, “insignificante” regione del Messico) è altrettanto significativo.
      Gandhi fu ucciso quando ormai la sua missione era compiuta e la sua presenza era diventata un ostacolo: l’India era nelle mani degli oligarchi in combutta con Londra (che non poteva più permettersi di controllare direttamente l’India) e si era già frazionata violentemente in 4 grandi stati ostili (Pakistan, India, Bangladesh, Sri Lanka) con il suo avallo (appoggiò anche l’infame occupazione militare indiana del Kashmir, che perdura fino ai nostri giorni). L’India doveva seguire un certo cammino che Gandhi non avrebbe approvato (se non fosse stato ucciso avrebbe realmente potuto fare la differenza e forse si sarebbe reso conto di essere stato manipolato – allora l’avrei celebrato)

      “Le scelte che vengono fatte sono sempre il frutto di un compromesso fra i diversi orientamenti e interessi”.
      Giustissimo, ma questo succede anche nel nostro foro interiore. Io mi rivolgo a ciascun lettore singolarmente, nella speranza che le mie riflessioni informino il modo in cui si pongono nei confronti dei cambiamenti in corso. Non fornisco direttive ma spunti di riflessione che, mi auguro, possano risultare decisivi per molti. Sta a ciascun lettore declinarli secondo la sua sensibilità. Nel caso di Gandhi era importante mettere in discussione il piedistallo su cui è stato posto perché reputo che la nonviolenza senza se e senza ma sia deleteria e strumentale alla conservazione dello status quo. So che è una battaglia vinta in partenza perché lo stesso Dalai Lama difende il diritto all’autodifesa violenta, ma osservo che le autorità stanno demonizzando ogni tipo di protesta che non sia mansueta e inoffensiva e non credo che ciò avvenga per caso.

      “E’ quindi nel rapporto fra leader e masse che va ricercato il vero nodo della questione…Con tutti i limiti che Gandhi aveva, con tutta la sua dissimulata tracotanza e quant’altro, rimane il fatto che lui era un leadere carismatico, mentre Arundhati Roy, con tutta la sua sensibilità sociale e la sua maestria di scrittrice, mi dispiace, ma leader non è”.
      PRECISAMENTE! Ed è questo che la rende vincente, ai miei occhi, come lo è il subcomandante Marcos. Quest’idea che dobbiamo sempre attendere che un leader carismatico/guru ci guidi verso un avvenire migliore è ciò che ha distrutto ogni riforma radicale della nostra società e che ci ha condotto in prossimità del disastro. Le pecore seguono i pastori, gli esseri umani dovrebbero agire coralmente, consapevolmente, responsabilmente senza affidare le proprie sorti ad un deus ex machina.

      Mi piacerebbe pensare che assegnare un ruolo paritario alle donne nelle fasi di trasformazione che stanno avendo luogo possa essere determinante, ma poi vedo la Merkel e vedo la parabola di Aung San Suu Kyi e capisco che non basta. Osserva come l’immagine di Aung San Suu Kyi sia in via di trasformazione: da dissidente, a icona dei media, a idolo. A chi fa comodo? A chiunque tragga vantaggio dalla perpetuazione di forme di organizzazione piramidali, ipergerarchiche, “pastorali” (cf. Foucault).

      E dunque? E dunque ben venga Arundhati Roy, ma non solo lei. Gli indignati e Occupy Wall Street non hanno leader riconosciuti, né li hanno i Greci. Soros e certi intellettuali ambigui hanno cercato di darglieli o di suggerire che siano necessari. Io invece sto con Marcos (portavoce dal volto anonimo ed intercambiabile) quando dice: “Non cerchiamo seguaci, ma interlocutori, perché sappiamo come ciò che vogliamo costruire non lo si possa costruire da soli. Inoltre, dobbiamo mettere di continuo in crisi l’immagine del capo o del leader. Se non ci giudichiamo per primi, creeremo una setta che potrà essere molto ampia o molto limitata, a seconda, ma non in grado di risolvere i problemi” (da: M.V. Montalbàn, Marcos – il signore degli specchi, Frassinelli, 2001, p. 138).

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  2. Salvatore Pennisi said,

    27 febbraio 2012 a 13:36

    Ti ringrazio per le spiegazioni interessanti ed esaurienti. Mi sembra di capire megliio la tua posizione. Quando avevo vent’anni la pensavo esattamente allo stesso modo. Ora non ho certamente cambiato né idea né campo, ma sono diventato molto più attento alle dinamiche reali che costituiscono il vero attrito della storia, con cui è inevitabile fare i conti, in poche parole sono diventato “malgré moi” “realista”.. A vent’anni facevo parte del “movimento studentesco” del 68, ero animato da un sacro furore ed ero convinto che io con tutti i miei compagni avremmo cambiato il mondo. Non è andata così. Eravamo tutti convinti che la presa di coscienza collettiva, la democrazia diretta, il rifiuto di ogni forma di liderismo, l’esaltazione dei movimenti auto organizzati, l’approvazione incondizionata del giusto ricorso alla violenza da parte delle masse, tutto questo e altro ancora, ci avrebbe portato a un ampliamento progressivo del fronte di lotta e alla fine alla vera democrazia antiautoritaria. Il corso degli eventi successivi, come ben sai, prese tutt’altra piega: da un lato spappolamento del “movimento” in mille rivoli e rivoletti, formazione di gruppi e gruppetti tutti al seguito di un leader diverso, sostanziale mancanza di presa sulla società, con il tragico sbocco nell’esperienza del terrorismo; dall’altro lato, la risposta virulenta dei difensori dello “status quo”, le stragi di stato, i tentativi di colpi di stato, la repressione poliziesca.
    Su tutto ciò sono state fatte tali e tante analisi che mi sento perfino patetico a parlarne. Lo faccio unicamente con lo scopo di chiarire che cosa intendo quando parlo del nodo cruciale concernente il rapporto fra leader e masse. Lo so, a te (una volta anche a me) la sola parola “leader” fa arricciare il naso. Ma qui non si tratta dei nostri gusti personali o delle nostre prospettive ideali, si tratta semplicemente di prendere atto di ciò che è successo nella storia e continua a succedere nel presente. Che sia giusto o sbagliato non sta a me dirlo, ma che il fenomeno esista, ed esista in modo da condizionare il corso degli eventi, questo non si può negare.
    Detto ciò, si tratta di riflettere su quali possano essere le vie per indirizzare e in qualche modo governare il fenomeno della leadership, posto che essa è inevitabile. So che tu mi obietterai che inevitabile non lo è affatto, ma su questo purtroppo la storia non ti ha ancora dato ragione. Alla mia età ho imparato che è bene non voltarsi dall’altra parte e negare l’evidenza ogni volta che la realtà mi proprina qualcosa che non solo che non mi piace ma che adàdirittura detesto. La mia negazione non fa essere meno perniciosa e incombente la realtà che intendo negare. Ti sembrerà un discorso deprimente o addirittura rinunciatario, ma vuole essere soprattutto un discorso costruttivo, attento alla “fattibilità” del proprio programma ideale. Credo che ci si debba rassegnare a lottare molto accettando di ottenere poco, ma allo stesso tempo non ci si debba rassegnare a lottare moltissimo per non ottenere niente, rischio che io vedo presente ogniqualvolta la lotta non è preceduta da un’attenta considerazione dei dati di fatto.
    Nel mio cuore (ancora giovane) vorrei poter credere nell’autoevidenza e, di conseguenza, nella germinazione spontanea di valori quali l’autodeterminazione delle masse, la giustizia sociale, i diritti umani, la solidarietà, la libertà autentica, Invece so che, per quanto questi valori siano profondamente radicati nell’animo degli esseri umani, essi richiedono qualcuno che dallo stato subliminale in cui si trovano li porti alla luce e li faccia diventare sostrato comune e comune modo di sentire e volere. Qualcuno che socraticamente agisca da “levatrice” di questi valori e sia in grado di farli riconoscere come figli, unici figli legittimi, dell’umanità. L’educazione può fare molto in questa direzione, ma non può essere l’unica via per ottenere lo scopo. L’altra via è l’impegno quotidiano, la fatica del confronto e al limite della lotta, in una parola l’azione.
    E’ all’intersezione di queste due vie che io credo si formi la figura del leader, figura insieme necessaria e pericolosa.

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    • 28 febbraio 2012 a 09:04

      La mia risposta completa arriverà in alcuni post che pubblicherò nelle prossime settimane.

      Per il momento, sinteticamente, partendo dalle ragioni più pratiche (sano realismo):

      Qiang da chu tou niao [“L’uccello che guida lo stormo è quello che si becca la pallottola”]

      Se ci si affida ad un leader, basterà tagliare la testa al leader e il movimento sarà come una gallina decollata che corre per l’aia prima di spegnersi.
      In secondo luogo, non stai tenendo conto del contesto storico che, se vale per Gandhi, vale tanto più per noi, qui ed ora: quando tu avevi vent’anni economia, società e clima non si stavano disfacendo, oggi sì.
      Proprio in ossequio al realismo, devo ribadire ancora una volta che non sono io a volere la rivoluzione – ho già spiegato che in un mondo ideale gli scioperi di massa sarebbero sufficienti, mentre le rivoluzioni quasi sempre sfociano in regimi peggiori di quelli di partenza, dopo grandi spargimenti di sangue –, è la rivoluzione che si affermerà per conto suo, perché, per varie ragioni, i governanti del nostro tempo stanno dimostrando una risolutezza quasi disarmante e rivelatrice di un loro panorama interiore davvero deprimente.
      Non c’è spazio per il dialogo, né ce ne sarà. È una constatazione terribile, contraria a tutto quello in cui credo, ma mi pare ineludibile.
      Un altro elemento di cui tener conto è che ora siamo nell’età dell’informazione istantanea e globale, l’era di internet e di iPad, Android e Blackberry. L’era del feedback immediato riporterà sulla terra ogni leader autoproclamato e permetterà anche alle persone timide, ritrose, miti, ecc. di farsi valere, di dire la propria, di dare contributi inestimabili, oltre le barriere linguistiche, somatiche, culturali, di classe, ecc.
      Questa non è una normale fase della storia umana, è l’intersezione di rivoluzione francese, Depressione, avvento del totalitarismo, cambiamento climatico (piccola/grande era glaciale?) e guerra mondiale che si deciderà il 5 marzo, quando Netanyahu andrà a Washington a porre un out out: o attacchiamo insieme l’Iran dopo la rielezione di Obama o attacchiamo noi per contro nostro in qualunque momento prima delle presidenziali – con tutte le conseguenze del caso: http://gilguysparks.wordpress.com/2012/02/27/putin-se-gli-usa-scavalcheranno-il-consiglio-di-sicurezza-istituiremo-una-coalizione-di-stati-interessati-e-colpiremo/
      Tutto può succedere e tutto succederà, indipendentemente dalla nostra volontà. Sedetevi comodi, prendetevi una bibita ed un sacchettone di pop corn e godetevi lo spettacolo di un mondo in trasmutazione: “La trasmutazione dei metalli di base in oro (ad esempio con la pietra filosofale o grande elisir o quintessenza o pietra dei filosofi o tintura rossa) simboleggia un tentativo di arrivare alla perfezione e superare gli ultimi confini dell’esistenza” [http://it.wikipedia.org/wiki/Alchimia].

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