Come invertire il processo di desertificazione e sconfiggere la fame nel mondo

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Il bestiame al pascolo può bloccare la desertificazione?

By Colin Sullivan and ClimateWire

Uno dei maggiori esperti mondiali di degrado ambientale in aree semi-aride ha messo a punto una soluzione facilmente praticabile per invertire la desertificazione in tutto il pianeta…Vuole che siano mucche e pecore a risolvere il problema.

L’articolo di Scientific American spiega che inizialmente Allan Savory era convinto, come molti, che l’allevamento fosse parte del problema, ora ha capito che è la migliore soluzione possibile. Ha appreso dai suoi errori. Negli anni Cinquanta si era macchiato di un vero crimine, contribuendo all’eliminazione di migliaia di elefanti per ostacolare la desertificazione che al tempo si riteneva fosse causata dalle loro abitudini alimentari e “nomadiche”. Ora considera quella decisione l’errore più triste e grave della sua vita.
“Un tempo eravamo convinti che la Terra fosse piatta. Avevamo torto allora e siamo nuovamente nel torto adesso”.
Savory, dopo un lungo periodo di test, ha raccolto prove incontrovertibili del fatto che l’allevamento di carattere olistico e la transumanza degli erbivori ha l’effetto opposto a quello previsto dai modelli “scientifici”: il deserto arretra, la vegetazione avanza e con essa l’acqua. L’obiettivo degli allevatori dev’essere quello di simulare quanto più possibile il comportamento dei branchi di animali selvatici e fare in modo che questi stessi animali si moltiplichino perché, nelle aree semi-desertiche, lo sterco e la naturale “aratura” causata dal passaggio degli erbivori proteggono il suolo dall’aridità. Se non ci sono animali selvatici, va bene il bestiame: non c’è comunque concorrenza, anzi.
L’articolo include un video in cui Savory mostra le foto di regioni oggetto di sperimentazione: Zimbabwe, Messico, Corno d’Africa ed Argentina, prima e dopo il trattamento.

“Non mi viene in mente nulla che offra più speranza per il pianeta”

http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=can-livestock-grazing-stop-desertification

e tanti saluti alla decrescita “felice”
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/03/04/perche-grillo-non-crede-nella-decrescita-felice/

Riformismo vs Populismo (Barbara Spinelli, la Repubblica)

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Dopo il 25 febbraio si peseranno i voti e Vendola deciderà il suo futuro. Da un lato c’è la possibilità di definirsi come sinistra di governo, nella speranza di non ripetere l’esperienza suicida dell’Ulivo. Dall’altro c’è il vortice del populismo. Vendola peserà, valuterà, ma forse sarà abbastanza abile da evitare un errore fatale.

Stefano Folli, Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2013

[Barbara Spinelli, quando si ricorda che l’europeismo, da solo, non risolverà la crisi, è magnifica]

“Se anche Keynes è un estremista”, la Repubblica, 6 febbraio 2013

“I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: “Non salvateci più!“, e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.

A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina “che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa“. Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che “l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone“.

Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda.

Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’.

È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89.

È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: “Ma stiamo scherzando?”, quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto?

In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale  –  la povertà, la disoccupazione di massa  –  non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.

È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un’idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un’idea d’avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste  –  con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono.

Non a caso viene dal più forte sindacato d’Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l’Europa, gestito dall’Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni ’30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani  –  welfare, cura del bene pubblico  –  accrescono l’irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all’assistenza. Paventato è l’azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L’economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal ‘700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. “Questo ucciderà quello”, così Victor Hugo narra l’avvento del libro stampato che uccise le cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell’unione uomo-donna a soccombere, chissà perché.

Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di “capitale umano” e parliamo di persone, forse l’azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati”.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 06 febbraio 2013

http://www.repubblica.it/politica/2013/02/06/news/spinelli_keynes-52040796/

Il rinascimento umano – la ricetta dell’UNESCO per restituirci la dignità e garantirci un futuro

Dopo tutto, dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli luoghi, vicini a casa, così vicini e così piccoli che non possono essere visti su alcuna mappa del mondo. Eppure costituiscono il mondo delle singole persone; il quartiere in cui si vive; la scuola o il college che si frequenta; il luogo di lavoro. Sono questi i luoghi dove ogni uomo, donna e bambino cercano un’equa giustizia, pari opportunità e dignità senza discriminazione. Se questi diritti non hanno significato in questi luoghi, hanno poco significato anche altrove. Senza l’azione concertata dei cittadini che li sostengono a casa, vana è la ricerca del progresso nel mondo.

Eleanor Roosevelt, discorso per il decennale dell’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1958

Le Dolomiti, patrimonio dell’Unesco, dice un esponente della Regione sul giornale che sto leggendo, sono un patrimonio che non può essere fruito gratuitamente, insomma bisogna pagare, e molto, per guardare le montagne tra le più belle d’Europa, come si paga per entrare in un museo. Resto colpito da queste affermazioni e penso ache mondo terribile sarebbe quello in cui si dovesse pagare per ammirare un panorama, per osservare un orso, o un ghiacciaio o un lago, cose che non ci appartengono veramente.

Franco Arminio, Terracarne

Queste amicizie profonde, costruite in angoli diversi di questo nostro mondo, descrivono la bellezza e la grazia di essere qui.

Michele Nardelli

Le virtù dell’ospitalità e della convivialità sono al centro delle politiche educative dell’Unesco come sono al centro di questa mia ricerca propositiva. Ad esempio, la Dichiarazione di Oaxaca (1993) riafferma che “il pluralismo culturale, come forma di convivialità, si fonda sulla convinzione che l’umanità abbia un’origine comune e un comune destino”.

Non vale la pena di elencare la lunga lista di interventi qualificati dedicati dall’UNESCO a questo tema. Gli aneddoti, dopo i miti universali, sono forse lo strumento comunicativo più efficace. Ne voglio citare due, apparsi nello stesso numero del Corriere dell’Unesco (febbraio 1990).

Nel suo contributo Georges Lisowski (1990) osserva che chiedere ospitalità in una città equivale a chiedere la carità mentre nelle campagne sembra ancora un gesto più naturale e dignitoso. Nota compiaciuto che il vocabolo polacco per “ospitalità”, goscinnose, significa “desiderio di ricevere degli ospiti” ed indica apertura, curiosità, senso dell’opportunità, piuttosto che tolleranza. Conclude raccontando ai lettori un’esperienza vissuta:

“L’esperienza più toccante di ospitalità che mi è mai capitata è stata a Copenaghen. Sono arrivato un sabato, poco prima di mezzanotte, alla vigilia di una partita di calcio tra Malmö e Copenaghen. Mezza Svezia era arrivata in traghetto e non c’era posto neanche negli sgabuzzini degli alberghi. L’ufficio del turismo era però ancora aperto a mezzanotte e aveva compilato un elenco di indirizzi di famiglie che si erano offerte di ospitare visitatori privi di una sistemazione. Sono finito verso l’una del mattino in casa di persone che si erano alzate dal letto, mi avevano preparato un bagno ed un piccolo pasto, il tutto con grandi gesti di amicizia, poiché non conoscevano nessuna delle lingue in cui avrei potuto buttar lì qualche frase. Rimasi con loro per due giorni e, quando arrivò il momento di andarmene, invitarono alcuni amici a dare una festa in mio onore, continuando a comunicare con il linguaggio dei segni, in quanto anche i loro amici non erano migliori linguisti di loro. Si rifiutarono di farmi pagare per la camera e dovetti tornare all’ufficio turistico e lasciare lì dei soldi. Eppure nessuno parla mai di ospitalità danese. Ora ho cercato di fare ammenda. Quaranta anni dopo ho ripagato il mio debito”.

André Kedros riferisce invece una storia che gli ha raccontato un suo amico francese, in visita sul Taigeto, i monti vicino a Sparta, nel Peloponneso.

“Il sole stava tramontando quando la mia auto si è rotta nei pressi di un villaggio sperduto e povero. Imprecando per la mia disgrazia, mi stavo chiedendo dove avrei passato la notte, quando mi sono reso conto che gli abitanti del villaggio che si erano radunati intorno a me stavano discutendo con veemenza su chi dovesse avere l’onore di ricevermi come ospite. Alla fine ho accettato l’offerta di una vecchia contadina che viveva tutta sola in una casetta ai margini del villaggio. Mentre mi sistemavo in una camera piccola ma pulita ed imbiancata di fresco, il sindaco del villaggio ha trainato con un mulo la mia auto fino alla più vicina officina, a 20 chilometri di distanza. Avevo notato che c’erano tre galline che razzolavano per l’aia della donna che mi ospitava e quella sera una di loro è finita nello stufato. Altri abitanti del villaggio mi hanno portato formaggio di capra, fichi, miele, e, naturalmente, dell’ouzo. Ho mangiato di gusto e, nonostante la mia ignoranza della lingua, abbiamo bevuto insieme e fatto festa fino a tarda notte. Il giorno seguente il meccanico mi ha riportato l’auto riparata, come nuova, presentandomi un conto ragionevolissimo e chiedendomi solo di riportarlo all’officina visto che ero di strada. Quando è arrivato il momento per me di dire addio ai miei amici del villaggio, volevo premiare la vecchia per il disturbo che si era presa e per la gallina che aveva sacrificato per me. Ma lei ha rifiutato i soldi che le offrivo e si è anche indignata. Più insistevo, più appariva contrariata”.

Nell’antica Grecia i testi di Omero, Esiodo ed Eschilo fungevano da veri e propri corsi di educazione civica per le nuove generazioni ed esercitarono una notevolissima influenza sul legislatore greco per antonomasia, Solone e sul filosofo occidentale per eccellenza, Socrate. Esiodo e Omero erano i palaioi/arcaioi, gli antichi. Savi di un epoca in cui le muse e demoni (nell’accezione, positiva, pre-cristiana) comunicavano le verità eterne sulle virtù e la giustizia agli esseri umani più ispirati, come Orfeo, Ferecide, Pitagora e, più tardi, Socrate. Non era troppo difficile considerarle tali, viste le evidenti analogie tra l’epica di Gilgamesh e i poemi omerici da un lato e la cosmogonia esiodea, quella ittita e l’Enuma Elish mesopotamico dall’altro (Davies 2003; Curd/Graham 2008). Tra queste virtù, quelle prominenti erano la reciprocità, l’ospitalità, la giustizia, il fecondo equilibrio delle forze antagonistiche, la cura della propria anima/coscienza, la moderazione e la semplicità. L’accoglienza dell’ospite era valorizzata al medesimo livello del rispetto verso i propri genitori e verso gli dèi ed Euripide definiva la xenofobia un crimine nefando ed indicibile, empio ed intollerabile.

Nessuno di noi può indovinare chi, tra i nostri contemporanei, sarà considerato un gigante. Io però una figura di statura morale ed intellettuale di tutto rispetto, che possa fungere da guida verso un Mondo Nuovo, sulla scorta delle virtù di cui sopra, l’ho trovato. Si chiama Federico Mayor Zaragoza, un biochimico già direttore generale dell’UNESCO tra il 1987 ed il 1999, candidato al Nobel per la Pace del 2012 dall’International Peace Bureau, la prima federazione pacifista della storia (1891), premio Nobel per la Pace nel 1910, con sede a Ginevra e comprendente 170 organizzazioni. José Saramago lo ha definito “un amico ed un uomo che voleva che l’UNESCO fosse qualcosa di più che un acronimo o una torre d’avorio”.

Nei suoi discorsi, durante e dopo il suo incarico di direttore generale dell’UNESCO, Mayor ha abbozzato un’idea di Mondo Nuovo (Mayor, 1999) che è forse la migliore speranza per la nostra specie e la nostra civiltà e che, per la verità, mi pare sia proprio la destinazione di chi ha imboccato la strada di un preciso impegno per un rinascimento locale e globale. Come per i riformatori protagonisti dei suddetti capitoli, vorrei riassumere il suo pensiero, al tempo stesso semplice e sofisticato.

Mayor parte dalla premessa che la caratteristica precipua dell’essere umano è la capacità creativa, l’immaginazione, l’inventività. È lì che risiede la nostra speranza di non terminare i nostri giorni come dei “burattini attaccati a delle stringhe”. La creatività dev’essere coadiuvata dall’educazione, lo strumento grazie al quale ciascuno diventa se stesso, cioè sviluppa le sue potenzialità latenti e si può far carico del benessere del suo prossimo, nei termini concordati con lui (regola d’oro). Mayor vede nell’educazione, che è poi la principale missione dell’Unesco, l’opportunità concessa ad ogni essere umano di resistere alla tentazione di “farsi trascinare da idee che provengono da remote piattaforme del potere mediatico”. L’istruzione ci deve insegnare a prenderci il tempo per pensare ed essere noi stessi e per sviluppare quella che lui chiama la “sovranità personale” (cioè l’autodeterminazione, rinominata in modo molto più elegante ed accattivante). In questo processo di individuazione, come l’avrebbe chiamato Carl G. Jung, Mayor spiega che le nuove tecnologiche possono giocare un ruolo decisivo, ma non sono esenti da rischi, come quello di incollarsi allo schermo, di diventare un’appendice del computer, persone che, progressivamente, “fanno solo quello che vedono sullo schermo – lo schermo di Internet, lo schermo del televisore e dei videogiochi”. Persone che “non hanno più tempo per pensare o riflettere, nessuna capacità di discutere o di difendere i loro punti di vista”. Ci scombussoliamo, perdiamo la bussola morale. Qui Mayor adopera un bel gioco di parole in inglese, l’assonanza tra compass (bussola) e compassion (compassione) che non so rendere degnamente in italiano. Ma senza questa bussola della compassione ci si perde e non si può raggiungere quel “mondo incentrato su una condotta morale che è il nostro sogno, il sogno dell’UNESCO”.

Gli impedimenti sono numerosi e particolarmente gravosi, a partire dalla “crescente contraddizione fra la democrazia a livello nazionale e le oligarchie, o se si preferisce, plutocrazia a livello globale”. Tuttavia, rassicura Mayor, non bisogna disperare, perché il futuro non è ancora stato scritto e a noi tocca il compito di impedire a qualcuno di scriverlo, giacché “appartiene ai nostri figli ed ai loro figli. Il passato è già stato scritto, ma possiamo permettere ai figli di scrivere un futuro diverso”. Questo sarà possibile attraverso una cultura del dialogo, della riconciliazione e della comprensione reciproca che si sostituisca a quella della forza e del mercato. Ma non sarà sufficiente, se non scongiureremo il terribile potenziale di “clonazione spirituale” che domina il nostro tempo, cioè a dire la tendenza all’uniformazione, una spinta diametralmente opposta alla vocazione dell’istruzione, che è quella di fungere da levatrice di esseri umani unici. La cultura, la conoscenza, rappresentano quindi il vero patrimonio dell’umanità. A questo proposito, Mayor ricorda l’incoraggiamento ricevuto dallo scrittore e filosofo Juan Goytisolo a sottolineare il valore di quelle espressioni musicali, letterarie o didattiche che svelano le facoltà distintive della specie umana per quanto riguarda la creatività, la riflessione, l’invenzione, l’immaginazione, l’anticipazione e l’innovazione; dei beni intangibili ma, forse proprio per questo, anche più preziosi di quelli materiali. Sono proprio queste produzioni della coscienza umana ad avvicinarci, a farci sentire fratelli e sorelle, commenta Mayor.

Mayor dice bene. Il fatto concreto non è l’esistenza del mondo fenomenico, ma l’esperienza che ne facciamo. Un essere umano, considerato nella sua vicenda totale, è un flusso di esperienze, di occasioni d’esperienza, o di “occasioni viventi”, come le definiva Alfred North Whitehead, il grande filosofo e matematico britannico. Spesso queste occasioni di esperienza, di presa di coscienza sono salutari ma dolorose, ferite narcisistiche inflitte al nostro poderoso ego. Ma poi ci sono anche le grandi idee e la grande arte. L’arte e le intuizioni eterne penetrano e giungono dove altre impressioni non sanno pervenire; e la loro azione non produce patimenti. Søren Kierkegaard, nel “Don Giovanni, la musica di Mozart e l’eros”, scriveva: “Mozart immortale! A te devo tutto, è per te che ho perso il senno, che il mio spirito è stato colpito da meraviglia ed è stato scosso nelle sue profondità; devo a te se non ho trascorso la vita senza che nulla fosse capace di scuotermi”.

Questo patrimonio comune dell’umanità è anche, sempre secondo Mayor, la migliore garanzia della possibilità concreta di dar forma ad una democrazia globale, “che non significa che vi sia un solo paese. No, no, no…ci sono molti paesi, molte persone, molte culture, ma con un’unica visione di democrazia intesa in senso partecipato, cioè dove i cittadini non vengono solo contati periodicamente, agli appuntamenti elettorali, ma contano”. Questo tipo di democrazia non è mai una conquista definitiva: essa deve essere guadagnata e difesa quotidianamente. Zagrebelsky (2010, p. 40) precisa che “dove c’è consolidamento, assestamento, sicurezza del sistema di potere, lì in realtà c’è oligarchia; anche se, eventualmente, sotto mentite spoglie democratiche. Democrazia è invece conflitto perenne per la democrazia e contro le oligarchie sempre rinascenti nel suo interno”.

Di conseguenza, anche la democrazia è creata e ricreata da una costante attenzione al flusso della vita e degli eventi, all’armonia tra forma e movimento, concetti e sentimenti, ragione e passione, la cosiddetta “palintropos harmonia”. Quest’ultimo principio, rievocato da Mayor in un discorso a Salonicco, equivale alla “coincidentia oppositorum” dei latini, ed è di importanza cardinale. Universalmente noto ai nostri antenati, ora è stato quasi completamente cancellato dalla cultura occidentale – troppo scomodo, esigente, “anti-moderno”; lo incontreremo di nuovo nel corso della mia trattazione.

Come si acquisisce e conserva questa capacità di individuare una posizione di equilibrio e mantenerla?

Ce lo spiega un documento del 2011 che illustra le linee guida dell’azione dell’agenzia per le Politiche culturali ed il dialogo interculturale dell’UNESCO (“A new cultural policy agenda for development and mutual understanding”, gennaio 2011). Vi si raccomanda di “identificare e promuovere le forme di diversità culturale che promuovono l’auto-riflessione, la capacità di essere “conviviale” e l’impeto creativo per cambiare orizzonti culturali esistenti in risposta al cambiamento”. Per incoraggiare questo genere di condotta interpersonale, gli estensori (tra i quali il grande antropologo statunitense di origine indiana Arjun Appadurai) consigliano di puntare sul riconoscimento che ci sono tantissimi altri modi legittimi di vedere il mondo oltre a quello caro a ciascuno di noi, anche perché il mondo di oggi è un mondo di migranti, turisti, ospiti, viaggiatori, rifugiati, forestieri e l’imposizione di conformismi culturali in una condizione di associazione temporanea è pericolosa. La convivialità diventa allora la capacità di far interagire e sovrapporre i nostri rispettivi mondi, tra vicini, colleghi, concittadini, ospiti temporanei di questo pianeta. Non è uno strumento di coercizione, di soggiogamento, di conversione, ma una forma di coabitazione rispettosa e curiosa che sa individuare una causa comune e fare, perciò, comunità (cf. Unitas in pluralitate, uno dei motti dell’Unione Europea).

Questa è l’impostazione mentale, morale e spirituale che ha portato alla redazione ed approvazione della Carta delle Terra, sottoscritta da 4800 tra organizzazioni, governi ed organismi internazionali, una “dichiarazione di principi etici fondamentali per la costruzione di una società globale giusta, sostenibile e pacifica nel 21° secolo”. Questa carta, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, comprende norme di indirizzo (non vincolanti) che dovrebbero ispirare la legislazione nazionale ed internazionale e chiede alle genti di comprendere la loro relazione di interdipendenza e la necessità di uno sviluppo sostenibile e di una sempre maggiore equità tra individui e nazioni, nonché quella di assumersi una responsabilità condivisa per il benessere di quella che chiama “la famiglia umana”, dell’ecosistema e delle generazioni future. Gli imperativi cardine di questa dichiarazione sono i seguenti:

1. Rispettare la Terra e la vita, in tutta la sua diversità: Riconoscere che tutti gli esseri viventi sono interdipendenti e che ogni forma di vita ha valore, indipendentemente dalla sua utilità per gli esseri umani. Affermare la fede nell’intrinseca dignità di tutti gli esseri umani e nel potenziale intellettuale, artistico, etico e spirituale dell’umanità.

2. Prendersi cura della comunità vivente con comprensione, compassione e amore: Accettare che al diritto di possedere, gestire e utilizzare le risorse naturali si accompagna il dovere di prevenire danni all’ambiente e di tutelare i diritti dei popoli. Affermare che con l’aumento della libertà, della conoscenza e del potere cresce anche la responsabilità di promuovere il bene comune.

3. Costruire società democratiche che siano giuste, partecipative, sostenibili e pacifiche: Assicurare che le comunità a ogni livello garantiscano i diritti umani e le libertà fondamentali e forniscano a tutti l’opportunità di realizzare appieno il proprio potenziale. Promuovere la giustizia sociale ed economica, per permettere a tutti di raggiungere uno standard di vita sicuro e dignitoso, che sia ecologicamente responsabile.

4. Tutelare i doni e la bellezza della Terra per le generazioni presenti e future: Riconoscere che la libertà di azione di ciascuna generazione è condizionata dalle esigenze delle generazioni future. Trasmettere alle generazioni future valori, tradizioni e istituzioni capaci di sostenere la prosperità a lungo termine delle comunità umane ed ecologiche della Terra.

Da questi imperativi ne derivano altri:

5. Proteggere e ripristinare l’integrità dei sistemi ecologici terrestri, con speciale riguardo alla diversità biologica e ai processi naturali che sostentano la vita.

6. Prevenire i danni come misura più efficace di protezione ambientale, e agire con cautela quando le conoscenze sono limitate.

7. Adottare sistemi di produzione, consumo e riproduzione che salvaguardino la capacità rigenerativa della Terra, i diritti umani e il benessere delle comunità.

8. Sviluppare lo studio della sostenibilità ecologica e promuovere il libero scambio e l’applicazione diffusa delle conoscenze acquisite.

9. Eliminare la povertà come imperativo etico, sociale e ambientale.

10. Garantire che le attività economiche e le istituzioni a tutti i livelli promuovano lo sviluppo umano in modo equo e sostenibile.

11. Affermare l’uguaglianza e le pari opportunità fra i sessi come prerequisiti per lo sviluppo sostenibile, e garantire l’accesso universale all’istruzione, all’assistenza sanitaria, e alle opportunità economiche.

12. Sostenere senza alcuna discriminazione i diritti di tutti a un ambiente naturale e sociale capace di sostenere la dignità umana, la salute fisica e il benessere spirituale, con speciale riguardo per i diritti dei popoli indigeni e delle minoranze.

13. Rafforzare le istituzioni democratiche a tutti i livelli e garantire trasparenza e responsabilità nella governance, partecipazione allargata nei processi decisionali, e accesso alla giustizia.

14. Integrare nell’istruzione formale e nella formazione permanente le conoscenze, i valori e le capacità necessarie per un modo di vivere sostenibile.

15. Trattare ogni essere vivente con rispetto e considerazione.

16. Promuovere una cultura della tolleranza, della non violenza e della pace.

Sull’articolo 18 e le relative polemiche

 

di Mauro Poggi

 

Articolo 18

Il Blog La Monarchia delle Banane segnala le dichiarazioni di alcune fra le nostri più brillanti intelligenze politiche:

Maurizio Sacconi: Il problema dell’Articolo 18 è che impedisce i licenziamenti per motivi disciplinari.
Massimo Corsaro: Chi difende l’Articolo 18 finge di non capire che quello è il vero ostacolo ad una vera opportunità di sviluppo per la nostra economia.
Osvaldo Napoli: Devo ancora conoscere quell’imprenditore che voglia liberarsi di un dipendente operoso e scrupoloso, al quale, semmai, pensa di dare un aumento di stipendio.

Qualcuno dovrebbe preoccuparsi di far sapere in giro che non è l’art 18 a impedire i licenziamenti per giusta causa, ma la legge 604/66 (applicabile a tutte le aziende e non solo a quelle con più di 15 dipendenti). L’art 18, per le aziende con più di 15 dipendenti, si limita a stabilire le sanzioni nel caso il licenziamento fosse ritenuto illegittimo, ai sensi appunto di tale legge.
La quale, fra le giuste cause, prevede anche i motivi disciplinari; purché sufficientemente gravi – ovviamente.
Che un ex Ministro del Lavoro cumuli due sciocchezze in un unica frase la dice lunga sull’onestà intellettuale e la preparazione dei nostri politici.

Fare dell’art 18 il “vero ostacolo” all’opportunità di sviluppo dell’economia (Corsaro) è un’altra di quelle affermazioni che per quanto ripetute all’infinito non smettono di essere infondate. Su (purtroppo) migliaia di licenziamenti, quelli che danno adito a vertenze ex art 18 sono poche decine; solo chi non ha il senso del ridicolo può sostenere che quelli da soli condizionino “vere opportunità di sviluppo”. Il problema, semmai, sono i tempi processuali, per cui dopo due o tre anni il datore di lavoro rischia di dover riassumere pagando il pregresso; ma che di questo si possa incolpare l’articolo 18 mi pare eccessivo anche per la più approssimativa delle riflessioni.
Chi poi sostiene che il limite dei 15 dipendenti sia un disincentivo alla crescita per le piccole aziende italiane, dovrebbe guardare un grafico della distribuzione delle aziende per lavoratori occupati: una curva che non presenta alcuno scalino a giustificazione di questa tesi, né immediatamente prima né immediatamente dopo la fatidica soglia, come anche Confindustria ammette.

A Osvaldo Napoli, chiederei se può fornire una definizione incontrovertibile e condivisa dei termini “operoso” e “scrupoloso”, così da poterla usare come parametro inequivocabile che eviti ogni contenziosità. Un lavoratore che rifiuti di fare straordinario oltre i limiti di legge è ancora definibile operoso? E il dipendente che denuncia condizioni di lavoro che non rispettino le norme di sicurezza rientra nell’ambito degli scrupolosi o in quello dei pianta grane?
A meno che non si voglia lasciare al solo ed esclusivo giudizio  del singolo imprenditore il compito di stabilire chi fra i propri dipendenti possieda queste qualità. Un po’ come succede alla FIAT di Pomigliano, dove fra i 1845 lavoratori finora richiamati dalla CIGS quelli iscritti alla FIOM brillano per totale assenza: evidentemente perché ritenuti non abbastanza operosi o scrupolosi.

Personalmente non sono ideologicamente contrario a una revisione dell’articolo 18 che consenta all’imprenditore di sostituire l’obbligo di riassunzione con un congruo (congruo, sottolineo) indennizzo, parametrato sia all’anzianità lavorativa che a quella anagrafica del lavoratore. Ma l’accanimento con cui si insiste nell’affrontare il problema come prioritario, mentre la logica vorrebbe che venissero prima stabiliti nuovi e più efficienti ammortizzatori sociali, mi fa dubitare che in realtà ciò a cui si vuole arrivare sia la cancellazione di ogni tutela. Ho sentito ieri Monti elogiare il suo omologo Rajoi per le sue “coraggiose riforme”: fra le quali c’è anche la libertà per l’imprenditore di licenziare se per due esercizi successivi l’azienda ha registrato una diminuzione dell’utile (non una perdita, si badi bene). E l’altro super Mario, il signor Draghi, intervistato dal Wall Street Journal, sembra abbia cantato il de profundis  al vecchio modello europeo di stato sociale.
A pensar male si fa peccato ma…

http://mauropoggi.wordpress.com/2012/02/24/articolo-18/

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