Come mungere i Grandi Parassiti: rendite, beni comuni e imposta unica sul valore fondiario

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Walter Tocci, senatore PD ed ex vicesindaco di Roma:

“Ora si comprende meglio che cosa è stato l’ultimo ciclo di euforia immobiliare. La crisi dei subprime è come la nottola di Minerva che si alza in volo verso sera sollecitando il pensiero a trarre un bilancio della giornata.

Sono cadute insieme le due forme di rendita, quella finanziaria e quella immobiliare, come erano cresciute insieme nel decennio passato, rivelando un indissolubile legame strutturale e, forse più, una medesima visione del mondo. La condivisione di ascesa e declino mette in luce la natura anfibia di questa economia di carta e di mattone, capace di librarsi su quanto di più etereo e, d’altro canto, saldamente ancorata a quanto di più solido.

Chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe inceppato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà. Chi l’avrebbe detto che dopo tanta retorica sulla società della conoscenza bisognava tornare e occuparsi delle rate dei mutui immobiliari come principale problema della globalizzazione. Chi l’avrebbe detto che una potenza mondiale come gli Usa vacillasse a causa di 5 milioni di americani insolventi.

L’immobiliare è stato il proseguimento della finanziarizzazione con altri mezzi e mai il rapporto era stato così organico tra questi due modi di formazione della ricchezza. Da questa totalità discende una forte capacità di organizzare la società e di modificare lo spazio. Così, la rendita, a dispetto della scarsa attenzione ricevuta dalla pubblicistica corrente, è stata una forza che ha agito in profondità modellando le strutture produttive, gli assetti territoriali, l’immaginario collettivo e i comportamenti dei diversi attori politici, tecnici ed economici”.

http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/15610/0/45/

È sempre più diffuso infatti il sospetto che la perdita di competitività del nostro paese sia da attribuire anche alla crescita del peso della rendita, che nel frattempo ha assunto molteplici volti (rendita fondiaria ma anche finanziaria, rendita di posizione, ecc). Infatti quando si parla di rendita si fa riferimento a una molteplicità di fenomeni legati alla scarsità di alcuni fattori o alla presenza di posizioni dominanti o ancora all’esistenza di inefficienze. Il fattore che accomuna tutti questi fenomeni è l’aumento dei prezzi che può riguardare sia beni che servizi; da ciò conseguono gli effetti distorsivi nella distribuzione della ricchezza. Generalmente alla rendita viene associata una connotazione negativa perché della rendita si impossessa, naturalmente, il proprietario, cioè un soggetto tendenzialmente passivo che non partecipa al processo produttivo. E dunque evoca la scarsa, quando non la completamente assente, operosità, poiché genera reddito non guadagnato con la propria fatica o con il proprio impegno ma in virtù di uno status (quello di rentier) che si acquisisce non sempre grazie al proprio merito. La connotazione negativa che tradizionalmente si attribuisce alla rendita, si è andata via via accentuando perché è stata identificata tra le possibili cause della diminuzione della crescita del nostro sistema economico; da qui nasce la sempre più diffusa convinzione che debba essere contrastata.

https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/Il%20contrasto%20alla%20rendita.pdf

COME SI POSSONO MUNGERE LE RENDITE?

Varie versioni di questa misura sono state predisposte. La più celebre è forse quella  presentata nella forma di una lettera aperta indirizzata a Michail Gorbaciov, per metterlo in guardia dal rischio che le risorse russe finissero nelle mani di pochi oligarchi. Tra i firmatari: Modigliani (Nobel 1985), Tobin (Nobel 1981), Solow (Nobel 1987), Vickrey (Nobel 1990).
http://en.wikisource.org/wiki/Open_letter_to_Mikhail_Gorbachev_%281990%29

“Ma la vera antenata della Tobin Tax è la Single Tax di Henry George: un giornalista di Filadelfia il cui best-seller “Progress and Poverty”, del 1879, fu uno dei libri americani più letti al mondo fino agli anni 30. La sua semplice tesi era che la proprietà della terra procurava un arricchimento ingiusto e puramente speculativo, e che dunque si sarebbe dovuto espropriarne tutti gli aumenti di valore non derivanti dagli sforzi o dell’intelligenza del proprietario. Come Tobin pensa di poter combattere la fame nel mondo, George diceva che i proventi di questa “imposta sulla terra” sarebbero a tal punto bastati a finanziare l’intera macchina dello Stato da permettere di abolire ogni altra forma di prelievo fiscale, e di lasciarla come imposta unica. “Il suo caso rappresentò una precisa ma duratura dimostrazione del fatto che nessun giornalista può mai riuscire a farsi prendere sul serio come economista” ha scritto John Kenneth Galbraith, che pure è stato l’unico autore di una storia del pensiero economico ad avere il coraggio di inserivi un tale outsider. Eppure le teorie georgiste furono lo slogan della spettacolare vittoria dei liberali inglesi nel 1906, influenzarono il programma del Kuo-min-tang di Sun-yat-sen, fecero eleggere un sindaco a Cleveland nel 1901 e un altro a Pittsburgh nel 1933, furono tenute presenti dalla socialdemocrazia svedese nella costruzione del suo modello di redistribuzione fiscale, ispirarono un partito di protesta danese che esiste tutt’ora, sebbene ridotto ai minimi termini. In Italia era di spirito georgista la famosa riforma “bolscevica” del diritto di proprietà fondiaria invano tentata da Fiorentino Sullo all’inizio del centro-sinistra.

Secondo Galbraith, è per l’influsso ormai dimenticato ma sempre operante di George che “assieme al Canada e all’Unione Sovietica (il libro è del 1987), gli Stati Uniti mantengono un vivo interesse alla conservazione di una proprietà pubblica del suolo, cioè di un demanio pubblico… Negli Usa non ci sono molti disposti a dichiararsi socialisti ma, grazie a George, nessuno può arrischiarsi a mettere in dubbio le virtù del socialismo quando si tratti di parchi, foreste o terreni pubblici“.

http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/010713h.htm

L’Imposta sul Valore Fondiario (IVF) è un metodo di raccolta di pubbliche entrate attraverso una tassa annuale sul canone di affitto del terreno. Andrebbe a sostituire le imposte esistenti piuttosto che ad aggiungersi a queste. Applicata correttamente, la IVF darebbe sostegno a una vasta gamma di iniziative sociali ed economiche come l’edilizia, il trasporto e altri investimenti infrastrutturali. È una misura fiscale chiara che aiuterebbe a correggere i principali difetti economici e sociali odierni.

http://www.landvaluetax.org/international/che-cose-la-tassazione-sul-valore-delle-proprieta-terriere.html

Sì alle macroregioni, no al progetto leghista

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Aldo Giannuli su Maroni, il voto al Consiglio Regionale ed il progetto della Macroregione Padana.

[…].

La coincidenza con le elezioni politiche sta facendo passare quasi inosservata la partita delle elezioni regionali e, invece, questa della Lombardia è tutt’altro che secondaria, anzi, per alcuni versi, può rivelarsi ancor più decisiva di quella nazionale.

Come è noto, candidato alla Presidenza della regione lombarda è il leghista Roberto Maroni che ha due punti al centro del suo programma: il 75% delle tasse dei lombardi resti alla Lombardia e realizzazione della macroregione padana, attraverso la fusione con Veneto e Piemonte, che hanno già presidenti leghisti. Tradotto: la secessione del Nord.

Mi spiego meglio: i leghisti, sparando una clamorosa balla, nella loro propaganda per semi analfabeti, dicono che la Lombardia produce il 60% del Pil italiano (in realtà è un po’ più del 20%). In ogni caso è vero che è la regione che dà il maggior contributo allo Stato e, di conseguenza verrebbe meno una bella fetta di gettito fiscale, il che avrebbe un evidente riflesso sulla solvibilità del debito pubblico statale. Facile dedurre che già all’indomani della approvazione di una legge cosiffatta, lo spread schizzerebbe a misure senza precedenti portando rapidamente al default.

Ma, soprattutto, come sarebbe possibile limitare alla sola Lombardia questo beneficio fiscale? Pur trasformando quella lombarda in regione a statuto speciale, la cosa sarebbe semplicemente ingiustificabile sul piano costituzionale, perché farebbe ricadere il peso dello Stato centrale solo sulle altre regioni, creando così una mostruosa disparità di trattamento.

Peraltro, sapete dirmi quali deputati non lombardi voterebbero una cosa del genere? Anche mettendo insieme veneti e piemontesi, i numeri non ci sarebbero, anche perché possiamo supporre che una parte delle forze politiche sarebbero contrarie. Dunque, l’unico modo per far passare questa legge sarebbe quello di stabilire che ogni regione trattiene per sé il 75% del prelievo fiscale. Così allo Stato resterebbe solo il 25% per pagare le spese dell’amministrazione centrale, della giustizia, delle forze armate e polizia, della diplomazia ecc e, soprattutto, per pagare gli interessi sul debito pubblico accumulato. Come dire: far fallimento in tre giorni e sciogliere lo Stato centrale.

La cosa più probabile è che una legge del genere non sarà mai approvata. Dunque, si tratta solo di una boutade propagandistica? No. Sarebbe un errore madornale prendere sotto gamba questa cosa. Questa rivendicazione non sta trovando nessun credibile contrasto, anzi il Pd sembra rimproverare a Lega e Pdl di aver fatto troppo poco sulla strada del federalismo, lasciando intendere che loro farebbero molto di più. Dunque, essa si sta radicando nella testa di molti come del tutto legittima ed auspicabile. Facile prevedere che –soprattutto in caso di vittoria della sinistra- questa richiesta diventerà la bandiera dietro la quale aggregare l’agitazione. E qui viene a taglio la proposta della macro regione che (attenzione!) non è proposta agitata dalla sola Lega, visto che, inopinatamente, essa è comparsa nella prolusione all’anno accademico del Rettore del Politecnico milanese. La strada sarebbe molto semplice: convocare un referendum con legge regionale nelle tre regioni interessate con la proposta di fusione. E dato che in due già c’è una maggioranza leghista-Pdl, la conquista della terza sarebbe decisiva. Ovviamente poi bisognerebbe vedere se il referendum approverebbe la proposta (il che non è affatto certo) ma è evidente che la rivendicazione del 75% delle tasse alla macro regione sarebbe il principale argomento di propaganda. Se poi si giungesse alla nascita della macro regione il passo verso la secessione sarebbe breve.

In primo luogo è ovvio che la Regione avanzerebbe la richiesta di quel trasferimento fiscale e si tratterebbe di un soggetto “forte” sia per popolazione (19 milioni e mezzo di cittadini. Il 31% del totale nazionale, anche senza Liguria, Friuli e Trentino) sia per peso economico (quasi il 40% del Pil), per cui sarebbe difficile resistere. A quel punto (considerato che la macro regione avrebbe una certa legittimità a rivolgersi agli organismi internazionali per rivendicare la propria indipendenza) la soluzione di una “separazione consensuale” rischieremmo che apparisse come del tutto ragionevole. Se poi questo coincidesse con un grave scossone della crisi (default italiano o di altri paesi membri, conseguente crisi dell’Euro ecc.) la cosa sarebbe tutt’altro che fuori dell’agenda politica.

Ma, a quel punto, la separazione non sarebbe affatto consensuale: come dividerci il debito pubblico? Come dividerci l’onere per pensioni e debiti dello Stato? Soprattutto, polizia, carabinieri ed Esercito accetterebbero di essere smembrati? E come, visto che la maggioranza dei militari è di origine meridionale? Potrei proseguire ma mi sembra che ce ne sia abbastanza per capire quali rischi di guerra civile potrebbero di colpo prospettarsi.

Aldo Giannuli

http://www.aldogiannuli.it/2013/02/il-nodo-lombardo/

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Nell’era della globalizzazione, dove la fobia inglese per la carne di cavallo si ripercuote sui tortellini e ravioli italiani, non si può più ragionare unicamente in termini di sovranità nazionale. Lo stato non scomparirà, essendo il baluardo della tutela e promozione dei diritti civili dei cittadini, nonché dell’autonomia e sovranità degli stessi, ma la sovranità stessa sarà sempre più condivisa con altri stati, a livello continentale, nella direzione di una sovranità compartecipata planetaria (una confederazione mondiale che impedisca l’affermarsi di fazioni egemoniche – una cosa à la Star Trek, per intenderci – cf. la “federazione dei pianeti uniti”).

In questo quadro, le macroregioni diventano indispensabili. Sono uno degli strumenti più utili per percorrere quella strada irrinunciabile che è l’unità nella diversità (concordia) della famiglia umana. Lo è ancora di più per il Trentino – Alto Adige, cuore d’Europa, naturale congiunzione tra le eccellenze (e purtroppo i vizi, che qui però si bilanciano abbastanza armoniosamente) del mondo germanico e di quello latino-mediterraneo. La missione di questa regione dovrebbe essere quella di operare perché la concordia planetaria si affermi e sbocci una civiltà più umana, più degna del nostro potenziale, più all’altezza delle nostre aspirazioni. Questo può avvenire più facilmente in un’Europa in cui macroregioni e stati operino di concerto per garantire che nessun paese e nessuna lobby consideri l’Europa come cosa sua.

IL PROGETTO

Si deve superare l’idea della separazione tra una prospettiva locale che si occupa di cose locali da una nazionale che si occupa di questioni generali e globali.

In particolare, in Trentino Alto Adige occorre liberarsi da un certo numero di false concezioni. Qui “superamento delle frontiere” significa “euregio” o, nella migliore delle ipotesi, “regione alpina”, “globalizzazione” significa “più Europa”, “più Europa” significa “più Germania” e “multiculturalismo” significa “bilinguismo italo-tedesco con una spruzzata di inglese” (e avvisi multilingue per i residenti extracomunitari).
Eppure, molto presto, 1 residente su 10 sarà di origine straniera e molti trentini e sudtirolesi hanno già adesso la pelle più scura di Obama, indossano il velo, ci guardano con occhi a mandorla e parlano anche inglese, francese, arabo, cinese o una lingua balcanica. Hanno nomi esotici ma spesso conoscono il dialetto. Non dovrebbe essere naturale impiegarli per stringere rapporti culturali e commerciali con i loro paesi e continenti di origine? Coinvolgerli nel lavoro di elaborazione di quell’autonomia che è anche LORO non sarebbe doveroso e proficuo?

Frederick Douglass, abolizionista afroamericano e sostenitore del suffragio universale esteso alle donne, uno dei padri dell’America migliore ed uno dei più intelligenti critici della contraddizione di una costituzione che sanciva l’uguaglianza degli esseri umani ma non vietava la schiavitù, soleva dire che “il destino degli americani di colore è il destino dell’America intera”.

È tanto più vero oggi per i nostri concittadini “diversi”, che ormeggiano/allacciano questa regione all’intero pianeta.

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La grande lezione della globalizzazione è che l’apertura al mondo è anche una sfida locale. Il successo economico delle regioni nel processo di globalizzazione dipende dalla loro capacità di irradiarsi in tutto il mondo, formando partnership per scambiare capacità, prodotti, idee, esperienze, ecc.

La ripresa, in Europa, dipende dall’impegno degli enti locali, dalla loro capacità di trovarsi vicino alle questioni transnazionali, nel contesto delle euro-regioni, per esempio, ma non solo. Per questo il progetto delle macroregioni, che piace tanto alla Lega, potrebbe essere sfruttato per dar vita ad una diplomazia macroregionale, distinta da quella nazionale, pur se nella cornice degli interessi nazionali, che andrebbero comunque declinati globalmente.

Immagino una macroregione alpina dotata di un corpo diplomatico autonomo. Questo corpo diplomatico ancorerà il Trentino ed il resto dell’area alpina all’evoluzione del resto dell’umanità, lo renderà partecipe e protagonista della medesima, in una rete che, superata questa crisi, abbraccerà il pianeta, non essendoci alcuna ragione per confinarla semplicemente all’ambito europeo o mediterraneo.

Le suddette macroregioni avranno un presidente eletto a suffragio diretto, esprimeranno dei consiglieri territoriali che abbiano il polso della situazione locale. I presidenti macroregionali incontreranno periodicamente un ministro del governo incaricato di gestire questo partenariato, consentendo così al potere centrale di agire in maniera precisa, efficiente, determinante, efficace.

Le macroregioni avranno un peso specifico importante in Europa e nel mondo. Ce ne saranno al massimo una decina in ogni nazione europea, in modo da raggiungere quella massa critica che le renderà globalmente competitive. Non saranno un mezzo per accentrare il potere, ma per devolverlo. Le regioni più piccole hanno già poco potere, insieme ne avranno di più, controbilanciando quello del lombardo-veneto e disinnescando il separatismo leghista.

Avremo così delle comunità responsabili organizzate per cerchi concentrici, modelli di buone prassi per un’umanità finalmente responsabile.

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http://www.raetia.com/it/shop/item/1567-contro-i-miti-etnici.html

Berlusconi e le tasse

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Il Marchese de Sade, paladino del neoliberismo

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Nella Nouvelle Justine, Sade giustifica la dittatura dell’aristocrazia sulla plebaglia, vanta i meriti del cristianesimo e della monarchia, ai quali, secondo lui, si deve la grandezza e la prosperità della Francia. Adepto della “tirannia più sfrenata”, dà alcune ricette: costringere i poveri a uccidere i figli, praticare un brutale eugenismo su vasta scala, sopprimere gli “esseri meno importanti”, abolire l’assistenza pubblica, chiudere gli ospizi per i poveri, proibire la mendicità, sopprimere la carità, punire l’elemosina, tassare pesantemente i contadini, accelerare la pauperizzazione, proibire i matrimoni tra persone di condizione sociale differente, trasformare le esecuzioni capitali in spettacoli pubblici, organizzare immense carestie con malversazioni commerciali, impiccare e sciabolare i mendicanti, agire da despoti. La parola d’ordine? “Siamo disumani e barbari”. La formula di Sade, non “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”, ma: “Fatalità, Disuguaglianza, Crudeltà”.

Michel Onfray, “Illuminismo estremo. Controstoria della filosofia IV”, p. 244

Comincio ad avere il terribile sospetto che, in effetti, il neoliberismo non sia di destra (né tantomeno di sinistra, ovviamente). La destra classica era attenta agli equilibri e si curava della comunità. Il neoliberismo è realmente sociopatico, odia la comunità, esalta l’interesse privato, è essenzialmente anti-politico (ed anti-umano, anti-ecologico, anti-tutto quel che non è egotistico o oligarchico). E’ di una radicalità normalmente aliena alla specie umana, proprio come lo è la psicopatia. Il neoliberismo conduce ai castelli di Sade e ad Auschwitz (industria dello sfruttamento finale al servizio della grande industria tedesca). La destra in quanto tale certamente no.

Cose di sinistra che il PD ha perso per strada – programma politico del Quarto Polo

Come sempre nei momenti di crisi, una parte della società sta a guardare, cercando di difendere posizioni e privilegi, per poi, eventualmente, schierarsi col vincitore. All’opposto, par di vedere atteggiamenti – alimentati da parte della stampa – schiettamente nichilistici: distruggiamo tutto, poi si vedrà. Infine ci sono coloro che comprendono e vivono le difficoltà del momento e non aspettano altro che potersi identificare in qualcosa di nuovo, per muovere in una direzione costruttiva. Tra questi, ci sono, oggi, molti passivi, solo perché non si mostra loro come e perché possano rendersi attivi.

Gustavo Zagrebelsky

1. Un’altra Europa è possibile.

Rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive e distruttive dello stato sociale. Costruiamo un fronte comune con i paesi del Sud d’Europa. Noi pensiamo ci sia un’altra Europa possibile: politica e democratica, cioè fondata sulla partecipazione delle cittadine e dei cittadini. E un’altra possibilità di uscita dalla crisi economica, basata su diritti e uguaglianza, beni comuni e lavoro, creatività e nuovo rapporto con la natura – non proprietario, non di consumo distruttivo.

Il prossimo governo deve riunire tutti i paesi Ue in crisi e proporre a Bruxelles un piano di ristrutturazione del debito come condizione indispensabile per la sopravvivenza dell’Euro. Deve inoltre proporre la revisioni dei trattati e ripensare il progetto europeo in modo policentrico, recuperando appieno lo spirito originario di pace e cooperazione in una forma istituzionale confederale. L’attuale unione valutaria, priva di una base democratica e di istituzioni politiche, ha prodotto una frattura profonda e squilibri pesantissimi tra i Paesi dell’Europa nord occidentale e quelli dell’Europa centrale mediterranea, risolvibili solo attraverso una profonda rigenerazione del progetto. L’azione congiunta dei governi in crisi fiscale deve essere sostenuta dai movimenti, sindacati, intellettuali di tutti i paesi interessati.

2. La crisi è della finanza, non dello stato sociale.

Vogliamo rinegoziare il debito. Creare un regime fiscale equo ed efficace, esteso ai patrimoni e alle rendite finanziarie, nonché alle proprietà ecclesiastiche, attraverso la lotta all’evasione fiscale, la tassazione delle transazioni finanziarie e l’attivazione di tutte le misure necessarie a “disarmare la finanza”.

Riteniamo del tutto errata l’interpretazione della crisi iniziata nel 2007, che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. Le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario. Solo che, grazie a una grande operazione di inganno collettivo, la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.

Rivendicare una rinegoziazione congiunta del debito è l’unico modo per contrastare il dogma del «non c’è alternativa», che è il cuore delle politiche del governo Monti, dei partiti che lo sostengono, degli altri governi europei avviati verso il disastro. Misure di ordine finanziario a cui si fa spesso riferimento, come la separazione tra banca commerciale e banca d’affari, la nazionalizzazione dei principali istituti di credito, l’istituzione degli euro-bond, l’introduzione di monete a circolazione locale e altro ancora, sono tutte subordinate a una rinegoziazione del debito pubblico.

3. Salviamo il modello sociale europeo.

Rifiutiamo il fiscal compact, che impone scelte di politica economica obbligate per qualunque parlamento o governo vinca le elezioni. Intendiamo cancellare la norma sul pareggio di bilancio in Costituzione e rifiutiamo le norme della spending review che tagliano risorse allo stato sociale, alla scuola e alla sanità.

L’Europa si è caratterizzata nella storia per il modello sociale europeo che ha mirato a garantire libertà e uguaglianza, diritti sociali e soggettivi: il welfare non è un lusso dei periodi di prosperità che non ci possiamo più permettere, ma la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso.

4. Politica industriale e riconversione produttiva.

In Italia manca ormai da tempo una qualunque politica industriale. La vicenda recente della Fiat – nella quale il governo e la politica istituzionale non hanno saputo svolgere alcun ruolo, se non quello di mettersi al servizio dell’azienda – lo dimostra con tutta evidenza.

Non è sostenibile continuare a produrre automobili come se non ci fosse una sovrapproduzione di oltre il 30% in Europa, ma questo non significa che non servano mezzi di trasporto pubblici e anche privati innovati nei vettori e nel loro utilizzo sociale.

Allo stesso tempo è necessario che la produzione industriale sia attraversata da una riconversione ecologica, conviva con l’ambiente, con la tutela della salute di chi lavora e delle popolazioni circostanti. Questo è possibile solo a condizione di non lasciare la politica industriale in mano alla ricerca del profitto privato. E’ necessario un rilancio dell’intervento pubblico diretto in economia, puntando su settori strategici innovatori di produzioni materiali e immateriali, ai quali connettere un piano del lavoro che punti alla piena occupazione. L’individuazione dei settori su cui puntare deve essere fatta attraverso un processo di programmazione economica democratica, che valorizzi idee e contributi dei territori e degli attori sociali e produttivi.

5. Nuove forme di credito e micro-credito per nuove forme di impresa.

Forme creative di attività imprenditoriale, legate in particolare alla condizione femminile e giovanile, vanno sostenute con nuove forme di credito e micro-credito. Le fondazioni bancarie incentivino, con le loro attività, la valorizzazione dei beni sociali, culturali e ambientali. Esperienze come quella della Banca Etica vanno valorizzate e potenziate. La privatizzazione del sistema bancario non ha certo privilegiato la circolazione del credito. Le banche italiane si sono avvantaggiate del denaro a basso costo messo a disposizione dalla Bce, ma non c’è stata affatto una ripresa del credito alle imprese e alle famiglie, perché quei soldi sono serviti solo al rafforzamento del capitale delle banche.

Va separata la funzione di banca di investimento da quella commerciale, misura utile anche per frenare la speculazione.

 

6. Più diritti per il lavoro e reddito di cittadinanza.

Abolizione delle norme che hanno modificato l’art.18 dello Statuto dei lavoratori e dell’art.8 del decreto legge 13 agosto 2011 n.138,che distruggono, oltre ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, il diritto del lavoro. Abolizione della riforma Fornero delle pensioni che porta l’età pensionabile, anche per chi ha svolto tutta la vita attività massacranti, a livelli sconosciuti in Europa e priva allo stesso tempo di lavoro i più giovani. Vogliamo definire norme che garantiscano la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro, che riducano drasticamente il ricorso a forme di lavoro precario. Intendiamo introdurre un reddito di cittadinanza che sia garanzia sociale nella crisi, sottrazione al ricatto sul mercato del lavoro, riconoscimento di tutte le attività che concorrono alla produzione di benessere collettivo, tessuto sociale, cura delle relazioni. Insieme al reddito di cittadinanza, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione è essenziale a ridefinire il rapporto fra lavoro e vita, tempi della produzione e della riproduzione, ruoli e relazioni fra i generi, appartenenza al tessuto sociale e prestazioni lavorative.

7. Creare lavoro.

Occorre elaborare un piano per la creazione diretta di lavoro nella salvaguardia dell’ambiente naturale e antropico, nell’ottica di una riconversione della struttura produttiva e della filiera energetica nazionale. Solo un processo radicale di riconversione può garantire il “new deal” necessario ad uscire da una crisi che non è solo di economia e finanza, ma di cultura e modelli di vita.

È urgente la messa in sicurezza, la manutenzione e il recupero del patrimonio artistico e culturale, delle scuole e delle biblioteche, delle ferrovie regionali e in generale del territorio in funzione di prevenzione dagli eventi estremi (terremoti, alluvioni, piogge intense, ecc.) con investimenti sia nelle strutture urbane che nelle aree agricole collinari e montane, con incentivi tesi al recupero delle terre abbandonate.

Adottiamo una politica urbanistica  zero metri quadrati” puntando al recupero del patrimonio edilizio esistente e disincentivando le nuove costruzioni.

Attiviamo di politiche virtuose di turismo culturale.

8. Lotta per i beni comuni contro le privatizzazioni.

Difendiamo i principi di tutela dei beni comuni affermati dai referendum del 2011. Vogliamo l’approvazione della riforma elaborata dalla Commissione presieduta da Stefano Rodotà riguardo la modifica del codice civile in materia di beni pubblici.

La definizione della categoria giuridica di bene comune sposta l’attenzione dal soggetto proprietario alla funzione che un bene svolge nella società. Sono beni comuni quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, quindi anche e soprattutto i servizi pubblici, specie quelli locali; non possono essere regolati dalle leggi del massimo rendimento e devono essere salvaguardati per le generazioni presenti e future. La dimensione collettiva di questi beni, che sono costitutivi di una comunità politica e fondamentali per la giustizia ambientale, sociale ed ecologica, scardina la dicotomia pubblico-privato. Non si tratta di un’altra forma di proprietà, ma dell’opposto della proprietà.

9. Politiche infrastrutturali rispondenti alle esigenze del territorio e alla mobilità equo-sostenibile.

Ci opponiamo alle Grandi Opere inutili, dannose, fonte di corruzione politica – a cominciare dal Ponte sullo Stretto di Messina e dalla linea Tav Torino-Lione, divenuta ormai il simbolo di una cultura distruttiva della natura, di una società consumistica, di uno stato autoritario, che rifiutiamo radicalmente.

Quelle opere sono il frutto del mito del produttivismo, di una concezione dell’economia fondata sulla proliferazione quantitativa delle merci e sulla riduzione di tutto a merce. Sono utili solo alla borghesia mafiosa che costruisce intorno ad esse le sue relazioni d’affari e di politica. In più sottraggono risorse a politiche utili e necessarie, in particolare al rilancio delle reti e dei servizi regionali e interregionali, per la mobilità dolce (pedonale, ciclistica, a basso impatto ambientale), per lo sviluppo di un sistema portuale nazionale, per il rilancio delle industrie produttrici di mezzi di trasporto pubblici e la riduzione del consumo di suoli agricoli.

10. Energia efficiente e rinnovabile, rifiuti zero.

La Strategia Energetica Nazionale va ridefinita radicalmente, finalizzata al dimezzamento del ricorso ai combustibili fossili entro il 2030 e al suo azzeramento entro il 2050. Rimodulazione degli incentivi a sostegno dell’efficienza energetica, e della generazione  energetica da fonti rinnovabili, delle reti di distribuzione, che devono essere indirizzati esclusivamente – salvo poche eccezioni – a impianti di taglia piccola o media, differenziati sulla base dei fabbisogni e delle risorse disponibili sui diversi territori, interconnessi ma dimensionati in via prioritaria sui carichi direttamente collegati alla fonte, partecipati dalle comunità locali, cioè decisi sulla base di una valutazione condivisa dei fabbisogni e delle potenzialità di ogni territorio. A tal fine è necessario promuovere e finanziare una grande leva di tecnici che in squadre polivalenti siano in grado di fornire assistenza tecnica alle comunità locali nella valutazione dei fabbisogni e delle soluzioni  ottimali, nella progettazione e nella realizzazione degli interventi, nella loro gestione e manutenzione sia in campo energetico che in quello dell’edilizia: soprattutto nella ristrutturazione degli edifici esistenti. Definizione di un piano nazionale di prevenzione, recupero e valorizzazione dei rifiuti e degli scarti della produzione e del consumo con l’obiettivo “rifiuti zero”.

 

11. Cibo locale, filiere corte e nuova vita alle aree interne.

Chiediamo un Piano Agroalimentare Nazionale finalizzato alla sovranità alimentare. Sostegno a filiere corte, a produzione biologiche e a produzioni nelle aree interne. Incentivi per la creazione di filiere di cooperazione nord-sud Italia e con il resto del mondo improntate ai principi del commercio equo e solidale. Tutto il settore dell’altra economia è allo stesso tempo una risorsa fondamentale nella crisi e la prefigurazione di un altro stile di vita, di altre relazioni fra produttori e consumatori, di rapporti non mercificati, impersonali e anonimi all’interno di una dimensione comunitaria aperta. Nell’immediato bisogna rimettere al centro dell’impegno pubblico gli interventi per la rivitalizzazione delle cosiddette aree interne d’Italia, quella parte vasta del Paese non pianeggiante, fortemente policentrica, con diffuso declino della superficie coltivata affetta da un costante, ormai emorragico, calo demografico e da invecchiamento. Un intervento massiccio pubblico, comunitario, privato, darebbe il segno di un mutamento di paradigma nella tutela e promozione della diversità naturale e culturale, del rilancio di una stagione di inclusione sociale, di accoglienza solidale e rispettosa dei diritti e della dignità dei migranti, il cui flusso è ormai una costante.

Rilancio della cooperazione Euro-Mediterranea nei campi decisivi dell’energia, dell’agroalimentare, dell’ambiente, delle reti e servizi di comunicazione, della ricerca scientifica. L’Italia deve avere un suo ruolo chiave in quest’area, rafforzando i legami culturali, economici e le iniziative tese al disarmo ed alla pace. Avvio di un Erasmus Euro-Med che coinvolga tutte le Università dei paesi della sponda sud-est del Mediterraneo.

12. Lotta alle Mafie e alla borghesia criminale.

Le indicazioni e gli indirizzi sopra delineati rappresentano la cornice necessaria per una lotta realmente efficace alle Mafie e alle borghesie criminali, ormai parte strutturale dell’economia finanziaria della globalizzazione. Solo una scelta radicale in tal senso, può portare a un contrasto efficace verso una criminalità che si è trasformata in un segmento di classe dirigente, ormai parte integrante dell’attuale sistema economico-finanziario, con gravi e crescenti inserimenti negli stessi sistemi istituzionali e di governo ad ogni livello.

13. La pace non si costruisce con le armi.

Vogliamo l’attuazione dell’art. 11 della Costituzione e il ritiro da tutte le operazioni di guerra in cui è impegnata l’Italia; la riduzione drastica delle spese militari, a partire dalla cancellazione dell’acquisto degli F35; la riconversione dell’industria degli armamenti; l’impegno nelle iniziative di cooperazione internazionale, di pacificazione e assistenza sanitaria. Il grande risparmio di risorse finanziarie deve andare, in parte significativa, a ripristinare i fondi per scuola, università e ricerca, sanità e servizi sociali. Il ripudio della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali non è solo l’affermazione del valore della pace; non ribadisce con forza solo il desiderio e l’impegno di mettere “la guerra fuori della storia”. Afferma che il contrario della guerra è la politica: l’apertura di spazi di confronto, luoghi pubblici in cui è possibile l’espressione del conflitto in forma vitale, creativa, non distruttiva. La non violenza non è rassegnazione ma pratica politica conflittuale, che si sposta dal terreno aggressivo e militare, in cui vince sempre chi detiene il potere o chi si organizza a sua immagine e somiglianza, per disegnare un altro mondo sul tessuto discorsivo della democrazia.

14. Centralità del sapere.

Affermiamo in ogni ambito la centralità del sapere, della scuola e dell’università pubbliche, in un’ottica di liberazione personale, creatività e innovazione collettiva, di un nuovo rapporto fra società e natura. Nella formazione si incontrano generi e generazioni diverse, storie personali, culture ed etnie: è la radice prima della polis, costruzione di un mondo comune a partire da punti di vista diversi, lo spazio pubblico in cui la società incontra se stessa in un processo di autoeducazione. Il luogo in cui riconoscere e valorizzare l’intreccio delle culture nella costruzione di una società finalmente post-coloniale e multiculturale.

Sono da rifiutare processi invasivi di tecnicizzazione delle conoscenze, logiche aziendalistiche, familistiche o confessionali. La conoscenza si costruisce in un campo di relazioni delicate che si alimentano di domande, dubbi, desideri che danno senso al sapere. Di queste relazioni occorre avere cura e rispetto.

 

15. Un paese per donne.

Vogliamo contrastare sul terreno politico, giuridico e culturale, tutte le pratiche materiali e simboliche di discriminazione e violenza sulle donne. Difendiamo con intransigenza la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Questa politica si attua con l’estensione e il finanziamento dei centri anti-violenza, a partire dalle esperienze delle reti femministe estese e radicate in tutto il territorio nazionale; con pratiche di prevenzione della violenza sulle donne,con lo sviluppo dei consultori familiari, degli asili nido, dell’esperienza dei bilanci di genere e dei piani di tempi e orari. Esperienze che non devono rappresentare un capitolo a parte, aggiunto, riservato alle donne, ma essere espressione di uno sguardo femminile prezioso per tutti e tutte sulle città, sui luoghi e sui tempi della vita quotidiana.

La violenza sulle donne è maschile e dunque interroga in primo luogo gli uomini. Occorre costruire spazi di dialogo e confronto che permettano di stabilire relazioni di libertà, creatività, invenzioni di sé e della propria vita, riconoscimento e rispetto reciproco fra uomini e donne; in cui in particolare sia possibile immaginare e praticare una nuova modalità di essere uomini capace di affrontare la crisi dell’identità maschile, di combattere quella violenza che nasce da una mentalità “proprietaria”, dall’incapacità di rinunciare al potere, di misurarsi con la libertà femminile per farne l’occasione di una scoperta della propria parzialità. E di una liberazione comune.

16. Partecipazione come antidoto a clientelismo, centralismo, maschilismo.

Costruiamo un’alternativa radicale ai sistemi clientelari che hanno determinato corruzione e inquinamento mafioso a tutti i livelli della pubblica amministrazione, in modo da produrre una riforma dello stato che lo renda finalmente trasparente, decentrato ed efficiente, valorizzando le autonomie locali e il livello comunale, la democrazia partecipativa e di prossimità. Sono da sostenere e garantire le pratiche della democrazia, della rappresentanza e della partecipazione. In particolare occorre garantire la possibilità per le donne di essere rappresentanti, e non per una questione meramente “quantitativa”, di quote da rispettare, all’interno di una forma della politica che resta tradizionale e maschile, ma per produrre un cambiamento di paradigma e l’apertura di un altro orizzonte.

Prevediamo un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche; la drastica riduzione di tutti gli emolumenti a parlamentari, consiglieri regionali e ministri.  Si possono immaginare sostegni alla stampa indipendente, accessi liberi ai media e a ogni strumento di diffusione delle idee e delle proposte. Ma occorre tagliare drasticamente i costi degli apparati dei partiti, garantire la loro democratizzazione interna, porre un tetto massimo a quanto è possibile spendere nelle campagne elettorali, riportare la pratica politica alla sua natura di servizio reso alla collettività per un periodo limitato, in modo che non diventi una professione e uno strumento per conseguire vantaggi personali.

17. Laicità dello stato.

Non ci stanchiamo di affermare la laicità dello stato. Lottiamo per la garanzia dei diritti civili individuali di ogni cittadina e di ogni cittadino, per una legge contro l’omofobia per il rispetto di tutte  le scelte, orientamenti e identità  sessuali, per il riconoscimento delle unioni di fatto, dei diritti di cittadinanza per tutte/i coloro che nascono, crescono e vivono in Italia, per contrastare le leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini).

Il principio costituzionale della laicità è per noi un prerequisito della democrazia, la rinuncia a una pretesa di possesso di verità indiscutibili, alla normazione autoritaria dei comportamenti, delle propensioni etiche, delle decisioni riguardo nascita e fine della vita, delle relazioni sessuali; è l’apertura a un confronto e a una ricerca comune di donne e uomini libere e liberi, che riconosce il senso ecologico del limite ma rifiuta autorità superiori o trascendenti cui dovere obbedienza.

Occorre rifiutare radicalmente ogni ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche all’interno delle questioni che riguardano lo stato e le leggi italiane. La cultura cattolica è certo importante, come altre culture religiose e non religiose, per le relazioni e le pratiche che costruiscono una comunità solidale, una polis inclusiva, ma i privilegi istituzionali, i vantaggi economici, le pretese gerarchiche, fanno male anche a quella cultura e a quelle pratiche, che sono preziose se vivono nel tessuto profondo della società, lontano dai privilegi e dalle burocrazie del potere.

18. Accoglienti con gli immigrati.

Cancelliamo subito le norme della Bossi-Fini maggiormente penalizzanti per le/i migranti: da un lato il contratto di soggiorno, che collega il permesso al contratto di lavoro, dall’altro le norme che di fatto stabiliscono un diritto speciale per le immigrate e gli immigrati, con la reclusione nei CIE per irregolarità amministrative, quindi senza aver commesso reati.

Vogliamo l’approvazione delle leggi per il diritto di voto alle cittadine e ai cittadini migranti alle elezioni amministrative e per il conseguimento della cittadinanza italiana (jus soli). Proponiamo l’elaborazione partecipata di una nuova legge sull’immigrazione che permetta di abrogare la Bossi-Fini. La legge sul diritto di asilo e lo sviluppo di un programma di accoglienza per i richiedenti asilo ed i profughi.

Anche per quanto riguarda l’immigrazione anni di governo berlusconiano-bossiano hanno profondamente inciso sulla società e sulla legislazione. Senza dimenticare che le scelte di politica securitaria erano cominciate con il Governo di centro-sinistra, quando la legge Turco-Napolitano aveva istituito i CPT (Centri di Permanenza Temporanea), trasformati poi in CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione), con un cambiamento di nome ma non di ruolo, in quanto sono rimasti centri di detenzione per immigrate/i privi di regolare permesso di soggiorno. Occorre, quindi, una decisa inversione di rotta rispetto ai precedenti venti anni (con particolare riferimento all’ultima legislatura, dominata dagli spiriti razzisti e xenofobi).

A tutto questo vanno accompagnati un più incisivo intervento contro le discriminazioni ed una più decisa azione, anche sul piano culturale, contro il razzismo, intrecciato spesso con i fascismi risorgenti.

19. Non tolleriamo la tortura.

Vogliamo introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura, che – malgrado l’impegno preso a livello internazionale – non è contemplato nel codice penale italiano. Si tratta di una questione non solo politica ma di civiltà che riguarda il rapporto dei cittadini con le istituzioni, lo spirito democratico e la lealtà di chi lavora per lo stato. Ha a che fare profondamente con la qualità di una democrazia. Lo si è visto a Genova nel luglio del 2001, quando è stato sospeso lo stato di diritto e la protesta di un’intera generazione è stata ridotta a problema di ordine pubblico, schiacciata sul terreno militare. Lo si vede con l’infinita serie di episodi di violenza, avvenuti in caserme e carceri a danno dei soggetti più deboli quando erano affidati alla custodia dello stato. Vicende che hanno distrutto la credibilità delle forze dell’ordine.

Occorre anche prevedere la non prescrittibilità del reato e un fondo per la tutela delle vittime (che spesso restano segnate per tutta la vita), in modo che risulti assolutamente chiara sul piano simbolico la gravità della tortura e il valore che lo stato democratico attribuisce alla tutela dei diritti delle cittadine e dei cittadini.

20. Riportare le carceri alla civiltà.

Le condizioni dei carcerati in Italia non hanno nulla a che vedere con lo spirito della Costituzione italiana, che afferma il carattere educativo della pena, teso al recupero di chi ha commesso il reato. Nelle carceri ci sono quasi settantamila detenuti in strutture pensate per 45 mila persone, e un quarto dei prigionieri sono in carcere senza essere stati condannati, visto che sono in attesa di giudizio. Il sistema penitenziario italiano presenta scandalose disfunzioni che sono altrettante violazioni ai diritti fondamentali delle persone private della libertà. Occorre garantire la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, in particolare per quanto riguarda la promozione di opportunità di formazione e reinserimento sociale. Occorre ripristinare lo stanziamento di risorse consistenti per le attività promosse da associazioni e cooperative all’interno delle carceri.

21. Libertà di dissenso, diritto alla sicurezza, polizia democratica.

Chiediamo forze di polizia democratiche. Oggi è del tutto evidente che la politica istituzionale, espressione del neoliberismo dominante, non tollera più la presenza di cittadine e cittadini che protestano nelle piazze. Non lo vuole il governo “tecnico” che vuole rispondere solo ai mercati, e non lo vogliono neanche i partiti che lo sostengono. La democrazia è pericolosa. Questo clima si manifesta sempre più apertamente nei comportamenti della polizia, che sembra ormai espressione di quella cultura autoritaria che considera la protesta di per sé illegittima. A quasi trent’anni dalla riforma del corpo, con la sua smilitarizzazione e la sindacalizzazione degli agenti, il processo di democratizzazione è in crisi. Riaffiorano abitudini e prassi reazionarie. Scompare la pratica del negoziato cancellata dalla violenza dello scontro. Dall’idea che in piazza ci sia l’Altro, un Nemico da sconfiggere sul campo. Non solo è cresciuta una nuova tipologia repressiva, ma anche nuovi reati vengono utilizzati per colpire la protesta e si applicano di leggi che in passato non erano state quasi mai usate: ad esempio il reato di devastazione e saccheggio per danneggiamenti minori che una volta erano perseguiti in quanto tali. E questo non coinvolge solo la polizia ma anche la magistratura.

Il diritto alla sicurezza è innanzitutto sicurezza dei diritti per tutte e tutti. Occorrono interventi che riaprano il percorso verso una polizia per la cittadinanza e della cittadinanza; occorre avere attenzione alla formazione democratica dei poliziotti.Sono necessarie riforme profonde anche dal punto di vista dell’organizzazione, della struttura e della cultura della polizia.

22. La salute è un bene comune.

Noi consideriamo la salute un bene comune che riguarda e coinvolge l’intera società: è un fatto di cultura ed educazione, di economia e stili di vita, di ambiente e relazioni collettive. Di rapporto equilibrato con la natura. Il diritto alla salute deve essere garantito per tutte e tutti coloro che vivono sul nostro suolo, non deve essere oggetto di tagli indiscriminati ma sostenuto efficacemente in termini di estensione del servizio e della qualità, in modo da non ridurlo al calcolo triste costi-benefici, a una tecnicizzazione che cancella la qualità pubblica, la relazione umana fra medico e paziente, la dimensione olistica della cura; non deve ridursi alla misurazione quantitativa della prestazione o alla distribuzione consumistica di farmaci, al servizio di un’industria farmaceutica che si nutre di brevetti e di profitti. La cura della salute è cura di relazioni umane e naturali.

23. Internet e software liberi, copy-left.

Il sapere è uno di quei beni che non vengono distrutti, non si consumano quando vengono consumati. Anzi la produzione di sapere e la sua diffusione aumentano il livello di conoscenza e cultura collettiva, che è un fatto di cooperazione sociale, di scambio e circolazione di materiale e immaginario. Scuola, università, e tutti i luoghi pubblici di produzione della conoscenza hanno bisogno di relazioni aperte e cooperative, non competitive o proprietarie. Il modello è Linux, non Microsoft. Occorre sostenere la diffusione del software libero, dei sistemi opensource. Occorre liberare la comunicazione e il sapere da quelle nuove enclosures che sono rappresentate dalla privatizzazione delle conoscenze e delle istituzioni culturali, dal sistema dei brevetti e del copyright.

24. Liberalizzare le droghe leggere.

Liberalizzazione immediata delle droghe leggere e relativa tassazione (dalla quale si possono prevedere entrate per 5 miliardi annui), da destinare al reddito minimo di cittadinanza. Con l’obiettivo anche di ridurre il cash flow della borghesia criminale che sta conquistando spazi enormi di mercato nel nostro paese. Scarcerazione di tutti coloro che sono in carcere per reati di spaccio di droga con pene inferiori ai quattro anni, con utilizzo degli “arresti domiciliari” e dei lavori socialmente utili.

25. Stampa libera dai poteri forti e dall’immaginario volgare.

Vogliamo un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi, per garantire la democrazia costituzionale dall’invasione colonizzante dei media e dei poteri forti, che mirano a ridurre lo spazio del libero confronto politico, per costruire sulla “solitudine globale” prodotta dalla disgregazione economica e culturale della società, posizioni di potere libere da ogni controllo, modelli volgari di immaginario iperconsumistico, rassegnazione e affidamento a leader “carismatici” prodotti sul mercato politico secondo strategie commerciali.

DOCUMENTO approvato dal Comitato operativo di ALBA- 26 novembre 2012-11-26

http://www.soggettopoliticonuovo.it/contributi-essenziali-di-programma-alba-soggetto-politico-nuovo/

I predoni che stanno distruggendo l’Unione Europea dall’interno

 

 

Costo delle politiche di “risanamento” europee: cinquanta, sessanta miliardi di euro all’anno

Costi della politica: partiti, Camera e Senato, Regioni e Province, Comuni italiani. Messe assieme, queste voci scompaiono: sono circa un cinquantesimo, appena il 2-3% del super-bottino dell’Unione Europea, sotto forma di Fiscal Compact, pareggio di bilancio, spending review e Mes.

Prossima mossa neoliberista: chi non paga abbastanza tasse perde il diritto di voto (George Monbiot sul Guardian)

Ogni volta che sul Fatto Quotidiano o su qualunque altro quotidiano o rivista leggerete un articolo di supporto agli studi dell’Istituto Bruno Leoni – che è un covo di neoliberisti assatanati ed orgogliosi di esserlo – ricordatevi della seguente analisi di George Monbiot, uno dei giornalisti britannici più quotati ed uno dei pochi che si può ancora permettere di criticare l’establishment.

“Sovvertire significa rovesciare dal basso. Abbiamo bisogno di una nuova parola, che significhi rovesciare dall’alto. La principale minaccia per lo Stato democratico e le sue funzioni non è il governo della masse o un’insurrezione di sinistra, ma è costituita dai più ricchi e dalle multinazionali sotto il loro controllo.
Queste forze hanno affinato la loro strategia di assalto alla gestione democratica della società. Non c’è più bisogno – come invece facevano Sir James Goldsmith, John Aspinall, Lord Lucan e altri negli anni Settanta – di discutere la possibilità di lanciare un colpo di stato militare contro il governo britannico: i plutocrati hanno altri mezzi di sovvertirlo.

Nel corso degli ultimi anni ho cercato di capire meglio in che modo le esigenze delle grandi imprese e dei più ricchi vengano implementate nelle politiche statali, e sono arrivato a capire il ruolo centrale dei think tank neoliberisti in questo processo. Questi sono gruppi che pretendono di difendere il libero mercato, ma le cui proposte spesso appaiono come raccomandazioni per un più ampio potere delle imprese.

David Frum, ex membro di uno di questi think tank – l’American Enterprise Institute – sostiene che “funzionano sempre più come agenzie di pubbliche relazioni”. Ma in questo caso, non sappiamo chi siano i clienti. Come il lobbista Jeff Judson ribadisce entusiasticamente, sono “virtualmente immuni da qualsiasi punizione … l’identità dei finanziatori dei think tank è protetta dall’anonimato”. Un consulente che ha lavorato per i miliardari fratelli Koch [i responsabili della creazione del movimento Tea Party, quello di Oscar Giannino] sostiene che vedono il finanziamento dei think tank “come un modo per ottenere quello che vogliono senza sporcarsi le mani”.

Questo mi era già chiaro, ma negli ultimi giorni ho imparato molto di più. In Think Tank: la storia dell’Adam Smith Institute [Think Tank: the story of the Adam Smith Institute], il fondatore dell’Istituto, Madsen Pirie, fornisce una guida, involontaria ma inestimabile, su come opera realmente  il potere in Gran Bretagna.

Poco dopo la sua fondazione (nel 1977), l’istituto si avvicinò a “tutte le principali aziende”. Circa 20 di loro risposero con l’invio di assegni. Il suo sostenitore più entusiasta fu James Goldsmith, uno degli aspiranti golpisti, una degli speculatori più spietati del suo tempo. Prima di fare una delle sue donazioni, scrive Pirie, “ascoltò con attenzione la descrizione del nostro progetto, i suoi occhi brillavano per la sua audacia e la sua scala. Poi ci fece consegnare dalla sua segretaria un assegno di 12mila sterline [sterline degli anni Settanta!]”.

Fin dall’inizio, giornalisti veterani del Telegraph, Times e Daily Mail offrirono volontariamente i loro servigi. Ogni sabato, in una vineria chiamata “the Cork and Bottle”, i ricercatori di Margaret Thatcher e gli editorialisti e giornalisti del Times e Telegraph incontravano il personale dell’Adam Smith Institute e dell’Institute of Economic Affairs. Durante il pranzo, “pianificavano la strategia per la settimana successiva”. Queste riunioni “coordinavano le nostre attività per massimizzare la nostra efficacia collettiva”. I giornalisti poi si incaricavano di tradurre in editoriali le proposte dell’istituto mentre i ricercatori s’incollavano ai ministri ombra.

Molto presto, riferisce Pirie, il Mail iniziò a pubblicare articoli di sostegno volta che l’Adam Smith Institute pubblicava qualcosa. L’allora direttore del giornale, David English, curava in prima persona la loro stesura ed aiutava l’istituto a migliorare le sue argomentazioni.

[…]

Pirie si prende, tutto o in parte (e fornisce un mucchio di prove a sostegno) il merito della privatizzazione delle ferrovie e di altre industrie, dell’appalto di servizi pubblici a società private, dell’imposta procapite (indipendente dal reddito e quindi favorevole ai ricchi), della vendita di case popolari, delle liberalizzazioni nel campo dell’istruzione e della sanità, della creazione di penitenziari privati e, successivamente, delle politiche fiscali dell’attuale governo Cameron [neoliberista].

Pirie, restando anonimo, scrisse anche il manifesto dell’ala neoliberista del governo Thatcher, “No Turning Back”.

[…]

Successivamente Monbiot stabilisce un parallelo con il think tank neoliberista “Free Enterprise Group”, che ha raccolto il testimone.

“Ancora una volta la stampa ha risposto alla chiamata. Il Telegraph ha commissionato una serie di articoli che promuovono lo stesso desolante programma a base di meno tasse per i ricchi, meno assistenza ai poveri e meno regolamentazione delle attività delle imprese. Un altro articolo sullo stesso giornale, pubblicato una quindicina di giorni fa dal responsabile delle questioni finanziarie dell’istituto Ian Cowie, propone che non sia prevista alcun rappresentanza per chi non paga le tasse. In pratica chi non paga abbastanza tasse sul reddito perderebbe il diritto al voto.

Considero queste persone come gli avanguardisti della destra, mobilitati per sfasciare prima e assumere il controllo poi di un sistema politico che è stato concepito per appartenere a tutti noi. Come sovversivi marxisti, parlano spesso di rompere le cose, di “distruzione creativa”, di spezzare le catene e togliere il guinzaglio. Ma pare che stiano più che altro tentando di liberare i ricchi dai vincoli della democrazia. E al momento stanno vincendo.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/oct/01/rightwing-insurrection-usurps-democracy

Qui un’altra traduzione in italiano, con il testo completo:

http://znetitaly.altervista.org/art/7947

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Sul potere e le “profezie” dei think tank

http://www.informarexresistere.fr/2012/10/12/la-perniciosa-influenza-planetaria-delle-fondazioni-e-think-tank-degli-stati-uniti/#axzz29HXJDac0

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/15/il-futuro-visto-da-un-think-tank-della-rockefeller-foundation/

Breve lista dei crimini commessi contro il popolo greco dai premi Nobel per la Pace

C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto, servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
— Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno

I Greci sono stati letteralmente calpestati, trattati come una casta di paria, come dei parassiti, per salvare le banche europee dall’effetto domino che tanto arriverà comunque.

Ecco alcuni degli effetti (a un certo punto ho interrotto l’elencazione perché mi mancava il respiro) dei diktat della troika.

Un greco su quattro è disoccupato (oltre il 55% dei giovani), un lavoratore su tre non si può permettere assicurazioni sanitarie e non riceverà una pensione, ogni giorno mille greci perdono il lavoro o il sussidio di disoccupazione, l’inflazione è in costante crescita, oltre 400mila bambini greci soffrono la fame (fonte: Unicef), le organizzazioni mediche internazionali lanciano insistenti allarmi sui rischi epidemici causati dal collasso del sistema sanitario e della prevenzione, i manifestanti vengono torturati dalla polizia, l’estrema destra perpetra pogrom contro gli immigrati, un possibile golpe militare è stato sventato nel novembre del 2011 con la sostituzione di alcune figure chiave delle forze armate elleniche, migliaia di disabili e pazienti di ospedali psichiatrici sono stati abbandonati alla loro sorte, malati di cancro non si possono permettere le cure e reparti di oncologia rinviano le operazioni per mancanza di fondi e personale, suicidi in forte aumento, un negozio su tre nel centro di Atene costretto a chiudere per cessata attività, uffici comunali devono sospendere le attività per mancanza di fondi, deputati tedeschi e ministri finlandesi raccomandano alla Grecia di svendere i suoi beni, incluse le isole e i monumenti e di impegnare il Partenone, la Bild titola in prima pagina “Vendete le vostre isole, Greci bancarottieri!”, i prodotti scaduti sono venduti legalmente nei supermercati ad un terzo del prezzo per aiutare la gente a procurarsi i pasti quotidiani, creditori suggeriscono al governo greco di far evacuare le isole con una popolazione inferiore a 150 residenti per poter risparmiare (e magari per renderle disponibili a ricchi acquirenti stranieri? Per il momento sono 40 le isole disabitate disponibili per leasing della durata di 50 anni).
Per inciso, il ministro delle finanze fiammingo Philippe Muyters ha proposto di alzare le tasse a chi vuole vivere in aree remote delle Fiandre: migliaia di persone che vivono da generazioni nelle borgate rurali costrette a trapiantarsi nelle aree metropolitane per non finire in galera per debiti. Il criterio è identico, nella sua disumanità.

I rapporti del FMI ammettono di aver commesso gravi errori nel gestire la crisi greca e nel 1953 tutti i paesi creditori abbuonarono i debiti tedeschi. Qualche anno prima si era messo in piedi il piano Marshall per salvare la democrazia in Europa e far ripartire l’economia (il nome ufficiale era “Piano per la ripresa europea”).

Ciò nonostante, proseguono le iniziative prive di giudizio, di senno, di buon senso, che rischiano di forze impossibili da controllare. Come si può pensare di poter fare tutto questo senza pagare uno scotto, senza fare la fine degli apprendisti stregoni?

Com’è possibile che milioni di persone chiudano volontariamente gli occhi e le orecchie e le bocche per non vedere, per non sentire, per non protestare, per non capire.

Si faceva lo stesso con gli Ebrei nell’Europa di qualche decennio fa. La storia ha condannato gli aguzzini di allora e condannerà quelli di oggi che impongono ad un popolo i lavori forzati: “Arbeit macht frei!” spiegano ai Greci mentre milioni di loro vivono sotto la soglia di povertà.

Il prossimo passo, possiamo supporre, saranno i lavori forzati per i disoccupati greci insolventi in campi di lavoro gestiti da imprese e banche del Nord Europa.

Chi non ha denunciato queste iniquità, chi ha fatto il gioco delle tre scimmiette, è complice di tutto questo. Se ha una coscienza, non gli/le sarà facile placarla quando il velo della propaganda sarà stracciato e sociologi, storici, economisti, antropologi, medici e politici potranno dire quel che andava detto e queste diventeranno pagine nerissime del passato della “civiltà” europea, degna del premio Nobel per la Pace!

Il programma politico di Oscar Giannino – alcune obiezioni (tra le tante)

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La libertà prevale, e tra le massime espressioni della libertà vi è appunto quella dell’organizzazione della proprietà, al fine di ridurne i gravami a cominciare da quelli fiscali…Ohimè nell’Italia di oggi l’invidia fiscale da tributi esosi si estende ormai da sinistra a destra. Il che rende ancor più necessaria la difesa dell’offshore, vero presidio di libertà che sconfiggerà sempre- non illudetevi, cari statalisti – la lega degli Stati ad alto prelievo e bassa crescita.

http://www.chicago-blog.it/2010/10/20/viva-loffshore-abbasso-le-tasse/

La dittatura di Pinochet coincise con una forte ripresa sul piano economico dovuta alle politiche liberiste dei cosiddetti Chicago Boys (giovani economisti cileni specializzati alla corte di Milton Friedman)…Questi uomini giovani e talentuosi, non appena compiute le riforme necessarie per restituire dignità economica e quindi civica al Cile, lasciarono i loro incarichi per impegnarsi a ridare al Paese ciò che a quel punto mancava: la libertà politica.

http://www.chicago-blog.it/2012/06/22/lambiguita-della-liberta-politica-lesempio-del-cile-di-michele-silenzi/comment-page-1/

OHHHHHHHHHH Finalmente qualcuno che parla onestamente: chi si maschera dietro la parola “libertà” intende dire molto semplicemente che lui deve essere libero di sottoporre gli altri alla propria volontà. Che deve essere LUI a decidere per tutti perché è “uomo giovane e talentuoso”.

Questo è il VOSTRO concetto di libertà.

Ecco, signori, allora vi invito, come si discuteva in un altro thread: cambiate parola.

Non usate più “libertà”.

Questa magica parola lasciatela a chi crede che “quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.” (F. De André)

Per inciso: nonostante apprezzi finalmente l’onestà, dopo la pubblicazione di questo articolo avete perso un voto, posto che ve ne possa in qualche modo interessare qualcosa.

Marco Tizzi, lettore di Chicago Blog (diretto da Oscar Giannino)

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Manifesto del movimento di Oscar Giannino

Il problema è quello di evitare che il potere si concentri in mani pubbliche (marxisti e neo-marxisti) o in mani private (Oscar Giannino e i neoliberisti). Il potere non deve essere mai concentrato, dev’essere sempre diffuso. Le concentrazioni di potere sono letali per l’umanità e per l’ecosistema.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/26/oscar-giannino-ce-o-ci-fa/

Un altro problema è che gli estremi(smi) si confondono. Oscar Giannino è il testimonial italiano del Tea Party, un movimento di protesta che è stato dirottato verso sbocchi autoritari, a riprova del fatto che il sistema farà di tutto per mettere i libertari/anarchici di destra contro quelli di sinistra (divide et impera) e che la libertà assoluta di alcuni coincide con la tirannia assoluta subita dagli altri:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/10/tea-party-il-totalitarismo-anarchico-alla-conquista-degli-stati-uniti/

Fermare il “delirio”. Analisi di un manifesto liberista

Posted by keynesblog on 8 agosto 2012

“Fermare il declino” è il titolo del manifesto di quello che si candida ad essere un nuovo partito liberale-liberista-libertarian, promosso da alcuni liberisti noti al grande pubblico come Oscar Giannino e Michele Boldrin. Al manifesto hanno aderito anche diversi esponenti del partito di Fini e della fondazione di Luca Cordero di Montezemolo.

Analizzeremo qui, punto per punto, le proposte avanzate nel documento.

1) Ridurre l’ammontare del debito pubblico: è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

E’ stato già fatto negli ultimi 20 anni. Dopo la cessione a Fiat dell’Alfa Romeo (anni 80), nel decennio seguente l’Italia ha realizzato un’enorme dismissione di partecipazioni statali, tra cui:

  1. Alimentari: Sme, Gs, Autogrill, Cirio Bertolli De Rica, Pavesi
  2. Siderurgia, alluminio, vetro: Italsider, Acciarieri di Terni, Dalmine, Acciaierie e Ferriere di Piombino, Csc, Alumix, Cementir, Siv
  3. Chimica: Montefibre, Enichem Augusta, Inca International, Alcantara
  4. Meccanica ed elettromeccanica: Nuovo Pignone, Italimpianti, Elsag Bailey Process Automation, Savio Macchine Tessili, Esaote Biomedica, VitroselEnia, Dea, Alenia Marconi Communication
  5. Costruzioni: Società Italiana per Condotte d’Acqua
  6. TLC: Telecom Italia
  7. Editoria e pubblicità: Seat Pagine Gialle, Editrice Il Giorno, Nuova Same
  8. Banche e assicurazioni: BNL, INA, IMI, ecc.
  9. Trasporti: Società Autostrade

Negli anni 2000, inoltre, il governo ha messo sul mercato ingenti quantità di immobili di proprietà dello stato.

Questo non ha fatto “scendere rapidamente” il debito pubblico, visto anche che molte di queste società sono state vendute a prezzi bassi a causa della crisi degli inizi degli anni ’90.

Il risultato netto di queste privatizzazioni è che oggi le imprese italiane che hanno una qualche rilevanza internazionale sono solo le due principali aziende ancora controllate dallo stato: Eni ed Enel. L’esatto opposto di quello che i promotori dell’appello sostengono riguardo la presunta efficienza del privato e la irriformabile inefficienza del pubblico.

2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.

Al di là degli ammiccamenti populisti (“i costi della casta politico-burocratica”; chissà perché non i costi della casta degli economisti che sbagliano le previsioni) il punto centrale è “Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione”. Ma la nostra spesa sanitaria non è affatto eccessiva, anzi è sotto la media OCSE. Addirittura è minore della sola spesa pubblica pro-capite negli Stati Uniti, assicurando però una copertura maggiore, ed è inferiore a quella di paesi come il Regno Unito, il Canada, la Francia, la Germania.

Spesa sanitaria procapite (pubblica e privata); fonte OCSE 2007, elaborazione Sole24Ore

Gli estensori dell’appello forse dovrebbero essere più chiari: quanti infermieri e medici occorre licenziare? Quanti insegnanti perderanno il loro posto di lavoro? E che dire della spesa per gli altissimi interessi che paghiamo sul debito pubblico? Perché non se ne fa alcun cenno?

Riguardo i sussidi alle imprese, rimandiamo a quanto già detto in un precedente articolo.

3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l’evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.

Tutti vogliamo meno tasse. Il problema è fare in modo che il maggiore reddito disponibile non finisca in risparmio. Per ora quel che succede è che lo Stato preleva dalle tasche degli italiani troppo e lo destina in quantità sempre crescenti a pagare gli interessi ai rentier (sia italiani che stranieri) detentori di titoli di stato. Forse sarebbe il caso di analizzare come risolvere questo problema, dopodiché abbassare le tasse sarà facile senza compromettere i servizi.

4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d’ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.

La concorrenza nei trasporti ferroviari c’è da alcuni mesi: il risultato è che le tariffe standard sono sostanzialmente le stesse tra operatore pubblico e privato, mentre le FS, pressate dalla concorrenza, sono indotte a ridurre i servizi meno remunerativi (treni notte, trasporto locale).

L’energia è già liberalizzata. Per la verità, se si guarda questo grafico, si nota come le tariffe di mercati liberalizzati da più tempo siano cresciute più delle nostre e soprattutto più di quelle francesi, dove la liberalizzazione è molto indietro e il principale operatore è una società controllata dallo stato (ma è largamente indipendente dal petrolio).

Variazioni dei prezzi dell’elettricità nei principali paesi europei
(percentuali sull’anno precedente) – Autority energia ed Eurostat

Quanto alle privatizzazioni, di cui si è già detto, aggiungiamo che questo è senz’altro il momento meno indicato a causa della svalutazione delle nostre imprese, che già sta favorendo importanti acquisizioni estere.

5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.

Dal 2003 l’Italia ha diminuito le protezioni dai licenziamenti (cioè ha aumentato la flessibilità) più di ogni altro paese OCSE. Il risultato è che l’occupazione non è aumentata, l’incertezza è diventata la condizione standard del lavoratore, i figli guadagnano meno dei padri. Ovviamente non si è proceduto ad alcuna compensazione in termini di welfare: difficile sostenere contemporaneamente che occorre diminuire la spesa pubblica mentre si propongono misure che la farebbero aumentare a dismisura. A meno che tali costi non siano a carico di imprese e lavoratori, ovvero si trasformino in un aumento dei contributi (quindi dell’imposizione). Ma non si era detto al punto 3) di diminuire la tassazione su lavoro e imprese?

Da questo punto in poi procederemo più velocemente perché si tratta di ovvietà o di ripetizioni dei punti precedenti.

6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse.

Nulla da dire.

7) Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l’efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l’indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.

Un sistema carcerario umanizzato richiede più spesa, ma non possiamo farla perché il punto 2) dice che dobbiamo ridurla. Stranamente però, il manifesto “liberale” non dice nulla circa la depenalizzazione dei reati “fascistissimi” che non sono percepiti più come tali: consumo di droghe, violazioni del copyright, ingiuria, ecc. Questo farebbe risparmiare tempo e denaro e farebbe funzionare più speditamente la giustizia, molto più che la “netta distinzione dei percorsi”.

8) Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.

“Eliminare il dualismo occupazionale” richiederebbe dare ai giovani le stesse garanzie dei padri. Ma questo è l’opposto di quanto affermato in precedenza. L’alternativa è fare il contrario, ovvero togliere garanzie ai lavoratori a tempo indeterminato, come si è iniziato a fare con la riforma dell’art.18. Ma come questo aiuterebbe i giovani è difficile immaginarlo. Riguardo gli “strumenti di assicurazione contro la disoccupazione” si è già detto.

“Facilitare la creazione di nuove imprese”: è stato già fatto. Ora si può aprire un’impresa con un solo euro. Trovare un cliente che si fidi di una società senza capitali è altro discorso. Peraltro il problema del nostro paese è l’esatto opposto: ci sono troppe aziende e troppo piccole per realizzare quelle necessarie economie di scala che permettano l’aumento della produttività.

9) Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio.

Ma come, non si era detto al punto 2) che bisogna intervenire anche sull’istruzione per ridurre le spese? Riguardo all’abolizione del valore legale del titolo di studio, gli unici che se ne avvantaggerebbero sono le scuole e le università private, come accade negli Stati Uniti.

10) Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa “questione meridionale” va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell’ultimo mezzo secolo.

Il federalismo porta ad aumentare l’inefficienza moltiplicando i centri di spesa e di decisione. Non a caso infatti nella spending review si è puntato molto sugli acquisti centralizzati. Si guardi alle Regioni che già oggi sono più autonome, come la Val d’Aosta e la Sicilia: non esattamente un modello in termini di efficienza. Certo, il manifesto parla di “pareggio di bilancio”, ma dare alle Regioni una più ampia autonomia in termini di entrate significa una cosa semplice: più tasse. Darla in termini di spesa significa più spesa, magari in prebende agli amici degli amici, come ci ricordano sempre gli stessi firmatari del manifesto. Il pareggio di bilancio si fa anche tassando al 100% i redditi privati e spendendo il 100% degli introiti: gli estensori dell’appello vogliono una repubblica federale socialista?

La strada è semmai opposta, a partire dall’abolizione delle province (tutte).

In conclusione, il manifesto “Fermare il declino” potrebbe tradursi in “accelerare la caduta” o “ripetere gli stessi errori”. I suoi estensori appaiono in definitiva animati da una sorta di visione “delirante” della crisi, in quanto staccata dalla realtà dei fatti e spesso autocontraddittoria. Ma, al di là della buona fede di costoro, il ridimensionamento del settore pubblico ha ben altri e più smaliziati sponsor.

Il gioco di parole “Fermare il declino”/”Fermare il delirio” è del nostro lettore Paolo Maiellaro

http://keynesblog.com/2012/08/08/fermare-il-delirio-analisi-di-un-manifesto-liberista/

32mila miliardi di dollari – la radice dei mali del presente

Tanto quanto le economie di Stati Uniti e Giappone messe assieme: i patrimoni dei super-ricchi di tutto il mondo nascosti nei paradisi fiscali arrivano a qualcosa come 21mila miliardi di dollari, secondo uno studio condotto da un ex capo economista di McKinsey, James Henry, intitolato “Il prezzo dell’offshore rivisto” e che fa il punto a fine 2010. Secondo l’autore, precisa la Bbc, in realtà la vera cifra potrebbe arrivare a 32mila miliardi di dollari, poiché il suo monitoraggio ha preso in considerazione solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, tralasciando beni concreti come proprietà o yacht.

Il rapporto è stato commissionato da Tax Justice Network, un gruppo che milita contro l’evasione fiscale. «Le mancate entrate fiscali che risultano dalle nostre stime sono enormi. Abbastanza da cambiare sensibilmente le finanze di molti Paesi», ha dichiarato Henry. Il tutto, costituisce «un enorme buco nero nell’economia mondiale»”.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-22/oltre-miliardi-dollari-sono-172901.shtml?uuid=AbmE63BG

Sono gli oligarchi che finanziano le campagne presidenziali, i colpi di stato nei paesi in via di sviluppo, le rivoluzioni colorate nei paesi ostili. Sono gli oligarchi che producono armi e le vogliono vendere, che occultano la reale quantità di riserve di greggio, che impongono colture geneticamente modificate e medicalizzano la popolazione per incrementare le vendite di farmaci.

Sono i padroni del mondo, perché li lasciamo fare, finché li lasciamo fare.

Il rapporto, realizzato sulla base dei dati della Banca dei Regolamenti Internazionali e del Fondo Monetario Internazionale, spiega che questa concentrazione di ricchezze sottratte alla tassazione è stata resa possibile dalla globalizzazione, che ha gradualmente reso vani i controlli di frontiera. Le 10 maggiori banche hanno messo da parte un quinto del totale, nel 2010, quasi triplicando il gruzzolo di 5 anni prima. Miracoli delle crisi globali. La ricchezza sottratta ai paesi in via di sviluppo (in primis la Russia post-comunista) negli ultimi 40 anni sarebbe più che sufficiente per coprire il loro indebitamento con il resto del mondo. Il rapporto precisa che “il problema è che i beni di queste nazioni sono controllati da un ristretto numero di persone mentre i governi ridistribuiscono i debiti sui cittadini ordinari”. La somma calcolata è così colossale da lasciar capire che la misura dell’ingiustizia sociale dei nostri tempi è “drammaticamente sottostimata”. Quasi la metà di queste ricchezze è posseduta da 92mila persone, ossia circa lo 0,001% della popolazione mondiale. Altro che mano invisibile ed effetto di ricaduta/redistribuzione (trickle-down), altro che austerità senza alternative, altro che masse pigre e dissolute che vivono al di sopra delle proprie possibilità. Il capitalismo deregolato è una calamità globale per la quasi totalità del genere umano, salvo per un ridottissimo numero di enormi parassiti neoliberisti che usano i servizi pubblici (pulizia delle strade, nettezza urbana, forze dell’ordine, ecc.).

Che ne è stato delle promesse dei leader del G20 di porre fine ai paradisi fiscali e garantire maggiore trasparenza nel settore bancario?

http://www.guardian.co.uk/business/2012/jul/21/global-elite-tax-offshore-economy

In seguito alla guerriglia urbana nelle città inglesi sono state emesse sentenze di 6 mesi di carcere per aver rubato una bottiglietta d’acqua o un cono gelato (senza precedenti penali). Cosa potrà succedere a queste persone?

Nostradamus Reloaded

Era il 9 novembre 2011:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/le-mie-previsioni-per-il-2012-2013-2014.html

Oggi è il 10 luglio 2012.

Tempo di bilanci.

CRISI ECONOMICO-FINANZIARIA.

Le autorità preposte alla soluzione della crisi hanno dimostrato in questi mesi di essere imbecilli o corrotte o, più probabilmente, entrambe le cose. L’economia globale si sta avvitando ed un nuovo tsunami dei derivati sta per colpirla. Tutto questo grazie all’austerità, alla deregolamentazione ed all’impunità degli squali della finanza.

“Lo scenario dell’economia mondiale “sta peggiorando”. Lo ha detto il direttore generale del Fmi, Cristine Lagarde, spiegando, nel corso di un convegno a Tokyo, che il fenomeno interessa non solo l’Europa, ma anche gli Usa fino “ai mercati emergenti, come Brasile, Cina e India, che stanno rallentando” in modo più o meno marcato”.

http://tg24.sky.it/tg24/economia/2012/07/06/crisi_lagarde_fmi_economia_mondiale_sta_peggiorando_europa.html

“La super bolla derivati preoccupa i mercati: valgono 14 volte le Borse – le ultimissime statistiche della Bri, aggiornate a dicembre 2011, calcolano che l’intero mercato di questi strumenti ammonti a 647 mila miliardi di dollari di valore nominale. Ancora più dei 466mila miliardi dell’ultima rilevazione (più vecchia) realizzata dall’Isda. Si tratta di un numero 14 volte più grande della capitalizzazione di tutte le Borse del globo. E nove volte più grande del Pil del mondo intero”

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-13/bolla-derivati-preoccupa-borse-141941.shtml?uuid=Aby5g0bF

CRISI ECOLOGICO-AMBIENTALE

Mentre negli Stati Uniti la gente muore letteralmente di caldo (e nelle Montagne Rocciose gli animali selvatici scendono a valle per l’eccessivo innevamento), nell’Eurasia settentrionale si sta registrando l’estate più piovosa della storia:

http://www.express.co.uk/posts/view/331299/It-will-rain-til-September

http://www.metoffice.gov.uk/news/releases/archive/2012/wettest-June

http://www.guardian.co.uk/world/2012/jul/07/45-die-russia-floods

che segue la primavera più piovosa (ed una delle più fresche) della storia:

http://www.telegraph.co.uk/topics/weather/9365467/Wettest-April-to-June-since-records-began-and-more-unsettled-weather-to-come.html (UK)

http://www.met.ie/climate/monthly_summarys/jun12sum.pdf (Irlanda)

http://www.thelocal.se/41220/20120603/ (Svezia)

le temperature globali hanno superato il picco:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/12/temperature-globali-dopo-il-1998-mmmmmmmmmmmmmh/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/22/se-vi-sembra-che-faccia-piu-freddo-del-normale-e-perche-e-proprio-cosi/

I ghiacci artici in Alaska si stanno nuovamente espandendo (ed impedendo nuove trivellazioni petrolifere):

http://www.upstreamonline.com/live/article1257797.ece

La Corrente del Golfo si indebolisce

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/30/la-corrente-del-golfo-si-sta-indebolendo-conseguenze/

Aumentano sismi, comete, bolidi:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/23/avvistamenti-di-bolidi-negli-stati-uniti-2005-2012/

Qui una possibile spiegazione:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/29/una-possibile-causa-dei-recenti-disastri-naturali-anomali/

e si verificano singolari fenomeni acustici a livello planetario (con possibile spiegazione):

http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/voi-sonerete-le-vostre-trombe-del.html

DISOBBEDIENZA CIVILE E RIVOLUZIONE

Molta gente non crede che possa scoppiare una rivoluzione nei prossimi anni, figuriamoci nei prossimi mesi. Io invece reputo che la rivoluzione ci sarà e scoppierà entro la fine dell’anno. Nouriel Roubini la situa nel 2013. La goccia che farà traboccare il vaso non sarà l’ennesimo crollo di Wall Street o l’ennesimo tentativo di edificare bruscamente ed autoritariamente gli Stati Uniti d’Europa in contrasto con la volontà di una maggioranza di Europei e del semplice buon senso.

La causa sarà invece l’assurdo, suicida attacco di Israele all’Iran e/o della NATO alla Siria (e quindi alla Russia e alla Cina).

Quando Hillary Clinton ha avvertito Assad di andarsene o prepararsi ad un “attacco catastrofico” (8 luglio 2012), non ha specificato per chi sarebbe catastrofico:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/07/la-strega-cattiva-dellovest-minaccia-eurasia/

Questa guerra è inevitabile perché l’Occidente vuole a Damasco un governo filo-occidentale e la Russia ne vuole uno filo-russo, perché l’Iran non accetterà mai di interrompere il suo programma (legale) di arricchimento dell’uranio e perché Israele non accetterà mai di perdere le sue colonie con la nascita dello stato palestinese. In cambio gli Americani non accetteranno mai la coscrizione obbligatoria e gli Europei non accetteranno altre tasse. Ciò causerà una rivoluzione con una forza analoga a quella del 1789 ed una capacità di contagio paragonabile a quella del 1848, il tutto su scala mondiale.
Gli Stati Uniti, data la concentrazione di armi, saranno un vulcano. Il crollo (implosione esplosiva/esplosione implosiva) del fronte interno provocherà la loro sconfitta nella terza guerra mondiale.

Un altro luogo da evitare è Israele. Come scrivevo a novembre, il bombardamento (anche nucleare?) dell’Iran produrrà in ogni caso nubi radioattive che inquineranno l’intero pianeta. Le conseguenze potrebbero essere terribili per i milioni di Ebrei che non hanno alcuna responsabilità diretta nelle politiche dissennate dei recenti governi israeliani e che, anzi, in molti casi hanno cercato di fermarlo in tutti i modi. Consiglierei di allontanarsi da Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa e Ashdod.

Nessuno può salvare Israele, neppure Beppe Grillo

COSA VERRÀ DOPO?

Non lo so. Ci sono troppe variabili in gioco e troppi miliardi di persone che potrebbero far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Consiglio comunque di non preoccuparsi troppo, perché tanto la vita è solo un sogno (cf. Calderón de la Barca).

Il raffreddamento globale ed il Nuovo Ordine Mondiale (articolo del Telegraph)

The 58th Bilderberg Meeting will be held in Sitges, Spain 3 – 6 June 2010. The Conference will deal mainly with Financial Reform, Security, Cyber Technology, Energy, Pakistan, Afghanistan, World Food Problem, Global Cooling, Social Networking, Medical Science, EU-US relations.

http://www.bilderbergmeetings.org/meeting_2010.html

Il raffreddamento globale ed il Nuovo Ordine Mondiale

James Delingpole

Originale (in inglese): The Daily Telegraph

Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Bilderberg. Sia che voi crediate che si tratti davvero di una parte di un complotto sinistro che porterà inesorabilmente a qualche forma di governo planetario sia che pensiate che si tratti solo di un’innocente riunione per discutere dei problemi del mondo, non si può negare una cosa: che sappia sempre da che parte tiri il vento.

Nel suo incontro di giugno, tenuto a Sitges, in Spagna (senza che nessuno ne parlasse e tenuto a porte chiuse, come da tradizione del Bilderberg), alcuni degli amministratori delegati più potenti del mondo si sono incontrati con accademici importanti e politici di spicco. Tra di loro il presidente della FIAT, il procuratore generale irlandese Paul Gallagher, l’inviato speciale americano per l’Afghanistan ed il Pakistan Richard Holbrooke, Henry Kissinger, Bill Gates, Dick Perle, la Regina d’Olanda, il direttore dell’Economist… per farla breve, non certo gente di poco conto.

Il che rende tremendamente significativo un argomento presente nel programma di discussioni previsto dal gruppo. Vediamo se riuscite a notare quello di cui sto parlando:

Il 58° Incontro del Bilderberg si terrà a Sitges, Spagna, dal 3  al 6 giugno 2010. La Conferenza tratterà principalmente i temi della Riforma Finanziaria, della Sicurezza, delle Cyber Tecnologie, dell’Energia, del Pakistan, dell’Afghanistan, del Problema del Cibo nel Mondo, del Raffreddamento Globale, dei Social Network, della Scienza Medica, delle relazioni tra USA ed UE.

Già, avete letto bene. Raffreddamento Globale.

Il che vuol dire due cose.

O c’è stato un errore di stampa. O l’elite del pianeta è perfettamente conscia che il raffreddamento del pianeta rappresenta un pericolo ben più serio ed imminente per il mondo del supposto riscaldamento globale, ma che non è ancora disposto ad ammetterlo pubblicamente.

Lasciate che vi spieghi, brevemente, perché questa è una notizia-bomba pronta ad esplodere.

Quasi tutti i governi del mondo occidentale, dagli Stati Uniti al Regno Unito, da tutti gli stati dell’Unione Europea all’Australia e la Nuova Zelanda si sono impegnati in una politica di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Questa decisione è stata giustificata ai rispettivi (e sempre più scettici) elettorati dicendo che le emissioni umane di CO2 sono il principale responsabile del pericoloso riscaldamento globale e che quindi devono essere ridotte drasticamente, non importa quanto alto sarà il costo sociale, economico o ambientale. Negli anni ’80 e ’90, le elite del pianeta hanno avuto una serie di anni caldi per supportare le loro (scientificamente dubbie) affermazioni. Ora non più. Gli inverni diventano sempre più freddi. I costi per il riscaldamento stanno salendo (tutto in nome del combattere il cambiamento climatico, ovviamente). Le ruote del carro del riscaldamento globale antropogenico stanno iniziando a staccarsi. Il cittadino medio, nonostante due decadi di lavaggio del cervello coordinato, sta iniziando a notare che qualcosa non torna.

Tutto questo, ovviamente, vuol dire grossi guai in arrivo per i potenti del pianeta. Oltre a portare a crisi alimentari (visto che, per esempio, diventerà sempre più difficile crescere frumento alle latitudini più alte; fatto che si aggiunge agli altri disastri già presenti, come i bio-carburanti ed il rifiuto degli organismi geneticamente modificati), il raffreddamento globale troverà elettorati sempre più furibondi, una volta che si renderanno conto di essere stati presi in giro per decenni.

[…].

Se il riscaldamento globale antropogenico fosse davvero reale e si trattasse davvero di un problema avremmo potuto continuare a tollerare tutte queste limitazioni alla nostra libertà e gli assalti al nostro portafoglio ad esse collegati. Ma se si scoprisse che era tutta un’invenzione…

Beh, allora, può succedere di tutto.

I prossimi anni saranno molto interessanti. Potremo osservare come i potenti del mondo tenteranno, imbarazzati, di riposizionarsi, allontanandosi progressivamente dalla teoria del Riscaldamento Globale Antropogenico (“Chi? Noi? No, assolutamente, non abbiamo mai pensato che fosse nient’altro che una curiosa teoria…”) e cercando allo stesso tempo nuove scuse per giustificare le tasse “verdi” e l’aumento del controllo sulle nostre vite (gli oceani che diventano acidi; la difesa della biodiversità, le scuse non mancheranno di sicuro).

[…].

E sapete cosa è ancora peggiore? Il fatto che, se non glielo impediremo, la faranno franca anche stavolta.

Il nostro dovere di cittadini liberi, nei prossimi anni, sarà quello di essere sicuri che non ci riescano.

Al Gore, George Soros, Bill Gates, Carol Browner, John Holdren, Barack Obama, David Cameron, Ed Miliband, Tim Yeo, Michael Mann, Ted Turner, Robert Redford, Phil Jones, Chris Huhne, John Howard (sì, certo, quello che, nonostante passasse per conservatore, è stato l’iniziatore del mercato dei certificati verdi in Australia), Julia Gillard, Kevin Rudd, Yvo de Boer, Rajendra Pachauri… La lista dei colpevoli continua all’infinito. Ognuno a modo suo – non importa se per ignoranza, idealismo naif o cinismo politico, visto che i risultati sono stati gli stessi – ha fatto la sua parte nel portare avanti la più grande truffa nella storia della scienza, imponendo ai consumatori di tutto il mondo il più grande aumento delle tasse della storia del fisco, usando il “riscaldamento globale” come scusa per estendere l’influenza ed il controllo del governo più di quanto non fosse mai stato fatto in precedenza.

http://blogs.telegraph.co.uk/news/jamesdelingpole/100055500/global-cooling-and-the-new-world-order/

ADDENDA: un interessante effetto del raffreddamento globale. Poiché i ghiacciai himalayani non si sciolgono come dovrebbero (sono in ritardo) milioni di contadini pachistani ricevono il 35% di acqua in meno e rischiano di perdere i raccolti, ossia di fare la fame:
http://tribune.com.pk/story/389319/climate-change-slow-melting-of-glaciers-to-delay-crop-sowing/

Il che illustra molto bene le gravissime conseguenze di questa truffa. Oltre ad aver dirottato e rallentato la ricerca scientifica nell’ambito climatico, ha impedito al mondo di prendere coscienze delle reali cause e delle molto probabili conseguenze del riscaldamento globale (che, lo ripeto, è un fatto). La menzogna sulle cause ci è costata miliardi in inutili ecotasse, la menzogna sulle conseguenze ci costerà astronomicamente in termini di vite umane e risorse che si potevano mettere in sicurezza. I poveri contadini pachistani sono tra le prime vittime della mancata prevenzione e pianificazione. Chiunque abbia mentito sarà responsabile di crimini contro l’umanità, come chi ha imposto misure neoliberiste per risolvere una crisi economica causata da un eccesso di neoliberismo.

La Profezia di Topolino (rivoluzione 2012)

Questa cosa è davvero curiosa e senza internet non sarebbe mai venuta fuori.

Scrive Informazione Libera:

“La profezia di Topolino, nel 1993, aveva già previsto tutto.
Sta facendo il giro della rete pagina 17 di un fumetto di Topolino del 1993 (numero 1956, 23 Maggio 1993).
Quasi una profezia. O forse i nostri politici si ispirano a Topolino? In ogni caso sembra scritto oggi.

IL FINALE: i Bassotti si sostituiscono ai tecnici che vengono sequestrati, tassano di tutto e di più assumendo come esattori loro “colleghi”. Paperinik alla fine trova i veri tecnici, li libera e smaschera i Bassotti (che erano già sulla via di fuga visto che stavano per venire linciati dalla popolazione).

A quel punto i tecnici dicono che quello che è avvenuto prima (stratassare tutti) è pericoloso perchè porta all’insurrezione e bisogna trovare il modo di fare cassa senza far insorgere la popolazione. Ad esempio tassare i supereroi che in quanto pochi e anonimi non possono fomentare proteste di massa. Con Paperinik che sviene”.

Primi fuochi della rivoluzione del 2012

Il disagio sociale e diffuso legato alla mancanza di lavoro in Italia e’ piu’ ampio di quello che le statistiche dicono. E’ a rischio la tenuta sociale del Paese
Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico, 11 maggio 2012

E se non c’è ancora l’assalto ai forni o l’incendio dei municipi, sono almeno 270 i “fuochi” di rivolta contro Equitalia.
Francesco Merlo, La Repubblica, 12 maggio 2012

Lo spirito di resistenza al governo è così prezioso in certe occasioni che mi auguro sia sempre mantenuto vivo. Spesso lo si eserciterà in modo sbagliato, tuttavia meglio esercitato così che non esercitato affatto.
Thomas Jefferson, lettera ad Abigail Adams, 1787

Sono sempre le tasse a scatenare le rivoluzioni, fin dai tempi dei despoti sumeri e greci. La Rivoluzione non è la risposta giusta, ma quasi certamente sarà la risposta inevitabile delle persone che vogliono resistere ad un sistema che ha attribuito allo stato sociale (ai diritti civili) le colpe di quel vero e proprio gioco d’azzardo e gioco al massacro che è la finanza speculativa globale dei nostri giorni.

“Si alza la tensione contro Equitalia. Aggressioni, assalti e intimidazioni sono, ormai, all’ordine del giorno. Da Milano a Roma si moltiplicano i blitz contro il Fisco.

Scontri alla sede di Equitalia a Napoli
Scontri alla sede di Equitalia a Napoli

Soltanto oggi tre i casi di cronaca: a Napoli decine di manifestanti hanno attaccato la sede di corso Meridionale innescando violenti scontro con la polizia; nel capoluogo lombardo un imprenditore ha preso a pugni e calci due finanziari di Equitalia; nella Capitale invece è stato spedito un busta contenente polvere pirica nella sede di via Grezar. Giovedì prossimo il presidente del Consiglio Mario Monti incontrerà i vertici di Agenzia delle Entrate e di Equitalia.

Sassaiola e scontri nella sede di Napoli

Monta la protesta contro il Fisco. Questa mattina, a Napoli, una nuova manifestazione contro il luogo simbolo della pressione fiscale e delle tasse: Equitalia. I manifestanti hanno preso d’assalto la sede di corso Meridionale incendiando numerosi cassonetti che erano stati utilizzati per sbarrare la strada. Contro gli uffici di Equitalia sono stati lanciati secchi di vernice rossa mentre i manifestanti cercavano di entrare nella sede partenopea. Immediata la reazione degli agenti in tenuta antisommossa che sono intervenuto spintonando e allontanando i manifestanti.

Scontri alla sede di Equitalia a Napoli

A quel punto si sono sentite due esplosioni, forse petardi o bombe carta. Mentre le forze dell’ordine cercavano di aprire un varco al traffico veicolare formando un cordone a circa 50 metri dall’ingresso, è iniziato un lancio di pietre contro di loro e un nuovo tentativo di incursione negli uffici. Così c’è stata una carica: tra i manifestanti c’è un giovane ferito alla testa da una manganellata.

Picchiati due ispettori a Milano

A Melegnano, nella provincia di Milano, due ispettori di Equitalia sono stati aggrediti da Giuseppe Neletti, 50enne nato a Gela titolare di una impresa. I due funzionari sono stati presi a calci e pugni nella sede legale di un’impresa edile in via Turati 5 a Melegnano. I due avevano un appuntamento con l’imprenditore che li ha aggrediti nello studio del commercialista. Subito dopo l’aggressione i due sono andati al pronto soccorso per essere medicati.

Busta con polvere pirica a Roma

Una busta con all’interno della polvere pirica è stata recapitata questa mattina alla sede di Equitalia di via Giuseppe Grezar 14. Secondo quanto si è appreso dagli investigatori, la busta recapitata alla sede Equitalia non poteva esplodere: il plico non presenta, infatti, alcun tipo di innesco. L’allarme è scattato intorno alle 11.30 quando tra la corrispondenza è stata notata la busta da lettera sospetta. La busta, che è stata recapitata alla sede Equitalia di via Giuseppe Grezar, è stata sequestrata e verrà sottoposta ad accertamenti per risalire alla provenienza”.

http://www.ilgiornale.it/cronache/a_napoli_manifestazione_contro_equitaliatra_lanci_pietre_e_cariche_polizia/manifestazione-fisco-scontri-napoli-protesta-equitalia/11-05-2012/articolo-id=587362-page=0-comments=1

Capolinea: Grecia

 

 

È stato evitato uno shock distruttivo. Ci battiamo ogni giorno per continuare a evitare un drammatico destino come quello della Grecia

Mario Monti, 18 aprile 2012

In Grecia la crisi ha provocato 1.725 suicidi, noi lo eviteremo.

Mario Monti, 18 aprile 2012

Un ottimo incentivo alla crescita nel settore edile, l’unico che potrebbe rilanciare l’economia, proviene da un emendamento al dl fiscale approvato dalla Commissione Finanze della Camera: anche sul ”marchio” apposto ”sulle gru mobili, sulle gru a torre adoperate nei cantieri edili e sulla macchine da cantiere” si applicherà l’imposta comunale sulla pubblicità (Ansa – ringrazio Ruben per la segnalazione).

Nel frattempo la destrutturazione dello Stato italiano (e degli altri Stati europei) a beneficio delle istituzioni sovranazionali globali non elette (FMI, BCE, Commissione Europea, ecc.) procede di gran carriera, come se ci fosse un senso di urgenza, un qualche progetto che va completato entro una ben determinata scadenza.

Mauro Poggi sintetizza efficacemente quel che è accaduto con l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione: “un parlamento squalificato vota a maggioranza qualificata (per evitare il referendum confermativo) una modifica costituzionale proposta da un governo non eletto, su indicazione di organismi extra-nazionali privi di alcun mandato popolare, nel connivente silenzio dei mezzi di informazione. Democrazia? What is “democrazia”?

http://mauropoggi.wordpress.com/

I Democratici sono contrari al pareggio di bilancio per legge; quelli americani, però:

http://keynesblog.com/2012/04/18/il-partito-democratico-contro-il-pareggio-di-bilancio-ma-e-quello-americano/#more-1182

Leggiamo cosa che ne pensa l’economista Vladimiro Giacchè, già protagonista di un precedente post.

Sera di martedì 17 aprile. Il Senato ha appena inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo “Titanic Europa – La crisi che non ci hanno raccontato” (ed. Aliberti, gennaio 2012).

 

Professor Giacchè, iniziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?

[…]. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ’30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la ‘domanda aggregata’, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.  

 

Cosa significa questo per un paese come l’Italia?

Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture ‘utili’. ‘Utili’ come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi più arretrati d’Europa (in primis Portogallo e Grecia), per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il ‘deficit spending’. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere ‘per ceto’, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull’articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all’articolo 81.

Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?

La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno ‘vuole’ dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.

 

Nell’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, si lega la crescita al Prodotto interno lordo. Cosa significa questo?

Partiamo dal precedente governo. Per diverso tempo Tremonti all’epoca del suo dicastero all’Economia ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste ‘bugie’ era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far si che il deficit diminuisse. Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Ma io posso far calare il numeratore all’infinito (in questo caso, tagliando all’inverosimile la spesa pubblica), ma se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è. Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo ‘stabilizzatore keynesiano’ ma al contrario. E’ crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l’economia italiana.

Vede ‘la Grecia’ come un rischio per il nostro paese?

Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C’è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l’economia greca di obbedienza all’Unione europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E’ praticamente implosa. E il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l’ideologia folle che nasce dall’incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha ‘coperto’ le banche con qualcosa come 200miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso il 3% del Pil per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell’Unione europea.

Quale sarebbe, secondo lei, una possibile via d’uscita dalla crisi?

Ce n’è una sola: guardare meno al giorno per giorno e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l’emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perché per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell’emergenza, e questo governo continua a fare politiche ‘da stato di emergenza’, è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest’anno diminuirà del 2,6%, con una diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli a partire dall’obbligo sancito dal ‘Fiscal compact’ di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l’anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall’assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L’obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito.

http://www.today.it/politica/intervista-vladimiro-giacche-pareggio-bilancio.html

Le cause della Rivoluzione in Italia

a cura di Stefano Fait

“Nel 2010 il 23,4% della popolazione europea, pari a 115 milioni di persone, era a rischio povertà o esclusione sociale. Gli italiani nelle stesse condizioni erano invece circa 14,7 milioni, pari al 24,5% della popolazione. Sono i dati diffusi oggi (8 febbraio 2012) da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea”.

http://it.notizie.yahoo.com/crisi-eurostat-23-4-europei-152220151.html

“Una diminuzione di valore del carrello della spesa degli italiani pari all’1,5% a prezzi costanti nel 2011, con una spesa pro capite dedicata all’agroalimentare al di sotto dei 2.400 euro annui, su livelli di quasi trent’anni fa. «Gli italiani – ha sottolineato Coldiretti – hanno ridotto i consumi di carne e frutta invertendo la tendenza all’aumento che si era verificata negli ultimi 30 anni durante i quali i consumi pro capite (in grammi al giorno) erano passati per la carne da 206 del 1980 a 241 del 2010 e per la frutta da 308 del 1980 a 418 del 2010»”.

http://www.ilgiornale.it/interni/crollano_consumi_alimentari_litalia_torna_indietro_30_anni/13-03-2012/articolo-id=576989-page=0-comments=1

“Secondo i dati di Eurostat, crolla la produzione industriale in Italia a gennaio, scendendo su base mensile del -2,5% rispetto a dicembre 2011. Tra i Paesi europei, il calo italiano è il secondo peggiore di tutti, migliore solo rispetto a quello della Finlandia che ha registrato un -5,1%”:

http://www.firstonline.info/a/2012/03/14/eurostat-crolla-la-produzione-industriale-in-itali/0d0936f8-b8b5-4907-baa2-92c2b8ab23ba

[“Per dare nuovi prestiti alla Grecia, la Finlandia ha, a un certo punto dell'estenuante negoziato europeo, chiesto garanzie in particolari beni dello Stato ellenico: per la precisione l'Acropoli di Atene, il Partenone e alcune isole”:

http://www.corriere.it/economia/11_luglio_21/grecia-finlandia-partenone_a9d0e5ce-b39f-11e0-a9a1-2447d845620b.shtml]

“Nella sola Unione europea la flessione delle vendite di automobili a febbraio è stata del 9,7% a 888.878 unità. Tra i cinque principali mercati europei, in forte flessione Francia (-20,2% a 163.010 immatricolazioni) e Italia (-18,9% a 130.661 unità)“:

http://www.ansa.it/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2012/03/15/visualizza_new.html_132770170.html

Il peso delle tasse punta a superare il 45%, «un livello che ha pochi confronti nel mondo», «eccessivo» per i contribuenti onesti. Troppi «strappi forti allo Stato di diritto» negli ultimi decreti, i cittadini non devono essere trattati come «sudditi». Arriva dai vertici delle massime istituzioni di controllo, la Corte dei conti e il Garante della privacy, un doppio attacco simultaneo alla politica fiscale del governo. E colpisce, da fronti opposti, sui temi che sono più a cuore all’ esecutivo: la ripresa dell’ economia, la leva fiscale e i controlli sull’evasione «ampia e grave». La prima bocciatura arriva, dati alla mano, dal presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino. Di fronte alla commissione Bilancio della Camera dice chiaro: «Il nostro sistema è disegnato in modo da far gravare un carico sui contribuenti fedeli eccessivo». Prevenendo la consueta giustificazione, dell’ emergenza crisi finanziaria, Giampaolino ricorda che «le stime più accreditate ipotizzano un livello dell’ evasione fiscale dell’ ordine del 10-12% del prodotto». E lancia un monito: «Una volta attenuatesi le condizioni di emergenza» che apra lo «spazio a una riduzione della pressione fiscale che aiuti il rilancio dell’ economia» «è necessario lavorare con tenacia e determinazione alla riduzione della spesa». La magistratura contabile ha più volte indicato dove e come tagliare. Ma c’ è di più. All’ ipotesi di nuovo aumento dell’ Iva Giampaolino contrappone il proposito «non ancora accantonato», e al quale si aggrappano le speranze dei cittadini, «di destinare a copertura degli equilibri di bilancio una quota crescente di gettito da recuperare dalla riduzione delle agevolazioni (fiscali)». Per allinearci all’ Europa però, avverte, servono «sgravi sui redditi da lavoro e impresa per circa 50 miliardi». Il confronto con gli altri Paesi dell’ Unione «segnala un’ elevata pressione fiscale, una distribuzione del prelievo che penalizza i fattori produttivi rispetto alla tassazione dei consumi e patrimoni». Ma è contro l’ evasione la lotta più dura da compiere. Le somme recuperate tra il 2006 e il 2010 sono circa 73 miliardi, «con un’ incidenza di circa il 35,5% delle maggiori entrate», sottolinea. Ma serve di più. Occorrerebbero, suggerisce, «il completamento degli strumenti che, utilizzando le moderne tecnologie, possono contribuire alla naturale emersione delle basi imponibili, come il controllo telematico dei corrispettivi», ma anche «l’ introduzione dell’ onere del pagamento tracciato, anche al di sotto dell’ attuale soglia di 1.000 euro, quale requisito di ammissibilità fiscale della spesa sia nell’ ambito delle attività d’ impresa e professionali, sia ai fini del riconoscimento di oneri deducibili e detraibili delle persone fisiche». Sempre sull’ evasione, ma di diverso segno, il richiamo al governo del Garante Pizzetti. Per lui, che ieri ha tracciato il bilancio dei sette anni di attività compiuta ora racchiuso in un volume, la lotta all’ evasione fiscale sarebbe troppo invasiva. A suo giudizio, ci sarebbero «strappi forti allo Stato di diritto». «È una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto», dice. Altrimenti «lo spread fra democrazia italiana e occidentali crescerebbe». «È proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli – dice Pizzetti -. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi». Invece «vediamo che è in atto, a ogni livello dell’ amministrazione, e specialmente in ambito locale, una spinta al controllo e all’ acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all’ amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell’ open data e all’ invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino di conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». Attenzione dunque, «ai bollini di qualunque colore siano» e «alle liste dei buoni e cattivi». Pizzetti ce l’ ha anche con i decreti Sviluppo e Salva Italia che hanno ridotto l’ applicabilità del codice per la privacy alle imprese. Modifica che, spiega, non garantisce più la protezione da possibili hacker o nei rapporti tra imprese e banche”.

http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/14/Strappi_allo_Stato_diritto_nella_co_8_120314017.shtml

Contro Berlusconi:

Sale la tensione tra Forze Armate e poliziotti e governo. Dopo la protesta di piazza dei poliziotti e quella, a sorpresa, dei carabinieri (che in un comunicato del Cocer hanno attaccato la casta, il governo e il premier), ora la rappresentanza “sindacale” dell’Esercito chiede le “dimissioni dell’esecutivo””.

http://www.repubblica.it/politica/2011/10/20/news/carabinieri_governo-23527171/

Contro Monti:

“Inizieranno il 20 marzo prossimo le annunciate ”azioni di protesta” con dei presidi davanti alle Prefetture e alle Questure. Ad annunciarlo sono i sindacati di polizia contro quello che definiscono ‘‘l’inganno del Governo sul trattamento che intende riservare alle pensioni delle donne e degli uomini delle Forze di Polizia e delle Forze Armate”. […] ‘Se l’esecutivo continuera’ a far finta di non capire, le azioni di protesta sul territorio si moltiplicheranno fino ad estendersi anche ad una serie di manifestazioni a livello nazionale”.

http://www.asca.it/news-Pensioni__sindacati_polizia__dal_20_marzo_azioni_di_protesta-1133479-ATT.html

“Questo papa oggi vorrebbe ricondurre all’ordine lefebvriani, legionari, neocatecumenali, ciellini, opusdeisti. Ma si tratta di strutture a cui negli anni passati, specie sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, è stata concessa una autonomia enorme dal punto di vista dottrinario, ecclesiale e – soprattutto – finanziario. Oggi quindi le spinte centrifughe, innescate dallo stesso pontificato wojtyliano (all’interno del quale Ratzinger ha giocato un ruolo tutt’altro che secondario) sembrano molto più forti di quelle centripete e il papa non credo riuscirà a ricondurre all’unità settori del corpo ecclesiale divenuti ormai molto influenti, anche in virtù dell’enorme potere finanziario accumulato. E che combattono la loro battaglia uno contro l’altro su piani molto complessi e differenti, da quello delle strategie politiche a quello delle alleanze con i banchieri ed il mondo industriale, dalla finanza alla acquisizione di ospedali e università, dalla occupazione dei posti chiave nell’organigramma vaticano alle nomine episcopali”.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/vaticano-dietro-lo-scandalo-lo-scontro-tra-cl-e-opus-dei-intervista-a-ferruccio-pinotti/

“Dopo un inverno a secco, la primavera da sola non potrà dissetare i terreni aridi dalle scarse piogge dei mesi passati”:

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/allarme-siccita-brescia-meteo-piogge-1155031/

L’Europa sarà “la più pesantemente colpita dal cambiamento climatico, le temperature medie annuali scenderanno di 6 gradi Fahrenheit in meno di un decennio, con trasformazioni più drammatiche lungo la costa nord-occidentale. Il clima dell’Europea nord-occidentale sarà più freddo, secco e ventoso rendendola molto simile alla Siberia. L’Europa meridionale subirà un cambiamento minore ma verrà colpita ancora da violenti e intermittenti raffreddamenti e da rapidi sbalzi di temperatura. Ridotte precipitazioni provocheranno la perdita di territori (leggi: suolo coltivabile), il che diventerà un problema per tutta l’Europa contribuendo alla mancanza di scorte di cibo. L’Europa combatterà per arginare l’emigrazione dalle nazioni scandinave e dall’Europea settentrionale di popoli in cerca di caldo, così come l’emigrazione dai paesi duramente colpiti in Africa e altrove” (Rapporto sul cambiamento climatico commissionato dal Pentagono) .

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/verso-una-nuova-era-glaciale-il-quadro-dinsieme/

Le cause della Rivoluzione in Europa – L’hanno fatto una volta, lo rifaranno ancora

All’improvviso è lì, l’ospite di un altro mondo. Potrebbe venire tra mille anni, o anche domani. Che cosa faremo allora? Come ci proteggeremo da noi stessi, se assumerà ancora una volta la forma di un essere umano – uno che ovviamente non rassomiglierà per nulla ad Hitler, ma che potrebbe ad esempio essere calvo, con una lunga barba ed una voce paterna? Oppure giovane e in forma, dall’aspetto sveglio ed irresistibile? […]. Sedurrà la gente dalla testa ai piedi, come fece Hitler, e non solo la testa come fa il marxismo, o la pancia come fa il capitalismo. Gli crederanno, come credono in un dio, e saranno disposti a morire per lui, al fianco delle sue vittime, sentendosi finalmente vivi.

Harry Mulisch, “Criminal Case 40/61, the Trial of Adolf Eichmann An Eyewitness Account”, 2005, pp. 149-150.

L’hanno fatto in passato e probabilmente lo rifaranno anche in futuro.

Robert Servatius, avvocato difensore di Adolf Eichmann.

Quali furono le cause del contagio rivoluzionario che attraversò l’Europa nel corso del 2012?

Erano già state individuate in un oscuro e prezioso libricino, pubblicato proprio all’inizio dell’anno da Vladimiro Giacché, economista e giornalista del Fatto Quotidiano.

S’intitolava “Titanic-Europa: la crisi che non ci hanno raccontato” e fu, naturalmente, ignorato dai media ufficiali. Fu il passaparola degli internauti a decretarne il meritato successo.

Ecco una sintesi dei punti-chiave.

CAUSE DELLA CRISI

Il settore edilizio statunitense era in affanno già dal 2005 per un eccesso di offerta che non era compensato dalle facilitazioni creditizie. Risultato: cittadini indebitati, crollo del valore degli immobili, crisi dei mutui subprime. Questi sono poi cartolarizzati, ossia trasformati in titoli obbligazionari per essere rivenduti a banche e fondi di investimento per coprire fittiziamente le insolvenze, come nelle scatole cinesi. La montagna di liquidità si rivela essere un’illusione, consistendo in realtà in una montagna di debiti.

A questo proposito, Giacché segnala che i debiti della banche sono superiori a quelli delle famiglie, negli USA ed in molti altri paesi.

Per questo le banche hanno stretto i cordoni della borsa, causando un congelamento degli investimenti.

PERCHÉ IL RUOLO DELLA FINANZA È DIVENTATO COSÌ PROMINENTE?

L’ipertrofia finanziaria è l’inevitabile conseguenza della diminuzione della crescita dell’economia mondiale.

Tra 1973 e 2008 il tasso di crescita è di poco superiore alla metà di quello registrato tra 1950 e 1973. Senza includere la Cina equivarrebbe ad un terzo.

I profitti si dimezzano in Germania, Francia e Italia, tra gli anni Sessanta e i primi anni del terzo millennio.

Nel 2009 Marchionne rivela che il mercato assorbe solo 2/3 delle auto prodotte. Ossia, ogni anno, si fabbricano 30 milioni di auto invendibili. Nel 2002 erano 22 milioni (fonte: Wall Street Journal). Le case automobilistiche sopravvivono solo grazie agli aiuti di stato. Lo stesso Marchionne infatti aggiunge che “le autovetture finanziate in Europa sono 3 su 4”. Alla faccia del liberismo!

La finanza è la via di fuga dal rallentamento dell’economia, ma comporta un’impressionante crescita del debito e la moltiplicazione delle crisi: tra 1945 e 1971 non si verifica nessuna crisi finanziaria. Tra 1975 e 2010, ce ne sono 160 (e 54 crisi bancarie).

Negli anni Novanta scoppia la bolla finanziaria giapponese e comincia la sua stagnazione che, salvo brevi intervalli dovuti alla crescita cinese, dura ancora oggi.

Nel marzo del 2001 scoppia la bolla della New Economy e la recessione colpisce gli Stati Uniti. I profitti delle prime 500 imprese dell’indice di Standard & Poor’s nel secondo trimestre del 2001 erano calati mediamente del 60%. Il 10 settembre la Banca dei Regolamenti Internazionali certifica che la recessione riguarda l’economia globale.

Apro una parentesi sulla BRI: “I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati”. Lo scrive Carroll Quigley – docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown, una delle massime autorità mondiali del suo tempo nel suo campo e mentore del giovane Bill Clinton, quando era uno studente universitario – in “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).

http://www.scribd.com/doc/71732657/Carroll-Quigley-Tragedy-and-Hope-2011-Ed

Chiusa parentesi.

Il mondo si salva dalla crisi che scoppierà nel 2008 solo grazie all’11 settembre. Nel novembre del 2001 la recessione ha termine.

Le imprese cercano di sfuggire alla contrazione dei profitti attraverso le attività finanziarie (la quota dei profitti generati in questo modo arriva al 40% del totale nel 2007), pretendendo (ed ottenendo) una marcata riduzione del carico fiscale, ma anche congelando o riducendo i salari.

Per questo, nel 2007 i lavoratori si ritrovano con un tenore di vita pari a quello del 1970. Se non se ne sono accorti è stato perché le banche hanno concesso prestiti agevolati e mutui ad alto rischio. Se vivono meglio è perché si indebitano di più. Si realizza il sogno del capitalista: i lavoratori guadagnano di meno ma consumano di più!

Nel 2007 il tasso di indebitamento in rapporto al reddito disponibile è del 176% in Irlanda, 145% nel Regno Unito, 138% negli Stati Uniti, 123% in Canada, 115% in Spagna

La cosa ha funzionato finché il valore degli immobili continuava a crescere e restava salda la percezione che la tendenza sarebbe continuata. Da 5 anni questo credenza si è infranta.

Successivamente, la retorica del libero mercato ha lasciato il posto agli aiuti di stato per “il salvataggio dei mercati” (Ben Bernanke).

Così, tra autunno 2008 e primavera 2009, almeno la metà delle 20 maggiori banche mondiali riceve un sostegno governativo diretto. Fino al giugno del 2009 il sistema bancario riceve, nel complesso, 14mila miliardi di dollari (equivalenti al colossale debito degli Stati Uniti!!!). Ora le autorità monetarie e i governanti europei ci spiegano che sono stati i cittadini comuni a vivere al di sopra delle proprie possibilità. D’improvviso, le nazionalizzazioni di Northern Rock, Royal Bank of Scotland e Dexia sono diventate un aspetto marginalissimo della questione.

I dati indicano, invece, che si è verificato “un gigantesco trasferimento del debito privato nel debito pubblico, ossia a una semplice socializzazione delle perdite” (Giacché, p. 43). Senza che peraltro si sia provveduto ad introdurre regole per evitare che questi eventi si ripetano. Non è per caso che il mercato dei derivati abbia toccato livelli record.

Contemporaneamente, le banche usano i soldi ricevuti non per risanarsi e concedere prestiti ai cittadini (rilanciando l’economia), ma per investire nei titoli di stato, i cui rendimenti sono superiori al tasso d’interesse a cui hanno ricevuto i prestiti dalle banche centrali.

 

IL PROBLEMA DEL DEBITO

Il debito complessivo, nel 2011, è pari al 310% del PIL mondiale.

Il governo italiano interviene con 30 miliardi annui di incentivi pubblici.

Chi paga? Per circa il 70% del totale i lavoratori dipendenti, in Germania come in Italia.

Così, dal 2007 al 2010 l’indebitamento della Germania cresce del 30%.

Quali sono le nazioni più indebitate?

In termini assoluti, gli Stati Uniti (oltre 14mila miliardi di dollari di debito e un deficit annuale di 1.300 miliardi di dollari).

In rapporto al PIL, il Giappone (229% contro il 120% italiano). Per ripagare il suo debito il Giappone dovrebbe devolvere tutte le sue entrate annue per vent’anni!

Se invece sommiamo debito pubblico e debito privato, vince la Gran Bretagna: già nel 2008 aveva raggiunto il 469% del PIL. Al secondo posto il Giappone (459%), Spagna (342%), Francia (308%), Italia (298%). Il Regno Unito manterrà o allargherà verosimilmente questo margine di vantaggio, dato che il suo deficit statale era del 10,4% nel 2010 e dell’11,7% nel 2011. Quello statunitense ha raggiunto la soglia del 10% del PIL. Gli USA sono una nazione allo stremo:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-zombificazione-degli-stati-uniti-e-pensano-di-potersi-permettere-unaltra-guerra/#axzz1od3sL7a5

che, nel 2010, ha dedicato il 20% delle sue spese alle forze armate. Con Obama si è raggiunto il 5% del PIL, superiore a quello dell’amministrazione Bush. Gli Stati Uniti non hanno mai speso così tanto per la voce armamenti dal tempo della fine della Seconda Guerra Mondiale. Intanto l’aspettativa di vita dei suoi cittadini li colloca ad un miserevole 37º posto nel mondo e le tasse sulle imprese sono pari a ¼ di quelle pagate dai cittadini (durante la Grande Depressione il rapporto era 1:1 e durante la Seconda Guerra Mondiale le imprese pagavano il 50% in più). Nel 2010 la General Electric non ha pagato un dollaro di tasse negli Stati Uniti. Il calo dei redditi è stato del 3,2% tra 2007 e 2009 e del 6,7% tra 2009 e 2011.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/the-big-squeeze-us-and-uk-income-drop-2002-2013/

Ho già descritto altrove la crisi del debito eurozona:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/basta-prendersela-coi-tedeschi-siamo-tutti-sulla-stessa-barca/

I lavoratori tedeschi hanno già subito molto, avendo perso il 4,5% del salario in termini reali (al netto dell’inflazione) dopo l’introduzione dell’euro. In nessun altro paese dell’eurozona si è registrata una diminuzione paragonabile a questa.

MENZOGNE SUI PIIGS E L’EURO:

Lavorano troppo poco: prima della crisi i Greci lavoravano in media 44,3 ore in settimana, contro una media europea di 41,7 e quella tedesca di 41 ore;

Sono sempre in ferie: avevano 23 giorni di vacanze contro i 30 dei Tedeschi;

Hanno stipendi eccessivi: ricevevano il 73% del salario medio dell’eurozona e gli insegnanti erano pagati il 40% in meno che in Germania;

Pensioni d’oro e pensioni baby: andavano in pensione dopo i Tedeschi e ricevevano il 55% della media del’eurozona;

Il grande problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e, in misura minore ma sostanziale, Italia e Francia, è che all’ingresso nell’eurozona è corrisposta la deindustrializzazione. Nessuno di questi paesi poteva competere con la Germania senza svalutare (la dracma era stata svalutata del 45% rispetto al marco nel decennio precedente all’introduzione dell’euro). Così le esportazioni tedesche verso la Grecia sono aumentate a dismisura, tra il 47% ed il 94% a seconda dei settori.

Ciò nonostante, la Grecia non se la stava cavano male, fino al 2008. Poi si è trovata a dover salvare le due maggiori banche private del Paese. Questo ha fatto esplodere il deficit, che è passato da un ATTIVO del 2,9% nel 2006 ad un passivo del 32% nel 2010.

Dal 2010 le misure di austerità dei governi greci hanno ridotto il reddito dei Greci del 20%. Il conseguente crollo dei consumi e degli investimenti ha fatto esplodere il rapporto debito/PIL, che potrebbe arrivare al 180% nel 2012. Il deficit ha superato il 10% nel 2010.

Se, nel 2010, le autorità europee avessero speso 167 miliardi di euro per riportare il debito greco sotto controllo, all’80% del PIL, pari a quello tedesco, si sarebbe evitato questo buco nero. Quella stessa cifra è stata però spesa nel 2008-2009 per salvare Bank of America, Royal Bank of Scotland, Ing e Goldman Sachs.

Non contenti di aver fallito con la Grecia, gli eurocrati hanno applicato le stesse “terapie” alle altre nazioni, ad esempio in Irlanda per salvare le banche tedesche e britanniche (esposte rispettivamente per 184 e 188 miliardi di euro). L’Italia, che aveva un debito pubblico sotto controllo ed il più grande avanzo primario cumulato dell’intero Occidente, è stata (è) un’altra vittima: “il buco è stato colmato con l’IVA…un’imposta regressiva: le tasse indirette infatti colpiscono i poveri più dei ricchi, e questo perché la proporzione del reddito speso in beni di consumo è maggiore per gli stupendi bassi che per quelli alti” (p. 103-104).

Anche la Francia è a rischio. Il debito è cresciuto di quasi il 28% tra 2007 e 2010 e la bilancia commerciale ha un disavanzo annuo di oltre 100 miliardi di euro.

IN PRINCIPIO ERA HITLER (NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI, LA DIRIGENZA EUROPEA È COMPOSTA DA FANATICI)

Nouriel Roubini dixit: “come negli anni trenta, stagnazione prolungata, depressione, guerre valutarie e commerciali, controlli sui capitali, crisi finanziaria, insolvenze dei debiti sovrani e grande instabilità sociale e politica”.

Dylan Grice, analista di Société Génerale, osserva che sono state le politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning a far balzare la disoccupazione al 30%, regalando milioni di voti ai nazisti.

Giacché cita lo storico dell’economia Derek Aldcroft: “Per tutta la seconda metà del 1930 e del 1931 la situazione economica si deteriorò costantemente ovunque. Con la caduta dei redditi il bilancio statale e i conti con l’estero divennero squilibrati e la prima reazione dei governi fu quella di varare provvedimenti deflazionistici, che non fecero che peggiorare le cose”.

Si associa ed aggiunge: “Quello che allora ne seguì è noto: ascesa al potere di Hitler, guerre valutarie, protezionismo e guerre commerciali, e infine la seconda guerra mondiale. Fu quest’ultima a risolvere la crisi, uccidendo oltre 50 milioni di persone e distruggendo capitali e forze produttive in misura senza precedenti per la storia dell’umanità” (pp. 130-131).

Cosa succederà? “Il processo di rientro dai deficit pubblici sta aggravando la crisi della domanda interna…siccome il settore privato sta già diminuendo i propri investimenti a causa della crisi, la forte diminuzione anche degli investimenti pubblici non farà che peggiorare la situazione. Non solo. Siccome questi risparmi sono attuati contemporaneamente in tutti i Paesi europei, e siccome il mercato europeo è fortemente integrato e interconnesso…la crisi della domanda interna diventa immediatamente crisi dell’export reciproco” (p. 133).

Repetita iuvant: “La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana per la crescita, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale contro la disoccupazione: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato…si tratta di un fenomeno evidentissimo a chiunque provi a ragionare con la propria testa su quanto sta accadendo, senza farsi intrappolare dai cliché e dalla frasi vuote sull’argomento” (pp. 138-139).

I governanti europei sono colpevoli di crimini contro l’umanità: “bisogna avere il coraggio di dire che il raddoppio in tre anni del livello di suicidi in Grecia non è un effetto collaterale “naturale” della crisi, ma un vero e proprio crimine che ha mandanti ed esecutori” (p. 140).

I governanti europei sono nemici della democrazia: “Chi avrebbe detto che proprio quell’Europa che pretende di insegnare la democrazia a tutto il mondo, e talvolta di esportarla con i bombardieri, avrebbe impedito a un governo di organizzare un referendum popolare sulle misure di austerity da assumere come è avvenuto in Grecia? Chi avrebbe mai considerato normale che l’esito delle elezioni in Portogallo fosse ritenuto irrilevante, perché comunque il programma da seguire era già stato scritto a Bruxelles e a Francoforte? E che dire dell’Italia, dove si è ritenuto un atto di alta responsabilità nazionale impedire che si andasse alle elezioni anticipate dopo il catastrofico fallimento di un governo, oltretutto ormai privo di maggioranza parlamentare? In questi anni in Europa è successo letteralmente di tutto. La guida di fatto dell’unione Europea assegnata a Francia e Germania senza che questo sia previsto da nessun Trattato. Una Banca Centrale Europea che non può fare il prestatore di ultima istanza perché i Trattati le legano le mani, ma che in compenso manda lettera minatorie a governi di Paesi sovrani, dettando il proprio programma di governo (per giunta sbagliato). Parlamenti ricattati e costretti a votare l’inserimento in Costituzione di norme assurde e controproducenti come il vincolo del pareggio di bilancio. Tutto ciò mentre l’Europa degli accordi intergovernativi si adopera per modificare (in peggio) i Trattati esistenti facendo accuratamente in modo che nessun popolo europeo possa esprimersi con il voto su di essi” (p. 157).

La spada di Damocle sospesa sull’Italia: “La regola delirante della dimunizione del debito in ragione di 1/20 all’anno della quota che eccede il 60% del PIL resta appesa come una spada di Damocle sulle nostre teste: se applicata alla lettera essa comporterà per il nostro Paese manovre correttive annue da 50 miliardi di euro per 20 anni. Nietne paura, comunque: con i tassi d’interesse attuali, andremo in default molto prima” (p. 160).

La spada di Damocle sospesa su UK, USA e Giappone: “il contagio della crisi del debito sovrano difficilmente lascerà indenni tre grandi debitori pubblici quali il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone. In particolare la situazione del Regno Unito sarà aggravata dall’entità abnorme del debito delle banche che va aggiungendo a quello pubblico” (p. 160).

Rivoluzione o distruzione: “Ma davvero non c’è via d’uscita? È davvero un destino ineluttabile che una classe dirigente inadeguata riesca a provocare tutto questo? Forse no. Se il timoniere non vuole cambiare idee e rotta, resta pur sempre un’altra possibilità: cambiare il timoniere” (p. 161).

La caccia ai falsi invalidi e la caccia ai signori dell’alta finanza

a cura di Stefano Fait

I falsi invalidi sono una categoria di cittadini infame ed indifendibile. Parassiti della peggior specie.

L’errore che facciamo, però, è quello di concentrarci principalmente su di loro, o sugli evasori, o sui detentori di piccoli privilegi, perdendo di vista i veri responsabili del disastro in cui ci troviamo: i signori dell’alta finanza.

Un ordinario di statistica alla Sapienza, Paolo Palazzi [“La finanza e l'economia reale. Un rapporto perverso?”, 2010], ci spiega perché non si possano paragonare gli 8 miliardi annuali che ci costano i falsi invalidi al parassitismo letale (e per il momento legale) degli speculatori:

“Se analizziamo i dati relativi ai movimenti internazionali di capitali ci appare subito come i movimenti internazionali di moneta causati da effettivo scambio di merci siano una minima parte di tutti i movimenti di capitali finanziari che avvengono nel mondo. Non solo, ma i tassi di crescita di questo fenomeno tendono continuamente ad ampliarlo. Ad esempio negli anni ’90, il commercio internazionale è cresciuto del 63%, mentre il movimento di capitali è cresciuto del 300%, senza nessun rapporto di riferimento con l’aumento di ricchezza reale (il PIL è cresciuto nello stesso periodo del 26%)”.

[…]

“Si può scommettere sull’andamento dei prezzi delle materie prime o di altri beni, sull’andamento delle varie borse, sulla dinamica dei tassi di cambio, ecc., ci sarà chi vince e chi perde, quello che è certo che non tutti possono alla lunga vincere. Un difetto di questo sistema è che non ha possibilità di sosta, non si può scommettere una volta sola, bisogna scommettere e giocare continuamente e questo comporta lo spostamento di enormi quantità di capitali in ogni istante in ogni parte del mondo. Capitali che si muovono “virtualmente” attraverso le reti informatiche con ritmi frenetici alla disperata e incessante ricerca di vincite speculative”.

“Per un lungo periodo di tempo, con la complicità di governi ed economisti, tutto ciò non solo è stato permesso e tutelato, ma anche incentivato nella presunzione, in buona o cattiva fede (cosa difficile da determinare), che tutto questo potesse avere un effetto benefico non solo per i risparmiatori, ma anche per il sistema economico mondiale nel suo complesso. Purtroppo, prevedibilmente e previsto (anche se da pochi economisti e nessun governo) l’ipotesi si è mostrata drammaticamente falsa, perché si basava sulla capacità del mercato di autoregolamentarsi, selezionando ed espellendo le pratiche finanziarie più pericolose e inaffidabili. Cosa è successo è ormai noto: la ricerca di rendimenti aveva portato a un allargamento enorme di impieghi del risparmio in prestiti sempre meno solvibili, cosa che non sarebbe grave se avesse colpito solamente gli investitori più imprudenti. Ma grazie a complessi meccanismi di spartizione del rischio, questi prestiti inaffidabili erano stati distribuiti in tutto il mondo tra i più differenti operatori finanziari, con meccanismi che di fatto, invece di ridurre il rischio, lo hanno moltiplicato paurosamente. È bastata una crisi nel settore delle abitazioni negli Stati Uniti per innescare un processo di reazione a catena che ha investito il sistema finanziario di tutti i paesi del mondo”.

[…].

Il problema chiave è che, se è vero che la speculazione finanziaria è un gioco a somma zero per i contendenti, è però altrettanto vero che investe, quasi sempre con effetti negativi, il sistema economico mondiale nel suo complesso. La ragione sta nel fatto che oggetto di speculazione sono titoli di credito, azioni e merci che alle loro spalle hanno reali processi produttivi, pubblici nel caso di titoli di debito pubblico e privati nel caso di merci, azioni e obbligazioni private. Gli speculatori hanno la possibilità e capacità di spostare una gran massa di capìtali che in molti casi autoalimentano, accelerano o nel peggiore dei casi creano·aspettative di difficoltà di stati o imprese…L’euro era ed è una moneta molto forte rispetto al dollaro, la sterlina e lo yen, anzi la più forte come solidità e garanzie. Speculare contro l’euro, puntando a una sua svalutazione era una prospettiva irrealistica. Gli speculatori alla ricerca disperata di una “rivincita” rispetto alle sconfitte recenti, hanno però individuato un piccolo e, dal punto di vista quantitativo, insignificante anello debole nell’Europa dell’euro: il debito pubblico greco. Con mosse coordinate, tanto da far pensare a un’operazione preordinata, hanno cominciato a speculare al ribasso sul debito pubblico greco, cosa che ha effettivamente provocato un forte deprezzamento del debito greco. Il grave ritardo nell’intervento e le divisioni politiche europee hanno facilitato e accelerato questo processo e portato addirittura a una svalutazione dell’euro che ha trasformato l’attacco speculativo al debito greco in un attacco speculativo contro l’euro che a tutt’oggi ancora continua. È chiaro che gli effetti negativi dell’operazione non si sono limitati a danneggiare le agenzie finanziarie che non avevano previsto e sfruttato questo tipo di operazione, ma investono e investiranno in modo drammatico i cittadini greci e a catena i cittadini europei. Il danno si avrà attraverso l’introduzione di politiche fiscali e di spesa pubblica restrittive, e i più colpiti saranno i ceti medio bassi della popolazione. Questo è solo un esempio recente di come la speculazione finanziaria riesca a danneggiare anche, direi soprattutto, coloro che sono ben lontani dal parteciparvi: infatti la storia recente è piena di veri e propri drammi causati dalla speculazione contro alcuni paesi sottosviluppati.

Una politica legislativa e regolatoria sul movimento di capitali e sulla finanza in genere che ribaltasse l’ubriacatura liberista avrebbe senza dubbio una certa efficacia, che però sarebbe fortemente amplificata se accompagnata da misure di aumento del costo della speculazione attraverso l’imposizione di un sistema di tassazione delle transazioni finanziarie inçernazionali. In modo particolare, come abbiamo visto, le speculazioni hanno bisogno di veloci e continui spostamenti finanziari da un paese all’altro, da una valuta all’altra: quindi, anche un’aliquota non elevata su ogni transazione, avrebbe un effetto rilevante sul costo dei movimenti speculativi e debole o nullo sulle transazioni di beni.

La ricetta non è nuova e se ne parla da molti anni (la Tobin Tax) ma anche in un periodo come questo, in cui gli effetti negativi della speculazione sono sotto gli occhi di tutti, sembra una cosa difficile da realizzare. Difficoltà tecniche esistono, ma non sono insormontabili, ostacoli maggiori sono politici ed ideologici, molto più difficili da superare.

Ma continuare a parlarne, a spingere perché vengano attuate queste misure non è inutile, se non altro perché possono aiutare i cittadini a valutare il proprio sistema economico, quello politico e i propri politici alla luce della loro capacità, se non altro, di difesa e prevenzione dai danni provocati dalla rapacità della speculazione finanziaria”.

http://w3.uniroma1.it/paolopalazzi/Articoli/Finanza%20Focsiv.pdf

Alcune citazioni utili su banche e denaro:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/il-denaro-il-debito-le-banche-raccolta.html

Basta prendersela coi Tedeschi! Siamo tutti sulla stessa barca

 

a cura di Stefano Fait

Un giornalista svizzero ha scritto che l’euro è il terzo tentativo tedesco in cento anni di sottomettere l’Europa ["der Euro ist der dritte Versuch Deutschlands innerhalb von 100 Jahren, Europa zu unterwerfen"].

Un’interessante constatazione, che però ritengo sia falsa e non solo per il fatto che non tiene conto della manovre della Banca Centrale del Regno Unito (Bank of England) negli anni antecedenti allo scoppio della Grande Guerra.

 

È un fatto inoppugnabile – per qualunque osservatore razionale – che diverse nazioni europee (e non solo) hanno ormai perso ogni speranza di beneficiare di una pur minima ripresa economica perché i loro rispettivi governi hanno imposto draconiane misure di austerità che hanno cancellato ogni possibilità di ripagare il proprio debito nazionale con la crescita.

Pare che l’intenzione di questi governanti sia quella di ripagare l’indebitamento con i risparmi privati, ossia di effettuare un trasferimento di ricchezze dal basso verso l’alto (anti-Robin Hood), anche e soprattutto attraverso la privatizzazione delle risorse pubbliche. Le agenzie di rating, dal canto loro, hanno buon gioco nello spolpare le carcasse di queste facili prede.

Gli stessi politici che hanno sempre ottemperato alle richieste dell’alta finanza e della grande industria hanno avviato le loro pecorelle al macello, promettendo che tutto sarebbe andato bene e che la crescita ed il progresso erano irreversibili. La crisi globale ha fatto arrivare tutti i nodi al pettine.

Una grossa fetta del debito greco è stata generata per sostenere le banche greche, come in altri paesi. Ma le nazioni creditrici non sono messe molto meglio. Sono state introdotte misure di austerità in Germania e Francia e quelle imposte al Regno Unito dal proprio governo sono quasi paragonabili a quelle delle nazioni fortemente debitrici (PIGS), con la motivazione che occorre salvare i PI(I)GS dalla bancarotta.

Ciò tuttavia non corrisponde al vero, come dimostra il caso greco. I Tedeschi non stanno soccorrendo i Greci per solidarietà paneuropea ma perché se la Grecia fallisce il sistema bancario tedesco riceverà un colpo terribile, forse fatale, essendo particolarmente esposto sia con l’amministrazione pubblica greca nei suoi vari gangli, sia con le banche greche. Dunque i fatti indicano che i Tedeschi stanno soccorrendo le proprie banche, non la Grecia. Lo stesso vale per il Regno Unito nei confronti dell’Irlanda e della Francia nei confronti del Portogallo e in particolar modo della Grecia. In pratica i soldi escono dalle tasche dei contribuenti delle nazioni “ricche” per affluire nelle banche delle loro nazioni, con una piccola, rapida deviazione attraverso i PIGS. ANTI-ROBIN HOOD, appunto.

Ci viene detto che la colpa è dei PIGS, che hanno speso più di quello che si potevano permettere e questo è certamente in parte vero. Ma la colossale omissione è che le banche anglo-franco-tedesche-italiane (ed extra-europee) sapevano che quei debiti non potevano essere ripagati – sono stati usati tutti i trucchi contabili possibili per nascondere la reale entità dell’indebitamento dei PIGS, fino a che non è emersa la verità in tutta la sua evidenza –, ma hanno comunque deciso di concedere i prestiti, alimentando un circolo vizioso, come uno spacciatore con i suoi clienti, presumibilmente nella certezza che, essendo “troppo grandi per fallire” (e che molti politici sono al loro servizio e non del bene comune), i governi sarebbero intervenuti per salvarle, a spese dei contribuenti, a beneficio dei consigli di amministrazione. Così i Tedeschi hanno pagato molto di più per salvare le proprie banche di quanto abbiano pagato per salvare la Grecia (senza averla salvata, peraltro) e, in ogni caso, quel che daranno alla Grecia finirà nelle tasche dei loro banchieri.

Dunque si tratta di capire quanto costerà ai cittadini salvare il sistema finanziario-bancario, che non intende pagare lo scotto delle proprie azioni. È presto detto: il costo per i cittadini è la perdita della sovranità nazionale a beneficio di piani di austerità draconiana (uso questo termine avvedutamente: Dracone applicava la pena di morte o la schiavitù ai debitori). È quel che è successo in questi mesi, sotto la supervisione della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Le misure contenute nei pacchetti di riforme “energicamente raccomandate” comprendono l’aumento dell’IVA e la riduzione delle imposte progressive – ossia la soppressione dei meccanismi perequativi che stanno alla base di una democrazia –, la diminuzione del costo del lavoro – ossia la contrazione del tenore di vita dei lavoratori –, il taglio delle pensioni, la riduzione del salario minimo e dei sussidi di disoccupazione e la revisione delle norme per la tutela dei diritti dei lavoratori. In questo modo chi paga il conto della crisi sono lavoratori dipendenti, pensionati e consumatori. I ricchi pagano meno tasse e il resto della popolazione si ritrova con i generi di prima necessità a costo maggiorato.

Non è un fenomeno nuovo. È già successo a molti paesi in via di sviluppo:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/shock-economy-il-capitalismo-del.html

e sta succedendo negli Stati Uniti:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/22/il-tiranno-di-chicago-e-la-stupidita-del-bene/#axzz1mLNsw14z

Quel che prima è accaduto ai paesi in via di sviluppo ora succede ai “pezzi grossi”, alle economie “avanzate”. Siamo giunti alla resa dei conti:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/16/golpe-psicopatico/#axzz1mLNsw14z

In buona sostanza, quel che sta accadendo è che i sacrifici imposti alla Grecia servono a giustificare agli occhi dei Tedeschi lo svuotamento delle loro tasche. È una ruberia legalizzata ai danni di Greci e Tedeschi e per di più questi ultimi vengono definiti nazisti dai Greci e tiranni dagli altri popoli europei: cornuti e mazziati. Quando capiremo che i Tedeschi di oggi non sono quelli di Auschwitz? Quando la finiremo di usarli come un capro espiatorio, gli Ebrei d’Europa? I Tedeschi sono vittime di questo complotto quanto lo sono tutti gli altri popoli europei. Un complotto che vede la partecipazione di élite europee che non hanno alcuna lealtà nazionale ed antepongono il loro interesse personale e castale a quello nazionale ed europeo. Un complotto che, a mio modo di vedere, presuppone la liquidazione dell’Unione Europea come era stata concepita dai suoi fondatori, ossia l’antitesi del Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich.
Sì, sto affermando che le attuali élite europee sono nemiche dell’Europa antinazista, sto affermando che le oligarchie che comandano l’Unione Europea sono congenitamente anti-democratiche e quindi in diretta contrapposizione con l’Unione Europea dei sogni dei cittadini ordinari. Sono oligarchie che sanno che si sta preparando un conflitto mondiale ed hanno scelto di collaborare, indebolendo la classe media europea come si sta già facendo da tempo con la classe media nordamericana. L’obiettivo è quello di infliggere un tale livello di sofferenza alla popolazione “che conta” che questa sarà disposta a chiedere a gran voce una soluzione definitiva e rassicurante, cioè a dire un governo planetario che prenda in mano tutto, dalla gestione del cambiamento climatico a quella dell’ordine pubblico:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/31/breve-storia-del-nuovo-ordine-mondiale/#axzz1mLNsw14z

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/11/nel-nuovo-ordine-mondiale-non-ce-nulla-di-nuovo-di-ordinato-o-di-mondiale-cosa-ce-di-sbagliato/#axzz1mLNsw14z

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/26/la-pedagogia-nera-del-nuovo-ordine-mondiale/#axzz1mLNsw14z

 

 

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