Senza risposte politiche, c’è solo la rivolta – elezioni europee 2014 contro il Grande Centro

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Nel 2013 stiamo discutendo di contrastare chi vuole restringere il nostro diritto ad informarci e cambiare idea. E’ angosciante che nessuna nuova conferma del livello di dispotismo camuffato che hanno raggiunto le cosiddette “democrazie occidentali” (sorveglianza capillare, tassazione sfrenata, proliferazione di norme che, se applicate in contemporanea, annullerebbero lo stato di diritto, guerre orwelliane, precariato cronico, insolvenza artificiosa e schiavitù del debito pubblico e privato, media totalmente compromessi con il potere, ecc.) sia sufficiente e farci capire che siamo come pecore tra lupi travestiti da pastori.

Tonino Perna, Alfonso Gianni – da il Manifesto

Il governo delle larghe intese, rafforzato dagli ultimi “comici” avvenimenti, non è un’anomalia italiana, ma ormai il modello che tende a prevalere in diversi paesi europei. Il grande centro, non è punto di equilibrio virtuoso tra forze contrapposte, ma lo stallo, il disperato tentativo delle classi dominanti di mantenere lo status quo, il segno di una politica diventata “amorfa”, incapace di trovare una forma ed un contenuto diversi dal neoliberismo e dall’austerity, per uscire dalla Grande Depressione che sta impoverendo, economicamente e socialmente, la grande parte della popolazione europea.
Per questo le prossimi elezioni europee sono una grande occasione per far sentire che esiste un’altra visione dell’Europa, una vera via d’uscita dalla crisi. Con una parola-chiave: riequilibrio. Riequilibrare per trasformare la società europea nel senso della democrazia, della giustizia e dell’equità. Questa crisi è il frutto di uno squilibrio: tra finanza ed economia reale; tra la cessione di sovranità di singoli stati e l’assenza di democrazia negli organi di governo della Ue; tra i redditi dei ceti medio-alti ed il resto della popolazione; tra produzione e un ambiente sempre più disarmato verso l’urto del consumo di territorio e sostanze inquinanti; tra classi dirigenti e il resto dei cittadini con un inedito deficit democratico; tra Nord e Sud Europa, con l’iniziale divario ormai diventato un abisso.

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La crisi è globale, ma in Europa le conseguenze sono più gravi perché più che vittima della crisi l’Europa lo è delle politiche delle classi dirigenti. Pertanto, per salvare l’Europa, per non affossarla – come faranno le forze centriste e dell’estrema destra nazionalista lasciate operare – dobbiamo imprimere una svolta radicale basata su alcuni elementi essenziali:
1) Un riequilibrio dei redditi, colpendo la rendita finanziaria, premiando il lavoro e l’occupazione, garantendo al contempo a tutte/i un reddito di base, allargando in senso universalistico il welfare europeo. Così da permettere un effettivo riequilibrio nella bilancia dei pagamenti tra i paesi esportatori del Nord e quelli importatori del Sud. Diversamente si accentuerà la distanza fra debito e credito nell’eurozona.
2) Un riequilibrio nel rapporto economia/ambiente, riconvertendo le produzioni inquinanti e favorendo le produzioni ecologicamente sostenibili, in luogo delle “grandi opere”, inutili ed inquinanti, programmando un capillare intervento di salvaguardia del territorio, oggi più che mai nudo ed indifeso di fronte ai cambiamenti climatici. Un vero programma di investimenti pubblici e privati a livello europeo.
3) Un riequilibrio nei rapporti democratici fra cittadini e organi di potere. Il peso delle decisioni va spostato sul parlamento, organo elettivo, non sugli organismi designati dai governi, in un’ottica di un’Europa federale.
4) Un riequilibrio fra i poteri della politica e quelli della finanza, oggi solo a vantaggio di quest’ultima. Con una revisione del ruolo della Bce e la piena occupazione tra i suoi obiettivi, il potere di prestare direttamente ai singoli paesi in difficoltà, diventare uno strumento di una politica sociale e non il dominus dell’economia. Significa tagliare le unghie alla finanza con la Tobin tax, l’eliminazione dei paradisi fiscali, la separazione delle banche commerciali da quelle di rischio, la drastica limitazione dell’uso dei derivati.
5) Un riequilibrio nel rapporto Nord/Sud spostando l’asse della Ue verso il Mediterraneo, attraverso una forte alleanza tra i paesi del Sud-Europa, a partire dalla ristrutturazione del debito pubblico. Esigerne la restituzione a tappe forzate come vuole il fiscal compact significa uccidere le economie più deboli e accrescere il debito stesso. Vogliamo salvare le popolazioni del sud, i profughi, i migranti dalle stragi a cui questa Europa neoliberista e tecnocratica li ha condannati, riducendo il mare nostrum a un immenso cimitero del migrante ignoto.

Tutto questo comporta una revisione dei trattati fondativi e la cancellazione di quelli successivi che strangolano le economie (fiscal compact). Questa è l’unica, realistica, strada per salvare l’unità europea, per evitare che l’euro sia un cappio insopportabile e funzioni solo a vantaggio delle economie più forti. Molti, in campo intellettuale e politico la pensano come noi, ma ancora manca una forza dotata di autorevolezza e consistenza che esprima questa visione e persegua con coerenza questi obiettivi. Questo problema si presenta in Italia in termini drammatici e urgenti.
Il “grande centro” ha definitivamente spazzato via le differenze tra centro-destra e centro-sinistra, ed il malcontento che sale in Europa può diventare appannaggio di forze di estrema destra e dell’astensionismo. Dobbiamo avere il coraggio di progettare un percorso unitario, sfruttando anche l’esempio positivo che ci viene da alcuni paesi europei, con forze e movimenti che si richiamino a questi valori e obiettivi essenziali, puntando sulla concretezza più che non sulle sigle o i richiami ideologici. Dobbiamo guardare a una grande alleanza euromediterranea, che sappia parlare anche ai popoli del Nord dell’Europa, un’alleanza di lavoratori, precari, disoccupati, di donne e di giovani, protagonisti di una nuova cooperazione Sud-Nord nella Ue e nel Mediterraneo.
Su queste basi pensiamo sia possibile costruire un nuovo schieramento politico, in grado eventualmente anche di partecipare alle prossime elezioni europee, in sintonia con le esperienze di sinistra d’alternativa di altri paesi europei, che si proponga di salvare l’unità europea trasformandola. Una forza radicale e di sinistra, sul piano dei valori, degli obiettivi e delle pratiche.
Vogliamo un’Europa di nuova generazione, perché ha bisogno di essere rifondata e nei giovani ha proprio futuro. Ci piacerebbe aprire una pubblica discussione.

TONINO PERNA
ALFONSO GIANNI

da il manifesto

Lettera aperta a Ugo Rossi e a chiunque governerà l’umanità, localmente e globalmente

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Ho partecipato all’incontro dell’associazione Comunità Responsabile con Ugo Rossi, che aspira a governare il Trentino guidando una coalizione di centro-sinistra.

Mi ero ripromesso di non esprimere un giudizio su questo incontro, ma lo spirito civico ha prevalso sulle convenienze personali.

Voglio iniziare dalle cose buone che ho visto, per poi passare ad una critica (ipercostruttiva, almeno ai miei occhi e nelle mie intenzioni).

Rossi non è  di sinistra, è intelligente, ha lavorato con politici di sinistra ed è pragmatico. Questo può essere un enorme vantaggio per lui e per il Trentino. Come gli americani, cerca di guardare avanti, a come risolvere i problemi. Questa è una grande virtù d’oltreoceano. Sembra sinceramente intenzionato a non sprecare quest’opportunità. Cerca di assorbire input da ogni fonte, perché è consapevole della gravità delle sfide che lo/ci attendono. Mi auguro che sappia mettere a frutto gli spunti che gli sono arrivati e che tenga sempre presente che, in caso di difficoltà (ne incontrerà a bizzeffe ed alcune saranno enormi ed angoscianti: “hai voluto la bicicletta?”), esistono persone di buona volontà che saranno pronte a consigliarlo nel segno del bene comune e non della partigianeria politica. Se si porrà al servizio della comunità, il suo successo sarà il successo dell’intera comunità ed entrerà nella nostra piccola, grande storia a testa alta e con tutti gli onori.

Ora passo alle riserve. L’America ha molte virtù ma ha anche dei grandi difetti (succede spesso, no?).

La mia paura è che Rossi rischi di non riconoscerli in tempo e che, nella sua comprensibile smania di dimostrarsi moderno, efficiente, affidabile, capace, brillante, ecc. – con quella superfetazione di anglismi – , sovraimponga al sistema locale un modello straniero che stravolgerebbe tutto quello per cui si batte il suo stesso partito.

Si può trarre ispirazione, si possono trovare spunti di riflessione ma, parliamoci chiaro, proporre un modello angloamericano-tedesco (fortissima competizione, esportazioni, riduzione dei consumi e progressivo dimagrimento dello stato sociale a vantaggio dei privati) è un suicidio elettorale e politico in Trentino (e anche altrove: Germania e Austria sono in stagnazione/recessione come il Giappone del dopo-bolla e la disoccupazione aumenta in entrambi i paesi).

Dico questo perché Rossi, nel suo intervento, ha citato uno dei classici espedienti retorici neoliberisti: l’Occidente produce il 25% del PIL e spende il 50% del welfare, a significare che lo stato sociale deve dimagrire. Un’interpretazione meno faziosa sarebbe che il resto del mondo dovrebbe essere messo nelle condizioni di onorare la dignità umana allo stesso modo in cui lo si fa in Occidente: è folle ed irresponsabile chiedere ai cittadini di fare sempre più sacrifici per dei salari sempre più bassi, con servizi sempre più privatizzati (e quindi più costosi e meno inclusivi: es. ferrovie inglesi e energia californiana) per potersi allineare ai cinesi. Prima o poi la corda si spezzerà.

Il Trentino è una democrazia avanzata e, nelle democrazie avanzate, dove la dignità dei cittadini è centrale, non sono le imprese e men che meno le speculazioni finanziarie a produrre ricchezza e crescita, ma i consumi, e i consumi dipendono massimamente dal welfare. Tagliare il welfare significa stagnazione/recessione e quindi disoccupazione (es. eurozona), a meno che le banche centrali non producano nuove bolle finanziarie (es. USA e UK: i nodi arriveranno al pettine molto presto). Non è una questione di destra o sinistra, è una questione matematica.

La cosa più grave sarebbe che l’assenza di una visione ambiziosa e di una comprensione più obiettiva e profonda delle dinamiche in atto divenissero una zavorra non solo per lui ma per tutti noi quando arriveranno le mareggiate dei prossimi anni.

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Aspirante presidente Ugo Rossi, la storia non è finita, non si è raggiunto il plateau della civiltà umana, non viviamo in un sistema chiuso e finito (cf. Sole, raggi cosmici, ingegno e fantasia).
Il futuro non è una versione più sofisticata e tecnologicamente avanzata del presente. L’America e l’Europa sono figlie di due grandi rivoluzioni e altre sono di là da venire (sta a noi, inclusa la classe politica, dimostrare la maturità necessaria a renderle nonviolente).

L’umanità non è completa, è un lavoro in corso d’opera. C’è un’altra e migliore umanità che non può essere comprata o progettata nei laboratori e che comprenderà quei miliardi di persone che finora sono stati a guardare.

Quello che molti giovani si attendono da lei, dottor Rossi, è spirito di indipendenza, la volontà di trascendere la quotidianità per fissare un obiettivo, un’ambizione di grande respiro. Ne abbiamo abbastanza di cortigiani, della venerazione del potere per il potere, dell’appiattimento, della mancanza di grandi visioni, dell’incapacità o consapevole rifiuto di restituire alla popolazione un’ambizione collettiva. Ci aspettiamo da lei la capacità di effettuare una rivoluzione culturale nelle menti e coscienze delle persone, prendere dei rischi, innovare. Ma non “innovare” come lo intende un amministratore. Innovare come lo dovrebbe intendere un politico. Anzi, un Politico.

E questo significa che lei dovrà tener conto delle aspirazioni della sinistra, perché marginalizzarle significa darsi la zappa sui piedi. Lei ironizzava sul fatto che anche il solo evocare qualcosa di sinistra porta sfiga. È senz’altro vero al momento presente, dove c’è un unico paradigma trionfante, ma non creda che la gente comune sia felice e credo lo dimostri il crescente ricorso agli psicofarmaci e alla violenza. La gente infelice può agire irrazionalmente, può diventare folla.

Che cosa serve per renderla felice?

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Glielo spiega Curzio Maltese, sul Venerdì di Repubblica (incredibile a dirsi!)

La triste fine della sinistra che parla solo di Pil e non cerca più la felicità

Quando si discute di destra e di sinistra si usano categorie ormai ottocentesche che non significano molto per le ultime generazioni. Chi è nato negli ultimi trentanni non ha neppure conosciuto una vera sinistra, al massimo una versione compassionevole e correttiva della trionfante destra liberista. La domanda oggi non è più «che cos’è la destra, cos’è la sinistra», su cui peraltro Giorgio Gaber faceva ironia già qualche anno fa. La domanda da cui ripartire per costruire una nuova politica è un’altra: che cos’è il progresso?
La sinistra storica se l’è posta per quasi due secoli e ora non se la pone più. Nella misera convinzione che per apparire moderni si debba semplicemente approvare quel che accade. Faccio qualche esempio semplice. Trent’anni fa, in Italia, un ragazzo di famiglia modesta, com’era chi scrive, poteva trovare dopo il liceo un lavoro ben pagato e garantito, mantenersi agli studi, andare a vivere da solo e restituire qualcosa alla famiglia. Una prospettiva che per le nuove generazioni è un sogno. Qual è stato il progresso per i giovani? Potersi scambiare irrilevanti messaggi su Twitter tutto il giorno?

Secondo esempio. Oggi una casalinga italiana impiega lo stesso tempo a governare la casa di una donna degli anni Quaranta. Nonostante tutte le scoperte scientifiche e la tecnologia di massa. Dov’è il progresso? Terzo esempio. Un manager degli anni Cinquanta guadagnava in media venti o trenta volte il salario di un operaio. Ora guadagna trecento o quattrocento volte lo stipendio medio di un dipendente. La ricchezza si è concentrata in pochi decenni più che in ogni altro periodo della storia umana. È progresso?

Si potrebbe continuare a lungo. Il comunismo sognava di riportare gli uomini a lavorare per vivere e non a vivere per lavorare. Il socialismo reale si è incaricato di trasformare il sogno in un incubo terrificante. Ma una sinistra vera dovrebbe comunque porsi la questione del continuo aumento dei tempi di lavoro per gli uomini. Che società è quella dove più nessuno ha tempo di levare lo sguardo oltre la scrivania, gli impegni stabiliti, ì turni di fabbrica?

Esiste poi l’immensa questione del rapporto con la storia e l’ambiente, tanto più importante in un Paese come il nostro, dove stiamo procedendo da decenni alla sistematica distruzione di un patrimonio culturale e paesaggistico costruito nel corso di secoli.
Queste sono le domande che la sinistra dovrebbe porsi oggi, invece di interrogarsi ogni giorno sul Pil, lo spread e il livello del debito pubblico. Tornare a guardare l’essenza, ai diritti umani e a quello più importante, scritto nella Costituzione americana: la ricerca della felicità. 

Curzio Maltese, Venerdi di Repubblica, 18 agosto 2013

Ecco, aspirante presidente Ugo Rossi, sia AMERICANO in questo senso qui e ci farà felici (e sarà felice pure lei, glielo assicuro).

“…risospinti senza posa nel passato” – Pacher? Ma anche no!

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Negli uni e nell’altro c’è un vuoto, qualcosa che non è riuscito a coagulare bene, che è rimasto cucinato a metà, un’indefinibile sensazione che la vita intera sia rimasta a mezza strada, che sia scivolata dalle dita della gente proprio mentre stava per diventare una vita piena e fertile.

Mario Vargas Llosa, sul Grande Gatsby

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato

F. Scott Fitzgerald, il Grande Gatsby

Pacher, più che aver dato la sua disponibilità, è stato costretto a questo passo, tanto che ho saputo che per convincerlo a candidarsi si è mosso perfino Enrico Letta [su sollecitazione dei soliti Dellai e Tonini].
Franco Panizza, senatore

Alberto Pacher è una persona sensibile, che ha però evidenziato un’incapacità politica imbarazzante. E se non è riuscito a fare l’assessore, come può pensare di fare il presidente?

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13666

Non credo alla favola dell’uomo che va bene per tutte le stagioni.

Donata Borgonovo Re, agosto 2012

Ho passato la mia vita a fare quello che teneva insieme le cose. Ora basta, le cose possono stare insieme da sé

Alberto Pacher, ottobre 2012

Non ho niente di nuovo da dire, proprio niente.

Alberto Pacher 23 maggio 2013

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Ottobre 2012: Pacher invia una lettera aperta agli elettori in cui motiva la sua decisione di lasciare la politica perché IL PD (TRENTINO) È TROPPO DI SINISTRA (!!!!!!!!!!): Quando è stato deciso, e da chi, che il nostro Partito doveva lasciare la propria vocazione maggioritaria, la propria vocazione inclusiva per dedicarsi all’area di sinistra? Chi ha deciso e quando è stato deciso che a noi sarebbe toccato il compito di cercare un accordo con Sel ed altri, per cosi dire, minori mentre ad altri (Casini, Montezemolo, il centro degasperiano a cui sta lavorando Dellai?) sarebbe spettato il compito di rappresentare la parte moderata dell’elettorato? Nessuno lo ha deciso, temoNon sono, strutturalmente, una persona buona per tutte le stagioni Per tutti questi motivi, ho deciso di interrompere alla fine di questa legislatura il mio impegno diretto in politica, ed ho deciso di darne comunicazione adesso quando l’iter di avvicinamento alla prossima scadenza elettorale è appena agli inizi, così da evitare il consolidarsi di aspettative attorno alla mia persona.

Trento, ottobre 2012

Alberto Pacher

http://www.ladige.it/file/lettera-aperta-alberto-pacher

Le motivazioni addotte da Pacher per spiegare questa scelta comunque di rottura sono inconsistenti e stranamente allusive, inficiando qualsiasi buona intenzione e dando adito ad altre possibili dietrologie. Ne parliamo più avanti; il punto centrale è quanto tale scelta si riconnetta alla storia di questi anni: che ci parla di un Pacher che, svestiti i panni del mite agnello, regolarmente diventa il fidatissimo esecutore dei comandi dellaiani, tutti indirizzati ad uccidere sul nascere qualsiasi autonomia della sinistra. Così poteva essere anche questa volta. Né è detto che, anche se tutti adesso danno per scontato la definitività della scelta, non si finisca per assistere a un qualche ripensamento e sorpresa dell’ultim’ora, come già visto alle ultime elezioni provinciali, con Pacher che spergiurava di rimanere sindaco di Trento, per poi invece candidarsi, su pressante richiesta di Dellai.

Novembre 2012

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13658

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Non bisognava cambiare passo, coinvolgere le energie positive del Trentino, aprire porte e finestre per non essere travolti dall’antipolitica? Non era necessario dare una nuova anima al governo della provincia? Le primarie per la scelta del candidato potevano e possono essere ancora uno strumento per creare mobilitazione, per capire le varie proposte in campo, per far partecipare i cittadini, per parlare di contenuti. Se esse si trasformassero nella finta competizione tra figure di partito, con il bollino dei partiti, le primarie sarebbero inutili, un gioco bizzarro per pesare con il bilancino gli equilibri burocratici della coalizione. «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». Così Manzoni nel colloquio tra il padre provinciale dei cappuccini e il conte zio. In questa situazione molti lavorano per fermare possibili padre Cristoforo, appunto «un uomo… un po’ amico de’ contrasti… che non ha tutta quella prudenza, tutti que’ riguardi…». Così, dicono, si vince. Altrimenti si fa il gioco dell’avversario. In questo quadro i contenuti spariscono. La “carta d’intenti” della coalizione, redatta in solitaria e poi “discussa” al tavolo dei segretari, è infatti un guscio vuoto di ovvi e retorici proponimenti validi per ogni stagione. Forse chiediamo troppo ma quando qualcuno è entrato nelle questioni concrete, la levata di scudi è stata pressoché unanime. Che fare allora? Posto che le primarie non si faranno o verranno organizzate per impedire il più possibile la libera scelta dei cittadini, vogliamo davvero arrivare alle elezioni in questo modo? Con le decisioni prese da sei persone? I tempi ci sono ancora per promuovere una grande convention programmatica della coalizione in cui possano intervenire esponenti dei mondi produttivi, delle associazioni di volontariato, dell’università e della cultura, della cooperazione, dei partiti, dei comitati dei cittadini, della stampa, parlando così davvero di futuro. Pensare ad una sorta di “grandi elettori” in grado di dire qualcosa. Non se ne farà nulla naturalmente. E si continuerà, come sempre, tanto alla fine non cambia niente. Ma se in ottobre registreremo il 25% di astensione e il 25% ai grillini, di chi sarà la colpa?

Piergiorgio Cattani, Trentino

Ma la vera campagna elettorale è quella occulta. Non c’è luogo o situazione nel quale qualcuno non ti dica: «Vedrai, alla fine il candidato sarà Pacher; perché non potrà non ripensarci». Ogni settimana c’è qualche principe che arriva da qua o da là per convincere l’ex sindaco di Trento e attuale reggente della Provincia a svegliarsi e a prendere in mano le redini di un centrosinistra sfiancato (anche governare logora). Lui, come nelle favole delle belle principesse, dice di no, ma tutti pensano che in fondo sia un sì mascherato. Persino la segretaria dell’Upt se ne esce puntando non su Gilmozzi o su qualche altro candidato naturale, ma invitando il solito Ale a tornare in campo. Operazione – questa del continuo (e vano) corteggiamento – che indebolisce ogni altro candidato, che mette in evidenza ogni divisione e ogni indecisione e che dimostra, ancora una volta, che più che un progetto (fatto in casa, da Raffaelli e Bonvicini, o da chiunque) si cerca un salvatore. Poi ci si stupisce se gli elettori considerano vecchi – e ormai incomprensibili – certi schemi ancor più di certi personaggi.

Alberto Faustini, Trentino

Se c’è un capo riconosciuto, vedi Dellai, le situazioni sono gestibili, altrimenti si cade nelle guerre intestine che imperversano nella sinistra. Sembra non ci siano vie di mezzo. O un leader o il caos. Prendiamo il PD trentino: ogni critica è un atto di lesa maestà. Si parla di nuovo ospedale, di edilizia, di stile di governo, di struttura istituzionale; si cerca di discutere sui problemi veri: ed ecco volano gli stracci. Con le accuse tipiche, a cominciare da quella di connivenza con il nemico. Di fare il gioco della destra. Di offendere la dignità delle persone. Di essere “divisivi e ingenerosi”. E infine – delitto imperdonabile – di dire che il Trentino non è il Bengodi. Solo un Pacher ci può salvare. La permanenza o il ritorno sulla scena del presidente facente funzioni sono visti da alcuni come la venuta del Messia, da altri come l’apparizione del “convitato di pietra” che, nel Don Giovanni di Mozart, giunge all’ora di cena per portare all’inferno il dissoluto protagonista dell’opera. In realtà è qualcosa di più profondo a non funzionare: l’incapacità di “fare gruppo”, di «creare spogliatoio», cioè di stare insieme per un progetto più grande della propria singolarità. Di solito chi detiene il comando accusa gli altri di “personalismo”. La soluzione non è però un “centralismo democratico” (che tradotto vuol dire “decidiamo noi”) ma un nuovo coinvolgimento dei cittadini. Quello che non si riesce a fare.

Piergiorgio Cattani, Trentino

Allora le primarie del centrosinistra non si faranno. O, se si faranno, sarà una stanca gara fra tre assessori uscenti: Olivi, Gilmozzi e Rossi. A metà giugno. Scuole finite, vacanze (chi può permettersele) già avviate. Ne vale la pena? Per il Pd assolutamente no. Perché la mobilitazione del suo elettorato per le primarie sarà quasi pari allo zero. Perché un elettore del Pd dovrebbe appassionarsi nella scelta tra Olivi, Gilmozzi e Rossi? Quale differenza c’è fra di loro? Fra tre assessori della “giunta Dellai (&Pacher)”?

Paolo Mantovan, Trentino

Voler chiedere le ragioni politiche alla scelta del candidato naturale a succedere a Dellai, cioè Alberto Pacher, non è un capriccio di un commentatore. Tanto più che lo stesso Pacher va ripetendo che le sue sono motivazioni politiche, ma non le esplicita a sufficienza. Ripetiamo: dire che non si accetta una nomination, implorata da tutti, perché parte del partito di Pacher non sarebbe sufficientemente schierata con lui è a dir poco puerile. E poi come si fa a rispondere a “questioni politiche” di cui non si conoscono i contorni precisi? Che grado di trasparenza si offre all’opinione pubblica? Il problema riguarda anche l’assetto istituzionale della nostra Provincia. Da dieci anni ci hanno spiegato che il Presidente della Giunta provinciale, eletto direttamente dai cittadini, deve rispondere ai cittadini prima che ai partiti. Si è detto che il candidato Presidente deve essere l’espressione della coalizione ma soprattutto deve essere capace di parlare ai trentini. Questo valeva solo per Dellai? Adesso infatti siamo arrivati a prospettare soluzioni burocratiche o bizzarre: il candidato lo scelgono le segreterie dei partiti oppure si ragiona su primarie di coalizione nelle quali però possono partecipare solo esponenti con il timbro di un partito, negando così il senso della consultazione…. Dietro l’angolo c’è sempre l’accusa di lesa maestà, oppure di danneggiare quella “cosa bella e fragile” che è la coalizione (tradotto: non disturbate il manovratore, teniamoci stretti questo assetto di potere). Il rinnovamento di cui la Provincia ha bisogno non può essere soltanto una riverniciatura. Questo non significa gettare a mare gli anni trascorsi che oggettivamente hanno garantito un buon governo al Trentino. Oggi però sembra che a parlare di debito provinciale, di grandi opere (vedi Not), di cambiamento alla radice della struttura amministrativa e burocratica della PAT, di cooperazione (vedi caso LaVis), si comprometta “l’impegno generoso” di qualcuno, si offenda il buon nome del Trentino e non si lavori per il benessere della comunità. Ebbene, questo è inaccettabile.

Piergiorgio Cattani, Trentino

Ale Pacher, il più votato alle ultime provinciali, non è certo impopolare. È entrato in Consiglio e in Giunta con una base solida. Ma di questo patrimonio non ha fatto niente, come vicepresidente è stato l’ombra di Dellai, come assessore è stato nullo. Subentrava a Grisenti (processato per corruzione) ai Lavori Pubblici, ha fatto rimpiangere il rude, discutibile ma efficiente predecessore, di fatto delegando tutto al dirigente ing. De Col, e nelle scelte strategiche appiattendosi sulle pensate di Dellai, anche quelle strampalate come Metroland. Come assessore all’Ambiente, poi, non lo ha visto nessuno, un desaparecido, se non quando si è messo a difendere maldestramente, di fronte alla popolazione inviperita, l’Acciaieria di Borgo e il discutibile operato dell’Appa, l’Agenzia provinciale che prima di controllare telefona ai controllati. La valutazione di Pacher diventa impietosa se la si confronta con l’operato di un altro uomo di sinistra, evidentemente di ben altra levatura, anch’egli vicepresidente e assessore all’Ambiente, Walter Micheli, che in pochi anni seppe produrre nel consenso generale una legislazione e una gestione ambientale invidiata in tutta Italia.

Insomma, la sbiadita figura di Pacher alla presidenza significa una cosa sola: Dellai ancora al comando. E qui sta il vero problema: il Trentino, dopo i quindici anni dellaiani, avrebbe bisogno di consegnare il principe Lorenzo ai libri di storia, e voltare pagina.

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13598

Osservo attonita la pietosa rappresentazione teatrale che si sta conducendo da mesi nel centrosinistra. Tutta l’insistenza priva di dignità di decoro e rispetto nei confronti del vicepresidente facente funzioni, tutta questa lentezza nelle discussioni accompagnata dal sistematico rinvio delle decisioni, ecco questo comportamento non mi pare più riconducibile al legittimo desiderio di presentare ai cittadini la miglior proposta elettorale possibile, mi pare piuttosto motivato dalla paura di rompere equilibri solidamente incrostatisi in 15 anni di governo e dalla paura di mettere in discussione posizioni saldamente occupate. I cittadini vogliono esercitare la loro libera scelta o attenersi alle decisioni prese da sei persone n una stanza?

Donata Borgonovo Re

I carbonari, i rinnegati, gli inciuciatori

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Stracci e strattonate con Bersani e i big del Pd. Sorrisi e strette di mano con Silvio Berlusconi. Verrà anche il giorno in cui Matteo Renzi e il Cavaliere si incontreranno con tutti i crismi in una sede istituzionale e alla luce del sole. Per ora siamo ancora nella fase «carbonara» dove ogni incontro più o meno annunciato prevede depistaggio della stampa e totale silenzio sui contenuti. Però i due si cercano. E ieri sera si sono trovati. Anzi, ritrovati. Il tutto per la gioia di chi nel Pd, ma non solo, da sempre sostiene che, tessere di partito e storie personali a parte, il sindaco di Firenze e il leader del Pdl hanno molto in comune

http://www.corriere.it/politica/13_aprile_16/faccia-faccia-cavaliere-rottamatore-alberti_d2f51046-a656-11e2-bce2-5ecd696f115c.shtml

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Il Pd sta vivendo una condizione di default psicofisico e queste lotte interne lo dimostrano. Renzi in particolare emerge pur essendo il nulla al cubo, è insidioso perché è una merce che può essere rifilata a chiunque. Gestisce molto bene la sua comunicazione e il suo profilo e si adatta a tutte le situazioni e a confronto Maria De Filippi è un gigante del pensiero.

Parola di Maurizio Gasparri (!!!)

http://www.ansa.it/web/notizie/collection/rubriche_politica/04/16/Gasparri-Renzi-nulla-cubo_8559467.html

Quel che i grillini non vogliono capire: Il “caso” vuole che siano rimasti proprio i 3 caballeros

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Ora, molti chiedono: “perché non Rodotà?”. E si incazzano anche con me, che Rodotà l’ho pure votato. Tre volte. La risposta la trovate qui sotto: Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd che non guarda al M5S ma a destra. Spero sia chiaro a tutti. Ed è questo il vero problema.

Giuseppe Civati

Nei ‘desiderata’ del Cavaliere, si racconta, resisterebbero ora i due ‘soliti noti’ e cioe’ Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Il Fatto Quotidiano del 20/04/2013.

Renzi ha liquidato anche Prodi. 

Ferruccio De Bortoli, tweet

Il sospetto è affiorato quando il sindaco di Firenze con un tempismo giudicato eccessivo ha definito morta la candidatura di Prodi. A impallinare l’ex premier, secondo questa ipotesi, sarebbe stata una saldatura tra il fronte dalemiano e renziano (il colloquio tra i due a Palazzo Vecchio fa da sfondo a questa ricostruzione). Far cadere la candidatura del Professore avrebbe avuto lo scopo di riaprire un dialogo con il Pdl. Sul nome stesso di D’Alema o su quello di Amato. E proprio D’Alema, che nei giorni scorsi ha incontrato il sindaco a Palazzo vecchio a Firenze, aveva detto di Renzi: “E’ intelligente e è una risorsa per il futuro”, aggiungendo una critica esplicita al fatto fosse stato escluso dal novero dei grandi elettori.

E qui torna quello che Renzi scrive nel suo post su Facebook: “Il Quirinale richiede per definizione una persona esperta e competente. Lasciatevelo dire da rottamatore, il Quirinale non si trova il candidato ‘nuovo’. Il Presidente della Repubblica deve avere caratura internazionale e senso dello stato”. D’Alema o Amato, appunto. Non certo candidati nuovi. Ma esperti, competenti e di caratura internazionale.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/19/renzi-lancia-figura-esperta-e-di-caratura-internazionale-e-profilo-di-amato/569455/

Ma chi sono i franchi tiratori? Nei crocicchi dei democratici a Montecitorio si parla di un cocktail di malcontento. Che vede in prima fila i dalemiani, certo. Perché Max, si sa, Prodi non lo può vedere. Almeno quanto non può vedere Veltroni. Ma anche gli ex popolari avevano più di un motivo di scontento nei confronti di Bersani. Per come ha fatto uscire di scena troppo presto Franco Marini. Ma qualcuno punta il dito anche sui renziani. Nonostante il sindaco di Firenze avesse appoggiato il nome del Professore, l’epitaffio di Renzi – “la candidatura di Prodi non c’è più” – arrivato a urna ancora calda (ore 19.20) è sembrato assolutamente intempestivo. Facendo entrare il rottamatore, che controlla una cinquantina di grandi elettori, nel novero dei possibili cecchini. “Prima di parlare bisognava aspettare che lo facesse Prodi. O Bersani”, sussurra qualche deputato democratico.

http://www.blogo.it/news/politica/redazione/21197/franchi-tiratori-renzi-dalema-ed-ex-popolari-nella-lista-dei-sospettati/

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27 FEBBRAIO 2013

Il sindaco di Firenze e i big del partito, già contro il segretario, guardano al Pdl e a un governo di larghe intese. E il rottamatore diserta il vertice post-sconfitta

Si dice che il pesce puzza dalla testa. E se il pesce è il Partito democratico uscito stordito dal risultato elettorale di lunedì, a puzzare è in primis il suo segretario Pier Luigi Bersani. Il suo intervento di ieri alle 17, dopo un’intera giornata da desaparecido, non è piaciuto all’ala renziana del partito e ai leader storici del partito. L’impressione è che Bersani sia già di troppo e che una buona fetta del partito lo veda già come un perdente, come un ostacolo allo svolgimento di proficue trattative per la formazione del governo.

All’ipotesi di un’apertura ai grillini si oppongono  big come Massimo D’Alema, per il quale aprire ai 5 stelle significherebbe produrre “conseguenze gravi per il lavoro, i risparmi e la vita degli italiani”. E come Veltroni, per il quale ora la starada migliore è quella di “aspettare” Giorgio Napolitano e i suoi tentativi di sbloccare una situazione intricata. E’ convinzione di Paolo Gentiloni e Giorgio Tonini che non si debba sbattere la porta in faccia al Pdl, anche in vista di un governo dalle larghe intese  a guida di personaggi come Giuliano Amato.

Insomma: a parte i fedelissimi di osservanza bersaniana come Stefano Fassina e Matteo Orfini, per i quali “è impensabile fare un governo senza Grillo”, una parte considerevole del Pd guarda già a Matteo Renzi come condottiero di questa nuova fase politica. Il sindaco di Firenze, in queste ore, ha fatto pesare la sua assenza tanto in fase di commenti dinnanzi all’opinione pubblica, quanto alla riunione serale dei big: “Io non partecipo ai caminetti, a queste robe qui”. Tradotto: Bersani ha voluto la bicicletta (con le primarie, ndr)? Ora pedali. Lo sguardo è già al piano B: un governo tecnico di Pd e Pdl con un programma limitato, istituzionale e di salute economica, magari guidato proprio da Renzi. Il quale avrebbe commentato il discorso di ieri di Bersani con le seguenti parole: “Siamo alla follia”. Più chiaro di così…

http://www.liberoquotidiano.it/news/home/1192824/Renzi–D-Alema-e-Veltroni–gelano-il–grillino–Bersani—-Una-follia-aprire-ai-5-stelle-.html

E QUINDI?

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Ricapitoliamo: gli stessi parlamentari del Pd che ieri avevano votato Prodi per governare senza Berlusconi oggi voteranno Napolitano per governare insieme a Berlusconi. Rimpiangeremo Bersani, oh se lo rimpiangeremo…

Redazione del Manifesto

Sono disponibile, non posso sottrarmi alla responsabilità.

Giorgio Napolitano, classe 1925

< Hindenburg rimase in carica fino alla sua morte, avvenuta il 2 agosto 1934 nella sua casa di Neudeck (Prussia Orientale), due mesi prima del suo ottantasettesimo compleanno. Il 30 gennaio 1933 aveva nominato Hitler alla carica di Cancelliere del Reich. Il giorno prima della sua morte, Hitler volò a Neudeck per rendergli visita. Hindenburg, vecchio e confuso, pensò di essere dinnanzi al Kaiser e lo chiamò «Sua Maestà» >

da wikipedia

Il fatto è che gli elettori del PD hanno sbagliato a votare alle primarie. Se avessero fatto vincere Renzi non sarebbe stato necessario perdere tutto questo tempo. Insipienti! Ma che stress dover sempre mettere una pezza agli errori dell’elettorato! Non se ne può proprio più.

Ci troveremo presto sul groppone un altro governo “tecnico”, magari a guida Renzi e con il sostegno di Monti, Berlusconi e teodem. Bersani non può più impedirlo, il M5S guadagnerà altri voti senza doversi responsabilizzare e dovremo aspettare diversi anni prima che una sinistra riorganizzata possa ambire a governare il paese.
Salvo rivolte/catastrofi assortite.
Serve un po’ di luce perché quaggiù è molto buio, per il momento.

A Roma serve un Barca (non un Alcibiade) – la Terza Repubblica in 33 comode rate

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La famiglia [Barca] si distingue dal soprannome di Amilcare, detto “Barak”(poi tradotto in “Barca”), ovvero “folgore”, “fulmine”, per le sue qualità di condottiero di eserciti e di politico decisionista. Secondo un’altra interpretazione il nome di Barca deriverebbe da “Baruk” ovvero “il benedetto” a indicare una particolare protezione da parte degli Dei.

http://it.wikipedia.org/wiki/Barcidi

L’Occidente è fin troppo spostato a destra. Questo squilibrio è nefasto e può solo causare morte (suicidi, rivolte, violenza eversiva, svolte autoritarie).

Matteo Renzi è legato a Michael Ledeen via Marco Carrai (è anche culo e camicia con Tony Blair, altro grande amico dei neocon)
http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2490000/2486104.xml?key=bersani&first=341&orderby=1
Ledeen, oltre ad essere un neocon superguerrafondaio, era legato alla P2 tramite il SISMI ed è certamente stato coinvolto in varie operazioni GLADIO: “Michael Leeden, associated with the Georgetown Center for Strategic and International Studies (CSIS) in Washington, a right-wing think tank; and Leeden had strong connections with a faction of the Italian secret service (SISMI) linked to the P2 secret masonic lodge, which first revealed the phoney proposed attack on the Pope by the Soviet Minister of Defence Marshal Ustinov”.
http://www.independent.co.uk/news/people/obituary-claire-sterling-1588401.html
Ora sta a noi scegliere: vogliamo che il PD divenga uno strumento della NATO e della CIA, o vogliamo un partito di sinistra?
[N.B. Tutte queste notizie sono di dominio pubblico da mesi e questa è la ragione per cui Renzi non vincerà mai delle primarie ma vuole ugualmente per sé il governo: i renziani non riuscirebbero a vedere una balena davanti al loro naso - Mr Magoo è un cecchino al loro confronto].

Serve una riequilibrante svolta a sinistra.
Fabrizio Barca dice cose di sinistra. Il suo manifesto è di sinistra.

Fabrizio Barca, per quel che ho potuto capire, sembra essere il politico italiano che più somiglia per indole, valori ed idee al mio politico di riferimento, cioè Dominique de Villepin (che NON è di sinistra, essendo un neogollista, ma si trova non poche volte a battersi dalla stessa parte di Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra francese).

Mi pare che Barca abbia il pragmatismo necessario a tradurre in un progetto credibile e a lungo termine le aspirazioni di molti grillini e molti elettori di SEL, RC e sinistra PD, ma anche del cattolicesimo sociale e di una parte della destra sociale. Se è questa la linea del PD del futuro, allora SEL non ha ragione di esistere e Vendola ha preso la decisione giusta.

Per sommi capi, il pensiero di Barca:

  1. PARTITO DI SINISTRA: “Non mi riferirò a un partito in genere…ma a un partito di sinistra, essendo questo ciò che mi preme” (dalla sua “Memoria politica dopo 16 mesi di governo“, p. 1);
  2. UNIONE EUROPEA: Denuncia l’incompiutezza e dalle incertezze dell’Unione Europea e i suoi paradigmi errati, chiede un rilancio della cittadinanza europea con la restituzione della sovranità ai cittadini europei (p. 1).
  3. TEORICI: cita Amartya Sen e Willy Brandt, Bruno Kreisky e Olof Palme (un trio che per me rappresenta l’apogeo della politica socialdemocratica e dell’internazionalismo socialista pre-thatcheriano/reaganiano: quando i governanti sapevano ancora dire no all’iniquità finanziaria e guerraiola).
  4. CONFLITTO SOCIALE: Considera che senza un conflitto anche aspro di idee non ci si avvicina a soluzioni efficaci. Perciò il conflitto sociale va bene, se è governato e se esiste una coesione di sentimenti e convincimenti generali che parlino ai nostri sentimenti (= se parti sociali e governanti dimostrano buona volontà e buona fede, ponendo l’enfasi sull’interesse generale).
  5. MOBILITÀ Chiede più mobilità sociale per evitare un conflitto intergenerazionale dannoso per tutti.
  6. PARTITOCRAZIA: Vuole porre fine alla partitocrazia, ma non ai partiti (li vuole più aperti, più sensibili alle istanze che provengono dalla cittadinanza) – No a commistioni tra organi di partito e funzioni pubbliche = no al partito che cerca di impadronirsi di apparati dello Stato (colonizzazione dell’amministrazione e clientelismo – p. 10).
  7. DEMOCRAZIA DELIBERATIVA: Suggerisce la via dello “sperimentalismo democratico” (democrazia deliberativa), una via intermedia tra la tecnocrazia avulsa dalla società civile (degenerazione della democrazia rappresentativa) e la demagogia della folla che decide su tutto, attraverso la Rete (democrazia diretta integrale, degenerazione del concetto di sovranità popolare): “la macchina pubblica deve piuttosto costruire un processo che promuova in ogni luogo il confronto acceso e aperto fra le conoscenze parziali detenute da una moltitudine di individui, favorisca l’innovazione e consenta decisioni sottoposte a una continua verifica degli esiti, sfruttando le potenzialità nuove della Rete e dando continuamente forma alle preferenze e alle scelte nazionali” (dal Manifesto, p. 3).
  8. PARTITI NON PIÙ STATO-CENTRICI: Il partito dovrebbe essere immerso nella società civile, fungere da palestra di una democrazia partecipata, non essere un’espressione dello Stato (dev’essere “sfidante dello Stato stesso”): solo così è possibile un connubio tra principio di competenza e principio di maggioranza (p. 3).
  9. DEMOCRAZIA PARTECIPATA: Il partito deve produrre una “mobilitazione cognitiva”: far discutere e ragionare la gente, tirar fuori le idee migliori, gli intenti, motivazioni e sentimenti migliori, “i migliori angeli della nostra indole” (cf. Lincoln), fare comunità: “un partito palestra che offre lo spazio per la mobilitazione cognitiva, per confrontare molteplici e limitate conoscenze, imparare ognuno qualcosa, confrontare errori, cambiare posizione, costruire assieme soluzioni innovative per stare meglio e gli strumenti e le idee per farle vincere; e permettere così anche che dal confronto collettivo si profili e vada emergendo un avvenire più bello per i nostri pronipoti con tratti che oggi non possiamo anticipare” (p. 4).
  10. FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI: No all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ma suo ridimensionamento (affinché gli iscritti esercitino un maggior controllo sul partito) e trasparenza sul metodo di raccolta e sull’impiego.
  11. BUROCRAZIA E STATALISMO: Riforma della macchina dello stato: “affetta da smania normativa; trascura sistematicamente l’attuazione, mancando di “ingegnerizzare” i processi realizzativi; pretende dai cittadini il rispetto delle scadenze mentre non le rispetta essa stessa; ignora la valutazione degli esiti; non facilita o rifiuta, a livello nazionale, il confronto aperto con le soluzioni alternative che vengono dalle esperienze territoriali (p. 10).
  12. NATURA UMANA: Rifiuto del cinismo: la natura umana non è solamente egoista e la “natura italica” che ci inchioderebbe al malgoverno è un mito etnico (p. 11 del Manifesto).
  13. LEGGE ELETTORALE: Riforma di una legge elettorale che rende inutili le primarie (p. 13);
  14. PRIMARIE: Senza una chiara separazione tra partito e stato, le primarie danno vita a forme di cesarismo, “appagando a poco prezzo la domanda di democrazia dei cittadini, e accentuando il tratto personalistico dei partiti” (p. 13).
  15. GOVERNANTI E GOVERNATI: Partito moderno deve agevolare il confronto tra le parti sociali: “insegnanti con studenti e genitori, operai di una fabbrica inquinante con cittadini inquinati, abitanti di un’area attraversata dalla ferrovia con gli utenti del treno, e così via” (p. 14). Il confronto pubblico può facilitare la realizzazione di: una visione condivisa del futuro, una cinghia di trasmissione tra governo e società civile che permetta di prendere decisioni fondate sull’esperienza compiuta nel territorio, una maggiore comprensione del processo decisionale, possibilmente la neutralizzazione liderismi (uomini della provvidenza, capi-popolo) e di riforme mal comprese ed inattuabili, “uno dei tratti distintivi dell’ultimo venticinquennio” (p. 18).
  16. LA SOCIALDEMOCRAZIA (vizi e virtù): “La soluzione “socialdemocratica” ha consentito, dove è stata compiutamente praticata, – non in Italia – straordinari risultati in termini di qualità di vita dei cittadini e del lavoro, promuovendo la libertà sostanziale, l’inclusione sociale dei cittadini, ossia la loro capacità di fare le cose alle quali assegnano valore nella vita, e la dignità del lavoro, e accompagnando dopo la seconda guerra mondiale una straordinaria stagione di crescita. Ma questa soluzione ha mostrato anche crescenti criticità: difficoltà nel soddisfare con servizi standard (per salute, istruzione, cura di infanzia e anziani, manutenzione territoriale) le preferenze assai diverse dei cittadini, che lo stesso benessere andava ampliando; comportamenti adattivi dei cittadini assistiti, con effetti di erosione del loro impegno; deviazioni rilevanti dall’interesse generale nell’uso delle risorse pubbliche; effetti negativi sugli animal spirits degli imprenditori, connessi agli strumenti pubblici altamente discrezionali impiegati per assicurare loro l’afflusso di capitale dai risparmiatori” (p. 21).
  17. IL NEOLIBERISMO (vizi e virtù): “La soluzione “minimalista”, o liberista, con cui si è data risposta alle criticità del modello precedente, ha promosso in tutti i campi, sul piano del metodo, nuove tecniche di misurazione dei risultati attesi dell’azione pubblica, ha sfruttato le nuove tecnologie dell’informazione per rendere pubblici e verificabili tali obiettivi e le informazioni raccolte e prodotte dalla macchina pubblica, ha dato vita a un confronto serrato sulla valutazione degli effetti dell’azione pubblica. Ma… riflessi negativi profondi sulla qualità dei beni pubblici prodotti dallo Stato e sulla loro inclusività, e dunque sulla democrazia…incontrollabilità degli amministratori e squilibri talmente profondi nelle modalità di approvvigionamento del capitale da parte delle imprese da creare le basi per ricorrenti crisi di fiducia finanziaria…demolizione sul piano culturale e normativo (regole rigide automatiche – di nuovo – di pareggio del bilancio) della capacità degli Stati nazionali di contrastare le crisi”. Questo è successo in nome di due miti privi di fondamento: tecnocrati sanno trovare soluzioni universali, governi devono solo applicarle + le imprese sono a contatto con la realtà e sanno cosa sia meglio per tutti (pp. 21-22).
  18. ELITISMO: Entrambe le visioni vanno superate per via di un loro errore comune: “ritenere che alcuni, pochi, soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse” (p. 23).
  19. SPERIMENTALISMO DEMOCRATICO: La macchina pubblica, prima di decidere, deve coinvolgere detentori di conoscenza e esperienza e mettere a confronto le loro competenze, attraverso un “processo di mutuo apprendimento con il massimo possibile di impegno e sviluppo degli individui” (p. 25);
  20. COME? “Assicurare banche dati aperte per apprendere, monitorare e valutare azioni pubbliche (es. il sito http://www.opencoesione.gov.it/ per le azioni pubbliche finanziate da fondi europei per la coesione); consentire una comunicazione fra istituzione pubblica e cittadini in merito alla missione della prima; offrire a realizzatori di soluzioni locali l’opportunità di apprendere errori e soluzioni di altri realizzatori di simili interventi; incentivare il gratuito contributo privato alla soluzione di problemi pubblici” (p. 26).
  21. AUSTERITÀ: “Come scriveva Enrico Berlinguer in un passaggio poi mancato della nostra storia repubblicana, l’austerità “può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia”36. Il minimalismo promuove la prima strada. Lo sperimentalismo la seconda” (p. 27).
  22. MINIMALISMO vs. SPERIMENTALISMO: elitismo vs. partecipazione; terapia choc (paura ammorbidisce resistenze) vs. trasparenza e coinvolgimento (attenuare la paura facendo sentire i cittadini protagonisti della ricerca ed implementazione dei rimedi); pareggio di bilancio come dogma vs. valutazione politica delle esigenze della società e dell’economia; espansione degli emolumenti vs. essere un amministratore pubblico è un onore e la remunerazione e stile di vita non possono essere sproporzionati rispetto a quelli dei cittadini (pp. 27-28).
  23. INTERNET (vizi e virtù): “L’offerta di connessione universale e tempestiva della Rete, la sua capacità di accumulo, archiviazione e recupero delle informazioni, creano straordinarie possibilità di informazione, di mobilitazione, di controllo, degli elettori sugli eletti e in genere dei cittadini sulle azioni pubbliche, e consentono di smascherare la manipolazione delle informazioni da parte delle élite. In particolare, la Rete offre una piattaforma per lo sperimentalismo, perché incentiva i cittadini a dare il proprio contributo: lo fa riducendone il costo, assicurandone la non manipolazione e offrendo la possibilità di verificare l’utilità del proprio contributo attraverso il numero di connessioni” (p. 31). MA: “la Rete non può in alcun modo assicurare l’“approfondita disamina dei problemi”, la “fase necessariamente lenta, problematica, riflessiva della discussione”, il confronto acceso e ragionevole che sono richiesti dalla complessità dei problemi stessi e dalla necessità di “inventare” soluzioni per l’azione pubblica che ancora non esistono. Solo supponendo che la conoscenza richiesta per assumere decisioni di buon governo sia assai limitata, solo negando il processo laborioso e sofferto di confronto fra conoscenze e interessi diversi che ogni azione pubblica “giusta” richiede, solo supponendo che le soluzioni siano già tutte pronte e non debbano viceversa essere costruite, caso per caso, si può pensare che il processo decisionale, e dunque l’input dei cittadini ai governanti, sia esaurito dalla Rete. Ma questo assunto è errato, proprio come errato è l’assunto minimalista della concentrazione in poche teste di ciò che c’è da sapere. La Rete può allora dare ai partiti uno straordinario slancio nel giocare la partita dello sperimentalismo, consentendo e costringendo il processo deliberativo a essere aperto. Non può sostituirsi ai partiti” (p. 32).
  24. OLIGARCHISMO: “Sono le idee, talora maturate endogenamente, talora portate anche in modo traumatico dall’ “esterno”, a poter rompere l’equilibrio perverso di élite estrattive, non solo rinnovandole ma anche facendo loro “cambiare la testa”; cioè convincendole a giocare una partita che è di interesse generale” (p. 32) – “Perseguire la concentrazione delle decisioni nelle mani di pochi non è solo in tensione con il principio di rappresentanza. È anche in tensione con il principio di competenza. È un errore e basta…La grave crisi economica in atto è anche, in larga misura, il risultato di questo errore” (pp. 38-39).
  25. LA SINISTRA E L’EUROPA: un partito di sinistra DEVE dialogare con la sinistra europea, definire che futuro vogliamo per l’Europa e le azioni da intraprendere per dargli forma (p. 36)
  26. VISIONE CONDIVISA: “Nel processo di mobilitazione cognitiva, il trasferimento delle conoscenze non opera solo dal basso verso l’alto viaggia anche dall’alto verso il basso” (p. 40). Il punto d’incontro crea quella visione condivisa che è mancata nella seconda repubblica.
  27. COME NASCE UNA VISIONE CONDIVISA? “il confronto deve essere informato, aperto alla diversità, alla contestazione e alla considerazione convinta dei punti di vista (anche assai) diversi dal proprio, volto alla ricerca di un “accordo” anche parziale. Proprio la procedura del confronto e il principio di ragionevolezza (la “capacità di difendere un’idea in una discussione pubblica strutturata in modo libero e aperto”) che deve animarlo rendono tale accordo possibile. Per queste ragioni, il confronto può trarre impulso dall’uso della Rete, può trovare nella Rete la base informativa, la possibilità di contribuire in modo non costoso e verificabile negli effetti, ma ha bisogno di focalizzarsi e di trovare poi i suoi ritmi lenti in luoghi fisici del territorio” (p. 41).
  28. CHI FUNGE DA LEVATRICE DI QUESTA VISIONE CONDIVISA? “Il confronto andrà governato da leader (locali, intermedi e nazionali) di qualità che condividano e sappiano praticare con competenza il metodo: si tratterà di volontari (nelle micro–unità territoriali) o di funzionari professionisti che il partito dovrà selezionare e formare” (p. 42).
  29. COSA VUOL DIRE MILITARE IN UN PARTITO NUOVO? l’iscrizione dev’essere legata a una genuina partecipazione, aperta ad individui ad associazioni, escludendo circoli chiusi ed auto referenziati che controllano le tessere. Le occasioni di confronto devono venire incontro alle esigenze di tutti i cittadini (donne, operai, anziani, ecc.) anche quelli che non aderiscono al partito ma sono interessati a certi temi e i rappresentanti di associazioni indipendenti e determinate a restare tali. Solo così le sensibilità individuali possono essere convogliate in motivazioni collettive e si possono aiutare i cittadini a sfuggire alla trappola della “segregazione comunitaria” (lo schiacciamento della propria identità su una sola dimensione: religiosa, etnica, di età, etc.), nonché a dare un contributo informato in fase di valutazione del da farsi (pp. 42-43).
  30. SPIRITO PUBBLICO/CIVISMO: questa forma di partecipazione dovrebbe istradare i naturali egoismi personali in uno sbocco di servizio alla comunità: “l’indipendenza può evitare il conformismo indotto dall’imitazione; l’imitazione può evitare l’autoreferenzialità e la sordità indotte dall’indipendenza” (pp. 45-46).
  31. EDUCAZIONE CIVICA: i giovani, partecipando al dibattito in varie vesti, apprendono a “interpretare e discutere dati; reperire e valutare norme; ricercare e valutare argomentazioni di merito; investigare modelli attuati altrove; partecipare a applicazioni di sperimentalismo; studiare e illustrare documenti di indirizzo delle istituzioni internazionali, europee e nazionali” (p. 48).
  32. QUESTIONI DA AFFRONTARE PER PASSARE DALL’IDEA ALLA PRASSI: le trovate elencate da p. 50 a p. 52 – “Mi è stato fatto giustamente osservare che solo quando a tutti questi interrogativi saranno state date risposte convincenti l’ipotesi di partito nuovo presentata in queste pagine assumerà la forma di un “programma politico”. Concordo. Sono certo che le risposte possano venire solo dal lavoro congiunto di una “squadra” che dovesse accogliere con interesse e sentimento e adeguatamente sviluppare l’ipotesi presentata in questa memoria” (p. 52).
  33. COSA VUOL DIRE ESSERE DI SINISTRA, OGGI? Voler realizzare i principi/valori costituzionali: “dalla dignità sociale all’impegno per il bene comune, dal benessere fisico a quello intellettivo, dal lavoro alla relazione con gli altri e con la natura” (p. 53) – tutelare le libertà civili (p. 53) – garantire “l’adempimento dei doveri di appartenenza alla comunità, inclusi quelli “inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Cost. art.2) e quelli tributari, da fondare su “criteri di progressività” (Cost. art. 53) (p. 53) – le limitazioni di sovranità nazionali in favore del progetto europeo hanno senso solo nell’ottica della “crescita dei diritti e dei doveri che l’Unione Europea garantisce ai cittadini italiani e di ogni Stato membro in quanto cittadini europei” (p. 53) – il ripudio della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (Cost. art. 11) e l’espansione dei doveri di solidarietà ci impongono di “anticipare tensioni e fonti di conflitto”, “scongiurare disegni geo-politici e militari costruiti su disinformazione” e “sviluppare interventi di cooperazione internazionale efficaci e valutati in modo aperto” (p. 54) – Ambiente, paesaggio, “patrimonio storico e artistico”, cultura (Cost. art. 9) sono beni pubblici e vanno amministrati tenendo conto degli interessi di “generazioni future che non possono ancora far valere le proprie convinzioni” (p. 54) – sindacalismo (Cost. art. 39) e partecipazione dei lavoratori “alla gestione delle aziende” (Cost. art. 46) sono inderogabili e occorre sempre promuovere “le condizioni che rendano effettivo” il diritto al lavoro (Cost. art.4) con particolare attenzione alle donne (Cost. art. 37) (p. 54) – “Mercato aperto, libera iniziativa privata e concorrenza costituiscono condizione per lo sviluppo”: lo stato supplisce, sanziona, tutela, gestisce le fluttuazioni economiche (p. 54) – gli esseri umani devono essere messi nelle condizioni di dare il meglio di sé: pari opportunità (p. 54) – verifica pubblica dell’esito dell’azione di governo (p. 55) – temi etici: il governo deve rispettare la volontà della maggioranza dei cittadini e cercare soluzioni che incontrino un consenso maggioritario nel paese (p. 55) – ogni cambiamento (tecnologico, culturale, sociale) va assecondato se conduce verso “assetti della società più giusti, sostenibili e augurabili per le generazioni future” (p. 55) – “I partiti devono assicurare con strumenti cogenti la “disciplina e onore” (Cost. art 54) dei loro eletti, la selezione di questi per merito e capacità, e la loro condivisione delle condizioni comuni di vita dei cittadini che rappresentano” (p. 55).

http://download.repubblica.it/pdf/2013/politica/barca_manifesto.pdf

Chi vuole la morte dell’euro e perché? Dell’insostenibile superficialità e/o malafede degli eurofobi

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Il 99% dei climatologi crede nel riscaldamento globale perché ha delle ottime ragioni per farlo: è (è stato?) un evento reale. Il disaccordo è ristretto alle cause (cicliche?) e conseguenze (glaciazione?) di un fenomeno innegabile.

Al contrario, gli eurofobi, per difendere la loro fede, devono cosiderare validi i seguenti (irrazionali) enunciati:
1. Il 99% ( stragrande maggioranza) degli economisti ed analisti finanziari ha torto, in quanto contrario all’uscita dall’euro [qui e qui per un'analisi marxista europeista della crisi dell'eurozona e delle sue soluzioni];
2. Il 99% (stragrande maggioranza) dei politici della sinistra anti-liberista non ha capito niente, in quanto contrario all’uscita dall’euro;
3. Le proprie competenze macroeconomiche sono sufficienti per stabilire che Bagnai – professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara – e Messora – responsabile del gruppo di comunicazione del Senato per il M5S – sono nel giusto mentre tutti i premi Nobel per l’Economia (inclusi quelli citati con favore dalla sinistra, come Krugman e Stiglitz, che considerano l’uscita dall’euro l’extrema ratio, da usare solo se Francia, Italia, Spagna & co. non fanno fronte comune contro il governo tedesco) sbagliano.
Contenti loro.
D’altronde molti eurofobi sono anche convinti che l’Islanda abbia sconfitto l’FMI e la finanza internazionale e che l’Argentina se la passi bene. Ma questa è un’altra, triste, storia.

*****

La (deliberatamente) irresponsabile gestione della crisi cipriota – tra parentesi, pare che i ricchi siano riusciti a mettere in salvo i loro soldi durante il congelamento dei conti – dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che non esiste la benché minima volontà di unificare l’Europa. In questi anni è stato fatto di tutto per distruggere l’unione, fomentando localismi, razzismi e nazionalismi ed ostacolando qualunque sforzo di correggere i gravi difetti strutturali, realizzare un autentico risanamento, ridurre la disoccupazione. Lungi dall’unire, ogni possibile iniziativa divisoria è stata intrapresa.

Non riesco a capire come mai così tante persone credano alla favola del complotto europeista. Con il passare del tempo il capitale di eurofilia è stato sprecato, mentre l’eurofobia aumenta. I dirigenti della troika vedono che l’austerità aumenta l’indebitamento e scatena l’eurofobia ma continuano imperterriti. Li crediamo davvero così idioti? E’ molto più probabile che sappiano perfettamente quel che stanno facendo e che si stiano avvicinando alla meta  (divide et impera).

Stanno eutanasizzando l’eurozona e l’Unione Europea: Cipro è solo la più recente dimostrazione di questo fatto.

Se di complotto si tratta, ha evidentemente l’obiettivo di far odiare l’Unione Europea e di avviare la sua disgregazione. Washington, Wall Street, City di Londra e Francoforte sentitamente ringraziano: un temibile avversario in meno.

Tra il 2010 ed il 2013 si sono espressi a favore della dissoluzione o frazionamento dell’eurozona:: Bundesbank, Lega Nord (Borghezio, Speroni), Berlusconi, UKIP, destra sudtirolese, destra austriaca, destra bavarese e tedesca, Marine Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders (destra olandese), “Veri finlandesi” (destra finnica) una parte del M5S, Magdi “ex Cristiano” Allam, BRZEZINSKI, SOROS, Thilo Sarrazin, The Economist, Wall Street Journal, Luigi Zingales, Otmar Issing (ex dirigente Bundesbank, ora GOLDMAN SACHS). C’è anche Claudio Borghi Aquilini, editorialista del GIORNALE, ex managing director di DEUTSCHE BANK, esperto di intermediazione finanziaria e di economia e mercato dell’arte, legato agli ambienti neoliberisti e reazionari che vogliono una scissione semi-permanente tra Nord e Sud Europa (Bundesbank e confindustria tedesca).
Il gotha del neoliberismo odia l’euro e non l’ha mai nascosto: David Cameron e le redazioni del Telegraph e della Frankfurter Allgemeine Zeitung, due quotidiani ultraconservatori.

Antonio Fazio: “l’ultimo Governatore di Bankitalia a vita, poiché a causa del suo comportamento si è ritenuto necessario prevedere una durata di 6 anni, con mandato rinnovabile una sola volta, per questa carica” (wikipedia)

Milton Friedman, padre del neoliberismo, l’ideologia di riferimento delle banche d’affari e della Bundesbank. Martin Feldstein, già consigliere di Ronald Reagan. Cesare Romiti.

Barbara Spinelli: “Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall’altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell’Agenda, e quello di chi vuol rifondare l’Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d’Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l’Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un’unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava”.

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/27/news/moderatamente_europeo-49496435/

E se scoprissimo che le “autorità europee” in realtà sono anti-europee, un virus che sta uccidendo l’organismo europeo dall’interno, nella maniera più subdola?

Scrive Alfonso Gianni: “Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti…Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti. In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità…”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-otto-punti-del-pd-sono-inadeguati-ad-affrontare-la-crisi-europea/

Esasperi i popoli europei e ripeti, ossessivamente, il mantra “ce lo chiede l’Europa”. Sai perfettamente che non otterrai alcuna legittimazione al disegno di unificazione europeo, ma semmai il contrario.

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MARIO MONTI È EUROPEISTA?

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di crisi gravi, per fare dei passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali al livello comunitario… è chiaro che (…) i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle, perché c’è una crisi grave, conclamata».

(M. Monti, alla Luiss 22 febbraio 2011)

Machiavellismo conclamato: benzina sul fuoco del complottismo. La crisi dell’eurozona è stata pianificata per imporre l’Unione Europea a popoli riottosi? Difficile liberarsi dal sospetto quando uno si esprime pubblicamente in questi termini, ben sapendo che il video circolerà viralmente.

Perché spiattellare tutto con questa sfacciataggine?

Forse per alimentare l’anti-europeismo?

Barbara Spinelli dubita che Monti sia un sincero europeista: “Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unicoCulturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant’anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni ’20-’30, più che la ripresa cosmopolitica del ’45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività…La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l’Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre?”

http://www.repubblica.it/politica/2012/02/22/news/tentazione_muro-30294783/

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ANGELA MERKEL È EUROPEISTA?

«Sta rovinando la mia Europa».

Helmut Kohl, riferendosi alla Merkel

 “Per alcuni questo rimandare all’unione politica, questo discorso che vola alto sul piano diplomatico e che rimanda all’arco di almeno dieci anni è un modo per apparire più europeista di quanto non sia: le misure a breve termine per uscire dalla crisi la Germania non è disposta a vararle. […]. La presa di posizione della cancelliera continua a ricevere critiche. Angela Merkel “Dia un segnale che il futuro dell’Europa è più importante della pace interna nella sua coalizione” ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico al Parlamento Ue, l’austriaco Hannes Swoboda. “E’ scandaloso – aggiunge Swoboda – che mentre la casa brucia, la cancelliera chieda piani di lungo termine per attrezzare il dipartimento dei vigili del fuoco“.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=166060

È peraltro la stessa Angela Merkel che a Strasburgo ha bloccato qualunque soluzione ipotizzata per risolvere la crisi, impedendo ulteriori interventi mirati della Bce sui titoli degli Stati membri e negando ogni possibile emissione di eurobonds. Eppure è sempre la stessa Angela Merkel che una settimana prima, al Congresso a Lipsia del suo partito, la Cdu, rivendicava il ruolo dell’Europa per la pace nel mondo.

Il cancelliere citava i suoi predecessori Adenauer e Kohl, paladini di una integrazione europea nello stesso evidente interesse della Germania. Si è trattato ovviamente di dichiarazioni generiche e vuote che corrispondono esattamente al contrario del suo comportamento, proprio mentre all’interno della stessa Cdu si rivendica anche la possibilità di lasciare agli Stati membri la possibilità di uscire volontariamente dall’euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

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Thilo Sarrazin

PERCHÉ? CUI PRODEST?

I comportamenti del cancelliere sembrano essere dettati da Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’aiuto alla finanza degli Stati membri è assolutamente illegale e che l’opera della Bce come prestatore di ultima istanza per il debito dei Paesi membri è contro la lettera dei Trattati e finirebbe per ridurre la pressione per le riforme di austerity volute dalla Germania per gli altri. Una Germania che addirittura, per farsi forte del suo scetticismo verso l’Europa che l’ha così possentemente risollevata, ricorre a cavilli legali con la grande soddisfazione del leader della Cdu al Parlamento tedesco, V. Kauder, che ha dichiarato trionfante: «Improvvisamente l’Europa sta parlando tedesco».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

Posto che la posizione del governo tedesco è ufficialmente diversa da quella di Weidmann, si deve credere che il capo della Buba stia facendo le scarpe alla signora Merkel, o che i due stiano camminando assieme, fingendo di andare in direzioni diverse? Formulata in modo diverso: è una divergenza reale, o non potendo tenere il punto più di tanto, il governo tedesco usa la propria banca centrale per sabotare le scelte che non condivide? Se il governatore della Banca d’Italia giungesse ad una tale proclamazione di dissenso dal governo italiano, su questioni di tale rilievo, è certo che trenta secondi dopo si chiederebbe la sua testa. Non per negarne l’autonomia, ma per sradicarne la tentazione di soppiantare il governo. Non tocca a noi chiedere le dimissioni di Weidmann, ma ai politici e ai commentatori tedeschi. Una cosa deve essere chiara: se fosse fondato (il cielo non voglia) il sospetto di gioco delle parti, allora i tedeschi sarebbero sulla via d’assumersi una gravissima responsabilità storica. Gli altri europei sarebbero non solo autorizzati, ma tenuti a fare il necessario per fermarli. Il tutto senza mai cedere all’alibi che sia tutta colpa loro, perché il nostro debito, la nostra spesa pubblica dissennata e la nostra bassa produttività solo tutte e solo colpe nostre.

http://www.iltempo.it/economia/2012/09/14/bundesbank-e-merkel-un-gioco-delle-parti-1.7729

La Bce e Draghi sono ormai apertamente nel mirino della stampa tedesca e non solo. Uno stillicidio di critiche e attacchi contro la linea interventista tracciata all’inizio di agosto, con l’impegno ad acquisti illimitati, ma condizionati, dei bond dei Paesi in crisi. Il fronte vede schierati appunto la Bundesbank, parlamentari della coalizione di Governo e dell’opposizione e ampi settori dei media. In un’editoriale di prima pagina, dal titolo «Salvataggi senza frontiere», il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, venerdì scorso aveva accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower: «Anche l’Italia chiede aiuti finanziari a voce sempre più alta e Draghi si offre. Per i politici che vogliono salvare l’euro è bello che Draghi abbia imparato dalla Banca d’Italia come una banca centrale può essere messa al servizio delle casse dello Stato». Alla Faz aveva fatto eco la Süddeutsche Zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’università di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann. Neumann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della Repubblica di Weimar.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-26/weidmann-eu-144607.shtml?uuid=AbARwvTG

Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro. Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, sta infatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra, e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/2/14/FINANZA-Dalla-Bundesbank-un-nuovo-attacco-alla-Bce-di-Draghi/363610/

Obama è psichicamente sano? (oppure è schizoide?)

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall'inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR] 

Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.

http://www.bloo.it/mondo/barack-obama-risponde-alle-critiche-non-sono-freddo-e-calcolatore.html?cp

Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.

Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.

Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre”è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).

Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.

Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).

Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.

Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.

Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.

Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.

Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.

Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.

Perché è diventato così?

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Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).

In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.

Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.

Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).

Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.

Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.

È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.

Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.

Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.

Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.

Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).

Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).

Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.

I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.

Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.

Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.

Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.

FONTI

David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.

http://www.huffingtonpost.com/david-bromwich/

Webster G. Tarpley, “Barack H. Obama: The Unauthorized Biography”, 2009

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I media e la popolazione americana inizialmente lo descrivevano come “cool”, ora lo definiscono “cold”.

“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.

I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.

Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.

In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.

Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).

Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.

Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.

Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.

Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.

Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.

L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.

Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.

Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0

Riformismo vs Populismo (Barbara Spinelli, la Repubblica)

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Dopo il 25 febbraio si peseranno i voti e Vendola deciderà il suo futuro. Da un lato c’è la possibilità di definirsi come sinistra di governo, nella speranza di non ripetere l’esperienza suicida dell’Ulivo. Dall’altro c’è il vortice del populismo. Vendola peserà, valuterà, ma forse sarà abbastanza abile da evitare un errore fatale.

Stefano Folli, Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2013

[Barbara Spinelli, quando si ricorda che l'europeismo, da solo, non risolverà la crisi, è magnifica]

“Se anche Keynes è un estremista”, la Repubblica, 6 febbraio 2013

“I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: “Non salvateci più!“, e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.

A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina “che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa“. Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che “l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone“.

Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda.

Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’.

È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89.

È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: “Ma stiamo scherzando?”, quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto?

In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale  –  la povertà, la disoccupazione di massa  –  non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.

È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un’idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un’idea d’avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste  –  con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono.

Non a caso viene dal più forte sindacato d’Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l’Europa, gestito dall’Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni ’30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani  –  welfare, cura del bene pubblico  –  accrescono l’irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all’assistenza. Paventato è l’azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L’economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal ‘700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. “Questo ucciderà quello”, così Victor Hugo narra l’avvento del libro stampato che uccise le cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell’unione uomo-donna a soccombere, chissà perché.

Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di “capitale umano” e parliamo di persone, forse l’azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati”.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 06 febbraio 2013

http://www.repubblica.it/politica/2013/02/06/news/spinelli_keynes-52040796/

Un voto utile è un voto contro Montgomery Burns (contro la superbia delle pecore)

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Bersani: “Che sinistra è quella che fa vincere la destra?”

Ingroia: “La tua”

scambio su twitter – 21 gennaio 2013

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Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.
Marco Travaglio

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Ingroia non è il mio leader ideale – vorrei un politico di razza con una certa preparazione sociologica ed economica -, il manifesto di Rivoluzione Civile non è come l’avrei voluto, l’uso di fumetti e di slogan è troppo grillino per i miei gusti, la composizione delle liste ha risentito fin troppo degli accordi pregressi e molto poco dell’esigenza di cambiamento (resto però dell’idea che la “società civile” debba partecipare ed influenzare le decisioni politiche, non certo governare).
Voterò comunque per RC, perché Ingroia vorrebbe candidare alla presidenza della Repubblica uno dei miei miti, Gustavo Zagrebelsky, perché in due mesi non si possono fare miracoli, perché da qualche parte bisogna pur cominciare, perché in futuro le forze del cambiamento (e quindi anti-liberiste) di Sel e M5S (e forse del PD?) convergeranno con RC e nascerà qualcosa di nuovo ed importante, sulle ceneri di RC (che non credo abbia un futuro, nella forma attuale). Il mio voto è un seme.

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Monti mente sull’Italia salva – un editoriale del Financial Times di questi giorni è arrivato a paragonarlo al cancelliere incapace (o criminale?) che ha spianato la strada a Hitler (!)  –, Bersani mente sugli F-35 (e su mille altre cose), il 45% di chi si recherà alle urne li voterà nell’assoluta convinzione che siano dei galantuomini che stanno sistemando le cose.

Quant’è straziante quest’ineluttabile disastro?

Mi ricorda un film in cui c’era un treno lanciato a tutta velocità su un binario morto, d’inverno, in Alaska, con gli antagonisti (direttore del carcere ed evaso) consci della loro morte imminente.

Perché devo finire nell’abisso anch’io con la mia famiglia, assieme a milioni di ebeti?

Quando si sveglieranno le pecore dalla loro ovina superbia?

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Matteo Pucciarelli, “Al di là del nostro pregevole ombelico”, l’Espresso

“C’è uno sport che va di moda, ma parecchio di moda, in questi ultimi giorni. Spalare merda su Rivoluzione Civile. Da destra, da sinistra, dal centro, da sopra e da sotto. È uno spasso. «C’è il fascista al Senato in Sicilia», «c’è la guardia!», c’è quello che voleva il Tav, c’è uno che è andato al funerale del brigatista (non si ricordano proteste particolari per i partecipanti ai funerali di Pino Rauti), c’è l’altro che nell’88 non portò la busta della spesa alla vecchietta del piano di sotto. Tra qualche giorno ci racconteranno che Ingroia porta due calzini per piede, e che quindi probabilmente in un’altra vita era un dittatore sanguinario.

Fra le altre cose alcune critiche sono pure condivisibili, non a caso molto umilmente ne avevo scritto qualcosa su questo spazio. Ma da qui ad additare Ingroia e gli altri come pericolosi mitomani nemici della nostra civiltà ce ne passa. Forse occorre spostare l’occhio dal nostro pregevole e delicato ombelico, volare un po’ più in alto e osservare la realtà che ci circonda. Che è questa:

- C’è un centrodestra che ricandida i Razzi e gli Scilipoti, e tra un Cosentino amico dei casalesi e un deputato eletto con l’Idv che passa dall’altra parte perché comprato ci saranno pure differenze di ordine penale, ma non morale. Sono due diversi tipi di indegnità. Ma di indegnità si tratta. E non perdetevi le performance dei Minzolini – candidato al secondo posto in Liguria -, gente capace di farsi le vacanze pagate coi soldi di tutti e poi fare la morale sulla meritocrazia marchionnista agli operai di Mirafiori o Pomigliano. Senza scordare le cricche, gli affaristi, gli abusi di potere, le P3 e P4, lo sfregio più totale del convivere civilmente, del buonsenso e della ricerca della verità;

- C’è un centro perfetto portatore del classismo un po’ cialtrone all’italiana. I padroni del vapore che magnavano a destra prima e che magnano al centro adesso, quei bigotti che si scandalizzano al solo pensiero di una coppia di fatto e che però se la Chiesa non paga le tasse cosa c’è di male?, i capitani coraggiosi coi soldi degli altri, i sacerdoti moderni del neoliberismo che davanti a previsioni sbagliate e spacciate per bibbia non sanno cosa rispondere, se non con gli stessi slogan: “competitività”, “è colpa dell’articolo 18″, “sinistra conservatrice”, “continuare su questa strada”. Parole senza alcun senso, senza nessuna attinenza con la realtà. Cosa vogliono dire davvero? Non lo spiegano mai;

- C’è un centrosinistra che ha già detto che comunque vada governerà con il centro. Per fare cosa? Giorni fa ospite a Ballarò c’era un socialdemocratico olandese che spiegava: «In Italia voterei Bersani, porterà avanti le riforme», e ossessivamente ripeteva quella parola: “riforme”. Ma “riforme” cosa significa? Come quella delle pensioni? Come quella dell’articolo 18? Come quella lasciata a metà delle province? Qualcosa lo sa? Qualcuno lo ha capito? E se un giorno Vendola si azzarda a toccare la parola equità, il giorno dopo Bersani si sente costretto a tranquillizzare che nessuna patrimoniale verrà fatta. È vita questa? No dico, in futuro ci dovremo di nuovo prendere in giro sulla guerra, sul lavoro, sui diritti civili e sociali? Un film già visto, e rivisto, ricordi poco edificanti e una lezione che viene di volta in volta dimenticata: quando la sinistra non fa la sinistra non scalda i cuori, perde identità e consensi;

- C’è un «né destra né sinistra ma in alto» che sputa rabbia e a ragione, ma nel farlo butta tutti dentro un calderone e solidarizza con i fascisti e poi ci spiega che i sindacati non servono, e insomma non si capisce come sia possibile generalizzare, o tutti buoni o tutti cattivi. Strizza l’occhio alla generale indignazione ma senza illustrare le ragioni e i perché dello sfacelo attuale, e non ci dice una parola sulle disuguaglianze crescenti, sui danni prodotti da un modello di pensiero e pure economico (l’individualismo), e poi comunque “vaffanculo” è semplice e arriva dritto al punto ma dopo che ti sei sfogato tutto resta com’è;

- Il quadro è questo. Le liste di Rivoluzione Civile erano perfettibili, ma se il Porcellum esiste ancora non è certo grazie a Ingroia, né a Ferrero, Di Pietro, Diliberto e Bonelli (su cinque, quattro di loro negli scorsi cinque anni sono stati fuori dal Parlamento). I partiti sono perfettibili, ma ricordo che agli scioperi generali indetti dalla Cgil e dalla Fiom le loro bandiere le ho viste e i loro pullman pure. Il programma invece parla chiaro, ed è il motivo per cui, magari, da domani si può cominciare a pensare che dopotutto c’era davvero bisogno di qualcuno che parlasse fuori dal coro”.

Matteo Pucciarelli

(22-01-2013)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/01/22/matteo-pucciarelli-al-di-la-del-nostro-pregevole-ombelico/

Monti, Marchionne, Montezemolo, Mussolini – feudalesimo e libertà

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http://www.giornalettismo.com/archives/679613/feudalesimo-e-liberta-il-partito-che-aspettavi/

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Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 27 dicembre 2012

I movimenti fascisti hanno sempre rappresentato un estremismo di centro.

Seymour Lipset, sociologo statunitense, “Political Man”, 1959

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. [...] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. [...] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale.

Benito Mussolini, cf. Sternhell, “Nascita dell’ideologia fascista”, 2008, p. 315.

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. [...] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato da Renée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps.

Thomas L. Friedman, “A Manifesto for the Fast World”, New York Times, 28 marzo 1999

Io sono liberale nel senso economico del termine…Il termine americano “liberale” significa qualcuno che pensa che si dovrebbe permettere a tutti di svilupparsi a proprio piacimento e fare quel che gli pare.

Lee Kuan Yew, ex despota di Singapore

[Il liberismo] si fonda sull’idea che solo una ristretta cerchia di eletti meritino le opportunità offerte dall’individualismo e che la società esiste idealmente allo scopo di consentir loro di sviluppare al meglio le proprie potenzialità e di farsi valere impunemente, tipicamente ma non esclusivamente a spese degli altri.

George Kateb, “On liberty”, 2003, p. 289

Ci dobbiamo chiedere come mai i liberali siano stati in prima fila, assieme alla sinistra, nella lotta per l’abolizione della schiavitù, nella decolonizzazione e nella conquista dei diritti costituzionali (liberale era la classe dirigente dell’Italia unificata; liberale era una parte importante della classe dirigente dell’Italia post-fascista), mentre ora i cosiddetti liberali sono in realtà neoliberisti. Si è tanto parlato della cattura cognitiva della sinistra da parte della destra – con il PD che ha ripudiato la sua vocazione social-democratica per abbracciare la sua antitesi, il liberismo – ma non si è parlato abbastanza della morte della destra migliore, quella liberale appunto, pugnalata alle spalle dai neoliberisti, che poi ne hanno assunto machiavellicamente l’identità.

In linea generale, la differenza tra anarchismo di destra (libertarismo/liberismo/neoliberismo) e liberalismo consiste in questo: (a) il liberista privilegia la propria libertà a spese di quella altrui, mentre il liberale è attento alle libertà di tutti ed alla loro attuazione concreta; (b) il neoliberismo avversa l’intervento statale nell’economia e favorisce la difesa dei rapporti gerarchici nella natura e nella società, mentre il liberalismo approva l’intervento statale nell’economia al fine di consentire ad un crescente numero di cittadini di porre in essere i propri progetti di vita, nella prospettiva della loro emancipazione – per quel che è lecito attendersi – dall’assistenza delle istituzioni.

La loro visione del mondo non ha nulla ha che vedere con un genuino liberalismo. Infatti, storicamente, come ha sottolineato il filosofo politico Samuel Freeman (cf. Illiberal Libertarians. Why Libertarianism is not a liberal view, in Philosophy and Public Affairs, 30(2), pp. 105-151, 2002), il liberalismo è emerso in contrapposizione al libertarismo, che invece condivide molti attributi della “dottrina del potere politico privato alla base del feudalesimo”. Come il feudalesimo, il libertarismo si appoggia a “un reticolo di contratti privati” e si oppone all’idea liberale che “il potere politico è un potere pubblico, esercitato con imparzialità per il bene comune”.

Per questo il libertarismo tende al populismo ed all’autoritarismo: è la pretesa del forte di stabilire autonomamente le proprie regole (tirannia privata) e di convincere il maggior numero possibile di persone che queste regole vanno a vantaggio di tutti, ossia che il suo volere beneficerà, indirettamente, la collettività.

In pratica il liberismo è una difesa filosofica e politica dell’egoismo, mentre il liberalismo è una difesa filosofica e politica dell’autonomia all’interno di una comunità. Il liberismo è secessionista, il liberalismo è autonomista. Il liberismo è anti-universalista ed anti-comunitario, privilegiando l’interesse privato (privatismo, monopolismo), il liberalismo privilegia l’interesse generale (individualità democratica).

In sintesi, il neoliberismo è un’ideologia neo-feudale, è un feudalesimo aggiornato, adattato all’era del capitalismo globalistaNon della servitù della gleba si avvale, ma della servitù del debito “sovrano” (N.B. neolingua orwelliana).

Ogni diritto ha un costo ed ogni libertà richiede un vigoroso intervento statale che la sancisca e la protegga.

L’intervento statale contemplato dai neoliberisti è di tutt’altro genere. Tanto ostili al gigantismo statale, una volta al governo (es. Reagan, Pinochet, Thatcher, Cameron) sono quasi sempre riusciti a far crescere lo stato nei seguenti settori:

- difesa;

- forze dell’ordine;

- apparato tecno-burocratico.

Guarda caso proprio quei settori che servono ai pochi per difendere i propri immeritati privilegi dai molti.

Un articolo del Giornale – quotidiano allineato alla dottrina neoliberista – fa luce sulla questione:

“Si può dire che il liberalismo sia quell’ideologia che, avendo come radice la libertà stessa, si presta meno di qualsiasi altra ad essere codificata in un’unica formulazione? Considerazione, questa, pressoché banale, che però non sembra essere condivisa dal curatore e da alcuni collaboratori dell’ultimo numero della rivista Paradoxa, che porta come titolo “Liberali davvero!” Secondo costoro, in modo particolare, Gianfranco Pasquino, Salvatore Veca e Francesca Rigotti, una parte dell’esiguo mondo del liberalismo italiano sarebbe popolata da «sedicenti liberali» che avrebbero fornito in questi ultimi anni – sull’onda del berlusconismo – un’interpretazione molto distorta dell’idea liberale. Le colpe dei «sedicenti liberali» – ricorrono alla rinfusa i nomi di Piero Ostellino, Angelo Panebianco, Dino Cofrancesco, Giuliano Ferrara, Giuseppe Bedeschi, Marcello Pera e altri – sono quelle di aver avallato la credenza secondo cui il liberalismo va inteso come una concezione estremista della libertà tendente a relegare in un angolo lo Stato, tanto da sconfinare non solo nel liberismo, ma addirittura nellanarchismo (troppa grazia!). A tale inclinazione permissivista, che in sostanza decreterebbe la libertà come assenza di regole, farebbero da contrappeso taluni provvedimenti legislativi di grave limitazione della libertà individuale, ad esempio nel campo bioetico.

Ai «sedicenti liberali», il curatore e gli autori di Paradoxa contrappongono quello che ritengono il vero liberalismo, riconducibile al costituzionalismo, concepito come limitazione, separazione e bilanciamento dei poteri. All’interno di questa prospettiva, volta a collocare la libertà in un quadro normativo molto preciso (si può dire angusto?), viene assegnato al potere politico un ruolo primario, che non sembra però contemplare quei princìpi formulati dal padre del liberalismo, John Locke, per il quale, prima di tutto, vanno affermati i diritti individuali; diritti, a cominciare da quello di proprietà e di libero scambio, che lo Stato ha il dovere di difendere, non essendo, di per sé, produttore di diritto. Linterpretazione del liberalismo come costituzionalismo è sacrosanta. Unilaterale ci pare invece l’esclusione del liberismo dal liberalismo. Ad esempio, considerando la nota polemica fra Croce ed Einaudi, dove quest’ultimo aveva rivendicato la libertà economica quale condizione imprescindibile della libertà politica, dovremmo concludere per l’esclusione dello stesso Einaudi dal novero del liberalismo!”

È bene precisare che Einaudi era ostile al liberismo (anarchismo oligopolista), infatti, nel 1948, scriveva sul ” Corriere della Sera”: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’ uopo dare all’ uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica…La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica...Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’ esercizio effettivo, pratico, della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all’altro estremo della collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà

Il liberismo ( = mors tua vita mea, il forte schiaccia legittimamente il debole, dispotismo) è, non a caso, la dottrina preferita dagli oligopoli finanziari e dai CEO delle multinazionali.

Il liberalismo, come spiegava Norberto Bobbio, è contrario alla concentrazione dei poteri in mani pubbliche o private, essendo una dottrina politica che aspira a realizzare una piena “garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”.

Gianfranco Pasquino, rispondendo ai critici citati dal Giornale, scrive: “Non capisco perché Cofrancesco e altri ci accusino di anti-berlusconismo, un tema assolutamente marginale nei nostri capitoli. Giusto, invece, lo ribadisco, criticare coloro che non criticano le caratteristiche illiberali del berlusconismo: conflitto di interessi, interpretazione della sovranità popolare, uso strumentale della religione, insistita sfida alla separazione dei poteri, duopolio televisivo… Sappiamo che neppure la democrazia è una perfetta allocatrice di “beni”, ma ha meccanismi, come l’alternanza, e limiti al potere delle maggioranze, proprio come voluti dai liberali classici, che impediscono le degenerazioni possibili nei mercati sregolati. La mia non-condivisione non significa che Cofrancesco non abbia la facoltà di continuare a definirsi liberale e a sentirsi in buona compagnia con coloro che del liberalismo, politico, etico, culturale, fanno un disinvolto uso à la carte. Che è esattamente quello che abbiamo criticato ricevendo astiose repliche, non su quello che abbiamo scritto, ma sulle nostre persone. Quanto di più illiberale, meglio di quasi stalinista, si possa immaginare”.

http://www.novaspes.org/paradoxa/detArticolo.asp?id=470

Troppi fra loro credono che essere antisocialisti sia sufficiente per definirsi liberali. Anche i conservatori e i reazionari sono antisocialisti ma questo non serve loro per comprarsi il biglietto d’ingresso nel giardino del liberalismo politico e del costituzionalismo. Poiché i liberali sanno che «provando» si può anche sbagliare e che la storia impartisce dure repliche, concluderò suggerendo a Ostellino di «provarci» ancora a confutare il liberalismo dei liberali classici da Montesquieu a Kant, da Tocqueville a Mill, magari dopo avere letto anche soltanto gli articoli loro dedicati da Paradoxa”.

Gianfranco Pasquino, Corriere della Sera, 19 aprile 2012

Ora, siete liberi di scegliere di chi fidarvi.

Potete dare più peso al parere di alcuni tra i massimi politologi italiani del nostro tempo [Pasquino, Veca e Rigotti; ma anche Norberto Bobbio], oppure a quello della redazione del Giornale, di Ferrara, Ostellino, Panebianco, Marcello Pera e Silvio Berlusconi (ma anche di Mario Monti e Sergio Marchionne, che si sentono così in sintonia http://www.gadlerner.it/2012/12/21/monti-marchionne-insieme-sono-gia-un-programma-elettorale).

A voi la scelta.

“È liberale il liberismo?” [Con il Patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati]

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