Le 3+1 cause della nuova crisi irachena

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

 

Mosul

La premiata ditta Isis, che ufficialmente si compone di militanti islamisti, si occupa di:
narcotraffico;
traffico d’armi;
schiavismo (!);
contrabbando;
rapimenti;
riscossione del pizzo;
distruzione di moschee;
uccisione in massa di musulmani;
stupri di massa di musulmane;

Il Profeta ha detto:
“Dio non ha pietà per coloro che non hanno pietà per gli altri”.
“Nessuno di voi è un vero credente finché non desideri per i suoi fratelli ciò che desidera per sé”.
“Colui che mangia a sazietà mentre il suo vicino è senza cibo non è un credente”.
“L’uomo di affari onesto e affidabile è paragonabile ai profeti, ai santi, ai martiri”.
“Potente non è colui che getta a terra l’avversario, bensì è potente colui che controlla se stesso in un attacco di ira”.
“Dio non giudica basandosi sulle vostre apparenze o sul vostro fisico, ma scandaglia il vostro cuore e osserva il vostro operato”.
“Un uomo che percorreva un sentiero fu assalito dalla sete. Raggiunto un pozzo vi si calò dentro, bevve a sazietà e ne uscì. Poi vide un cane con la lingua penzolante, che cercava nel fango qualche goccia per placare la sua sete. L’uomo, accortosi che il cane era assetato come lo era stato lui poco prima, discese di nuovo nel pozzo, riempì la sua scarpa d’acqua e fece bere il cane. Dio perdonò i suoi peccati per questa azione”.
Fu chiesto al Profeta: “Messaggero di Dio, siamo ricompensati per la gentilezza verso gli animali?” Egli disse: “C’è una ricompensa per la gentilezza verso ogni essere vivente.”

SONO PIU’ MUSULMANO IO DI LORO.
Chi li ha creati? Chi li finanzia? Chi li organizza? A quale scopo? Come può pensare di poterli controllare?

E’ l’ennesima operazione occidentale camuffata da “fondamentalismo islamico”

Sono poche migliaia di militanti circondati da 6 milioni di musulmani e cristiani che li considerano blasfemi o comunque nemici: quanto potrebbero resistere, senza assistenza?

Più importante ancora:

  • Chi li ha addestrati a usare e fare la manutenzione di armi sofisticate lasciate molto opportunamente dagli americani nei depositi che hanno assalito?
  • Chi ha preparato i loro espertissimi comandanti, che sembrano così versati nelle strategie e tecniche di combattimento di quarta generazione?
  • Quali sono le loro linee di rifornimento e perché dovrebbe essere così arduo reciderle?
  • Da dove partono?
  • Chi compra il petrolio da loro e perché lo fa?
  • Quali sono gli oleodotti che trasportano il petrolio venduto e perché non si possono sigillare?
  • Chi eroga servizi finanziari a questa gente e chi ha educato alcuni di loro a muoversi su un terreno così delicato e complicato come quello dei mercati internazionali? (la stessa domanda vale per i guerriglieri libici di Bengasi, diventati improvvisamente degli specialisti della finanza in grado di inaugurare dopo poche settimane dall’inizio della rivolta una loro propria banca centrale e una borsa del petrolio).

Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (SIIS – ISIS in inglese): Organizzazione islamista sunnita che al momento infesta un’area che si estende da Aleppo fino al Kurdistan iracheno.

Generosamente finanziata da sauditi e kuwaitiani

http://www.independent.co.uk/voices/iraq-crisis-sunni-caliphate-has-been-bankrolled-by-saudi-arabia-9533396.html

Non dai qatarioti, che sono in rotta con le altre petromonarchie del Golfo e rischiano di essere invasi dai sauditi

http://www.futurables.com/2014/03/17/mauro-ottobre-gli-imprenditori-trentini-e-lo-scontro-tra-le-petromonarchie-del-golfo/

In lotta contro governo siriano, governo iracheno e gli sciiti (Iran e Hezbollah).

CHI SPONSORIZZA QUESTA PARTICOLARE OFFENSIVA DI ISIS?

Si dà per scontato che i sauditi siano gli sponsor di questo attacco all’Iraq (che è un attacco all’Iran)

http://www.foreignpolicy.com/articles/2014/06/12/iraq_mosul_isis_sunni_shiite_divide_iran_saudi_arabia_syria

Anche se ISIS sembra operare anche contro il regime saudita

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/05/isis-saudi-arabia-qaeda-terrorism-syria.html

L’Iran accusa invece Israele e Stati Uniti

http://www.jpost.com/Iranian-Threat/News/Iran-intelligence-minister-blames-Israel-US-for-Iraq-crisis-359296

In effetti sappiamo dalla documentazione ufficiale che la spartizione dell’Iraq (e la balcanizzazione del Medio Oriente in nazioni deboli e instabili) è un tassello fondamentale della politica estera israeliana:

“La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree distinte su base etnica o religiosa, come già avviene in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale. L’Iraq, ricco di petrolio da una parte, e dall’altra lacerato internamente, è certamente  candidato ad essere preso di mira da Israele. La sua dissoluzione è per noi addirittura più importante di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. A breve termine, è proprio la potenza irachena che rappresenta la più grande minaccia per Israele. Una guerra tra Iran e Iraq frazionerà l’Iraq e causerà la caduta del suo regime interno. Addirittura prima che esso sia in grado di organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi. Ogni tipo di scontro inter-arabo sarà a nostro favore nel breve periodo e accelererà il nostro scopo più importante che è quello di frantumare l’Iraq in vari staterelli come in Siria e in Libano. In Iraq è possibile realizzare una divisione in province su base etnica o religiosa come avveniva in Siria durante l’impero ottomano. Così tre (o più stati) si formeranno intorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e così le regioni sciite del sud si staccheranno dal nord sunnita e curdo.”

Oded Yinon, funzionario del ministero israeliano degli Affari Esteri

http://www.tlaxcala.es/imp.asp?lg=it&reference=227

http://www.amazon.com/Zionist-Plan-Middle-Special-Document/product-reviews/0937694568/ref=dpx_acr_txt?showViewpoints=1

https://archive.org/details/TheZionistPlanForTheMiddleEast

In questo documento ["A clean break"] potremmo trovare le ragioni di fondo del singolare sviluppo della politica statunitense in Iraq, il cui fallimento nel pacificare il paese è parso a tutti incredibile: se la logica è quella di giocare le une contro le altre le fazioni islamiche (sunnisti e shiiti) e shiiti irakeni, legati alla monarchia Ashemita, con shiiti iraniani – allora l’incomprensibilità del quadro trova una spiegazione, così come la suddivisione di fatto dell’Irak in tre aree geografiche, di cui, non a caso dunque, gli Stati Uniti cercano di controllare quella centrale pro Israele….Solo comprendendo il profondo lavoro compiuto da questi gruppi dirigenti misti israelo-statunitensi, si comprende allora anche il fatto che gli USA abbiano assunto in Medio Oriente posizioni sempre meno comprensibili, rispetto ad una normale logica di puro interesse statunitense.

http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=173&tema=Divulgazione

http://en.wikipedia.org/wiki/A_Clean_Break:_A_New_Strategy_for_Securing_the_Realm

Neocon americani sulla stessa linea, dai tempi dell’invasione in poi:

http://www.nytimes.com/2003/11/25/opinion/the-three-state-solution.html

Al Maliki (Iraq) aveva chiesto agli USA di aiutarli contro ISIS, prima che la cosa degenerasse. Non è arrivato nessun soccorso

http://www.nytimes.com/2014/06/12/world/middleeast/iraq-asked-us-for-airstrikes-on-militants-officials-say.html?_r=1

In cambio ISIS ha razziato le armi americane in depositi dove giacevano inutilizzate (perché?)

http://www.ilgiornale.it/news/esteri/rapida-avanzata-delle-milizie-islamiche-costringe-casa-1027311.html

È falso che la Casa Bianca non sapesse che ISIS stava tornando ad est, dopo aver gettato nel caos il nord della Siria e, prima ancora, il nord dell’Iraq. Era una notizia già apparsa sulla stampa libanese

http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Mar-14/250272-al-qaeda-splinter-group-in-syria-leaves-two-provinces-activists.ashx#axzz34Pm6wbRZ

In alternativa significa che Obama è stato tenuto all’oscuro di tutto dalla CIA e dal Pentagono e questa nuova invasione dell’Iraq è un’operazione targata neocon e destra sionista (altamente probabile).

McCain è già passato all’offensiva, accusando Obama di inettitudine

http://www.politico.com/story/2014/06/john-mccain-iraq-obama-us-heavy-price-107825.html

Obama è anche accusato di aver liberato il leader di ISIS

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2657231/Revealed-Obama-RELEASED-warlord-head-ISIS-extremist-army-five-years-ago.html

La crisi irachena sta rinviando la morte del petrodollaro (la detronizzazione del dollaro)

http://uk.reuters.com/article/2014/06/13/uk-markets-global-idUKKBN0EO0S120140613

The Project for the New Middle East

IL FATTORE CURDO

I miliziani di ISIS hanno occupato l’Iraq del nord, lasciando in pace i kurdi che hanno anzi colto l’occasione per impadronirsi di una città irachena, Kirkuk, che considerano la futura capitale di uno stato indipendente curdo che ancora non esiste.

Uno stato curdo alimenterebbe il separatismo curdo in Iran, in Siria e in Turchia.

Israele è schierato coi curdi dal 1964

http://www.meforum.org/3838/israel-kurds

e, ancora più strettamente, dai tempi della guerra in Iraq

http://www.newyorker.com/archive/2004/06/28/040628fa_fact

http://www.timesofisrael.com/is-a-free-kurdistan-and-a-new-israeli-ally-upon-us/

Gli Stati Uniti (amministrazione Obama) sono l’unico ostacolo all’indipendenza del Kurdistan, auspicata invece da Israele, che la considera imminente, dopo il completamento di una conduttura petrolifera che consente al Kurdistan iracheno di esportare il suo greggio in maniera del tutto indipendente, aggirando Bagdad: Tel Aviv potrebbe essere la prima capitale a riconoscere l’indipendenza del Kurdistan, come già fece con il Sudan del Sud

http://www.jpost.com/Middle-East/Iraqi-Kurds-close-to-declaring-independence-355717

Ora i curdi si sono ripresi Kirkuk praticamente senza dover sparare un colpo, grazie al collasso dell’esercito iracheno (generali corrotti?): il loro sogno si è avverato con una facilità che ha dell’incredibile e hanno risolto in un colpo solo le dispute territoriali: ogni area “arabizzata” ora tornerà sotto la sovranità kurda

http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.598650

Potrebbe essere una pericolosa illusione. Se la minoranza sunnita in un eventuale Kurdistan indipendente chiedesse aiuto a ISIS, quest’organizzazione non potrebbe rifiutarsi di combattere anche i kurdi, oltre agli sciiti.

Sarebbe il caos assicurato per tutte le nazioni con forti minoranze curde: Turchia, Iran, Siria, Iraq. Forse è proprio questo l’obiettivo.

Ci sono comunque forze e interessi curdi, visibili anche sui principali media mondiali, contrari alla balcanizzazione di quell’area del Medio Oriente, in quanto perfettamente consapevoli del fatto che i curdi sarebbero le principali vittime dell’anarchia

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/13/iraq-separate-sunni-shia-regions-kurds-autonomy

Questi interessi preferirebbero sfruttare le proprie risorse petrolifere senza scatenare il caos separatista.

Uno scenario (sponsor saudita) non esclude l’altro (sponsor destra sionista), dato che sauditi e israeliani sono in buoni rapporti (per ora)

http://www.richardsilverstein.com/2014/03/08/saudi-arabia-finances-most-of-israels-weapons-build-up-against-iran/

IRAN

Le azioni di ISIS rendono più probabile la virtuale annessione dell’Iraq sciita all’Iran (già ora Baghdad è completamente allineata alla politica estera iraniana)

http://www.huffingtonpost.com/raghida-dergham/isis-achievements-in-iraq_b_5490381.html?utm_hp_ref=world&ir=WorldPost

Il collasso dell’esercito iracheno può essere spiegato con la corruzione dei generali e la salvezza dell’Iraq potrà venire solo dagli sciiti, dai pasdaran iraniani, dai miliziani di Hezbollah e dall’assistenza siriana, ora che Assad sta riprendendo il controllo della nazione.

BRICS

La Russia è stata premiata dal governo siriano per la sua lealtà: giga-contratto petrolifero

http://rt.com/op-edge/syria-russia-war-oil-528/

“Nonostante una serie di attacchi a grandi impianti e terminal petroliferi, a marzo la produzione di oro nero è arrivata a oltre 3 milioni e mezzo di barili al giorno (tornando ai livelli del 1989). A marzo, la russa Lukoil ha cominciato a pompare petrolio dal mega giacimento West Qurna-2 (uno dei più grandi del mondo, con riserve stimate in 14 miliardi di barili), nella zona di Bassora. Il governo di Baghdad spera che entro la fine dell’anno la produzione possa raggiungere i quattro milioni di barili al giorno.  “Sarebbe un traguardo straordinario, perché permetterebbe al governo di aumentare le entrate e attuare il suo programma di sviluppo”, ha detto il ministro del Petrolio, Abdul Kareem Luaybi. Nonostante queste buone notizie il nuovo Parlamento iracheno dovrà tentare di risolvere una delle questioni più importanti per il futuro del Paese: il rapporto con la regione del Kurdistan. I curdi hanno avviato lo sfruttamento e l’esportazione di petrolio verso la Turchia aggirando il controllo di Baghdad così da non versare denaro nella casse statali”.

http://www.formiche.net/2014/04/28/elezioni-iraq-il-futuro-passa-dal-petrolio/

L’Iraq guarda(va) a est (Iran, Russia, Cina, India)

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/02/baghdad-gradual-return-east-china-russia-iran.html

http://www.ndtv.com/article/india/iraq-s-prime-minister-nouri-al-maliki-to-begin-four-day-visit-to-india-today-408755

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POSTA IN GIOCO

A mio avviso ci sono 4 obiettivi principali.

1. Il petrolio curdo;

2. L’egemonia israeliana e saudita sul Medio Oriente (finché Israele non deciderà di averne abbastanza dei sauditi);

3. Il controllo iraniano del petrolio medio – orientale (Golfo Persico);

4. La difesa del dollaro e quindi dell’egemonia americana sul pianeta;

http://www.futurables.com/2014/06/22/the-isis-crisis-a-regime-change-too-far/

http://www.futurables.com/2014/05/29/festival-delleconomia-2014-elefanti-ignorati-scheletri-occultati-tabu-intatti/ 

Se ISIS dovesse essere sconfitta rapidamente, prima che gli indipendentisti curdi prendano il sopravvento sugli autonomisti, l’Iran si ritroverebbe con uno stato vassallo e i piani di balcanizzazione del Medio Oriente fallirebbero, con grave smacco per gli ultranazionalisti israeliani e neocon.

Per una Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte

A cura di Stefano Fait

Web Caffè Bookique [Facebook]

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Erika Giovanna Klien (n. Borgo Valsugana),  Tauchender Vogel – 1939

Aiuterò Putin nel G8

Romano Prodi

La crisi che si preannuncia è come un camion carico di dinamite che si avvicina a tutta velocità. L’inizio di una rivoluzione globale.

Dominique de Villepin

17,25% a Bolzano, 20,2% in Regione, 21,2% in Val d’Aosta. I numeri parlano chiaro: nelle regioni alpine Pippo Civati ha totalizzato i suoi risultati migliori.

http://www.salto.bz

Il mondo che verrà non sarà più lo stesso, sarà nuovo: economicamente, politicamente, climaticamente, antropologicamente. Ciò che resta aggrappato ai relitti del mondo vecchio non farà parte del futuro, non sarà il futuro.

Non di indipendenza, bisognerebbe parlare, ma di autonomia e interdipendenza, ossia di unità nella diversità, cioè a dire di federalismo.

un abbraccio ad Ai Yoshida e Alex Gai

Il seguente testo può essere letto e scaricato in un formato più accessibile qui:

Per una Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte [ISSUU]

Per una Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte [SCRIBD]

e ora anche in PDF su Academia.edu


PER UNA DICHIARAZIONE DI AUTONOMIA DELLE TERRE ALTE

 

Non siamo stati cittadini, siamo stati sudditi, per secoli, fino al punto di offrire la nostra vita per dei disegni di potere e siamo stati confinati tanto intellettualmente quanto geograficamente. Non sapevamo che cosa succedeva a pochi chilometri di distanza. Abbiamo sognato di pace, di libertà di solidarietà, fino a quando ci hanno cominciato a togliere tutto dicendo: “no ora è il mercato, il mercato è quel che ci guiderà nella direzione in cui troveremo il nostro benessere”. La democrazia si è risolta in una conta dei cittadini. Ma non è democrazia, la democrazia è dove i cittadini contano, vengono presi in considerazione, si tengono da conto. Consolidiamo la democrazia, diciamo: non possiamo tollerare gli intrallazzi tra potere politico ed economico-finanziario, non possiamo tollerare la mancanza di solidarietà di quelle migliaia di cittadini che hanno i loro conti nei paradisi fiscali. Non avevamo detto che avremmo regolamentato i mercati finanziari? Nessuno lo ha fatto. I paradisi fiscali sono un’ossessione per me, perché li considero l’apice del rifiuto di essere solidali, come lo è l’economia sommersa. Come possiamo pensare di conservare la sanità gratuita, l’istruzione gratuita se allo stesso tempo ci dicono che occorre salvare le istituzioni finanziarie in buona parte responsabili della crisi che stiamo affrontando? E ora i soccorritori impoveriti sono costretti a tirare la cinghia.

Sono solo poche le persone che comandano il resto del genere umano. Io lo chiamo il Gran Dominio, perché se si guarda a chi detiene il potere mediatico nel mondo, sono sei o sette persone. E non è solo una questione di informazioni parziali o menzognere, a sua volta un’altra cosa contro cui occorrerebbe protestare. Non credo che sia questo il mondo che vogliamo per i nostri figli. Ma mentre prima potevamo solo essere testimoni, oggi possiamo partecipare in maniera decisiva. Ora possiamo mobilitare la gente, spingerla verso quest’altro mondo che sogniamo, un mondo che si orienta in funzione dei diritti umani. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è una meraviglia. Ci dice: non abbiate paura. Nel preambolo si spiega che i diritti umani servono a liberare l’umanità dalla paura. Sono credente, credo nell’amore, nella solidarietà, non credo nella minaccia del fuoco eterno. È il potere eternamente minaccioso. Chi non è al potere è sempre obbediente.

Un gruppo di paesi ricchi ha sostituito la democrazia delle Nazioni Unite: “noi, i popoli”. Che formula magnifica! Non tanto stati e governi, ma popoli. E l’hanno sostituita con un gruppo di plutocrati G6, G7, G8, G20. E questi sono i signori che ci portano in guerra. Spese militari ingenti mentre migliaia di persone muoiono ogni giorno di fame. Follia. Si possono distrarre le masse per un po’ di tempo, ma non per tutto il tempo, e penso che questo tempo stia per scadere.

Federico Mayor Zaragoza, direttore generale dell’UNESCO dal 1987 al 1999, “Las 1001 noches”, Canal Sur2, 2011.

 

Alienazione è il termine che più correttamente descrive il maggiore tra i problemi sociali dell’odierna Gran Bretagna: la gente si sente alienata dalla società. In certi circoli intellettuali lo si considera per lo più come un fenomeno recente. A ben guardare, però, questa condizione ci ha accompagnato per anni. Credo piuttosto sia corretto affermare che il problema stia oggi rivelandosi sempre più diffuso e pervasivo, come mai prima d’ora.  Lasciatemi innanzitutto definire cosa io intenda per alienazione: è il grido degli uomini che si sentono vittime di cieche forze economiche al di fuori del proprio controllo. È la frustrazione della gente comune esclusa da qualsiasi processo decisionale. È il senso di disperazione e di sconforto che s’impadronisce delle persone comuni quando avvertono, a ragione, di non avere voce in capitolo nel definire o determinare il proprio destino. […]. La società ed i suoi valori dominanti … distolgono alcune persone dalla loro umanità. Le de-umanizzano, almeno in parte, le rendono insensibili, spietate nella loro gestione di altri esseri umani, egocentriche ed avide. L’ironia è che spesso queste persone sono considerate normali e ben integrate. La mia sincera convinzione è che chiunque sia ben integrato nella nostra società ha maggiormente bisogno di terapia psichiatrica.

[…]

Rivolgo questo appello agli studenti. Rifiutate questi atteggiamenti. Rifiutate i valori e la falsa morale che stanno alla base di questi atteggiamenti…Siamo esseri umani. Rifiutate le pressioni insidiose che attenuano le vostre facoltà critiche riguardo a tutto ciò che accade attorno a voi, che consigliano il mutismo di fronte all’ingiustizia per timore di compromettere la vostra possibilità di carriera. È così che comincia e, prima di rendervene conto, fate già parte della corsa. Il prezzo è troppo salato. Comporta la perdita della vostra dignità e spirito umano. Oppure, nelle parole del Cristo, “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l’anima sua?” (Mt 16,26).

Il profitto è l’unico criterio utilizzato dal sistema per valutare l’attività economica. […]. Le strutture di potere che sono inevitabilmente emerse da questo approccio minacciano e compromettono i diritti democratici duramente conquistati. L’intero processo è indirizzato alla centralizzazione ed alla concentrazione del potere nelle mani di pochi…Gigantesche società e consorzi monopolistici dominano quasi ogni branca della nostra economia. Gli uomini che detengono il controllo effettivo di questi giganti esercitano un potere sui loro simili che è spaventoso ed è una negazione della democrazia.

[…].

Dal profondo del mio essere, io contesto il diritto di chiunque, nel mondo degli affari o al governo, di dire ad un altro essere umano che è sacrificabile.

[…].
Tutto ciò che vi viene proposto dal sistema sembra quasi calcolato per ridurre al minimo il ruolo della gente, per miniaturizzare l’uomo. Posso capire quanto questa prospettiva debba sembrare attraente per chi sta in alto. Quelli di noi che rifiutano di essere pedine nel loro gioco di potere possono essere estratti con le loro pinzette burocratiche e archiviati alla lettera “M” di malcontento o mal-integrato.

[…].

Misurare il progresso sociale sulla base della crescita materiale è insufficiente. Il nostro scopo dev’essere l’arricchimento della qualità della vita nel suo complesso. Ciò richiede una trasformazione sociale e culturale o, se preferite, spirituale del nostro paese. Una parte necessaria di questa trasformazione dev’essere la ristrutturazione delle istituzioni di governo e, se necessario, lo sviluppo di strutture aggiuntive, in modo da coinvolgere le persone nel processo decisionale della nostra società. I cosiddetti esperti vi diranno che questo sarebbe ingombrante o marginalmente inefficiente. Sono pronto a sacrificare un margine di efficienza in cambio della partecipazione popolare ma, in ogni caso, guardando al futuro, respingo questa tesi.

Liberare il potenziale latente delle persone vuol dire responsabilizzarle…Sono convinto che la gran parte della gente arriva alla fine dei suoi giorni senza esprimere nemmeno un barlume di quel contributo ai suoi simili che era nelle sue possibilità. Questa è una tragedia personale. È un crimine sociale. La fioritura della personalità e dei talenti di ciascun individuo è la pre-condizione per lo sviluppo di tutti.

In questo contesto, l’educazione ha un ruolo vitale da svolgere. Se l’automazione e la tecnologia si accompagnano, come dev’essere, alla piena occupazione, il tempo libero a disposizione dell’uomo sarà enormemente aumentato. Se è così, allora tutto il nostro concetto di educazione deve cambiare. L’obiettivo dev’essere quello di dotare ed educare le persone nel corso della loro intera esistenza, non esclusivamente per il loro mestiere o professione.

L’uso creativo del tempo libero, in comunione con ed al servizio dei nostri fratelli può e deve diventare un elemento importante nella realizzazione di sé.

Le università devono essere in prima linea in questo sforzo di sviluppo, debbono soddisfare i bisogni sociali e non andare a rimorchio…”

Appello agli studenti di Jimmy Reid (1932-2010), sindacalista, politico e giornalista scozzese, in occasione del suo insediamento come rettore dell’università di Glasgow (1971). Il testo del suo acclamato discorso fu pubblicato integralmente dal New York Times, che lo definì “il migliore dall’epoca del discorso di Gettysburg del presidente Lincoln”.

http://www.gla.ac.uk/media/media_167194_en.pdf

 

*****

Quest’opera è il frutto di 12 anni di riflessioni.

È anche il frutto del continuo sostegno, amore e affetto di moltissime persone.

Ringrazio i miei genitori, mia moglie, gli amici e tutti quelli che mi hanno donato critiche costruttive, consigli e gesti esemplari.

 

È il 23 novembre 2013 e pubblico questo scritto nello spirito di chi mi ha preceduto e nella consapevolezza che ci attendono sfide inaudite: saremo all’altezza e ciò che verrà dopo sarà altrettanto inaudito. Si chiama evoluzione.

 

I libri non sono per nulla cose morte, bensì contengono in sé una potenza di vita che li rende tanto attivi quanto quello spirito di cui sono la progenie.

John Milton, “Areopagitica. A Speech of John Milton, for the Liberty of Unlicensed Printing, to the Parliament of England”, 23 novembre 1644.

 

Oui, c’est l’Europe, depuis l’Atlantique jusqu’à l’Oural, c’est toute l’Europe, qui décidera du destin du monde.

Charles De Gaulle, discorso di Strasburgo, 23 novembre 1959.

 

Mentre vi avvicinate al vostro futuro, ci saranno ampie opportunità di diventare stufi e cinici, ma vi esorto ad opporvi al cinismo – il mondo è ancora un bel posto e il cambiamento è possibile. Il mio percorso verso la presidenza non è mai stato semplice o assicurato. Carcere, minacce di morte e l’esilio mi hanno dato ogni opportunità e motivo per smettere e dimenticare il mio sogno, eppure ho insistito, convinta che il mio paese e il mio popolo sono molto meglio di quanto possa indicare la nostra storia recente.

Ellen Johnson Sirleaf (Nobel per la Pace nel 2011) viene eletta prima presidente di una nazione africana (Liberia) il 23 novembre 2005.

*****

 

Assistiamo alla convergenza di grandi crisi globali: la crisi del modello di “sviluppo” del capitalismo finanziario angloamericano, fondato sulla progressiva concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle sperequazioni e l’esplosione dell’indebitamento finalizzato all’asservimento “volontario” delle masse; la crisi di legittimazione della politica, causata da incompetenza, dilettantismo, immobilismo, partitocrazia e dal sacrificio dei principi di uguaglianza e fratellanza; la crisi dell’egemonia geopolitica occidentale; la crisi ecologica (cf. Golfo del Messico, Fukushima, imprevedibili mutazioni da antibiotici e OGM); la crisi climatica, che potrebbe avere risvolti imprevedibili; la crisi esistenziale resa manifesta dall’abuso di psicofarmaci; la crisi delle grandi istituzioni confederate o federali, con la strumentalizzazione delle appartenenze identitarie, in direzione della balcanizzazione del pianeta – una proliferazione di micro-stati incistati nei loro particolarismi mitizzati e ipertrofici, narcisismi collettivi, populismi tribalistici-xenofobici, sindromi identitariste più o meno messianiche, timori esistenziali, clientelismi, e nondimeno  vulnerabilissimi alle pressioni esterne –, come strategia di dominio politico-economico sostitutiva di quella esplicitamente coloniale-imperiale (François Thual 1995; 2002; Stefano Fait & Mauro Fattor 2010).

Queste crisi incrociate stanno producendo ferite narcisistiche, risentimenti, revanscismo, minando alle fondamenta la causa della pace e della cooperazione tra i popoli e agevolando i piani di chi si propone come grande risolutore (top down).

Se prevarrà la discordia, potremmo risvegliarci in un autoritarismo “soft” ma capillare, abile nel presentare la sua disumanità come una superiore volontà umanitaria, riducendo l’uomo alla sua dimensione economica, consumistica, materialista, al ruolo di servo della gleba (del debito) di una megamacchina buro-tecnocratica. Il suo motto potrebbe essere quello adottato da un architetto-star, Daniel Libeskind, che descrive l’architettura come “la macchina che produce l’universo che a sua volta produce gli dèi”.

Questo genere di deriva è già stato abbondantemente analizzato da rinomati sociologi come Weber, Foucault, Bourdieu, Wacquant, Bauman, ecc. L’idea di fondo è quella di una società in cui la promozione del benessere collettivo diviene il pretesto per espandere progressivamente i poteri del governo centrale e di un’élite che si auto-perpetua, grazie al controllo dei media, all’abuso delle cause umanitario-ecologiste all’unico fine di irreggimentare i cittadini, una burocrazia capillare e contrapposizioni identitarie sintetiche che prevengono ogni forma di protesta e resistenza collettiva e coordinata.

È un’idea che ricalca quasi perfettamente lo scenario denominato “renew-abad” nell’analisi futurologica intitolata “Megacities on the Move” del think tank britannico “Forum for the Future” e che prevede la riemersione delle “città-stato”, un massiccio uso delle energie rinnovabili, risorse strettamente regolamentate, “benevole” autocrazie sul modello singaporese, crescente divario tra ricchi e poveri a livello globale, ma in diminuzione a livello locale; iniziativa privata strettamente disciplinata dal potere centrale:

 

I governi impongono regole più severe e utilizzano tecnologie sempre più sofisticate per monitorare i cittadini e far rispettare la legge. Spesso decretano il distretto in cui uno dovrà risiedere, le modalità di spostamento, il livello di consumi energetici consentito. Il tasso di criminalità è calato drasticamente, il traffico è più fluido, ma le rappresentanze della società civile denunciano la morte della democrazia. Le città-stato controllano vasti territori come al tempo dell’Europa medievale (da Megacities on the Move).

 

In questo possibile futuro l’esecutivo calpesta la rappresentanza parlamentare richiamandosi all’oggettività e razionalità intrinseca di un presunto “tecnicismo apolitico” che deve prevalere su qualunque altra istanza, anche morale, in quanto comunque viziata da emotivismi e sentimentalismi.

I centri urbani funzionerebbero come città-stato neo-feudali che sfruttano e tengono a bada le masse sottomesse e divise in clan neotribali in perenne conflitto – la filantropia al posto dei diritti sociali, la “sicurezza” al posto dei diritti civili, il populismo al posto della democrazia, il vassallaggio al posto del contratto sociale, il precariato al posto dei diritti dei lavoratori.

Benjamin R. Barber, Forum for the Future, Rockefeller Foundation e i molti altri ingegneri sociali che chiedono di abolire gli stati nazionali e sostituirli con una rete planetaria di città-stato non sembrano voler tener conto di una serie di problematiche.

I sindaci di norma vengono eletti perché assecondano le esigenze (e i capricci) locali e si ripromettono di risolvere i problemi locali, prima di tutto e quasi esclusivamente. Difficile che un sindaco venga eletto perché promette di risolvere i problemi del mondo assieme ad altri sindaci. A un sindaco, anche il sindaco di una megalopoli, manca una prospettiva non solo globale, ma anche semplicemente nazionale. Ha poco senso che siano autorizzati a parlare a nome di milioni di persone che non abitano nella città o nei paraggi (e se i paraggi fossero davvero estesi, che differenza ci sarebbe rispetto agli stati-nazione e capi di stato attuali?). Chi controllerà che i sindaci rispettino i principi costituzionali degli stati che sono stati aboliti, evitando che il mondo diventi un mosaico di neofeudi liberisti corrotti e dispotici, permanentemente in competizione tra loro? Circa il 50% della popolazione mondiale non vive in un contesto urbano. Di che tutele potrebbe godere? Senza entità nazionali e federali chi amministrerebbe i parchi nazionali, la viabilità transcontinentale, i soccorsi ed aiuti di emergenza, la difesa, la lotta alla criminalità transnazionale? Chi tamponerebbe le conseguenze delle crisi cicliche della finanza? Chi si sforzerebbe di contrastare le disparità dovute alle rendite di posizione che nascono dalla concentrazione di ricchezze e di competenze in certi luoghi strategici? Chi difenderebbe le amministrazioni locali dagli squali della speculazione e della criminalità organizzata?

In Cina o a Singapore sindaci onnipotenti delle maggiori città non sembrano interessati a coordinarsi per il bene della Cina. Sembrano più intenzionati a trasformare le loro città in feudi personali e gli amministratori locali in cortigiani.

Il celebre scrittore di fantascienza William Gibson, incuriosito dalla possibilità che Singapore incarnasse l’avanguardia di quel mondo futuro che lui descriveva nei suoi romanzi, dopo aver visitato la città-stato, l’ha definita “Disneyland con la pena di morte” e ha ipotizzato che, se la IBM avesse potuto crearsi un suo staterello, le corrispondenze con la tecnocrazia capitalista di Singapore sarebbero state ragguardevoli. Un microcosmo fatto di conformismo, automatizzazione, sorveglianza capillare, carenza di creatività e di senso dell’umorismo, efficientismo, soppressione di tutto ciò che è considerato vecchio, censura, divieto di vendita di certi libri (inclusi, a quel tempo, i suoi!), programmi TV che insegnano ai vari gruppi etnici come essere stereotipicamente “se stessi”, locali gay clandestini, omologazione della moda e delle vetrine, ecc. Gibson conclude mestamente che, se gli architetti della società di Singapore dimostreranno di avere ragione – cioè che è così che una società dovrebbe essere amministrata – sarà una sconfitta per l’umanità, perché sarà la prova che essa può prosperare a dispetto della repressione della libera espressione delle personalità e dell’eterogeneità della natura umana.

 

Nulla di tutto questo è inevitabile, naturalmente. Ogni crisi ha sbocchi imprevedibili.

Un cambiamento positivo è quello che consente di diventare più liberi, più consapevoli, più responsabili e più miti (ossia meno prevaricatori).

Un cambiamento negativo è quello in cui la piramide sociale diventa più ripida, la dignità delle persone è mortificata, la libertà è compressa, l’iniquità è diffusa, la fratellanza umana è vilipesa.

La Grande Crisi è uno spartiacque, una profonda frattura. Tutto lascia pensare che ci stiamo lasciando alle spalle un tempo “ordinario” per entrare in un’epoca eccezionale, di grandi rivolgimenti e trasformazioni, un tempo in cui si possono verificare eventi straordinari e molte cose prima impensabili o utopiche diventano improvvisamente realizzabili.

Kairós lo chiamavano i Greci, un termine che deriva da “un radicale indoeuropeo *ker-/krr- che esprime un’idea di unione o di armonia, ma che comporta anche il senso di “principio”…”rinnovamento del mondo”…“giusta misura”…”che propizia il raggiungimento del “culmine” che può scaturire solamente dal coraggio di un saldo cuore” (Nuccio D’Anna 1999, pp. 54-56).

È un mondo nuovo, una monumentale metamorfosi planetaria.

Ci sono promesse e ci sono insidie. La sovranità è passata dagli dèi, al tempio e alla reggia, per finire in pratica nelle mani dei consigli di amministrazione delle banche d’affari. Ogni avanzamento democratico ha incontrato una forza contraria che ha rallentato il progresso civile e spirituale dell’umanità. Questo estenuante tiro alla fune ci ha portati all’attuale impasse, incerti sul da farsi, incapaci di discernere cosa sia meglio per noi: il sentiero che sembra portarci avanti sarà in realtà un’inconsapevole marcia indietro, una controrivoluzione, una trappola?

AUTONOMIA E DEMOCRAZIA SOTTO ATTACCO

La maggior parte degli “squilibri globali” che continuano a preoccupare l’intelligentsia mondiale sembra molto meno minacciosa se esaminata dal punto di vista plutonomico [precedentemente definito come “il governo dei ricchi per i ricchi”]…la Terra non sta per essere smossa dal suo asse e risucchiata nello spazio per colpa di questi “squilibri”. Che piaccia o meno, il pianeta è sostenuto dalle braccia muscolose dei suoi imprenditori-plutocrati.

Ajay Kapur, “Plutonomy: Buying Luxury, Explaining Global Imbalances”, memorandum del capo analista della banca d’affari Citigroup, 16 Ottobre 2005

 

La democrazia è venuta ad assumere il carattere di un sistema che ha riconsegnato per aspetti cruciali il potere a nuove oligarchie, le quali detengono le leve di decisioni che, mentre influiscono in maniera determinante sulla vita collettiva, sono sottratte a qualsiasi efficace controllo da parte delle istituzioni democratiche. Si tratta sia di quelle oligarchie che, titolari di grandi poteri, privi di legittimazione democratica, dominano l’ economia globalizzata, hanno nelle loro mani molta parte delle reti di informazione e le pongono al servizio degli interessi propri e dei loro amici politici; sia delle oligarchie di partito che in nome del popolo operano incessantemente per mobilitare e manovrare quest’ ultimo secondo i loro intenti; sia dei governi che tendono programmaticamente a indebolire il peso dei parlamenti (…) esoggiacciono all’ influenza del potere finanziario e industriale, diventandone in molti casi i diretti portavoce e gli strumenti.

Massimo Salvadori, “Democrazie senza democrazia”

 

Si affacciano nuovi conformismi e nuovi autoritarismi, nuove imposizioni di ‘identità’ obbligatorie, nuove e immediate forme di potere che fanno leva sulla paura (anche producendola) e non certo sulla libertà o sulla virtù civica, sostituita da una cupa chiusura dei cittadini su se stessi. In parallelo, le istituzioni liberaldemocratiche, rappresentative e di garanzia, sono travolte dalle nuove forme che la politica assume: populismo, plebiscitarismo, fittizie mobilitazioni di massa contro fittizi nemici inventati dai poteri politici ed economici in modo che i cittadini non si sentano del tutto assoggettati e impotenti davanti al governo reale delle “cricche” economico affaristiche. […] La democrazia rischia di uscire trasformata in una democrazia della sicurezza, delle identità (delle civiltà, delle culture) in conflitto, delle ‘radici’ da riscoprire, del controllo sociale e del dominio sulla vita biologica della persona, del plebiscito autoritario, dell’ignoranza acritica, dell’apatia e del risentimento, soprattutto, in una democrazia del mercato.

Carlo Galli (cf. Portinari, 2011, p. 43-45)

 

Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l’amore per la diversità; l’opportunismo, con la legalità e l’uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà

Gustavo Zagrebelsky, “Le parole della politica”, Repubblica, 16 giugno 2011.

 

In una democrazia si parte dal postulato che ciascuno, anche la persona più mediocre, ha qualcosa da esprimere che merita la nostra attenzione, che ha valore di per sé e non in relazione ad un gruppo di appartenenza o riferimento, e che nessuno ha la verità in tasca. Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze. La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e nessuno è un maestro, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso.

L’insigne giurista austriaco Hans Kelsen era convinto che le spinte autoritarie fossero anti-moderne, residui di mentalità antiquate. Ciò potrà anche essere vero, ma sono ancora tra noi.

Toyota e Sony condizionano pesantemente la vita politica giapponese. Lo stesso fa la Nokia in Finlandia, la GlaxoSmithKline nel Regno Unito, le banche d’affari e le multinazionali dell’informazione su scala mondiale. Qual è il peso dell’industria bellica statunitense sulla politica internazionale americana? Multinazionali implicate in colpi di stato, nel drastico taglio dei servizi sociali, nell’inquinamento doloso, nella privatizzazione dei beni pubblici (incluso il DNA umano).

Questo vizio di fondo delle nostre società incrementa l’entropia nel sistema. Una prospettiva a corto raggio limita i poteri creativi dell’immaginazione degli investitori e dei politici, che rischiano di adagiarsi nel solco di logiche consuete inadatte ad un mondo in rapida trasformazione.

La virtù precipua della democrazia è quella di avvalersi del giudizio di molte teste, ciascuna con le sue competenze. La frammentazione in gruppi di pressione identitari, la deindividualizzazione dei cittadini, la salda gerarchizzazione sono tutti indizi che la democrazia formale non si riesce a tradurre in una democrazia sostanziale e che il potere è riuscito a dividere i governati, indebolendoli.

Chi non apprezza la democrazia preferisce cittadini passivi e facili da tenere in pugno. L’oligarchia è una sistema di potere simile a quello aristocratico, ma sorretto dalla ricchezza e non dal lignaggio (il sangue). In termini pratici si tratta di una plutocrazia: i ricchi comandano, i poveri obbediscono.

Storicamente, è stato il più acerrimo avversario della democrazia.

 

Ora ha buon gioco perché la democrazia versa in una profonda crisi di legittimità. L’astensionismo alle stelle delegittima il processo democratico.

La democrazia va rivitalizzata, la classe politica deve riconquistare la fiducia di elettori disillusi, sfiduciati, rancorosi.

La democrazia è preziosa e va difesa perché distribuisce il potere invece di concentrarlo, e lo fa in modo intelligente, salvaguardando il necessario coordinamento di strutture sociali complesse. La democrazia è lo strumento che permette all’umanità di cambiare le cose senza rischiare di perdere la vita per farlo.

Tenuto conto dell’inoppugnabile e spettacolare aumento della disuguaglianza a livello locale e globale, specialmente negli anni della Crisi, sarebbe consigliabile provvedere a fare il possibile per evitare che la protesta, che si è finora espressa nell’astensionismo e nel voto populista, degeneri e sfoci nella rivolta sociale, con prevedibili sbocchi autoritari, e quindi filo-oligarchici. Lo sanno bene gli immigrati provenienti da paesi non democratici o solo parzialmente democratici.

 

Le autonomie speciali sono parimenti sotto attacco, in parte anche per l’atteggiamento difensivo e non sempre propositivo di chi se ne fa paladino. I trentini si sono trincerati e si preparano a dar battaglia. Molti sudtirolesi credono che quest’aggressione non sia un problema loro, che le loro conquiste siano inespugnabili. Altri mirano alla secessione, sfruttando l’eutanasia dell’eurozona da parte delle autorità europee ed internazionali.

Il resto d’Italia tifa in gran parte per Roma, senza rendersi conto che il federalismo è l’unica via di uscita dai nostri problemi e che la soppressione delle autonomie è la pietra tombale su ogni aspirazione all’autodeterminazione coltivata in Italia. Un eccessivo accentramento dei poteri non è una buona premessa per una democrazia sana. All’Italia serve un disegno organico che riordini le istituzioni in senso federale, di regionalismo avanzato, con un Senato delle Regioni.

Al contrario, la Crisi viene usata come pretesto per abolire diritti civili e diritti sociali e per riprendersi funzioni che erano state delegate ai territori, con la scusa che costano e che ci rendono meno competitivi sul piano economico e troppo vulnerabili su quello della “Guerra al Terrore”.

Il debito –  es. i debiti da record mondiale della Danimarca (privato) e del Giappone (pubblico), due nazioni generalmente considerate virtuose – pare più uno stratagemma per incrementare la sudditanza di popoli e nazioni.

È in corso un gigantesco travaso di sovranità e di risorse dalla base alla cima della piramide. Come possiamo invertire questa perniciosa tendenza?

Escludendo ogni tentazione di rimpiazzare la democrazia rappresentativa che, quando non funziona, non è per demeriti suoi, ma degli eletti (e quindi anche degli elettori).

Serve una migliore democrazia rappresentativa, non una democrazia ostaggio dei populismi.

Propongo perciò quindi di dar vita ad una convenzione (permanente?) sulla democrazia per le province autonome di Trento e Bolzano, se possibile estesa anche al Tirolo austriaco e al bellunese – tanto per cominciare –  che discuta di una serie di questioni che, pur non essendo nuove e originali, diventano sempre più attuali e pressanti. Tra queste: voto ai sedicenni, voto agli immigrati, quote rosa, sistema elettorale, trasparenza, pluralismo dell’informazione, assemblee civiche deliberative e di consulenza (nominate come le giurie statunitensi?) e una dichiarazione di autonomia che indichi per iscritto i principi e i criteri di governo che indirizzeranno queste comunità alpine per le generazioni a venire. 

IL DIRITTO ALL’EVOLUZIONE

Il passato è degno di rispetto e riconoscimento, non di venerazione. È nel futuro che troveremo la nostra grandezza.

Pierre Trudeau

 

I dogmi di un passato tranquillo sono inadeguati al presente tempestoso. La situazione è irta di difficoltà, e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione. Poiché il nostro caso è nuovo, dobbiamo pensare in modo nuovo e agire in modo nuovo. Dobbiamo emanciparci.

Abraham Lincoln

 

Questo è il tempo che ci è dato, abbiamo la responsabilità di dare risposte alle esigenze di questo tempo.

Aldo Moro

 

La storia vi giudicherà e, col passare degli anni, in ultimo vi giudicherete da voi stessi, sulla misura in cui avete utilizzato le vostre doti per illuminare ed arricchire le vite del vostro prossimo. Nelle vostre mani, non nei presidenti e nei capi, vi è dunque il futuro del vostro mondo e la realizzazione delle migliori qualità del vostro stesso spirito.

Robert F. Kennedy

 

Non sono venuto qui a proporre una lista di rimedi specifici, né esiste una simile lista. A grandi linee però sappiamo che cosa si debba fare. Quando insegni a un uomo a odiare e a temere il proprio fratello, quando gli spieghi che è un uomo inferiore a causa del suo colore, delle sue credenze o delle politiche che persegue, quando insegni che chi è diverso da te è una minaccia per la tua libertà o per il tuo lavoro o per la tua famiglia, allora anche tu impari a trattare gli altri non come concittadini ma come nemici, da affrontare non con spirito di cooperazione bensì come spirito di conquista, da soggiogare e da dominare. Impariamo, alla fine, a considerare i nostri fratelli come degli estranei, gente con cui condividiamo una città, ma non una comunità; gente a cui ci lega l’essere vicini di casa, ma nessuna cooperazione. Impariamo a condividere solo una paura comune, solo un comune desiderio di allontanarci gli uni dagli altri, solo un comune impulso a reagire al disaccordo con la forza. Per tutte queste cose non ci sono risposte risolutive. […]. Le nostre vite su questo pianeta sono troppo brevi e il lavoro da compiere è troppo grande per consentire a questo spirito di prosperare ancora sulla nostra terra. Ovviamente non possiamo sconfiggerlo per mezzo di un programma o di una risoluzione. Forse però possiamo ricordare, almeno per una volta, che coloro che vivono insieme a noi sono nostri fratelli, che condividono con noi lo stesso breve periodo dell’esistenza, che non cercano, proprio come noi, niente altro se non la possibilità di vivere la propria vita dandole un senso e un po’ di serenità, cercando la soddisfazione e l’appagamento che potranno ottenere. Certamente questo vincolo di una fede comune, questo vincolo di un fine comune, può cominciare a insegnarci qualcosa. Di sicuro possiamo almeno imparare a guardare a coloro che ci sono intorno come ad altri uomini, e di sicuro possiamo cominciare a sforzarci un po’ di più per curarci reciprocamente le ferite e tornare ad essere nei nostri cuori fratelli e compatrioti.

Robert F. Kennedy

 

Questa dichiarazione dovrebbe essere formulata in modo tale da essere riconosciuta come una Grande Idea, una di quelle che non appartengono a nessuno in particolare, essendo patrimonio di tutti. L’America è nata da una grande idea, la Dichiarazione universale dei diritti umani è nata da una grande idea, le Nazioni Unite sono nate da una grande idea. Le grandi idee, distillato di sapienza, aiutano a crescere anche chi viene dopo di noi.

 

Evoluzione. A tutte le persone, in quanto appartenenti alla stessa specie, va garantita un’esistenza umana dignitosa, ossia un adeguato nutrimento, vestiario, alloggio, cure mediche, istruzione, tempo libero da dedicare ad attività creative, ricreative, didattiche, civiche, spirituali che le facciano sentire utili e importanti, che diano significato alle loro esistenze e consentano loro di rivendicare una vigorosa vita interiore da esplorare, origine della condotta morale e veicolo per la celebrazione della vita.

Fratellanza. Questo obiettivo può essere raggiunto solo coralmente, unendo le nostre capacità per il nostro reciproco vantaggio e diletto e aiutandoci vicendevolmente a non mascherare involontariamente comportamenti egoistici dietro una facciata altruistica. Il fine più alto nell’universo non è il bene del singolo, ma il bene di tutti.

Uguaglianza. Le risorse necessarie per una vita dignitosa sono beni comuni. Il loro accesso e fruizione rappresentano un diritto fondamentale di ogni persona. L’utile ricavato dallo sfruttamento di queste risorse – in primis l’energia – deve essere ripartito equamente.

Libertà. È il sacrosanto fondamento della condotta morale e non deve violare la libertà altrui.

PERCHÉ UNA DICHIARAZIONE?

Vorrei iniziare con una frase che ho casualmente trovato su Internet. È di un cittadino che non è né deputato, né ministro, né sottosegretario, né presidente della Repubblica. Si chiama Alberto Tesseri e dice: “Questa Costituzione è stata scritta da gente sana per gente sana”. È quasi un trattato di politica costituzionale in pochissime parole. Si dice che la Costituzione è quella cosa che un popolo scrive quando è sobrio per valere quando non lo sarà più. Qualcuno dei riformatori ha detto che questa nostra Costituzione è inadatta a governare. Noi gli chiediamo se loro sono adatti a governare. C’è una domanda che io vorrei fare ai nostri ministri, al presidente del Consiglio, al ministro per le Riforme e al presidente della Repubblica: sono più importanti le istituzioni o gli uomini e le donne che operano nelle istituzioni? La risposta classica è che una Costituzione anche mediocre se è in mano a uomini e donne buoni (cioè disinteressati, competenti, attenti al bene comune, disattenti al bene particolare), può funzionare bene, mentre la migliore delle Costituzioni in mano a uomini e donne cattivi si corrompe. Allora chiediamoci: questa Costituzione in mano a che genere di uomini e donne è caduta?

Gustavo Zagrebelsky, 13 ottobre 2013

 

Non otterremo nulla senza una dichiarazione dei nostri diritti intrinseci. Ogni rivoluzione delle coscienze e delle istituzioni è sorta da una rivolta contro l’ingiustizia, però nessuna ribellione può diventare una rivoluzione civile senza una dichiarazione, un patto, un contratto tra cittadini che sancisca quei principi che dovranno assicurare organizzazione, coerenza e, in ultimo, successo, alla trasformazione.

L’umanità deve rivendicare l’autorità di un contratto sociale, che è il potere di stabilire una forma di civiltà basata sulla giustizia e sulla trasformazione della coscienza umana nel senso dell’autogoverno morale e solidale delle persone e delle comunità. Si deve formalizzare la causa del genere umano, come si è fatto in precedenza con i singoli popoli, allo scopo di veicolare un ideale in forma esplicita e concreta.

 

Per quanto riguarda il Trentino, l’autonomia interessa poco perché è afflitta da formalismi giuridico-burocratici. È un’idea astratta che non scalda i cuori.

Le costituzioni sono l’anima di una nazione, per questo meritano l’attenzione dei cittadini. Prendere sul serio l’autonomia significherebbe accorgersi che è un contratto sociale, un accordo tra cittadini, l’accordo fondamentale che viene rinnovato ad ogni generazione.

Le costituzioni si preservano per consuetudine, deferenza, orgoglio, paura di indebolirle, ecc. Ma il senso vero delle costituzioni risiede nel loro spirito, nella convinzione che sono dei patti che, se venissero a mancare, sarebbero re-introdotti alla prima occasione e grosso modo nella stessa forma, e comunque nel pieno rispetto del suo spirito. E questo spirito merita rispetto perché incarna ciò che c’è di più elevato in noi, la convergenza dei nostri migliori istinti e aneliti.

Pensiamo al preambolo alla costituzione americana. Ha perso un po’ del suo smalto, dimostra la sua età, ma non è la vetustà delle parole e dei sentimenti espressi a contare. Inchinarsi alla lettera delle leggi anche quando sono interpretate in modo tale da tradirne lo spirito è scellerato. È una degenerazione patologica dell’idolatria, una dipendenza che ci vincola a degli idoli al posto dei significati che sono chiamati a rappresentare.

La verità è che, come tutte le “cose​​”, la lettera della legge subisce un processo di decadimento, ma il suo spirito è immortale, perché si fonda su ciò che è giusto. Non credo che chi si ripromette di riformare la costituzione italiana in questi anni abbia a cuore il suo spirito.

Sarebbe doveroso e opportuno tornare a concentrarsi su ciò che la costituzione rappresenta, non su quello che dice testualmente, perché ci sono sempre azzeccagarbugli che giocano con le parole e le loro interpretazioni.

Sarebbe doveroso ed opportuno ricordarsi che, oltre a ciò che è lecito, vi è anche ciò che è giusto, e che ciò che è giusto definisce quel che è lecito, non vice versa.

 

Ciò che segue è l’alfabeto dei principi e delle pratiche di questo futuro possibile che potrebbero ispirare la “Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte”.

ABOLIZIONISMO / SEISACHTHEIA

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Padre Nostro, preghiera cristiana

 

Padre di Tilda, fidanzata di Adam: “Adam, stammi a sentire, per il bene di mio nipote se non per il tuo. C’è un ordine naturale a questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene. Questo movimento non sopravvivrà, se ti unisci a loro tu e l’intera tua famiglia verrete schivati, al meglio esisterete come paria, oggetto di sputi e bastonate, al peggio sarete linciati o crocifissi. E per cosa, per cosa, qualunque azione vogliate non ammonterà più che a una singola goccia in un oceano sconfinato”

Adam Ewing: “Ma cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?”

Da “Cloud Atlas”

 

Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento. Ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni. L’assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L’assuefazione all’orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso.

Gustavo Zagrebelsky, appello del 4 aprile 2011 (Libertà e Giustizia)

 

Il mondo non è mai stato così ricco: circolano beni per un valore di 241mila miliardi di dollari, equivalenti a 47000 euro per ciascun adulto. Questa ricchezza crescerà del 39% entro il 2018. La popolazione mondiale aumenta di 1,1% annuo, ma la produzione di cibo aumenta dell’1,5% annuo.

Eppure il numero di esseri umani condannati alla fame è stabile da trent’anni circa, a quota 850 milioni di persone.

La prova del fatto che il modello economico dominante è parassitario e iniquo è data dal fatto che lo 0,7% più ricco possiede il 41% delle ricchezze globali (e solo una minima percentuale è costituita da imprenditori che contribuiscono all’economia reale), il 10% più ricco ne controlla l’86%, la metà più povera della popolazione mondiale possiede l’1% delle risorse. Il paradiso delle rendite di posizione.

120 milioni di europei e 150 milioni di statunitensi vivono sotto o appena sopra la soglia di povertà.

Il debito privato della “virtuosa” Danimarca è pari al 322% del reddito delle famiglie, ed è il più alto del mondo. Due quinti della popolazione britannica non saprebbe come far fronte ad una spesa inattesa di 300 sterline senza chiedere un prestito. Ogni 5 minuti un cittadino del Regno Unito viene dichiarato insolvente

L’1% che risiede in cima alla scala sociale americana si è accaparrato il 95% della ricchezza prodotta nei quattro anni compresi tra il 2009 e il 2013.

110 persone controllano il 35% delle ricchezze russe. 432 famiglie possiedono metà delle terre scozzesi non demaniali.

3 esseri umani su 1000 sono schiavi. Sono poco meno di un milione solo in Europa (60% sono cittadini europei). A questi vanno aggiunte le centinaia di milioni di servi di fatto. Se un’azienda fosse autorizzata a detenere degli schiavi dovrebbe fornire un tetto, vestiti, cibo, cure mediche e sorveglianza/sicurezza, per un costo che supererebbe tranquillamente i 100 euro al giorno, molto più del “salario” di un lavoratore immigrato sotto ricatto o di un precario disperato. I servi contemporanei sono decisamente più convenienti degli schiavi del passato: sono loro che si trasferiscono a spese proprie, a costo della vita, si devono procurare per conto loro vitto e alloggio, accettano una condizione di servaggio volontario, giacché l’alternativa è miseria, caos, pericolo, arbitrio e assenza di prospettive del paese di provenienza:

 

Non ci sarebbe il racket sulla vita di tante persone che muoiono nei cassoni di autotreni, nelle stive di navi, sui gommoni alla deriva e in fondo al mare; non ci sarebbe un mercato nero del lavoro né lo sfruttamento, talora al limite della schiavitù, di lavoratori irregolari, che non possono far valere i loro diritti; non ci sarebbe la facile possibilità di costringere persone, venute da noi con la prospettiva di una vita onesta, a trasformarsi in criminali, prostituti e prostitute, né di sfruttare i minori, per attività lecite e illecite; non ci sarebbe tutto questo, o tutto questo sarebbe meno facile, se non esistesse la figura dello straniero irregolare, inerme esposto alla minaccia, e quindi al ricatto, di un “rimpatrio” coatto, in una patria che non ha più. La prepotenza dei privati si accompagna per lui all’assenza dello Stato. Per la stessa ragione, per non essere “scoperto” nella sua posizione, l’irregolare che subisce minacce, violenze, taglieggiamenti non si rivolgerà al giudice; se vittima di un incidente cercherà di dileguarsi, piuttosto che essere accompagnato in ospedale; se ammalato, preferirà i rischi della malattia al ricovero, nel timore di una segnalazione all’ Autorità; se ha figli, preferirà nasconderne l’esistenza e non inviarli a scuola; se resta incinta, preferirà abortire (presumibilmente in modo clandestino). In breve, lo straniero irregolare dei nostri giorni soggiace totalmente al potere di chi è più forte di lui. I diritti valgono a difendere dalle prepotenze dei più forti, ma non ha la possibilità di farli valere: il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all’integrazione sociale, al lavoro, all’istruzione, alla maternità. Davvero, allora, la parola straniero, nel mondo di oggi, è priva di significato discriminatorio?… Quella sacca di violenza che è il mondo degli irregolari è una minaccia non solo per loro, ma per tutta la società. La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell’espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società.

Gustavo Zagrebelsky, “Lo straniero che bussa alle porte dell’Occidente”, la Repubblica, 13 novembre 2007

 

Milioni di giovani precari vivono infinitamente meglio di queste persone, ma sono forse liberi? Sono cittadini sovrani? La loro dignità è rispettata? I loro diritti civili sono effettivi?

Viviamo in una società gerarchica, razzista, esclusivista. Abbiamo tentato in ogni modo di riformarla rendendola più egalitaria ed inclusiva ma, ogni volta, le conquiste sono state erose dalla reazione di chi crede che gli esseri umani non abbiano pari dignità, perché non hanno pari valore e quindi ciascuno deve guadagnarsi il diritto a stare al mondo e, in seconda battuta, a farlo dignitosamente.

Quella stessa logica ha portato allo sfruttamento di Auschwitz da parte della I.G. Farben, la più grande multinazionale chimica del mondo del suo tempo.

Auschwitz non è un’aberrazione ma il culmine di una tradizione schiavista. Il paradigma della società di dominio totale resta una tentazione permanente di ogni sistema in cui il potere si accentri e si espanda senza limiti. Una volta che un sistema di dominio totale ha dimostrato in modo così eclatante la sua efficacia, rimarrà, per alcuni, un modello da imitare, o “perfezionare”.

Prima dell’abolizionismo lo schiavo era parzialmente considerato un essere umano. Nel capitalismo sfrenato la logica della massimizzazione dei profitti fa sì che l’essere umano divenga un utensile e una merce.

La nostra è una società che si fonda sull’ossessione feticista per il valore intrinseco delle essenze. Tutto ha un prezzo e, più pura è l’essenza di una cosa, maggiore la sua autenticità, più elevato sarà il suo valore. Essere maschi eterosessuali significa essere meglio quotati in una società patriarcale: è più facile fare carriera. Essere belli è un valore aggiunto. I mercati esistano per assegnare un valore alla differenza, ogni differenza. Nel farlo, separano, disgregano, frammentano, contrappongono, a spese di uguaglianza e fratellanza.    

Ogni diversità diventa preziosa non perché ci aiuta a comprendere meglio la realtà, guardandola da diversi punti di vista, ma perché genera un profitto.

Sottolineare ed accentuare differenze, peculiarità, specificità, idiosincrasie ed incongruenze accresce il profitto.

Viviamo in una società che insegna ad amare le cose e a usare le persone: una società che i posteri definiranno, a buon diritto, schiavista.

Con buona pace dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”.

L’aveva intuito il Karl Marx della “Miseria della Filosofia”:

 

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

 

Gustavo Zagrebelsky, in dialogo con Ezio Mauro (Mauro/Zagrebelsky 2011), ha colto nel segno quando a rilevato la drammatica involuzione che sta subendo la democrazia, un’istituzione, come ci ricorda il costituzionalista, che, finora è sempre stata rivendicata dagli inermi, dagli esclusi, dagli ultimi, da

 

quelli che contano poco o nulla e vogliono contare di più, vogliono farsi valere in società che li tengono ai margini…La democrazia dovrebbe stare dalla parte, dovrebbe essere la parola d’ordine dei senza-potere, contro coloro che dispongono di troppo-potere. Dovrebbero essere i primi, non i secondi ad esserle amici. […]. Mi pare si debba constatare il contrario. Sono i detentori del potere (i dynàstai) a fare della democrazia – della parola democrazia – il proprio orpello, a invocarla per rendere indiscutibile il proprio potere sugli inermi. Quanti abusi di potere si giustificano “democraticamente”! La democrazia, intesa come ideologia dei governanti, è una sorta di assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero (p. 11).

 

La democrazia, continua Zagrebelsky, sta mostrando il suo volto minaccioso proprio nei confronti di chi avrebbe il compito di proteggere e, in nome suo e del consenso popolare, si legittimano e razionalizzano prepotenze, pregiudizi, discriminazioni, soprusi, prevaricazioni, “indecenze di ogni tipo”.

Che fare?

Per ristabilire la democrazia su tutto il pianeta bisogna prima di tutto rimuovere il meccanismo infernale della schiavitù per debiti. Il giubileo del debito era una prassi consuetudinaria nell’antichità, in Europa come in Asia e in Africa, almeno dal terzo millennio avanti Cristo, e serviva a ristabilire la pace sociale. In Mesopotamia se ne contano circa 30 nel corso di mille anni. La stele di Rosetta testimonia il fatto che gli annullamenti del debito si effettuavano anche in Egitto.

Nella Grecia di Solone si chiamava seisachtheia (lo scrollarsi di dosso degli oneri del debito) e coincise con la nascita della democrazia greca. Nella Bibbia si narra che il popolo di Israele, ogni 50 o 70 anni, faceva il punto della situazione, si interrogava sulle sue mancanza, sui suoi peccati, rifletteva sulla strada da percorrere e ripudiava il debito azzerando tutto per poter ripartire su basi più egalitarie.

Il corano insiste sulla necessità di non tormentare il debitore quando è evidente che non sarà in grado di ripagare.

Non c’è ragione di credere che, per evitare il peggio, non si possa arrivare ad un accordo anche ai nostri giorni.

Le iniziative per il ripudio della schiavitù per debiti si manifestano come ondate globali. Con alterne fortune, la prima ebbe luogo nella Grecia (Sparta), India (Ashoka) e Cina (dinastia Qin) del terzo secolo a.C. e nella Roma del II secolo a.C. (i Gracchi). Di nuovo, con maggior successo, nel tredicesimo secolo: a Bologna (1256), in Inghilterra (1215) e in Giappone.

Grecia, Italia, Giappone, Cina, Islanda (al tempo dei vichinghi) e Inghilterra possono essere considerate le nazioni e culture pioniere dell’abolizionismo.

Oggi Argentina, Grecia e Islanda stanno cercando di ripercorrere quella strada, nella certezza che il modello attuale garantisce che la crescita economica e la crescita del benessere saranno sempre inferiori all’aumento del debito, per indebolire la democrazia, restringere gli spazi di manovra della politica, soggiogare i cittadini.

L’unica soluzione per far trionfare il nuovo movimento abolizionista è tassare le rendite, ripudiare almeno una parte del debito, frantumare banche e multinazionali così grandi da determinare le politiche delle nazioni e riprendere il controllo del sistema bancario, ormai quasi per nulla interessato a porsi al servizio dello sviluppo dell’economia reale e dell’interesse generale.

L’alternativa sarà una permanente condizione di instabilità sociale, con scioperi di massa, caos, rivolte, secessioni della plebe (secessione delle masse dalla società) e fascismi “sicuritari”.

ALTRUISMO

Me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”.

don Lorenzo Milani Lettera ai giudici (1965)

 

La patologia di chi accumula denaro al di là di ogni misura è simile a quella del collezionista a cui non interessa la natura delle cose raccolte, ma la sistematicità dell’insieme collezionato, che gli garantisce la sicurezza di un mondo chiuso e invulnerabile.

Umberto Galimberti

 

L’ultima visione dell’inferno umano di Dante è quella del conte Ugolino che morde il cranio del suo tormentatore; l’ultima grande visione allegorica di Spenser è quella di Serena spogliata e preparata per un banchetto cannibalesco…L’orco e il gigante cannibale delle favole popolari che compare nella letteratura come Polifemo, e tutta una lunga serie di sinistre vicende di sangue e carne umana dalla storia di Tieste al patto di Shylock, appartengono a…una forma demonica radicale.

Northrop Frye, “Anatomia della critica”

 

Il simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda, è un emblema dell’individualismo possessivo e parassitario: una forma di vita attaccata alla terra, di sangue freddo e spesso velenosa, imprigionata nel proprio ciclo di morte e rinascita. L’archetipo dell’uroboro ci rimanda al perfezionismo, all’ossessività, alla stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione, alla debolezza ed insicurezza di chi ha un bisogno ossessivo di controllare le proprie circostanze di vita. Una ricerca della sicurezza, non della maturazione, che interrompe il flusso dell’energia vitale.

 

Nella storia umana il cannibalismo è un tabù, una delle proibizioni più categoriche. In Cina è associato alla tirannia e ad intrighi politici, al sovvertimento dei valori della benevolenza (ren) e della rettitudine (yi). Nella Grecia omerica è legato all’egocentrismo, all’utile personale, alla possessività, all’inospitalità, all’hybris, la dismisura, la superbia che saranno necessariamente punite. Caratterizzazioni analoghe si riscontrano nelle Americhe e in Africa.

L’antropologo Jack D. Forbes e lo psicanalista Paul Levy hanno ripreso questo motivo leggendario in riferimento a una psicosi tipica dell’esperienza umana, che in certe persone (es. psicopatici/sociopatici) e culture (es. neoliberismo) raggiunge livelli parossistici, cancellando dalla sfera della consapevolezza l’ovvia constatazione che nessuno di noi è un essere vivente autosufficiente, ma siamo tutti interconnessi e interdipendenti.

 

Carlo Emilio Gadda (“L’egoista”, 1953) descrive molto efficacemente l’egoista come un ego-buco nero che si considera autarchicamente indipendente da tutto il resto, per nulla in “simbiosi con l’universo”, quando invece “ognuno di noi è il no di infiniti sì, è il sì di infiniti no” e “se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me”. L’egoismo tirannico spadroneggia ovunque ed estingue la coscienza morale e lo spirito civico, per poi annientare gli egoisti più estremi: “autostritolatosi nella sua pressione centripeta, nella sua propria ipergravità. La sua disumana forza-centripeta, la disumana coesione del suo io inutilmente io, lo hanno polverizzato, annichilato”. Per Gadda c’è un nesso evidente tra egoismo e consumo del prossimo:

 

L’egoismo…discende dalla smania priméva di appropriarci il vitto, la maggior quantità possibile di cibo. è un impulso istintivo, non riflesso: è la liberazione dalla paura atavica, primordiale, belluina, di rimanere senza cibo: è la reviviscente fame dei millenni. […]. il duro senso del possesso, lo spietato esercizio del proprio tornaconto, la liruccia disputata alla serva, la schioppettata nella gobba del prossimo per una falciata di fieno; o viceversa quell’amore dei propri comodacci di che l’egoista non si smuove d’un millimetro nemmeno a veder crepare la su’ nonna, è condizione morale, è stato biopsichico oggigiorno così consueto e diffuso, da neppure doverci spendere parola.

 

L’egoista è chi, da adulto, si comporta come un bimbo capriccioso, arrogante ed egoista.

L’altruista ama se stesso attraverso l’amore per il prossimo, la sollecitudine, la premura, la solidarietà, l’umiltà, l’accettazione della mutua interdipendenza, riconosce pari dignità all’altro, per quanto diverso. Per queste persone la coscienza è un’attività integrativa di interrelazione e interdipendenza, non di dominio e fagocitazione e la reciprocità, esercitata con spirito di umiltà e giustizia, è la miglior guida etica.

Reciprocità significa usare l’empatia per rendersi sensibili, porosi, ricettivi alle esigenze, sentimenti e prospettive altrui. L’umiltà tiene sotto controllo il nostro istinto di dominare chi è più debole di noi, la nostra aggressività e ci permette di raggiungere dei compromessi, nel rispetto degli altri.

Questo risulta più facile se ci rendiamo conto di essere parte del tutto, di essere tutti sulla stessa barca e che quindi il mio prossimo non è veramente “altro da me”.

Un modo equanime e integrato di guardare alla realtà è quello di percepire l’unità che sottintende la diversità apparente – unità nella diversità. Una prospettiva espansiva, o altruistica, è quella che riconosce negli altri i tratti di sé e l’unitarietà dell’origine dell’esistente e si comporta secondo la regola d’oro: “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te” (cioè a dire, non comportarti come un dio).

AMERICA

La via scelta dagli Stati Uniti era contrassegnata a chiare lettere da pochi, trasparenti principi guida della loro condotta nella politica mondiale. Primo: nessun popolo di questa terra, in quanto popolo, può essere giudicato un nemico perché l’umanità tutta condivide un bisogno comune di pace, di fratellanza e di giustizia. Secondo: la sicurezza e il benessere di qualsiasi nazione non possono essere acquisiti permanentemente nell’isolamento, ma solo attraverso una reale cooperazione con le altre nazioni. Terzo: il diritto di ogni nazione ad un governo e ad un sistema economico di sua scelta è inalienabile. Quarto: qualsiasi tentativo di una nazione di imporre ad altre nazioni la sua forma di governo è indifendibile. E quinto: la speranza di una nazione in una pace duratura non può essere solidamente basata sulla corsa agli armamenti ma su rapporti giusti e su intese oneste con tutte le altre nazioni.

Dwight D. Eisenhower, 1953.

 

Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo, per quanti successi abbia avuto nel sollevare le masse dalla loro degradazione, nello sviluppo materialistico, nella produzione e in certa molto ingannevole e superficiale intellettualità popolare, è oggi come oggi un fallimento quasi completo nei suoi aspetti sociali e in tutti i risultati più grandi, quelli religiosi, morali, letterari e estetici. Invano marciamo a passi mai visti verso un impero tanto colossale da oscurare quelli dell’antichità, l’impero di Alessandro e le più audaci conquiste di Roma. Invano ci siamo annessi il Texas, la California, l’Alaska, e ci spingiamo a Nord verso il Canada, a Sud verso Cuba. È come se fossimo in qualche modo dotati di un corpo vasto e sempre meglio equipaggiato, ma cui fosse rimasto solo un poco, o niente affatto anima.

Walt Whitman, Prospettive democratiche, 1871

 

Lincoln riteneva, con ogni fibra del suo essere, che questo luogo, l’America, potesse offrire un sogno a tutta l’umanità, un sogno diverso da ogni altro negli annali della storia. Più generoso, più compassionevole, più inclusivo…L’idea di famiglia, l’idea che, se non ci si aiuta l’un l’altro, alcuni non ce la faranno. È la famosa immagine della persona che ascende lungo la scala sociale, raggiunge il suo sogno e poi si volta per aiutare il prossimo a salire, non per ritrarre la scala. Quale altro popolo ha mai rivendicato una qualità di carattere che non risiede in un modo di parlare, vestire, ballare, pregare, ma in un’idea? Quali altri popoli della terra hanno sempre rifiutato di ancorare le definizioni della loro identità a qualcosa che non fosse quell’idea?

Mario Cuomo

 

Il vero punto di forza degli Stati Uniti, almeno fino al fatidico 1973, che ha segnato l’inizio della risacca controrivoluzionaria neoliberista occidentale, è stata la capacità di incarnare una via al progresso ed alla modernità che poteva fungere da modello per il resto del mondo. Si poteva essere in estremo disaccordo sulla politica estera, senza per questo smettere di ammirare le conquiste della società americana e la sua capacità di dare un’opportunità a milioni di diseredati.

 

La grande speranza dei fondatori della repubblica statunitense risiedeva nella visione di cosa fosse l’umanità e di cosa potesse diventare – individualmente e coralmente. L’America era una grande idea, una di quelle grandi idee che fanno andare avanti il mondo, che dischiudono nuove possibilità e nuovi significati nell’epopea umana. Idee che indirizzano la nostra attenzione verso la grandezza che ci circonda nella natura e nell’universo, aprendoci gli occhi sulle reali esigenze del nostro prossimo, mostrandoci che non siamo qui solo per onorare noi stessi, che non è solo la sicurezza economica e fisica ciò a cui dobbiamo aspirare. L’America era un’espressione nuova ed originale, un esperimento sociale e politico, fondato su idee che sono state patrimonio dell’umanità per secoli e forse millenni, senza mai poter trovare una solida attuazione (neppure al tempo dell’Atene classica). L’America, prima di essere corrotta dal materialismo, dal consumismo, dal militarismo, dal feticcio per le armi e dall’imperialismo, fino grosso modo all’elezione di Richard Nixon, era la promessa di un nuovo inizio per l’intera umanità e fu questa promessa ad essere fatta propria dai girondini che cercarono di governare la rivoluzione francese prima che questa sfociasse nel Terrore.

Le due rivoluzioni si nutrirono della fede in una natura umana decaduta ma perfettibile. Fu questa la linfa del migliorismo sociale, della democrazia, dei diritti umani, del costituzionalismo. Una visione che ci chiama ad agire responsabilmente, a onorare qualcosa di più elevato dei nostri desideri di profitto e gratificazione materiale: la libertà di chi si sente veramente libero solo se sono tutti liberi, la giustizia, l’uguaglianza, l’indipendenza di giudizio, la coscienziosità, la sollecitudine verso il prossimo, il senso di responsabilità, l’auto-determinazione. L’uomo visto come un bocciolo, un frutto non ancora maturo, un potenziale inespresso, un divenire che si compie coralmente, in una comunità, non nel supponente isolamento dagli altri, che all’opposto ci rende più vulnerabili all’autoinganno, all’egoismo, alla superbia, alla paura, alla violenza aggressiva propria di chi separa ciò che è interconnesso.

L’America non doveva essere una sacra Heimat ma, più propriamente, una comunanza di coscienze e di sodali nello spirito più esoterico del motto “E pluribus unum”: “Da molti, uno”. Lo si evince dagli scritti di Washington, Madison, Jefferson, Paine e, più tardi, di Lincoln, Frederick Douglass, Emerson, Thoreau, Whitman, Martin Luther King e dei fratelli Kennedy, che sapevano conciliare considerazioni di natura sinceramente spirituale e finalità puramente pragmatiche.

La loro America doveva essere un paese prospero ma anche un luogo dell’anima – intesa come un potere della coscienza di cui siamo ancora scarsamente consapevoli –, una regione del pianeta privilegiata, in cui le persone dovevano avere la possibilità, i mezzi ed il diritto di cercare la verità, ascoltare le proprie coscienze, coltivare la vita interiore e lavorare assieme per il bene comune. Questa dimensione spirituale era centrale ed è innegabile (Needleman 2002).

L’America si è dotata di una specifica forma di governo che doveva permettere ai suoi cittadini di migliorarsi e di migliorare la vita umana sulla terra, nella convinzione che, senza una rivoluzione dello spirito, se non cambia l’interiorità, se non si trasformano le teste delle persone, ogni cambiamento esterno non farà altro che perpetuare l’ingiustizia e l’autoritarismo in forme diverse. Questo perché l’ingiustizia proviene dall’uomo – dalle menti e dai cuori delle persone –, non dalle circostanze. L’America non si è ancora dimostrata all’altezza delle sue aspirazioni. Nel dopoguerra le forze anticostituzionali hanno cominciato a prendere il sopravvento. Hanno ucciso, hanno cospirato. Ma lo spirito della Costituzione e della Dichiarazione di Indipendenza è indomito, perché fa parte della natura umana e perché rappresentano il preludio alla trasformazione planetaria delle coscienze che sta avendo luogo grazie a Internet e alla globalizzazione.

AUTONOMIA

Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Imparare a imparare da soli. Ecco il segreto dell’autonomia.

Raoul Vaneigem

 

Ciò che differenzia la storia svizzera dal modello europeo è il risultato. Le comunità svizzere si sono costruite dal basso verso l’alto, crescendo da liberi contadini o piccole associazioni di paese, e sono curiosamente pesanti nella loro parte bassa, un po’ come quelle bambole che, anche se spinte, si rimettono sempre in piedi. Il peso è in basso. Le comunità hanno un profondo equilibrio verso il quale, come verso il punto di riposo, l’ordine sociale e politico tende a ritornare.

Jonathan Steinberg, “Why Switzerland”, 1976

 

La missione del Trentino e dell’Alto Adige-Südtirol è quella di concorrere ad una rivoluzione federalista: l’obiettivo è quello di donare l’autonomia a tutti, ossia condividerla, per renderla efficace ed effettiva a livello planetario. Se la perderemo sarà una sconfitta per tutti, non solo per noi, perché avrà vinto la logica della scarsità artificiosa e del divide et impera.

 

Per il momento una maggioranza di scozzesi, trentini e altoatesini ha scelto la via dell’autonomismo (devolution) e del dialogo, del confronto ragionato, dell’unità nella diversità. Ha rifiutato il muro contro muro, la credenza che il proprio punto di vista o causa è più significativo di quello di qualcun altro.

In fin dei conti, l’unica cosa che davvero importa è come ci si comporta con il nostro prossimo e questo giudizio non è determinato da appartenenze religiose, culturali, politiche. Contano solo le azioni che hanno reso la nostra e l’altrui vita più gioiosa e meno dolorosa, più gentile e meno arcigna, più profonda e meno esteriore. Non esiste alcuna ragione, alcun alibi per rifiutarsi di vedere le persone per quello che sono e non come esemplari senza volto di una comunità oggetto del nostro disprezzo e acrimonia.

 

L’autonomia, o autogoverno, è la libertà calata in un contesto sociale complesso.

Significa vivere la propria vita, agire in base al proprio giudizio, assumere liberamente degli impegni, rispettare delle convenzioni nella consapevolezza che non sono nulla più che convenzioni, far emergere il meglio di sé a beneficio della proprio comunità. Comporta un distanziamento, un distacco dagli altri, una condizione che è raramente possibile per gli altri esseri viventi di questo pianeta. Comporta anche dei rischi, perché solo un essere autonomo si può assumere delle responsabilità e quindi andare incontro alle conseguenze delle sue azioni senza poter dare la colpa a nessun altro.

Ma, nell’autonomia – l’autonomia vissuta, non l’autonomia istituzionale che non impregna di sé la società –, io conto, le mie decisioni possono fare la differenza, perché sono mie; non sono trascurabile, la mia volontà ha un peso. Mi si devono delle spiegazioni, posso esprimere il mio parere, posso contestare quello altrui, ho diritto di poter ascoltare il parere altrui, di prendere parte alla vita della comunità. In questo risiede la mia dignità, nel fatto che sono imprevedibile perfino a me stesso, sono solo parzialmente determinato dal mio corredo genetico e dal mio ambiente socio-culturale, c’è qualcosa in me che è unico e che è in larga misura inespresso. Sono un progetto, un lavoro in corso, posso e debbo riflettere su chi sono, da dove vengo e su dove voglio andare. Posso scegliere, mi creo e ricreo ogni giorno e non sono un prodotto, un manufatto, una merce, un burattino, un automa. Posso trovare il coraggio di essere me stesso, di vivere consapevolmente e sento che questo enorme beneficio vale per tutti gli altri, che vivrei meglio in una comunità in cui tutti potessero farlo, senza violare l’altrui diritto di poterlo fare. Una comunità di persone libere e responsabili che si sforzano di consentire agli altri di essere nelle condizioni di poter esprimere e migliorare se stesse, di non nascondersi a se stesse ed agli altri, di cambiare, di desistere e ricominciare da capo.

Non sono la proprietà di nessun altro, neppure della mia comunità, di una casta, della società o dello Stato. Nessuno mi può trattare come un bambino o un animale domestico se sono un adulto e mi comporto come tale. Ci sono dei limiti che non devono essere violati, ho/abbiamo dei diritti inalienabili che mi/ci permettono di procedere nell’elaborazione del progetto di me stesso, assieme agli altri, coralmente. Mi pongo al servizio del prossimo ma non sono a disposizione degli altri per qualunque cosa, eccezion fatta per le persone che amo e anche lì con dei distinguo.

Devo poter vivere a modo mio anche se le mie scelte sono impopolari e magari persino considerate aberranti, purché non leda il diritto altrui di fare lo stesso e non danneggi il mio prossimo.

BENI COMUNI

L’idea dell’essere umano come animale stanziale, un animale che, come altri, ha il suo territorio e lo difende dalle intromissioni, deve essere un’idea del profondo…La terra, questa “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par., XXII, 151) l’abbiamo divisa in tante parti e ce ne siamo impossessati, popolo per popolo, come cosa nostra, e ci pare normale, naturale, l’idea di straniero, di colui che passa o tenta di passare da un’aiuola all’altra turbando le sicurezze che riponiamo “in casa nostra”. Quante volte abbiamo sentito ripetere anche da noi, come se fosse ovvia e innocente, questa espressione!

Gustavo Zagrebelsky

 

Secondo Immanuel Kant siamo solo di passaggio su questo pianeta, la cui superficie sferica e finita fa sì che non possiamo evitare di incontrarci. Le nostre nascite sono del tutto accidentali, per quanto ne sappiamo. Siamo nati in un certo luogo piuttosto che in un altro e ciò non ci dà alcun diritto di reclamare un’area come nostra. La nascita non dipende da una libera scelta del nascituro e quindi non è un atto giuridico. Per lo stesso principio nessuno può rivendicare alcun titolo preferenziale a risiedere in un dato luogo piuttosto che in un altro, o ad essere titolare di una porzione di questo pianeta. Poiché siamo tutti nomadi, allora la condizione originale dell’uomo e delle sue interazioni è una relazione aperta, di condivisione, che respinge ogni pretesa di esclusività. Il risiedere in un luogo, la delimitazione del proprio rifugio, santuario, riparo, non assegna alcun diritto di possesso. La superficie della terra e le sue risorse appartengono a tutti e a nessuno e non è pertanto inquadrabile nella logica del diritto d’uso esclusivo e meno che meno della proprietà privata. Non esiste una terra promessa ed un popolo eletto destinato a dimorarvi.

 

Ora, il paradigma prevalente impone una scelta secca ed esclusiva tra pubblico e privato, quando invece, in diversi casi, sarebbe più giusto, efficace e conveniente un sistema misto, basato sul principio di una comunità di persone (privati) che si impegnano e si responsabilizzano nei confronti di un gruppo più vasto (pubblico). Con una chiara divisione dei compiti: il pubblico si occupa delle norme, regolamentazioni, controlli e della missione (la vision), mentre il privato provvede alle soluzioni tecniche ed attuative, nonché alla “condivisione, cogestione, collaborazione e coabitazione”.

Viviamo in un sistema complesso, quindi non ha senso fissarsi sulla scelta tra proprietà privata e proprietà collettiva.

Serve una categoria di proprietà internazionalmente riconosciuta che indebiti tutti a beneficio di ciascuno (es. il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’alloggio). Idealmente, dovrebbe essere un criterio elastico, con gradazioni, gamme, proporzioni, nei titoli di proprietà sulle cose, secondo un’etica della responsabilità che prescrive modalità diverse di gestione a seconda che si tratti di beni non rinnovabili, oppure duplicabili/moltiplicabili, e che si prende cura delle generazioni future, di un avvenire che non può essere compromesso.

Ciascuno sarebbe allora conscio della necessità di accettare una progressiva restrizione dei suoi diritti di proprietà nella misura in cui si tratta di assicurare la migliore circolazione e fruizione di quei beni che la comunità (urbana, europea o planetaria) giudica essenziali.

L’equa redistribuzione delle risorse del pianeta dovrà essere una delle principali missioni delle Nazioni Unite rifondate.

CORAGGIO

Se c’è qualcosa da temere è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in una avanzata.

Franklin D. Roosevelt

 

Bello vivere nella paura, vero? In questo consiste essere uno schiavo.

Roy Batty

 

La paura conduce alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio alla sofferenza…rabbia, paura, violenza, sono loro il lato oscuro… allenati a lasciar andare quello che hai paura di perdere…la paura della perdita conduce al lato oscuro…La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura.

Yoda

 

Avverto il loro disagio: la mancanza di fiducia nel bene. e penso che debba essere molto triste non poter credere nel bene. Dev’essere difficile essere una persona che crede solo nelle banconote…Non sto parlando di morale o di coscienza. Non so se ce l’abbiano. Purtroppo ho imparato che esistono persone prive di coscienza morale. Quello che voglio dire è che c’è molta insicurezza nelle persone che riescono a credere solo nei dollari…Ci considerano oggetti da schiacciare, ostacoli da rimuovere. Ma io li valuto molto come persone… Non ho mai imparato ad odiarli. Se lo avessi fatto, sarei stata davvero in loro balia…non si può avere paura di chi non odi. Odio e paura vanno a braccetto… Prima di entrare in politica in Birmania pensavo di essere capace di odiare come chiunque altro. Tuttavia, in seguito mi sono resa conto di non conoscere il vero significato dell’odio, ma che lo potevo vedere nei miei carcerieri…Odio profondo e malvagità…Per superare le tue paure devi prima di tutto dimostrare compassione verso gli altri. Quando cominci a trattare le persone in maniera compassionevole, gentile, partecipe, le tue paure si dissolvono. È un processo immediato.

Aung San Suu Kyi

 

Essere vigili, circospetti, cauti, ragionevolmente apprensivi di fronte a una sfida o un pericolo non è aver paura, perché non c’è una perdita di controllo. Il codardo è servo della paura e vede pericoli ovunque, anche laddove non ce ne sono, o li vede più grandi di quello che sono ed è perciò incapace di contrastarli con efficacia. Il coraggioso (non temerario o incosciente) ha una visione più obiettiva, o meno soggettiva, della realtà, rispetto al codardo.

Chi usa il terrore come arma politica ci spinge a temere le cose sbagliate, in misura sproporzionata, ad agire senza riflettere, e così acquista un controllo smisurato sulle nostre vite, molto maggiore di quello che sarebbe giustificato dal suo reale potere.

Uno stato d’animo impaurito ed aggressivo fa il gioco di chi detesta la democrazia e cerca di indurre gli esseri umani a pensare unicamente alla loro sopravvivenza, a reprimere il potenziale di espansione della nostra verità interiore, della nostra libertà interiore, della giustizia e della fratellanza umana.

 

La democrazia liberale ha il compito di emancipare l’umanità dalla strumentalizzazione della paura per fini politici. Una vita di paura è l’antitesi di un’esistenza costituzionalmente tutelata. Le costituzioni esistono proprio allo scopo di impedire ai governi (ed ai potenti in genere) di diffondere la paura tra gli innocenti. Servono ad abolire la crudeltà, che nasce dalla paura. Se ci comportiamo come bulli (contro il nostro prossimo, contro altri popoli, contro animali e piante, contro la Madre Terra, ecc.), nella speranza che non arrivi mai un bullo più forte di noi a metterci in riga, è perché siamo maniaci del controllo, ci terrorizza l’idea di perderlo. Le incertezze e indeterminazioni della vita ci spaventano, come ci spaventa la morte: e allora ci troviamo a manipolare, sfruttare, tormentare, aggredire il prossimo per sentirci vivi e illuderci che “è tutto sotto controllo”.

Possediamo però anche una conoscenza istintiva di ciò che ci spaventa, di ciò che troviamo doloroso e proprio questo ci ha spinti, nella nostra ricerca di un’esistenza dignitosa, ad abbracciare un ordinamento politico fondato sulla tolleranza, lo stato di diritto, la divisione dei poteri, il pluralismo e la solidarietà. Un ordinamento che ci dà sicurezza e ci rende più coraggiosi.  

COSTITUZIONALISMO

Tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero, tra il padrone e il servitore è la libertà che opprime, è la legge che affranca.

Jean-Baptiste Henri Lacordaire

 

Entriamo nel parlamento per munirci, nell’arsenale della democrazia, delle sue stesse armi. Se la democrazia è così stupida da darci biglietti gratuiti e stipendi per farlo, sono affari suoi. Non veniamo da amici, e nemmeno da neutrali. Veniamo come nemici.

Joseph P. Goebbels

 

Se la regola d’oro (“non fare agli altri…”) è la migliore morale privata, il costituzionalismo è la migliore morale pubblica.

Sono i diritti umani, non la democrazia, il fondamento delle società “avanzate”. Una democrazia non è tale se non è costituzionale, perché il costituzionalismo limita i capricci della sovranità popolare.

Ne consegue che il peggiore abuso che può essere fatto dell’istituto referendario è la pretesa di poter conferire, abrogare o negare un qualunque diritto fondamentale con il proprio voto. I diritti fondamentali non si attribuiscono, si riconoscono e basta: sono pre-esistenti e vanno onorati.

La volontà popolare non è legittima a prescindere dalle sue decisioni e la “democrazia radicale” non è necessariamente democratica solo perché così la si definisce. È più probabile che sia proto-democratica.

Molti cittadini pensano, con un voto, di poter conferire, abrogare, o negare qualsiasi diritto fondamentale – mentre possono solamente riconoscere dei diritti. La struttura e le procedure di governo devono essere determinate dal popolo, ma è meglio non parlare di sovranità popolare, come se la potestà popolare fosse illimitata e comunque legittima. La cittadinanza non può legittimamente disporre a suo piacimento delle vite di chi è messo in minoranza. La voce del popolo non è la voce di Dio, non può godere di un’autorità incondizionata.

In ogni democrazia sana il potere è mediato, distribuito, controbilanciato e spetta, di norma, a chi è sufficientemente competente da poterlo impiegare con cognizione di causa. Una democrazia sana è una democrazia costituzionale. Il motto “più democrazia è meglio” non è compatibile con la difesa della costituzione, che ha orrore dello zelo patriottico/nazionalista, delle ondate emotive, delle mode, della demagogia, delle crociate, dell’anti-intellettualismo, delle cacce alle streghe, dei movimenti identitari che negano il diritto dei singoli a determinare per conto loro la propria identità.

Dopo l’11 settembre abbiamo capito quanto è facile convincere una popolazione ad approvare la tortura, le detenzioni a tempo indeterminato, le esecuzioni sommarie, i bombardamenti dei droni sui civili, le guerre “umanitarie”, la sorveglianza capillare, la persecuzione o discriminazione delle minoranze, la censura, gli embarghi illegali, ecc. In innumerevoli occasioni i politici hanno contrapposto la sovranità popolare ai dettami delle costituzioni, al loro spirito, alle pratiche che esse prescrivono. Dobbiamo fare in modo che non accada mai più.

Il costituzionalismo fornisce una cornice entro la quale le dispute possono essere risolte civilmente. La nostra Costituzione esemplifica una più generale vocazione alla non-brutalità, all’onorabilità, all’umanità. L’Italia pretende da se stessa di non essere selvaggia, di non umiliare, di non terrorizzare, di non mutilare la dignità degli esseri umani. Anche laddove è costretta a usare la forza, vuole imporsi di non trattare gli esseri umani come bestiame, come burattini, come automi, come infanti. Almeno a livello di aspirazioni, ripudia la disumanità e la manipolazione, vuole dare un esempio al mondo, contribuire a rendere il mondo più a misura degli esseri umani come aspirano a essere e faticano a diventare (Paolo, Lettera ai Romani 7: 14-20).

CULTURA

Volendo preservare l’unità spirituale e culturale del Tirolo ed il suo patrimonio storico…

Proposta di Costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo, a cura dei Freiheitlichen

 

Gli esseri umani non sono automi che eseguono un programma culturale caricato nel loro cervello (hardware) alla nascita. Non esistono due italiani che usano la lingua italiana allo stesso modo e non esistono due sudtirolesi che saprebbero mettersi d’accordo su cosa si debba intendere per cultura sudtirolese e Heimat. Ogni cultura è una narrazione e ogni individuo è un narratore che la interpreta, la racconta a modo suo, declinandola secondo le sue sensibilità, aggiungendo qualcosa qui e lì, e togliendo qualcos’altro altrove. La cultura è un prodotto dell’immaginazione umana e ogni mente, essendo diversa, contribuisce a renderla porosa, flessibile, incessantemente mutevole, eterogenea. Ogni persona narra la “sua” cultura ponendosi in relazione con altre persone che narrano la loro e solo Dio potrebbe cogliere la narrazione complessiva nella sua interezza, senza sacrificarne la complessità. La cultura non è un’essenza o un oggetto, le culture non si scontrano tra loro, non si confrontano, non conversano, non agiscono: non sono esseri viventi.

La cultura è una relazione dinamica tra soggetti che non hanno come priorità la conservazione della medesima, ma il vivere pienamente, al meglio delle proprie possibilità. Per farlo, tutti noi usiamo la cultura come uno strumento e apprendiamo ad adoperare altri strumenti, perché lo troviamo utile e piacevole, e talvolta ci inganniamo e trasformiamo la narrazione in una tavola delle leggi, in un fine e non un mezzo.  

Ci inchiniamo alla lettera delle presunte “leggi culturali” anche quando esse sono interpretate in modo tale da tradirne lo spirito. Chiunque rilevi un’eventuale discrepanza è accusato di tradimento. È una degenerazione patologica dell’idolatria, una dipendenza che ci vincola a degli idoli al posto dei significati che sono chiamati a rappresentare. Si chiama razzismo culturalista e non è diverso o migliore del razzismo su basi biologiche. È una patologia della coscienza che sclerotizza e mortifica (rende morto) ciò che è vivo, imbalsama ciò che è mutevole e variabile, reifica un parto della fantasia umana. Una patologia che dissemina superstizione, paura e violenza ed ostacola la naturale disposizione dei singoli a fiorire, maturare, emergere, trascendere le proprie circostanze, eccellere, ciascuno secondo le proprie inclinazioni.

Come la lettera delle leggi subisce un processo di decadimento (entropia), mentre il suo spirito resta immortale, perché si basa su ciò che è giusto, così le culture possono decadere, se si allontanano dal loro spirito, che è quello di riflettere la comune, universale esperienza umana.

DECENTRAMENTO

Molti federalisti europei sembrano aver perso di vista il tradizionale assunto centrale del federalismo, identificato come un sistema politico che consente di combinare i vantaggi dei piccoli Stati con quelli degli Stati più grandi, senza comportare alcuni degli inconvenienti legati a entrambi….gli Stati piccoli tendono a essere isolazionisti, ordinati e ostili alla tirannide. Data la loro limitata gamma di interessi, tendono a contenere le ambizioni, mentre l’attenzione del popolo è rivolta alla prosperità materiale più che alla gloria o alla conquista. A questi vantaggi si accompagnano però gli svantaggi: soprattutto la mentalità ristretta, il campanilismo e la vulnerabilità …Uno Stato esteso ha invece il vantaggio di allargare la mente e suscitare ambizioni tramite una vasta gamma di interessi e la moltiplicazione delle idee.

Larry Siedentop, “La democrazia in Europa” 

 

Abbiamo bisogno di forti governi locali, per evitare di perdere il controllo dei problemi locali.

La logica del decentramento è quella di responsabilizzare un territorio sulle questioni che lo riguardano (democrazia di prossimità), facendo rete per evitare il ripiego localistico, perché l’apertura al mondo è anche una sfida locale.

La tendenza riformista attuale è quella di arrivare al superamento della concezione gerarchica del territorio nazionale, in cui le entità amministrative sono inserite l’una nell’altra come delle bambole russe, con lo Stato a contenerle e controllarle tutte, dal centro.

Siamo in grave ritardo rispetto al pensiero progressista illuminista che, già ai tempi della rivoluzione americana e di quella francese (prima che i giacobini ghigliottinassero i federalisti girondini), aveva capito che solo il decentramento poteva permettere a una nazione di affrontare efficacemente la complessità della gestione della cosa pubblica in una struttura che comprende aree a forte urbanizzazione e regioni rurali e montane, ciascuna titolare del pieno diritto di svilupparsi nei suoi modi e nei suoi tempi. Già oltre due secoli fa si era capito che non si possono costringere realtà diverse nello stesso stampo e che si debbono riconoscere le diversità dei bisogni e delle aspirazioni.

DEMOCRAZIA

Mi piacerebbe pensare che sarà una democrazia dal volto più compassionevole. Una democrazia più gentile…più gentile perché più forte. […]. Nei regimi autoritari, dove è lecito esprimere solo certe cose, al crescita del talento viene distorta. Non può sbocciare, Come un albero che cresce in una sola direzione perché è costretto: la direzione che aggrada alle autorità. Non potrà mai esservi un’autentica fioritura di talenti e creatività.

Aung San Suu Kyi

 

Si osserva ripetutamente che le rivoluzioni creano genio e talenti; ma questi eventi non hanno altro merito che quello di farli affiorare. Sono già presenti nell’uomo, una massa di senso che giace in uno stato di latenza e che, a meno che qualcosa non ci ecciti all’azione, ci accompagna nella tomba, in quelle stesse condizioni. Siccome va a tutto vantaggio della società che l’interezza delle facoltà umane siano messe a frutto, la conformazione di un governo dovrebbe essere tale da far emergere, in virtù di operazioni silenziose e regolari, la piena estensione della capacità che non mancano mai di manifestarsi nel corso delle rivoluzioni.

Thomas Paine, “Rights of Man”, 1792

 

La democrazia costituzionale è la più nobile delle forme di governo perché pone al centro l’individuo nella comunità. Non lo Stato, come facevano i totalitarismi del secolo scorso. Non i mercati, come sembra voler fare Angela Merkel, quando impiega espressioni come “democrazia conforme ai mercati” (Marktkonforme Demokratie).

La democrazia è giudicata inadeguata solo da chi non la vuole sviluppare. La democrazia non è una macchina, ma un’invenzione dell’ingegno umano ed è quindi viva e vitale, come se fosse un organismo vivente. È un principio astratto che acquista realtà concreta per mezzo degli esseri umani. L’idea che la democrazia o c’è o non c’è, allo stesso modo in cui una donna è incinta o non lo è, è puerile. Ci sono gradi di democratizzazione e non sappiamo ancora come sarà una democrazia compiuta. Non l’abbiamo mai vista all’opera. Le nostre democrazie sono ancora acerbe.

 

Democrazia è bello perché, salvo degenerazioni oligarchiche, le decisioni sono più ragionate, consensuali e frutto di una pluralità di vedute, ci sono meno possibilità di lasciarci la pelle; perché si ritiene che l’umanità possa migliorare (ottimismo antropologico), che il cambiamento può essere un’opportunità; perché la personalità dei cittadini è protetta e coltivata in un clima di collaborazione e non di divisione (unità nella diversità) e perché c’è maggiore prosperità ed equità.

Le democrazie non riconoscono l’esistenza di persone comuni e medie, si compongono di persone che hanno valore in quanto tali e che, idealmente, non temono le opinioni altrui, non hanno paura di chi non la pensa come loro e guardano ai propri governanti con una salutare misura di scetticismo.

Non esiste democrazia senza individualità, ossia la capacità di ragionare con la propria testa e di agire responsabilmente non perché così è richiesto dalla legge ma perché ce lo suggerisce la coscienza, il nostro giroscopio morale. I cittadini non sono mattoni nell’edificio della società, non sono dei mezzi per un fine: sono dei fini in se stessi. La maturazione di una coscienza individuata non porta all’egotismo ma ad un diverso e migliore – più saldo, più profondo, più significativo, più intenso, soprattutto più adulto – rapporto di interconnessione con gli altri.

Come vi è una fede religiosa matura, così esiste un civismo maturo, basata sull’autonomia dei singoli e l’iniziativa personale e non su routine interiorizzate, convenzioni incontestate, superstizioni ritualizzate, preconcetti fossilizzati e lealtà ascritte.

La democrazia non è solo un’istituzione esterna, non è solo una forma politica, è anche una forza interna al nostro sé, un ideale interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica in questo mondo, capace di conciliare pragmatismo e coscienza, materia e spirito, esteriorità ed interiorità.

Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze.

Rispettare tutte le persone, garantire a ciascuno i propri diritti e la propria voce, significa capire cosa abbiamo tutti in comune, richiede di vedere l’essere umano dietro le superficiali distinzioni sessuali, razziali, etniche, religiose, fisiche, sociali, culturali ed intellettuali. Il significato più profondo della democrazia è la comprensione delle strutture più profonde dell’umano.

La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e insegnanti, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso. Ascoltare, dibattere, partecipare, deliberare, acconsentire, mettere in discussione: solo così ogni singolo cittadino acquista valore, “peso”, diventa consapevole del suo ruolo nella società e nel mondo e dell’importanza del parere altrui.

DIGNITÀ E DIRITTI UMANI

Assistiamo a una rinascita delle nazioni in chiave non politica e al riaffacciarsi dei pregiudizi tra nazioni etniche e forti (quelle del Nord Europa) e nazioni “incivili” (quelle del Sud Europa). Così i diritti rischiano di essere associati a un patrimonio etnico: nel senso di essere identificati con il possesso del suolo, della cultura, della lingua, della religiose, dell’etnicità e perfino del civismo. L’idea di essere noi i possessori legittimi di quella che chiamiamo la “nostra” terra, o la “nostra” nazione, o la “nostra” stessa Costituzione, ci induce a leggere i diritti come uno strumento che non stempera la visione possessiva, ma la fagocita. Così, quando si dice di “voler tenere fuori gli immigrati”, non ci si riferisce tanto o soltanto a un’azione fisica di protezione dei confini, quanto a un’esclusione simbolica e culturale dalla cittadinanza di quegli immigrati che vivono nel nostro paese, lavorano, rispetto le leggi e pagano le tasse. All’obiezione del “perché questa esclusione”, ci sentiamo rispondere: “I diritti appartengono a noi”

Nadia Urbinati, La mutazione antiegualitaria

 

Dopo tutto, dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli luoghi, vicini a casa, così vicini e così piccoli che non possono essere visti su alcuna mappa del mondo. Eppure costituiscono il mondo delle singole persone; il quartiere in cui si vive; la scuola o il college che si frequenta; il luogo di lavoro. Sono questi i luoghi dove ogni uomo, donna e bambino cercano un’equa giustizia, pari opportunità e dignità senza discriminazione. Se questi diritti non hanno significato in questi luoghi, hanno poco significato anche altrove. Senza l’azione concertata dei cittadini che li sostengono a casa, vana è la ricerca del progresso nel mondo.

Eleanor Roosevelt, discorso per il decennale dell’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1958

 

Un’idea di dignità umana – “ci sono cose che non si fanno agli esseri umani perché in loro c’è qualcosa di intrinsecamente, essenzialmente speciale” – esisteva già tra i Cro-Magnon che, a differenza dei Neanderthal, mostravano una spiccata sensibilità verso le salme e si astenevano, in genere, dal cannibalismo. La dignità umana è antitetica al cannibalismo, essendo il frutto di quel sentimento che conferisce forza ai principi morali, che ci fa guardare con ribrezzo e vergogna a chi tratta il prossimo come un oggetto e non come un essere unico ed indeterminato, creatura e creatore al tempo stesso.

 

La specie umana è solo parzialmente naturale, rappresenta un fenomenale scarto rispetto alla natura. Nell’assenza di confini precisi risiede la dignità intrinseca degli umani, che è il fondamento dei diritti umani. La sua fondamentale indeterminazione consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile: ha un potenziale indefinibile, inestimabile. Possediamo una dignità intrinseca perché la nostra esistenza, a differenza di quella degli altri animali, è una nostra creazione: dunque condividiamo un attributo universalmente condiviso (la nostra umanità), ma anche la condizione universale di una irriducibile diversità individuale. È questo che ci rende più speciali tra le specie, ciascuna delle quali è a suo modo speciale.

La nostra dignità deriva pertanto anche dalla nostra creatività e audacia nell’uso della nostra libertà d’azione e di pensiero, nella manifestazione del nostro spirito artistico, nel senso di responsabilità che dimostriamo nei confronti di noi stessi e degli altri, quando stabiliamo che ciascuno di noi è un proprio progetto e non un manufatto o la creatura di qualcun altro. Inoltre, eccezion fatta per gli psicopatici, la percezione della vulnerabilità e mortalità che ci accomuna ci rende più inclini alla tolleranza e alla premura.

 

Descrivere il valore della vita umana come una mera convenzione è sciocco (oltre che pericoloso) perché è contrario a ogni esperienza umana di cosa abbia valore. Se la vita umana non avesse un valore intrinseco allora niente sarebbe più al sicuro, neppure la tutela degli animali e dell’ecosistema. Noi tutti riteniamo che qualcosa sia dovuto agli esseri umani per il semplice fatto di essere tali. Questo tipo di assunto è la base minima non-negoziabile, senza la quale non saremmo in grado di far funzionare una società nella quale valga la pena di vivere e non avremmo alcuna concreta speranza di costruire una civiltà sostenibile e amica della natura e del creato.

 

Noi tutti avvertiamo la presenza di legami invisibili e a volte misteriosi che intessono la trama sociale di gruppi e comunità, che incoraggiando la nostra interdipendenza e mutuo supporto e la disponibilità a cooperare, che influenzano la nostra vita in mille modi, tramite la presenza, l’assenza, il ricordo, il desiderio o anelito. Ci sentiamo svuotati o trabocchevoli di vita a seconda di chi frequentiamo, della potenza dei sentimenti e dei ragionamenti che intrecciamo con certi interlocutori. Una forza che possiamo più appropriatamente definire spirituale nel senso più ampio del termine.
I concetti che definiscono i nostri significati morali e la nostra condotta sono condizionati dalla nostra forma umana, da questo imperscrutabile potere che abbiamo di influenzarci l’un l’altro in modi imprevedibili.

È questo potenziale indeterminabile che dà conto dell’idea che ogni singolo individuo è un universo, un infinito, un’entità insostituibile, l’architetto della propria e dell’altrui esperienza di vita.

 

Un’offesa alla dignità di qualcuno è un’offesa alla dignità di tutti. Questa è la lezione che dobbiamo apprendere.

DIPLOMAZIA

La diplomazia è il volto che un paese si vuol dare

Dominique de Villepin

 

Gabriela Mistral, Saint-John Perse, George Seferis, Ivo Andric, Miguel Angel Asturias, Pablo Neruda e Octavio Paz: premi Nobel per la letteratura e diplomatici. Stendhal svolgeva le mansioni di console francese a Civitavecchia quando ebbe l’ispirazione che lo portò a scrivere il “Rosso e il Nero”.

Diplomatici lo furono pure Goethe, John le Carrè, Giovanni Boccaccio, per conto di Firenze e, in un certo senso, Dag Hammarskjöld, poeta, mistico e segretario generale delle Nazioni Unite per otto anni, fino alla sua morte prematura, a 56 anni, in un incidente aereo.

Come mai? Perché la cultura è l’habitat degli esseri umani ed è il mezzo che consente a persone cresciute in ambienti diversi di collaborare per trovare delle soluzioni a dei problemi comuni, in un’atmosfera di reciproca fiducia, al di là delle barriere linguistiche.

La diplomazia è un’arte antropologica e letteraria complicata, che si fonda sulla premessa che l’ignoranza dell’altro è solo nociva e può produrre disastri.

Aprirsi all’altro, studiarlo, ascoltarlo, capire il suo punto di vista sul mondo, esaminare criticamente le proprie posizioni è il cuore del lavoro diplomatico, al servizio della concordia. La diplomazia fa la storia quando è attiva, in movimento, propositiva, creativa, immaginifica, quando s’appoggia a dei principi e non esclusivamente a degli interessi. Quando apre percorsi nuovi, orizzonti di possibilità e nel contempo difende una certa idea di umanità e di mondo incentrata sull’idea di dignità, di dirittodovere a non nuocere al prossimo, di giustizia, dialogo, indipendenza, buona volontà, solidarietà, collegialità, tolleranza, curiosità, apertura, pluralismo (unità che non è uniformità) e conflitto gestito non violentemente.

 

Il Trentino non può accontentarsi della sua vocazione di cerniera di mediazione tra Mediterraneo e Mare del Nord. I punti cardinali sono 16 e le nazioni del mondo sono quasi 200.

Già adesso la provincia di Trento gestisce le sue relazioni internazionali autonomamente e l’Alto Adige si propone come modello di soluzione dei conflitti interetnici per l’intero pianeta. Un Trentino-Alto Adige inserito in una macroregione alpina potrà avvalersi di un corpo “diplomatico” autonomo che ottimizzi i rapporti internazionali tra enti locali proiettati internazionalmente.

La diplomazia di una piccola potenza, sul modello dell’Austria di Kreisky, necessita di cause universali (es. equità nei rapporti internazionali) e di quattrini, ma anche di funzionari capaci. Molto presto un residente su dieci sarà di origine straniera e molti trentini e sudtirolesi hanno già adesso la pelle più scura di Obama, indossano il velo, ci guardano con occhi a mandorla e parlano anche inglese, francese, arabo, cinese o una lingua balcanica. Hanno nomi esotici ma spesso conoscono il dialetto. Non dovrebbe essere naturale impiegarli per stringere rapporti culturali e commerciali con i loro paesi e continenti di origine? Non sarebbe saggio e proficuo coinvolgerli nel lavoro di elaborazione di quell’autonomia-nel-mondo che è anche la loro?

Frederick Douglass, abolizionista afroamericano e sostenitore del suffragio universale esteso alle donne, uno dei padri dell’America migliore e uno dei più intelligenti critici della contraddizione di una costituzione che sanciva l’uguaglianza degli esseri umani ma non vietava la schiavitù, soleva dire che “il destino degli americani di colore è il destino dell’America intera”. È tanto più vero oggi per i nostri concittadini “diversi”, che ormeggiano/allacciano questa regione al resto del pianeta.

Prendiamo esempio da Ginevra, sede di quasi 200 organizzazioni internazionali, tra le quali spiccano il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), la sede europea delle Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e il Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare (CERN).

Nei fatti, è una delle capitali della civiltà umana. È prevedibile che, negli anni a venire, aumenteranno le opportunità di esercitare un’influenza decisiva in settori chiave come lo sviluppo sostenibile, il diritto internazionale, la pace, le politiche energetiche e le questioni umanitarie.

Sono convinto che il Trentino Alto Adige debba seguire l’esempio ginevrino e intraprendere un’avventura comune, con un respiro internazionale e scopi di utilità generale, globale: porsi al servizio della pace, della giustizia, della fratellanza (unità nella diversità) e della prosperità nel mondo, diventando una piccola potenza umanitaria.

Le due province di Trento e di Bolzano hanno già dimostrato in questi anni un lodevole attivismo in questo ambito e la regione è nota in Europa e nel mondo per il suo policentrismo e pluralismo culturale-linguistico, la sensibilità autonomistica, la tutela delle minoranze, la vocazione egalitaria, il civismo (cura per l’interesse comune) e infine la capacità e la volontà di coniugare locale e globale, tradizione e modernità. Si tratta solo di coordinarsi e mettere in comune risorse e progetti per poter incidere di più e, se possibile, imitare Strasburgo e l’Alsazia, attirando una qualche nuova, importante, organizzazione planetaria o quantomeno europea, le cui funzioni potrebbero essere equamente ripartite tra Bolzano (comparto nordeuropeo) e Trento (comparto euro-mediterraneo).

ECOLOGIA

Noi che ci preoccupiamo di preservare le specie animali, affinché non scompaiano gli elefanti dall’Africa, i leoni, gli ippopotami dal Nilo, dobbiamo rallegrarci che il governo si preoccupi di accogliere degli esseri umani.

Temistio, IV secolo d.C.

 

A meno che non riusciamo a ristabilire l’ordine e la pace come valori e imparare a vedere il nostro benessere nella prosperità del nostro vicino, non potremo fare nulla per le foreste pluviali e i koala. Pretendere che possiamo agire altrimenti è voltare le spalle a problemi più dolorosi e più essenziali. È inganno e autoinganno. Suscita in me il triste sospetto che stiamo dalla parte sbagliata, senza saperlo. 

Marilynne Robinson, “The death of Adam”

 

Un mattino di primavera uscii per fare una passeggiata. I campi erano verdi, gli uccelli cantavano, la rugiada brillava, il fumo si levava, qua e là apparivano uomini; una luce quasi trasfigurava le cose. Era solo una piccola parte della Terra; era solo un momento della sua esistenza; eppure a mano a mano che la mia vista la abbracciava sempre più mi apparve, non solo come una splendida idea, ma come fatto vero e chiaro, che essa è un angelo … e mi chiesi come mai le opinioni degli uomini possono essersi allontanate tanto dalla vita da ritenere la Terra soltanto una massa bagnata … Ma un’esperienza come questa passa per fantasticheria. La Terra è un corpo a forma di globo, e tutto ciò che essa può essere in più si può trovare nei gabinetti di mineralogia.

Gustav Theodor Fechner

 

L’esposizione al mondo naturale aiuta a migliorare la salute umana, il benessere, e la capacità intellettuale in un modo che la scienza ha solo recentemente cominciato a capire. Solastalgia è un neologismo che designa lo stress psicologico dovuto all’allontanamento dalla natura.

La chiave del nostro futuro rapporto con l’ambiente sta nella nostra capacità di ri-familiarizzarci con le altre specie, e quindi con noi stessi.

L’alternativa è il declino: un habitat degradato può solo produrre esseri umani degradati

Possiamo davvero prenderci cura della natura e di noi stessi solo se ci percepiamo come inseparabili dalla natura, solo se ci amiamo come parte della natura, solo se crediamo che i nostri figli abbiano il diritto di godere dei doni di una natura degna del nostro rispetto ed amore.

Il filone apocalittico hollywoodiano ha instillato nella nostra psiche le immagini fatalistiche e scoraggianti di “Blade Runner”, “Mad Max”, “Matrix” o “La Strada”/”The road”: distopie spoglie di natura che generano forme di attrazione-repulsione morbose e pericolose fissazioni. Se vediamo davanti a noi solo un futuro apocalittico, rischiamo di farlo avverare.

Che speranza possiamo dare ai nostri figli e nipoti se sarà questo cinismo a prevalere? Serve una visione diversa, una narrazione alternativa in cui ambientalismo e umanismo crescano assieme, dando vita ad un movimento di riforma globale che dia fiducia e speranza, che dia significato alle nostre vite, che ci strappi alla stasi, all’inerzia, alla conservazione, che ci energizzi, che ci restituisca salute, intelligenza, creatività, gioia, attraverso la natura.

Perciò non basterà conservare gli ambienti naturali, dovremo ripristinare o creare dal nulla habitat naturali nelle nostre aziende agricole e allevamenti, nelle nostre città, nei quartieri, edifici commerciali, cantieri, sui nostri tetti (giardini pensili). Non solo giardini privati, ma immensi parchi pubblici, espressione di un rinverdimento della sfera umana che rappresenta un bene comune.

Dobbiamo riuscire ad immaginare, evocare, costruire una società in cui le nostre vite siano immerse nella natura e nella tecnologia, nel digitale e nel fisico, ogni giorno, nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo, apprendiamo e giochiamo. È assai probabile che in quel tipo di habitat il nostro intelletto e i nostri sensi si amplificheranno, si acuiranno: la nostra intelligenza, creatività, capacità di sentire, vitalità, si arricchiranno grazie ad un contatto più frequente ed intenso con il mondo naturale.

EDUCAZIONE

Le città non concedono spazio sufficiente ai sensi umani. E sia di giorno che di notte ci tocca andar fuori a nutrirci gli occhi di orizzonti e a richiedere la nostra parte di spazio, così come abbiamo bisogno dell’acqua per lavarci. […] mi distacco dalle beghe e dalle personalità del luogo: sì, e dall’intero mondo di piccoli centri e di personalità, e mi trasferisco in un delicato reame di tramonti e di pleniluni, troppo splendido, forse, per quell’essere contaminato che è l’uomo, e perché vi si possa accedere senza una qualche forma di noviziato e di accettazione. […]. Ed è per colpa della nostra insipienza e del nostro egoismo che ci rivolgiamo alla natura; ma quando saremo sulla via della guarigione, sarà la natura a rivolgersi a noi. Guardiamo con un senso di compunzione il ruscello che spumeggia; ma se la nostra vita scorresse con la sua giusta carica di energia, sarebbe il ruscello a sentire vergogna.

Ralph Waldo Emerson, “Nature”

 

Forse la causa principale dei mali della nostra società è proprio l’alienazione dalla natura, che non è l’inevitabile conseguenza della nostra emancipazione dallo stato di natura (che chiamiamo cultura).

Faccio infatti fatica ad immaginare che bambini cresciuti in mezzo alla natura siano a rischio di diventare adolescenti e adulti dipendenti da psicofarmaci.

Oggi sappiamo che il contatto con la natura riduce lo stress nei bambini già a cinque anni e cura i deficit di attenzione. Riduce rischio di obesità. Potrebbe ridurre l’incidenza della miopia. Sembra aumentare il tasso di creatività e di autodisciplina anche in bambini disabili. Riduce i tempi di convalescenza dei pazienti negli ospedali. È possibile che sia utile a rinsaldare i legami familiari.

I bambini che giocano nella natura, si arrampicano sugli alberi, costruiscono fortezze e dighe, esplorano, sono più sani, fisicamente e mentalmente. Crescendo, non cadono in depressione, non hanno disturbi dell’alimentazione, non rischiano di suicidarsi o di diventare dipendenti dall’alcol, dalle droghe, dagli psicofarmaci, dagli schermi digitali, non fanno i bulli e non si fanno mettere sotto dai bulli. Hanno voti più alti a scuola. Diventano adulti intraprendenti, autodeterminati, critici, lucidi.

Immagino un’epoca, non molto distante, in cui il sistema educativo sarà flessibile e inserito nella natura. I bambini passeranno metà del tempo nella natura ad imparare nomi di piante ed animali, o come costruire utensili ed edifici, nozioni di pronto soccorso, a sviluppare l’animo artistico, fare sport e interrogarsi a vicenda sulle grandi questioni.

Impareranno a cooperare, in modo da non diventare adulti antisociali.

Immersi nella natura, è più facile imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e come gestire le interazioni umane. Meno stimoli elettronici, meno smog ed inquinamento elettromagnetico, meno alimenti tossici, meno rumori irritanti, meno sedentarietà; più natura, più spirito di iniziativa, creatività, volontariato e apprendistato.

Esperti in pensione supervisioneranno assieme agli insegnanti una varietà di progetti utili all’acquisizione di molteplici competenze (anche culinarie o teatrali). La terza età tornerà ad essere maestra della prima, come da tradizione.

Ci sarà un’intensificazione degli scambi culturali con i compagni figli di genitori immigrati. Grazie a questa adeguata trasmissione del patrimonio culturale e ambientale locale e globale avremo cittadini più civili, glocali ed eco-sensibili.

A dispetto di tutto, la natura sarebbe impoverita se venissimo a mancare. L’umanità è la parte più interessante della natura, nel bene e nel male, l’unica che può aiutare la natura a riflettere su stessa. Come Adamo, l’essere umano può tornare a essere il giardiniere, il guardiano e l’amico dell’ecosfera (Kateb 2011) e penso che questo tipo di educazione sia l’unica strada per dare un senso alla nostra presenza su questo pianeta.

ENERGIA

Non è riscontrabile un rapporto tra i cambiamenti climatici e le emissioni di CO2. La situazione nuova è che nonostante le emissioni continuino, dal 2000 si è registrata una diminuzione della temperatura

Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, giugno 2012

 

È la prima volta che il governo americano, tramite il Dipartimento della Difesa, reclama la proprietà intellettuale e scientifica di un brevetto sulla fusione fredda. Di fatto l’amministrazione statunitense dice che il fenomeno esiste e che loro ne sono proprietari. Prima avevano sempre rifiutato di mettere un timbro ufficiale come governo. È un cambiamento di atteggiamento: sono abbastanza convinti che la cosa abbia una sua solidità scientifica tale da metterci la faccia

Francesco Celani, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati, maggio 2013

 

La maggior parte delle persone cerca prove a sostegno delle proprie credenze, quando sarebbe più saggio formarsi delle convinzioni dopo aver esaminato gli elementi di prova.

Il riscaldamento planetario è stato osservato anche su Marte, Giove, Plutone e sulla più grande luna di Nettuno, Tritone, per decenni, dopo il picco del “Grande Massimo Solare” e là non ci sono esseri umani. Per di più Plutone, lungo la sua orbita, si sta allontanando dal Sole e quindi si sarebbe dovuto raffreddare. Invece si sta riscaldando.

Questo è uno degli indizi che ci dovrebbero far capire che il cambiamento climatico sulla Terra è dovuto principalmente alle variazioni dell’attività solare e al contesto interstellare.

Ora il Sole sta passando, ciclicamente, dal suo Grande Massimo al suo Grande Minimo. La Terra continua a riscaldarsi anche dopo la fine di un Grande Massimo, per via dell’inerzia degli oceani. Le oscillazioni sono quindi ritardate; non c’è una risposta immediata, dopo un picco.

All’orizzonte si intravede già l’imminente raffreddamento globale.

Il riscaldamento globale ha fatto in modo che una quantità maggiore di CO2 fosse rilasciata dagli oceani. Ora gli oceani sono in via di raffreddamento e quindi anche l’aumento di anidride carbonica, dopo quello delle temperature, raggiungerà il suo plateau, per poi declinare.

L’unica cosa buona di tutto questo è che, a parte i miliardi buttati via in finte soluzioni, l’umanità ha cominciato a ri-orientarsi in senso ecologista.

Non è cosa da poco e ci tornerà molto utile nel corso di questo secolo. 

 

Il grande nodo di questo secolo sarà perciò quello energetico. Per mitigare l’impatto di un raffreddamento globale serve moltissima energia a costi contenuti. E in ogni caso non è realistico attendersi che una maggioranza di persone sia disposta a vivere permanentemente in un mondo di austerità energetica, una volta che avesse toccato con mano cosa significhi, concretamente, il “ritorno alla natura”, che non è sempre una madre benevola (e non lo è specialmente durante le glaciazioni).

L’umanità ha un bisogno impellente e insopprimibile di mettere a frutto il suo ingegno e la sua creatività innovando e diversificando. Questa è la sua natura. Per farlo serve energia.

Le rinnovabili, da sole, non sono in grado di venire incontro alle esigenze ambientali e umane e tantomeno possono riscattare dalla miseria milioni di esseri umani del terzo e quarto mondo. Nel 2012 i consumi energetici mondiali sono aumentati dieci volte più dell’incremento di produzione derivato dall’eolico e solare. La Danimarca da anni non riesce a coprire più del 25% del suo fabbisogno con l’eolico e dipende dal petrolio della Norvegia, dall’elettricità e dal carbone tedeschi, dalla biomassa europea e dalle sue estrazioni di gas e petrolio nel Mare del Nord (è un’esportatrice netta di idrocarburi). Nel 2012 solare e eolico sono riusciti a coprire solo il 5% del fabbisogno tedesco e l’insieme delle rinnovabili ha soddisfatto l’8% dei consumi energetici.

Tutto questo in un contesto di temperature globali relativamente elevate e quindi di inverni meno severi.

Le rinnovabili sono spettacolarmente adatte alla produzione e consumo su piccola scala, domestica. Per il resto, serve altro.

Anche il miglioramento dell’efficienza energetica, da solo, non basta.

Il piano energetico trentino non può essere concepito separatamente da una fondamentale strategia energetica europea, che richiederà l’unione di intenti per conquistare quel peso negoziale e quella voce comune e compatta che ci permetteranno di trattare con i produttori energetici in modo coordinato ed efficace e di costruire dei partenariati per lo sfruttamento delle energie rinnovabili sulla riva sud del Mediterraneo e per lo sviluppo di fonti alternative e più adeguate.

Energie rinnovabili e reattori al torio [LFTR - Liquid Fluoride Thorium Reactor] possono e devono procedere mano nella mano (cf. Monbiot, Lovelock), fino all’avvento della rivoluzione energetica (grafene e nanoplasmonica applicata alla catalizzazione di reazioni nucleari, come nel famoso reattore E-Cat). Questa sarà resa possibile dal superamento di antiquati paradigmi della fisica grazie a centinaia di studi, migliaia di verifiche sperimentali documentate, oltre a una mezza dozzina di richieste di brevetto da parte di Marina statunitense, NASA, CERN, Toyota, Mitsubishi, ENEA, Stanford Research Institute, Los Alamos National Laboratory, Università di Bologna, Missouri, Mainz e Uppsala, Istituto Reale di Tecnologia della Svezia, Bill Gates e vari ricercatori e aziende indipendenti. Ciò finalmente ci permetterà di: (a) non dover bruciare materie prime per ricavare energia; (b) usare il petrolio solo per produrre plastica riciclabile; (c) elettrificare il Terzo Mondo.

È la via scelta dalla Norvegia, oltre che dalla Francia, dall’India (primo reattore al torio in linea nel 2016, altri 60 reattori programmati per il 2025), dalla Cina (prima centrale operativa entro 5-6 anni) e da Singapore.

L’utilizzo del torio comporta un rischio molto minore, se non nullo, di proliferazione nucleare (parola di Hans Blix); annulla la possibilità di una fusione del nocciolo (gli incidenti di 3 Mile Island, Chernobyl e Fukushima non si sarebbero mai verificati); smaltisce le scorie radioattive che non sappiamo ancora dove sistemare generando energia nel farlo (!); 62 volte meno radioattivo del potassio contenuto nelle comuni banane e nel nostro corpo, il torio decade in poche centinaia di anni e la sua radioattività non attraversa la pelle (ogni giorno consumiamo diversi microgrammi di torio, a nostra insaputa); è più abbondante dello stagno e dell’argento e ha un’altissima resa. Lo sfruttamento anche solo di un millesimo del torio presente nella crosta terrestre basterebbe a soddisfare gli attuali consumi energetici mondiali per i prossimi 20mila anni (cf. Carlo Rubbia). La Cina coprirebbe il suo fabbisogno annuale con 500 tonnellate di torio. Dalle ceneri di una centrale a carbone da 1000MW si possono estrarre 13 tonnellate di torio all’anno (non servono nuove attività estrattive). Le riserve mondiali stimate sono quasi certamente superiori a 4 milioni di tonnellate.

Un reattore al torio può essere di dimensioni così ridotte che ogni comunità di valle trentina potrebbe creare una propria cooperativa energetica locale e poi vendere/scambiare l’energia prodotta.

EQUILIBRIO

Nel singolo, l’egoismo abbrutisce l’anima; nella specie umana, egoismo significa estinzione. È forse questa l’entropia inscritta nella nostra natura? Se noi ci convinciamo che l’umanità può realmente trascendere artigli e zanne, se ci convinciamo che razze e religioni diverse possono convivere in pace sulla terra, se ci convinciamo che i governanti devono essere onesti, che la violenza deve essere arginata, che il potere deve essere responsabile e che le ricchezze della Terra e dei suoi oceani devono essere suddivise equamente tra tutti, questo mondo nascerà davvero…Una vita spesa a plasmare un mondo che io sia felice di consegnare a mio figlio, anziché un mondo che io debba aver timore di passargli. Ecco, a mio avviso, una vita degna di essere vissuta.

L’Atlante delle Nuvole

 

La croce rappresenta il punto di congiunzione degli opposti.

L’assetto sociale migliore è quello che mantiene in uno stato di equilibrio virtuoso pensiero conservatore (passato – storia), liberale (futuro – progresso), socialista (interno – giustizia sociale) ed ecologista (esterno – tutela dell’ambiente). Quello che coniuga il libertarismo costituzionale più tipico del Nord-Ovest, con il comunitarismo spirituale più comune nel Sud-Est del mondo. Ambedue i modelli sono stati corrotti e resi dispotici precisamente perché erano frammenti di una visione unitaria. Vanno integrati come due idee che diventano una singola, nuova idea, superiore ad entrambe. Oggi sta avvenendo il contrario, con una sintesi al peggio che estremizza i vizi delle loro parzialità. Ma è anche vero che diventa altresì più facile immaginare anche congiunzioni benigne.

 

La nostra civiltà ha bisogno di attuare un programma di sviluppo equilibrato, ossia imperniato su meccanismi di bilanciamento che conservino l’equilibrio sociale e ambientale. Questo era il progetto di Alexander Langer, ma anche di premi Nobel come Trygve Haavelmo, Elinor Ostrom, Joseph Stiglitz, Amartya Sen. Questa è l’avanguardia di un mondo nuovo che affonda le radici nel passato e che prevede piani di crescita che non sono ossessionati dal PIL e dalle fughe in avanti compulsive, ma hanno invece a cuore l’eliminazione degli sprechi, lo sviluppo di tecnologie informatiche ed energetiche innovative, del biologico/organico e dei prodotti ecologici, l’edilizia sostenibile, l’efficienza energetica e le eco-tecnologie più ampiamente intese, inclusi i trasporti sostenibili, la sicurezza alimentare e sanitaria globale, l’urbanizzazione verde e la tutela dei paesaggi, il commercio equo e solidale, l’alfabetizzazione e dell’istruzione permanente. Si può fare meglio con meno ed è probabilmente un bene che la fusione fredda non sia ancora disponibile: l’umanità non è ancora psicologicamente e moralmente pronta a disporre di energia illimitata senza abusarne.

 

Se intraprenderemo questo percorso di maturazione, quella che ci attende – l’era planetaria – potrà essere una nuova era di umanesimo, un umanesimo di tutti i popoli, per tutti i popoli, capace di offrire enormi opportunità, senza eccezioni e discriminazioni. Penso a una governance globale che non sia monopolio di pochi ma sia condivisa tra tutte le nazioni e che promuova la solidarietà, la soluzione diplomatica dei contrasti, la giustizia sociale, lo sviluppo sostenibile, una visione più nobile (meno materialista) delle finalità umane, in una reciproca fecondazione di idee, esperienze, sentimenti che, un giorno, dia vita ad un arcipelago di popoli affratellati da un destino comune (come la Svizzera o la Polinesia, come dovrebbe essere l’Unione Europea), nella cornice di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che finalmente tenga fede alle sue premesse fondative, alla sua ragion d’essere.

EUROPEISMO

Serve un salto di qualità, per puntare più in alto, facendo del Trentino un laboratorio di formazione della cittadinanza europea.

Giuseppe Ferrandi

 

Penso a una Confederazione europea nell’Unione europea, che comprenda i sei Paesi fondatori (Italia, Francia, Germania, Olanda, Lussemburgo e Belgio) più Spagna, Portogallo, Austria ed eventualmente la Svizzera… uno Stato confederale, dotato quindi di vari livelli di sovranità, dall’Europa al comune…Questa Confederazione europea sarà una potenza attiva su scala globale. E sarà parte della molto più vasta e lasca Unione europea, da estendere a sud-est, verso la Turchia e il Nord Africa, che chiamerei quindi Unione euromediterranea.

Lucio Caracciolo, “L’Europa è finita?”

 

La povertà e l’ingiustizia non sono inaccettabili solo dal punto di vista morale, sono anche un terreno fertile per la violenza, il terrorismo, la guerra.

L’obiettivo del Trentino Alto Adige e dell’Europa dovrebbe essere quello di fare in modo che il resto del mondo possa godere dello stesso tenore di vita, senso di sicurezza e civismo. Solamente in una società prospera si possono realizzare gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia, fratellanza e pluralismo.
È nel nostro interesse smussare e contenere i problemi relativi alla gestione dei flussi migratori, del rischio terroristico e dell’approvvigionamento energetico.

È nel nostro interesse che l’Europa divenga un fattore di intermediazione e conciliazione tra Russia e Stati Uniti

Si sostiene che ci vorrà del tempo prima di realizzare il sogno degli Stati Uniti d’Europa, perché le differenze sociali, economiche e culturali rimangono forti e radicate. Ci si metta il cuore in pace: l’identità europea è indissociabile dalla diversità e l’Europa non assomiglierà mai agli Stati Uniti.

Il progetto europeo non dev’essere una copia carbone di quello americano, giacché ciò implicherebbe una fusione e progressiva, controproducente, uniformazione. Non si tratta di una fusione, ma di un modello inedito, un mosaico di diversità capace di coniugare integrazione sovranazionale e cooperazione tra stati.

La sovranità va condivisa, per il bene comune, a livello continentale prima e planetario poi.

È insensato non avere una politica energetica congiunta che ci permetta di avere un peso preponderante quando si tratta di negoziare il prezzo del petrolio e del gas. È altrettanto insensato non avere una politica comune di resistenza agli oligopoli finanziari o di gestione dell’immigrazione.

L’eterogeneità economica dell’Unione Europea non è maggiore di altre realtà: la differenza tra Shanghai e l’entroterra cinese o tra il Connecticut e l’Arkansas è monumentale. Inoltre il Sud Europa ha un futuro roseo davanti a sé. Il centro nevralgico continentale è situato lungo il Reno e le coste dell’Atlantico, ma già ora un terzo del commercio mondiale transita per il Mediterraneo e lo sviluppo delle nazioni emergenti africane ed asiatiche è solo agli inizi.

L’Europa permetterà all’Italia di riconquistare un po’ della sovranità persa, condividendola.

Al presente il nostro paese ha delegato agli Stati Uniti (NATO) le decisioni strategiche e alla Germania (Francoforte) quelle economico-finanziarie. Serve un diverso progetto europeo che non parta dalla premessa che l’unica buona soluzione per l’Europa è quella buona per la nazione egemone. Va bene per l’Europa ciò che va bene per tutte le nazioni che la compongono.

Avremmo solo da guadagnare da un’Unione in cui le autorità europee dovessero rispondere delle proprie decisioni, dove i processi decisionali fossero trasparenti, dove le politiche economiche sapessero allevare le imprese europee invece di esporle alle tempeste globali.

Pensiamo anche alla protezione civile: mettere in comune competenze e risorse per far fronte a delle grandi catastrofi (incendi, terremoti, maremoti, siccità, ecc.) è un vantaggio incommensurabile. Un’Europa realmente solidale potrebbe inoltre imporre dazi su merci prodotte in maniera ecologicamente e socialmente insostenibile. Un’opportuna disciplina di bilancio e grandi progetti che rilancino l’economia e riducano la disoccupazione, sarebbero possibili solo in un’Europa unita, su scala continentale.

FEDERALISMO

La separazione, cioè la co-esistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio, per la purezza, in primo luogo, della comunità di arrivo, ma anche di quelle in arrivo. Il punto di partenza è, dunque, la paura unita all’insicurezza… La separazione tra le popolazioni è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili, lo “scontro di civiltà”. Noi non cerchiamo contatti con loro e loro non cerchino contatti con noi. L’optimum sarebbe renderci invisibili gli uni agli altri, vivere come se fossimo soli…In America, questa posizione aveva trovato espressione nel motto “separati ma uguali” che per quasi cento anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. 

Gustavo Zagrebelsky “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011, pp. 104-105

 

Il piccolo non è bello in quanto tale, come vuole un retorico slogan; lo è se rappresenta e fa sentire il grande, se è una finestra aperta sul mondo, un cortile di casa in cui i bambini giocando si aprono alla vita e all’avventura di tutti. L’identità autentica assomiglia alle Matrioske, ognuna delle quali contiene un’altra e s’inserisce a sua volta in un’altra più grande. Essere emiliani ha senso solo se implica essere e sentirsi italiani, il che vuol dire essere e sentirsi pure europei. La nostra identità è contemporaneamente regionale, nazionale — senza contare tutte le vitali mescolanze che sparigliano ogni rigido gioco — ed europea; del nostro Dna culturale fanno parte Manzoni come Cervantes, Shakespeare o Kafka o come Noventa, grande poeta classico che scrive in veneto. È una realtà europea, occidentale, che a sua volta si apre all’universale cultura umana, foglia o ramo di quel grande, unico e variegato albero che era per Herder l’umanità.

Claudio Magris

 

La società di investimenti BlackRock gestisce capitali per un ammontare superiore del 15% al PIL tedesco (2013).

Quanto contano nel mondo Croazia, Slovenia, Macedonia, Serbia? Davvero poco. La Jugoslavia era il leader di un centinaio di paesi non-allineati.

Le nazioni più piccole e più deboli possono opporre ben poca resistenza agli oligopoli economico-finanziari ed alle potenze egemoni. Così, per loro, la globalizzazione dei mercati si traduce in coercizione, intimidazione, sfruttamento, corruzione, autoritarismo. Culture, valori, tradizioni, comunità locali contano davvero poco agli occhi dei grandi manovratori di ricchezze, che sono nella posizione di decidere che cosa e come debbano produrre le nazioni emergenti, quando e dove possano vendere la loro produzione, a che prezzo, quale debba essere il salario dei lavoratori, le condizioni di lavoro, le tutele, i sussidi, ecc. E, attraverso le istituzioni globali, possono anche decretare le politiche monetarie, fiscali, commerciali e bancarie di queste nazioni, punendo i riottosi. Gli abitanti del Terzo Mondo sanno molto bene che piccolo non è per niente bello in un mondo iniquo e prevaricatore.

Anche le piccole nazioni più ricche patiscono le conseguenze delle loro dimensioni ridotte. Le popolazioni di Belgio, Austria, Olanda, Svizzera, Danimarca sono in parte accomunate dalla paura di essere sommerse dagli immigrati, specialmente quelli musulmani, e di essere sminuzzate dal processo di integrazione europea e dalla globalizzazione. Molti cittadini di queste piccole patrie si sentono vittime di una manovra a tenaglia che li sta progressivamente snazionalizzando e votano in massa per dei partiti xenofobi e per dei quesiti referendari discriminatori. La paura è una cattiva consigliera e chi è piccolo tende ad essere più insicuro ed ad ingigantire i problemi.

 

Piccolo può essere molto brutto e sinistro.

D’altra parte “piccolo è bello” è un titolo che non è mai piaciuto a E.F. Schumacher, che lo considerava ingannevole, in quanto era convinto che l’obiettivo dovesse essere quello di realizzare il piccolo nel grande, non certo quello di ridimensionare le attività umane.

La via del “piccolo è bello” è sovente la via separatista, la via della secessione dal mondo, dell’impoverimento culturale, morale, spirituale ed economico.

L’infantilizzazione della società contemporanea ha però indotto molti a credere che se i propri desideri non vengono esauditi, allora è giusto che ciascuno se ne vada per la sua strada. Ci si divide in gruppi sempre più piccoli, alla ricerca di una crescente conformità di vedute che è tossica per la mente, per la coscienza, per la società e per la civiltà umana. I miti della cultura, della patria, della lingua, della fede, ecc. sono solo espressione di coscienze immature che antepongono al benessere collettivo il benessere della propria parrocchia e campanile, o l’interesse personale.

L’enfasi sul separatismo, l’esclusione, l’esclusività e l’interesse particolare è il retaggio di uno stadio della storia umana che è sorpassato.

 

Il futuro è federalista, perché il federalismo è il modello organizzativo che realizza l’unità nella diversità anche su grande scala. I separatisti sono, di fatto, antifederalisti. La loro ostinazione è il più serio ostacolo ad una riforma autenticamente federalista dello stato che riduca la distanza tra la sovranità e i cittadini (decentramento). Inoltre favorisce quegli interessi forti che aspirano alla deregulation in ogni ambito economico-finanziario.

 

In un mondo globalizzato, la sovranità degli stati è sempre più circoscritta e l’indipendenza non offre nessun diritto che i cittadini non abbiano già e questa è la ragione per cui i secessionisti di Scozia e Québec sono nettamente minoritari rispetto ai fautori della devolution, ossia del federalismo.

Gli antifederalisti vogliono poter marcare un confine, delimitare la loro terra, separandola da quella altrui. Dichiarano di voler essere sovrani, ma la sovranità nazionale è virtuale in un’economia globalizzata. Affermano che solo nella loro patria, assieme alla loro gente, potranno realizzarsi, ma le persone sono grovigli di molteplici ideologie e identità. Asseriscono che solo l’autogoverno in una patria indipendente potrebbe essere democratico, trasparente e responsabile, ma l’élite separatista catalana è rimasta al potere così a lungo che il potere l’ha corrotta profondamente (aeroporti superflui, edilizia speculativa, iniziative culturali esclusivamente auto-celebrative, sostegno finanziario a media faziosi, nepotismo, ecc.).

 

Gli antifederalisti sono, volenti o nolenti, dei nazionalisti accentratori, indipendentemente dai loro proclami. Si sentono sinceramente progressisti e libertari, anche se giudicano le persone sulla base di dove sono nate e dove vivono invece che sulla base delle loro convinzioni ed azioni; anche se si comportano con il meschino opportunismo dei topi che abbandonano la nave che, secondo loro, sta affondando; anche se il loro atteggiamento non è troppo diverso da chi si sente insoddisfatto del suo aspetto e decide di ricorrere alla chirurgia estetica per cambiare la sua vita, invece di andare alla radice dei suoi problemi.

 

Le ragioni degli unionisti federalisti sono più solide: (a) l’unione (nella diversità) fa la forza in un mondo in cui i piccoli hanno pochissima voce in capitolo, perché dà la possibilità di coordinare una maggiore quantità di risorse e competenze; (b) l’apprezzamento per ciò che abbiamo in comune rispetto a quel che ci divide cementa la cooperazione e previene la violenza; (c) scappare è sempre più facile ma impedisce di maturare.

FRATELLANZA

Siamo tutti naturalmente fratelli…e non esiste una ripugnanza naturale dell’uomo verso l’uomo…Se i desideri umani sono sconfinati e non c’è sufficiente gloria e potere per soddisfarli, quella non è una legge di natura, ma un difetto

Alberico Gentili, “De iure belli”, 1588

 

La fraternità, la cui dimensione politica è stata peraltro riconosciuta proprio dalla rivoluzione del 1789, è velocemente scomparsa dalla scena, benché su di essa si sarebbe potuta fondare una innovativa teoria dei doveri fondamentali dell’uomo e del cittadino. Avrebbe potuto essere la fraternità, nella sua accezione più ampia e universale, ad accompagnare il pieno riconoscimento della dignità di ogni persona, consentendo all’uguaglianza di divenire, da mera dichiarazione formale ed astratta, effettiva e concreta. E avrebbe potuto essere la fraternità a temperare ogni possibile esercizio egoistico della libertà, assicurando un adeguato bilanciamento tra i diritti dei soggetti più forti e di quelli più deboli, dei quali in particolare la comunità si deve fare carico.

Donata Borgonovo Re

 

Il comunismo è crollato perché, ossessionato dall’uguaglianza, ha dimenticato la libertà. Il capitalismo finanziario, ossessionato dalla libertà, ha smarrito la giustizia sociale e l’uguaglianza. Senza solidarietà e fratellanza non ci può essere una soluzione di continuità, una riconciliazione di uguaglianza e libertà che interrompa le violente e dolorose oscillazioni di questo pendolo. In altre parole, non ci può essere sviluppo sostenibile. Il preambolo della Costituzione dell’UNESCO lo conferma: “una pace basata esclusivamente su accordi economici e politici tra i Governi non raccoglierebbe il consenso unanime, duraturo e sincero dei popoli e, per conseguenza, detta pace deve essere fondata sulla solidarietà intellettuale e morale dell’umanità”.

L’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

La reciprocità o mutualismo (regola d’oro) è la migliore guida etica che abbiamo trovato. Reciprocità significa usare l’empatia per rendersi sensibili, porosi, ricettivi alle esigenze, sentimenti e prospettive altrui. L’umiltà tiene sotto controllo il nostro istinto di dominare chi è più debole di noi e ci permette di raggiungere dei compromessi, nel rispetto degli altri.

La più alta forma di eccellenza umana è la fratellanza, il fondamento di una vera e propria rivoluzione della dignità.

GAIA

Gaia io canterò, la madre universale, dalle salde fondamenta, antichissima, che nutre tutti gli esseri, quanti vivono sulla terra; quanti si muovono sulla terra divina o nel mare e quanti volano, tutti si nutrono dell’abbondanza che tu concedi.

Inno omerico XIV

 

Siamo tutti simbionti su un pianeta simbiotico e Gaia è la simbiosi vista dallo spazio. L’indipendenza dalla biosfera equivale alla morte per qualunque forma di vita

Lynn Margulis, biologa e geoscienziata

 

Il modello dominante è quello che per massimizzare la produzione non si fa scrupolo di utilizzare il massimo di energia per ottenere lo scopo; questo modello intrinsecamente ha un’alta entropia (aumento dell’energia necessaria, aumento del caos, aumento degli sprechi, aumento dell’usura, diminuzione della vita del processo stesso). La green economy, mutua dal modello circolare illustrato nelle precedenti diapositive, la massima coerenza e cooperazione tra le fasi di lavoro e gli elementi che concorrono alla realizzazione del ciclo di produzione, anche se questi sono utilizzati in sotto-cicli separati; tutte le risorse impegnate nel ciclo devono essere orchestrate al fine di raggiungere la minima entropia possibile. Da notare che minore è l’entropia più lungo è il ciclo vitale del processo, minori le usure, minore l’energia, minore il caos, minori gli sprechi; al limite se riuscissi a compiere un ciclo ad entropia zero, questo ciclo sarebbe «immortale» riproponendosi immutato nel tempo.

Mae-Wan Ho, biologa molecolare

 

Gran parte delle difficoltà che incontriamo nel capire il concetto di Gaia..derivano dalla generale frammentazione del nostro pensiero. Nascono da queste barriere artificiali…Le nostre idee morali, psicologiche e politici sono stati tutte schierate contro l’olismo. Sono troppo specializzate e troppo atomistiche.

Mary Midgley

 

Cos’è che rende il “principio antropico” e “l’ipotesi Gaia” così ispiratori? Una semplice cosa: entrambi ci ricordano di quello che abbiamo sospettato a lungo, di quello che abbiamo da tempo proiettato nei nostri miti dimenticati e cioè che è sempre stato dormiente in noi come archetipo. E cioè, la consapevolezza di essere ancorati alla Terra e all’universo – e la consapevolezza che non siamo qui da soli e neppure semplicemente per noi stessi…I politici nei forum internazionali potranno ripetere migliaia di volte che la base del nuovo ordine mondiale deve essere il rispetto universale per i diritti umani, ma questo non significherà niente finché questo imperativo non nasce dal rispetto del miracolo dell’Essere, il miracolo dell’universo, il miracolo della natura, il miracolo della nostra stessa esistenza.

Vaclav Havel, 1994

 

[Con l’espressione “senso della Terra”] designeremo qui il senso appassionato del destino comune che trascina sempre più lontano la frazione pensante della Vita. In via di diritto, nessun sentimento è meglio fondato per natura, né pertanto più potente di questo. Ma in pratica, è quello che si sveglia più tardi degli altri, dato che per esplicitarsi esige che la nostra coscienza, emergente dai cerchi sempre più vasti (ma ancora assai troppo ristretti) della famiglia, delle patrie, delle razze, scopra finalmente che la sola unità umana veramente naturale e reale è lo Spirito della Terra.

Teilhard de Chardin

 

E certo, ora che l’intelligenza umana è costantemente collegata in una rete perenne dove le informazioni generano una dimensione inaspettata, tornano legittime due letture diverse del caso: una laica, a tutti nota, e una mistica, intuita visivamente da Grünewald, nella quale una pellicola sta per avvolgere il cosmo ormai definitivamente interconnesso grazie all’evoluzione del pensiero umano che s’incontra con il permanere del divino per il completamento dei tempi.

Philippe Daverio, “Il Cristo cosmico di Grünewald”, Avvenire, 7 dicembre 2011

 

Il mondo non starebbe meglio senza gli umani.

Un mondo senza Mozart, Heisenberg, Aung San Suu Kyi, Michelangelo, i Beatles, Truffaut, Kandinsky, Dostoevskij, Omero, Calvino, Socrate, Gesù, il Buddha, Goethe, senza le danze, canti e musiche tradizionali, senza i piatti tradizionali, i giardini zen, gli orti, l’artigianato, le chiesette di montagna, i templi shintoisti e le cattedrali gotiche, senza la moda al suo meglio, senza la fede, senza l’altruismo disinteressato, senza la capacità di tradurre i sogni in realtà, ecc. sarebbe triste e povero in senso assoluto, non solo per gli umani.

Questo perché l’umano è nella natura ma contemporaneamente la trascende. E questo spiega perché Mozart sembra far bene ai criminali, alle mucche e alle piante e perché ci sembra perfettamente plausibile che la regola d’oro, che trova riscontri a qualunque latitudine, possa contenere un significato universale che va ben oltre i confini di questo pianeta. D’altra parte, quale animale potrebbe esperire e comunicare l’estasi poetica e spirituale di un Walt Whitman nell’entrare in contatto con la natura?

Tutti gli animali sono speciali, ma gli umani sono più speciali nella loro specialità. E non è una questione di supremazia e quindi di privilegi. Questa deduzione è il risultato di proiezioni della psiche e della società umana. Un verme non è uguale a un albero o a un umano. Negarlo significa non riconoscere le potenzialità uniche di ogni forma di vita e in particolare le potenzialità uniche dell’essere umano.

La differenza sta nel grado di profondità con cui si percepisce e si comprende la realtà: la consapevolezza di una formica è meno profonda di quella di un gatto. Un gatto ha una comprensione di universali come la matematica e la musica più estesa e complessa di quella di una formica. Se i conigli avessero un’intelligenza sofisticata come quella umana, avrebbero sovrappopolato il mondo molto prima di noi. Se i predatori avessero un’intelligenza “umana” ci sarebbero bagni di sangue peggiori di quelli provocati dalla nostra specie.

Gli esseri umani – se liberi dalle inclinazioni psico e sociopatiche che ci fanno vivere all’insegna del motto mors tua vita mea – sembrano essere l’unica forma di vita in grado di integrare la natura in modo qualitativamente radicale. Una volta maturati, una volta apprese certe lezioni, gli esseri umani possono accelerare l’evoluzione e possono stabilizzarla, responsabilmente. Si potrebbe perfino immaginare che la natura ci abbia creati perché potevamo tornarle utili, come tutto il resto.

Questa, dopo tutto, è sempre stata la prospettiva dei popoli “primitivi” che, anche se non sempre erano in perfetta armonia con la natura, avevano trovato nella figura e nelle mansioni dello sciamano un connubio degli archetipi del guerriero e del guaritore che, per lo più, assicurava l’equilibrio nel cambiamento e garantiva che la natura, in un certo senso, potesse dire la sua.

Solo noi “civilizzati” siamo misantropici, cinici, nichilisti e psichicamente instabili a livello collettivo, pur possedendo tutte le risorse intellettuali e creative per riscoprire il nostro ruolo ed assolvere i nostri compiti in maniera mirabile, senza paralleli nella storia.

Superata questa fase adolescenziale, passato l’esame di maturità che stiamo affrontando in questi anni, potremo diventare quel che siamo destinati ad essere, creatori responsabili, non bulletti distruttori e sfruttatori. Lo siamo stati (es. aborigeni, nativi americani ed africani) e lo torneremo a essere.

La scelta è tra proteggere l’ecosistema nel suo complesso e catalizzarne l’evoluzione, oppure distruggerlo, come se fossimo un tumore all’interno della natura.

In una prospettiva sistemica, Gaia è il nome della Terra intesa come un vasto organismo interconnesso che compensa gli squilibri che insorgono spontaneamente raggiungendo nuovi punti di equilibrio. L’uomo ne è un elemento cardine, un catalizzatore, appunto. Gli ecologisti misantropici non possiedono alcuna prospettiva sistemica, altrimenti saprebbero che la filosofia aborigena dello jukurr (sogno) ha basi fattuali: il sistema di caccia e gestione ambientale degli indigeni australiani era co-evolutivo e favoriva la moltiplicazione della vita nei loro territori. La loro scomparsa, ossia il venir meno delle loro tecniche di ingegneria eco-sistemica, ha causato un impoverimento della flora e della fauna locali, un’omogeneizzazione dell’habitat di diverse specie, specialmente a causa di disastri naturali, come i roghi spontanei, che loro riuscivano a prevenire.

Ogni parte di ciascun organismo svolge una funzione, che definisce il significato dell’esistenza di questa parte. La Terra, come organismo, ossia Gaia, ha bisogno di noi, poiché tutto ciò che è umano (cultura, coscienza più sofisticata, interiorità) è parte di Gaia e della sua evoluzione (cf. Emerson, Teilhard de Chardin, G.T. Fechner, William James, Alfred North Whitehead, Shimon Malin). Siamo interdipendenti. Il nostro livello di comprensione, compassione, sensibilità, consapevolezza e forza morale è anche quello raggiunto da Gaia.

Questa è la nuova narrazione di cui abbiamo bisogno, se vogliamo sopravvivere, una che sappia risvegliare un apprezzamento integrale della Terra. Una narrazione che risponde al bisogno interiore che molti di noi avvertono di aprirsi a qualcosa di più alto e più grande di noi, il nostro amore per la conoscenza e la sapienza, l’Amore.

Leggiamo le testimonianze di astronauti di varie nazionalità che hanno potuto contemplare Gaia.

“Volare nello spazio significa vedere la realtà della Terra, solitaria. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e il mio modo di vedere la vita stessa” (Roberta Bondar). “Man mano che ci allontanavamo, la Terra si restringeva. Alla fine si ridusse alle dimensioni di una biglia, la più bella che uno potesse immaginare. Quell’oggetto così bello, caldo e vivo sembrava così fragile, così delicato, che se lo si fosse toccato con un dito si sarebbe infranto. Vedere una cosa così ti cambia per forza la vita” (James B. Irwin). “La Terra era piccola, azzurra, e così pateticamente sola…la nostra casa va protetta come una sacra reliquia” (Aleksei Leonov). “Nello spazio sviluppi istantaneamente una coscienza globale, un comportamento prosociale, un’intensa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo ed un desiderio irrefrenabile di fare qualcosa per cambiarle. Vista da lassù, dalla luna, la politica internazionale sembrava così insignificante” (Edgar Mitchell). “Per chi ha visto la Terra dallo spazio, e per le centinaia e forse migliaia di persone che seguiranno, è un’esperienza che cambia la tua prospettiva sulle cose. Ciò che ci accomuna è molto di più di quel che ci divide” (Donald Williams).   

GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE

Ciò che conduce l’uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.

Aung San Suu Kyi

 

Trattare una persona con giustizia vuol dire prendere seriamente la sua concezione di sé stessa, i suoi attaccamenti e predilezioni, la sua comprensione della sua situazione e di che tipo di comportamento le è richiesto in quelle circostanze.

Peter Winch

 

Un pesce piccolo che sta per essere mangiato da un pesce più grande pensa: “non c’è giustizia nel mondo”. Il pesce più grande pensa: “c’è abbastanza giustizia nel mondo”. Il pesce ancora più grande che sta per mangiarsi quest’ultimo pensa: “il mondo è giusto”.

 

Nella filosofia greca classica giustizia e senso della misura erano inestricabilmente connessi. Archita elogiava la giusta misura, che neutralizza “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Eraclito, Anassimandro, Esiodo, Solone convenivano sul fatto che il fondamento della moralità umana sia la misura e la repressione dell’eccesso e che mutualità e giustizia sono le virtù che producono l’uguaglianza.

La giustizia non è semplice imparzialità o equità, presuppone uguaglianza nel rispetto, trascende le norme di legge: sei un mio pari, ti tratterò di conseguenza. La giustizia è qui intesa non come ideale ma come una prospettiva sul mondo: il riconoscimento della comune umanità. Il mio prossimo differisce da me, ma riconosco il suo diritto di essere quello che è, non una replica di me stesso; di essere diversamente umano rispetto a come lo sono io.

La mia eventuale posizione di privilegio è un accidente del caso e quindi il mio senso di superiorità è del tutto ingiustificato. Mi comporto come se non sussistesse uno squilibrio di forze a mio vantaggio, perché mi sento meglio quando non approfitto del prossimo, perché possiedo una coscienza (non sono uno psicopatico), perché mi piace rinunciare a qualche mio desiderio per poter intensificare le mie relazioni con l’altro a beneficio di entrambi, individuando gli interessi comuni e le strategie di collaborazione che ci possono aiutare a soddisfarli.

Il concetto di giustizia – sul quale gli utilitaristi non saranno mai in grado di mettersi d’accordo – esiste perché gli umani sono capaci di provare indignazione, oltraggio e simpatia. L’afflizione, l’empatia, il risentimento, la simpatia non solo non sono irrilevanti nelle questioni riguardanti il giusto e lo sbagliato, sono anzi le precondizioni necessarie per la creazione e la sopravvivenza stessa dell’idea di bene e di male, giusto e sbagliato, di solidarietà, di sollecitudine per il prossimo, di riconoscimento dell’uguale dignità dei cittadini.

“La pace non è assenza di guerra”, dice Baruch Spinoza, “è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.

GLOBALIZZAZIONE

Ho così capito e sentito che la letteratura mondiale non è più un’astratta antologia o un vago concetto inventato dagli storici della letteratura, ma un corpo ed uno spirito viventi, che riflettono la crescente unità del genere umano…Allorché non ci sono più “affari interni” su questa nostra affollata Terra la salvezza del genere umano dipende dal fatto che tutti si facciano gli affari degli altri, che i popoli d’Oriente abbiano un interesse vitale in ciò che si pensa in Occidente, che i popoli occidentali hanno un interesse vitale in ciò che sta accadendo in Oriente. La letteratura, uno dei più sensibili strumenti dell’umanità, è stata la prima a rilevare questo crescente senso di unità del mondo e a farlo proprio.

Alexandr Solzhenitsyn

 

È spiacevole che si sia diffusa una tale paura della “globalizzazione”, quando il vero problema è l’ideologia globalista che vorrebbe imporre un unico modello economico-finanziario neofeudale a miliardi di persone (il cosiddetto Washington consensus).

La globalizzazione può assumere due significati, uno negativo ed uno positivo: può indicare l’unificazione di tutto il mondo in un’unica unità produttiva. In questa tecnocrazia finanziaria mondiale le multinazionali sono libere di sfruttare, investire, comprare e vendere dove vogliono e come vogliono.

Può anche designare la progressiva integrazione planetaria, che è invece un fatto positivo, perché abitua l’umanità a ragionare in termini di libertà, uguaglianza e fratellanza a livello globale, a sentirsi responsabili per il benessere di un villaggio che abbraccia il mondo e quindi anche per tutti gli esseri viventi. A un mondo caotico alla mercé dei potenti, la planetarizzazione reagisce stabilendo norme che tutelano tutti e promuovono i principi della Dichiarazione universale dei diritti umani.

 

Oggi siamo tutti sulla stessa barca. Mutui non pagati negli Stati Uniti scatenano una tempesta finanziaria globale; le proteste greche contro l’austerità contagiano altri paesi europei; un muro abbattuto in una città cambia la storia umana; la siccità in una porzione di un continente o una guerra regionale causano l’aumento dei prezzi degli alimenti e dell’energia in tutto il mondo; un incidente nucleare in un remoto angolo del mondo rischia di diventare una minaccia globale. Ci sentiamo fragili e vulnerabili, impotenti, come se ci trovassimo quotidianamente sull’orlo di una catastrofe.

I rimedi locali non bastano più. La nostra fissazione per tutto ciò che riguarda l’area alpina è retrograda. Una grossa fetta della popolazione che risiede nella nostra regione ha legami affettivi ed economici molto più stretti con Melbourne, Buenos Aires, Nairobi, Doha, Berlino, Milano, New York, Shanghai e Londra che con Aosta, Villach, Grenoble, Maribor o, talvolta, le stesse Bolzano, Verona e Innsbruck.

 

La verità è che un’umanità unita e consapevole è la nostra unica speranza di cavarcela. Andare d’accordo non è abbastanza. Dobbiamo comprendere in profondità l’altro e farci capire. Dobbiamo anche comprendere che ci sono gruppi di persone che traggono vantaggio dalla sofferenza umana, dalla divisione, dai conflitti. Business is business.

La solidarietà interrazziale, interetnica e internazionale è necessaria per la sopravvivenza e quindi lo è l’empatia, che la genera. Non come tributo al politicamente corretto, ma perché ci conviene e perché altrimenti la vita perderebbe ogni significato.

Non dobbiamo soccombere alla demonizzazione della solidarietà tra i popoli, perché la chiusura difensiva nei localismi ci impedisce di forgiare alleanze, ci consegna ad un mondo in cui mors tua vita mea, ci preclude gli immensi vantaggi del “tutti per uno, uno per tutti”.

Fare insieme le cose vuol dire avere più potere negoziale e maggiore efficacia, specialmente nel quadro di una “governance” globale (non di un governo mondiale).

Il requisito per questa vera integrazione planetaria è la creazione di una storia universale dell’umanità (una meta-storia) che definisca una cultura eterogenea ma autenticamente planetaria, seguendo ed ampliando il suggerimento del premio Nobel Amartya Sen, che consigliava di farlo riguardo alla civiltà europea, per evitare un’ottica riduzionista di stampo economicista o politico.

IDENTITÀ

Uno dei paradossi del tempo presente è che i paladini delle identità, quelli che le brandiscono come armi contro ogni diversità, vorrebbero cancellare l’altro, quando invece è proprio grazie a quell’altro, che essi costruiscono il proprio noi. L’identità, infatti, è un dato relazionale, che si costruisce sulla base della diversità. Non c’è identità senza alterità: siamo ciò che gli altri non sono. E per dipingerci migliori, spesso condanniamo gli altri a essere ciò che noi non vogliamo essere. Addossare colpe e difetti a qualcuno che è estraneo ci rende automaticamente buoni.

Marco Aime

 

Orgoglio gay, orgoglio femminista, orgoglio afroamericano, orgoglio nazionale, orgogli che si esibiscono attraverso cortei e festival.

Queste grandi manifestazioni pubbliche di orgoglio si verificano sovente nel contesto di un pronunciato sentimento di umiliazione e lesione identitaria.

È giusto  che gli esseri umani solidarizzino nello sforzo di recuperare un senso di dignità e autostima altrimenti negato.

Dì a qualcuno che deve dimenticare le sue radici, la storia e il suo senso di identità condiviso con altri in cambio della promessa di una condizione superiore e questi sentirà che qualcosa non torna. Sarebbe come cercare di spiegare a dei genitori che i loro figli appartengono a tutta l’umanità, e che per questo devono essere sollevati dall’incombenza genitoriale.

L’identità è distinzione e varietà. Ma se l’identità è separazione allora qual è il senso della molteplicità?

Il problema nasce quando l’orgoglio diventa un pretesto per marcare le differenze a discapito della comune umanità. Conosciamo bene i disastri prodotti dalla superbia razziale e nazionale strumentalizzata da certi potentati privi di scrupoli e sfociata nel filisteismo culturale e nella politica più reazionaria. L’imperialismo giapponese è quello nazista sono tragici esempi di ego collettivo mascolini feriti e risentiti che aggrediscono gli altri paesi per riscattarsi. I movimenti etnopopulisti europei seguono le stesse dinamiche.

Le identità sotto pressione e in difficoltà sono la cifra della cosiddetta “condizione postmoderna”, che tende alla decostruzione, frammentazione e nichilismo. Il disagio è poi amplificato dalle cicliche crisi del capitalismo. È in risposta a questa angoscia (o malessere) che si affermano certe politiche reazionarie e salvifiche/messianiche dell’“orgoglio” come tentativo di aggrapparsi a un’identità, sebbene questa non possa più funzionare in maniera soddisfacente nella post-modernità.  

Molti subiscono questa fibrillazione e progressivo sfarinamento di identità che apparivano solide come una minaccia esistenziale per loro stessi e i loro valori più sacri. Altri vivono questo fenomeno come una liberazione, l’emancipazione finale da idoli inadatti alle nuove circostanze, da punti di vista fissi, inamovibili, antiquati, incarceratori, egotistici, narcisisti e particolaristici, terribili ostacoli sulla strada di chi vorrebbe vedere nel prossimo un suo fratello affinché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10).

INFORMAZIONE

Ma ognuno di noi, in una certa misura, è ormai direttore responsabile di quella microcentrale di news che è se stesso

Michele Serra

 

La sfiducia verso i media ha raggiunto percentuali sconcertanti in Europa come negli Stati Uniti. Non è difficile capire come mai: l’informazione globale è virtualmente controllata da una mezza dozzina di multinazionali dell’informazione e dell’intrattenimento: Time Warner, Walt Disney, Viacom, News Corporation (Rupert Murdoch), Bertelsmann, Axel Springer AG, Sony.

Nel suo brillante “The return of the public” (2010), Dan Hind, giornalista di fama internazionale, ha proposto una visione semplice e al tempo stesso rivoluzionaria del giornalismo del futuro. La “società civile” dovrebbe poter commissionare inchieste ed articoli a giornalisti indipendenti che sarebbero pagati con un canone e che risponderebbero del loro operato direttamente ai cittadini e non più ai tycoon dell’informazione. In questo modo la stampa locale e nazionale sarebbe sottoposta a pressioni competitive virtuose, mentre ci sarebbero dei giornalisti freelance specializzati in certi campi, disposti ad approfondire tematiche che i quotidiani sono impossibilitati a seguire per un lungo periodo di tempo e globalmente.

In questo modello di giornalismo civico, un professionista dell’informazione potrebbe presentare delle proposte per ricevere dei fondi da impiegare per realizzare delle inchieste. La sua reputazione sarebbe legata non alla testata per cui scrive, ma alla qualità del servizio che garantisce, alla sua autorevolezza, alle valutazioni di assemblee di cittadini che devono decidere se e quanto sborsare di tasca propria.

I vantaggi sarebbero molteplici: si riconquisterebbero all’informazione quei cittadini che non leggono più i quotidiani e si sperimenterebbero nuove forme di associazionismo, responsabilizzazione e partecipazione civile.

Questo stesso modello, se si dimostrasse efficace, potrebbe essere esteso a ricercatori scientifici ed operatori museali.

Partecipando all’indagine, le persone comincerebbero ad interessarsi all’informazione e alla scienza, ossia alla conoscenza nel suo complesso, che è l’architrave di una democrazia sana, di una società civile vitale. Si abituerebbero a interrogarsi e informarsi invece di restare passivi per poi magari sprofondare nel risentimento e nel rancore. Nascerebbero nuove questioni, nuove controversie, nuove ricerche. Politici e cittadini commetterebbero meno errori, risparmiando risorse, grazie a una maggiore attenzione alla realtà e una percezione più obiettiva dei fatti.

Alan Rusbridger, direttore del quotidiano britannico “Guardian”, si muove in questa direzione e ha elencato le dieci regole dell’open journalism (The future of open journalism”, Guardian, 25 marzo 2012): incoraggia la partecipazione; non è un rapporto tra “noi” e “loro”; stimola il dibattito; favorisce la nascita di comunità intorno a interessi condivisi; è aperto al web; aggrega e seleziona il lavoro degli altri; ammette che i giornalisti non sono le uniche voci autorevoli e interessanti; promuove la diversità ma anche i valori comuni; riconosce che il giornale può essere l’inizio e non la fine del lavoro giornalistico; è trasparente e aperto alle osservazioni, comprese le correzioni, le spiegazioni e le aggiunte.

INTERCULTURALITÀ

A incontrarsi o a scontrarsi non sono le culture, ma le persone.

Marco Aime

 

Quello di assimilazione, con le sue connotazioni legate all’idea di metabolizzare, digerire, assorbire, conformare è un concetto etnocida e fascista. Gli stranieri non vogliono essere assimilati, ma integrati. Integrare significa “rendere completo, conforme a giustizia”, non amputare la diversità che non ci piace. Assimilare significa convertire in noi stessi ciò che è fuori da noi ed è differente da noi (es. i Borg in Star Trek).

Non bisogna confondere i due termini, che sottintendono due visioni del mondo diametralmente opposte.

Lo slogan dell’assimilazione è: “pace e unità nell’uniformità”. Vale anche per la segregazione, che costruisce muri affinché le persone di culture/etnie diverse non entrino in contatto e non si “contaminino”.

Lo slogan dell’integrazione è: “concordia e unità nella diversità”. L’integrazione difende l’autonomia della persona e del gruppo, l’assimilazione non lascia spazio a margini di autodeterminazione. Si tollerano la prima generazione di immigrati nella speranza che quelle successive divengano più indigene degli indigeni.

Il problema del “multiculturalismo” è che ha avuto origine da una carenza di discernimento della distinzione tra “assimilazione” e “integrazione”. Per evitare l’assimilazione le politiche multiculturaliste hanno ostacolato l’integrazione, producendo società parallele, che raramente si incontrano e familiarizzano l’una con l’altra, ossia segregative. Nel farlo, sono state coadiuvate dalle forze reazionarie presenti tra gli immigrati, quelle interessate a riprodurre pari pari la cultura e società di origine in un altro luogo, come se si potessero trapiantare, come se il loro valore fosse troppo inestimabile e dovessero essere conservate come un animale impagliato, al di fuori dello spazio e del tempo e quindi del cambiamento. Il multiculturalismo è un terreno fertile per il narcisismo etnocentrico, che non si concilia con la democrazia.

Le politiche interculturali sono invece quelle che creano integrazione, a partire dal dialogo, dallo scambio.

LIBERTÀ

Un mondo fondato sulle quattro libertà umane: la libertà di parola e di espressione, la libertà per ogni persona di pregare Dio nel modo che preferisce, il diritto di vivere al riparo dall’indigenza e il diritto di vivere al riparo dalla paura.

Franklin D. Roosevelt, 6 gennaio 1941

 

Le scelte obbligate sono l’architrave del sistema socio-politico in cui viviamo, che non può essere chiamato libero, se non in senso molto lato.

 

La libertà pone al centro l’individuo come principio e come valore. È uno dei capisaldi del pensiero umanista. “Ti determinerai la tua natura secondo il tuo arbitrio”, scrive Giovanni Pico della Mirandola nell’orazione “De hominis digitate” (1486). “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa” confermerà Cesare Beccaria, tre secoli più tardi, nel 1764.

La libertà è lo svincolamento da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona la passività e prevedibilità della materia grezza. Gli oggetti hanno cause, i soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse e anche contraddittorie.

Ciascuno di noi è libero solo se si cura di proteggere la libertà altrui e questa libertà, una volta persa, non la si riguadagna facilmente. La storia ne è testimone.

 

Cosa sarebbe l’essere umano senza libertà creativa e realizzativa? Un automa, uno strumento. Lo sviluppo dell’immaginazione è accrescimento di vita, mentre la sua limitazione è una riduzione di vita, un impulso di morte. La libertà è la dimensione di apertura illimitata che consente all’essere umano di trascendere la finitezza. È una condizione d’esistenza indispensabile allo sviluppo della psiche e della coscienza. Essere libero, libero di essere onesto con me stesso, di pensare senza dovermi chiedere ogni volta cosa gli altri penseranno di me, di vivere pienamente ed abbondantemente.

Non c’è umanità senza libertà di scegliere, non esiste morale e maturazione spirituale se una persona non può essere libera di compiere il male. Quella persona sarebbe un’arancia meccanica, un congegno, non un essere vivente. Per questo nei campi di sterminio il suicidio e lo sciopero della fame erano proibiti e severamente puniti, anche se acceleravano la morte dei detenuti: ogni atto di autodeterminazione era bandito.

Tutto ciò che penso, che dico, che faccio, ha un significato ed ha un valore perché sono libero. Solo in questa condizione di libertà la mia vita, i miei pensieri, le mie decisioni, i miei sentimenti sono realmente miei. Diversamente, sarei una marionetta.

 

Se la libertà è un volo, allora più si mozzano le ali delle persone per circoscriverla, più basso e incerto sarà il volo dell’intera comunità e del genere umano nel suo insieme.

MITI PRAGMATICI

L’unico che mito che vale la pena di prendere in considerazione nell’immediato futuro è quello che parla del pianeta…e di tutti quelli che ci stanno sopra

Joseph Campbell

 

Il Canada al quale dobbiamo devozione è il Canada che non siamo riusciti a creare….l’identità che non siamo riusciti a realizzare. È espressa nella nostra cultura ma non realizzata nella nostra vita, come la nuova Gerusalemme di Blake da costruire nella verde e bella terra inglese non è ideale meno genuino solo perché non è stata edificata laggiù. Ciò che resta della nazione canadese può ben essere distrutto da quella sorta di dispute settarie che per molta gente sono più interessanti della vita vera dell’uomo. Ma, mentre entriamo nel secondo secolo di vita contemplando un mondo in cui il potere e il successo si esprimono così ampiamente in menzogne stentoree, in una leadership ipnotizzata e nell’atterrita repressione della libertà e della critica, l’identità non creata del Canada forse non è, dopotutto, un retaggio così brutto da accollarsi.

Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”

 

Ogni lotta tra gli uomini che ha come posta in gioco la forma della vita comune, cioè il modo d’essere della società, e ogni vicenda politica, cioè ogni lotta per conquistare, mantenere e aumentare la capacità di governo della società, è essenzialmente una lotta simbolica. Se mancano i simboli, vuol dire che non c’è politica, ma semplice amministrazione tecnica dell’esistente o sopraffazione per il bruto potere. [Quando una fazione si appropria di un simbolo, esso] diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti di unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza…Proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente.

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere”

 

Il falso realismo (utilitarismo selvaggio e privatistico, determinismo materialista) che pervade le nostre società deve essere contrastato nei fatti e non solo contestato a parole. La maggior parte di noi non può accontentarsi di un mero adattamento finalizzato alla sopravvivenza. Non è certo un buon catalizzatore di quel cambiamento che ci costringe a tirare fuori il meglio di noi, che ci spinge a superare le sfide. 

La soluzione migliore, in questo momento, è reinventare le strutture sociali esistenti per formare dei ponti pragmatici rivolti al futuro. Realismo, in questo senso, è sinonimo di discernimento e vuol dire tener conto dei limiti e delle contingenze, piuttosto che cercare di imporre un ideale, generalmente artificioso, alla realtà esistente. Questo ci permette di evitare voli pindarici e ingenui slanci emotivi e stabilisce una continuità, nel mutamento, tra le nostre comuni aspirazioni e quegli elementi del presente che conosciamo e sui quali possiamo fare affidamento.

Allo stesso tempo, però, una vera rivoluzione spirituale e mentale – ossia un futuro che non sia un semplice restyling del presente – non può avere luogo senza l’attivazione delle forze inconsce e il ricorso a miti umanizzanti ed emancipatori che ci assistano nell’immaginare futuri diversi e migliori, in cui si rispetti la dignità del prossimo nei fatti e non solo a parole e in cui le persone facciano il proprio dovere per ragioni diverse dall’avidità – per il senso di appagamento che si ricava dal fare qualcosa di utile o interessante, dal fare la propria parte.

Come trovare un punto di equilibrio tra pragmatismo e immaginazione che prevenga i grossolani auto-inganni del cinico e del visionario dissociato dalla realtà?

I miti – quelli giusti, quelli buoni – sono un equipaggiamento indispensabile perché, da almeno 30mila anni a questa parte, ci nutriamo di simboli, ci muoviamo in una ragnatela di simboli, siamo rivestiti di simboli fin da prima di nascere (es. Royal Baby) e cerchiamo di essere simbolici anche al momento del trapasso e nel ricordo che lasciamo di noi. Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda, dalla carità spontanea del Buon Samaritano ai raduni di massa dei totalitarismi. Siamo fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati.

Negare questa nostra seconda o forse prima natura perché ci complica la vita e rende meno lineari i progetti e gli scenari che cerchiamo di formulare è sciocco. La modernità iper-razionalista non ha saputo cambiarci: es. Miyazaki, Calvino, William Blake, Cloud Atlas, Matrix, Lost, C’era una volta (Once upon a Time), Star Trek, Guerre Stellari, Harry Potter, Beowulf, Superman, il Signore degli Anelli, ecc. Gli esempi sono innumerevoli.

Sono i simboli (archetipi) e i miti che ci permettono di uscire dal nostro ristretto universo linguistico-culturale e dalle nostre costrizioni biologiche, per capire gli altri, per investire di significato e concretezza i principi di libertà, uguaglianza, fraternità. Sono loro a unificare il genere umano.

 

Più persone si legano a un’idea, più quest’idea si fortifica. Le idee potenti si fanno mito. Le nostre vite sono plasmate dalle storie che raccontiamo a noi stessi a proposito di noi stessi.

“Italiani brava gente” e “trentini schivi, ma di buon cuore”: sono miti che ci sollecitano ad essere migliori di quello che siamo, oppure diventano degli alibi. Dipende da noi, dalla nostra buona fede, obiettività e capacità di autocritica. 

La storiografia e l’antropologia servono anche per riflettere criticamente sulle narrazioni, per frenare il nostro impulso a rifugiarci, pavidi e smarriti, nelle storie altrui, in ideologie sintetiche e manipolative, in sistemi di credenze dottrinali, in miti deteriori.

Ci sono infatti miti che imprigionano, che cristallizzano le identità, fossilizzano le menti, inchiodano le coscienze a strutture rigide. Sono i miti della tradizione, della razza, della patria, della famiglia, della civiltà, del sangue, della terra. Io e Mauro Fattor li abbiamo attaccati in “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010).

Ci sono anche quelli che aiutano a maturare, che parlano simbolicamente di quelle grandi idee che toccano il cuore e la mente di quasi tutti, che ci uniscono e ci fanno fare un salto di qualità.

 

L’idea di Trentino è ancora un mito buono, o lo può tornare a essere, una volta che sarà stata ripulito dalle incrostazioni ideologico-idolatriche.

Il mito del Trentino e della sua autonomia ha preso forma a partire da autonomie locali di tradizione secolare, dalle presunte e reali virtù delle genti alpine, dall’idea che la democrazia è un patto sociale e non una tecnica di governo e dal contrasto con un modello di sviluppo delle pianure che non era e non è sostenibile.

È il precipitato di molte idee interconnesse di natura etica, sociale, ecologista e metafisica. Essere trentini – idealmente una miscela equilibrata di Mitteleuropa e latinità – è un modo diverso di stare al mondo, più lento, più profondo, più dolce, direbbe Alex Langer.

Comprende le nozioni di autonomia, comunità, duro lavoro, giustizia, rispetto, sobrietà, solidarietà, senso di responsabilità, coscienza dei limiti, ma anche globalizzazione, grazie ai legami coltivati con gli emigranti (cosa che non avviene in Alto Adige).

Una morale austera, d’altri tempi, che condanna nepotismi, clientelismi, cortigianerie, avidità, conflitti di interesse, furbizie, malizie, ecc. Insomma, l’umanità come dovrebbe essere e come aspira a essere, ma come non è quasi mai stata capace di essere, neppure in Trentino.

Sono assai pochi i trentini che si sono dimostrati all’altezza dell’anelata “trentinità”.

Eppure non ha senso amare il Trentino e i trentini del presente, le loro radici. Trentini si diventerà. Bisogna amare il Trentino che verrà: il fiore che non è ancora sbocciato, il frutto non ancora maturo. Il Trentino come Grande Idea, come Mito che guida le nostre azioni e le nostre politiche.

Un po’ come l’idea di America che accoglie e offre opportunità di eccellenza, l’idea di Francia post-rivoluzionaria modello di riscatto per gli altri popoli, o l’idea di un Giappone che sa coniugare oriente e occidente, tradizione e modernità.

Sono dei miti, dei miti che elevano milioni di persone, perché invocano “i migliori angeli della nostra indole” (cf. Lincoln). Sono dei miti buoni, dei miti costruttivi, dei miti che ci spingono a tralasciare gli interessi egoistici e gli appetiti personali e a prenderci cura del prossimo e del bene comune. 

Spesso patiscono le sferzate del lato oscuro, dei miti degradanti (sciovinismo, imperialismo, xenofobia), ma si piegano senza spezzarsi e restano ancora lì a ispirare.

 

L’autonomia trentina è stata, e può tornare a essere, una nuova ed originale espressione, nella forma di un esperimento socio-politico, di principi eterni che stanno tornando in auge con l’aggravarsi della crisi sistemica del nostro tempo. Principi perfettamente accessibili e condivisibili per i trentini di origine straniera.

Se vogliamo uscire dal labirinto e realizzare un’autentica comunità responsabile e quindi una genuina democrazia partecipata, che oltrepassi le lealtà istintive di carattere familista e tribale, così prevalenti nelle fasi di crisi profonda e di incertezza esistenziale, questo filo mitologico va recuperato.

Occorre, perciò, rimitologizzare il Trentino, per generare quell’effervescenza creativa che ci farà arrivare dall’altra parte del guado, senza indulgere in fantasie etnocentriche e senza abbandonarsi alla retorica del fare senza una prospettiva di lungo termine, globale e morale. 

Si tratta di riscoprire il profondo “significato mitico” della nostra “repubblica alpina”, riscoprire le grandi idee che hanno guidato i momenti più alti del nostro passato e che acquistano una dimensione sacra al cospetto della magnifica natura che ci circonda. Come l’accordo De Gasperi-Gruber, malvisto da alcuni, letto in chiave utilitaristica da altri, sprofondato nell’oblio tra i giovani, e che pure rappresenta un evento storico non solo per le popolazioni coinvolte, ma per la civiltà umana (cf. la volontà di pace e cooperazione, l’innovativa e avveduta ingegneria istituzionale e sociale implicata).

 

Nuovi miti emergono comunque, lentamente, dalle esperienza di una comunità.

In questi anni il Trentino, come il vicino Alto Adige, si è costruito una reputazione internazionale di micro-potenza umanitaria. La migliore evoluzione di questo percorso sarebbe la trasformazione della regione Trentino-Alto Adige in una mini-potenza umanitaria sul modello ginevrino e nordico, una forza di pace, diplomazia, concordia, fratellanza, tra i popoli e tra l’umanità e la natura.

Questo è un futuro altamente desiderabile, un mito nobilitante, un progetto mobilitante.

Il futuro di questa e di altre comunità dipende principalmente dagli ideali dei suoi cittadini e dal loro atteggiamento reciproco, dalla loro condotta di vita.

NATURA UMANA

L’uomo è la sola creatura che si rifiuta di essere ciò che è

Albert Camus

 

La mia umanità è legata a quella di chiunque altro, perché noi possiamo essere umani solamente insieme

Desmond Tutu

 

In ogni persona ritrovo me stesso e il bene e il male che dico di me lo dico anche di loro

Walt Whitman

 

I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è. Per me i bambini non hanno nazionalità. La discriminante non può essere il colore dalla pelle o la forma degli occhi. Da bambino quando subisci una discriminazione non sai fartene una ragione, io lo so bene.

Gianangelo Bof, sindaco leghista di Tarzo (TV)

 

Gli organismi crescono e cambiano in ogni istante. Non sono fabbricati sulla base di una serie di istruzioni di montaggio, non ci sono capacità innate (abilità, disposizioni, motivazioni, sensibilità) pre-programmate uniformemente. Ciascun individuo si sviluppa in modo peculiare nel suo ambiente.

I geni o la cultura non interagiscono con l’ambiente naturale e tra di loro, è l’organismo a farlo e l’organismo è in costante mutamento, come lo è l’ambiente.

Perciò non c’è alcuna ragione di fissarsi sui geni o sugli elementi culturali. Non c’è alcuna ragione scientifica per descrivere gli esseri umani indipendentemente da un’immensa pluralità di circostanze storiche ed ambientali nelle quali crescono e vivono la loro vita.

Ogni persona è un’eccezione vivente (Fait/Fattor 2010).

Le persone non debbono essere incarcerate in celle identitarie che mettono a repentaglio l’integrazione e la coesione sociale, con conseguenze che possono essere sanguinose. Una comunità è coesa e robusta solo quando è anche sufficientemente flessibile da dare ai singoli la libertà di scegliere la propria vita. Una società rigida può spezzarsi molto più facilmente di una società flessibile, quando è sottoposta a forti pressioni.

È possibile fondare una società sostenibile solo sulla base del pluralismo, di alcuni valori fondamentali condivisi e di un minimo di solidarietà.

Omogeneità culturale e purezza etnica non solo non hanno nulla a che vedere con questo, ma ne sono l’antitesi, come l’entropia (l’antitesi dello sviluppo: è alta nei sistemi isolati) è la negazione della vita (che fiorisce nella diversità, non nell’omogeneità e nell’isolamento).

Non abbiamo altra scelta che convivere con la differenza, senza rinunciare in tal modo a dei valori fondamentali che non sono solo nostri, ma sono un bene comune del genere umano.

Questo è il significato di “fare comunità” nel terzo millennio.

I fiocchi di neve sono tutti unici, nessuno è identico all’altro, ma sono pur sempre fatti della stessa materia, hanno tutti sei facce o sei punte, sono tutti bianchi e freddi. Sono unici, ma sono anche la stessa cosa. L’umanità è così, ma infinitamente più complessa.

OSPITALITÀ LOCALE

In molti film, o serie televisive…ci si accorge progressivamente che una tale xenofobia è la conseguenza di un segreto, o piuttosto di una colpa che tutti conoscono, ma tacciono, di una colpa tenuta nascosta dalla società che compone la piccola città. Lo straniero viene respinto, perché non si vuole che egli scopra questa tara intima, non si desidera che egli esprima il non-detto, il taciuto e il celato, che renda pubblico ciò che deve rimanere affare di una cerchia chiusa, che ravvivi, riattivi, smuova ciò che ognuno si sforza di dimenticare. Lo sguardo dello straniero disturba: egli dà a vedere, e ciò che fa vedere è, all’occorrenza, un’immagine sgradevole e degradante, un panno sporco che dovrebbe essere lavato solo in casa. Lo straniero evidentemente viene a sconvolgere le cose, l’immobilità, la stagnazione, l’inerzia, il marasma, il torpore, l’abbattimento, la letargia che regnano sulla piccola società. Egli introduce un movimento, una turbolenza.

Alain Montandon, “Elogio dell’ospitalità”

 

L’umanità raggiunge l’eccellenza nella condivisione, del convivio, dell’ospitalità e il suo degrado più imbarazzante nella smania psicopatologica dell’accumulo, dell’accaparramento, della depredazione, della conquista, dell’asserragliamento in ville, quartieri, nazioni fortificate.

 

L’Odissea è il poema che meglio definisce le norme di ospitalità, eleggendole a fondamento di un codice di comportamento esemplare ed eterno. 

Xénos è il vocabolo greco che indica lo straniero ma anche l’ospite. Xenía era l’atto di accogliere senza domandare al forestiero di identificarsi. Lo sconosciuto era già un titolare di diritti in quanto ospite, indipendentemente da tutto il resto.

Anche i fuggiaschi e gli esiliati potevano ricevere ospitalità. Il rapporto sottostava a regole ben precise: rispetto, senso della misura, sobrietà, modestia da parte di entrambi i contraenti. L’ospite riceveva vesti, cibo, bevande, un bagno, un passaggio fino alla tappa successiva, un piccolo dono. Si dava senza pretendere niente in cambio, in un continuo flusso circolare di doni e benevolenza che non lascia nessuno a mani vuote.

 

Nell’Odissea Eumeo, pur povero, offre al mendicante Ulisse ciò che può e si spoglia del suo mantello per coprirlo: sa che i rovesci del destino, la vulnerabilità, la mortalità e, più in generale, la precarietà e la transitorietà accomunano tutti gli esseri umani. Polifemo è un mostro perché si mangia gli ospiti e, come dono di ospitalità, promette beffardamente a Ulisse che lo mangerà per ultimo. I Feaci sono ospiti impeccabili e infatti sono descritti come il popolo più prossimo agli dèi, pur essendo imparentati con i ciclopi. Non è il sangue a determinare l’evoluzione sociale.

 

Come Procuste, il locandiere che restringe o allunga i suoi ospiti per adattarli al letto, Polifemo e i proci non riconoscono un obbligo di reciprocità, quel che li diletta e li attira se lo prendono, come se tutto fosse loro dovuto. Vittime, come tutti gli avidi, della coazione a ripetere il male, senza saper controllare le proprie pulsioni, i ciclopi non sono capaci di esaminare il mondo dal punto di vista altrui e quindi la loro comprensione della realtà è estremamente deficitaria: non a caso possiedono solo un occhio. Per loro tutto è appropriabile, sono eterni creditori, tutto deve piegarsi ai loro capricci ed esigenze, ai loro implacabili appetiti perché, così almeno credono, loro sono la misura di tutte le cose.

 

Similmente, i proci sono frivoli, avidi, bramosi, tracotanti, violenti, smodati, disonorano la casa che li ospita, offendono Temi, la legge della convivenza, il principio del reciproco rispetto.

 

Gesù informa gli apostoli che se una città sarà inospitale nei loro confronti subirà un trattamento peggiore di Sodoma. I Samaritani si dimostrano invece buoni ospiti. Alla fine dei tempi, chi seguirà il loro esempio sarà salvato (Matteo 25):

 

Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato sin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiero, e m’accoglieste; fui ignudo, e mi rivestiste; fui infermo, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi..In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me.

 

Adriana Destro e Mauro Pesce, nello splendido “L’uomo Gesù: giorni, luoghi, incontri di una vita” (2008), mostrano come Gesù il Cristo scelga di dipendere dall’ospitalità e misericordia altrui. Si fa precedere da due apostoli nei luoghi in cui cerca ospitalità, non permette che nessuno dei villaggi visitati divenga una sede stabile, cammina incessantemente per entrare in contatto con la gente, con persone nuove, conduce un’esistenza incerta e precaria, all’insegna di un’identità molto labile, flessibile, come quella dei nomadi. La sua casa è interiore, la sua famiglia è chi lo accompagna, una famiglia itinerante. Vuole fornire un modello di vita diverso a una società fratturata, iniqua, razzista.

OSPITALITÀ GLOBALE

I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi. Non abitano città proprie, né usano un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita… Ma, pur vivendo in città greche o barbare – come a ciascuno è toccato – e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l’esempio di una vita sociale mirabile, o meglio – come tutti dicono – paradossale. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera… Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo… Per dire tutto in breve: i cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima è diffusa in tutte le membra; e i cristiani abitano in tutte le città della terra. L’anima, pur abitando nel corpo, non è del corpo; e i cristiani, pur abitando nel mondo, non sono del mondo.

Lettera a Diogneto, II secolo d.C.

 

L’ospitalità è un perfezionamento della natura voluto dallo spirito empatico umano e il riconoscimento della condivisione di una natura e condizione comune. Non è figlia di un contratto, è un modo di stare al mondo, di rapportarsi agli altri, di porsi nei confronti della natura, del pianeta che ci ospita, l’atteggiamento di chi lascia socchiuse le porte perché sa di non potercela fare da solo, sa di avere bisogno degli altri.

 

I cristiani sono chiamati ad essere paroikoi, “stranieri residenti”, “stranieri nella terra ove risiedono”, spaesati nel loro paese, in quanto cittadini del cielo residenti in terra. Come i buddhisti, non possono avere radici. “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Matteo 10, 40). Il Vangelo secondo Giovanni chiarisce che i cristiani “sono nel mondo” (17,11), ma “non sono del mondo” (17,14).

Il nomadismo è perciò la vera condizione umana per cristiani e buddisti.

 

Per Kant ospitalità e pace sono complementari. Il filosofo prussiano immagina un diritto cosmopolitico fondato sul principio cardine dell’ospitalità universale: “il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come nemico a causa del suo arrivo nella terra di un altro”. Questo perché “originariamente, nessuno ha più diritto di un altro ad abitare una località della terra”.

Lo straniero per Kant è ospite e lo si allontana solo se crea problemi, ma non se ciò comporta la sua rovina. Kant parla di diritto alla visita, alla mobilità, in nome della socievolezza e del destino comune (siamo su una stessa barca e non è grande): “Diritto di possesso comune della superficie della terra”. Esclude il possesso esclusivo: “L’inospitalità è contraria al diritto naturale”.

L’ospitalità universale diventa uno dei pilastri imprescindibili per il conseguimento della pace perpetua, la “comunanza tra i popoli della Terra”.

 

Idealmente, la vera ospitalità deve superare il vincolo psicologico di dipendenza dall’altro, interiorizzata, che nasce con il concetto di proprietà. C’è un legame occulto, ma vibrante, tra il tuo e il mio, me e te: siamo ospiti di questo pianeta. Siamo provvisori, nomadi, votati alla scomparsa. Questo legame non ha nulla a che vedere con la pietà, ma piuttosto con il rispetto e la devozione per l’ospite, nel quale riconosco l’estraneità che alberga in me stesso: anch’io, come lui, nato e cresciuto per caso qui ed ora. Così si realizza la promessa della fratellanza, il terzo termine della triade rivoluzionaria francese.

 

Per come è organizzato il mondo attuale, con squilibri economici tali che la migrazione di lavoratori può solo deprimere i salari nei paesi di destinazione, questa resta un’utopia. Ma, una volta che si sarà data priorità alla condivisione delle risorse mondiali in quanto beni comuni universali, le migrazioni di massa svaniranno e sarà possibile introdurre un diritto illimitato alla visita, a non essere apolide e un diritto universale all’ospitalità che, con il tempo, possa tradursi in titolo di cittadinanza.

PACE

Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che le difese della pace devono essere costruite.

Motto dell’UNESCO

 

La guerra da tempo ci è entrata nelle ossa…Se alla sterminata guerra anti-terrorismo aggiungiamo i conflitti balcanici di fine ‘900, sono quasi 14 anni che gli Europei partecipano stabilmente a operazioni belliche. All’inizio se ne discuteva con vigore: sono guerre necessarie oppure no? E se no, perché le combattiamo? Sono davvero umanitarie, o distruttive? E qual è il bilancio dell’offensiva globale anti-terrore: lo sta diminuendo o aumentando?…L’Europa è entrata in una nuova era di guerre neo-coloniali con gli occhi bendati, camminando nella nebbia…

Barbara Spinelli

 

Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.

Gustavo Zagrebelsky

 

MULDER: il segreto è essere specifici. Esprimere il desiderio perfetto. Così tutti quanti ne trarranno vantaggio. Sarà un mondo più sicuro e più felice. Ci sarà cibo per tutti, libertà per tutti, la fine della tirannia dei forti sui deboli. Manca qualcosa?

SCULLY: sembra magnifico.

MULDER: e allora qual è il problema?

SCULLY: forse il senso della nostre vite è proprio questo, Mulder – raggiungere quell’obiettivo. Magari è un processo che nessuno dovrebbe cercare di aggirare con un singolo desiderio.

“Il terzo desiderio/ Je Souhaite”, X-FILES (7×21)  

 

Le guerre sono combattute da persone che non si conoscono, a vantaggio di persone che si conoscono fin troppo bene tra loro. È un intollerabile insulto all’intelligenza umana.

Un’epopea irochese narra di un Grande Pacificatore (Hiawatha) che reca un messaggio di bontà, potere e pace (Kayaneren’kó:wa) incardinato sui principi di gaiwoh/kaihwíyóh (equanimità, virtuosità, aspirazione alla giustizia più forte del desiderio di avere ragione), skenon/skę́’nų’ (salute, chiarezza di intendimento e integrità fisica) e gashasdenshaa/ka’tshátstę́hsæ’ (potere, autorità sostenuta dalla forza necessaria, una forza che dev’essere in armonia con le leggi universali).

Il Grande Pacificatore deve affrontare Atotarho, un capo malvagio ed antropofago. Atotarho è come un ciclope – mangia gli ospiti che non sono stati invitati – e assomiglia a Medusa: i suoi capelli sono un groviglio di serpenti e nessun uomo è in grado di guardarlo in faccia. Il suono della sua voce terrorizza l’intera regione. Ma senza di lui non si potrà assicurare la pace. Il Grande Pacificatore impiega un espediente per non convertirlo con la forza. Fa in modo che il suo volto si rifletta nell’acqua di un pentolone in cui il lestofante sta per preparare il suo pasto umano, affinché Atotarho scambi il suo volto – saggio, forte e virtuoso – per il proprio e si renda conto della dissonanza tra un tale aspetto e la pratica del cannibalismo.

Effettivamente, scioccato da questa rivelazione, Atotarho si deprime, ma il Grande Pacificatore lo invita a seguirlo in ogni luogo in cui abbia commesso azioni deprecabili per predicare il nuovo verbo della pace come potere (Kayanerenhkowa). Atotarho diventa a sua volta un grande operatore di pace proprio in virtù della grandezza della sua forza interiore, che prima lo rendeva così malvagio e terrificante, in quanto era inconsapevole del potere dell’amore e della sapienza che dimoravano in lui.

Per i nostri antenati la pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compreso quello che chiamiamo “male” e persino la guerra, condotta in un certo modo e con certe motivazioni. Era una concezione inclusiva, non esclusiva: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta, yin e yang, eros che unisce tutte le forme di vita e thanatos che le separa e le disperde.

La perfezione senza imperfezione sarebbe imperfetta; senza mancanza non ci sarebbe creazione, niente luce senza oscurità, verità senza errore, bianco senza nero.

L’unico vero male è la negazione dell’interdipendenza della vita.

“Satana” deriva dall’ebraico satan che significa l’avversario, colui che si separa da noi e ci vuole sottomettere. “Diavolo” viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. È l’integralista, il fanatico che vuole distruggere ciò che è diverso, perché è convinto che l’universo sia sbagliato e lui crede di saperlo riparare. Da qui scaturisce ogni violenza psicologica e fisica.

La pace non è assenza di conflitto, è una forza che armonizza la molteplicità e i contrasti dell’agire umano. Fa da ponte tra due forze contrapposte. Pace è riconciliazione, coincidentia oppositorum. Riconciliazione anche con ciò che deve ancora venire. La “Grande Legge di Pace” (Gayanashagowa), la “costituzione” della lega delle nazioni irochesi (Haudenosaunee), prescriveva che le decisioni collettive tenessero conto dell’interesse generale dei contemporanei, ma anche, per quanto possibile, di quello delle future generazioni, fino alla settima.

Il codice etico che informava queste consuetudini (kaswentha) poneva in rilievo l’autonomia dei soggetti e delle nazioni, la cooperazione, la risoluzione diplomatica delle dispute, la negoziazione di modalità di convivenza che contrastino l’ingiustizia e permettano a ciascuno di sentirsi trattato con equità, la libertà di culto, il diritto a una rappresentanza nel Gran Consiglio, il principio di unanimità nelle decisioni che riguardavano la confederazione, la facoltà da parte delle matriarche di poter rimuovere quei capi che si comportavano iniquamente.

Per convincere le nazioni irochesi dell’opportunità di confederarsi, il Grande Pacificatore mostrò come una freccia possa essere spezzata facilmente, mentre un fascio di frecce non può essere spezzato (il fascio, lo stesso simbolo di concordia e ordine degli Etruschi, poi degradato a simbolo di hybris). Poi seppellì le armi sotto l’Albero della Grande Pace i cui rami dovevano riparare le nazioni irochesi e protendersi verso i quattro punti cardinali, a significare che la Legge della Pace aveva una portata universale. L’aquila che, appollaiata sull’albero, doveva sorvegliare la confederazione e metterla in guardia dai nemici, assieme al fascio di frecce, sono oggi immortalati sulla banconota da un dollaro.

 

La regione Trentino Alto Adige si è fatta strumento di pace e riconciliazione, all’interno e all’esterno, e potrà consolidare questo ruolo dando vita a coordinamenti più ampi di comunità.

Non basta agire localmente e pensare globalmente, è giusto difendere e valorizzare ciò che è locale, restando però consci del fatto che se non facciamo rete tutto diventerà molto più difficile. Parlo di una rete che trascenda la matrix sociopatica dei mercati e di un modello di “sviluppo” che è involutivo, poiché ci lascia sempre meno tempo per riflettere e sempre meno spazio per sperimentare alternative, essendo all’insegna dell’hybris, della tracotanza.

Abbiamo bisogno di una comunità che ragioni in termini planetari, di interesse generale dell’umanità, dell’ecosfera e delle generazioni future.

Non abbiamo invece bisogno di sottomettere gli altri e non abbiamo bisogno di separarci dagli altri.

Se l’idea di villaggio globale o famiglia umana ci spaventa perché sembra fare il gioco di chi accarezza l’idea di “un pianeta, un sistema” (mors tua, vita mea), non c’è problema: possiamo comunque esplorare modi di allearci, federativamente, con chi si oppone, non solo a parole, a questo tipo di futuro. Tenendo a mente che l’unione fa la forza e “uno per tutti, tutti per uno”.

La pace si costruisce con una comunità che non sia coriacea, che non abbia ispessito la sua pelle come una corazza, che attraversi la vita “senza pelle”, senza filtri, per sentire il piacere ma anche il dolore degli altri, il peso delle ingiustizie, il calore degli affetti, per comprendere intimamente il significato della regola d’oro “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” e per capire che siamo tutti, realmente, sulla stessa barca.

Più chiaramente percepiamo, più siamo partecipi delle vicende del pianeta e della civiltà umana, più la nostra assunzione di responsabilità si riverbera, ha ramificazioni planetarie, fa comunità su scala globale. Fa la pace.

PARI OPPORTUNITÀ

Perché ancora manca, tra gli uomini, la capacità di fare spazio alle donne? E perché manca, tra le donne, la capacità di farsi spazio tra gli uomini?… Se le elettrici decideranno di dare la propria fiducia ad altre donne, candidate nelle liste dei diversi partiti metteranno fine ad una sorta di monopolio maschile della politica provinciale e daranno inizio ad una nuova stagione di reale eguaglianza delle opportunità, e forse anche di migliori politiche pubbliche.

Donata Borgonovo Re

 

Cinque millenni di leadership patriarcale, in particolare per quello che attiene alla guerra, indicano che la psiche maschile resiste tragicamente ai processi di maturazione psicologica. Purtroppo i danni non sono limitati al genere maschile adulto, ma all’intera umanità ed all’ecosistema. Poteva forse essere utile nelle ere glaciali, quando la competizione era brutale, ma la tecnologia contemporanea rende superflua la competizione e agevola la collaborazione, se la buona volontà e l’interesse generale prevalgono.

Il patriarcato è, odiernamente, una patologia anacronistica, perché l’umanità si è evoluta al punto in cui abbiamo tutte le risorse a nostra disposizione e c’è solo bisogno di maturità psicologica, conoscenze scientifiche e tecniche, collaborazione, creatività, compassione e la sincera volontà di sviluppare una strategia di più equa ridistribuzione delle abbondantissime risorse.

La stragrande maggioranza delle persone affette da disturbo narcisistico di personalità e da socio/psicopatia è di sesso maschile. Maschi (o di donne dai tratti di personalità affini a quelli maschili) sono anche gli autori di quasi tutti gli stupri, atti di pedofilia, violenza domestica e omicidi. L’archetipo mascolino immaturo glorifica la guerra e l’aggressione, la prevaricazione, il “sesso forte” e preferirebbe l’estinzione alla prospettiva di non poter controllare e dominare. Perciò alimenta divisioni e contrapposizioni che favoriscono solo le personalità più sociopatiche, ossia completamente prive di scrupoli e compassione. Non è esagerato definirlo un cancro globale, dato che i suoi effetti sono devastanti (guerre, autoritarismi, terrorismo, tirannia dei mercati, austeritarismo, ecc.) e possono essere fatali in una civiltà munita di armi di distruzione di massa.

Il patriarcato è una patologia narcisistica e quindi è ossessionato dal controllo, dalla potenza, dalla purezza e dalla perfezione. Si alimenta di un desiderio irrefrenabile di controllare e dominare – soprattutto, ma non esclusivamente – le persone percepite come più deboli e vulnerabili. Auschwitz è la sua apoteosi, come anche i campi di lavoro sovietici e maoisti. Il senso di onnipotenza, grandiosità e rivendicazione nel narcisista impediscono alla coscienza di chi ne è affetto di cambiare, intossicato com’è da una fantasia di superiorità e dalla ferma convinzione che le sue opinioni siano indiscutibilmente corrette.

L’attribuzione di tratti caratteriali indesiderabili ad un’altra persona, l’idealizzazione di sé e di quelli che riteniamo rispecchino le nostre caratteristiche, la negazione delle imperfezioni, il rifiuto di essere e sentirsi vulnerabile, il desiderio di non dipendere dall’aiuto di nessuno, l’impulsività e l’ansia quando ci si sente minacciati, la proiezione sugli altri delle proprie responsabilità e colpe e l’incapacità di tollerare l’idea che si possa essere in disaccordo senza dover convertire l’altro al proprio punto di vista, per amor del quieto vivere e del pluralismo. Ogni volta che il suo controllo e visione di sé grandiosa e illusoria, costantemente e dolorosamente minacciata dalla realtà, sono messi a repentaglio, il narcisista reagisce categoricamente, con una rigidità manichea: “io sono buono, perfetto e giusto e chi non è d’accordo con me è cattivo, sbagliato e malvagio”. Le critiche causano ulteriori irrigidimenti. Il compromesso è insostenibile perché minaccia la sua onnipotenza.

È facile immaginare quanto ciò sia nocivo e tossico per il vivere democratico in una società con forti propensioni patriarcali. Nei casi estremi si manifesta una mentalità servo/padrone che si esprime attraverso le quattro classiche modalità: religione, sesso, razza/etnia e ceto.

 

Guai a noi se non saremo in grado di imparare a dissentire pacificamente e condividere le nostre risorse equamente. Se la coscienza maschile immatura, che può contagiare anche le donne (es. Thatcher, Merkel), continua a essere oscenamente avida e divisiva e non riesce a operare nel migliore interesse di ogni essere umano su questo pianeta, senza distinzione di religione, razza, etnia, educazione o status socio-economico, andremo incontro a una brutta fine.

L’umanità, la nostra civiltà, se vuole sopravvivere, necessita di società eque, dove le risorse, le energie, la dignità siano assegnate e riconosciute equamente a uomini e donne. Più di tutto, dobbiamo costruire società in cui la violenza – psicologica e fisica e non solo verso le donne – sia tenuta sotto controllo, società in cui l’aggressività maschile possa trovare sbocchi costruttivi e creativi (come succede nell’arte, nell’esplorazione o nella ricerca tecnologica e scientifica, se non è pensata per applicazioni belliche o totalitarie), in ogni ambito della vita.

L’attuale società è troppo squilibrata a vantaggio del mascolino e perciò non può che essere disfunzionale.

PLURALISMO

È facile pensare che il fascismo è là fuori, negli altri. Ma è in noi, ogni volta che preferiamo il potere alla giustizia. Lo faccio anch’io, spesso, perché tutto intorno a me mi invita a farlo. Questo è il motivo per cui la decolonizzazione è un processo quotidiano e senza fine.

Teju Cole

 

Sono vasto, contengo moltitudini

Walt Whitman

 

Il nostro genoma è meticcio, le nostre culture sono meticcie, il frutto di mescolamenti millenari e di una costante evoluzione. Quasi nessuno su questo pianeta è mai stato veramente isolato dal resto del mondo. L’Australia è stata popolata decine di migliaia di anni fa via mare. Gli antichi romani sono arrivati in Cina, le Americhe precolombiane pare siano state visitate in diverse occasioni da vichinghi, pescatori giapponesi, migranti polinesiani, forse anche da una spedizione cinese. Siamo sempre stati glocali (locali e globali), siamo sempre stati plurali: è solo che oggi il processo sta subendo un’accelerazione irrefrenabile.

 

POLITICA

Con malanimo verso nessuno; con carità per tutti

Abraham Lincoln, secondo discorso inaugurale, 4 marzo 1865

 

Le grandi questioni del nostro tempo si decidono non con discorsi e risoluzioni di maggioranza, ma con il ferro e il sangue

Otto von Bismarck

 

Il governo è un’unione di persone impegnate a fare l’uno per l’altro, assieme, quello che non potrebbero fare o non potrebbero farlo altrettanto bene privatamente, attraverso il mercato o la filantropia

Abraham Lincoln

 

Molti contemporanei di Bismarck credevano che il suo potere e la sua capacità di conservarlo avessero una dimensione non-umana, non di questo mondo…ciò che Freud avrebbe definito das Unheimliche [qualcosa che sembra familiare ma si avverte come alieno e quindi spaventa, NdT]…un genio malevolo che celava un gelido disprezzo per gli altri esseri umani e una metodica determinazione a controllarli e governarli….Quando Bismark uscì di scena, il servilismo dei tedeschi era stato cementato, un’acquiescenza al potere della quale non riuscirono più a disfarsi….Per lui l’alternativa era tra vincere e distruggere i suoi avversari, oppure perdere ed essere distrutto”.

Jonathan Steinberg, “Bismarck”

 

Sono rimasto molto colpito da un discorso di Mario Cuomo, forse il miglior leader americano dai tempi di Bob Kennedy per la sua umanità, sensibilità, buon cuore, cultura e determinazione. Il padre era un fruttivendolo immigrato analfabeta che lavorava 15-16 ore al giorno e che, anche grazie all’assistenza dello stato, ha permesso al figlio di diventare governatore dello stato di New York. Il 16 luglio 1984, ad una convention del partito democratico che si teneva a San Francisco, seppe riepilogare l’essenza del pensiero progressista.

Ecco i passaggi salienti. Il successo non ci arriderà se tutto ciò che sapremo costruire è una babele di voci dissonanti e non un coro. Nessuno ascolterà e capirà il nostro messaggio. Gli interessi personali dovranno cedere il passo di fronte a un progetto che unisca, affinché la nazione si riunifichi. L’alternativa è lasciare che al potere continuino a rimanere figure che considerano la divisione un successo – per loro e per la società –, e che allargano il divario tra ricchi e poveri invece di farci sentire tutti parte di una comunità equanime, sollecita nei confronti di chi ne fa parte, soccorrevole verso i bisognosi. L’America è un mosaico ed è giusto che sia così. Il suo ambiente va salvaguardato dall’avidità e dalla stupidità. Serve tutto lo stato di cui c’è bisogno, ma nulla di più. Serve un governo abbastanza forte da usare parole come “amore” e “compassione” e abbastanza intelligente e capace da convertire le nostre più nobili aspirazioni in realtà concrete.

Crediamo nella promozione del talento, ma crediamo che, mentre la sopravvivenza del più forte (adatto) può forse essere una buona descrizione del processo evolutivo, un governo di esseri umani ha il dovere di elevarsi ad un ordine di realtà superiore, in cui è possibile colmare le lacune del caso o di una saggezza che non comprendiamo fino in fondo.

Crediamo in una giustizia rigorosa ma equa. Crediamo con orgoglio nel movimento sindacale. Crediamo nel rispetto della privacy delle persone e nella trasparenza del governo. Crediamo nei diritti civili e nei diritti umani. Crediamo che un giusto governo dovrebbe essere come una famiglia, ossia all’insegna della reciprocità, della condivisione dei benefici e degli oneri per il bene di tutti, della sensibilità verso la sofferenza del nostro prossimo, della condivisione dell’abbondanza, a prescindere dalla razza, dal genere, dalla geografia, o dall’affiliazione politica.

Perché al fondo di tutto vi è una realtà di interdipendenza: siamo tutti legati gli uni agli altri e i problemi di un insegnante di scuola in pensione sono i nostri problemi, il futuro di un bambino che vive lontano da noi è il nostro futuro, la lotta per la sopravvivenza e dignità di un uomo disabile a noi sconosciuto è la nostra lotta, la fame di una donna è la nostra fame, la nostra incapacità di provvedere a bisogni che il buon senso ci indica dovrebbero essere soddisfatti e rimediare a sofferenze che potrebbero essere evitate, è il nostro fallimento.

PRAGMATISMO

In politica bisogna essere flessibili. Non sono una di quelle persone che direbbero: sciopero della fame fino alla morte. Non credo serva a risolvere le cose. […] Nella nostra famiglia non siamo melodrammatici. Pensiamo solo agli aspetti pratici delle cose. Io non incoraggio il melodramma. Non mi piace…lo trovo molto stupido. Bisogna affrontare la vita con razionalità.

Aung San Suu Kyi

 

Il pragmatismo è una virtù preziosa in politica. Il politico pragmatico, come Abraham Lincoln, non permette alla sua mente di asserragliarsi dietro mura dottrinarie perché non pensa che questo sia il modo giusto di risolvere i problemi delle persone e dei popoli. Si può – si deve – essere pragmatici e restare ligi a certi principi universali, rifuggendo il cinismo ma anche quegli idealismi emotivi, dissociati da una realtà spesso irritante, fastidiosa, spiacevole, che sono destinati a fallire fragorosamente.

Aung San Suu Kyi è un fulgido esempio di una donna idealista che, eletta leader dell’opposizione, ha saputo agire pragmaticamente, abbandonando l’attivismo in favore della politica ragionata ed equilibrata. Avendo compreso che il nuovo corso del regime necessita di assistenza ed incoraggiamento e non di impazienza ed intransigenza, se si vuole evitare che i falchi dell’esercito tornino al potere, ha scelto la via del dialogo, del compromesso, dei sacrifici tattici. La via che può darle un ruolo significativo e costruttivo nelle trasformazioni che interessano il paese e diventare il preludio a una transizione democratica senza risvolti catastrofici. Questo suo approccio realista le è costato molto in termini di immagine, anche per la sua scelta di rilasciare pochissime interviste e di dedicarsi esclusivamente alla risoluzione dei problemi del paese, rinunciando in pratica al suo status di icona globale. I media occidentali hanno cominciato a criticarla sempre più aspramente. Human Rights Watch ha definito deludente la sua “indifferenza” nei confronti della sorte di certe minoranze birmane.

È facile giudicare dall’esterno, senza conoscere le tortuosità di certe negoziazioni e mosse diplomatiche – e la posta in gioco.

Di questi tempi l’idealismo fortemente pragmatico della politica birmana è il modo di fare politica meno strumentalizzabile e più efficace e può servire da esempio anche in società molto diverse da quella di Myanmar.

REGIONE TRENTINO-ALTO ADIGE

Il terzo Statuto di Autonomia deve delineare una Regione più europea, più salda, più leggera. L’Assemblea avrà funzioni su questioni strategiche riguardanti rapporti tra Stato e Regione in tema di federalismo; macroregione e rapporti europei; tutela dei diritti di cittadinanza costituzionali e statutari e dunque garante, anche, del processo di coesione tra le sue diverse componenti linguistiche e culturali; raccordo tra le due Province sui temi strategici per lo sviluppo socio-economico del territorio regionale.

Disegno di legge n. 67 – istituzione di una convenzione per la predisposizione del nuovo statuto speciale di autonomia della regione Trentino-Alto Adige, 25 luglio 2013

Cogo, Nardelli, Ferrari, Zeni, Dorigatti, Civico, Rudari, Tommasini, Bizzo, Magnani, Dello Sbarba, Heiss Hans, Bombarda, Lunelli, Anderle, Zanon, Agostini, Panetta, Casna, Muraro, Dallapiccola, Dominici

 

Sono un unionista. Mi pare evidente che federare popoli e culture sia meglio che separarli/e. Il potere negoziale e l’offerta di servizi di due province separate è inferiore a quello di una regione unita. Non è necessariamente vero che più piccolo è più libero, più efficiente, migliore.

Un grande ospedale può erogare prestazioni che sarebbero impensabili per una rete di piccoli ospedali. Le Nazioni Unite, la Croce Rossa, Medici senza Frontiere, Amnesty International, Greenpeace, WWF, Fao, Unesco, Oxfam, Save the Children, Reporter senza frontiere, Unicef, Emergency, il CERN, il MIT, le compagnie aeree, la NASA, ecc. sono tutte organizzazioni estremamente grandi che riescono ad assolvere i loro compiti fondamentali solo in virtù delle loro dimensioni e del buon coordinamento tra le parti.

L’abolizione della regione sarebbe una sconfitta per tutte le persone che risiedono in questa terra.

Chi vuole sopprimere la regione sostiene che è inutilmente costosa, farraginosa, superflua, politicamente meno legittimata delle due province di Trento e di Bolzano, ostacola l’autodeterminazione delle due province. Meglio due regioni separate con qualche meccanismo di coordinamento e collaborazione interregionale.

I difensori dell’istituzione Trentino-Alto Adige vogliono invece snellirla e rimodellarla, trasformandola in una struttura meno politica e più operativa, uno strumento di raccordo e Alta Rappresentanza che curi i rapporti tra le province e quelli nazionali ed internazionali, la formulazione di accordi, l’attuazione di convenzioni e trattati, la gestione di “acque, infrastrutture, energia, sanità, università-ricerca, sviluppo e servizi comuni” (Progetto Trentino 33).

RIFORMISMO

Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi…

Agostino di Ippona

 

Se credi veramente di essere tu a scrivere la trama della tua vita, allora il finale dipende da te.

Freya, “Outlander – l’Ultimo Vichingo”

 

Un ingenuo ottimismo non conduce da nessuna parte. Occorre prendere coscienza dei problemi e denunciare le ingiustizie. Il “bello” e il “brutto” non sono separati l’uno dall’altro, si trovano in un rapporto dinamico. Forse non è mai esistita un’epoca in cui così tante persone hanno messo in campo le proprie risorse e si sono concentrate sui problemi globali, cercando di porvi rimedio, concretamente, fattivamente.

L’uomo è nato per essere un riformatore, un “rimodellatore di ciò che è stato fatto” (R.W. Emerson). In questo senso, la valutazione di ciò che è negativo deve portare alla scoperta di mezzi e possibilità per effettuare un cambiamento, qualcosa che possa farci muovere in una direzione alternativa, altrimenti servirà solo a fomentare cinismo e fatalismo. Il cinismo spacciato per realismo inibisce il cambiamento e infonde una falsa sensazione di sicurezza, come se uno sdegnoso distacco dalla realtà ci tenesse al riparo dagli eventi: “se abbandoni ogni speranza, non resterai mai deluso”. Ma che vita è? Cinismo e fatalismo sono sentimenti mortalmente ostili all’umanità, in quanto negano il libero arbitrio, lo considerano del tutto illusorio e quindi svalutano la nostra capacità di risolvere i problemi, ci fanno sentire impotenti.

Si può seriamente credere che la natura abbia commesso un errore nel creare l’umanità? Da un punto di vista evolutivo l’uomo è una magnifica innovazione, perché è un acceleratore di cambiamento. Contempla, pondera, crea. È un piccolo, grande creatore. È un riformatore nato.

Non siamo scimmie nude. Gli esseri umani apprendono e progrediscono perché sono in grado di capire che il cambiamento è preferibile ad uno stato di ignaro appagamento, che la vita reale non deve necessariamente seguire le istruzioni contenute nel copione della tradizione, perché una vita creativa, innovativa e vibrante, cioè una vita culturale, può essere immensamente più gratificante. Ciascun essere umano è votato al cambiamento ed è destinato a contribuire al cambiamento del pianeta; in questo, nessun animale si avvicina anche lontanamente alla condizione umana.

RIVOLUZIONE (CIVILE)

La “rivoluzione esistenziale” non è un qualcosa che un giorno ci cadrà in grembo dal cielo, o che un nuovo Messia ci porterà. E un compito che ogni uomo ha davanti a sé in ogni momento. Possiamo “fare qualcosa in proposito”, e dobbiamo farlo tutti, qui e ora. Nessuno lo farà mai per noi, e quindi non possiamo aspettare nessuno.

Vàclav Havel

 

Molta gente trova imbarazzante e poco pratico pensare alla vita spirituale e politica come una cosa sola. Io non vedo alcuna divisione. Nelle democrazie esiste questo impulso a dividere il secolare dallo spirituale, ma non è necessario. […]. Quando parlo di rivoluzione dello spirito, mi riferisco alla nostra lotta per la democrazia. Ho sempre sostenuto che una vera rivoluzione deve nascere dallo spirito. Bisogna essere convinti di avere bisogno del cambiamento e di voler cambiare determinate cose, non solo quelle materiali. Occorre un sistema politico ispirato a determinati valori spirituali, valori diversi da quelli del passato.

Aung San Suu Kyi, 2008.

 

Conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nel concepire grandi progetti, portarli rapidamente a termine, avere il superfluo in abbondanza, possedere cavalli d’ineguagliabile velocità, armi d’incomparabile potenza e bellezza, gioielli squisiti per le proprie amanti, dimore magnifiche, i servi migliori, poter danneggiare i propri nemici più di ciò che a chiunque altro sia consentito, essere ammirati dal maggior numero possibile dei propri simili. Ancora: ci sono le persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili, l’agricoltura, come armonia con la natura.

Gustavo Zagrebelsky, “Il welfare del pensiero: perché le idee sono un bene comune”, la Repubblica, 31 agosto 2012

 

Alex Langer non era semplicemente un costruttore di ponti. Di quelli ce n’è a bizzeffe: uno in più o uno in meno non farebbe alcuna differenza. Era un creatore di mondi, di scenari di vita alternativi per umanità migliori. Come tanti riformatori prima di lui, rientra nel novero di persone che hanno cercato, di ispirare le persone, non di rieducarle con l’indottrinamento. Nessuna riforma può germogliare senza un terreno adatto e una rivoluzione della coscienza è il terreno più adatto.

Questo è anche il pensiero di una magnifica figura del nostro tempo, Aung San Suu Kyi: “L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo” (Aung San Suu Kyi 2003).

 

Si tratta di preparare ed aiutare la nascita di un nuovo futuro, a livello personale e collettivo.

Le dinamiche della globalizzazione abbatteranno, inevitabilmente, confini e divisioni frutto di strutture di credenze che perpetuano la separazione e la guerra.

Non succederà in maniera lineare ed indolore. Per questo servono buoni esempi e buone letture che fungano da veicoli di de-programmazione, emancipazione ed apertura.

La prospettiva globale è quella che ci rammenta i nostri bisogni fondamentali, che condividiamo con l’intero genere umano, ciò che non dovrebbe essere negato a nessuno, ciò che ci spinge a provare sentimenti genuinamente umanitari, a tutelare la vita e la dignità altrui.

Non sono le comunità a dover essere smantellate, sono le forze che indirizzano i loro sforzi nella direzione sbagliata (violenza, soprusi, prevaricazioni, sfruttamento, discriminazioni, ecc.) che vanno fermate. Non c’è nulla di grandioso nell’infischiarsene delle regole. È l’atteggiamento classico dei sociopatici, che pensano che le regole valgono solo per gli altri. Ci sono regole superate, regole infami e altre regole che hanno invece  dimostrato di aiutare le persone a convivere pacificamente e costruttivamente. Serve discernimento, non basta dire “questa regola va abolita perché mi fa schifo”.  

Non c’è nulla di intrinsecamente encomiabile nel voler cambiare il mondo, dipende da come lo vuoi cambiare: lo puoi voler rimodellare a tua immagine e somiglianza, in funzione dei tuoi desideri o, in alternativa, puoi scegliere di vivere assieme agli altri in un mondo più rispettoso, sereno, equo, umile e sostenibile.

SOLIDARIETÀ

Mi ricordo molto chiaramente il terremoto del 1989 a san Francisco. Nei giorni seguenti era come se l’area della Baia di san Francisco si fosse improvvisamente ricordata della sua umanità – come se quasi tutti avessero preso coscienza del loro Sé, della loro anima. La gente si comportava e parlava con straordinaria calma e gentilezza; le persone si aiutavano a vicenda, si ascoltavano. Non c’erano automobilisti infuriati, c’erano pochi insulti e frasi aggressive nell’aria. E il tempo era ricomparso nelle nostre vite, un tempo che aveva un significato, un tempo umano. Le lancette dell’orologio non correvano più, le ore non svanivano, i secondi e i minuti non contavano più. Ciò che contava era che eravamo vivi, che esistevamo. Le nostre case erano solo case: nulla di più, nulla di meno. I nostri progetti erano progetti: nulla di più, nulla di meno. Ma noi c’eravamo. Io esistevo e gli altri esistevano. La gente era riapparsa nel mondo. E quando la gente fa la sua ricomparsa nelle nostre vite, vi fa ritorno anche il tempo. Così molti di noi poterono dire “Io” senza mentire.

Jacob Needleman (San Francisco State University)

 

Nel mondo contemporaneo l’uomo viene frammentato, affettato come un salame, disgregato. Non è mai integro ed integrato, ma sempre separato nei suoi ruoli, facilmente adescabile dagli esperti di marketing commerciale e politico. Così ciascuno di noi diventa consumatore, produttore, cittadino, elettore, straniero, gay, ecc. Come possiamo essere solidali con il prossimo se siamo infranti e divisi al nostro interno, se non siamo capaci di distinguere il quadro generale? Come possiamo essere altruisti ed equanimi se le divisioni generano paura, frustrazione, gelosia, invidia, desiderio di vendetta e fanno dell’uomo non solo un lupo per gli altri uomini (cf. Plauto), ma prima di tutto per se stesso?

Queste parti vanno ricomposte e, fatto questo, anche la comunità degli uomini e delle donne va ricomposta. Questo è il compito della politica: aiutare l’umanità a usare la ragione e il cuore per innalzarsi verso una visione dell’umanità unita nella dimensione della fratellanza, facendo leva su una dimensione della persona umana che è radicalmente trascendente rispetto all’ego.

Un obiettivo che diventa meno arduo in tempi straordinari. Innumerevoli studi mostrano che, perfino in mezzo alle catastrofi, un numero sorprendente di superstiti ricorda quei momenti come i più pieni e belli della propria vita. In mezzo ai ruderi, ai cadaveri, alla distruzione, queste persone scoprono un aspetto della natura umana che avevano solo intravisto a sprazzi. Mentre molti si aspetterebbero che la legge della giungla prenda il sopravvento, in realtà molti trovano ciò che normalmente è assente nella loro vita “normale”: il riscatto, la redenzione, il cameratismo, la fratellanza, la forza di volontà e lo spirito di iniziativa, la capacità di ingegnarsi e trovare delle soluzioni assieme agli altri. Ci sono persone che si improvvisano vigili per regolare il traffico, che organizzano alla bell’e meglio cucine da campo nei parchi, riparano le cose in officine d’emergenza.

I testimoni parlano di un senso di fusione interpersonale che non è rovinato dalla dispersione dell’individualità che c’è nella folla. Parlano di comunità umana al suo meglio, non di folle in preda a traumi e psicosi. Parlano di arricchimento, non di impoverimento emotivo.

L’inessenziale svanisce e ciò che davvero conta viene a galla. Nonostante la disperazione, molti, per la prima volta, capiscono il significato di “ama il tuo prossimo come te stesso”.

SOSTENIBILITÀ

Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte) che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.

Alexander Langer

 

Lotta agli sprechi, tutela dell’ambiente, riproducibilità delle risorse energetiche, qualità anteposta alla quantità, disciplinamento dell’avidità, del materialismo consumistico, dell’edonismo, giustizia sociale e ridistribuzione/condivisione delle risorse del pianeta.

L’economia verde da sola non basta (cf. Danimarca). Il problema di fondo è la non-corrispondenza tra bisogni reali e desideri. L’economia del passato voleva soddisfare i bisogni materiali essenziali. L’economia del presente è costretta, per potersi espandere, a creare continuamente bisogni superflui che però ci rendono nevrotici.

Una crescita saggia è stata rimpiazzata da una crescita miope, dopata dalla pubblicità, malsana, effimera: un fuoco di paglia di illusioni, falsi bisogni, feticismi, manie, narcisismi, edonismi che producono frustrazione, ansia, rancore, risentimento in un implacabile circolo vizioso. E tutto questo a un ritmo in continua accelerazione. 

Ciò detto, non bisogna cedere all’ideologia del declino, della nostalgia, del revanscismo, della chiusura, del passatismo. È un vicolo cieco.

L’alternativa tra l’attuale crescita sospinta da un consumismo sfrenato e da una persistente finanziarizzazione dell’economia da un lato (obesità) e la decrescita (anoressia) è falsa.

Dobbiamo offrire alle persone gli strumenti e le opportunità per prendere il controllo del proprio destino e maturare, ossia crescere, come esseri umani, come cittadini, come comunità, come civiltà globale. Una crescita democratica, che permetta a ciascuno di muoversi al proprio ritmo, nel rispetto delle differenze.

STATO

In un mondo di poteri economici globali recalcitranti alla legge, l’alternativa allo stato potrebbe essere che siano le stesse multinazionali a battere moneta o formare eserciti. O che le chiese decidano chi ammettere e chi no nei territori dove la loro fede è maggioritaria…Il protezionismo, le politiche razziste, la xenofobia e l’ideologia dell’eccezionalismo nazionale sono stati, e restano tuttora, esempi di interpretazioni anticosmopolitiche. Ecco perché la nazione, più dello stato, può diventare un ostacolo all’universalismo, distorcendo la democrazia.

Nadia Urbinati, La mutazione antiegualitaria

 

Lo Stato è un mezzo, non può essere considerato responsabile del nazionalismo, allo stesso modo in cui non è la provincia a fomentare il provincialismo, o il comune che sparge campanilismo tra i residenti.

Lo Stato italiano non si dileguerà. Il ruolo degli stati non sarà ridotto, ma anzi si espanderà, perché solo gli stati possono tamponare le crisi finanziarie causate dagli eccessi privati, gestire lo stato sociale e i servizi pubblici per milioni di persone, stabilire le politiche educative, regolare e dirigere lo sviluppo economico, assicurare l’uguaglianza dei diritti e la sicurezza.

È quindi attorno agli stati che si dovrà articolare la nuova geografia del mondo, per il bene dei cittadini. Le aree più caotiche e pericolose, quelle più in sofferenza sono proprio quelle dove le entità statali sono più recenti, più fragili e maggiormente messe in discussione.

L’Italia sarà un corpo intermedio autonomista e tutelerà i diritti e gli interessi dei propri cittadini. Possiamo e dobbiamo fare a meno delle nazioni, ma non degli Stati. “Nazione” è sinonimo di popolo e patria, ossia di comuni tradizioni linguistiche e culturali. “Stato” è un’entità giuridica e politica sovrana. La nazione non è tenuta a curarsi delle persone, lo Stato (democrazia costituzionale) sì. Nazioni ed etnie sono libere di dare il peggio di sé (nazionalismo e razzismo).

Lo Stato, specialmente in questo millennio, dovrà trascendere la nazione, perché il bene della comunità umana equivale al bene di chi vive in questa penisola. Dobbiamo valorizzare questa nostra tradizione di mediazione che suscita aspettative, che porta speranza, che richiede pazienza, determinazione e coraggio: queste grandi trasformazioni, questo continuo flusso di eventi, sono anche nostre, sono anche nostri.

SUSSIDIARIETÀ

Osservate con che arte nel comune americano si è avuto cura, per dir così, di “sparpagliare” la potenza in modo da interessare più gente possibile alla cosa pubblica….Il sistema americano, nel tempo stesso che divide il potere municipale fra un gran numero di individui, non teme di moltiplicare il numero dei doveri comunali…In questo modo la vita comunale si fa sentire ad ogni istante; essa si manifesta ogni giorno con il compimento di un dovere o con l’esercizio di un diritto. Questa esistenza politica imprime alla società un movimento continuo, ma nel tempo stesso tranquillo che l’agita senza turbarla. Gli americani si affezionano alla città per una ragione analoga a quella che fa amare il paese nativo agli abitanti delle montagne, presso i quali la patria ha tratti marcati e caratteristici, ha una fisionomia più spiccata che altrove. […]. L’abitante della Nuova Inghilterra si affeziona al suo comune, poiché esso è forte e indipendente; vi si interessa perché concorre a dirigerlo; lo ama perché non ha da lagnarsi della sua sorte; mette in esso la sua ambizione e il suo avvenire; si mescola ad ogni piccolo incidente della vita comunale; in questa sfera ristretta che è in suo potere, egli si esercita al governo della società; si abitua a quelle forme senza le quali la libertà procede solo con rivoluzioni: si compenetra del suo spirito, prende gusto all’ordine, comprende l’armonia dei poteri, e raccoglie infine idee chiare e pratiche sulla natura dei suoi doveri e sull’estensione dei suoi diritti.

Alexis De Tocqueville

 

Sussidiarietà vuol dire che l’autorità più prossima a un problema è, di norma, la più indicata ad occuparsene.

Aleksandr I. Solzhenitsyn soleva dire che l’unico, autentico progresso è dato dalla sommatoria dei progressi spirituali delle singole persone, dalla loro effettiva capacità di migliorarsi. Reputava che, a questo scopo, l’autogoverno locale (“democrazia dal basso”) potesse stabilire un legame significativo e costruttivo tra individuo e nazione, garantendo a ciascuno l’opportunità di partecipare alle decisioni che riguardano direttamente la sua esistenza.

Solzhenitsyn era un attento lettore di Tocqueville e un ammiratore dei sistemi e stili di governo della cosa pubblica in auge nel New England (Vermont) e in Svizzera (Appenzell), che aveva potuto studiare prendendo parte a diverse assemblee popolari e che paragonava al mir (assemblea di villaggio russa con funzioni e norme analoghe a quelle delle “regole” trentine, dotate anch’essere di un patrimonio fondiario libero ed indiviso), alle veche (le assemblee cittadine della Russia medievale) e agli svemstvo (autogoverni locali nella Russia imperiale).

Per lui l’autonomia municipale era un fatto naturale, fin dai tempi delle società tribali, costantemente in lotta con le smanie centralizzatrici e disciplinatrici di certi governanti. Solo le autonomie garantiscono che ci siano cittadini e non sudditi, man mano che l’auspicabile unificazione del genere umano si realizza. Una conclusione in pieno accordo con quella raggiunta, circa un secolo prima, da Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman, nonché dal già citato Alexis De Tocqueville, nel corso del suo viaggio nel New England.

Il segreto di una buona globalizzazione sta nel mettersi in rete (globale) e condividere le buone pratiche. Ciò può scongiurare i ripieghi localistici pur valorizzando le risorse locali. Inoltre lo scambio di informazioni e valutazioni sulle sperimentazioni più interessanti e i progetti trasformativi e innovativi più lungimiranti possono avviare una rivoluzione culturale capace di ricostruire il patto sociale tra cittadini ed istituzioni, stimolare la partecipazione democratica facendo sentire utili ed efficaci i cittadini, rendendoli nel contempo competenti, responsabili ed esigenti.

SVIZZERA

La sensazione di essere impegnati in un percorso storico distinto (Sonderfall Schweiz), la fierezza nell’aver adottato stili di vita corretti e creato istituzioni degne del più alto ideale sociale. Questo orgoglio, a sua volta, spiega il tono facilmente moralizzatore delle analisi sugli affari del mondo, la convinzione di essere nel giusto, la severità esemplare riservata ai trasgressori dell’ordine costituito ed un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli stranieri e dell’estero.

André Reszler

 

La libertà non è una semplice idea, è una modalità dello spirito, un sentimento che si può avvertire fisicamente e che richiede disciplina, coralità, volontà comune. La Svizzera è stata giustamente lodata per i suoi progressi nel campo della libertà fin dalle sue origini, che risalgono al suo reciso rifiuto del progetto imperiale asburgico.

Ci sono stati dei grossi passi indietro nella sua storia, come l’eugenetica, l’infame trattamento riservato a jenisch ed ebrei, l’esasperante lentezza con cui è stata riconosciuta la parità tra uomo e donna, la gravissima ritrosia a combattere l’iniquità del sistema bancario elvetico e una perdurante riluttanza ad assumere un ruolo guida nel mondo che non si limitasse all’ambito finanziario (Davos, Banca dei Regolamenti Internazionali, ecc,), l’aspetto più deteriore della globalizzazione. Come l’America, anche la Svizzera, concentrandosi sulla mondializzazione economica e materialista, ha tradito la sua vocazione e la sua missione nel mondo, ha sprecato un capitale di autorevolezza. In un mondo che aveva e ha un estremo bisogno di serenità e generosità, ha aperto le porte ai rifugiati ed immigrati, ma non si è attivata diplomaticamente per curare alla radice i mali che causano le migrazioni di massa.

La Svizzera è il solo stato nella storia ad aver aderito alle Nazioni Unite a seguito di un referendum popolare ed è anche la nazione che ha sperimentato la democrazia diretta, mostrandone le virtù ed i limiti, a vantaggio di tutti.

Di speciale rilievo è il suo successo nel tenere assieme nazioni, lingue, confessioni diverse. Se la Svizzera ce l’ha fatta, ce la potranno fare anche il Belgio, l’Unione Europea e il nostro pianeta. Il carattere multiculturale, multilingue e cosmopolita della società elvetica – è il quarto paese più globalizzato al mondo – ha fornito e continuerà a fornire un contributo essenziale al dialogo tra le civiltà, che oggi è indispensabile per la riforma democratica delle Nazioni Unite.

TOLLERANZA

Le piaceva Berlino perché era una città che accoglieva tutti, ognuno poteva trovare un posto sotto il suo cielo, come diceva lei.

Nicol Ljubić, “Mare calmo”

 

In Virginia il signor Jones era l’uomo più antirazzista, un giorno sua figlia sposò un uomo di colore, lui disse ‘Bene!’ ma non era di buon umore.

Giorgio Gaber

 

Una tendenza dominante nella società contemporanea e caratteristiche delle civiltà in decadimento è quella di pensare solo in termini dualistici e reciprocamente esclusivi, del tipo “o…o”: bene vs male, sinistra vs destra, privato vs pubblico, civiltà vs barbarie, ecc. Antitesi radicali l’una dell’altra. Ciò permette di trovare motivazioni razionali per la propria violenza e di condannare come irrazionale la violenza o opposizione altrui, sebbene, come nel caso di Breivik, il terrorista cristiano sia assolutamente indistinguibile dal terrorista islamico suo avversario.

È più facile essere tolleranti quando si è consapevoli della nostra finitezza, dei nostri difetti e della nostra ignoranza. La disposizione d’animo di chi ritiene di poter apprendere dal prossimo è il fondamento della tolleranza, che comporta introspezione, autocritica, messa in discussione dei propri presupposti, se messi di fronte a realtà dissonanti.

Il bisogno di convertire il prossimo al nostro punto di vista è invece alla radice dell’intolleranza.

La tolleranza non può essere illimitata, per questo esistono le costituzioni.

UGUAGLIANZA

La prima nozione comune di Euclide dice che “Cose uguali ad una stessa cosa sono uguali tra di loro”. È una regola di ragionamento matematico. È vera perché è valida, lo è sempre stata è sempre lo sarà. Nel suo libro, Euclide dice che è di per sé evidente; è così perfino in quel libro vecchio di 2000 anni, è così nelle leggi della meccanica, è verità evidente di per se stessa che cose uguali ad una stessa cosa sono uguali tra di loro: cominciamo con l’uguaglianza, lì è l’origine, lì è equilibrio, lì è correttezza, lì è giustizia.

Dal film “Abraham Lincoln”

 

Non ti pare che si stia creando una distanza persino nella conformazione fisica esteriore tra una super e una infra-umanità? Non è razzismo, perché attraversa tutte le popolazioni d’ogni colore. Ha invece qualcosa di nietzscheano. La ricchezza e la povertà, con l’accesso o l’esclusione a cure, trapianti, trattamenti d’ogni genere, mai forse come ora – o comunque mai visibilmente come ora – si trasformano in differenze di corpi e di prospettive di vita- […]. Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare? Un orrore che non ha nemmeno lontanamente a che vedere con la differenza di vita esistente un tempo tra un proletario e un borghese nelle nostre società. La stirpe umana si sta dividendo tra un sopra e un sotto biologico, come conseguenza d’un sopra-sotto sociale, e questa divisione è a tutti evidente. […]. E vuoi che prima o poi questa tensione, una volta che l’ideologia si congiunga con la tecnologia della violenza in una dimensione mondiale, non possa raggiungere un punto di rottura in grado di provocare la catastrofe?”

Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011, p. 42

 

Non dobbiamo accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni e avvantaggiano gli altri e che, trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di mettere in dubbio e cambiare.

Le nostre tribù non devono restare separate; ciò che ci distingue non è l’essenza di quel che siamo. Esiste una comune umanità, un comune spirito che trascende i confini e i muri insormontabili che ci imponiamo e che crediamo possano giustificare lo sfruttamento, la prevaricazione, la tracotanza, la violenza, l’egoismo.

Se noi crediamo che l’umanità debba essere divisa per categorie, ciascuna delle quali va collocata su un gradino diverso della scala evolutiva, e che la storia è l’arena in cui il forte sopprime il debole, allora quello è il tipo di umanità che si affermerà in una data epoca.

Sarà difficile opporsi a questo “ordine naturale” ma l’esito non sarà augurabile per nessuno. Un mondo puramente predatorio consuma se stesso. In una persona l’egoismo abbrutisce l’anima; nella specie umana, comporta l’estinzione.

Se invece crediamo che l’umanità possa elevarsi al di sopra della legge della giungla, che razze e credenze diverse possano cooperare, che ci possano essere governanti giusti, che la violenza possa essere arginata, che i potenti debbano rispondere delle loro azioni, che le ricchezze della terra e degli oceani vadano condivise equamente, un altro mondo sarà possibile e si realizzerà.

Siamo tutti uguali, eppure tutti diversi.

I bambini non sono meno degni perché non sono ancora adulti.

I neri non sono meno degni perché non sono ancora bianchi.

I musulmani o i cristiani non sono meno degni perché non sono ancora atei (e vice versa).

I poveri non sono meno degni perché non sono ancora ricchi.

 

Onoreremo la dignità umana attraverso il rispetto dei diritti umani di tutti, senza distinzioni, nella convinzione che gli esseri umani non siano bambini irrequieti, discoli ineducabili, ma creature in via di maturazione e capaci di migliorarsi, coralmente.

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

Concordia non è né unicità né pluralità. Essa è il dinamismo dei Molti verso l’Uno, i quali non cessano di essere differenti né diventano uno, e nemmeno raggiungono una sintesi più alta. Il paradigma qui è quello della musica. Non c’è accordo armonico se non c’è una pluralità di suoni e neanche se questi suoni si fondono fino a diventare una sola nota. Né molti né uno, ma concordia, armonia. Ritroviamo questa metafora radicale quasi dappertutto, dall’ultimo mantra del Rg Veda a Chuang Tzu. È lo stesso pensiero che diversamente ripete Eraclito, ripreso da Filolao, commentato da Raimondo Lullo, Pico della Mirandola, Cusano e molti altri, fino a san Francesco di Sales, e più tardi fatto proprio da R. C. Zaehner, che così intitola un suo libro. Questo leitmotiv è stato spesso sopraffatto dalla predominante tendenza alla vittoria e all’unità.

Raimon Panikkar

 

Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale.

Primo Levi

 

Maschi e femmine, bianchi e neri. Siamo diversi, eppure al 99,99% uguali. Esiste una fondamentale identità dietro la nostra diversità.

Montesquieu, nelle “Lettere Persiane”, esalta la diversità di ogni singolo essere umano e denuncia il desiderio di irreggimentare questa varietà, di armonizzarla in un’uniformità di caratteri, estinguendone la rigogliosità. Teniamo bene a mente il motto “uniti nella diversità”. È il motto dell’Unione Europea (in varietate concordia), del Sudafrica, dell’Indonesia e degli Stati Uniti (e pluribus unum). La diversità in equilibrio, il rispetto dell’altro e della sua autonomia, l’espansione creativa e non prevaricatrice, il conflitto equilibrato, ossia la coincidentia oppositorum, l’armonia dei contrasti.

Symphonein, in greco, indicava il coro, il concerto. Congiungersi si diceva harmozein. Harmonia proviene dal linguaggio dei carpentieri ed indica la congiunzione delle parti in una struttura complessa, ordinata, equilibrata. Harmonia dev’essere symphonia: non una sola voce o strumento, ma una molteplicità, in una risoluzione delle contraddizioni. Un assemblaggio di elementi separati ma che stanno bene assieme, una miscela (krasis) composita nella tensione tra elementi opposti ma che ben si combinano. Harmonia è figlia di Ares e Afrodite, che si attraggono irresistibilmente, ed è dunque la riconciliazione di amore e guerra. Symphonoi sono i toni che stanno bene assieme, diaphonoi quelli non vanno d’accordo. Maggiore è la diversità, più saldo sarà il legame nella loro combinazione, l’armonia degli opposti. Una società civile sana è quella in cui le voci sono diverse e solo in virtù di questa diversità possono formare un coro. Un’incredibile simmetria, la palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, è quella in cui tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge. Un perfetto equilibrio delle forze, quieto nella sua costante tensione. Un dinamismo bilanciato che si conserva tale in virtù di tensioni proporzionali, oscillazione armoniosa (palintropos harmonie).

 

L’unità nella diversità (“uno per tutti, tutti per uno”) è il principio che fonda la vita nell’universo. La vita è lotta contro l’entropia e l’entropia è la tendenza di un sistema chiuso e isolato a raggiungere il massimo equilibrio, ossia l’omogeneità assoluta, un equilibrio finale amorfo e inerte in cui non esistono differenze e specificità. Un esempio di dinamica entropica nella sfera umana sarebbe una dittatura globale che imponesse a tutti i popoli un unico standard di vita, professando motivazioni umanitarie. Allo stesso modo in cui l’ordine nazista, estremamente entropico, era caotico, una tale dittatura garantirebbe un unico genere di pace, la pace eterna: sarebbe all’origine dell’involuzione e della conseguente estinzione della civiltà umana e forse perfino della vita sul nostro pianeta.

Per sconfiggere l’entropia occorre salvaguardare la varietà, le infinite ricombinazioni della creazione. Dunque essere tolleranti è nel nostro interesse. L’equilibrio che piace alla vita è quella della riconciliazione dei contrari (coincidentia oppositorum), o composizione delle diversità. È un equilibrio che armonizza le tensioni e promuove il cambiamento e la vita e viene spesso raffigurato dal simbolo del tao, dove le forze opposte si completano e generano la vita con la loro armoniosa contrapposizione, senza che una tenti di assimilare l’altra.

 

Esiste un’universalità dell’esperienza umana – le nostre paure, sofferenze, gioie e aspirazioni –, che trascende le culture: è ciò che ha reso possibile la compilazione della dichiarazione universale dei diritti umani. Non esiste un luogo al mondo in cui Shakespeare, Mozart, Omero, Dostoevskij, la Bhagavad Gita, Kurosawa, i canti africani, le danze aborigene e le finalità ed aspirazioni espresse nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non tocchino le corde più profonde dell’animo umano. L’umanità è una e si esprime come un coro polifonico.

Non uno stampo in cui fondere tutte le identità sotto un governo mondiale quasi inevitabilmente dispotico, bensì un mosaico federato di culture e nazioni che cooperano per il bene comune: localmente e globalmente. Non è forse questa la principale vocazione del Trentino Alto Adige?

 

UTOPIA

Lo si incatena, lo si spinge, lo si trattiene, avendo come unico vincolo la necessità, senza che egli mugugni: lo si rende duttile e docile con la semplice forza delle cose, senza che alcun vizio abbia l’occasione di germinare in lui; giacché le passioni non si animano se non hanno alcun effetto

J.J. Rousseau, Émile ou de l’éducation

 

Se il dispotismo venisse a stabilirsi nei paesi democratici di oggi, sarebbe più esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri. Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lì, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è più la patria. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.

Alexis de Toqueville, “La Democrazia in America”, 1840

 

L’Unione Europea può vantare una forma di potere che nella Storia non ha esempi. La sua originalità consiste nel fatto di realizzarsi senza fare uso di violenza. Si muove in punta di piedi. Si comporta in modo spietatamente umanitario. Vuole solo il nostro bene. Come un tutore sommamente benevolo, si prende cura della nostra salute, del nostro stile di vita, della nostra morale…ai suoi occhi siamo troppo impotenti e immaturi. Perciò abbiamo bisogno di essere assistiti e rieducati a fondo.

Hans Magnus Enzensberger, “Il totalitarismo ‘soft’ di Bruxelles”

 

Eccellenti giuristi come il francese Louis Favoreu, lo statunitense Martin Shapiro, il sudafricano Joseph H.H. Weiler e il tedesco Dieter Grimm, lo storico oxfordiano Larry Siedentop, nonché intellettuali del calibro di Hans Magnus Enzensberger e Jürgen Habermas hanno messo in guardia l’opinione pubblica dei paesi europei dai rischi connessi a una deriva tecnocratica su scala continentale che assorba il dissenso disciplinandolo, che concepisca la società come una macchina in cui gli ingranaggi [le persone e i popoli] vanno oliati per farli funzionare al meglio, in cui ogni aspetto della vita venga proceduralizzato, in ossequio alle virtù ingegneristiche della sicurezza, operosità, disciplina, continuità, prevedibilità, coscienziosità ed efficienza.

 

Assistiamo a una colonizzazione dell’inconscio, all’anestetizzazione delle facoltà critiche, all’omogeneizzazione delle strutture mentali ed intellettuali, alla regolamentazione dei ritmi quotidiani e cicli di vita che abbraccia i regimi alimentari, lo sport, il tempo libero, le letture, persino la sessualità.

Essere umani, da un punto di vista evolutivo e culturale significa al contrario mantenere molteplici opzioni aperte. L’unica condizione naturale è il cambiamento. Ogni società che brama la stabilità e fissità deve esigere la trasformazione dell’umano e per ciò stesso è totalitaria. Le utopie sono sempre ostili alle persone reali perché si prefiggono degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali gli esseri umani non potranno mai essere all’altezza. La diffidenza totale nei confronti dell’uomo è alla base di queste apologie della tecnocrazia. L’ostacolo è l’uomo, l’ambito incontrollabile del privato. Ne va della nostra sopravvivenza.

 

L’unica utopia che dobbiamo considerare seriamente è quella dell’esplosione di creatività umana, un’eruzione sperimentalista che abbia luogo in ogni continente, in ogni nazione e sia istantaneamente condivisa sulla rete, in uno sforzo di cooperazione planetario. Miriadi di idee e progettualità intercombinate, di iniziative auto-organizzate motivate da un sentimento di partecipazione alle vicissitudini del nostro prossimo e dell’intero pianeta. L’utopia di una nuova mentalità pragmatica ma anche compassionevole, in un certo senso devota, fiduciosa, costruttiva, espressiva, immaginifica, determinata, che aderisca a nuovi principi organizzativi che abbraccino l’unità nella diversità (libertà e fratellanza) e la giustizia sociale (uguaglianza e fratellanza).

Il tutto necessariamente all’interno di cornici costituzionali e del diritto internazionale che diano ordine e indirizzo a un movimento che, dovendo essere flessibile ma anche equilibrato e concreto, non può permettersi di essere anarchico-spontaneista-pressapochista né, come detto, per reazione, può imboccare vie autoritarie per il rimodellamento del mondo e della specie umana (es. ecologismo profondo, messianismo, neocomunismo, ecc.).

Nascerà perciò dal proficuo intersecarsi delle virtù stereotipicamente associate al nord, sud, est e ovest del mondo.

Come sottolineava saggiamente Dag Hammarskjöld – segretario generale delle Nazioni Unite (1953-1961) –, l’utopia di cui abbiamo bisogno non deve pretendere di portarci in paradiso, deve “limitarsi” a salvarci dall’inferno.

VERITÀ

Dall’equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativista moderno deduce che ciascuno ha il diritto di crearsi la sua e d’imporla con tutta l’energia di cui è capace.

Benito Mussolini, Relativismo e fascismo, Popolo d’Italia, 22 novembre 1921

 

La natura stessa dei governi autoritari e delle dittature impedisce loro di conoscere la verità, perché le persone che vivono sotto tali regimi si abituano a nasconderla a loro stessi e a vicenda. Anche chi ha il compito di scoprire che cosa sta succedendo nel paese per riferirlo alle autorità, acquisisce l’abitudine di non riferire la verità ai superiori. Così tutti disimparano a dire la verità e alcuni arrivano addirittura a non saperla più vedere. Vedono ciò che vogliono vedere, oppure ciò che reputano i superiori vogliano che loro vedano. Se sviluppi tale atteggiamento, poi diventa facile non osare più nemmeno ascoltare ciò che non vuoi sentire. E così finisce per non vedere, né sentire, né dire al verità. E alla lunga l’intelligenza ne risente. […]. Se non ti rendi conto che ciò che fai è sbagliato, non potrai neppure vergognartene. Vivi nella pura fantasia – una specie di follia e una totale mancanza di obiettività. Il che si riduce poi all’incapacità di affrontare la verità. Se vivi in un mondo dove tutto ciò che fai è giustificato da concetti come “patriottismo” o “il bene del paese”, non potrai compiere il passo successivo di vergognarti e desiderare di correggerti.

Aung San Suu Kyi

 

È incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare, anzi: dubitarne. Chi crede che le cose umane siano inafferrabili, non dubita affatto, ma sospende necessariamente ogni giudizio…L’astensione dall’affermare di ogni cosa ch’essa sia vera o falsa, buona o cattiva, giusta o ingiusta, bella o brutta significa che tutto è indifferente a questo genere di giudizi. Come forma estrema di scetticismo, è incompatibile con il dubbio. Il dubbio, infatti, al contrario del radicale scetticismo, presuppone l’afferrabilità delle cose umane, ma, insieme, l’insicurezza del carattere necessariamente fallibile o mai completamente perfetto della onoscenza umana, cioè ancora la coscienza che la profondità delle cose, pur se sondabile, è però inesauribile. Onde, di ogni nostra conoscenza deve dirsi ch’essa è non fallace o impossibile, ma sempre, necessariamente, superficiale. […]. Così, l’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica, che è quella che vuole fissare le cose una volta per tutte e impedire o squalificare quella cruciale domanda: “sarà davvero vero?”. […] Essere per l’etica del dubbio non significa dunque affatto sottrarsi al richiamo del vero, del giusto, del buono e del bello, ma, propriamente, cercare di rispondere alla chiamata, in liberà e responsabilità verso sé e verso gli altri.

Gustavo Zagrebelsky, “Contro l’etica della verità”

 

Credere alle bugie e agire sulla base di una percezione falsata della realtà può, letteralmente, distruggerci.

Quando chiesero a Thomas Herndon, studente di economia presso l’Università del Massachusetts, di scegliere un’analisi economica ed esercitarsi provando a replicare i risultati lui, ambiziosamente, scelse un articolo di Carmen Reinhart (Harvard) e dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Ken Rogoff, che aveva avuto un ruolo decisivo nel giustificare le misure di austerità nell’eurozona. Dopo mesi di tentativi i conti non tornavano. Assieme ai suoi docenti, Herndon scoprì che i due esperti avevano commesso una serie di errori, tra i quali uno particolarmente grossolano.

Daniel Hamermesh, economista all’Università di Londra, ha saputo comunicare concisamente il significato più profondo dell’evento: “Quell’articolo ha contribuito a plasmare il modo in cui le persone, e specialmente i politici, vedono il mondo ed è proprio questo che, alla fine, determina come funziona il mondo” (BBC 19 aprile 2013).

La mancanza di obiettività e trasparenza è la causa di gran parte dei nostri mali e della nostra violenza. L’accesso a una pluralità di prospettive sul mondo ci può consentire di percepire la realtà meno soggettivamente e quindi ci rende persone e società migliori (cf. articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani). Una cittadinanza abituata a interrogarsi e informarsi non sprofonda nell’apatia e in un sordo e potenzialmente pericoloso risentimento generalizzato.

Arrestare e invertire la tendenza all’invenzione mediatica e distorsione dottrinale della realtà è possibile solo se la cosiddetta società civile è vivace, scettica, vigile e discernente, ossia patriottica nell’accezione migliore del termine. Altrimenti, se resta silente e passiva, le collusioni proliferano, i poteri arbitrari si consolidano e la popolazione non si accorge che la sua libertà di pensiero si è rarefatta. Oppure, dandosene conto, esagera nel senso opposto. Alla fine le ipotesi più strampalate finiscono per fare ombra alle tesi più plausibili e circostanziate, per quanto “controverse”. Così i veri e propri crimini di stato e di lobby contro la democrazia, l’umanità e il pianeta finiscono per partorire aberrazioni dell’intelletto, paranoie irrazionaliste, nichilismo e attese messianiche. Diventa arduo distinguere tra un’idea folle e un’idea realistica, tra un autentico complotto e una fantasia. Tutto finisce nel calderone delle sottoculture del complottismo, un termine che oggi viene usato per screditare indiscriminatamente chiunque contesti l’establishment e denunci gli abusi di potere.

Abbiamo bisogno di una “congiura per la verità” di persone dotate dei tre sensi chiave del buon cittadino: senso civico, senso critico, buon senso.

VITA

Il ladro non viene se non per rubare e ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza

Giovanni 10, 10

 

È irrealistico credere che la condizione naturale degli esseri viventi sia dolorosa e inappagata. La vita al di fuori del contesto umano è gioiosa e soddisfatta, rispetto alla nostra. Non ci sono apatia, rassegnazione e disperazione nella fauna e nella flora.

Sono gli animali domestici non amati, la cui integrità non è rispettata, che hanno bisogno di psicofarmaci, non quelli selvatici. Oppure gli animali in cattività costretti magari a scimmiottare le capacità umane per dimostrare che meritano rispetto (!).

Allo stato brado ogni specie non parassitaria coopera e coesiste creativamente, non mira alla distruzione delle altre specie. In natura il valore di un essere vivente non è determinato dal numero di altri esseri viventi che ha calpestato.

Ogni specie vuole vivere al massimo, abbondantemente, e persegue, per quanto possibile, l’espressione massima delle proprie capacità, e pare quasi intuire che, per farcela, ha bisogno di tutte le altre specie.

È solo di recente, con l’affermarsi del paradigma darwinista-sociale, che l’umanità ha cominciato a leggere la natura come il regno della competizione spietata, del patimento per chi è debole e vulnerabile, del trionfo di chi è disposto a tutto pur di trasmettere il suo corredo genetico, come se la soddisfazione dei propri bisogni essenziali dipendesse dalla cancellazione di quelli altrui. Diverse generazioni hanno visto il loro mondo attraverso queste lenti distorcenti. È arduo agire razionalmente o altruisticamente se crediamo nel nostro ineluttabile e generale degrado. Conseguentemente, molti esseri umani si sono fatti l’idea che la vita sia angosciante e priva di significato, che le nostre azioni non contano in un universo ostile, o comunque indifferente, in cui l’uomo è un parassita o un morbo indesiderato, un errore di natura condannato a sbagliare sempre, indipendentemente dalle sue intenzioni, e il cui corpo è un campo di battaglia, un entità estranea, inaffidabile. Certuni si vedono come degli eterni pazienti, o dei dispersi, o degli alieni.

Queste persone, che si sentono impotenti e che non trovano un motivo per vivere, rinunciano a esprimere i propri talenti e capacità e appassiscono, si suicidano, oppure possono fare causa comune in un branco per distruggere altra vita, nichilisticamente, alla ricerca di un modo disperato di affermare il significato della propria esistenza e di ottenere un certo controllo sul mondo che li circonda, sulla vita. Sono esseri umani spaventati, timorosi della vita e quindi non interessati alla libertà, in preda a comportamenti compulsivi, desiderosi di ubbidire a qualcuno che metta ordine nelle cose al posto loro.

Questo comportamento, questa attitudine, è degenerativa, innaturale, necrofila.

Non solo non esiste in natura, ma cozza contro l’universale anelito della vita a realizzarsi, a maturare, crescere, espandersi, a contrastare l’entropia.

Se non fosse così l’universo sarebbe già privo di vita, completamente entropico.

Un mondo visto da una prospettiva morale biofila è amabile, bello, ispira reverenza, non appetito, avidità, voracità.

VOCAZIONE

Si commette un errore fondamentale nel cercare l’unanimità in Europa. La coppia non esiste se non per riunire due esseri distinti. La polifonia musicale, in cui ciascuno conserva la sua voce e la mette al servizio degli altri, ha regalato al mondo delle opere molto più sublimi che i canti monocordi di numerose civiltà

François Thual, “La passion des autres” 

 

[L’oligarchia è composta di] persone che possiedono una ricchezza materiale straordinaria e che non cercano necessariamente un ruolo politico, potendo vivere sotto tutti i regimi. Il loro obiettivo primario è proteggere e far lievitare l’immensa ricchezza di cui dispongono. Non è un interesse per un progetto futuro che li mobilita, ma la tutela (che vuole dire anche espansione) di una forza economica che già hanno. Ed è alla luce di questo potere nel presente che le oligarchie decidono se astenersi o intervenire nel gioco politico.

Nadia Urbinati, La mutazione antiegualitaria

 

Apri il frigorifero di casa, dai una rapida occhiata e ti domandi cosa puoi mangiare o bere senza preoccuparti della provenienza, della possibile contaminazione. Gli alimenti a chilometri zero, prodotti in quei luoghi, sono sicuri? Si pensava di vivere in un’isola felice, un mondo in stile Mulino Bianco. In fondo è ciò che raccontano tutti i depliant di promozione turistica del Trentino. E le prime “vittime” di questo bombardamento mediatico sono proprio i trentini…Non possiamo evitare di chiederci perché i controllori non hanno controllato, il perché di certe autorizzazioni, date in piena autonomia, all’interno dei confini provinciali. Per quale motivo Cava Zaccon, in Valsugana, è diventata un concentrato di rifiuti tossici? Non possiamo non domandarci perché, a fronte di tante segnalazioni di cittadini (non solo ambientalisti militanti), non si è intervenuti; perché questo profondo nord, forse un po’ troppo presuntuoso, è diventato capolinea per centinaia di camion – provenienti da mezza Italia – che hanno trasportato e scaricato rifiuti pericolosi; perché sono dovuti intervenire gli agenti del Corpo forestale dello Stato, visto che la Provincia avrebbe i propri, di forestali. Esiste forse un problema di indipendenza di questi organi dal potere politico?…Si è quasi parlato di vilipendio dell’autonomia. Guai a dire che qui le cose non vanno bene, come abbiamo sempre raccontato…Serve a qualcosa preoccuparsi? Serve a qualcosa uscire da questo piccolo-grande Matrix che è il racconto di un paradiso terrestre che stiamo distruggendo, convinti del contrario? Secondo noi sì. Serve perché un cittadino informato può pretendere una politica ambientale seria. Può chiedere a chi governa questo territorio di preservarlo, di non nascondere la verità nel sottosuolo.

Andrea Tomasi, Jacopo Valenti, “La Farfalla Avvelenata”.

 

La vocazione del Trentino – Alto Adige, come di qualunque altra comunità, dovrebbe essere quella di fungere da portavoce dell’umanità, per l’umanità (e quindi per l’ecosfera e il pianeta), riconoscendo e rendendo effettivo il diritto di ogni individuo di perseguire un’esistenza di dignità, creatività, serenità, al riparo da interpretazioni neodarwiniste del vivere associato, che rappresentano il ripudio di tutti i progressi fatti in questi secoli. Ogni singolo cittadino dev’essere concepito come un essere vivente sovrano, in grado di assumersi il fardello della libertà e della responsabilità delle sue scelte.

 

Prima di tutto bisogna scegliere tra servire chi è più potente di noi, o l’umanità, che va intesa come una fratellanza in cui ciascuno è il custode di suo fratello e ha la parziale responsabilità dell’infelicità di tutti i suoi fratelli, e il dovere di dovere di operare in vista dell’elevazione della condizione di tutti quanti.

La Lega delle Nazioni prima e le Nazioni Unite poi sono stati i primi, timidi tentativi – sabotati e dirottati dall’avidità, dalla paura e dalla diffidenza, di dare una risposta istituzionale a questa esigenza. I fallimenti sono stati causati in primo luogo dal prevalere nella classe dirigente globale di un cinismo mascherato da pragmatismo, della ricerca dell’utile per pochi e quindi della conservazione di uno status quo sperequativo. La libertà, intesa come licenza per il più forte di infischiarsene di tutti gli altri, ha schiacciato uguaglianza e fratellanza.

Una classe dirigente planetaria all’altezza avrebbe ricercato sicurezza sociale, uguaglianza, fratellanza, comprensione, dignità, giustizia, pazienza, compassione, sicurezza finanziaria, pace interiore, salute fisica per ogni essere umano. 

Purtroppo l’umanità è come una catena: non è più forte dei suoi anelli più deboli, ossia dei suoi Caini. Le carestie, le epidemie, la disoccupazione e la precarietà di massa, la disillusione, l’anti-politica, in un pianeta di risorse naturali e intellettuali creative vastamente sovrabbondanti, sono figlie del cainismo, dell’idolatria del proprio interesse egoistico, della propria tribù e quindi dei propri vizi (odio, gelosia, piccineria, invidia, avidità, ecc.); come pure della pretesa di rendere le persone buone per legge, quando sono le persone buone a fare le buone leggi, non il contrario.

Le persone buone hanno bisogno di speranza, fede e comprensione reciproca, a ogni livello, in ogni cuore, in ogni luogo, per poter dare l’esempio e mostrare che un mondo diverso è possibile. Hanno bisogno di energia a basso costo, di un reddito universale garantito che elimini lo spettro della miseria, di una migliore condivisione dei profitti, della stabilizzazione valutaria, della regolamentazione dei commerci, della gestione razionale dei mercati. Solo così gli esseri umani potranno essere liberi e vivere in dignità e in pace. Senza giustizia non c’è pace, ma solo violenza, psicologica e fisica.

Poiché tutti raccogliamo ciò che seminiamo, occorre una rivoluzione della coscienza, passando dalla mentalità del creditore – che cosa mi deve il mondo? – a quella del debitore – che cosa posso fare per migliorare il mondo e per il mio prossimo, senza trattarlo paternalisticamente?

Quel che raccoglieremo sarà una società cooperativa e coordinata, su scala planetaria, che rispetti la diversità di ciascuno e di ogni popolo, senza omologarci per controllarci meglio e subordinarci agli oligopoli (socialismo per i ricchi, darwinismo sociale per i poveri).

WELFARE

Nessun uomo può vendersi né essere venduto, la sua persona non è una proprietà alienabile

At. 15 della carata costituzionale repubblicana francese, 1795

 

Non c’è alcun bisogno di passare per la teoria marxista per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Mona Chollet, “Le Monde Diplomatique”, Maggio 2013.

 

La produttività è aumentata in misura tale da creare un enorme esubero di manodopera. Il nostro sistema economico non è più in grado di offrire un posto di lavoro per tutti. Ma ogni uomo su questo mondo ha il diritto di vivere una vita dignitosa. Il sole, l’acqua, l’aria e la terra e con ciò i frutti di questo pianeta fondamentalmente sono di tutti. Una distribuzione equa e giusta garantirebbe la sussistenza per tutti. Ci vuole un reddito di base per tutti per combattere la povertà.

Sepp Kusstatscher

 

La fratellanza, alla base del costituzionalismo tanto quanto la libertà e l’uguaglianza, è rimasta sulla carta, un principio anonimo, astratto, una parola vuota, uno slogan. Il welfare è diventato un generatore di dipendenze e il mezzo con cui i datori di lavoro scaricano sulla collettività i costi di cui non vogliono farsi carico.

La stabile, inesorabile crescita del tasso di disoccupazione “strutturale”, dovuta soprattutto alla delocalizzazione ed all’automazione dei sistemi di produzione, gestione e distribuzione, può solo aggravare queste circostanze sfavorevoli.

Inoltre, ormai quasi da un secolo, la crescita economica dipende massicciamente dai consumi, non dagli investimenti. Mentre i ricchi consumano solo una minima parte dei loro introiti, sottraendo i loro crescenti redditi al flusso globale del benessere senza neppure restituirne una parte con la filantropia (es. finanziando scuole, ospedali e biblioteche), i meno abbienti consumano quasi tutte le loro risorse.

Il reddito di base incondizionato per ogni cittadino – invocato anche dal Nobel per l’Economia Paul Krugman (New York Times, 13 giugno 2013) – consentirebbe di eliminare il problema della disoccupazione, sarebbe speso interamente, rilanciando i consumi ed assicurando una costante ridistribuzione delle risorse mondiali e permetterebbe di passare da una società della sfiducia ad una società della fiducia, oltre a garantire i lavoratori contro i ricatti salariali e a consentire agli studenti di dedicarsi allo studio a tempo pieno, con esiti che sono generalmente migliori.

Chi lo vorrà percepire non potrà restare in panciolle, ma dovrà dedicarsi a servizi di utilità pubblica. Almeno tre ore al giorno di assistenza ai bisognosi, come fanno quotidianamente molti volontari, farebbero la differenza sia per chi fruisce di questo servizio sia per chi lo presta. Chi non fosse disposto a farlo potrà rimanere nel regime fiscale-contributivo “tradizionale”. In ogni caso una somma che, almeno all’inizio, difficilmente potrebbe eccedere gli 800-1000 euro, sarebbe appena sufficiente per vivere e non potrebbe in alcun caso incentivare l’ozio. È il minimo vitale per preservare la dignità umana e ridurre l’incidenza dei reati di microcriminalità.

Considerevoli porzioni dei redditi tedeschi e francesi dipendono ormai da allocazioni sociali e non dal lavoro. Se ci fosse la volontà politica, non sarebbe difficile completare l’opera e si risparmierebbe sulla spesa legata a incentivi, bonus, sussidi, esoneri, defiscalizzazioni, verifiche fiscali, farraginosità burocratica, ecc.

Il reddito di base incondizionato, o reddito minimo garantito, o reddito di cittadinanza – già caldeggiato dai Nobel per l’Economia James Tobin e Paul Samuelson, da John Kenneth Galbraith e da altri 1200 economisti che appoggiavano la campagna presidenziale di George McGovern, poi sconfitto da Nixon – permette a una persona di decidere di non lavorare e vivere modestamente, oppure prendersi un anno sabbatico per capire cosa fare della sua vita, lasciare un lavoro insoddisfacente per specializzarsi in un altro campo, chiedere diverse annualità anticipate per formare un capitale d’impresa assieme ad altri soci.

È un meccanismo che, sgravando ogni cittadino dai ceppi dell’occupazione a ogni costo, gli permette di emanciparsi, sperimentare, di cercare la maniera migliore di realizzarsi, di esprimere i propri talenti e passioni, inclusa quella di dedicarsi ad attività socialmente utili, senza essere condannato alla frustrazione, al cinismo, al carrierismo, al precariato, alla disoccupazione, alle nevrosi, alla pressione, all’ansia, al senso di inadeguatezza, mediocrità, vergogna, colpa, fallimento esistenziale. Sarebbe una rivoluzione nonviolenta dei rapporti umani che consentirebbe ai ricchi di restare tali, ma abolirebbe la miseria e le condizioni di lavoro e remunerazione umilianti e semi-schiavistiche.

Il reddito minimo garantito, cumulabile con quello lavorativo, corrisposto alle persone fisiche, dev’essere sufficiente per emancipare ogni cittadino e quindi abolire le nuove forme di servaggio. Per questo serve, propriamente, un reddito di base incondizionato. Diversamente è carità e la carità crea dipendenza, ossia asservimento.

La dignità dei cittadini può essere garantita solo da un alloggio dignitoso per tutti e da un reddito di cittadinanza vincolato ad un periodo di servizio civile e magari all’obbligo di voto, come segni tangibili del proprio esercizio della cittadinanza.

 

Riconosciamo il diritto inalienabile a ricevere ciò che è necessario per sopravvivere una volta che si è nati. Questo diritto avvantaggerà la comunità perché è nell’interesse della comunità fare in modo che tutti si esprimano al loro meglio e nessuno potrà dare la colpa alla famigerata società: ciascuno farà le sue scelte e si dovrà assumere la responsabilità dei propri errori. A livello europeo lo si potrebbe chiamare “eurodividendo”.

FONTI

Vi sono periodi nella vita dell’umanità, che generalmente coincidono con l’inizio del declino delle civiltà, in cui le masse perdono irrimediabilmente la ragione e si mettono a distruggere tutto ciò che era stato creato in secoli e millenni di cultura. Tali periodi di demenza, che spesso coincidono con cataclismi geologici, perturbazioni climatiche ed altri fenomeni di carattere planetario, liberano una grandissima quantità di questa materia di conoscenza. Ciò che, a sua volta, rende necessario un lavoro di ricupero, senza il quale essa andrebbe perduta. Così, il lavoro consistente nel raccogliere la materia sparsa della conoscenza, molto spesso coincide con il declino e la distruzione di culture e civiltà.

George Ivanovich Gurdjieff,Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto”

 

Francisco de Vitoria, Domingo de Soto, Melchor Cano, Bartolomé de Las Casas.

Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino.

George Washington, James Madison, Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, George Mason, Abraham Lincoln, JFK, RFK, MLK.

La tradizione irochese. [N.B. Il contributo irochese al costituzionalismo statunitense è stato ufficialmente riconosciuto dal Senato americano il 16 dicembre 1987 con la Concurrent Resolution 76 che ha sancito quanto segue: (a) “È risaputo che gli autori della Costituzione, tra i quali in particolare, George Washington e Benjamin Franklin, ammiravano i concetti, i principi e le pratiche governative delle Sei Nazioni irochesi della Confederazione”; (b) “La Confederazione delle tredici colonie originarie della Repubblica fu esplicitamente modellata sull’esempio della confederazione irochese come lo furono molti dei principi democratici incorporati nella Costituzione stessa”].

I padri e le madri della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, della dichiarazione universale dei diritti umani e delle costituzioni del dopoguerra e post-coloniali.

Le mille persone con le quali ho dibattuto sui social network e altrove.

Un “omaggio” ai separatisti sudtirolesi (Freiheitlichen, BBD, Süd-Tiroler Freiheit, ecc.)

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Visto che molti lettori potrebbero non essere ben informati sulla reale situazione, preciso che la vignetta è divertente ma ingannevole, in quanto il Tirolo austriaco, per molti versi, ha rapporti migliori con il Trentino che con l’Alto Adige-Sudtirolo. Il movimento pantirolese è davvero debole, per il momento (la scissione dell’eurozona lo rinvigorirebbe certamente)

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L’insana idea dello Stato Libero del Sudtirolo e le mafie transnazionali

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Nel Terzo Millennio, il solito, volgare refrain; il solito manicheismo

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Volendo preservare l’unità spirituale e culturale del Tirolo ed il suo patrimonio storico…

Proposta di Costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo, a cura dei Freiheitlichen

Tra sfide e rancori in India nasce un nuovo stato, il Telangana…la scelta del Congresso sta già ottenendo un effetto boomerang negli altri territori dove ci si batte per l’indipendenza. A Kokrajhar gli animi sono surriscaldati…per una protesta dei separatisti del Bodoland, Karbi e Anglong che vogliono divorziare dall’Assam. Incidenti anche nel Darjeeling per i sostenitori del Gorkhaland, mentre in Uttar Pradesh la ex premier Mayawati Kumari ha rilanciato la sua idea di dividere in quattro il più popoloso stato indiano.
Raimondo Bultrini, il Venerdì, 16 agosto 2013

L’offensiva filo-separatista della stampa angloamericana ha raggiunto il suo culmine nella seconda metà del 2012. Il 12 luglio 2012 Marcia Christoff Kurapovna, neoliberista sloveno-americana residente a Vienna, pubblica sul Wall Street Journal un peana in favore della dissoluzione di Grecia e Italia in piccole città-stato. Ambrose Evans-Pritchard, figlio di un antropologo invischiato nella strategia del divide et impera dell’imperialismo britannico, preconizza la jugoslavizzazione della Spagna (Telegraph 25 settembre 2012). Il New York Times pubblica un articolo di due indipendentisti catalani dal titolo “prigionieri della Spagna” (2 ottobre 2012). Il blog Charlemagne dell’Economist prevede rivolte tra i giovani catalani se i loro sogni indipendentisti non saranno soddisfatti (26 novembre 2012). Quello stesso giorno, sulle colonne del Wall Street Journal, Raymond Zhong esorta i catalani a creare un loro stato più snello, più generoso verso le imprese, più pragmatico, più parsimonioso (leggi: meno welfare, più precariato, licenziamento dipendenti pubblici e congelamento dei salari).

François Thual, expert en géopolitique , qui présenté son dernier ouvrage “Géostratégie du crime” (éd. Odile Jacob), co-écrit avec Jean-François Gayraud, commissaire divisionnaire en poste au Conseil supérieur de la formation et de la recherche stratégique: « Nous ne sommes plus dans la série noire d’après-guerre ; désormais, sous l’action de puissances criminelles, les États eux-mêmes se trouvent contestés dans leur existence et doivent parfois battre en retraite. C’est la survie de nos démocraties qui est en jeu » : pour Jean-François Gayraud et François Thual, les phénomènes criminels sont bien loin d’échapper aux effets de la mondialisation, on le voit.
Pourquoi la grande criminalité internationale a augmenté de façon exponentielle ; comment la lutte contre le terrorisme et le recul de l’État un peu partout l’ont favorisée ; quelles sont les luttes de territoires entre organisations ; comment des empires criminels se constituent, menaçant l’équilibre des États ; comment l’argent sale pèse sur l’économie mondiale ; pourquoi les élites sont fragilisées : deux spécialistes croisent criminologie et géopolitique pour nous révéler les vrais dangers de demain et peut-être déjà d’aujourd’hui !
Conseiller du président du Sénat pour les affaires stratégiques, François Thual est professeur au Collège interarmées de défense (ex-Ecole de guerre). Il est l’auteur de nombreux ouvrages sur la géopolitique dont certains ont connu un succès mondial.

La sovranità è onerosa, per questo si cerca di condividerla. La fascinazione quasi maniacale e consumistica per la sovranità particolaristica sovraccarica i contribuenti; frammenta l’umanità depotenziandola e intensificando screzi, frizioni, timori, risentimenti; moltiplica la già abnorme pletora di staterelli a sovranità limitata; condanna le entità politiche minori a una pressoché istantanea ed irrevocabile subordinazione clientelare nei confronti degli stati maggiori: rafforza chi è già forte e indebolisce chi è già debole (divide et impera). In primo luogo le oligarchie mafiose transnazionali – ufficiali e non ufficiali – come spiega François Thual.

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federalismo sì

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separatismo no

La cultura è il grimaldello usato per abbattere lo stato di diritto (da parte di certi interessi criminali) e ogni progetto federalista (da parte di certi interessi geostrategici), facendo leva su sentimenti originariamente innocenti e positivi, ma che vengono pervertiti, esasperati.

Non esiste una cultura padana, trentina, italiana, o una cultura americana, cinese, ebrea, indiana, bantù. Gli esseri umani non sono automi che eseguono un programma culturale (software) caricato nel loro cervello (hardware) alla nascita. Non esistono due italiani che usano la lingua italiana allo stesso modo e non esistono due sudtirolesi che saprebbero mettersi d’accorso su cosa si debba intendere per cultura sudtirolese e Heimat. Ogni cultura è una narrazione e ogni individuo è un narratore che la interpreta, la racconta a modo suo, declinandola secondo le sue sensibilità, aggiungendo qualcosa qui e lì, e togliendo qualcos’altro altrove. La cultura è un prodotto dell’immaginazione umana ed ogni mente, essendo diversa, contribuisce a renderla porosa, flessibile, incessantemente mutevole, eterogenea. Ogni persona narra la “sua” cultura ponendosi in relazione con altre persone che narrano la loro e solo Dio potrebbe cogliere la narrazione complessiva nella sua interezza, senza sacrificarne la complessità. La cultura non è un’essenza o un oggetto, le culture non si scontrano tra loro, non si confrontano, non conversano, non agiscono: non sono degli esseri viventi che operano per nostro conto.

La cultura è una relazione dinamica tra soggetti che non hanno come priorità la conservazione della medesima, ma il vivere pienamente, al meglio delle proprie possibilità. Per farlo, tutti noi usiamo la cultura come uno strumento e apprendiamo ad adoperare altri strumenti, perché lo troviamo utile e piacevole, e talvolta ci inganniamo e trasformiamo la narrazione in una tavola delle leggi, in un fine e non un mezzo.

Ci inchiniamo alla lettera delle presunte “leggi culturali” anche quando esse sono interpretate in modo tale da tradirne lo spirito. Chiunque rilevi un’eventuale discrepanza è accusato di tradimento. È una degenerazione patologica dell’idolatria, una dipendenza che ci vincola a degli idoli al posto dei significati che sono chiamati a rappresentare. Si chiama razzismo culturalista e non è diverso o migliore del razzismo su basi biologiche. È una patologia della coscienza che sclerotizza e mortifica (rende morto) ciò che è vivo, imbalsama ciò che è mutevole e variabile, reifica un parto della fantasia umana. Una patologia che dissemina superstizione, paura e violenza ed ostacola la naturale disposizione dei singoli a fiorire, maturare, emergere, trascendere le proprie circostanze, eccellere, ciascuno secondo le proprie inclinazioni.

Come la lettera delle leggi subisce un processo di decadimento (entropia), mentre il suo spirito resta immortale, perché si basa su ciò che è giusto, così le culture possono decadere, se si allontanano dal loro spirito, che è quello di riflettere la comune, universale esperienza umana.

Euroslavia – No allo smantellamento dell’Unione Europea!

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https://twitter.com/stefanofait

C’è la tendenza a pensare che la Grecia è lontana e il resto d’Europa non subirà le conseguenze del suo crollo. Ma mi si mostri un esempio di unione politica, di una confederazione, che sia rimasta intatta dopo che una sua parte se n’è andata. Ciò che accelerò la secessione del Sud nel 1860 è stata l’uscita del South Carolina. La Jugoslavia è collassata dopo l’uscita della Slovenia, l’Unione Sovietica è crollata dopo la secessione dei Paesi Baltici, che erano davvero molto piccoli in relazione al resto. Ci sono effetti cumulativi che operano molto rapidamente.

James Galbraith

L’apertura del mercato statunitense potrà giovare solo alla Germania, e da qui il ruolo centrale di Berlino per il raggiungimento dell’accordo. La contrazione della domanda dei paesi dell’UE verrebbe controbilanciata dai nuovi sbocchi che si aprirebbero nel mercato USA: lo spazio europeo, costruito dagli Usa attorno alla Germania, viene consegnato da Berlino nelle mani degli USA, e si può ben comprendere il ruolo di perno della Germania nella trasformazione della zona Euro da Unione Monetaria a libero mercato degli Stati Uniti. Il rifiuto di ristrutturare il debito della Grecia e le posizioni di punta contro la “frode fiscale” hanno favorito lo spostamento di grandi capitali nella zona del dollaro americano e rafforzato la posizione centrale del biglietto verde.

Il processo che conduce all’apertura del grande mercato transatlantico va oltre la liberalizzazione degli scambi: il perno di questa costruzione politica è il nuovo ruolo di egemonia degli Stati Uniti nei confronti dei paesi della zona dell’euro: le parti si sono, infatti, impegnate a creare, entro il 2014, una “zona di cooperazione” in materia di libertà, sicurezza e giustizia”. La zona di libero scambio è in realtà una zona di libero controllo degli U.S.A. sul continente Europeo, già dall’inizio delle negoziazioni.

Il processo che conduce all’instaurazione di questo grande mercato unificato è l’opposto del metodo comunitario. Se il mercato comune europeo è nato, come struttura economica basata sulla liberalizzazione degli scambi, il grande mercato transatlantico realizza un’unione politica; una risoluzione del Parlamento europeo del 25 aprile 2007 anticipa già la  creazione di un’assemblea transatlantica.

Jean-Claude Paye [ecco perché Marchionne sta facendo quel che sta facendo]

AVVERTENZE: Le anime belle che credono che il potere non cospiri sono pregate di rivolgersi altrove: questo post e questo blog sono altamente sconsigliati per cardiopatici, psicopatici, troll e allocchi. Circolare!

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(io vi avevo avvertito)

La situazione attuale è quella di un’Europa di nazionalismi risorgenti aizzati da un’oligarchia a cui fa comodo mettere un popolo contro l’altro e fare in modo che gli italiani se la prendano con i tedeschi e i tedeschi coi greci, anche se la gente comune è del tutto innocente.

Il futuro è tetro per l’Europa.
In caso di dissoluzione dell’eurozona, indipendentemente da chi abbandonerà la moneta comune, l’unico modo per ridurre le proprie disastrose perdite sarà quello di scaricarle il più possibile sugli altri. Quindi il nucleo che terrà l’euro cercherà di danneggiare il più possibile chi esce e vice versa. Difficile che la cosa si possa risolvere pacificamente vista l’esorbitante quantità di denaro che è in gioco.

Se invece si accelerasse con l’integrazione, ora che l’opinione pubblica è massicciamente contraria, ci sarebbe ugualmente il rischio di un’esplosione delle proteste e un’implosione dell’Unione Europea, con tutto quel che ne consegue.

In entrambi i casi, da protettorati ci trasformeremo in province dell’impero.

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Il cammino della democrazia ha come destinazione finale l’autogoverno dei cittadini, delle comunità, dei popoli, delle nazioni e delle federazioni di più nazioni. La crisi dell’eurozona ha però fatto sì che l’alternativa imposta agli europei sia diventata quella tra (a) la morte dell’euro e il ritorno a un mercato comune dominato dalle mutlinazionali e banche statunitensi; (b) la subalternità satellitare a uno stato federale mitteleuropeo, che includerebbe anche Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, paesi baltici e Finlandia (ma non la Francia, l’Italia e gli altri paesi “immeritevoli”) e che conserverebbe l’euro – un euro-marco – ed espellerebbe i reprobi.

Pare invece che l’opzione più saggia di una progressiva federalizzazione e democratizzazione dell’Unione con la Banca Centrale Europea che fa gli interessi dei cittadini e non delle banche sia stata prorogata a data da destinarsi.

Si possono chiamare scelte? Sono il risultato di un dispotismo che ricorda da un lato la strategia adottata da Bismarck per unificare la Germania annettendola alla Prussia (egemonia neo-bismarckiana?) e dall’altro la politica imperiale britannica/statunitense del divide et impera. La contrapposizione USA vs. Germania lascia il tempo che trova, come quella tra Turchia e Israele (ma chi ci crede?).

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Il governo dell’Unione ha dimostrato in questi anni un’allarmante propensione a omologare, livellare, plasmare esattamente nella direzione richiesta dal modello anglo-americano, che differeisce davvero poco da quello tedesco. L’euro, che doveva unire gli europei in una proficua collaborazione, è stato intenzionalmente usato come un randello per fare a pezzi i diritti economici e sociali del 90% della popolazione dell’eurozona (e non solo), per costringere ogni paese a ripudiare il suo “genio particolare” e diventare più neoliberista e più puritano (ossia più simile ad un modello che gli stessi tedeschi, stremati, abbandoneranno entro la fine di questo decennio, se vogliono sopravvivere) e per scavare un fossato tra nordisti e sudisti che richiederà almeno una generazione per essere colmato.

 

Il costituzionalista Joseph H.H. Weiler illustra la vergognosa decomposizione del carattere democratico del progetto europeista

Arsène Heitz ha riferito di aver inventato il simbolo dell’Unione Europea ispirandosi alla “Donna dell’Apocalisse” (12:1, 2 e 5).
Le curiose coincidenze!
http://it.wikipedia.org/wiki/Donna_dell%27Apocalisse#La_corona_di_stelle_dell.27Unione_Europea

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L’ALTERNATIVA È UN FEDERALISMO CHE DIFENDA I CITTADINI DAL NEOLIBERISMO, OSSIA DALLO STRAPOTERE DEGLI INTERESSI PRIVATI

Mi pare di poter dire che la ricetta migliore non sia quella dei celebrati Monnet e Spinelli, che erano autoritari:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/15/altiero-spinelli-un-cattivo-maestro/

ma quella, più sensibile, pluralista ma allo stesso tempo pragmatica, di Charles De Gaulle – un europeista convinto ma anche fiero difensore del principio secondo cui l’unità non può essere realizzata a discapito delle diversità –, di due federalisti europeisti meno noti, ma non meno apprezzati, come Denis de Rougemont (intellettuale svizzero) e Salvador de Madariaga (diplomatico e storico spagnolo), ribadita ai nostri giorni da tre eccellenti costituzionalisti come il francese Louis Favoreu, il sudafricano Joseph H.H. Weiler e il tedesco Dieter Grimm (Zagrebelsky 2003).

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Madariaga era un tenace censore dei miti etnici e nazionalisti, nonché dei misticismi europeisti. Soleva dire che era del tutto vano sostituire una falsa mistica nazionale con un’altrettanto falsa mistica europeista che avrebbe richiesto gli stessi rituali alientanti, slogan propagandistici, dedizione assoluta, immolazione dello spirito critico sull’altare di un nuovo nazionalismo su scala maggiore. L’Europa si doveva fare un passo dopo l’altro, per ragioni pratiche e senza volontaristiche e dogmatiche fughe in avanti. Riteneva che fosse indispensabile unire l’Europa il più presto possibile, ma il meno possibile (confederalismo, o federalismo leggero) perché non esisteva un popolo europeo se non come ideale disincarnato.

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Denis de Rougemont, in un magistrale intervento ad una confederenza tenutasi a Montreux nel 1947 (“L’attitude fédéraliste” 1947), ha riepilogato esemplarmente il genuino spirito federalista/confederalista, che ha poco a che vedere con il federalismo funzionalista in voga ai giorni nostri, e ancor meno con l’etnofederalismo delle destra radicali.

Per Rougemont il federalismo è un principio dinamico che trasforma tutte le attività umane, è una sintesi di libertà e di solidarietà organica che permette lo sviluppo della persona nella vita di tutti i giorni e rinuncia ad ogni idea di egemonia organizzatrice e spirito di sistema.

Il saggista elvetico, conscio dei pericoli insiti nei grandi progetti di ingegneria socio-politica, mette in guardia dal rischio di “non suscitare altro che piani razionali e sistemi”. Raccomanda di attenersi a 6 principi guida appresi dagli svizzeri nella loro storia unitaria e che si oppongono, punto per punto ed in maniera categorica, ai dogmi totalitari.

Il primo principio è la neutralizzazione di ogni velleità egemonica di una o più nazioni sulle altre. Dunque nessuna Unione a guida francese o tedesca e nessun direttorio franco-tedesco. Un tale assetto avrebbe peraltro vita breve: “Tutta la storia svizzera illustra questo principio. Ogni volta che uno dei cantoni (come Zurigo) o anche un gruppo di cantoni cittadini (più ricchi o più popolati degli altri) hanno creduto d’imporre il loro primato, gli altri si sono costituiti in lega contro di loro, li hanno obbligati a rientrare nei ranghi e in questo modo l’unione federale ha marcato un progresso… È per questo motivo che la Svizzera non guarderà mai senza un certo timore tali “Grandi” arrogarsi l’iniziativa di una federazione continentale o mondiale. Lo scacco di Napoleone e poi quello di Hitler, nei loro tentativi di unificare l’Europa sono utili avvertimenti. Ci confermano nella convinzione che non si può raggiungere l’obiettivo, che è l’unione, grazie a mezzi imperialisti. Questi non possono che condurre ad un’unificazione forzata, caricatura dell’unione autentica”.

Il secondo principio è la “rinuncia ad ogni spirito di sistema”. De Rougemont designa come “imperialismo” ogni ideologia che imponga all’intero continente soluzioni sistemiche uniformi (il pensiero va, naturalmente, alla disastrosa austerità neoliberista che è riuscita a fiaccare o mandare in recessione persino le economie della ex-area del marco). L’intellettuale svizzero enfatizza la necessità di rinnegare ogni tentativo di applicare una logica rigida e semplicistica, sia pure esteticamente accattivante, perché è “al tempo stesso infedele al reale, vessa le minoranze e distrugge le diversità che sono la condizione di ogni vita organica. Ricordiamo sempre che federare non è mettere in ordine secondo un piano geometrico, a partire da un centro o da un’asse; federare non è altro che mettere insieme, comporre in un modo o nell’altro queste realtà concrete ed eteroclite che sono le nazioni, le regioni economiche, le tradizioni politiche, ed è metterle d’accordo secondo i loro caratteri particolari, che vanno rispettati e articolati in un tutto”.

Il terzo principio è che nel federalismo le minoranze non sono un problema. Non lo sono nemmeno nel totalitarismo, che le sopprime, ma un ordinamento federalista non antepone i criteri quantitativi a quelli qualitativi. Quindi il piccolo può prevalere sul grande.

Il quarto principio è che una federazione non si pone come obiettivo quello di fondere le diversità in un unico blocco, ma le salvaguarda: “La ricchezza dell’Europa e l’essenza stessa della sua cultura sarebbero perdute se si tentasse d’unificare il continente, così da mescolare tutto e ottenere una sorta di nazione europea in cui latini e tedeschi, slavi e anglosassoni, scandinavi e greci si vedrebbero sottomessi alle stesse leggi e agli stessi costumi, che non potranno soddisfare nessuno di questi gruppi e che li distruggerà tutti. Se l’Europa deve federarsi è perché ciascuno dei suoi membri possa trarre beneficio dall’aiuto di tutti gli altri e riesca così a conservare le proprie particolarità e la propria autonomia, che non sarebbe in condizione di difendere da solo dalla pressione dei grandi imperi che lo minacciano. Ciascuna delle nazioni che compongono l’Europa rappresenta in essa una funzione propria e insostituibile, come quella di un organo dentro un corpo. Come la vita normale del corpo dipende dalla vitalità di ciascuno dei propri organi, allo stesso modo la vita di un organo dipende dalla sua armonia con tutti gli altri. Se le nazioni dell’Europa arrivassero a concepirsi in questo ruolo di organi diversi all’interno di uno stesso corpo, esse comprenderebbero che la loro armonia è una necessità vitale e non una concessione che si domanda loro o una domanda del loro proprio valore. Esse comprenderebbero anche che in una federazione esse non avrebbero a confondersi, ma a funzionare di concerto, ciascuna secondo la propria vocazione. Non sarebbe nemmeno una questione di tolleranza, virtù puramente negativa e che nasce il più delle volte dallo scetticismo. Ad ogni nazione sarebbe chiesto di dare il meglio di sé, alla propria maniera e secondo il proprio genio. Dopo tutto il polmone non deve “tollerare” il cuore. Tutto ciò che gli si domanda è di essere un vero polmone, quanto più gli è possibile e, in questa misura, di aiutare il cuore ad essere un buon cuore”.

Il quinto principio è che il federalismo non si limita a tollerare e rispettare la complessità (culturale, psicologica, economica, ecc.), la ama. Al contrario, il totalitarismo ama l’uniformità e l’ipersemplificazione (cf. “non ci sono alternative”, NdR)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/il-mito-del-consenso-unanime-e-la-crisi-del-patto-civile-con-lo-stato/

“Quando gli stranieri si stupiscono dell’estrema complessità delle istituzioni svizzere (di questa specie di movimento d’alta orologeria che compone i nostri ingranaggi comunali, cantonali e federali, così variamente accordati), bisogna mostrare che tale articolazione è la condizione stessa delle nostre libertà…È chiaro che leggi o istituzioni concepite in uno spirito unitario, giacobino o totalitario vesserebbero necessariamente uno o più di questi gruppi, tenderebbero a ridurre la loro varietà e mutilerebbero così in molte delle loro dimensioni le persone stesse che in essi si riconoscono. Certo è più facile elaborare decreti su una tabula rasa, semplificare le realtà con una tratto di penna, realizzando progetti in un ufficio e forzando quindi la loro realizzazione: distruggendo tutto ciò che resiste o semplicemente ciò che emerge. Ma ciò che si distrugge in questo modo è la vitalità civica di un popolo. Una politica federalista preoccupata di misurarsi con la realtà, sempre complessa, esige infinitamente più cure, maggiore ingegnosità tecnica e una migliore comprensione dei popoli che governa. Essa esige molto più autentico senso politico. Infine, se ci si riflette, si percepisce che la politica federalista non è nient’altro che la politica tout court, la politica per eccellenza, cioè l’arte di organizzare la città a beneficio dei cittadini; i metodi totalitari, invece, sono anti-politici per definizione, dato che semplicemente sopprimono le diversità a causa della loro incapacità a comporle in un tutt’uno organico e vivente”.

Infine, il sesto principio è che una federazione si forma dal basso e dalla periferia, non dall’alto e dal centro. Si forma con una progressiva, graduale convergenza fatta di accordi culturali, economici, politici, di persone che danno luogo ad interscambi, incontri, relazioni: “E tutto ciò che appare così frammentato e spesso così poco efficace forma un po’ alla volta strutture complesse, disegna i lineamenti di un’ossatura e il sistema dei vasi sanguigni di ciò che diventerà un giorno il corpo degli Stati Uniti d’Europa. Al di sopra e al di sotto dei governi, l’Europa è molto più pronta ad organizzarsi di quanto non sembri. Essa è già molto più unita, in realtà, di quanto non si creda. È sul piano dell’azione governativa che le opposizioni e le rivalità esplodono, è solo là che sono irriducibili”.

Come uscire dalla crisi senza rieditare l’episodio

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L’ORIGINE DELLA CRISI

La Spagna (e la Catalogna), come l’Irlanda, gli Stati Uniti e il Regno Unito, non hanno voluto controllare la loro bolla immobiliare. Liquidità facile, economia in piena espansione, e poi crash: tutte queste economie sono entrate in recessione dopo un collasso finanziario che ha colpito gli untori che disseminavano titoli tossici ed altri speculatori azzardati. In generale, i bassi margini di profitti ricavabili nell’economia reale occidentale e l’ancora più bassa propensione al rischio degli investitori hanno spinto il capitale verso il mattone e la bolla finanziaria. Il comportamento idiota di chi pensa solo al profitto immediato.

Così ci veniva detto che stavamo diventando sempre più ricchi anche se eravamo sempre più indebitati. Ricchezze inventate.

I BRICS crescono ma dipendono dalle esportazioni in Euro-America, ossia dal nostro progressivo indebitamento.

Intanto gli elusori fiscali hanno accumulato una quantità di capitali non tassati che sarebbe sufficiente a coprire il deficit europeo e inglese.

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I RISCHI DI IPERINFLAZIONE E LA CLEPTOCRAZIA

L’inflazione causata dalla continua emissione monetaria è tenuta a bada solo dal fatto che: (1) queste “ricchezze” non arrivano sul mercato ma rimangono congelate nelle banche; (2) quel che va in circolazione è controbilancio dalla spinta deflattiva dei consumatori che non si possono più permettere di spendere – da notare che, in Occidente, da un secolo a questa parte la crescita è dipesa principalmente dai consumi: non si investe più nell’economia reale e così il tasso di disoccupazione strutturale continua a crescere, mentre le bolle finanziarie si moltiplicano.

Le banche centrali occidentali non stanno facendo altro che seguire il pessimo esempio di Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, oggi quasi universalmente ritenuto responsabile del disastro finanziario che ha causato l’attuale crisi. Come lui, stampando denaro a manetta, stanno gonfiando altre bolle che prima o poi esploderanno, con conseguenze molto più disastrose delle precedenti (col passare del tempo le bolle diventano sempre più grandi perché servono per tappare buchi sempre più grandi). Come lui, lo fanno per salvare economie decrepite e banche insolventi (zombie banks) che ne approfittano per continuare a spacciare titoli tossici, nella certezza che tanto i contribuenti appianeranno ogni perdita.

Non sono plutocrati, sono cleptocrati, forse con un’alta concentrazione di psicopatici, altrimenti non si spiega non tanto la totale assenza di scrupoli, ma la dissennatezza di chi si comporta come se il mondo dovesse comunque finire domani e quindi tutto è lecito perché tanto non ci saranno conseguenze.

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L’ATTUALE GUERRA VALUTARIA

Questo fiume di liquidità anglo-americana è solo l’inizio di una guerra valutaria mondiale. Brasile, Cina e gran parte degli altri paesi emergenti hanno subito uno tsunami di valute che non sono carta straccia solo perché il Pentagono è ancora una formidabile macchina da guerra. Questa virtuale carta igienica chiamata “dollari” e “sterline” s’infiltra nelle loro economie e crea scompiglio nei loro mercati interni, strutture produttive ed esportazioni (le loro monete si rivalutano). Finora non hanno scelto la strada del protezionismo.

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EFFETTI DELLA SVALUTAZIONE

La svalutazione è un’altra forma di austerità. Quando una moneta si svaluta, la popolazione che la usa diventa più povera rispetto a chi non svaluta.

Ungheria, Bielorussia, Repubblica Ceca, Croazia, Regno Unito e Ucraina non sono nell’eurozona, eppure se la stanno passando davvero male.

Qui alcune scomode verità sull’economia islandese, esposte da un economista islandese piuttosto preoccupato per la prossima bolla in formazione e la scarsità di investimenti:

http://icelandicecon.blogspot.it/

Quanto al Giappone: il fallimento è grandioso ed allarmante. Svalutazione ed ulteriore indebitamento hanno solo reso ancora più vulnerabile l’economia nipponica e preoccupati gli investitori. I giapponesi non riescono a risolvere i loro problemi esportando perché i mercati sono saturi e i consumatori non spendono.

La svalutazione è una spada a doppio taglio. Le esportazioni crescono. Però Spagna, Grecia ed Italia hanno già esportazioni record, perché le “cure” neoliberiste puntano tutto sull’esportazione, come se esistesse una qualche civiltà invisibile o aliena che assorbe generalmente le esportazioni di tutti i paesi del mondo per evitare che qualcuno s’indebiti (l’hanno fatto per decenni gli USA e il loro debito è fenomenale).

Il rovescio della medaglia è che aumentano anche i prezzi delle importazioni (niente botte piena e moglie ubriaca). Poiché circa il 40% delle nostre esportazioni dipendono da beni semilavorati che abbiamo importato e trasformato e poiché dipendiamo dalle materie prime importate, ci troviamo ad importare inflazione (per questo l’inflazione inglese è molto alta rispetto alla nostra – 2,4% contro 1,1% -, sebbene i consumi inglesi siano ai minimi – senza che le loro esportazioni siano ripartite).

In un mondo che è radicalmente cambiato rispetto a quello della grande svalutazione 1992-94, credi che svalutare risolva tutti i nostri problemi: saremo in grado di riprenderci le produzioni che sono state progressivamente trasferite in Cina e nell’Europa dell’est (tessile, abbigliamento, mobili, etc.) ? Saremo all’altezza di fare concorrenza alle produzioni ad elevata intensità di capitale/ricerca su cui la Germania ha costruito il suo export e che le permettono alle aziende tedesche di pagare già oggi un costo del lavoro superiore del 40% rispetto all’Italia ? L’unica certezza è che pagheremo di più petrolio e materie prime (70 mld di import netto nel 2011) e tutte le altre cose che non siamo più in grado di realizzare in Italia (chimica fine, farmaceutica, elettronica, aeromobili, etc.).

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/11/emilio-l-un-punto-di-vista-scomodo-su-eurozona-ed-economia-italiana/

“Proporre l’uscita dall’euro è un tentativo di aggirare il problema senza risolverlo: tra il 1992 ed il 1995 la lira perse il 40% del proprio valore rispetto al marco tedesco, dandoci un sollievo solo temporaneo che non ci ha impedito di impattare in una nuova crisi ancora più drammatica. Oggi poi, gli esiti di una tale manovra sarebbero molto più incerti, considerate le tensioni a livello internazionale ed il fatto che le produzioni italiane occupano una posizione più marginale in un mercato mondiale divenuto nel frattempo molto più affollato e competitivo”.

http://marionetteallariscossa.blogspot.it/

La svalutazione è la tecnica preferita dai perdenti che non sanno gestire la propria economia e vogliono un rimedio istantaneo che non li costringa a sanare le proprie magagne. Il Regno Unito ha svalutato nel 1949, 1967, 1991, 2008 e ora è un paese deindustrializzato, senza alcuna prospettiva economica, che sopravvive solo grazie alla finanza predatoria (e all’inglese). Noi siamo messi meglio, ma non possiamo certo dare la colpa ai tedeschi per la nostra situazione (il governo tedesco è responsabile del gravissimo rifiuto di ogni possibile soluzione che non trasformi il Sud Europa in un protettorato tedesco – es. grandi investimenti su scala continentale che riducano la disoccupazione: quel che è venuto prima è colpa nostra).

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L’EUROZONA COME CAPRO ESPIATORIO: IL PROBLEMA È IL CAPITALISMO

Incredibilmente, molte persone di sinistra sono salite sul carro dell’anti-europeismo e ci sono rimaste, pur avendo constatato a più riprese che di stratta di un movimento contro-rivoluzionario erede del thatcherismo. Una forza populista reazionaria guidata da demagoghi razzisti, saltimbanchi, ciarlatani (Farage, Sarrazin, Berlusconi+Lega Nord, Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders, Heinz-Christian Strache, che è ancora più a destra di haider) e da media controllati dalla finanza internazionale (Economist, Wall Street Journal, Financial Times, Telegraph, ecc.).

È come essere tornati indietro agli anni Venti e Trenta, quando i comunisti tedeschi erano più intenti a combattere i socialdemocratici che i nazisti.

Noi, come gli inglesi, spagnoli, ecc. ci siamo trovati nella pessima posizione di chi non può competere con tedeschi e giapponesi sulla qualità e men che meno con cinesi ed indiani sulla convenienza.

La gente deve capire che questo è il capitalismo. È un modello di sviluppo iniquo che amplifica le disparità. Il centro (e la sommità della piramide) fanno la parte del leone, periferia (e base della piramide) si accontentano degli avanzi e delle briciole. La periferia della zona euro, dell’Italia, del Trentino, della città di Trento non sarà mai competitiva con il centro. Anche trasferendo i lombardi in Puglia e i pugliesi in Lombardia, la Lombardia continuerà a restare l’area egemone del paese. La Germania dell’Est non recupererà mai il gap che la separa dal resto della Germania. Anche privando il Trentino Alto Adige della sua autonomia, la regione continuerà a trarre vantaggio dalla sua posizione intermedia tra Baviera e Val Padana.

Questo perché il dinamismo del nucleo centrale attira ed agglomera capitali, innovazione, crescita e sinergie: ciò conferisce considerevoli vantaggi in quei settori chiave nei quali le regioni più arretrate non possono competere. Di conseguenza il divario non potrà che acuirsi. A meno che il Mediterraneo non torni ad essere un’area strategica del commercio mondiale, il Nord Europa si allontanerà sempre di più dal Sud Europa. E questo a prescindere dall’esistenza della zona euro.

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PICCOLO È BELLO – IL MANTRA DEGLI EUROFOBI

Piccolo è efficiente; grande è inflessibile e poco gestibile e, in ultima analisi, condannato alla frammentazione ed alla disintegrazione.

Lo si chieda a sloveni e croati (in recessione). Eurofobi e secessionisti vorrebbero il riavvolgimento della storia europea, per tornare ai piccoli principati con proprie monete di nessun conto in un mondo globalizzato e una sovranità sui loro tassi di interesse del tutto fittizia in un sistema in cui gli oligopoli finanziari e le grandi potenze fanno il bello e il cattivo tempo. Tali “entità” indipendenti sarebbe presto riassorbito nelle sfere d’influenza degli stati più grandi, dovrebbero ancorarsi comunque a valute di peso mondiale e le loro politiche economiche sarebbero determinate dall’esterno. È evidente che Hong Kong, Singapore, Qatar, Bahrein, Kuwait, Liechtenstein, Lussemburgo, Costa Rica, Belize, Panama, Brunei ecc. resteranno “sovrani” solo finché potranno tornare utili ai mercati.

Le uscite a catena dall’eurozona causerebbero un’escalation della guerra valutaria e commerciale che è già in corso. Tutti PIIGS correrebbero al ribasso, cercando di impoverirsi, deliberatamente, per ottenere un vantaggio competitivo rispetto ai vicini, esportando i loro problemi verso il vicino meno rapido e scaltro: bellum omnium contra omnes. Poiché lo faranno tutti assieme, ciò potrà solo aggravare la crisi. I bassissimi tassi di interesse ed il caos generalizzato saranno manna per gli speculatori – che si divertono a mettere una valuta contro l’altra e quindi più ce ne sono  meglio è (cf. Soros: l’euro è nato proprio per fermare quelli come lui, ma noi lo invitiamo con tutti gli onori al festival dell’economia di Trento) –, come lo furono negli anni Trenta e, non serve dirlo, per i paladini del dollaro.

Naturalmente la disgregazione non si fermerà necessariamente al livello degli stati nazionali. I movimenti separatisti e secessionisti spezzetteranno Belgio, Spagna, Italia e anche il Regno Unito, che pure non è nell’eurozona (se la Scozia se ne va, non ci sarà ragione di trattenere l’Irlanda del Nord). I tedeschi del sud vorranno continuare a sovvenzionare berlinesi e tedeschi dell’est?

Nella lotta dei piccoli contro un capitale predatorio, mobilissimo, transnazionale, ci può essere un solo, intuibile, vincitore.

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LA MORTE DEL CAPITALISMO

Non ci sarà alcuna ripresa, ma solo una crisi incessante (1987, 1991, 1997, 2000, 2007, 2013?) una lotta continua per il controllo di risorse insufficienti (sarebbero abbondanti ma il capitalismo prospera solo in un regime di scarsità reale o artificiosa). Fino all’inflazionistico collasso finale. L’assenza di un’alternativa condannerà noi e le generazioni future ad un’esistenza non invidiabile.

Le cose cambieranno comunque, radicalmente, semplicemente perché nulla è immutabile. La disintegrazione del capitalismo neoliberale sarà caotica e si verificherà che noi lo si voglia o meno, perché il sistema non è più in grado di perpetuarsi indefinitamente, è insostenibile. La sorte del comunismo ora tocca al capitalismo finanziario (occidentale, anglo-americano) e l’America farà la fine dell’Impero Romano (o del Terzo Reich).

In piena coerenza con i suoi presupposti: se il fallimento è la giusta punizione dei perdenti, allora il capitalismo è destinato al fallimento e il colpo di grazia giungerà dai fallimenti a catena delle banche zombie (JP Morgan Chase, HSBC – la banca che aiutava i cartelli della droga e i terroristi, Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Deutsche Bank, ecc.), tenute in vita benché già morte, a spese dei contribuenti.

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CHE FARE?

C’è chi è sufficientemente ingenuo ed ignorante (selettivamente informato) da credere che proprio i suoi carnefici possano essere i suoi salvatori.

Penso a Mario Monti

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/17/il-grigiocrate-mario-monti-nellera-dei-mediocri-di-augusto-grandi-il-sole-24-ore-premio-saint-vincent/

a Thilo Sarrazin

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/03/26/chi-vuole-la-morte-delleuro-e-perche-dellinsostenibile-superficialita-eo-malafede-degli-eurofobi/

oppure a Nigel Farage, l’ex trader/broker della City che vuole più deregolamentazione, più condizioni di lavoro à la Wal-Mart (= Marchionne), più disuguaglianza, solo sindacati compiacenti, più divisioni geopolitiche, più servilismo nei confronti di Washington

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/06/chi-e-veramente-nigel-falange-cioe-farage/

In alternativa, per attenuare l’impatto della catastrofe, occorre adottare, congiuntamente (nessun paese, da solo, può fronteggiare i mercati) provvedimenti come i seguenti:

1. Lavori pubblici e programmi per ridurre la disoccupazione. Reddito minimo garantito;

2. Nazionalizzazione di tutte le istituzioni bancarie e creazione di una banca nazionale;

3. Controlli sui capitali in entrata ed in uscita;

4. Norme e trasparenza nel settore finanziario e nella politica e più pluralismo sui media;

5. Abolizione dei paradisi fiscali e dei vari trucchi che favoriscono gli elusori/evasori fiscali;

6. Ritiro delle truppe dalle varie guerre “umanitarie” ed abbandono della NATO;

7. Armonizzazione delle aliquote per le imprese all’interno dell’UE (per impedire una corsa al ribasso);

8. Fine dello status di riserva globale goduto dal dollaro;

9. Indicizzazione dei salari, pensioni e tassi di interesse all’inflazione;

10. Transizione da tassazione indiretta (IVA) a imposte dirette (es. imposta unica sul valore fondiario);

http://versounmondonuovo.wordpress.com/tag/imposta-unica-sul-valore-fondiario/

Inoltre:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/14/gli-economisti-francesi-contro-lausterita-unalternativa-in-12-punti/

È facile immaginare che una tale riforma sarebbe ferocemente avversata dalle oligarchie finanziarie e le elite di moltissimi paesi. Per questo è necessario che questa vera e propria rivoluzione sia esportata rapidamente in ogni recesso del pianeta. L’Europa ne sarà sicuramente la culla ed essa sarà poi esportata negli Stati Uniti, ricambiando il favore di fine Ottocento. Lì avrà vita durissima: tutto è pronto (giuridicamente, militarmente), per sopprimere ogni velleità di cambiamento, se possibile sfruttando il feticismo delle armi come pretesto per sopprimere ogni protesta:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/05/04/under-the-dome-linvoluzione-degli-stati-uniti-verso-un-quarto-reich/

Troverà comunque l’entusiastico supporto di miliardi di persone. Mentre due secoli fa il gap delle ricchezze tra paesi più ricchi e paesi più poveri era di 3:1, ora è di quasi 100:1 (UN Development Report). D’altro canto un nero ha più possibilità di vivere a lungo in Giamaica che negli USA.

L’indipendenza non è un diritto, è un capriccio (il nazionalismo scozzese e sudtirolese)

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L’indipendenza scozzese: panem et circenses

Le promesse dei nazionalisti scozzesi diventano ogni giorno più fantastiche. La cosa non deve sorprendere: i sondaggi li danno in ripiegamento.

Brian Wilson, Guardian, 7 febbraio 2013

“Si tende ad essere benevoli verso i nazionalismi altrui, quando li si guarda da una certa distanza. Diversa è la cosa se si vive in una realtà nazionalista.  Quando però si recuperano le proprie facoltà critiche, è chiaro che tutti i nazionalismi hanno una cosa in comune: dividono le persone per categorie identitarie e creano confini laddove non ne esistevano.

Questo è lo scenario che la Scozia deve ora affrontare. Non vi è alcun marcato aumento di richiesta di indipendenza, e ancor meno giustificazioni. Tranne che nella testa di qualche paranoico, non siamo perseguitati, derubati, discriminati o esclusi. Dal punto di vista sociale ed economico abbiamo le stesse ragioni di lamentarci di molte altre parti del Regno Unito.

Lo zoccolo duro dell’indipendentismo scozzese si attesta a circa il 20%, ma vi è anche una significativa domanda di poteri più decentrati. Se si sottopone all’attenzione degli scozzesi un elenco di problemi che li riguardano, questi danno le stesse risposte degli inglesi, con le modifiche costituzionali che arrancano molto dietro ai soliti apripista – posti di lavoro, la salute, l’istruzione e una dozzina di altre questioni.

La differenza è che la Scozia ora deve rispondere a una domanda che solo una minoranza vorrebbe fosse posta: “La Scozia dovrebbe diventare una nazione indipendente?” E questo perché, due anni fa, il 21% degli scozzesi ha votato per i nazionalisti, dando loro la maggioranza assoluta. Il SNP (partito nazionalista scozzese) ha in mano le leve del potere e ha il diritto di usarle. Di qui il referendum.

Questa settimana sono andati un po’ oltre. Pur non avendo ancora fissato una data per il referendum, hanno annunciato che l’”Independence Day” [giorno della proclamazione dell’a sovranità] si terrà nel marzo del 2016. Il circo è già organizzato, mentre altri dovranno preoccuparsi del pane. L’intenzione è quella di creare un’aria di inevitabilità alla marcia per l’indipendenza, e in questo sono assistiti dalla disposizione delle notevoli risorse del governo devoluto.

I sondaggi indicano che la campagna separatista è in stallo.

Quando le opzioni sono ridotte a due, il sostegno per l’indipendenza sale al 25-30%. Ma sarebbe sciocco supporre che rimarrà lì. Giocando sul lungo periodo, lo SNP conta sul fatto che entro la fine del 2014 la scelta sarà tra l’indipendenza e la probabilità di un altro governo conservatore, il che potrebbe alterare significativamente lo stato d’animo prevalente.

Quelli di noi che non vogliono frantumare la Gran Bretagna non sono del tipo che si commuove nel veder garrire la bandiera dell’unione. Noi crediamo che staremo meglio insieme che divisi, e che non c’è alcuna ragione credibile per dissolvere 300 anni di storia comune. Sappiamo che ogni cambiamento progressivo che ha beneficiato la gente comune in tutto il Regno Unito è stato conquistato e votato da persone a Newcastle e Liverpool tanto quanto a Glasgow e Edimburgo.

E sappiamo che se lo SNP ce la farà, non sarà solo la Scozia a pagarne il prezzo, a prescindere dagli ipotetici benefici che sono stati promessi. Saranno anche i nostri amici, familiari e compagni ad essere abbandonati alla loro sorte in un “resto del Regno Unito” politicamente sbilanciato, in un paesaggio molto più ostile [la Scozia è una regione “rossa”, NdT]. Non c’è nulla di lontanamente progressista, per nessuno di noi, in questo.

Questa settimana il governo scozzese ha allegramente promesso che, se la gente voterà per l’indipendenza della Scozia, il tutto si risolverà nel giro di 18 mesi [tra il 2014 ed il 2016, appunto, NdT]. Non possono dirci che valuta sarà impiegata o che tassi di interesse saranno fissati, però possono dirci quanto dureranno i negoziati.

La loro intera argomentazione economica si basa sulla richiesta della maggior parte dei ricavi delle risorse energetiche del Mare del Nord, ma presuppongono che un benevolo governo Tory [conservatori] sia disposto a sottoscrivere tranquillamente ogni aspetto della separazione dei beni che sarà loro proposta, al fine di agevolare il grande party al castello di Edimburgo. Basano la loro politica energetica sull’assunto che i consumatori inglesi sovvenzioneranno le energie rinnovabili scozzesi mentre la Scozia si appropria dei proventi del petrolio [NB cosa succederebbe se le isole Shetland votassero per l’indipendenza dalla Scozia e poi reclamassero una parte di quegli stessi proventi, in quanto ricavati dalle proprie acque territoriali? NdT]. Sono stati presi in castagna quando mentivano spudoratamente in merito all’automatica adesione all’UE che, è ormai chiaro, non sarebbe tale.

A sostegno della loro tesi che il processo richiederebbe solo 18 mesi, – e ricordate che questo è un documento ufficiale del governo, non una nota di partito – hanno fatto riferimento a quei 30 paesi che hanno ottenuto un divorzio all’acqua di rose dai vicini o dai loro signori coloniali: dal Mali al Montenegro, alle isole Kiribati nel mare del sud.

L’idea che esista un paragone pertinente con la dissoluzione di 300 anni di relazioni, istituzioni condivise ed interdipendenza economica nel Regno Unito può essere assurda, ma è indicativo dell’approccio nazionalista. Sanno che dovranno limitarsi ad ingannare la maggior parte delle persone per un singolo giorno, nell’autunno del 2014, e il futuro apparterrà a loro. Si tratta di un grande trofeo, e il fine sarà utilizzato senza pietà per giustificare i mezzi”.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/07/scottish-nationalists-bread-and-circuses

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Non esiste una nazione in cui gli elettori ottengono ciò che vogliono, anche solo occasionalmente. Anche se vincono i “nostri”, l’azione di governo dovrà comunque tener conto delle esigenze di tutti. L’infantilizzazione della società contemporanea ha però indotto molti a credere che se i propri desideri non vengono esauditi, allora è giusto che ciascuno se ne vada per la sua strada. Ci si divide in gruppi sempre più piccoli, alla ricerca di una crescente conformità di vedute che è tossica per la mente, per la coscienza, per la società e per la civiltà umana. I miti della cultura, della patria, della lingua, della fede, ecc. sono solo espressione di coscienze immature che antepongono al benessere collettivo il benessere della propria parrocchia e campanile, o l’interesse personale. L’egoismo è all’origine dell’attuale Depressione (la chiama Depressione anche Paul Krugman, Nobel per l’Economia, ne “Il ritorno dell’economia della depressione”, 2013), l’egoismo degli speculatori, delle caste, delle categorie, delle nazioni, delle classi, e così via.

Con la risoluzione 1832 (2011) concernente “la sovranità nazionale e lo stato di diritto nel diritto internazionale contemporaneo: necessità di un chiarimento”, il Consiglio d’Europa – che non è un’istituzione dell’Unione Europea, ma include la Corte Europea per i Diritti Umani ed è la fonte della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” – ha dato priorità all’integrità degli stati stabilendo che questa può cessare solo in caso di oppressione e violenze che impediscano una riconciliazione pacifica tra le parti. Il diritto all’ autodeterminazione non dà luogo a un diritto automatico alla secessione. Il rapporto che accompagna la risoluzione afferma quanto segue:

all’infuori del processo di decolonizzazione, l’opinione prevalente non vede nel diritto all’autodeterminazione un fatto costitutivo del diritto per ogni gruppo minoritario regionale di addivenire alla secessione da uno stato esistente. L’autodeterminazione delle minoranze dovrebbe essere piuttosto realizzata per mezzo della partecipazione al governo dello Stato nel suo complesso, e attraverso la devoluzione del potere con lo sviluppo dell’autonomia regionale, vale a dire l’auto-governo in questioni come l’istruzione, la cultura, ecc., ad esclusione dell’indipendenza”.

http://www.mfa.gov.cy/mfa/mfa2006.nsf/All/F1D37E25613644E1C22579210036662B/$file/Report%20on%20national%20sovereignty%20%20statehood%2012%207%202011.pdf?OpenElement

Il governo britannico non era tenuto a concedere la possibilità di votare per l’indipendenza, ma l’ha fatto. Difficile considerarlo un governo oppressivo e violento.

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http://www.raetia.com/it/shop/item/1567-contro-i-miti-etnici.html

La grande famiglia europea, nella più grande famiglia umana

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Pare dunque che la popolazione europea non stia sottovalutando le conseguenze della frantumazione dell’eurozona, come invece tendono a fare certi maître à penser

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/08/eletto-obama-ora-i-piigs-potrebbero-lasciare-leuro-i-pro-e-i-contro/

Bene così.

Le economie regionali di Cina e Stati Uniti sono molto più eterogenee di quelle europee

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_U.S._states_by_income

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-09-30/grande-migrazione-cinese-024726_PRN.shtml

eppure non pare che quei due paesi siano in procinto di disgregarsi. I loro governi e banche centrali provvedono a fare in modo che le asimmetrie siano controbilanciate a sufficienza da evitare il collasso delle due nazioni. Lo stesso accade in Russia, Canada, Australia e in tantissimi altri paesi.
Infatti possono fare tutto quel che serve per difendere la propria sovranità e la cittadinanza, se i governi sono al servizio dell’interesse generale. Come come quelle che dovrà fare l’Unione Europea e che un singolo stato europeo, invece, non potrebbe mai fare:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/14/gli-economisti-francesi-contro-lausterita-unalternativa-in-12-punti/

L’intrinseca scorrettezza dell’impostazione eurouscitista più dura e pura sta nella falsa scelta secca che impone tra l’Europa merkeliana-francofortese e il ritorno alla lira o ad un’altra valuta post-euro, cancellando tutte le altre opzioni collocate tra questi due estremi.

La seguente analisi di un fautore dell’uscita dall’eurozona è molto più onesta ed apprezzabile, perché presenta almeno a grandi linee il progetto di Syriza, che prospetta un certo tipo di riforma dall’interno (ce ne sono altri), pur restando scettico sulla sua attuabilità (senza comunque spiegare perché non dovrebbe funzionare – se invece di perorare cause disfattiste si desse costruttivamente una chance a Syriza ed altri ora saremmo messi meglio) :

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11503

L’unione europea non è certo stata pensata da degli psicopatici ma da statisti che volevano sapientemente porre fine a violenze ed egoismi collettivi. Fin dall’inizio, però, certe forze si sono attivate per salire a bordo clandestinamente e poi prendere il controllo dell’imbarcazione. Ora fanno di tutto per buttare fuori bordo i passeggeri e tenersela per sé e ci sono dei passeggeri che addirittura si offrono volontari per darsi in pasto ai pesci e urlano agli altri di seguire il loro esempio, invece di restare a bordo e scacciare i pirati. Così chi ancora crede in questa imbarcazione si trova a dover combattere contro pirati e aspiranti suicidi, involontariamente coalizzati.
[N.B. Per la verità non è una coalizione propriamente involontaria: è evidente che i pirati hanno tutto l'interesse a farsi passare per onnipotenti e convincere i passeggeri a togliersi di mezzo spontaneamente].

*****

Chi si oppone all’unificazione europea in quanto tale, indipendentemente dal modo in cui sarà realizzata, ossia dando per scontato che il risultato non potrà che essere una tirannia, non ragiona in maniera troppo diversa da chi si opponeva all’unificazione italiana.
L’esito dipende dalla volontà dei cittadini europei: se vorranno che nasca una confederazione europea con una banca centrale al servizio dell’economia e non della finanza ed un governo europeo di nomina democratica incline a pratiche democratiche in un assetto complessivo in cui macroregioni, stati e cittadini europei (tramite l’europarlamento e la democrazia partecipata) abbiano più voce in capitolo, allora sarà quell’idea d’Europa a prevalere e non una tecnocrazia supina di fronte agli interessi delle multinazionali e delle banche. I movimenti di protesta pan-europei dell’anno scorso lasciano intravedere un futuro di cittadinanza europea attiva, partecipe e sovrana che fa ben sperare.
I poteri forti malevoli non sono onnipotenti e non sono gli unici in gioco.

 Al momento la Germania – affetta dalla sindrome della botte piena e della moglie ubriaca – è l’unico, serio ostacolo sulla strada dell’unificazione europea ed alla risoluzione della crisi:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/04/la-modesta-proposta-per-superare-la-crisi-delleuro-di-yanis-varoufakis/

Accade per via della faziosità dei media tedeschi e del governo, che disorientano la popolazione, la ingannano, la indottrinano:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/30/il-lavaggio-del-cervello-che-stanno-subendo-i-tedeschi-e-tutti-gli-altri/

E per la persistenza di ridicoli miti etnici al servizio del liberismo neofeudale che rendono l’ammaestramento più efficace:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/14/lumache-giapponesi-bradipi-tedeschi-ed-altri-miti-etnici/

Questa resistenza tedesca (una vera e propria guerra economica ai danni del resto d’Europa) non durerà ancora a lungo. La loro economia sta cedendo, com’era inevitabile, dato l’alto grado di interdipendenza mondiale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/29/quando-i-tedeschi-capiranno-che-la-merkel-li-ha-truffati/

L’idea di un’Unione Europea non è nata come complotto neonazista per prendersi una rivincita dopo la sconfitta del Terzo Reich o come complotto della NATO per estendere la sua egemonia fino ai confini russi. Forze che operano in quelle due direzioni esistono, in Baviera ed al Pentagono,

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/lucio-caracciolo-leuropa-e-finita-considerazioni-di-immenso-buon-senso-sulleuropa-sullitalia-e-su-altro-ancora/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/23/la-geopolitica-dei-miti-etnici-la-morte-delleurozona-e-lavvento-dellimpero/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/08/stati-uniti-deuropa-i-dubbi-dei-costituzionalisti-e-delle-persone-di-buon-senso/

ma sono anche le stesse forze che spingono per la balcanizzazione del nostro continente, dato che un’effettiva unione (rispettosa delle autonomie dei popoli), ridimensionerebbe la loro influenza:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/03/alto-adige-baviera-catalogna-veneto-parco-della-vittoria-viale-dei-giardini-il-vaso-di-pandora-dei-separatismi/

La confederazione europea sarà qualcosa di diverso dagli Stati Uniti d’Europa, sarà qualcosa di nuovo, di mai sperimentato prima, sul modello elvetico, ma con delle sensibili migliorie. Questo era il progetto iniziale (cf. Michael Sutton, “France and the Construction of Europe 1944-2007: The Geopolitical Imperative”) e lo tornerà ad essere. Non solo perché è nell’interesse di mezzo miliardo di europei e del mondo, ma perché le forze che sospingevano Jean Monnet & co. sono più che mai determinate a contrastare l’intolleranza, il fanatismo, l’avidità ed il vizio separatista-etnocentrico-isolazionista che affligge le menti ristrette.

Esistono europeisti e globalisti motivati da cupidigia, tracotanza ed egoismo che realmente progettano distopie sul modello di Singapore (o della Cina “comunista”), o di Nea So Copros

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

da applicare su scala planetaria per poter massimizzare lo sfruttamento delle risorse umane (cf. amazon.de ed il nuovo schiavismo)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/18/abolizionismo-2013-2014-un-aneddoto-personale-ed-un-fatto-di-cronaca/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/31/commesse-e-commessi-di-tuttitalia-unitevi/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

ma esistono anche europeisti e globalisti animati dalle migliore intenzioni: altruismo, condivisione, spirito comunitario, unificazione del genere umano in una famiglia o in un coro in cui ciascuno canti con la sua voce e non sia costretto ad uniformarsi ad un pensiero unico, ad un’unica direzione di “sviluppo”.

Questi ultimi lottano contro settarismi, nazionalismi, la sfrenata competizione e l’iniquità insite nel capitalismo sregolato.

I nomi sono noti: F.D. Roosevelt ed Eleanor Roosevelt, Charles de Gaulle, i fratelli Kennedy, Bruno Kreisky, Willy Brandt, Mario Cuomo, Olof Palme, Aldo Moro, Alcide Degasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Martin Luther King, Thomas Sankara, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Dominique de Villepin, Nelson Mandela, Benazir Bhutto, Dag Hammarskjöld, Jimmy Carter, Nikita Krusciov, papa Giovanni XXII, Federico Mayor, Irina Bokova, Roberto Assagioli, ecc.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/09/quei-santuomini-dei-fratelli-kennedy/

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/arduo-da-vedere-illato-oscuro-e.html

E poi ci sono le nuove leve, come Alexis Tsipras o Beatriz Talegon, che un giorno, se faranno le scelte giuste, saranno forse celebrate come i giganti di cui sopra:

http://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=2499

L’unità della famiglia umana, a partire dall’esperimento europeo, è l’unica maniera per stroncare l’ascesa prepotente degli oligopoli finanziari e della tirannia dei mercati e per scongiurare le violenze di massa di un 1848 globale, i cui esiti sarebbero imprevedibili.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/e-successo-un-quarantotto-la.html

È il nostro destino, come è stato auspicato dallo stoicismo, dal cristianesimo delle origini, dal buddhismo, dal taoismo, dal sufismo, dall’umanesimo rinascimentale, dall’illuminismo, dallo spirito con cui sono state fondate le Nazioni Unite (che non dovevano certo diventare uno strumento di imperialismo), la Croce Rossa, l’UNESCO, ecc.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/19/il-rinascimento-umano-la-ricetta-dellunesco-per-ridarci-dignita-e-un-futuro/

Ce lo ingiungono il buon senso e la buona volontà

Tutti per uno, uno per tutti: unità delle coscienze nella molteplicità delle forme, nella fratellanza compassionevole e quindi nella perequazione delle risorse (giacché le disparità che creano stenti e squallore sono la principale causa di conflitto e le risorse del pianeta non appartengono a qualcuno in particolare, essendo per definizione e per loro natura dei beni comuni).

Non certo un Mondo Nuovo huxleyano uniformato, livellato, meccanico, mentalmente intorpidito, psicopatico e materialista: la vita biologica e quella della mente amano la diversità e si estinguono nell’isolamento autarchico.

http://www.raetia.com/it/shop/item/1567-contro-i-miti-etnici.html

http://unesdoc.unesco.org/images/0019/001924/192499m.pdf#page=20

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Siamo dunque arrivati al punto cruciale.

L’unificazione dell’umanità (il “tutti per uno, uno per tutti” e l’”uniti nella diversità”) è un progetto malevolo?

Oppure il complottismo sul Nuovo Ordine Mondiale che osteggia l’unificazione dell’umanità fa comodo proprio a chi desidera una tirannia globale di carattere liberista neofeudale e, a questo scopo, sfrutta il classico divide et impera?

Questa è la radice del problema: chi crede che i potentati finanziari siano invincibili preferirà che le cose rimangano (pessime) come sono; chi invece crede che un’umanità unita avrebbe la forza di scrollarsi di dosso psicopatici & co. dovrebbe essere a favore dell’UE e di Nazioni Unite più forti e libere da influenze di nazioni e lobby finanziarie, per emanciparsi dalla NATO (e poi anche dell’egemonia cinese e di qualunque altra potenza) e dal giogo dei mercati.

Vedete voi, la scelta è vostra. Non mi disturba l’idea di essere liquidato come un “utile idiota” se vi interrogate sulla possibilità che possiate esserlo voi.

Questo libro (e mi auguro anche altri) sarà testimone della mia buona fede e del mio impegno. Saranno i posteri a giudicarmi.

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Voci autorevoli che non la pensano come Bersani sulla guerra nel Mali

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8 indizi (per una volta debitamente riportati dalla stampa internazionale) che fanno supporre che la questione sia un po’ più complicata di come la descrive Pierluigi Bersani:
1. La base di droni americana che sarà costruita nel Niger, vicino al confine con il Mali;
2. I numerosi testimoni che hanno segnalato la presenza di un canadese e di due francesi alla testa della banda di jihadisti che ha sconfinato in Algeria per prendere degli ostaggi (Tigantourine);
3. La presenza sul terreno di forze speciali americane per operazioni clandestine qualche mese prima dell’intervento francese;
4. Il fatto che nell’area tra Mali e Niger vi siano alcune tra le più importanti riserve mondiali di uranio (terzo posto nel mondo), oltre a petrolio e gas;
5. I recenti accordi commerciali e di sfruttamento delle risorse siglati da Mali, Niger e Cina;
6. Il fatto che gli jihadisti siano finanziati quasi certamente dal Qatar e probabilmente anche dall’Arabia Saudita, entrambi alleati della NATO;
7. L’opposizione algerina alle politiche NATO nel Nord-Africa (ma potrebbero anche cambiare casacca);
8. Il coinvolgimento dei presunti fondamentalisti islamici nel narcotraffico e nel traffico d’armi e il loro precedente servizio reso alla coalizione anti-Gheddafi (= il fattore religioso è secondario ma ai governi occidentali fa comodo continuare a sfruttare l’infinita Guerra al Terrore);

**********

Senza alcun dibattito parlamentare, il governo inglese ha già deciso che invierà un corpo di spedizione nel Mali.
Solo due settimane fa Cameron l’aveva escluso categoricamente.
Giusto perché sia chiaro che la guerra è appena agli inizi.
Dovremo partecipare anche noi? Ce lo chiederà l’Europa? Qualche caduto italiano per poterci sedere al tavolo delle trattative e delle spartizioni?

Anche tralasciando la parte in cui Al-Qaeda viene creata a tavolino dagli americani (cf. Brzezinski) per combattere i russi in Afghanistan, la parte in cui l’amministrazione Bush ignora sistematicamente ogni avvertimento dell’intelligence statunitense pre-11 settembre 2001 e la parte in cui Al-Qaeda viene incolpata di tutto, dal riscaldamento globale, alle fantasmatiche armi di distruzione di massa irachene, al tasso di obesità americano, la Guerra al Terrore rimane una criminale bestialità.

Serve solo ad ingigantire lo status dei terroristi: “l’America contro i terroristi yemeniti”, “Israele contro Gaza”, “la Francia contro i terroristi maliani”, “gli Stati Uniti e la Francia contro i terroristi somali”: i terroristi si spostano, riaffiorano carsicamente in un altro paese, godono di un’aura di invincibilità e di persecuzione da parte dei poteri forti che li rende “cool” e l’immagine dell’occidente finisce per deteriorarsi fino a rassomigliare a quella del patetico Wile E. Coyote alle prese con l’imprendibile ed invincibile “struzzo” Beep Beep.

In questo modo gli jihadisti sono consacrati agli occhi di migliaia di giovani musulmani che vedono i droni e i missili occidentali che causano eccidi di civili e che decidono a loro discrezione quali siano i tiranni da abbattere e quali invece quelli da sostenere anche contro la volontà dei loro sudditi.

In particolare, nel Mali, l’intervento francese in appoggio al Sud del Mali servirà solo a rinsaldare un’alleanza tra tuareg e jihadisti che era in crisi e che ora troverà nuovo vigore, con migliaia di combattenti che conoscono molto bene la regione e le tecniche di guerriglia.

Invece di isolare i terroristi dalla popolazione, quest’ultima si rassegnerà all’idea che sono l’unica autorità che possa tenere insieme il nord del Mali e proteggerli dalla pulizia etnica dei maliani del sud.

Contemporaneamente, il Sud del Mali diventerà uno stato fantoccio della Francia, tenuto in vita a forza per evitare l’anarchia, non diversamente dal Vietnam del Sud degli anni Sessanta e Settanta. L’unico risultato sarà quello classico (es. Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan): frammentazione e partizione dello stato, islamizzazione e terrorismo.

Poiché queste cose ormai non possono non saperle, ne consegue che lo fanno apposta: ordo ab chao.

L’obiettivo primario è la destabilizzazione dell’Algeria

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/23/fallimento-in-siria-ci-si-gioca-lalgeria/

e il controllo del Niger

http://www.lettera43.it/cronaca/africa-occidentale-forse-una-base-per-droni-usa_4367581683.htm
il Mali consente di prendere due piccioni con una fava.

Non tengono però conto del fatto che il boccone è troppo grosso persino per la NATO – evidentemente danno per persa la Siria, ma poi dovranno spiegare la cosa a milioni di persone che per mesi hanno ascoltato una singola versione dei fatti (“mancano pochi giorni alla caduta di Assad”, “la popolazione siriana non lo tollera più”, ecc.). Hanno commesso un enorme errore strategico.

LE VOCI DEL DISSENSO

“Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara”.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

“Il Mali, un paese amico, crolla. Gli jihadisti avanzano verso sud, e c’è una certa urgenza.

Ma non facciamoci prendere dal riflesso condizionato della guerra per la guerra. Quest’unanimità per l’andare in guerra, questa evidente precipitazione, argomenti già sentiti sulla “guerra al terrore”, mi preoccupano. Questa non è la Francia. Dovremmo aver tratto delle lezioni dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia. Queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario, hanno rinfocolato il separatismo, il fallimento degli Stati, la ferrea legge delle milizie armate.

Non hanno permesso di sconfiggere i terroristi che sciamano nella regione. Al contrario, ne hanno legittimate di ancora più radicali.

Nessuna di queste guerre ha assicurato la pace in una data regione. Al contrario, l’intervento occidentale ha consentito a tutti di scaricare le proprie responsabilità.
Peggio ancora, queste guerre sono un ingranaggio. Ciascuna crea le precondizioni per la prossima. Sono le battaglie di una singola guerra che si sta espandendo dall’Iraq verso la Libia e la Siria, dalla Libia verso il Mali inondando il Sahara con il traffico di armi di contrabbando. Tutto questo deve finire.

Nel Mali, non esiste una sola premessa per un successo finale. Combatteremo al buio, privi di un obiettivo bellico. Arrestare la progressione jihadista verso sud, riconquistare il nord, sradicare le basi AQIM: ciascuna di queste è una guerra a parte.

Noi ci dovremo battere da soli, senza un solido partenariato maliano. La rimozione del presidente a marzo e del primo ministro a dicembre, il collasso di un esercito del Mali segnato dalle divisioni, il generale fallimento dello Stato, a cosa ci appoggeremo?

Combatteremo nel vuoto per mancanza di un forte sostegno regionale. La Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale si muove al rallentatore e l’Algeria ha espresso la sua contrarietà.

Solo un processo politico è in grado di portare la pace nel Mali.

Ci vuole una dinamica nazionale per la ricostruzione dello stato del Mali. Puntiamo sull’unità nazionale, sulle pressioni sulla giunta militare, sul processo di garanzie democratiche e dello Stato di diritto attraverso politiche di cooperazione forti.

Occorre anche una dinamica regionale, coinvolgendo l’Algeria, che ha un ruolo centrale in quell’area, e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, per promuovere un piano di stabilizzazione del Sahel.

Serve infine una dinamica politica per negoziare, isolando gli islamisti ed accordandosi con i tuareg su una soluzione ragionevole.

Come è possibile che il virus neoconservatore abbia potuto conquistare tutte le menti? No, la guerra non è la Francia. È tempo di porre fine ad un decennio di sconfitte. Dieci anni fa, in questi giorni, eravamo riuniti alle Nazioni Unite per intensificare la lotta contro il terrorismo. Due mesi dopo è iniziato l’intervento in Iraq. Da allora in poi non ho mai smesso di impegnarmi per risolvere le crisi politiche e per uscire dal circolo vizioso della forza. Oggi il nostro paese può fare da battistrada per abbandonare questo stallo bellico, se si inventa un nuovo modello di impegno, fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni dei popoli e sul rispetto per la diversità. Questa è la responsabilità della Francia di fronte alla storia”.

Dominique de Villepin, ex primo ministro francese

http://www.lejdd.fr/International/Afrique/Actualite/Villepin-Non-la-guerre-ce-n-est-pas-la-France-585627

Autore del celebre ed “eroico” discorso contro la guerra in Iraq, che non gli è mai stato perdonato dai neocon

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/25/la-nostra-capacita-di-costruire-un-mondo-migliore-buon-natale/

“La questione della guerra è entrata prepotentemente dentro la campagna elettorale. Si è aperta un’interessante dialettica fra Sel e il Pd, quest’ultimo immediatamente pronto a sostenere Hollande e a rendersi disponibile per un’avventura italiana. In effetti che non si tratterà di una marcia trionfale se ne è accorto anche Il Sole 24 Ore che dedica al tema l’editoriale di oggi firmato da Vittorio Emanuele Parsi (docente alla Cattolica di Milano, se non ricordo male): “Le guerre inutili dell’Occidente“, un articolo e un titolo sorprendenti per il luogo dove sono collocati. Come giustamente scrive Parsi: “più diventavamo consapevoli della insufficiente efficacia dello strumento militare e più ci abbiamo fatto ricorso: in parte perchè le circostanze lo consentivano in virtù della nostra straordinaria superiorità logistica e tecnologica; in parte perchè non sapevamo che altro fare in assenza di un altrettanto rampante superiorità politica”. Eh già, proprio così: l’Europa come soggetto politico non esiste”.

Alfonso Gianni, 18 gennaio 2013

“Sono deluso dalle potenze occidentali. Adesso, ad esempio, c’è la Francia che si è impegnata in Mali. Vorrei chiedere: qual è lo scopo reale del coinvolgimento militare, adesso, della Francia? È ancora una ri-colonizzazione? … Quando vedo interventi di altri Paesi europei, quando si decide – ad esempio – che non si daranno più aiuti finanziari a questo Paese, non si concederà più questo o quell’intervento, io mi domando: è proprio per fare fronte a quella crisi, oppure per creare una situazione molto più difficile, di dipendenza sempre maggiore dall’Europa?”

Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, capitale del Ghana

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“L’intervento francese sa molto di un’ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi.  Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano”.

padre Alberto Rovelli, per vent’anni missionario dei Padri Bianchi in Mali

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“Quando si entra in un conflitto, si accendono dei fuochi che poi non si possono spegnere. E se la cura fosse peggiore del male? Il Burkina Faso e l’Algeria sono particolarmente restii all’idea di un intervento militare e sono due paesi estremamente importanti in quell’area. Senza un loro coinvolgimento le difficoltà si moltiplicheranno. Non sarà un intervento militare a risolvere la questione dell’unità del Mali, soprattutto quando si vede che il Mali è uno stato al collasso. Prendere il controllo del Nord senza che vi sia alcun fattore di disciplinamento equivale a fondare l’intera impresa sul vuoto”.

Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere – Francia, attuale direttore di ricerca presso la Fondazione Medici Senza Frontiere

http://www.journaldumali.com/article.php?aid=5513

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In Mali per ragioni umanitarie

“È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa – anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” – ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima”.

Lucio Caracciolo

http://temi.repubblica.it/limes/quel-che-resta-del-colonialismo/41614

**********

“Mali, la guerra per l’uranio. Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio, oltre a petrolio e gas”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37528.html

“I movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger. La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e ad avanzare verso Bamako.

Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigerini cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012″.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37532.html

“Per il momento, non vogliono testimoni nè giornalisti pullulando nella zona del conflitto. Non vi chiedete per caso perchè non avete ancora visto nessuna immagine di quello che sta succedendo sul terreno? Dove sono le vittime? I feriti? Gli edifici bombardati? Le truppe in combattimento?

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente si può pensare che si stia cercando di evitare che si producano nuovi sequestri o di garantire la nostra sicurezza. Ma il risultato è solo uno: si sta occultando la possibilità di informare, e pertanto, si sta attaccando la libertà di stampa, e la verità. Ricordo una frase che ho imparato all’università (credo che non sia stato al bar, ma non ne sono sicuro), e diceva che “nelle guerre la prima vittima è la verità”. E in questa, come in altre, si corre lo stesso rischio se non arrivano presto i giornalisti al fronte.

E se il problema è la nostra sicurezza, solo aggiungo che ognuno dei giornalisti presenti in Mali è cosciente dei pericoli che può o che vuole assumere, e ognuno arriverà fino a dove gli sembri ragionevole nel suo desiderio di informare nella maniera più veridica e adeguata. Quello che voglio dire è che siamo persone adulte. Quello che voglio dire è che non mi piace che mi si limiti nel mio dovere di informare. E che i miei rischi sono miei, e solo miei. Non so come voi la vedete”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37538.html

La secessione dal genere umano

Padania

La vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più temperato dei casi, uno sfruttare. […]. Lo “sfruttamento” non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita

F. Nietzsche, “Al di là del bene e del male”

Non potete servire a Dio e a Mammona

Matteo 6, 24; Luca 16, 13

“Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising” (OECD, 2010) indica che le disuguaglianze stanno accrescendosi rapidamente e drammaticamente. Mentre nei paesi BRICS è stabile o diminuisce grazie all’impetuosa crescita economica, in Occidente la tendenza è inversa, con aumenti registrati in 17 paesi OECD su 22, per almeno un 4% nel giro di una generazione in Finlandia, Germania, Israele, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Svezia e Stati Uniti. Uno studio di ricercatori delle università di Warwick, Belfast ed Exeter (“British Economic Growth, 1270-1870”, 2010) ha mostrato che gli abitanti delle isole britanniche nell’epoca medievale se la passavano molto meglio dei cittadini dello Zaire, Burundi, Niger, Togo, Guinea e Guinea Bissau, Haiti, Sierra Leone, Ciad, Zimbabwe, Afghanistan. Un’altra ricerca (Santos et al. 2007) rivela che nell’Ungheria medievale c’erano minori disparità sociali che nel Regno Unito pre-crisi (figuriamoci ora!). Oggi i super-ricchi hanno a disposizione i paradisi fiscali per evitare di condividere la loro abbondanza e, stando alle statistiche fiscali statunitensi, meno del 4% dei super-ricchi americani è un imprenditore, ossia contribuisce in modo sostanziale all’economia reale. Quel che sta avvenendo è la progressiva secessione di una minuscola porzione del genere umano dal resto della specie: in luogo dei castelli di un tempo gli “eletti” risiedono in quartieri residenziali fortificati e video sorvegliati da vigilanti armati, oppure persino su isole di loro proprietà.

Con una fulminante intuizione, Gustavo Zagrebelsky (Zagrebelsky, Mauro 2011) domanda al direttore della Repubblica:

“Non ti pare che si stia creando una distanza persino nella conformazione fisica esteriore tra una super e una infra-umanità? Non è razzismo, perché attraversa tutte le popolazioni d’ogni colore. Ha invece qualcosa di nietzscheano. La ricchezza e la povertà, con l’accesso o l’esclusione a cure, trapianti, trattamenti d’ogni genere, mai forse come ora – o comunque mai visibilmente come ora – si trasformano in differenze di corpi e di prospettive di vita- […]. Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare? Un orrore che non ha nemmeno lontanamente a che vedere con la differenza di vita esistente un tempo tra un proletario e un borghese nelle nostre società. La stirpe umana si sta dividendo tra un sopra e un sotto biologico, come conseguenza d’un sopra-sotto sociale, e questa divisione è a tutti evidente. […]. E vuoi che prima o poi questa tensione, una volta che l’ideologia si congiunga con la tecnologia della violenza in una dimensione mondiale, non possa raggiungere un punto di rottura in grado di provocare la catastrofe?” (p. 42)

Contemporaneamente i social network e i forum dei quotidiani cominciano ad essere frequentati da persone che invece di usare la lingua come un ponte verso il mondo, la usano come un muro, con un portoncino blindato che si apre solo per i loro “simili”. Così ci sono veneti che nei forum italiani scrivono esclusivamente in veneto quando si parla di questioni venete, specialmente se sono legate alle spinte separatiste. Certi sudtirolesi usano il loro dialetto anche se alla discussione partecipano persone che capiscono solo il tedesco. I separatisti catalani usano la loro lingua sui forum dei quotidiani inglesi (mentre i loro critici spagnoli si sforzano di scrivere in inglese). Trovo tutto questo desolante e la ritengo una condotta di una piccineria spaventosa. Pare che sia sommamente difficile per alcuni capire che bisogna stare uniti per resistere ad un sistema che sta usando l’indebitamento per privatizzare i beni comuni e minare alle fondamenta le tutele dei diritti civili e fondamentali, avvalendosi della classica strategia del divide et impera. Questa stolidità ed ignoranza rischia di portarci a fondo.

L’errore che si commette è quello di considerare l’autodeterminazione di un gruppo umano come un valore assoluto e positivo. Ma l’autodeterminazione delle oligarchie finanziarie (deregulation – la chiamano “semplificazione” ma tra i ricchi e i poveri, tra i forti e i deboli la legge dovrebbe proteggere i secondi, l’anarchia avvantaggia sempre i primi) non è certo un passo in avanti per la civiltà umana, l’autodeterminazione dei ricchi che optano per i paradisi fiscali e le cosiddette “gated communities” (quartieri fortificati) perché non vogliono contribuire ad una vita decorosa per i meno abbienti né vogliono subire le conseguenze del loro egoismo non è una cosa buona. L’autodeterminazione della Germania e del Nord Europa dal resto del continente, come se la distruzione del potere d’acquisto degli altri europei non comportasse devastanti conseguenze per le loro economie è suicida, come lo è l’autodeterminazione di una regione del nord dalle altre perché si ritiene depauperata, non rendendosi conto che il sistema economico vigente la trasformerà nel giro di una generazione nel sud sfruttato di qualcun altro. La chiamano autodeterminazione ma è egoismo individualista e collettivista. Non siamo monadi autarchiche, ma esseri viventi interdipendenti, interconnessi che viaggiano sulla stessa barca: gettare fuori bordo la “zavorra” rende la scialuppa stessa indegna di restare a galla.

L’autodeterminazione delle persone che si continuano a considerare interdipendenti (autonomia, individualità democratica) è invece un approccio più saggio. È l’individuazione come salutare processo di maturazione spirituale e civile.

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