L’Africa, i diversamente bianchi, i diversamente umani

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Negli ultimi dieci anni, 6 delle 10 economie a crescita più rapida al mondo erano africane.

ONU – rapporto finale sull’Agenda di Sviluppo Post-2015

Un continente ricchissimo di risorse naturali di ogni genere e di terreni agricoli inutilizzati, giovanissimo, dinamico: l’Africa, assieme al Brasile, è il futuro.

Il suo sviluppo sostenibile sarà garanzia del nostro sviluppo sostenibile. La sua capacità di lasciarsi alle spalle un passato fatto di tribalismi, schiavitù, colonialismo e neocolonialismo economico-finanziario, disuguaglianza e patriarcato sarà la miglior prova del fatto che ci meritiamo un futuro. Gli africani dovranno essere pienamente coinvolti nella gestione del pianeta e considerati come dei nostri pari, con gli stessi diritti alla condivisione delle risorse del pianeta. Su questo pianeta non dovranno più esistere assetti castali, secessioni interne al genere umano che assegnano un trattamento preferenziale a chi ha la pelle più chiara e un conto in banca più cospicuo: slavi, greci e napoletani, per fare alcuni esempi, sono da alcuni (molti leghisti e nordeuropei) considerati meno bianchi degli altri bianchi; i bianchi sotto la soglia di povertà sono grigi e diversi neri benestanti sono “meno neri” degli altri e fanno di tutto per mostrarlo. Le stesse donne bianche sono meno bianche degli uomini bianchi. Ci sono molte persone diversamente bianche. Nessuno dovrebbe essere diversamente umano.

L’immigrato africano è pagato meno e licenziato prima. Se è donna le cose possono andare anche peggio. I suoi figli difficilmente riceveranno un’educazione pari a quella dei loro coetanei bianchi.

La legittimazione di queste forme di discriminazioni ha impedito che, a livello globale, le classi disagiate (bianche e “colorate”) facessero fronte comune, presentassero delle precise rivendicazioni e riuscissero gradualmente a costruire una società meno iniqua e meno feroce.

L’Africa può aiutarci a superare questo impasse, a capire che quando parliamo di extracomunitari stiamo parlando di noi stessi, della comune sorte della specie umana e che battersi per un mondo migliore significa battersi per la pari dignità di tutti gli esseri umani, dato che solo così sarà possibile spianare un po’ la piramide sociale che ci accompagna e vessa almeno dai tempi dei faraoni. Battersi per chi è diverso da noi significa battersi per noi stessi: un mondo in cui le donne, gli omosessuali, i musulmani, i “colorati”, gli animali e l’ambiente nel suo complesso sono tutelati è un mondo migliore per tutti, tranne relativamente pochi milioni di privilegiati che subiranno una perdita di status.

La civiltà umana non sarà completa, non sarà civile e non sarà sostenibile senza l’Africa, senza una classe media africana che guidi il continente e che lo renda protagonista.

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COSA SCRUTIAMO NEL NOSTRO ORIZZONTE?

Tutti, a prescindere dai colori politici, ci siam chiesti,
ha senso la vita nel mondo che appar così balordo?!
Sono necessari innanzitutto ideali virtuosi ed onesti,
con una meta, senza aver l’atteggiamento beffardo!

Prima conosciam la porta che conduce al nostro IO,
che consiste nel saper crescere imparar e cambiare,
rispettando il prossimo, la Terra, per chi crede, DIO.
Solo così avrà un valore esistere, senza vivacchiare!

La chiave non è da ricercare fuori, ma dentro di noi.
se la ritroviam, l’età, le crisi, non faranno più paura!
Si sa, sto mondo è pieno di camaleonti e di avvoltoi
meschini opportunisti, pronti a depredarci con cura!

Molti sono determinati a dirigersi verso la saggezza,
così probabilmente anche i ricordi rimarranno soavi:
ad ogni angolo del mondo vedremo arte e bellezza!
Se ci sarà il premio OK,comunque diverremmo savi.

Son in tanti che “vedono” il nostro futuro su Marte!
Perché piuttosto non cerchiam di rigenerar la Terra,
di farne un giardino che sia davver un opera d’arte,
con una primaria, equilibrata barriera:l’effetto serra.

Perché no, molti sperano in un nuovo rinascimento,
dove,con nuove scoperte scientifiche e con legalità,
con disarmo, ci sia pace, stabilità, pure se a rilento.
I giovani poi han idee che esaltan parte di umanità!

Molti, nonostante la grave crisi non solo economica,
auspican ci sia un rinnovato orizzonte per i loro figli,
con l’acqua del mare (da cui proviene la vita) amica,
e che tenebre degli abissi non occultin fatali “artigli”.

Giorgio Ombrini

Quello che possono tecnicamente fare, se li lasciamo fare

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Ecco, tutti costoro sono niente; nulla sono le opere loro, vento e vuoto i loro idoli.

Isaia 41, 29

“Alvin Toeffler ne ha parlato in riferimento a certi scienziati che nei loro laboratori cercano di creare alcuni tipi di agenti patogeni che colpirebbero solo certi gruppi etnici in modo da poter eliminare determinate etnie e razze; e altri che stanno progettando una sorta di ingegneria, un tipo di insetti capaci di distruggere selettivamente certe colture. Altri sono impegnati anche nel ramo dell’ecoterrorismo e possono alterare il clima, provocare terremoti ed eruzioni vulcaniche a distanza attraverso l’uso di onde elettromagnetiche”.

William S. Cohen, Segretario della Difesa, conferenza sul terrorismo e sulle armi di distruzione di massa, Georgia Center, Mahler Auditorium, University of Georgia, 28 aprile 1997

http://www.defense.gov/transcripts/transcript.aspx?transcriptid=674

*****

Tra molte generazioni, le nostre macchine saranno guidate da un’energia ricavabile in qualsiasi punto dell’universo. Questa idea non è una novità…la troviamo nel piacevole mito di Anteo, che ricava energia dalla terra; la troviamo nelle speculazioni di uno dei nostri favolosi matematici… l’energia si trova in tutto lo spazio… Questa energia è statica o cinetica? se è statica, le nostre sono vane speranze; se è cinetica – e sappiamo per certo che è così – allora si tratta solo di sapere quando l’uomo riuscirà ad attaccare le proprie macchine agli ingranaggi della natura.

Nikola Tesla, discorso all’Istituto Americano degli Ingegneri Elettrici, 1891

[cf. John Ratzlaff, “Tesla Said”, 1984].

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http://toscanincina.blogautore.repubblica.it/2013/01/25/dragone-e-serpente/

**********

In un mondo in via di rapida globalizzazione, il riferimento ad un’Autorità mondiale diviene l’unico orizzonte compatibile con le nuove realtà del nostro tempo e con i bisogni della specie umana. Non va, però, dimenticato che questo passaggio, data la natura ferita degli uomini, non avviene senza angosce e senza sofferenze [Il Vaticano: «Liberismo causa della crisi, serve un governo mondiale»]

http://www.corriere.it/economia/11_ottobre_24/vaticano-documento-crisi-liberismo_ddda6984-fe28-11e0-bb8b-fd7e32debc75.shtml

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Proposta 3, abolizione del contante, suggerita dall’”elettore” Antonio Cibotti.
Chi è Antonio Cibotti?

30 anni, sposato, ingegnere gestionale, ha vissuto in Inghilterra e lavorato per rinomate società nel campo del business advisory e dell’ investment e private banking. Attualmente lavora nel marketing di un’importante gruppo industriale faentino ed è segretario di Italia Futura Romagna

http://www.italiafutura.it/gw/producer/producer.aspx?t=/documenti/author.htm&auth=684

“Anche se Montezemolo continua a sostenere che la classe dirigente va creata con il merito e l’etica, Bucci nella sua sfida con Italia Futura ha deciso di coinvolgere anche la famiglia, portando con sè anche il fratello Stefano e il cognato Antonio Cibotti. Quest’ultimo è il segretario di Italia Futura Romagna, mentre Stefano Bucci è il vicepresidente”.
http://www.linkiesta.it/italia-futura-bologna-coop-massoneria

Sulle implicazioni dell’abolizione del contante e di altre proposte:
http://fanuessays.blogspot.it/2011/12/labolizione-del-contante.html

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/20/milena-gabanelli-chiede-labolizione-del-contante/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/23/arriva-anche-il-codice-a-barre-umano-perche-non-ce-limite-allindecenza/

* il denaro digitale è una finzione.

* il denaro non ancorato al sistema aureo è una finzione.

* il valore dell’oro è una pura convenzione.

Sono atti di fede. Si parla infatti di “moneta fiduciaria”. Ora, è realistico attendersi che la gente, ormai ampiamente sfiduciata, accetti di buon grado l’abolizione del contante?

Il contante è una finzione consolidata, la sua soppressione in una fase storica di giustificata paranoia nei confronti di chi lo vorrebbe abolire difficilmente porterà pace e prosperità, io penso.

“Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol”, di Lucio Giudiceandrea e Aldo Mazza

978-88-7223-206-4

Insomma, alla fine me lo sono letto, come promesso, e mi è piaciuto.

Non ci ho trovato nulla di rivoluzionario, ma è un bel libro e, soprattutto, un libro che infonde fiducia; e Dio solo sa quanto ce n’è bisogno in questi tempi così cupi, dominati dalla paura, dal sospetto, dalla paranoia, dall’aggressività, dal rancore, dall’esasperazione, dall’egoismo, dalla tracotanza, dalla prevaricazione.
C’è un gran bisogno di libri che uniscano le persone, non nel senso che deve regnare la concordia e l’uniformità – senza conflitto/tensione la vita non sarebbe possibile – ma nel senso della coincidentia oppositorum, cioè a dire quella condizione in cui nessuno degli opposti desidera far scomparire l’altro e restare padrone del campo, ma rispetta il suo diritto ad esistere (unità nella diversità – “E dai discordi bellissima armonia” diceva Eraclito, un aforisma che piaceva molto a R.W. Emerson).

La parte che credo sia stata scritta da Lucio Giudiceandrea è molto chiara e condivisibile. [N.B. Nel suo commento a questo post Giudiceandrea ha precisato che il libro non è separabile in due porzioni]

La parte di Aldo Mazza è molto dettagliata e precisa.

Il contributo di Gabriele Di Luca è importante perché ribadisce un concetto – tradimento autocritico – che se anche fosse ripetuto 1000 volte non sarebbe mai sufficiente (e lo ribadisce bene).

Confesso però che è stato lo scritto di H.K. Peterlini ad impressionarmi di più. Una narrazione che è personale, psicologica ed antropologica, una testimonianza che scava nell’interiorità: è facile sedurmi con questo tipo di cose ;o)

Non ho letto il testo originale in tedesco ma la traduzione in italiano (sempre di Gadilu) scorre via piacevolmente.

Di Peterlini ho letto solo “Freiheitskämpfer auf der Couch” e non era una lettura facile, anche se l’ho trovata preziosa – e infatti l’ho citata molte volte nel mio prossimo libro. Tradurre il tedesco in italiano è comunque un’arte, un’arte necessaria.

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Note a margine di “Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol”, di Lucio Giudiceandrea & Aldo Mazza, Merano: alphabeta, 2012

di Stefano Fait, co-autore di “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso“, Bolzano: Raetia, 2010.

“La famosa convivenza non è un fatto naturale, non viene da sola. Essa va imparata. È come fare il falegname, se il paragone è lecito. Intanto quel mestiere dovrà effettivamente interessarmi; poi dovrò conoscere le caratteristiche dei vari tipi di legno, saper usare gli strumenti adatti, preparare i piani di lavoro, provare, sbagliare, riprovare. Solo così arriverò a dei risultati apprezzabili” (p. 11).

La metafora del falegname è bella ma non sono sicuro che sia calzante. Chiunque abbia osservato dei bambini giocare avrà notato che lo fanno con certi bambini e non con altri, per una questione di affinità personale che va ben al di là del colore della pelle, della lingua o dell’accento, dei vestiti indossati e dei cibi consumati. Con alcuni c’è intesa, con altri non c’è. Inoltre, in genere, i figli sembrano avere una soglia di tolleranza alla diversità mediamente più alta rispetto ai loro genitori. I cinici la chiamano beata ingenuità, altri ribattono che è proprio il cinismo a corrompere un’innocenza che renderebbe il mondo adulto meno crudele e doloroso.

In ogni caso, mentre ciascuno nasce interattivo e dipendente dal prossimo, nessuno nasce falegname. Falegnami si diventa con l’aiuto di qualcuno che ti insegna i rudimenti del mestiere. Quando una società valorizza la separazione al di sopra della condivisione, della comunanza e dell’unione, vengono a mancare maestri di convivenza (es. Alexander Langer) e proliferano i maestri di distanziamento (es. Anton Zelger). In Veneto, al sindaco leghista di Tarzo, nel trevigiano, Gianangelo Bof, che, avendo subito sulla sua pelle la condizione di immigrato (in Germania) è diventato un maestro di comunione e simbiosi, corrisponde il sindaco leghista di Adro, nel bresciano, Oscar Lancini, che si è dimostrato maestro di separazione ed entropia.

Quando esiste una lingua ponte che permetta di comunicare, gli esseri umani hanno sempre dimostrato di essere disposti a socializzare. Sono “animali” sociali, in fondo, è la loro natura. Per quanto ne so, non esiste un solo dato etnografico, storico o prodotto dalle scienze cognitive che corrobori la tesi che “vivere in contatto con un’altra cultura non è qualcosa di naturale ma di artificiale”.

Se le cose stessero così esisterebbero le razze (mentre l’umanità è meticcia) e non sarebbero praticati l’esogamia (matrimonio all’esterno del proprio clan, un’opzione che favorisce lo scambio, l’incontro e l’alleanza) ed il commercio; esisterebbe invece uno stato per ogni lingua parlata nel mondo (c. 6500), mentre in realtà gli stati sono circa 200 e la futura nascita di uno stato europeo o di una federazione araba ridurrebbe di molto questo numero.

Perciò non è corretto asserire che istintivamente ognuno sta con i suoi simili e non con chi è diverso. Vale certamente per una maggioranza di persone per la gran parte della loro vita e per tutte le persone in diversi periodi della loro vita, ma la curiosità è una forza irresistibile per quasi tutti gli esseri umani ed il desiderio di allontanarsi quanto più possibile da parenti serpenti, conoscenti scocciatori e comunità soffocanti non è certo un’anomalia nella storia. Non è corretto fingere che questa dimensione dell’umanità non sia significativa, stabilire che la norma sia quella della separazione naturale e volontaria e quindi dare ragione ad Anton Zelger (“più ci dividiamo, meglio ci comprendiamo”) e torto ad Alex Langer (“più ci uniamo, meglio ci comprendiamo”).

Il timore è che sottolineando le componenti “sacrificio” ed “eccezionalità” si finisca in qualche misura per magnificare l’eccellenza di chi ce l’ha fatta (un’impresa quasi “eroica”, in questa prospettiva – il che mi sembra francamente eccessivo, per esperienza personale) e scoraggiare tanti altri dal tentare di uscire dal proprio orticello. Quello della convivenza è un processo arduo solo se tra due gruppi umani manca la fiducia, il rispetto e la stima e questo troppo spesso succede perché certi potentati economici e politici godono di una rendita di posizione derivante dal dividere invece che dall’unire. La componente del potere è sempre al centro dell’agire umano e non deve essere oscurata da un riferimento esclusivo alla sfera culturale. Che ci piaccia o meno, ogni cultura è comunque e prima di tutto espressione di certe relazioni di potere.

È questa, e non delle ipotetiche inamovibili costanti della natura umana, la ragione per cui Giudiceandrea e Mazza sono costretti ad ammettere che “sotto una calma apparente il conflitto [l’Alto Adige] è pronto a riaccendersi” (p. 15).

Non a caso, nel testo tedesco della “dichiarazione di appartenenza ad un gruppo linguistico”, che conta i residenti in relazione alla lingua parlata per determinare la titolarità di certi diritti, non si parla di “consistenza” ma di “Stärke” (forza). Il che ci riporta alle disfide demografiche tra gli stati europei negli anni che precedettero la Grande Guerra: “chi ha la popolazione più grossa?”. Schermaglie viriliste tra potenze con conseguenze deleterie per le persone comuni.

Il potere e la sua distribuzione è sempre il primo fattore da considerare nell’esaminare una società.

Una questione di equilibri di potere ha fatto sì che il modello di convivenza (sarebbe meglio dire “coesistenza”) che è stato scelto per l’Alto Adige fosse quello del Nebeneinander (vivere l’uno a fianco dell’altro), per evitare lo sbocco nel Gegeneinander (l’uno contro l’altro) o nell’Ohneeinander (l’uno senza l’altro). Questa scelta ha sacrificato, o comunque rinviato a data da destinarsi, il Miteinander (l’uno assieme all’altro).

Quando un assessore dei Verdi (partito politico erede di Langer e della sua battaglia per l’incontro e la reciproca contaminazione), Patrizia Trincanato, dichiara che “questa è una terra delicata e complessa dove tutti dobbiamo fare attenzione a muoverci per non pestare i piedi e le sensibilità altrui ed il pentolone dove butti dentro di tutto mi fa paura”– riferendosi al progetto di un maxipolo culturale post-etnico – è difficile non concludere che le cose stanno andando maluccio e che il prosciugamento delle risorse pubbliche non potrà fare altro che peggiorare la situazione. Infatti il timore dell’assessore è che quest’iniziativa faccia parte di un preciso piano della SVP che sfrutti la necessità di compiere dei tagli per affidare la regia della cultura nella provincia di Bolzano alla supervisione del partito di governo, l’SVP: “Secondo me i passi che il presidente Luis Durnwalder ha fatto sono molto chiari. Penso alla toponomastica ed a tutta la questione dei cartelli sui sentieri di montagna, penso alla volontà di creare un Museo unico “Il Landesmuseum”, penso alla creazione di un Polo bibliotecario unico “La Landesbibliothek” magari sotto la direzione di un direttore unico, penso ai colpi che sono stati inferti all’autonomia della scuola e penso adesso alla volontà di andare verso la gestione unica degli spettacoli…. Sarà ma tutto questo non mi piace”. Una privatizzazione della cultura, insomma: “Vogliamo mettere un bavaglio alla cultura? Vogliamo che l’Svp ci spieghi quale spettacolo è bene vedere e quale sarebbe meglio di no? Vogliamo questo in questa nostra meravigliosa terra che ha fatto della convivenza e dell’assoluto rispetto dell’idea altrui la sua bandiera? Vogliamo tenerci una pluralità culturale solo di facciata o la vogliamo reale? Vorrei tanto saperlo” (Alto Adige, 19 agosto 2012).

Hanno perfettamente ragione, i due autori, a paventare che l’unico fattore di integrazione, a questo punto, potrebbe diventare il nemico comune, ossia gli ultimi arrivati, gli immigrati.

Al centro dell’analisi di Giudiceandrea e Mazza si situa, molto giustamente, l’enunciato che “il conflitto ha dalla sua parte gli automatismi, i pregiudizi, i “pensieri semplici”; esso può contare sul fatto che dividersi, riconoscersi come nemici è la reazione più immediata. Stare insieme invece richiede la fatica dei “pensieri complessi” (op. cit., p. 30).

Ma non è forse esattamente questo quello che siamo chiamati a fare in quanto esseri umani? Il dominio dei pensieri semplici è quello dell’infanzia e degli altri primati, di tanti mammiferi, non degli adulti. Senza contare che certi bambini ci stupiscono già in tenera età con intuizioni maestose, pensieri profondi, sintesi che ci lasciano senza fiato (Roehlkepartain et al., 2006). Perché accontentarsi di automatismi, di ragionamenti e comportamenti meccanici quando in noi c’è il potenziale per ben altro? Se uno ha una Ferrari e la guida come se fosse al volante di una Panda difficilmente godrà di un’alta considerazione tra i suoi conoscenti.

Proprio i due autori, tra l’altro, ribadiscono che siamo noi gli artefici del nostro destino. A maggior ragione, quindi, dovremmo sentirci chiamati a vincere le nostre paure, pigrizie, piccinerie, egoismi e pregiudizi e dare una mano al nostro prossimo, per il bene comune, in una prospettiva di coralità che beneficia tutti quanti e non solo una minoranza di privilegiati.

Personalmente io vedo la storia come un tiro alla fune tra chi interpreta il progresso come la realizzazione dell’inscindibile unità di libertà, uguaglianza e fratellanza e chi invece, cinicamente, non scorge nulla al di fuori della relazione pastore-pecora/padrone-servo/élite-massa. L’era della globalizzazione ha reso ancora più netta questa distinzione, polarizzando le coscienze in un senso o nell’altro, in funzione della scelta tra controllo e libertà, gerarchia ed uguaglianza, divisione ed unità.

Di conseguenza, il Nebeneinander non è più sostenibile: alcuni desiderano più muri e più lealtà rispetto alla compattezza etnica ed alla propria civiltà; altri desiderano più ponti, più traditori del proprio gruppo, maggiore autocritica. La via di mezzo non trova più spazio.

C’è bisogno di un Alto Adige diverso, spiega molto bene Hans Karl Peterlini (cf. Giudiceandrea/Mazza 2012, p. 173): “un Sudtirolo non come programma politico o esercizio di sopravvivenza etnica, come esperimento culturale o esempio statale, ma come spazio vitale, campo di possibilità, terreno creativo per coltivare dei sogni”. Recuperando il sogno (che non è utopia, ma lavoro in corso) di Alexander Langer: “Ciò che in lui come visione, come predilezione per l’essere umano al di là di ogni costrutto, come fede nel bene e nell’onestà, come fame e sete di giustizia, appariva nelle edizioni dei suoi scritti, era la summa di tutto quello che doveva sembrare possibile, se soltanto lo si fosse voluto, se non si fosse preferito e si preferisse tenersi abbarbicati a tutte le barriere che sono nella nostra testa, perché tanto si sa che l’altro è fatto così e potrebbe rappresentare per me una minaccia e io sono quello che sono e non posso fare altrimenti (cioè, non è che non vorrei, ma non ho il coraggio di farlo, per usare le parole di Karl Kraus)” (ibidem). Che, poi, sono anche le parole di Paolo di Tarso: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto…in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Romani 7, 15-19).

Credo che moltissimi abitanti dell’Alto Adige/Südtirol desiderino un Alto Adige diverso. Non sono però pochi quelli che vorrebbero avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ossia vogliono le identità forti ma anche la concordia, il particolarismo ma anche l’universalismo, vogliono gli Schützen ma anche Langer, la separazione ma anche l’unione, il cambiamento ma anche l’identità e la stabilità.

Malauguratamente per loro, però, l’indispensabile unità nella diversità richiede dei sacrifici, richiede agli ego (miti, golem) personali e collettivi di fare un passo indietro, richiede di pagare un prezzo – e il prezzo da pagare per un Alto Adige diverso è la scomparsa dell’Alto Adige in cui sono cresciuti.

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